“Sono il sindaco del vaffa con la passione per D’Alema”

“Mi chiamano il sindaco del vaffanculo perché non ho peli sulla lingua. Mando affanculo tutti quelli che vogliono bloccare, ostruire, trescare, sospendere. In Calabria chi può dire, come posso dire io, che con la politica non ho da spartire ricchezza. Non tocco un euro, non ho bisogno di niente. Tutti mi riconoscono l’onestà. E questo mi fa scavalcare le montagne”.

Sergio Abramo è il podestà di Catanzaro. Non solo imprenditore, non solo ricco, non solo spigoloso, polemista, ambizioso, affabulatore. Brevilineo, scatto nervoso e tenace, si è accasato nel municipio della città da circa un ventennio, con una parentesi fallimentare al consiglio regionale.

Mi chiamavano una volta al mese, mi pagavano per partecipare a una stupida riunione di una commissione consiliare. Una noia mortale. Avrei fatto bene il presidente, ma il centrodestra non mi ama, diffida di me. La politica è entrata nel mio corpo per la prima volta grazie a Massimo D’Alema, che mi fece sapere di vedermi bene alla guida della coalizione di centrosinistra. Non se ne fece nulla, passai dall’altra parte.

Lei è sindaco di Catanzaro. Più di una città sembra uno svincolo, infatuata dal cemento e conquistata dalla bruttezza.

Puoi fare quello che vuoi, puoi fantasticare con la mente, puoi faticare come un mulo, puoi attirare progetti, ma tutto quello sporco non se ne va più. È lì e lì resta.

Intanto dica basta al nuovo cemento.

Basta? Ho appena mandato affanculo quelli che mi proponevano di autorizzare una lottizzazione di quattrocento case nell’unica area ancora libera che dà sul mare. Come sa, Catanzaro è mare e montagna. Il suo cuore è quassù, dove fu eretta, mentre l’anima commerciale, se possiamo chiamarla così, si trova ai suoi piedi.

Dicono che lei sia un gran affabulatore, che converta in realtà la fantasia, la accusano di trasformare il falso in vero.

Ah sì? Quando sono arrivato qua (era il 1997, ndr), mi sono seduto su questa sedia, ho trovato solo macerie e debiti. Progetti appena abbozzati, lasciati incompiuti, pilastri di cemento armato a vista, lotti mai finiti. Se questa città ha un teatro funzionante, un centro espositivo, una pavimentazione adeguata nel centro storico, dei servizi essenziali dignitosi, una piscina, lo deve a me. Se questa città avrà un impianto di trattamento dei rifiuti che la farà star tranquilla per i prossimi 150 anni, una metropolitana leggera che legherà il territorio oggi sfaldato e boccheggiante, beh vuole che un po’ di merito non me lo pigli?

Se lo prenda pure, senza strafare.

Strafare? Io invece strafaccio. Sto seduto su questa poltrona di sindaco dalle otto di mattino alle otto di sera, mi leggo tutto perché non ho fiducia in nessuno. Odio le camarille, odio i potenti, odio i fannulloni, odio chi pensa solo a se stesso. Catanzaro è popolata da uomini che hanno pensato solo al proprio portafogli.

Dopo San Vitaliano, il patrono, c’è Sant’Abramo, il super efficiente.

Santo non sono, efficiente sì.

Lei è buono, i cattivi sono gli altri.

Sono onesto e faccio di tutto per amministrare bene.

Odia la politica ma ne è coinvolto come nessuno. Vorrebbe fare il presidente della Regione?

Mi piace amministrare. Le sembra mai che la Calabria produca in loco beni che hanno solo il 13 per cento del valore del suo Pil? Le sembra mai possibile che non abbia produzioni, nemmeno quelle elementari, per far fronte alle proprie necessità? Le sembra possibile che ogni minchiata debba essere acquistata fuori? E le sembra possibile che noi dobbiamo essere ridotti in questo modo? I calabresi sfottuti ovunque.

Tanto il centrodestra non la candiderà in autunno per la sfida regionale…

Lo so che non mi vogliono, li farei filare. Ma diamo tempo al tempo.

Intanto a Catanzaro lei ancora deve finire i compiti. Ha fatto pace con l’imprenditore Noto, il più ricco della città.

È lui che ha fatto la guerra a me. Visto che l’ha persa, per rimettersi in gioco ha dovuto comprare la squadra di calcio. Ha fatto una buona cosa.

Sergio Abramo, il sindaco che manda tutti a quel paese.

Se non lavori, ti mando a quel paese sì. Se vuoi farmi fesso, ti caccio via. Perché, è sbagliato secondo lei?

Italo, tutto iniziò qui in Calabria molto prima di Ettore e Achille

Fra le pieghe di seta del mito, in un racconto ripreso da più autori del passato (Antioco di Siracusa, Aristotele, Dionigi d’Alicarnasso, Tucidide, Virgilio), ritroviamo la figura di Italo, re degli Enotri.

Il tempo è quello che precede di ben sedici generazioni la guerra di Troia (XIV secolo avanti Cristo) e lo scenario è offerto dalla lingua di terra che si distende fra la luce azzurra di due mari, lo Jonio e il Tirreno, nel punto più stretto della penisola, di poco inferiore ai quaranta chilometri.

