La Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato una legge (invocata in passato dalla Corte Suprema) che estende la maternità surrogata anche alle donne che siano prive di un partner e siano afflitte da particolari problemi medici, mentre prima potevano usufruirne solo coppie eterosessuali. Al momento del voto ha destato scalpore il comportamento del premier Benyamin Netanyahu che ancora due giorni fa era sembrato sostenere la tesi di un deputato del Likud secondo cui occorreva che anche uomini single potessero usufruire di “uteri in affitto”, mentre ieri, al momento del voto, si è detto contrario. Il suo voto ha provocato grande indignazione nella comunità Lgbt in Israele che ha subito proclamato per domenica una giornata nazionale di protesta. Già ieri a Tel Aviv, attivisti Lgtb hanno inscenato una prima protesta: un corteo di dimostranti ha bloccato il traffico nel centrale incrocio stradale delle Torri Azrieli dove si trovano diversi uffici governativi.
Al Viminale la moglie del senatore Pd, presunto informatore
È lei stessaad annunciarlo sulla pagina Facebook della Questura di Matera, dove fino a pochi giorni fa era vice questore. Dal 16 luglio Luisa Fasano lavora al Viminale da dirigente dell’Area Vigilanza, in accoglimento di un’istanza di ricongiungimento familiare. La dottoressa Fasano è la moglie del senatore Pd Salvatore Margiotta, citato nell’ordinanza di arresto del governatore Pd della Basilicata Marcello Pittella. L’inchiesta sulla concorsopoli indica in Margiotta l’autore della soffiata che avrebbe sabotato le indagini. Il 29 maggio 2017 Margiotta avrebbe incontrato il manager Asl di Matera, Pietro Quinto, per avvertirlo delle intercettazioni. Le carte sottolineano anche un paio di telefonate di Fasano a Quinto nei giorni successivi, per concordare la consegna al corpo di guardia di una busta chiusa, che Quinto passerà a ritirare. A chi su Facebook le ricorda la vicenda, la Fasano risponde negando di essere la talpa, ricordando che né lei né il marito sono indagati, annunciando querele e precisando che il trasferimento era stato chiesto ad aprile “ed è arrivato il 2 luglio”. Quattro giorni prima degli arresti.
La funzionaria e la nomina di Marra: “Fu corretta, ma ora regole più chiare”
“L’attività di Raffaele Marra e del dipartimento Risorse Umane per la nomina dei dirigenti? Meramente compilativa e non discrezionale”. Maria Rosa Turchi, responsabile Anticorruzione del Campidoglio e, nell’autunno 2016 anche segretario generale ad interim, ha risposto così al pm Francesco Dall’Olio nell’ambito del processo a Virginia Raggi imputata per falso documentale.
La sindaca di Roma è accusata di non aver affermato il vero nella risposta scritta fornita proprio alla Turchi all’indomani dei rilievi dell’Anac (l’Autorità Anticorruzione) circa la nuova macrostruttura del Comune, atto che vedeva il dirigente di Polizia Locale, Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale capitolino Raffaele Marra – “promosso” alla direzione Turismo con un aumento di stipendio (mai percepito perchè la nomina è stata revocata).
Secondo i pm, però nella scelta del fratello, Raffaele Marra (per il quale si procede separatamente per abuso d’ufficio) aveva avuto un ruolo. Circostanza smentita ieri in aula della Turchi: “Non potevo desumere dalle carte in mio possesso, se c’erano situazioni nella parte istruttoria dell’acquisizione dei curriculum, che andavano contro la normativa, perché il dipartimento del personale mi ha riferito di non aver svolto alcuna funzione discrezionale. Non avevo motivo di dubitare delle parole della sindaca”, ha detto la dirigente. Ammettendo anche che “non ho poteri di investigativi” e, soprattutto, che “io sono anche una sottoposta, avrei mai potuto interrogare in modo corretto il sindaco?”. Col senno di poi, ha continuato la Turchi, “forse sarebbe stato meglio evitare qualunque tipo di implicazione possibile, perché le cautele non sono mai sufficienti. Ora abbiamo rafforzato le norme su conflitti di interesse in tutti gli atti dirigenziali, anche sul concetto di potenzialità”. La dirigente ha consegnato al Tribunale la relazione di otto pagine a sua firma inviata all’Authority, in cui si legge che la procedura istruttoria era stata svolta “in maniera corretta”, e allegando anche la risposta del Dipartimento e quella, contestata dalla Procura, della sindaca.
