È uno dei provvedimenti previsti dal contratto di governo, ma in maggioranza ancora non è stata trovata l’intesa sulla legittima difesa. Da una parte la Lega, che ne ha sempre fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, dall’altra il M5S che per bocca del ministro della Giustizia Bonafede chiede “approfondimenti” e sembra frenare, anche se ribadisce che si tratta di una “priorità”. Ieri in Commissione al Senato sono stati incardinati i 5 ddl depositati, uno di iniziativa popolare, due di Forza Italia, uno di Fdi e uno della Lega. Durante il question time, però, Bonafede ha spiegato di non voler affrettare i tempi: “In considerazione della delicatezza della materia, è necessaria un’analisi approfondita delle norme esistenti e dei testi presentati”. Parole che hanno provocato la reazione dei sostenitori del provvedimento, come Forza Italia: “L’annuncio di approfondimenti sulla legittima difesa, che noi preferiamo chiamare ‘diritto alla difesa’, suona come un insulto al programma e uno schiaffo agli elettori”, ha detto Mara Carfagna. Matteo Salvini ha comunque ribadito di essere “in perfetta sintonia col ministro Bonafede: “Sono contento che la legge abbia iniziato il suo iter, non ci sarà alcuna liberalizzazione delle armi”.
App Android, la multa dei record per Google
Il copione è già visto, la cifra però è quasi il doppio della precedente: ieri è arrivata per Google la sanzione annunciata da giorni e comminata dalla Commissione Ue per abuso di posizione dominante esercitata con le applicazioni Google sui dispositivi Android. Il gigante di Mountain View dovrà pagare 4,3 miliardi di euro. Una maxi-multa, se si considera che è la più alta mai comminata da Bruxelles, meno se paragonata al fatturato dell’azienda che macina circa 100 miliardi di dollari all’anno. Precisamente, il fatturato della società madre, Alphabet, è stato 110,9 miliardi di dollari nel 2017, ovvero 94,7 miliardi di euro. Il caso Android è sotto osservazione dal 2015. Dopo un anno di indagini, nel 2016 Google fu accusata formalmente di aver obbligato i produttori di smartphone con il sistema operativo Android (il che esclude i dispositivi Apple) a pre-installare Google Search e a ‘settarlo’ come applicazione di ricerca predefinita o esclusiva. “Il nostro caso riguarda tre tipi di restrizioni che Google ha imposto ai produttori di apparecchi Android e operatori di rete – ha spiegato la commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager -. Ha usato Android come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca, negando ai rivali la possibilità di innovare e competere sui meriti”. Nulla di nuovo, insomma. Una sanzione che Big G si aspettava, nonostante abbia annunciato che farà ricorso come già per la multa precedente (2,4 miliardi per Google Shopping). Dalla sua, Mountain View ha il fatto che il sistema Android sia open source (diversamente da Ios, che è invece chiuso) e quindi a disposizione di sviluppatori e programmatori. Inoltre considera Apple un diretto concorrente. In un blog, il Ceo di Google Sundar Pichai ha dato qualche numero: “Oggi, grazie ad Android, ci sono più di 24 mila dispositivi, di ogni fascia di prezzo e di oltre 1300 diversi marchi (…) ma accomunati dalla possibilità di eseguire le stesse applicazioni”. Ha poi fatto riferimento alle piattaforme open source: “Sono a rischio frammentazione, cosa che danneggia gli sviluppatori, gli utenti e i produttori di telefoni. Le regole per la compatibilità di Android evitano che questo succeda e aiutano a renderlo una buona soluzione nel lungo termine per chiunque”. Ma non è bastato.
A Google è contestato infatti di aver “imposto ai produttori di preinstallare l’applicazione Google Search e la sua applicazione di browsing (Chrome) come condizione per la concessione della licenza relativa al portale di vendita di applicazioni di Google (Play Store)” (le regole di compatibilità di cui parla Pichai, insomma), poi di aver “pagato alcuni grandi produttori e operatori di reti mobili affinché preinstallassero a titolo esclusivo l’app Google Search sui loro dispositivi” e di aver “impedito ai produttori che desideravano preinstallare le app Google di vendere anche un solo dispositivo con versioni alternative di Android non approvate da Google (le cosiddette Android forks)”.