Infatti, nell’Istmo di Catanzaro, che come ricorda Aristotele poteva essere percorso in mezza giornata di cammino, Italo, decretando il passaggio al possesso stabile della terra, trasformò gli Enotri da popolo nomade in stabili agricoltori e abili allevatori: imponendo nuove leggi, convincendo le genti con le parole e con la forza, dominando molte città.

Dal quel momento, la regione un tempo chiamata Enotria, e in particolare l’estremità meridionale della penisola, assunse dal nome del sovrano, Italo, quello di Italìa. E Italói furono chiamati dai greci, secondo altra tradizione, i Vituli, la popolazione che abitava questa “terra dei vitelli”. Il nome Italia, dunque, nacque in Calabria.

Italo era considerato un uomo buono, forte e saggio e fu il primo a istituire i “sissizi”, i pasti comuni consumati dai cittadini, che più tardi si diffusero in tutta l’area del Mediterraneo e che sono ricordati per la loro attualità da Aristotele, vissuto nel IV secolo avanti Cristo, nella sua Politica: “Ancora oggi alcune popolazioni che discendono da lui [Italo] praticano i sissizi ed osservano le sue leggi”.

Infatti, se ben famosi sarebbero diventati i “sissizi” praticati a Sparta, grazie all’istituzione fattane da Licurgo, e a Creta, la loro origine è da ricercare proprio nella profonda “rivoluzione” operata da Italo.

Per il re della prima Italia, precisamente, la condivisione dei pasti frugali, basati sul consumo prevalente di pane, fichi e formaggio, doveva interessare comunità composte da quindici membri, che si riunivano giornalmente e che dovevano contribuire, in parti uguali, alle spese necessarie. Anche se suddivisa per classi, l’Italia delle origini mostrava così, in embrione, il suo spirito comunitario.

 

Catanzaro addio. Emigra anche la città e il centro resta vuoto

Quando alla tivù, nei quiz, domandano – “qual è il ponte a una sola arcata più grande d’Europa?” – ecco pronta la risposta esatta: Catanzaro.

È il Ponte Bisantis.

Eccolo, ha una sola arcata. È un braccio di calcestruzzo e asfalto che “dalle viscere della città agguanta la periferia”, spiega Angela Sposato, firma di Slow Food, studiosa di filosofia e instancabile agitatrice di idee in città. Capoluogo delle Calabrie dal 1971, messa in alto dove da ogni lato c’è un diverso paesaggio – il Golfo di Squillace di qua, il Tirreno di là e i boschi della Sila in elegante agguato –, Catanzaro è un po’ meglio di come la raccontano. Il Parco dell’Agraria, fiore all’occhiello di Michele Traversa –il presidente della fu Provincia – è così prodigo d’istallazioni d’arte contemporanea, di monumenti eccentrici e prati lindi da far dire, col viaggiatore più smaliziato, “c’è un Nord paradossale nel Sud, e quello è Catanzaro”.

E solo un Catricalà può ben dirlo. Antonio, appunto – già magistrato del Consiglio di Stato, presidente degli Aeroporti di Roma – campione di quel corpus burocratico qual è la sua città, Catanzaro, che tra le vene vive della sua più intima storia, chissà perché oltre a dare all’Italia il nome (vedi articolo qui sotto), dà anche i suoi burocrati migliori.

Tutto merito del Liceo Classico Galluppi.

E del Nord.

È Norman Douglas che incontra “le foreste scandinave in Calabria” e Guido Piovene, raggiungendo Catanzaro, dove resta ammirato per la vivacità intellettuale e il gran numero di copie dei giornali vendute come in nessun’altra città al Sud, gode della visione del pino loricato abile a sopravvivere tra i dirupi impervi.

Il solito Nord: “Una fantasia settentrionale eseguita con il rigoglio meridionale”.

Accanto alla fabbrica dell’immaginario amministrativo, fornace che s’alimenta dalla classe impiegatizia e dai beni dei possidenti, l’altro istinto di città – per dirla con lo storico Piero Bevilacqua, debitore verso Francois Lenormant della definizione di “città vertiginosa” – è nell’edilizia predatoria.

L’escrementizio del cementizio segna lo skyline ma – ahinoi – è come in tutto il Meridione.

Floriano Noto, il presidente del Catanzaro Calcio – l’Oscar Farinetti del Sud in un certo senso – non riesce a confermarne uno tra i calciatori venuti da Verona, perché quelli “al momento della firma sul contratto s’accompagnano con le mogli o le fidanzate e queste, magari perché non vedono un taxi o perché non trovano su Corso Mazzini bei negozi, fanno subito marameo”. Noto non sa nulla di pallone, che gli serve però a stabilizzare politicamente la sua figura di imprenditore in crisi di identità. Proprietario dei supermercati a marchio Sidis, quindi connesso al centrodestra, passa armi, bagagli e punti vendita (120 per 350 milioni di euro di fatturato) alle Coop, e tifa centrosinistra. Perde le elezioni e decide la ripartenza: c’è di meglio di una squadra di calcio?