Le prossime udienze sono fissate per il 24 e il 27 luglio e saranno esaminati in qualità di teste l’ex assessore al Commercio, Adriano Meloni (competente per la direzione Turismo), il suo capo staff, Leonardo Costanzo, e l’allora responsabile del personale (oggi capo segreteria della sindaca), Antonio De Santis.
Terrore Casamonica. Le vittime di usura rischiano il processo
Da quando sono partite le indagini sul presunto clan dei Casamonica, c’è uno scoglio che gli investigatori non riescono a valicare. Ed è dare un volto, nome e cognome a coloro che hanno chiesto denaro alla famiglia sinti, trasformandosi in vittime di usura. Nessuno ha denunciato ma finora le situazioni accertate dai carabinieri di Frascati sono una quindicina. Lo scoglio, secondo gli investigatori, è la paura.
In tanti, interrogati dai pm titolari dell’inchiesta, Michele Prestipino e Giovanni Musarò, hanno negato, o addirittura, una volta lasciata la Procura, hanno avvisato i Casamonica. Rischiando di finire nei guai: quelle menzogne e quegli atteggiamenti ora possono costare alle vittime stesse un’indagine a carico per false informazioni ai pm o favoreggiamento al clan. Le vittime però potrebbero essere convocate di nuovo in Procura. La speranza degli investigatori è che i testimoni abbiano meno paura dopo i 37 arresti di due giorni fa, quando a 13 tra i Casamonica e gli imparentati Spada è stata contestata per la prima volta l’accusa di associazione mafiosa. Una situazione simile si era già creata nell’aula bunker di Rebbibbia, al processo “Mondo di mezzo” in cui l’accusa di mafia è caduta in primo grado: anche qui alcuni testimoni, secondo i pm, sarebbero stati reticenti. E del resto l’intimidazione è tipica dei gruppi mafiosi, vecchi e nuovi.
Ma tornando all’inchiesta Casamonica, nel registro degli indagati per false informazioni ai pm – come anticipato ieri dal Corriere – è già finito il conduttore radiofonico Marco Baldini. Secondo le accuse, avrebbe chiesto in prestito diecimila euro a Consiglio Casamonica, detto Simone, e poi sarebbe stato costretto a consegnargliene negli anni 600 mila. Con tasso applicato del 1.000 per cento. Circostanza che Baldini, sentito due giorni fa dal Fatto, ha negato: “Ho riconsegnato esattamente quello che mi è stato dato, non un centesimo in più. È la verità”. Per il gip Gaspare Sturzo, che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare, però, “ha ragione il pm nell’affrontare l’esame di tale vicenda con la prudenza dovuta al fatto che sia Baldini sia Enrico Migliorini (suo ex manager, ndr) hanno mentito” per “minimizzare il rapporto di usura con i Casamonica”. Ma i presunti reticenti sono tanti: “In alcuni casi – è scritto nell’ordinanza – le persone offese hanno preferito dichiarare il falso ed esporsi al rischio di un’incriminazione pur di non accusare” il presunto clan.
E così c’è Fabrizio C. che per paura di ritorsioni se ne è andato in America. Anche la madre ai pm dice: “Ho paura per quello che potrebbe succedere a me e ai miei figli (…) Chiedo di non essere mai chiamata a testimoniare davanti a loro. Chiedo che quanto detto rimanga segreto”. Maurizio V. durante l’interrogatorio dice: “Mi sto molto preoccupando per le domande che mi state facendo. Non vorrei ripercussioni”. Il sentimento sembra unanime. Daniele L: “Ho paura dei Casamonica, anche perché ho un figlio piccolo. Non intendo rendere dichiarazioni a loro carico”. C’è anche chi, dopo esser stato chiamato dai magistrati, si è rivolto al presunto clan: “Quanto al rischio di essere chiamati ‘infami’ sono corsi da costoro per riferire (…) su cosa erano stati interrogati e soprattutto che erano in corso intercettazioni”.