Ilva, ecco l’offerta di Mittal a Di Maio su ambiente e lavoro
Lo stallo sull’Ilva potrebbe sbloccarsi presto. Questa settimana arriverà sul tavolo del ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio la bozza della proposta migliorativa formulata dall’acquirente ArcelorMittal frutto delle trattative con i commissari governativi. Dopo un incontro col vicepremier, il colosso franco-indiano ha consegnato la scorsa settimana un primo testo su piano ambientale ed esuberi, che ora si sta limando. Da quanto filtra c’è un’accelerata sulle prescrizioni ambientali, con le scadenze per l’attuazione delle prescrizioni che scendono dal 2023 al 2020 per diversi interventi, tra cui la copertura dei parchi minerari; oltre a nuove misure, come l’installazione di filtri anti-inquinamento per gli altiforni. C’è poi l’impegno a sviluppare una parte della produzione a gas, senza bruciare carbone (ma si lavora a per mettere nero su bianco le date, a partire dal 2021). Per superare lo stallo dei 4 mila esuberi (su 14 mila occupati) respinti dai sindacati, la soluzione potrebbe essere portare le assunzioni a 10.500 entro un anno con incentivi all’esodo per 500 lavoratori. I restanti 3 mila resterebbero in capo all’amministrazione straordinaria per lavorare alle bonifiche con la cassa integrazione fino al 2023 e l’impegno dell’azienda a riassorbirli. Si punta a chiudere entro luglio.
Su Alitalia, invece, non ci sono novità. Ieri il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha spiegato che si lavora per “farla ritornare compagnia di bandiera e portare il 51% in mano all’Italia”. Al momento, però, al Mise non ci sono sviluppi. Ci sarà un nuovo incontro con i commissari a fine mese. L’ingresso dello Stato è un’ipotesi, ma non attraverso le Ferrovie. L’unica certezza è che a settembre, forse il 23, l’Ue boccerà come aiuto di Stato il prestito ponte statale da 900 milioni. A ore è attesa una nuova richiesta di chiarimenti al governo italiano da parte di Bruxelles.
Banca nel caos: i magistrati di Milano indagano su Carige
La Procura di Milano sta indagando su Carige. I pm milanesi sono competenti sulla banca genovese in quanto quotata in Borsa. Il fascicolo, aperto nelle scorse settimane, arriva dopo mesi di polemiche e dopo le dimissioni di tre membri del consiglio di amministrazione: Giuseppe Tesauro (l’ex presidente), Francesca Balzani e Stefano Lunardi. Proprio la lettera di dimissioni del commercialista genovese potrebbe essere uno degli elementi su cui si concentra l’attenzione dei pm milanesi.
Già la Consob, nelle scorse settimane, aveva cercato di acquisire elementi per approfondire i rilievi di Lunardi. Il documento, agli atti della banca, puntava il dito contro le “richieste di extra budget di quasi 13 milioni per spese legali 2017-2018 inerenti il programma di derisking di sofferenze, le richieste di extra budget di oltre 17 milioni per consulenze per operazioni straordinarie, l’inserimento nel budget 2018 di 14 milioni per ‘costi relativi alle operazioni straordinarie’”. Ma Lunardi parlava anche di un “cost/income cresciuto a livelli insostenibili (98,5% nel 2017, poiché riclassificato, altrimenti ben superiore al 110%)”. A suscitare fortissime polemiche in consiglio c’erano anche alcuni dettagli legati all’ultimo aumento di capitale. In particolare le spese: 52 milioni, hanno sostenuto i consiglieri dimissionari, di cui 43 al consorzio composto tra l’altro da Credit Suisse e Deutsche Bank. Troppo, si sostiene, per garantire 180 dei 550 milioni richiesti (gli altri sono stati garantiti dai soci Malacalza e Gabriele Volpi, da Equita e da fondi). Così come c’era stata battaglia sulle cessioni di alcuni gioielli di famiglia. In primis la partecipazione nell’Autostrada dei Fiori per 88 milioni, il valore iscritto a bilancio. Il timore, hanno sostenuto gli avversari dell’ad Paolo Fiorentino, è che alla fine di queste operazioni la banca risulti svuotata e che finisca inesorabilmente per essere incorporata. Accuse respinte da Fiorentino e dai suoi collaboratori nel corso di tempestosi cda: i costi, hanno replicato, sono ai livelli dei migliori istituti, mentre il problema sono i ricavi che sarebbero calati per le operazioni di derisking compiute nel 2017.