Ci sono le famose rotatorie a Catanzaro, ma anche la funicolare c’è.

“Non c’è più Palazzo Serravalle, è stato demolito, non c’è più il Mercato Liberty e i nuovi quartieri popolari, tutti costruiti in regime di monopolio edilizio, hanno assestato colpi mortali al centro storico…”.

Mimmo Tallini, consigliere regionale, vecchio capo della destra qui egemone – leghista antemarcia con la sua lista Calabria Libera di vent’anni fa – è come in trance: “Giovino, abbiamo fatto Giovino, è un luogo così bello, con quella spiaggia così lunga, col mare che entra dentro la pineta, col muro ornato dai mosaici di Menghini, dove altro si può trovare?”.

“Mi capita d’incontrare una coppia di amici – racconta invece Noto – e mi rendo conto di non vederli da troppo tempo; ‘Ma dove siete stati?’ – chiedo loro – e mi dicono: ‘Ci siamo trasferiti da nostro figlio’; ecco, prima se ne partivano i ragazzi e i vecchi restavano, adesso anche questi se ne scappano via e i numeri che leggo attraverso i registratori di cassa, mi confermano l’andazzo: non va da nessuna parte, così, la città…”.

La città nell’ultimo decennio è scivolata verso il mare. Catanzaro Lido, nove chilometri verso est, si è gonfiato di cemento, fin quasi a vomitarlo, mentre il centro sull’altura si è smagrito fino al punto di ischeletrirsi. Negozi chiusi, condomini sbarrati, strade di sera deserte. La migrazione dalla montagna al mare è elemento costitutivo: periodicamente la città ingrassa e poi dimagrisce, anzi deperisce.

Le linee della Ferrovia della Calabria con i treni alimentati a gasolio, a scartamento ridotto, sono attive dal Lido al centro, per poi salire sul quartiere Sala “con una terza rotaia dentata, la cremagliera, dove s’innesta quella dell’automotrice per superare – spiega Angelo Maggio, ultimo di tre generazioni in forza alle ferrovie – l’impossibile pendenza”. Eppure – malgrado le rotaie – l’impossibile traffico intasa gli svincoli che accolgono il pellegrinaggio dell’hinterland verso gli uffici regionali, quelli statali e le strutture sanitarie, un groviglio continuo, un tempo tutto di posti di lavoro e di clientela.

Tutto è politica, ma a Catanzaro ancora di più.

“Se anche devi comprare un pacco di sigarette – spiega con sapienza da serpe Fabrizio Falvo, avvocato lametino in sosta alla Corte d’Assise – qui non è come in qualsiasi luogo dove chi vuole fumare va dal tabaccaio e prende ciò che vuole. No, si chiama un amico e gli si chiede, ‘conosci qualche tabaccaio?’ Se la risposta è affermativa, ne segue un’altra: ‘Ha votato per l’amico? Se sì, va bene, altrimenti niente’. Sono così a Catanzaro”.

Niente sigarette, Brasilena piuttosto, lo squisito “spritz” analcolico di gazzosa e caffè con cui la movida accende, se non lo sballo, il passatempo. Ed è qui che Sposato aggirandosi nello struscio trova il genius loci della città in un non-luogo, anzi, nella cosalità per eccellenza: l’automobile: “Il luogo delle relazioni sociali è l’abitacolo”.

“È il vacum loci”, obietta Daniela Palaia, avvocato.

Nunzio Belcaro, libraio, conferma: “Catanzaro è la città dove le auto stanno sui marciapiedi e la gente sta per strada”.

Che tipo, Belcaro, il titolare della Ubik di Catanzaro Lido. Benemerito, lascia il posto fisso – venditore di Peugeot, dove approntava furgoni per cinesi o li coibentava per i formaggi – per aprirsi una libreria: “Ed è stata, nella mia vita, la scelta più coerente con me stesso; ho potuto finalmente togliermi la cravatta e farmi crescere la barba”.

È il posto, Catanzaro, dove ogni libertà – e lo spirito critico – si struttura nella visione. Anche nell’idea che si ha di se stessi.

Camilla Pavone, simpaticissima, s’è organizzata una trasmissione tivù a casa sua. Il set è il salotto, l’emittente è LaC, ovvero la Cinq di Catanzaro. E lì, tra le cose proprie, Camilla cucina, si trucca, riceve scrittori, fa talk e, insomma, fa quel che più le aggrada.

È, Catanzaro, l’atteso riscatto del Mezzogiorno?

Al quartiere Aranceto, che è una piccola Scampia – con molti appartamenti, tra quelli sfondati, abitati da famiglie rom – un marcantonio alto e grosso si fa i giretti con una minimoto.

Si fa virtù di tutta quella necessità e infatti c’è la raccolta differenziata, all’Aranceto. Magari un poco più avanti c’è uno sbuffo di discarica e comunque, quando ci si lascia alle spalle il pittoresco e si arriva davanti al palazzo della Regione, a Germaneto – il centro direzionale – quell’edificio, nuovo di pacca, proclama la rappresentazione capovolta: è lontano da tutto, se ne resta solitario, sembra disegnato per Ceausescu.