L’usura non era l’unica attività dei Casamonica. Secondo gli investigatori c’era anche lo spaccio e gli interessi nei locali della Capitale. A un certo punto qualcuno propone di investire nel cinema. Si tratta di tale Vito Nicola Zaccaro, che per l’accusa “coopera con Guerrino Casamonica nell’attività di cessione di sostanza stupefacente, fra l’altro occupandosi di reperire nuovi clienti”.
Il 6 febbraio 2016 Zaccaro dice a Guerrino: “Investi un po’ di soldi, quanti soldi c’hai o nero che vuoi butta’? (…) Non hai capito, si fanno delle operazioni fuori all’estero, tra conti esteri che se la vede tutti il mio produttore esecutivo a farli, però ti faccio un esempio, butti 15 mila euro, te ne ritornano per quattro. (…) Ti devi aprire un conto estero fuori dall’Italia, non tracciabile!”. Poco dopo aggiunge: “Sei tu che ti devi informare su queste cose”. E poi prosegue: “Il cinema è la più grande fabbrica di riciclaggio che c’è al mondo”.
Al di là degli investimenti, durante le perquisizioni sono stati trovati contanti nelle case di tre appartenenti ai Casamonica, 50 mila euro in totale, ma anche appunti sulle attività di usura e traffico di droga. E una quindicina di orologi, tra Rolex e Cartier.
Senza esito, invece, i primi interrogatori di garanzia di ieri: quasi tutti gli arrestati davanti al gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Nessuno parla, proprio come le vittime.
La Corte del Ruby bis: “L’attività di escort è contro la dignità”
Le “escort” svolgono un’attività che, anche se “scelta deliberatamente e liberamente”, si pone “in contrasto con la tutela della dignità della persona umana”, protetta dalla normativa che punisce la “agevolazione della prostituzione”. È con queste motivazioni che la Corte d’Appello di Milano – nel processo d’appello bis a carico di Emilio Fede e Nicole Minetti per il caso Ruby bis, con al centro il favoreggiamento della prostituzione “in favore di Berlusconi” per le serate del “bunga-bunga” ad Arcore – ha respinto la questione di legittimità costituzionale della legge Merlin posta dalla difese. Una questione accolta, invece, dai giudici di Bari nel caso Tarantini. Lo scorso 7 maggio, infatti, sono arrivate a Milano le condanne per l’ex consigliere lombarda e per l’ex direttore del Tg4: Minetti è stata condannata a 2 anni e 10 mesi, Fede a 4 anni e 7 mesi. Le difese, tuttavia, avevano provato a giocare anche la carta dell’incostituzionalità della legge Merlin. In febbraio a Bari, infatti, la Corte d’Appello ha deciso di trasmettere gli atti alla Consulta nel processo sulle “escort” portate da Gianpaolo Tarantini nelle residenze dell’ex premier. I colleghi di Milano, invece, bocciano in toto quella linea.
La jihadista ragazzina: dalla scuola americana al viaggio nel Califfato
In Egitto faceva una vita agiata, padre dirigente della Valtur, madre casalinga, macchina con l’autista e gli studi alla scuola americana. Poi le rivolte del 2011 hanno sparigliato le carte. Scappare è stata l’unica soluzione. In Italia, a Milano. Tutto cambia. Niente più benessere, prima i mesi passati in comunità con mamma e fratelli, poi qualche settimana con un’amica in un appartamento in viale Monza, quindi la casa popolare al Gratosoglio. Per lei finiscono i sogni di emancipazione, svaniti in via Costantino Baroni, uno dei tanti bronx della città. Senza più speranze. Così si è sentita Fatma Ashraf Shawky Fahmy, 23 anni di Giza.