A suscitare l’attenzione della Consob è stato un passaggio della lettera di Lunardi finora inedito: si parla di una “riscontrata situazione di deficit patrimoniale rispetto al target di total capital ratio, del tutto imprevista nel piano strategico propostoci appena nel settembre 2017… e accaduta nonostante un rafforzamento patrimoniale che sfiora nel complesso 1 miliardo e che avrebbe dovuto consentire il rispetto di tale target”. Nell’affrontare il deficit “l’organo amministrativo è stato svuotato delle proprie prerogative strategiche… nella pianificazione sono state incluse variazioni rilevanti – eppure non ancora deliberate dal competente organo strategico”. Ancora: il deficit “non è stato riportato con la dovuta enfasi e analisi – all’organo amministrativo – nei primi mesi del 2018, approcciando la questione compiutamente solo sotto approvazione del primo rendiconto trimestrale, e riferendo che si sarebbe trattato di violazione riferibile alla data del 31 marzo 2018, salvo poi scrivere alle Autorità che la violazione retrodatava al primo gennaio 2018”. L’accusa ai vertici è di aver estromesso parte del cda. Addebiti respinti ai piani alti della banca: “I dati riferiti dai consiglieri dimissionari sono inesatti. Abbiamo informato tutti”.
Intanto comincia la guerra legale tra Vittorio Malacalza, primo azionista con il 20,6%, e l’ad Fiorentino. Malacalza ha conferito incarico all’avvocato Alessandro Vaccaro “di prendere in esame documenti, condotte e fatti posti in essere da soggetti apicali… al fine di valutare” eventuali azioni legali.
Immediata la replica di Fiorentino: “Facciano pure. Siamo tranquillissimi”.
Il leghista vede al-Sisi al Cairo: si parla di Regeni e Tripoli
Un viaggiolampo e a sorpresa in Egitto, per incontrare il presidente Abdel Fattah al-Sisi e tornare a chiedere verità sull’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso nel 2016. Ieri il vicepremier e ministro dell’Interno Salvini è stato a Il Cairo, dove ha ricevuto nuove rassicurazioni dal capo di Stato egiziano sulla “volontà e il grande desiderio di arrivare a risultati definitivi delle indagini” e di “scoprire i criminali per fare giustizia su questa vicenda”. Nell’incontro, alla presenza del ministro egiziano Mahmoud Tawfiq e del capo dell’intelligence, si è parlato anche di Libia e di flussi migratori: in particolare, le parti hanno convenuto sull’importanza di risolvere la crisi ricostruendo le istituzioni locali. “C’è bisogno di cautela e rispetto”, ha detto Salvini al suo rientro a Roma. “Con l’Egitto, che è un interlocutore privilegiato, riteniamo che la stabilizzazione non debba passare per balzi in avanti come quelli previsti dai francesi che, questa è la mia convinzione, sono dettati esclusivamente da interessi economici. L’obiettivo è eleggere un governo e un parlamento che abbiano un unico esercito”.
Salvini andrebbe fermato Anche con modi bruschi
C’è qualcosa di insopportabilmente osceno nell’uso che viene fatto delle immagini della madre e del suo bimbo morti in mezzo al mare. Non ci riferiamo ovviamente allo strazio che suscitano e neppure alla cronaca che ce le ha mostrate. Ma al “dibattito” che subito si è acceso intorno a quei cadaveri, nel tentativo di tirarli da questa o da quella parte. O di tirarseli addosso. Il fatto è che quei poveri corpi – come tutti i corpi sepolti nel grande cimitero chiamato Mediterraneo – ci appartengono. In quanto partecipi della nostra natura umana. In quanto vittime dell’olocausto permanente che si svolge sotto i nostri occhi.
