L’eletto e il dirottato. La lunga mano di B. che ha convinto M5S

“Mi sento frullato, senza forze in una giornata senza tempo”. Alberto Barachini, stanco ma felice, era fino a qualche mese fa un giornalista Mediaset. Poi Berlusconi ha deciso di nominarlo senatore e i Cinquestelle, pur di non votare Maurizio Gasparri, hanno scelto di eleggere lui presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza.

Gasparri, io ancora non ci posso credere. Questo è uno sfregio alla sua storia, anche alla sua carriera. Sostengono un dipendente Mediaset pur di non farle aprir bocca sulla Rai.

Chi conosce il sottoscritto sa che è una personalità politica forte. Hanno invece optato per una figura debole. Tutto si tiene.

Barachini, immagino abbia chiarito subito con il suo amico Gasparri.

La prima cosa che ho fatto. Tenevo a dire a Maurizio la mia assoluta correttezza, e credo che possa testimoniarla. Ci mancherebbe anche questo, poi”.

Gasparri: Comunque io sono anche membro della Commissione di Vigilanza. E adesso verrà il bello.

Barachini: Io sono buono come il pane. Mi faccio concavo e convesso.

Gasparri: I Cinquestelle presto impareranno a conoscermi meglio, sapranno di che pasta sono fatto. Almeno un’ora al giorno, per tutta la legislatura, la dedicherò a loro.

Li attenzionerà, come scrivono nei verbali i militi dell’Arma, di cui è fan accanito.Gasparri: Hanno tentato di giustificarsi dicendo che sarei in conflitto di interessi avendo firmato la legge sull’emittenza. Sono balle. Mi temono, ecco.

Sono questioni interne di Forza Italia, non mi va di mettere becco.Barachini: La realtà a volte supera l’immaginazione. La politica sta vivendo un momento storico.

Gasparri: Credono che io dimentichi le cose. Da domani si riapre il dossier sulla colf di Fico, il presidente della Camera.

Barachini: Ho lavorato al Tg4, poi alle all news di Mediaset, infine al Tgcom. Mi ha voluto Berlusconi qui al Senato, dopo avermi messo al lavoro per seguire la comunicazione di Forza Italia e di curargli la campagna elettorale.

Gasparri:Comunque io sono presidente della Giunta per le elezioni. Mi hanno dato questa nomina un po’ come suggello della mia attività. Honoris causa, si potrebbe dire.

Barachini: Ho un buon carattere, rispondo col sorriso a tutti. Secondo me il sorriso è il più potente dei balsami. Fa campare meglio, fa vivere più a lungo e cambia il registro del confronto, anche il più duro e acceso.

Gasparri: Da parte mia nessuna rappresaglia, non ce n’è motivo. Solo che farò al meglio il mio mestiere di oppositore. Prendo semplicemente atto, conosco la politica e gli italiani conoscono la mia storia. La personalità ce l’ho, inutile girarci intorno.

Barachini: Non vorrei finire nel tritacarne, già so che questa intervista è ad alto rischio. Io chiedo: non abbiate pregiudizi. Ho garantito la mia imparzialità.

Gasparri: Una presidenza forte è molto meno disponibile al compromesso, molto più autorevole. Si vede che do fastidio.

Barachini: Milito nell’Azione cattolica, ho tre figli. Alla messa domenicale non manchiamo mai.

Gasparri: Voi del Fatto siete pericolosi, io con voi non dovrei parlare.

Barachini: Voi del Fatto siete pericolosi, lo dico con simpatia. Per favore trattatemi con equità, senza pregiudizio. Ho un buon carattere ma non significa che non ho carattere.

Gasparri: Sono vaccinato, ormai non me la prendo. Ma mi toglierò lo sfizio di documentarmi sul mondo a Cinquestelle e non mancherò di segnalare, come del resto è mio dovere.

Barachini: Mi sono dimesso da Mediaset, sarò aperto al confronto e utilizzerò il mio ruolo di garanzia.

Gasparri: Farò sia il presidente della Giunta che il membro della Vigilanza. Perché, ha qualche problema?

Barachini: Effettivamente, sento molto questa responsabilità.

Gasparri: Ogni cosa a suo tempo. Garantito.

Rai lottizzata come sempre, un ex Mediaset in Vigilanza

Il partito Mediaset entra in Viale Mazzini attraverso la porta principale: Alberto Barachini, che in quell’azienda lavorava ed è vicinissimo a Silvio Berlusconi, è il nuovo presidente della Commissione di Vigilanza Rai. E Matteo Renzi riesce nell’intento di mettere un suo uomo alla guida del Copasir: si tratta di Lorenzo Guerini, che in realtà garantisce molti, almeno nel Pd e in Forza Italia. Il Nazareno raggiunge un risultato al quale stava lavorando da settimane. A trionfare è l’“accordone” complessivo. Non solo tra Dem e azzurri, insieme all’opposizione più nell’opportunità del momento che nella sostanza. Ma anche con Fratelli d’Italia, l’ibrido per eccellenza. E soprattutto con la maggioranza: FI ha trattato fino all’ultimo con la Lega, ai Cinque Stelle sono state garantite vice presidenze di peso. Girandole di colloqui ci sono stati negli ultimi giorni tra Annamaria Bernini, capogruppo in Senato di Forza Italia, Giorgetti, sottosegretario a Palazzo Chigi, Marcucci e Delrio, capigruppo del Pd a Palazzo Madama e a Montecitorio.