Isolarsi è stato il passo successivo. Aderire al jihad e alla logica di morte del Califfato la scelta definitiva. Radicalizzazione virtuale, come da copione. Il niqab indossato le rare volte che usciva per strada. Il suo profilo viene segnalato alla Digos da una intelligence straniera. A novembre scorso scatta l’espulsione. Da quel momento iniziano le indagini a ritroso. Si scandaglia tutto, anche la volontà della ragazza di compiere attentati in Italia. In particolare si analizzano centinaia di chat, soprattutto via Messenger, con diversi quadri del Daesh. Sono colloqui inediti che raccontano in presa diretta la volontà di Fatma di partire per la Siria. La sua storia è l’ultimo capitolo di coloro che hanno sognato di andare nello Stato islamico. Ora l’allerta è in casa nostra, con le seconde generazioni e con chi rientra dai campi di battaglia.
Il 14 luglio 2017 Fatma confida a un’amica: “La situazione qui da me è tranquilla, ma ho una cosa in mente che mi fa perdere la concentrazione”. Poi racconta di aver conosciuto un jihadista sul Web: “È un egiziano. Ha 23 anni, ma quando è partito per il jihad ne aveva 18”. Quindi conferma: “Ho deciso di partire per l’Isis. Con il volere di Dio partirò, non mi succederà nulla”. L’amica chiede se andrà a trovarla in Egitto. Fatma dice no e aggiunge: “Anche se verrò in Egitto non riuscirò a vederti. Verrò insieme a lui al Cairo a fare qualche esplosione. Sto pregando Dio che mi porti nella terra del Califfato”. Sempre a luglio Fatma contatta “88” soldato del Daesh che le annuncia: “C’è un fratello che ha proposto di sposarti quando arrivi in Siria, un fratello mujahid”. Quindi le chiede se ha preso del denaro.
Circa 100 euro da usare in Turchia per prendere una carta telefonica prepagata e mettersi in contatto con chi la farà passare in Siria. Fatma chiede allora cosa deve fare quando arriverà in Turchia. L’altro risponde: “Andrai allo spazio ospiti, prenota per l’aeroporto Ataturk, non quello Sabiha”. Fatma chiede poi un interessamento per il marito di una sua amica: “Lui l’ha lasciata ed è emigrato nella provincia della Libia (occupata dall’Isis, ndr). Da quando è partito, lei non sa niente di lui, se è stato ucciso o no, ora ha partorito il suo ultimo figlio”. La ragazza confida: “Io nascondo la mia fede con il niqab”. Poi l’interlocutore l’avverte: “Lo Stato è assediato. Sei convinta di quello che fai?”. La ragazza è chiara: “Sì, sono sicura, e ho fiducia in Dio che non mi priverà di questo” perché “all’inizio quando pensavo alla decisione di emigrare per il jihad temevo l’ignoto. Ora mi sento tranquilla, nonostante l’aumento del battito del mio cuore”. Poi qualche regola pratica per entrare in Turchia: “Devi avere solo uno zaino, il niqab lo toglierai per precauzione”. Abu il russo le annuncia: “Ieri ho contattato i responsabili sull’aspetto economico per farti venire qui”. Fatma parla poi con un’amica in Egitto che le prospetta la possibilità di sposarsi con suo fratello. La ragazza, però, vuole sapere cosa pensa lui della religione islamica. Inizia. “Digli che Fatma rispetta la sharia e non ha niente in contrario alla poligamia, è diversa dalle altre donne Anzi, è probabile che sarò io a incoraggiarlo ad avere altre mogli se sarà necessario, sostenere l’Islam non è una cosa facile. Vorrei un marito che pensi alla nazione dell’Islam, e che si sacrifichi per essa, anche con il suo sangue. Volevo dirgli che la partenza (per il jihad) è la mia priorità e ci sono già le possibilità per farla. Anche perché non posso aspettare”.
Fatma è convinta. Ma resta comunque una ragazzina. Tra le varie chat posta anche un link “di una ricetta di bellezza, per curare macchie sotto l’occhio”. Durante tutto questo periodo la famiglia intuisce il cambiamento, anzi lo vive in diretta e non è d’accordo. Tanto che Fatma confiderà: “Il mio patrigno mi ha denunciata. Ma grazie a Dio è andata bene. Mi sono svegliata alle urla del mio patrigno che diceva: lei ci rovinerà, mentre mia madre cercava di calmarlo”. La Digos indagherà anche su di loro senza trovare la minima evidenza di radicalizzazione. “Gente perbene e grandi lavoratori”.