No, per carità, qui non c’entra la suprema idiozia del siamo tutti responsabili (affinché nessuno possa essere dichiarato tale). Chi è credente potrà recitare l’atto di dolore chiedendo misericordia per tutta quella sofferenza. Pregando che un giorno non ci ritorni addosso. Chi vive nella realtà di questo mondo potrà, dovrà, molto laicamente interrogarsi. Su ciò che è stato e che non è stato fatto. Su ciò che “noi” potevamo fare. Se dunque, oggi, al centro di questo rancoroso campo di Agramante ci sono Matteo Salvini e le sue politiche sull’immigrazione, cominciamo dalla parte più difficile. Da questa, a cui sento di appartenere. La parte del “bene”. Per non fare torto a nessuno rivolgerò anche a me stesso le domande (e i rimproveri) che non è possibile eludere con un taglio netto, dicendo semplicemente che tutto il “male” alligna nel campo opposto.
A pensarci bene, la domanda resta una soltanto. L’ho scritto e lo ripeto: dov’ero io, dov’era la nostra sacrosanta indignazione, dov’erano le nostre magliette rosse negli ultimi quindici anni quando – sicuramente prima dell’avvento di Salvini al Viminale – nel mare nostrum sono annegati 34.361(trentaquattromilatrecentosessantuno) esseri umani. Come minuziosamente documentato (data e causa del decesso, genere, età, luogo di origine, quasi tutti N.N.) nel rapporto ufficiale (datato 5 maggio 2018) meritoriamente pubblicato dal manifesto, insieme ad altre testate europee, lo scorso 22 giugno. Cinquantasei pagine nere che noi “buoni” dovremmo tenere sul comodino in memoria della nostra (mia) ignavia. Con questo non mi permetterei mai di accomunare nel giudizio quel mondo silenzioso che malgrado tutto ha salvato, ha curato, ha ospitato. E che ha avuto la forza di raccontare. Due nomi per tutti: Giovanni Maria Bellu, che svelò la tragedia di Portopalo; le pagine su Lampedusa, frontiera dell’inferno, scritte da Fabrizio Gatti. Non sorprende che nello strepitio di questi giorni le loro voci non si siano udite.
Matteo Salvini non è un fascista. E neppure un assassino. Per quelle cose ci vuole talento. Salvini è l’uomo dalla biografia senza qualità che dopo lunghi anni di attesa nelle retrovie della politica, mentre cominciava a perdere i capelli si è chiesto ‘cosa farò da grande’. Così si è accorto che, grazie soprattutto a quelli che c’erano stati prima, si era formato nel Paese un lago sotterraneo che ribolliva di rabbia e di paura inespressa. Ha pensato che poteva essere uno straordinario business elettorale e ha cominciato a pompare in superficie grandi quantità di quella rabbia e di quella paura dicendo: ora che ci sono io, per gli untori che causano questa peste la pacchia è finita.
Il fatto è che nel mentre veniva nominato ministro degli Interni, una delle cause che maggiormente avevano suscitato paura (e rabbia) – l’immigrazione clandestina – era in via d’esaurimento. E anche la “pacchia” non era poi così evidente. Poteva il nuovo profeta dell’ordine (e di una carabina per tutti) rassegnarsi a gestire scartoffie o ad avvicendare qualche prefetto? Infatti, in men che non si dica ha chiuso i porti alle Ong. Ha dato mano libera, e fornito navi militari, ai poco affidabili libici. Ha stretto accordi con il gruppo di Visegrad, che vogliono rispedirci indietro migranti a volontà. Cosicché sulle coste italiane gli approdi continuano a diminuire. Perché aumentano i morti. Sì, la pacchia è davvero finita. Adesso Salvini andrebbe seriamente fermato. Anche con modi bruschi. Ma dubitiamo che Conte, Di Maio e i Cinque Stelle ne abbiano davvero voglia. Certo è che continuare a gridargli assassino di bambini fa solo il suo gioco. La guerra tra ipocrisia e cinismo sulla pelle (nera) della disperazione non si sopporta più.