Ieri mattina in Vigilanza c’era stato un momento di suspense: durante le prime due votazioni, la Lega non aveva votato Barachini; il suo sì è arrivato solo alla terza. Un modo per far sentire a Forza Italia la sua pressione: i Cinque Stelle hanno votato scheda bianca (anche se Barachini era considerato più “potabile” di Gasparri) e senza i voti del Carroccio, sarebbe saltato tutto. Solo alla terza votazione, la Lega ha votato il nome indicato dall’opposizione: e così Barachini è stato eletto. Vicepresidenti, Antonello Giacomelli (Pd), vicino a Luca Lotti e Primo Di Nicola (M5S). A denunciare la cosa sono stati il capogruppo M5S in Commissione, Gianluigi Paragone (“Voglio sperare che Barachini non lavori al servizio di Mediaset”) e Pier Luigi Bersani di LeU (“l’accordo Pd-Forza Italia è dadaismo puro”). Denunciano l’“istituzionalizzazione del conflitto di interessi”, Fnsi e Usigrai. Dentro Forza Italia, la cosa non è andata liscia: Fedele Confalonieri e Gianni Letta spingevano per Maurizio Gasparri. Sembrava anche più “affidabile” di Barachini, in virtù delle sue leggi. Per lui c’è la compensazione: la guida della Giunta per le elezioni a Palazzo Madama. Non è un mistero che Matteo Salvini avrebbe preferito che la Vigilanza andasse al Pd e i servizi a FI (o a FdI). Ma alla fine, Guerini l’hanno votato sia Lega che M5s. Vicepresidente Urso (FdI) e segretaria la Dieni (M5S). Alla Giunta per le Elezioni della Camera va Giachetti, a quella delle Autorizzazioni, Delmastro (FdI).

Eletti anche i 4 membri del Cda Rai. Premiata la fedeltà. Il Pd renziano ha voluto la conferma di Rita Borioni. Gli altri hanno cercato di bloccarla. Praticamente tutti i membri delle Commissioni di garanzia sono uomini vicini all’ex segretario. In quota M5S entra Beatrice Coletti, per la Lega Igor De Biasio e per FdI, Giampaolo Rossi (in passato legato a Deborah Bergamini).

Nomine governative in alto mare. La ferma opposizione di Lega e 5Stelle a Dario Scannapieco, che il ministro dell’Economia Tria voleva alla guida di Cdp ha bloccato tutto. Si è fermata anche la trattativa sulla Rai. Per la presidenza in questi giorni si è fatto il nome di Giovanna Bianchi Clerici (già in passato nel Cda), figura che sarebbe gradita alla Lega, ma la cui candidatura non è mai stata avanzata ufficialmente. Complicata la ricerca dell’ad, che spetterebbe ai Cinque Stelle: gira il nome di Gianpaolo Tagliavia, direttore digital Rai. Il tutto è complicato dal tetto complessivo di 240 mila euro. Per molti, troppo pochi. Da riempire anche la casella di Ferrovie dello Stato, che vorrebbe la Lega. Difficilmente domani il Cdm farà le nomine.

Lettera a Juncker e Tusk: “Sbarchi gestiti dalla commissione”

L’idea è di rendere permanente e strutturata quella condivisione dei migranti al momento del loro arrivo in Italia, cioè sul suolo europeo, prima ancora di stabilire chi ha diritto di asilo e chi è soltanto un migrante economico. Ecco il testo della lettera del premier Giuseppe Conte inviata martedì 17 luglio al presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, e a quello del Consiglio Ue, Donald Tusk: “La vicenda dell’imbarcazione proveniente dalla Libia con 450 persone a bordo alla cui presa in carico stanno contribuendo diversi Stati membri dell’Ue ha fornito due importanti conferme: la fattibilità di azioni condivise degli Stati membri Ue per gestire la sfida migratoria; la particolare urgenza di attuare le conclusioni del Consiglio europeo (…) Gli eventi dimostrano che è essenziale dotarsi da subito di un meccanismo europeo per la gestione rapida e condivisa dei vari aspetti relativi alle operazioni di Search and Rescue, ricerca e soccorso. Si dovrebbe creare al più presto una ‘cellula di crisi’ con il compito di coordinare azioni condivise e complementari da parte degli Stati membri, in particolare con riguardo all’individuazione del porto di sbarco e dei Paesi disposti ad accogliere le persone soccorse. Il mio suggerimento è che tale meccanismo venga coordinato dalla Commissione europea (dalla direzione generale Home, ad esempio). L’argomento è stato oggetto di un primo scambio di idee in occasione degli incontri che la direttrice generale della Fg Hom, Paraskevi Michou, ha avuto il 16 luglio a Roma con le amministrazioni competenti. Anche sulla base di tali preliminari contatti, l’Italia trasmetterà un contributo tecnico”.