“Sono tornato in città dopo vent’anni trascorsi a Firenze. Felice di questa scelta, ma non c’è dubbio che Catanzaro è peggiorata”. Nicola Fiorita insegna all’università Storia del diritto e delle religioni, ha guidato una lista civica, Cambiavento, attrezzata in pochi mesi, che ha perso senza deludere: “Non siamo riusciti ad andare al ballottaggio altrimenti forse avremmo fatto il botto. Ma il risultato ci dice che una nuova coscienza e consapevolezza esistono in città”.

Catanzaro, dove il vento non si stanca mai di soffiare, aspetta e un tantino ancora spera.

Poltrone, potere e altri equivoci: la beatificazione del tecnico buono

Ebbe a dire Tony Blair che “il potere senza princìpi è sterile, ma i princìpi senza potere sono futili”. Ora noi, eufemizzando, non giureremmo sulla saldezza dei princìpi di Blair, ma questa frase ci viene in mente dacché alti lai e inviti alla vigilanza democratica seguono l’ovvia intenzione del governo di nominare, come gli consente la legge e impone la logica, uomini di sua fiducia ai vertici dell’amministrazione e delle controllate. C’è persino chi, l’autorevole Oscar Giannino, dopo aver invocato in passato il licenziamento di un Ragioniere generale dello Stato che non gli era simpatico, oggi considera un attentato alla Carta la sostituzione (prevista dalla legge) di quello attuale. La stessa trafila si prepara per Tito Boeri, presidente Inps che controlla bene i giornali e meno la macchina dell’ente che dirige: scade a inizio 2019 e sono già iniziati i pianti per il suo mancato rinnovo (gli editori Laterza hanno scritto ai librai – “viviamo tempi rischiosi” – affinché rimettano in vetrina Populismo e stato sociale, opera del nostro, in attesa del martirologio). Sembra, in definitiva, che un pezzo di classe dirigente e opinione pubblica voglia abolire la politica, il ramo delle professioni intellettuali che dirige il conflitto distributivo – si diceva – via princìpi e potere (anche nel suo plastico dipanarsi, assai poco shakespeariano, in poltrone). Ma, nel salotto di Nonna Speranza che è l’establishment italiano, di potere non si parla, non sta bene: piace la tecnica santificata dal potere stesso (previo omicidio dell’epistemologia). Seguono, come l’intendenza, i media.

Il ‘cattivo carattere’ di Rota ha salvato i trasporti di Milano

Mesto tramonto a Milano del piano di conquista dei trasporti locali progettato da Renato Mazzoncini, il gran capo (turbo-renziano) di Ferrovie dello Stato. Non solo non si farà la fusione tra Fs e Atm, l’azienda dei trasporti pubblici milanesi, ma è ormai cosa fatta anche il divorzio tra Fs e Ferrovie Nord, la rete ferroviaria regionale. A Roma Mazzoncini ha i suoi bei problemi: la “clausola etica” contenuta nello statuto di Fs prevede che chi è rinviato a giudizio decada dall’incarico per motivi reputazionali. E Mazzoncini l’11 giugno è stato rinviato a giudizio per truffa, con l’accusa di aver gonfiato i ricavi da traffico di Umbria Mobilità (azienda regionale assorbita dal gruppo Fs) per ottenere contributi pubblici per circa 6 milioni di euro. Così ora per sostituirlo come ad si sta scaldando Beppe Bonomi, salvo diversa decisione dell’assemblea degli azionisti, cioè del ministro dell’Economia Giovanni Tria, azionista unico. Ma, qualunque sia la sorte che, a Roma, il “governo del cambiamento” riserverà a Mazzoncini, a Milano il suo piano è già saltato. Il sindaco Giuseppe Sala e il suo assessore al Bilancio Roberto Tasca hanno aperto le porte a Fs nella linea M5 della metropolitana e nel progetto immobiliare milionario degli Scali ferroviari. Il passo successivo doveva essere la creazione di un supergruppo che unisse Fs, Ferrovie Nord e Atm. A opporsi a questa ipotesi fu l’allora capo di Atm, Bruno Rota, che difese il gioiellino dei trasporti milanesi dall’annessione ai disastrati trasporti regionali. Rota pagò con il posto la sua opposizione. Si disse allora che era stato vittima del suo cattivo carattere, della sua incapacità a trattare affari con Mazzoncini e a obbedire al suo nuovo sindaco. Effettivamente Rota si era messo di traverso alla fusione Atm-Trenord che avrebbe dato vita a una holding a tre (Comune, Regione, Fs): il Comune di Milano sarebbe diventato socio, con il 25%, di un’azienda più grande, ma senza più il controllo del suo sistema di trasporti urbani, che sarebbe passato di fatto sotto il comando di Mazzoncini. Più che un’integrazione, uno scippo.