“A Roma gruppi mafiosi come in Sicilia e Calabria”
C’è tanto nell’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia. Molto, in particolare, che conferma gli atti giudiziari che martedì a Roma hanno messo in scacco l’intero clan Casamonica. Iniziamo allora da qui. Nella Capitale, annotano gli analisti della Dia, “tra i gruppi criminali, si evidenziano sempre di più organizzazioni assimilabili al modus operandi di associazioni mafiose, come quelle in Sicilia, Calabria e Campania”.
Le indagini recenti, si legge nel report, “continuano a dar conto di una realtà, quella romana, particolarmente complessa sotto il profilo delle infiltrazioni criminali” in cui si intrecciano “proiezioni delle organizzazioni di tipo mafioso italiane, che sono riuscite agevolmente ad adattarsi alle caratteristiche socio-economiche del territorio” insieme a “sodalizi di matrice straniera” ma anche “formazioni delinquenziali autoctone” che hanno adottato “il modello, organizzativo e operativo, di tipo mafioso”. I Casamonica ma anche il gruppo Spada. Sul fronte, poi, del crimine straniero “il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con tutta la sua scia di reati satellite, per le proporzioni raggiunte, e grazie a uno scacchiere geopolitico in continua evoluzione, è oggi uno dei principali e più remunerativi business criminali, che si coniuga con la morte in mare di migranti, adulti e bambini”.
Tra i personaggi coinvolti molti sono “maghrebini, soprattutto libici e marocchini”, ormai specializzati “nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane verso le coste siciliane”. Una parte corposa del dossier viene poi dedicata alle mafie italiane. Su Cosa Nostra l’alert, secondo la Dia, è legato a una “fase di transizione e di rimodulazione” soprattutto dopo la morte di Totò Riina. Una fase “contraddistinta dal rischio di forti tensioni che potrebbero sfociare in atti di forza, con pericolose ripercussioni sull’intera organizzazione mafiosa”. E ancora: “È improbabile che a succedergli sia Messina Denaro” ed è “ragionevole ritenere che Cosa Nostra tenderà a una gestione operativa di tipo collegiale, in linea di continuità con la strategia perseguita negli ultimi anni”.
Sul fronte Campania, invece, la camorra si distingua per “la perdurante convergenza tra nuove aggregazioni e storiche organizzazioni della criminalità napoletana”. La Dia rileva che le organizzazioni camorristiche “nonostante la detenzione degli elementi di vertice, risultano operative sul territorio di influenza con nuovi asset gestionali, la cui mimetizzazione è frutto di una studiata strategia che preferisce la gestione di grandi traffici internazionali e la proiezione extra-regionale”. Infine, la ’ndrangheta che rappresenta “una minaccia per la sicurezza nazionale”. La Dia segnala “una zona grigia, fatta di esponenti della politica, delle istituzioni e dell’imprenditoria, in grado di fornire ai clan il know how relazionale e professionale necessario per mimetizzarsi nell’economia legale”.
In Germania rimpatri veloci e niente asilo per 4 nazionalità
Il Governodella Germania vuole accelerare i rimpatri dei richiedenti asilo provenienti da Algeria, Marocco, Tunisia e Georgia, indicandoli come “Paesi sicuri”. È quanto emerge da un progetto di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Si tratta del secondo tentativo delle autorità tedesche- dopo che un primo progetto di legge era stato respinto l’anno scorso dalla Camera alta del Parlamento, il Bundesrat, in mancanza di una maggioranza. Concretamente, il governo vuole inserire questi Stati fra i “Paesi sicuri”, come già i Paesi dei Balcani non membri dell’Ue: questo permetterebbe ai servizi di immigrazione di respingere in modo quasi automatico le richieste di asilo dei cittadini originari di questi Paesi, senza dovere neanche motivare il rifiuto. Berlino giustifica la decisione con il fatto che le richieste di asilo provenienti da questi Paesi sono già quasi tutte respinte. Solo il 2,7% delle richieste di asilo di tunisini e il 4,1% di quelle di marocchini hanno ricevuto una risposta positiva da parte delle autorità tedesche nel 2017. Il ministro dell’Interno, il conservatore bavarese Horst Seehofer, spera che questa misura permetta “una diminuzione drastica” delle richieste di asilo.