Questo il testo della lettera. Anche la condivisione die 450 migranti, accettata da 6 Stati Ue è avvenuta sulla base di una lettera spedita a Juncker e Tusk il 14 luglio e fatta pervenire attraverso i canali diplomatici della Farnesina a tutti i capi di Stato e di governo coinvolti.

L’altro tavolo su cui si muove il governo è quello delle missioni navali: l’Italia chiede che diventi subito operativa Themis, operazione gestita dall’agenzia Ue Frontex, che supera il principio del porto più vicino, cioè non prevede più l’automatismo dello sbarco in Italia per chi viene salvato nel Mediterraneo.

“Per gestire sbarchi e migranti serve un comitato di crisi Ue”

Grillo l’ha mai incontrato?

Una volta, in campagna elettorale, dopo la presentazione della squadra degli aspiranti ministri 5Stelle. Mi ha detto: ‘Ah, tu fra tutti sei quello normale…’. Forse perché appaio un po’ paludato, sempre in giacca e cravatta.

Ha detto, nell’unica intervista tv, che il suo cuore batteva a sinistra. Per chi votava?

Votai l’Ulivo di Prodi, una volta credo i centristi (mai FI né An). E il Pd fino al 2013. Ma poi, deluso, mi sono ravveduto. Nel 2018 ho votato M5S.

Cosa l’ha delusa del Pd?

Già l’Italicum non mi piaceva, ma la goccia che fece traboccare il vaso fu la riforma costituzionale. Al referendum votai convintamente No.

Chi è il suo modello di premier?

Aldo Moro.

E fra i viventi?

Senza offesa per nessuno, sempre Moro.

Come ha conosciuto Maria Elena Boschi?

All’università. Insegnavo Diritto civile alla scuola specialistica di Firenze per le professioni legali, fu formata la commissione esaminatrice e lei ne faceva parte: mi aiutò a correggere i compiti.

Mai stato iscritto a partiti?

Mai avuto tessere. Agli scout, scappai un attimo prima di prendere quella dell’Agesci.

Scout cattolici: è credente?

Sì.

È vero che è vicino all’Opus Dei?

No, mi avevano proposto di entrarci, ma ho rifiutato.

La massoneria è di casa negli atenei: mai avuto a che fare?

Mai. Se qualche massone ha provato ad avvicinarmi, non l’ho capito o non me ne sono accorto.

Lo scandalo dei baroni e dei concorsi truccati ha squadernato un sistema orrendo. Che si può fare per riportare merito e trasparenza?

Ogni riforma ha fallito, compresa la Gelmini che infilò nelle commissioni lo ‘straniero’, una specie di marziano di Flaiano, che poi marziano non era perché tutti conoscono tutti. Perciò può non servire neppure il sorteggio dei commissari. Una soluzione potrebbe un ferreo codice di autodisciplina in cui tutti si impegnino a rispettare i principi dell’art. 54 della Costituzione: disciplina e onore.

Parliamo di immigrazione. Chi ha ragione fra la Ong Open Arms che accusa la Libia e l’Italia per gli ultimi due morti in mare e Salvini che parla di fake news?

Non abbiamo ancora informazioni risolutive, ma è inaccettabile che un’Ong – ammesso e non concesso che sia mancato il pronto intervento della Guardia costiera libica – incolpi il governo italiano.

Lei rivendica il successo della suddivisione “volontaria” per quote fra 5 Paesi Ue più l’Italia dei migranti dell’ultimo sbarco. Ma come può pensare che la soluzione, a ogni barcone in arrivo, sia attaccarsi al telefono e chiedere aiuto ai 26 partner europei?

Le do una notizia: ieri sera (martedì, ndr) ho scritto la seconda lettera a Juncker e Tusk per chiedere che quel che è avvenuto domenica diventi una prassi, affidata non più alle nostre telefonate ai partner, ma a un gabinetto o comitato di crisi sotto l’egida della Commissione Ue, che poi si faccia mediatrice con i vari governi.

Una politica che stona con le sparate di Salvini sulla “pacchia” e le “crociere” dei migranti. Perché non interviene mai a zittirlo, in nome di un minimo di umanità?

Col ministro Salvini non parliamo di scelte lessicali, ma non mi pare una persona indifferente a certi valori. Parla per noi la nostra politica, finalizzata a ridurre le partenze e dunque i morti in mare, evitando di metterci ogni volta dinanzi a un drammatico dilemma morale. Se poi – come confido avverrà – altri Paesi extraeuropei accetteranno di creare non hotspot, ma ‘centri di protezione’ per esaminare le richieste di asilo, i veri profughi che avranno diritto di venire in Europa potremo portarli direttamente noi, con corridoi umanitari, stroncando il traffico degli scafisti.