Cacciato Rota, la “grande integrazione” è comunque naufragata. Ed è saltata perfino l’alleanza – già fatta – tra Fs e Fnm (Ferrovie Nord Milano, controllate da Regione Lombardia). È andato in crisi il matrimonio Trenord (50% di Fnm, 50% di Trenitalia, società Fs). Mazzoncini pretendeva di arrivare al 51%, promettendo in cambio non meglio precisati investimenti. Ma Regione Lombardia e Fnm negli ultimi anni hanno speso 450 milioni per rinnovare i treni, invece Fs è rimasta con treni vecchi e investimenti zero, come ben sanno i poveri pendolari lombardi. Alla fine, il nuovo presidente della Regione Attilio Fontana e il presidente di Fnm Andrea Gibelli hanno detto no e hanno fatto saltare l’alleanza. Ciascuno si prenda i suoi oneri e onori: il contratto di servizio regionale diviso in due, ognuno con i suoi treni, 45% a Fnm, 55% a Fs.

Ormai Trenord serviva soltanto ai progetti imperiali di Mazzoncini, passato in pochi anni, grazie all’adesione al Giglio Magico renziano, dalla guida di una piccola società lombarda di autobus al vertice dell’azienda di trasporti di Firenze e da lì (guarda caso) catapultato al comando delle Fs. In questi anni ha perseguito un programma bulimico di crescita, con acquisizioni di attività all’estero senza logica e a prezzi folli e, in Italia, tentando di conquistare le aziende di trasporto pubblico delle grandi città (Milano, Roma, Napoli…). Programma fallito. Lo scippo di Atm non è riuscito e Trenord è scoppiata. Meno male che qualcuno si è messo di traverso. Forse bisogna ringraziare Rota e il suo “cattivo carattere”, che in realtà era la normale difesa degli interessi della sua azienda e dei cittadini milanesi.

I “laici” del Csm: cosa faranno oggi i 5 Stelle?

Le recenti elezioni dei componenti togati al Csm hanno sancito il definitivo, completo controllo del sistema elettorale da parte delle correnti che sono giunte a designare per i quattro posti, in quota Pm, solo quattro candidati (uno per ciascuna corrente), così determinando la loro automatica elezione. In tal modo, l’elezione si è trasformata in una “farsa” perché si è privato l’elettorato di qualsiasi possibilità di scelta e ancor più stretto sarà il rapporto di dipendenza tra l’eletto e la rispettiva corrente alla quale (sola) dove la sua designazione e conseguente elezione. Non diversamente è avvenuto per i 10 posti, in quota giudici di merito, per i quali sono stati presentati solo 13 candidati. Anche qui le correnti hanno candidato magistrati, per lo più poco conosciuti, ma attivi in ambito correntizio.

Ma quello che è più grave è che – a parte il successo personale di Piercamillo Davigo legato alla sua storia e alla sua autorevolezza – dalle elezioni (relativa per i giudici di merito) è uscita sconfitta la “corrente di Aut. e Indip.” e, cioè, proprio quel gruppo che, in un recente comunicato, aveva denunziato gli eccessi e gli abusi del Csm e l’esistenza di “corsie preferenziali e favoritismi dei magistrati che hanno l’appoggio delle correnti”. A tale sconfitta ha fatto da contraltare la vittoria della corrente di M.I. avente come “leader” di fatto un magistrato politicizzato. Ora, la parola passa al Parlamento che oggi dovrebbe eleggere gli otto componenti laici la cui ripartizione sembra essere: 3 al M5S, 2 alla Lega, 1 ciascuno al Pd, a FI e FdI. Nell’accordo di governo è stato preso l’impegno di “rimuovere le attuali logiche spartitorie e correntizie in seno al Csm”. I “grillini”, in particolare, durante la campagna elettorale si sono impegnati a non eleggere alcun parlamentare. Può darsi che la Lega possa seguire i “grillini” in questa scelta, ma è molto probabile che indicherà professionisti “leghisti” come sta avvenendo per la nomina di un componente della Consulta, ove il candidato più accreditato risulta essere Luca Antonini “giurista vicino alla Lega”.

Ma se i “grillini” non indicheranno alcun parlamentare, per essi si pone un problema: saranno in grado di non indicare avvocati e docenti che ruotano intorno ad un sistema di relazioni che vede al centro Guido Alpa, “il mentore e la sorgente della carriera e dei rapporti” del premier Giuseppe Conte? Entrambi – professori ordinari di diritto privato e soci dell’importante studio legale – hanno ricoperto prestigiosi incarichi. Alpa è stato, per anni, potente presidente del Consiglio Nazionale Forense e componente del Consiglio direttivo della Cassazione; Conte è stato vice presidente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Entrambi, inoltre, hanno una lunga esperienza di selezionatori di aspiranti docenti in facoltà giuridiche sparse per l’Italia.

Questo sistema di relazioni nell’ambito accademico e forense (ambito dal quale devono essere scelti i membri laici), è stato illustrato da Carlo Tecce nell’articolo de Il Fatto del 25 maggio: “Dove c’è il premier, c’è Alpa. E il potere romano. Chi frequenta il prof.: da Andrea Zoppini a Giulio Napolitano fino all’ex presidente della Consulta”, nonché nel recente articolo de L’Espresso dell’8 luglio: “Conte, un amico in cattedra”.