Bloccati davanti alla Tunisia: “Vogliamo l’Europa”
Sono in 40, tra loro anche due donne incinte, disperati dopo quasi dieci giorni in mare, la metà su un barcone alla deriva nel Canale di Sicilia. Chiedono di scendere a terra, ma non a Zarzis o Sfax: “Vogliamo l’Europa, non la Tunisia” dicono i migranti bloccati a bordo di una nave gasiera, la Sarost 5, ferma da due giorni davanti al porto di Zarzis, a pochi chilometri dalla frontiera libica. Erano partiti su un barcone da Zuwara, che è al di là del confine, come i 450 poi sbarcati a Pozzallo (Ragusa). Sono subsahariani, ma anche egiziani, bengalesi e pakistani. Il destino ha giocato loro un brutto scherzo: “Il comandante della nave – spiegano Kiri Santer di Alarm Phone e Valentin Bonnefoy di Ftdes, due organizzazioni umanitarie impegnate sul posto – aveva contattato la Open Arms prima di restare bloccato davanti alle coste tunisine. La Ong era pronta ad accoglierli ma poi la Open Arms è stata dirottata sul naufragio di martedì e la staffetta è saltata. Tunisi non vuole cedere alla richieste di fare sbarcare le 40 persone, teme di creare un precedente e di aprire dunque un canale di accoglienza non desiderato”. Se fosse intervenuta la nave della Ong i 40 migranti sarebbeo già diretti verso la Spagna e invece per loro il calvario sembra infinito. Restano nel limbo con l’equipaggio della nave che li ha raccolti il 13 luglio scorso: “Siamo in attesa di ricevere ordini dalle autorità tunisine. Lo facciamo per una buona causa, ma perdiamo soldi”, fa sapere la compagnia petrolifera Miskar. È il rischio che corrono i mercantili che salvano vite umane, come l’Aleksander Maesk bloccata per 4 giorni a Pozzallo. Dalla nave dicno: “Siamo allo stremo delle forze”. Ieri, per fortuna, il personale di soccorso è salito a bordo della nave per curare i casi più delicati e portare viveri: “Anche se le autorità tunisine accettassero di accogliere quelle persone, loro resterebbero a bordo. Vogliono arrivare in Europa perché hanno pagato tanti soldi” afferma Mongi Slim della Mezzaluna Rossa tunisina.
L’incubo è iniziato nella notte tra l’8 e il 9 luglio scorsi, su una specie di bagnarola di legno partita da Zuwara verso Malta, alla deriva prima di essere salvati, il 13 luglio, da un’altra nave commerciale, la Caroline III. Da lì sono transitati su una piattaforma petrolifera britannica e quindi accolti dalla Sarost 5. Poi il “no” di Malta e Italia e l’ok trunisino per Sfax, in seguito annullato.
La “prova” non c’è. Ora il Viminale tace sui morti in mare
Forse prima di parlare di “prove” e fake news, dinanzi alla scena del cadavere di una donna e un bambino e agli occhi sbarrati dell’unica superstite, per il Viminale sarebbe stato meglio aspettare. La pistola fumante evocata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini e dalle fonti del suo dicastero sembra infatti caricata a salve. Riassumiamo la vicenda. Due giorni fa, la Ong tedesca Proactiva con la sua nave Open Arms salva, a circa 80 miglia dalle coste libiche, la 40enne camerunense Josefa, aggrappata da 48 ore al relitto di un gommone. Accanto a lei il cadavere di un bambino e una donna. Secondo la Ong spagnola i tre sarebbero stati lasciati in acqua dalla Guardia costiera libica – che ha distrutto il natante – durante un soccorso effettuato circa due giorni prima: “I libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. Sono assassini arruolati dall’Italia”.