Ma Dublino è ancora in vigore e la condivisione europea è solo su base volontaria. Ripeterebbe che al Consiglio d’Europa di fine giugno l’Italia ha vinto all’80%?

Sì, perché so com’è andata quella notte. Alle 5 meno un quarto del mattino, si alza un premier e dice: ‘Non accetteremo mai che Giuseppe chieda 10 e ottenga 10’. Rifiutava persino la dichiarazione iniziale per cui chi sbarca in un Paese europeo, cioè soprattutto in Italia, sbarca in Europa. I lavori sono stati sospesi per un quarto d’ora, poi alla ripresa il principio è passato.

Ma gli amici di Salvini, i Paesi di Visegrad capitanati da Ungheria e Repubblica Ceca, non accolgono nessuno. Che senso ha l’asse con loro?

Sto cercando di convincerli – perciò ho appena invitato il premier ceco a Roma – che nemmeno loro, che non affacciano sul Mediterraneo, sono immuni dal problema. Che bisogna controllare a livello europeo flussi e accoglienza per affrontare le questioni non solo migratorie, ma anche demografiche, che prima o poi toccano tutti. Qualcuno prima, altri fra qualche anno.

Come potete chiedere, con Salvini, che quelli libici vengano dichiarati porti sicuri? La Libia non è uno Stato e non ha un governo unico.

Lavoriamo per stabilizzarla. Con tutti i soggetti in campo.

Incontrerà anche il generale Haftar?

Lo vedrò. In autunno organizzerò qui in Italia una conferenza sulla Libia, invitando tutti gli stakeholder interessati all’area, dai governi europei agli Usa ai governanti dell’Africa mediterranea.

Macron lo sa?

Gliel’ho detto fin dal G7: l’obiettivo non sono le elezioni in Libia entro dicembre, ma la stabilizzazione del Paese: senza, le elezioni possono diventare un boomerang e moltiplicare il caos.

Ma per Macron la Libia è roba sua.

Se davvero la pensasse così, sbaglierebbe di grosso. La Libia non è né sua né nostra, è uno Stato indipendente che storicamente ha un rapporto privilegiato anche con l’Italia. Noi non ci rinunceremo mai.

Appena divenuto premier, lei s’è trovato catapultato al G7: come l’hanno accolta gli altri capi di governo?

Fino al giorno prima la Merkel e Trump li vedevo in tv. Ma mi sono subito calato nella parte e ho avuto la fortuna di conoscerli tutti insieme, anche in una serie di incontri bilaterali di mezz’ora ciascuno. Molto utili per stabilire un rapporto schietto, in vista degli incontri europei seguenti.

Con chi va più d’accordo?

Con tutti.

Anche con Macron?

È molto friendly e franco, a prescindere dalle frizioni che nascono dal fatto che lui difende gli interessi dei francesi e io quelli degli italiani.

Come ha reagito la Merkel quando lei ha rifiutato l’accordo per riprendersi i migranti “secondari”?

Ha apprezzato la mia franchezza. Le ho detto che dei movimenti secondari potremo occuparci solo quando l’Ue avrà preso impegni seri su quelli primari. Ha capito.

Parliamo di Rai: il governo sta per nominare il dg e i partiti il Cda. Ma per farne che? Qual è la vostra idea di Rai? Spezzettarla, privatizzarla, lasciarla così?

Difendere il servizio pubblico, assicurare una pluralità di voci, differenziare i canali e averne almeno uno senza, o con pochissima pubblicità. Il resto lo scriveremo in una riforma organica.

Lei che cosa guarda in tv?

Pochissimo: partite di calcio, o di tennis, e film d’autore.

Gioca a calcio e a tennis?

Giocavo, poi mi sono rotto il menisco e il legamento crociato, e dopo l’operazione non mi sono sentito più sicuro.

Che libri legge?

Noiosissimi testi di diritto. E, quando posso, letteratura. Il mio preferito è Saramago.

Ripristinerebbe l’art. 18?

Aspettiamo che sul punto si pronunci la Consulta. Intanto col dl Dignità abbiamo alzato l’indennità ai lavoratori licenziati illegittimamente.

Lei ha capito se il complotto evocato da Di Maio sulla “manina” che ha infilato il virus nel decreto Dignità è dell’Inps di Boeri o della Ragioneria dello Stato?

Non ho tempo per fare il detective. Certo quel numero di 8 mila disoccupati all’anno è arrivato all’ultimo, fuori tempo massimo perché potessimo controbattere con dati più attendibili a quelle stime poco plausibili. Avendo iniziato la carriera come giuslavorista, avrei parlato volentieri anch’io, se avvertito per tempo.

Pensa, come i 5Stelle, che qualcuno all’Economia remi contro e urga una bonifica?