Ora, è chiaro che una parola importante nella indicazione dei candidati “grillini” spetterà al ministro di Giustizia Bonafede che finora ha manifestato buon senso. Ma riuscirà a resistere alle pressioni che il sistema ha iniziato a fare, tenuto conto che è stato proprio l’avv. Bonafede a introdurre l’avv. e prof. Conte nell’“entourage” di Luigi Di Maio? Non è, quindi, tanto infondato il timore che, ancora, il vicepresidente del Csm – anche se forse non parlamentare – sarà persona vicina al governo.

Borsellino: la verità e i complici di Stato

Secondo Epitteto, filosofo greco del I secolo d.C., “la verità trionfa da sola mentre la menzogna ha sempre bisogno di complici”. E in effetti, oggi 19 luglio 2018, a 26 anni dalla strage di via D’Amelio, sappiamo che Paolo Borsellino venne ucciso dai complici della menzogna di Stato con la quale si voleva nascondere l’oscena trattativa con la mafia che si svolgeva dietro le quinte e che Borsellino aveva saputo e che perciò chi lo conosceva sapeva l’avrebbe denunciata prima all’autorità giudiziaria e poi all’opinione pubblica.

È quanto emerso dalla sentenza “epocale” della Corte d’Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto con la quale, per la prima volta nella storia, una giuria popolare ha condannato capimafia ed esponenti di spicco dello Stato (capi dei servizi segreti e dei gruppi speciali investigativi, come i generali Mario Mori e Antonio Subranni, e il fondatore del partito che ha a lungo retto le sorti del Paese, Marcello Dell’Utri), per avere insieme messo sotto minaccia e scacco tre governi in carica fra il ’92 e il ’94, così inducendoli a piegarsi alle richieste della mafia per il patto politico-criminale su cui si è retta la Seconda Repubblica, che affonda i pilastri nel sangue delle vittime delle stragi del ’92 e del ’93. Ma Epitteto, da filosofo stoico qual era, aveva una buona dose di ottimismo. La verità non ha trionfato da sola. Anzi, la solitudine di Borsellino lo condusse alla morte. E i complici della menzogna hanno vinto per un quarto di secolo.

Siccome dire la verità – insegnava George Orwell – è atto rivoluzionario, bisognava impedirgli di pronunciarla per evitare la rivoluzione che sarebbe scoppiata travolgendo lo Stato. Ma, nonostante quell’orribile strage, non erano ancora paghi i complici della menzogna, custodi dei più nefandi segreti di Stato, uno Stato assassino dei suoi campioni, da Borsellino a Falcone fino alle vittime delle stragi del continente del 1993.

Loro hanno vinto, contagiando le più alte cariche dello Stato, fino a un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che con un conflitto di attribuzione si mise di traverso col peso della propria carica, sbarrando la strada della verità che la Procura di Palermo stava faticosamente percorrendo.

Ma le cose oggi possono cambiare. Ce lo dice la sentenza di Palermo. E ce lo dice la sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta che ha avuto il coraggio di condannare lo Stato per il più grave depistaggio della storia, dimostrando che altri complici della menzogna hanno depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio per nascondere le responsabilità di uno Stato colpevole e assassino.

Certo, la strada è impervia e incontra ostacoli e difficoltà perché se c’è uno Stato pronto, in nome della Costituzione, a condannare anche se stesso, ce n’è un altro incline ad autoassolversi, a schivare accertamenti e approfondimenti quando la responsabilità dello Stato viene in discussione, come dimostra l’archiviazione dell’omicidio di Attilio Manca, un’altra vittima della trattativa e dei depistaggi dei custodi della menzogna di Stato. Ma le cose possono cambiare, anche perché quelle due sentenze “epocali” cadono in una congiuntura politica favorevole.

Oggi non sono più al governo gli artefici degli anni del muro di gomma. I nemici della verità sono stati cacciati, anche se tanti altri sono ancora lì: negli apparati di sicurezza, nella burocrazia statale, nei luoghi che detengono i segreti di Stato. Ma il Popolo della Verità li conosce e gli uomini nuovi, entrati per la prima volta nelle stanze dei bottoni, lo ascoltino.

Ci sono tanti modi per farlo. Uno è aprire il Parlamento ai cittadini extraparlamentari. Nulla lo vieta, tranne prassi parlamentari e costituzionali che possono essere cambiate.

Oggi serve coraggio, determinazione e volontà di cambiare. Si istituisca una nuova forma di Commissione d’inchiesta, a composizione mista, civico-parlamentare. Che abbia come presidente chi della battaglia per la verità ha fatto una ragione di vita: uomini come Salvatore Borsellino, donne come Giovanna Maggiani Chelli. E occorre una mobilitazione dei cittadini assetati di verità in un Paese senza verità. Come stranieri in patria che però, come Borsellino, Falcone e gli altri italiani caduti per difendere il principio di legalità e giustizia, hanno diritto alla verità. E che quindi, da stranieri in patria, devono farsi ambasciatori in terra straniera, per ripulire lo Stato dagli uomini della menzogna di regime.