Salvini replica con un tweet: “Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina. Io tengo duro. Porti chiusi e cuori aperti”. Poche ore dopo, fonti del Viminale annunciano che le notizie diramate da Proactiva sono false e, soprattutto, che esiste una prova che lo dimostra. La prova viene pubblicata ieri da Il Messaggero. Il quotidiano romano intervista la cronista tedesca di Ntv, Nadja Kriewald, che era a bordo della motovedetta libica durante il soccorso di 158 persone: “Ne siamo sicuri, quando siamo andati via non c’era più nessuno in acqua”.
Il testimone “terzo” evocato dal Viminale esclude insomma di aver visto naufraghi in mare. Ma al Messaggero sembra non aver fornito la versione integrale della vicenda. Che invece riferisce ieri all’Ansa: “Il capitano libico della nostra imbarcazione mi ha riferito che un paio d’ore prima, nella stessa area, c’era stata un’altra missione da parte di un’altra imbarcazione della Guardia costiera libica”. Come dire: non c’è prova che il filmato della tv tedesca riguardi lo stesso salvataggio a cui si riferisce la Ong spagnola. In altre parole, la sopravvissuta e le due vittime potrebbero essere legate al secondo soccorso del quale, alla stessa cronista tedesca, ha parlato il capitano libico. Soccorso avvenuto soltanto un paio d’ore prima, esattamente nella stessa area.
Il deputato di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto, che da giorni è a bordo della Open Arms, su twitter parla di “maldestro depistaggio” e commenta: “Mentre una motovedetta girava la scena del salvataggio perfetto con una tv tedesca, un’altra lasciava in mezzo al mare due donne e un bambino. Sono due interventi diversi, uno a 80 miglia davanti a Khoms e l’altro davanti a Tripoli”. E anche nell’articolo pubblicato online spiega: “Ad alcune miglia nautiche dalla motovedetta ‘Ras Sdjeir‘, la situazione poteva sembrare molto diversa. C’era una nave in pericolo all’incirca nello stesso momento”. La cronista ha assistito soltanto a una delle due missioni di soccorso. Quindi esclude che in quella filmata per la sua emittente la Guardia costiera libica abbia lasciato qualcuno in mare ma non può dir nulla sulla seconda missione in mare. Peraltro, anche il suo racconto, registra l’ennesimo dramma. Quello di una mamma che vede morire la figlia di pochi mesi: “Nessuno che io abbia sentito si è rifiutato di essere salvato, erano tutti delusi di essere stati presi dalla marina libica ma felici di essere sopravvissuti. Inoltre nessuno mi ha detto che mancava all’appello qualcuno”.
Poi aggiunge di aver visto portare a bordo “una bambina della Costa d’Avorio già morta, ma lo si è scoperto solo a bordo della nave libica, perché la mamma l’ha tenuta per tutto il tempo tra le braccia in gommone senza dire che fosse morta. Probabilmente temeva che se lo avesse detto, avrebbero buttato il suo corpo in mare”. Abbiamo chiesto al ministro Salvini, attraverso lo staff che si occupa della sua comunicazione, se le notizie fornite dai giornalisti tedeschi rappresentino ancora, per lui, la prova che la Ong stia mentendo. O se invece non abbia cambiato idea. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Quella di Proactiva a Salvini è dura: vanno in Spagna perché “l’Italia non è un porto sicuro”, in particolare non è il Paese in cui ritengono opportuno far interrogare Josefa, quando starà bene, sui soccorsi libici.
Nel frattempo, al largo di Cipro, ieri è affondato un altro barcone che trasportava circa 160 persone. Il bilancio delle vittime: 19 morti. In 25 risultano dispersi. Infine ieri comandante generale delle Capitanerie di Porto, l’ammiraglio Giovanni Pettorino, nel 153esimo anniversario della fondazione del Corpo ha dichiarato che prestare aiuto “a chiunque rischi di perdere la vita in mare è segno e baluardo distintivo di civiltà”.