Per carità, nessuna bonifica ambientale. Se dobbiamo cambiare o nominare qualcuno, seguiremo come sempre criteri di merito e professionalità, non di obbedienza.

Boeri scade a dicembre: sarà confermato?

Glielo dico a dicembre.

Anche Tria, che fa il poliziotto cattivo sulle coperture finanziarie, è nel mirino della maggioranza. È in bilico?

Ma no, lui è il Cerbero che deve far di conto. È il suo mestiere, nessun allarme. Voi non ci crederete, ma sono testimone diretto dei Consigli dei ministri: malgrado le voci di liti, non sono mai volate parole grosse o insulti. Se poteste assistere, vi annoiereste mortalmente. Per ora andiamo tutti d’accordo: anche quando ci sono posizioni diverse, la mia mediazione di giurista pragmatico vince sempre. E pure chi sembra più esuberante poi si rivela più ragionevole di quel che si dice.

Savona evoca il Cigno Nero, cioè l’uscita dall’euro per volontà altrui: l’Italia nell’euro è in discussione?

No, mai avuto né io né i miei ministri intenzioni del genere. Io lavoro al Cigno Bianco, cioè ad agire con responsabilità per prevenire con la stabilità dei conti qualunque valutazione di inaffidabilità che possa innescare tempeste finanziarie. L’Italia è solida e stabile, il debito pubblico è alto ma sostenibile. L’euro per noi è irreversibile.

Può giurare che non farete il condono fiscale?

Giuro che non ci saranno condoni. Siccome abbiamo in cantiere una riforma organica, direi rivoluzionaria, del fisco basata su due aliquote e una no tax area, consentiremo a chi ha col fisco pendenze senza colpa di azzerarle. Ma nessun condono come in passato, cioè interventi una tantum a quadro normativo invariato. Si azzera tutto, quale premessa necessaria e imprescindibile della riforma. Si ricomincia su basi nuove e si aumentano le pene per gli evasori.

È quel che dicono tutti quelli che fanno condoni, poi li chiamano concordato, voluntary disclosure, rottamazione delle cartelle…

Lei può chiamarlo come vuole, ma non sarà un condono: azzeramento delle pendenze a certe condizioni, poi semplificazione e fisco meno vessatorio con i contribuenti, ma più severo con gli evasori.

Lei disse subito di volere un’Italia più giusta: ma la Flat Tax, anche se non si capisce quanto sarà flat con tutte le detrazioni e deduzioni, favorisce i ricchi.

La Costituzione impone giustamente la progressività fiscale. E noi la rispetteremo.

Le nomine le sta facendo lei? Si leggono tanti nomi…

Il ministro competente le propone a me, io ne parlo con i due vicepremier, poi decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore.

L’ad dell’Eni, Descalzi, è stato rinviato a giudizio per corruzione internazionale: le pare normale?

Non l’abbiamo nominato noi, al momento del rinnovo ci porremo il problema. Se in futuro un manager fosse imputato di corruzione, ne trarremmo le conseguenze. Lo accompagneremo alla porta.

In Parlamento ha parlato molto di mafia e corruzione: quando arrivano le prime iniziative del governo?

Il ministro Bonafede sta lavorando su misure interdittive per aggravare le pene accessorie di corrotti e corruttori (il Daspo) e sull’agente sotto copertura per far emergere i reati e prevenirli. Ma anche per snidare la corruzione nascosta in certe sofisticate triangolazioni finanziarie e nei finanziamenti poco trasparenti, magari coperti dietro il paravento della privacy, a fondazioni e associazioni di varia natura. Poi faremo una seria normativa antimafia.

Salvini le ha parlato della sentenza sulla Lega?

Sì, mi ha rappresentato le difficoltà di fare politica senza risorse. È un problema serio, gli auguro di risolverlo.

Non ci dica che lei, giurista, condivide la licenza di sparare sempre ai ladri spacciata per legittima difesa.

La riforma che faremo non è in questi termini: sarebbe inaccettabile. Vogliamo solo risparmiare a chi davvero spara per difendersi il calvario dei vari gradi di giudizio.

Ma di solito vanno a processo quelli che sparano alla schiena del ladro in fuga.

Non solo, purtroppo. Comunque non daremo incentivi a farsi giustizia da soli, ad armarsi tutti o a sostituire la difesa delle forze dell’ordine con l’autodifesa personale.

Lei ha il porto d’armi o lo prenderebbe?

Io no, per carità, sono un pacifista: personalmente ritengo che possedere un’arma e tirarla fuori esponga addirittura, in certe circostanze, a rischi maggiori.

Per le Olimpiadi invernali del 2026 è meglio Torino o Milano?

Abbiamo affidato lo studio al Coni, per una candidatura che rispetti l’ambiente, risparmi risorse e riutilizzi impianti già esistenti. Quando lo avremo, diremo la nostra.

Avete promesso anche una legge sul conflitto d’interessi. Anche lei, appena arrivato, ha avuto un problema del genere: come avvocato aveva dato un parere su Retelit, poi il suo governo ha deciso nella stessa direzione.