Serve la rivoluzione della verità in un Paese allergico alla verità come il nostro. La verità è sempre rivoluzionaria, diceva Gramsci, ma anche un grande scrittore non rivoluzionario come Fëdor Dostoevskij scriveva: “Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte”.

Si può cambiare, ma bisogna saper osare.

Roma Parco dell’Appia Antica: il Piano di Zingaretti aumenta la confusione

“Una svolta per Roma”: così il governatore del Lazio Zingaretti ha definito l’approvazione in Consiglio regionale del “Piano del Parco dell’Appia Antica”. Confesso da cittadina romana di essere abbastanza scettica, se non diffidente verso queste parole entusiaste: è vero che erano 15 anni che si aspettava questo progetto, tra l’altro sostenuto in passato da grandi figure come Antonio Cederna. Ma ora mi chiedo, se, come quasi sempre è successo, non saranno i soliti delinquenti a guadagnarci sulle spalle dei poveri abitanti che, come me, pagano le tasse.

Veronica Getti
Gentile Veronica, credo proprio che Antonio Cederna – che promosse con le sue instancabili campagne contro i gangster dell’Appia la tutela della medesima – non sarebbe contento di questa approvazione. Il “sì” della Regione Lazio al proprio Piano di assetto dell’Appia Antica promette, purtroppo, di aumentare la confusione. Perché? Intanto perché l’area protetta regionale ha carattere naturalistico, mentre la tutela complessiva – archeologica (chiaramente prevalente) e naturalistica – compete allo Stato e cioè al ministero dei Beni culturali. Poi perché questo Piano di assetto regionale risale al 2002 quando ancora non vigeva il Codice dei Beni culturali e Paesaggio al quale bisogna uniformarsi. Esso prescrive che ministero e Regione (Lazio in questo caso) co-pianifichino il Piano paesaggistico regionale e che a esso debba coordinarsi con quello delle aree naturalistiche regionali protette. Ma il Lazio non ha ancora co-pianificato con il MiBAC né tantomeno approvato il proprio Piano paesaggistico

Gentile Veronica, credo proprio che Antonio Cederna – che promosse con le sue instancabili campagne contro i gangster dell’Appia la tutela della medesima – non sarebbe contento di questa approvazione. Il “sì” della Regione Lazio al proprio Piano di assetto dell’Appia Antica promette, purtroppo, di aumentare la confusione. Perché? Intanto perché l’area protetta regionale ha carattere naturalistico, mentre la tutela complessiva – archeologica (chiaramente prevalente) e naturalistica – compete allo Stato e cioè al ministero dei Beni culturali. Poi perché questo Piano di assetto regionale risale al 2002 quando ancora non vigeva il Codice dei Beni culturali e Paesaggio al quale bisogna uniformarsi. Esso prescrive che ministero e Regione (Lazio in questo caso) co-pianifichino il Piano paesaggistico regionale e che a esso debba coordinarsi con quello delle aree naturalistiche regionali protette. Ma il Lazio non ha ancora co-pianificato con il MiBAC né tantomeno approvato il proprio Piano paesaggistico (a differenza di Puglia, Toscana e Piemonte) e quindi manca di uno strumento essenziale. C’è di più: dal 2010 l’Appia Antica dispone già di un suo Piano, accurato e regolare.

Si trattava quindi soltanto di coordinare ministero e Regione Lazio. Per la verità il primo ha scritto alla seconda che il loro Piano di assetto non era conformato né conformabile chiedendo un incontro. Al Collegio Romano dicono che nessuno ha loro risposto. Molta confusione sotto il cielo dell’Appia, anziché fattiva collaborazione.

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Tutte le parole sessiste usate da Travaglio nel suo editoriale

Rispondo volentieri all’invito del Direttore Travaglio (“Mi faccia il piacere” del 16 luglio) a individuare parole sessiste nella sua frase di risposta alla giornalista Francesca Mannocchi. In realtà tutte le parole usate da Travaglio sono sessiste! Vediamole, in una analisi filologica, etimologica, inconscia, al limite “a sua insaputa”:

1) Rispondo: Travaglio avrebbe potuto benissimo scrivere “sia mai che io non risponda alla giornalista ecc.” ma si è voluto complicare la vita pur di non rinunciare a quella “o” finale così decisa e maschia.

2) Giornalista: balza subito agli occhi che la parola ne contiene un’altra: “lista” che rimanda a evidenti discriminazioni, anche di genere.

3) Francesca: qui il gioco di Travaglio si fa sottile. È noto che anche il Pontefice si chiama Francesco. La sindrome (e l’insinuazione) appare evidente: dall’invidia del pene all’invidia del Papa.

4) Mannocchi: qui tutto è più che palese, con quell’“occhi” contenuto nella parola. “Ma cosa c’hai da guardare, eh? Guarda tua sorella…”.

5) Piuttosto: è evidente che il refuso (voluto? È un’aggravante!). La parola in gergo dialettale umbrolaziale ha una “t” in meno. Quindi “piutosto” ergo “più tosto”, più macho… capito?

6) Nervosa: instabile, volubile, isterica… chiaro, no?