Attivista assunta al Mise, la replica: “È onesta e capace”
Si chiama Assia Montanino, ha 26 anni, è di Pomigliano d’Arco (lo stesso paese d’origine di Luigi Di Maio), ed è appena stata assunta al ministero dello Sviluppo economico da lui diretto. Un articolo pubblicato ieri sul quotidiano Il Giornale attacca il ministro per il caso dell’attivista (in passato anche candidata alle elezioni nel suo Comune) arrivata al Mise per chiamata diretta, e senza ancora la pubblicazione del curriculum sul sito del Dicastero. Di Maio, però, ha replicato alle accuse spiegando che la Montanino “è figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai e ho avuto modo di conoscere anni fa, si è sempre distinta per le sue capacità di gestire situazioni complesse. Questo schifo va messo nella categoria della stampa spazzatura”. Anche dal Movimento precisano che la ragazza “è capo segreteria del ministro al Lavoro e poi sarà anche capo segreteria del Mise, con lo stesso stipendio”. La diretta interessata, invece, ha annunciato querela: “Le illazioni sulle mie competenze le ritengo inaccettabili e gli autori ne dovranno rispondere in tribunale”.
Ecco i nomi per il Csm Non c’è. Alpa ma passa un prof. “renziano”
Il mentore del premier Conte, il professor Guido Alpa, alla fine non sarà uno dei membri laici del Csm in quota M5s. Ma fra i selezionati con il voto degli iscritti c’è Filippo Donati, professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università di Firenze, in passato firmatario di un manifesto a sostegno del referendum costituzionale voluto da Renzi. Ieri il Movimento ha scelto su Rousseau i nomi che oggi saranno votati dai suoi parlamentari per il Consiglio superiore della Magistratura. Il più votato (con 4.669 preferenze, più del doppio degli altri) è stato Alberto Maria Benedetti, ordinario di diritto privato a Genova, seguito appunto da Donati e da Fulvio Gigliotti, accademico di Catanzaro; in teoria al M5s spettano 3 posti, quindi resterebbero fuori Vito Mormando e Edoardo Chiti. La votazione non è stata però priva di polemiche, visto che anche un deputato pentastellato, Andrea Colletti, ha criticato il metodo di composizione della lista dei candidati: “Avrebbe dovuto esserci più condivisione con i parlamentari, come 4 anni fa. E poi io non avrei mai fatto il nome di Donati. Noi siamo il Movimento 5 Stelle e non il partito democratico toscano”.
Dl Dignità, caso chiuso: niente “manina”. Nuovo scontro Di Maio-Confindustria
Il caso degli 8.000 precari che rischiano di restare disoccupati col decreto dignità è chiuso: non c’è stata nessuna “manina” che ha inserito all’ultimo quei numeri nella relazione tecnica all’insaputa del ministero di Luigi Di Maio, anche se restano frutto di una simulazione arbitraria dell’Inps di Tito Boeri. Lo ha di fatto ammesso lo stesso Di Maio ieri in audizione alle Camere, dove ha spiegato che al ministero sono arrivate due relazioni, una il 5 luglio e l’altra l’11 alle 20, inviata dall’Inps, “che abbiamo letto la mattina dopo, quando il presidente della Repubblica firmava il decreto. Nella prima è individuata una previsione ma non gli impatti finanziari della Naspi, l’assegno di disoccupazione, comparsi solo nella seconda”.