L’unica strada che avevo per evitare polemiche era rinunciare a fare il premier. Oppure, come ho fatto, disinteressarmi totalmente della questione: mai toccato una carta di quel dossier da quando sono a Palazzo Chigi. Il Consiglio dei ministri ha deciso in assoluta libertà mentre io ero al vertice G7, nemmeno l’imbarazzo di dover uscire dalla stanza.

Negli apparati, nella burocrazia e nell’establishment sono più quelli che remano contro o quelli che saltano sul carro del vincitore?

Coesistono entrambe le categorie. Non frequento salotti, ma diciamo che l’eterno trasformismo e camaleontismo italiano un po’ lo noto.

Lei ha avuto vari contenziosi con l’Agenzia delle Entrate e ha detto che il postino portava le cartelle in una casa dove lei non abitava. Poi però s’è scoperto che alcune cartelle erano giunte dove lei abitava.

Quando ancora convivevo con mia moglie, in una casa senza portiere, si accumulavano notifiche che non sempre riuscivamo ad andare a ritirare alla posta. Poi però ho sempre pagato tutto. Una volta il commercialista mi disse che era scaduto il termine per fare opposizione, ma non ci fu nessuna evasione. Divenuto premier, ho chiesto un certificato all’Agenzia delle Entrate: sono risultato illibato.

Le dispiace, da uomo di sinistra, la quasi estinzione della sinistra?

Non gioisco affatto per le difficoltà del Pd e della sinistra in generale. Un’opposizione forte aiuta i governi a sbagliare meno e li sprona a fare meglio.

Come convive con due alleati, uno di destra e l’altro – su certe cose – di sinistra?

Benissimo. Faccio da ponte. Poi, sa, non avendo problemi di sondaggi, non bado alle percentuali di consenso personale: magari oggi perdi qualche punto, ma domani, se lavori bene, ne conquisti il doppio.

S’è pentito di quel curriculum che molti hanno giudicato taroccato o gonfiato?

No, perché non ho scritto nulla che non fosse vero, anche se poi le conferme dai vari atenei, dopo il polverone iniziale, si sono perse nel baccano generale. Se non ho risposto subito è perché non avevo a portata di mano le carte per confermare quelle esperienze di aggiornamento, e intanto stavo lavorando alla squadra di governo.

Tornando indietro, riscriverebbe il curriculum uguale identico?

No, tornando indietro scriverei: ‘Giuseppe Conte, avvocato’.

E premier no?

Ah, sì, ‘avvocato e presidente del Consiglio’.

La scelta di Ivan, “il primo ballerino al mondo con la sclerosi multipla”

La vita è fatta di necessità e di scelte. A volte le seconde dipendono dalle prime, a volte soltanto dal libero arbitrio. “Ero uno di quegli sfigati da discoteca che si mettono in un angolo e rimangono fermi tutta la sera”. All’epoca, però, quella di Ivan Cottini era una decisione presa in base al libero arbitrio. Se non fosse tecnicamente una necessità, però, lui potrebbe dire la stessa cosa oggi, che ha scelto di ballare, anche sopra e intorno alla sua sedia a rotelle. “Tutto è nato durante una serata di beneficenza cinque anni fa – ci racconta –, c’era un gruppo di bimbe che danzavano attorno a me. Mi sentivo un morto. Allora ho chiesto di essere coinvolto. Mi si è aperta un’autostrada”.

Ivan Cottini ha 33 anni e fino a sei anni fa faceva il modello. “Una vita da uomo invincibile. Le cose cominciavano ad andare bene da un punto di vista professionale, nonostante l’opposizione della mia famiglia che mi voleva laureato”. Una vita frenetica, tra passerelle, book fotografici e locali notturni. “E così, quando una mattina mi svegliai che mi colava la saliva dalla bocca e vedevo male da un occhio, attribuii questi sintomi allo stress”. Non era così e bastarono poche settimane per capirlo. Sclerosi multipla. Una condanna, più che una patologia, soprattutto quando si hanno 27 anni. “Nella fase iniziale la malattia fu molto aggressiva, in poco tempo stavo perdendo l’uso del mio corpo. La mia fidanzata dell’epoca mi lasciò”. Cattiveria? “Forse mancanza di coraggio. Non è facile decidere di rimanere con un malato con un tale percorso davanti”.