7) Collega: Travaglio ha usato di proposito una parola nata al maschile e che rimane tale anche al femminile. “Scrittrice” poteva andare meglio.

8) Fonti: alle fonti, alle origini della storia, quindi Abramo, Adamo, Eva in cucina ecc…, visione sessista delle fonti.

9) Naturalmente: in questa parola emerge prepotente il verbo mentire. La donna mente. E quel che è peggio (secondo Travaglio) lo fa in modo naturale!

Ps. Ho “perso” una mezz’oretta per rispondere diligentemente all’invito del Direttore. Ma confesso che l’ho fatto soprattutto – e avrete apprezzato lo sforzo nella ricerca – perchè attratto dalla frase finale “ricchi premi a chi indovina”. Cosa ho vinto?

Piero Nissim

Caro Piero, lei ha vinto una risata di tutta la redazione e, spero, anche di molti lettori.

M. Trav.

A distanza di tanti anni Gaber ha ancora ragione

Sono passati molti anni da quando il grande Giorgio Gaber con la sua canzone famosa relativamente a destra e sinistra raccontava il declino di due ideologie politiche di questo Paese. Aveva capito con molto anticipo che quelle parole erano prive di pensiero e ideali. Il tempo passa e Gaber aveva e, purtroppo ha ancora, ragione.

Massimo Aurioso

Chi vota un leader incoerente fa danno alla democrazia

Il livello più alto di arroganza è il privilegio dell’incoerenza. Come è appena successo con Trump, che nel giro di poche ore ha inizialmente proclamato in Russia la sua vicinanza con Putin per poi smentirsi una volta rientrato in patria.

Il potente non si sente tenuto alla logica delle sue affermazioni. Anzi, tanto più è potente, tanto meno si cura delle conseguenze pratiche di quanto dice.

Sa che la contraddizione riguarda gli altri, quelli che non hanno abbastanza potere e devono giustificarsi. In scala minore, questo atteggiamento lo abbiamo visto bene anche noi con Berlusconi che faceva affermazioni e negazioni in rapida sequenza sullo stesso tema, salvo poi tirare fuori la trita scusa di essere stato frainteso dai giornalisti.

Nei rapporti quotidiani, una persona che cade in contraddizione perde credibilità. In politica, non è così. Il leader carismatico sa che i suoi non gli chiedono conto della coerenza con quanto ha detto in passato, ma pretendono l’emozione dello slogan sul futuro. Gli adoratori del capo gli mettono a disposizione la potenza delle loro frustrazioni personali che entrano in combustione con le promesse della loro rivalsa, che il capo continuamente rinnova e incarna.

Il privilegio dell’incoerenza ostentato che non genera reazione dell’opinione pubblica non è una febbre, ma una ferita profonda per la democrazia.

Perché l’adorazione è eversiva.

Massimo Marnetto

I Casamonica tra connivenze politiche e arredi orribili

In merito alla vicenda degli arresti dei Casamonica, mi domando dove fossero i politici in tutti questi anni per non vedere ciò che era evidente a tutti. Dimenticavo: erano i primi a fare affari con il clan, politici di ogni colore che hanno fatto incancrenire tutto il sistema. E dunque mi chiedo com’è possibile si siano svegliati solo adesso e se anche questo volta si dirà che la colpa è tutta della sindaca Virginia Raggi.

Tra l’altro, i Casamonica andrebbero doppiamente condannati anche per l’arredamento delle loro case. Tutto il mondo ci guarda e si interroga su come sia possibile che a Roma, culla della civiltà, dell’arte e del bello, possano esserci degli obbrobri simili.

Come simbolo di questo scempio si può guardare all’ingresso del bagno di una delle abitazioni del clan dove stazionava a guardia un gruppo familiare di tigri giganti in ceramica così composto: il maschio a sinistra e la femmina con i cuccioli a destra.

E questo purtroppo è solo un esempio del cattivo gusto di un’organizzazione criminale che ha danneggiato Roma non solo colpendone la legalità, ma anche l’estetica.

Ida Testa

“È colpa mia”: Paolini indagato per incidente in autostrada

“È stata colpa mia, ho avuto una distrazione”. Così l’attore Marco Paolini – noto soprattutto per Vajont – dopo l’incidente causato l’altroieri sulla A4 tra i caselli di Verona Sud e Verona Est, in direzione Venezia. Paolini è indagato per lesioni gravissime. Forse per un colpo di tosse ha perso il controllo della sua auto tamponandone un’altra che lo precedeva. L’auto, a bordo della quale viaggiavano due donne, si è cappottata, ha oltrepassato la carreggiata della A4 ed è finita sulla tangenziale ovest, che corre a fianco dell’arteria. La 52enne che era sul lato passeggero è stata rianimata sul posto e trasferita nell’ospedale veronese di Borgo Trento:
è gravissima e in prognosi riservata. L’altra che era alla guida, ha avuto ferite gravi a sua volta ma non è in pericolo di vita. Paolini si è sottoposto all’alcoltest, risultato negativo, ai prelievi biologici, ha consegnato lo smartphone per i controlli di rito – ma non era al telefono in quel momento – e ha ammesso le proprie responsabilità.