Riassunto: il 5 luglio l’Inps invia la sua simulazione al ministero, validata dalla Ragioneria. Si basa su un assunto: il limite dei contratti a termine scende a 36 a 24 mesi, oltre i quali ce ne sono 80mila che non possono essere rinnovati; l’Inps assume che il 10% non verrà stabilizzato, cioè 8mila (lo 0,4% dei contratti a termine). Poco più di un rumore statistico, ma che ottiene una rilevanza enorme sui giornali. Di Maio parla di un numero “apparso la notte prima della firma”, per poi attaccare Boeri – insieme al collega dell’Economia, Giovanni Tria – giudicando “senza fondamento scientifico” la stima e ribadendo che c’è stata “una manina”. Che però riguarda solo l’impatto della Naspi (119 milioni nel 2019, 3,7 dal 2021), comparso all’ultimo, ma per volere della Ragioneria. Ieri Confindustria ha attaccato nuovamente il decreto su quei numeri. “Fa terrorismo psicologico”, ha replicato Di Maio. Che ha sottostimato l’impatto mediatico dei dati dell’Inps (e del suo presidente).
Il Pd a Torbella: “Mai visti da queste parti”
“Dicono che non ci hanno mai visto da queste parti? Va bene, adesso eccoci qui”. La prima riunione della nuova segreteria del Partito democratico inizia con un’ammissione di colpa e col tentativo di riparare ai danni fatti negli ultimi anni. La scelta del luogo non è casuale: Maurizio Martina raduna i suoi alla libreria Booklet Le Torri di Tor Bella Monaca, quartiere della periferia romana dove i passanti non nascondono il proprio stupore per l’arrivo dei pezzi grossi del partito.
Qui tre anni fa Fabrizio Barca, incaricato di mappare i circoli dem della capitale, stroncò l’apparato locale, buono solo come “arena di scontro di poteri” e “lontano dai bisogni del territorio”. E qui vive Pina Cocci, militante Pd che lo scorso maggio in assemblea tuonò contro la dirigenza dem: “Ma a Tor Bella Monaca chi v’ha mai visto?”.
Cambio di strategia o soltanto una passerella occasionale? Matteo Orfini arriva tra i primi, attorno alle 14, e assicura che il rinnovamento dei circoli, Tor Bella Monaca compreso, va avanti da tempo e prima o poi porterà risultati. Martina parla di un ritorno nei quartieri popolari, della volontà di diventare “un partito di strada” e del bisogno di ascoltare i cittadini. “Su questo vi inviterei a non ironizzare”, avvisa i cronisti il segretario, immaginando le facili obiezioni di chi ormai ha familiarizzato con promesse del genere, soprattutto da sinistra. Ma per il momento anche Gianni Cuperlo, tra i più duri con i vertici del partito negli ultimi anni, apprezza il segnale di una riunione lontana dai palazzi del centro: “Dobbiamo recuperare umiltà, questo è un passo nella direzione giusta”.
Un altro passo proverà a farlo oggi Martina, in visita a Palermo per commemorare la strage di via D’Amelio e per incontrare attivisti e associazioni del quartiere Zen. Poi a fine mese la segreteria tenterà di dar seguito ai buoni propositi ritrovandosi a Napoli, ancora in una zona periferica della città.
Per il momento, però, c’è Tor Bella Monaca o “Torbella” come dicono a Roma. La libreria Booklet è l’unica del quartiere, in mezzo a un bazar cinese e la bottega di una parrucchiera. L’ha aperta da pochi mesi Alessandra Laterza, imprenditrice iscritta al Pd rimasta delusa quando si accorse che in zona non c’erano spazi per ospitare la presentazione del libro di Matteo Renzi. Un buon motivo per farsi coraggio, a maggior ragione se oggi la segreteria sventola le due ore di riunione nella libreria come il simbolo della propria rinascita nei territori. E pazienza se un cliente, uscendo dal negozio, fa notare che in fin dei conti il quartiere non è stato coinvolto nell’iniziativa: “Non ho la pretesa che un quartiere viva una riunione di partito – sminuisce Martina – quel che conta è che questo sia l’inizio di un percorso”.
Un percorso per recuperare chi, come un abitante della zona, passa lì vicino con la maglia rossa della Cgil e ammette di trovare più credibile Matteo Salvini rispetto al centrosinistra. Paradossi di periferia che il Pd promette di non ignorare più.