I primi tempi, racconta Ivan, furono terribili: “Ti ritrovi che ti pisci addosso, non fai più l’amore. Entravo e uscivo dagli ospedali, da Pesaro finii a Milano per un piano terapeutico adeguato”. Con la propria famiglia, nel frattempo, “morta. Sono rimasti fermi lì, mi sopportano senza supportarmi, nonostante la mia vita sia cambiata”. Cottini non è guarito, ovviamente, ma ha cercato di venire a compromessi con la malattia: “Ho reagito. Ho avuto una figlia e sono diventato ballerino. Se mi chiede cosa farò domani non lo so, ma le posso dire che sto vivendo ogni giorno come se fosse l’ultimo”. Cottini ha iniziato a danzare, anche intorno alla sua sedia a rotelle, le sue performance sono ospitate ad Amici e in molti locali d’Italia. “Di recente mi sono schiacciato due vertebre… Io so a cosa vado incontro e capisco quelli che mi dicono ‘chi te lo fa fare’, ma i benefici psicologici che traggo dalla danza sono di gran lunga superiori alla fatica e al dolore. Sono il primo ballerino al mondo malato di sclerosi. Anzi, quando la gente mi guarda ballare e spalanca gli occhi, non mi sento più malato”.

La danza, dicevamo, non è stata l’unica scelta forte fatta da Cottini. “Quando ho voluto diventare padre sono stato accusato di egoismo. Ho ricevuto minacce, danni alla macchina, sono una figura scomoda. Per avere Viola, la mia bambina, ho interrotto le cure, esponendomi a danni irreversibili. Ma oggi lei è la mia cura: mi aiuta a far ginnastica, mi passa le stampelle”. Certo, non è facile: “È anche l’unica a farmi sentire malato. L’altro giorno ero seduto sulla poltrona, non avevo le stampelle vicino. Viola è partita verso la cucina, c’era il sugo sul fuoco e lei lo voleva mischiare. Fortunatamente non è successo nulla, ma io da padre non ero pronto a difenderla”. Con Viola, Ivan sta realizzando adesso un calendario “per raccontarle la mia storia. Sarà il mio ultimo botto, poi smetterò di fare il modello”.

Il messaggio di Cottini, insignito del titolo di Cavaliere emerito della Repubblica, non è semplice da accettare: “Vado nelle scuole, racconto la mia storia. La condizione di malato può essere comoda. Invece io sono ancora il regista della mia vita, deciderò io quando far basta, non la malattia”. Una scelta, non una necessità.

Sempre la stessa musica: i Festival jazz dei soliti volti

“A partire dalla prima edizione di Umbria Jazz, nel ’73, il proliferare di rassegne e festival, di vario calibro e caratura, su tutto il territorio nazionale è stato un fenomeno culturale importante per la diffusione di questo genere musicale”. A ricordare questa tappa significativa è Luciano Linzi, direttore artistico di JazzMI, il quale però aggiunge: “Questo evidentemente ha creato un fenomeno arrivato a essere quasi incontrollabile, nel senso che poi veramente ogni singolo paesino o frazione (oltre a metropoli e luoghi di maggiore attrattiva turistica), si è dotato di una qualche rassegna o ‘festivalino’ dedicato al jazz”.

Il periodo estivo è tra i più densi di proposte, il fulcro probabilmente è ancora una volta Umbria Jazz (a Perugia fino al 22 luglio), che quest’anno ha aperto con un omaggio a Quincy Jones: sul palcoscenico musicisti del calibro di Dee Dee Bridgewater e Paolo Fresu, mentre non mancano nel cartellone 2018 grandi artisti come Stefano Bollani, Danilo Rea, Mario Biondi o Pat Metheny.

Ma l’estate dà anche l’occasione per vedere se questa ricchezza di offerta jazzistica nel nostro Paese porti una conseguente varietà artistica, dando per esempio spazio ai giovani e a nomi meno noti, italiani e stranieri. Considerato che il jazz può contare, a livello internazionale, su una molteplicità di scenari e che si tratta di un genere musicale in continua evoluzione, la questione è tutt’altro che secondaria.

Merita comunque dare uno sguardo ai cartelloni di alcune importanti manifestazioni internazionali, come quella di Montreal (appena terminata l’edizione 2018), il North Sea Jazz Festival (metà luglio) o quello di Manchester (20-28 luglio), il Jazz Em di Lisbona (dal 29 luglio al 5 agosto), il Saalfelden Jazz Festival (23-26 agosto in Austria), dove si incontra un mare di musicisti pressoché sconosciuti in Italia: da Mary Halvorson a Elliot Sharp, a Yannick Rieu e via dicendo. Ci si chiede allora se sui palcoscenici italiani riesca a girare il vento di novità che sembra caratterizzare queste e altre rassegne estere e capire quali spazi potranno trovare i tanti studenti che continuano a riempire i corsi di jazz presenti nei Conservatori e in altre scuole private. Insomma, chi ha la direzione artistica di un festival si pone il problema di stimolare la curiosità del pubblico o preferisce rischiare meno possibile con nomi che garantiscano il sold-out?

“Bisogna mettersi nei panni di chi organizza le singole iniziative – sottolinea ancora Linzi – perché naturalmente non può essere messo tutto sullo stesso piatto. Il club che vive di imprenditoria privata ha un certo tipo di situazione, viceversa iniziative che hanno accesso a finanziamenti anche pubblici si collocano su un diverso piano. Tutto si deve tenere in equilibrio ma direi che, in linea di principio, chi ha a disposizione un sostegno pubblico dovrebbe dedicare una parte importante della propria programmazione a proposte musicali e artistiche che evidentemente non siano di accesso e popolarità consolidata; quindi spazio per i musicisti giovani, per maggiore innovazione o ricerca, per quei musicisti che difficilmente si esibiscono nel nostro mercato e sulle nostre scene”.

Su questi temi è interessante anche il parere di Ada Montellanico che, terminato da poco il suo secondo mandato alla presidenza del Midj (Musicisti italiani di jazz), denuncia la situazione del nostro Paese: “Pensiamo solamente a una cosa: la cultura all’estero viene supportata in ben altro modo, perché gli si dà un valore importante ed è considerata una possibilità di introito economico. I direttori artistici di moltissimi festival sono stipendiati dallo stato. E hanno più libertà, perché possono contare su finanziamenti che consentono loro di sperimentare anche programmi più innovativi. Da noi troppo spesso si ritrovano con possibilità economiche tali – alcuni direttori artistici si sono ritrovati persino con la casa pignorata – che il loro cartellone è necessariamente legato agli introiti provenienti dal pubblico”.

Reduce dal festival di Torino e pronto a partire con quello di Chamois (un budget che è un decimo del primo), Giorgio Li Calzi ha infine un’idea molto dinamica della direzione artistica: “Per me il jazz è improvvisazione e soprattutto innovazione, mi interessano le frange più moderne di questa musica. Non dimentichiamo che i grandi artisti costano tanto, si va ad alimentare in questo modo un mercato già morto in partenza, perché magari si obbligano le persone a pagare dai 30 ai 50 euro per un concerto. E soprattutto le si abitua a una pigrizia intellettuale da cui poi non è facile uscire”.

Non c’è pace su Heidegger: bloccata la traduzione

Non c’è pace tra i sentieri della Foresta Nera. L’editore Bompiani annuncia per il prossimo autunno l’uscita – in edizione italiana – del volume 97 dei Quaderni neri di Martin Heidegger, l’ultimo tra i filosofi sommi, ma dalla Germania arriva lo stop: “Facili strumentalizzazioni e contenuti falsati”. Il libro doveva già uscire in maggio, i giornali ne hanno dato notizia e s’attendeva – come è già accaduto con i precedenti volumi, oggetto di reiterati esorcismi – la rinnovata mostrificazione di Heidegger, la reductio ad hitlerum di un grande pensatore.

L’autore di Essere e Tempo è pretestuosamente additato presso i circoli liberali – cui nessuno osa sollevare obiezioni, tanto la pubblicistica accoglie acriticamente la mistificazione – come il teorico del nazionalsocialismo se non, senza mezzi termini, come una sorta di stregone ai margini dello sterminio.

Una voga tutta italiana ha alimentato questo sabba intorno ad Heidegger ma i sentieri della pazienza si sono definitivamente interrotti e i toni, adesso, sono tanto aspri quanto ultimativi: “L’uscita di questo volume è legato al placet per la pubblicazione dell’avv. Arnulf Heidegger, amministratore del lascito di Martin Heidegger; questo placet non è all’orizzonte e non potrà essere accordato se la traduttrice italiana, la dottoressa Alessandra Iadicicco, non si atterrà a eseguire una traduzione che sia libera da insinuazioni ideologiche e capace quindi di entrare nel lessico heideggeriano in modo competente. Il mio stretto amico, il maestro Franco Volpi – con la sua scuola – dovrebbe essere un punto di riferimento per la traduzione in Italia delle opere del filosofo; impeccabile è, infatti, il lavoro di Adelphi nella pubblicazione delle Opere Complete…”.

È Friedrich-Wilhelm von Herrmann, il responsabile scientifico dell’archivio Heidegger, che parla: “Questa è la mia norma, in coerenza con il compito affidatomi da Martin Heidegger personalmente”.

Con il professore – docente presso la prestigiosa Albert-Ludwigs, l’Università di Friburgo in Brisgovia, la stessa di Martin Heidegger – c’è anche il suo assistente privato, Francesco Alfieri.

Combattivo frate francescano, sacerdote, Alfieri, ha avuto incarico da Von Herrmann – in accordo con l’amministratore del lascito – di leggere traduzione del volume 97: “Il professore Alfieri ha esaminato il volume e solo quando tutte le interpretazioni pretestuose saranno espunte l’editore potrà avere l’atteso placet; non si può mettere a tacere il dato di fatto che la traduzione italiana dei Quaderni è in pieno stallo”.

C’è ben più che una polemica. “La misura è colma”, ripetono a Friburgo ma Iadicicco – nostra obiezione – è persona intellettualmente onesta e difficilmente potrebbe tradire, traducendo: “Diciamo allora che ci sono delle difficoltà – replica padre Francesco – le difficoltà sono molte e a diversi livelli; anzitutto la scelta della Iadicicco di tradurre molti termini del lessico heideggeriano con una tonalità piuttosto ebraicizzante che porta a distorcere il reale contenuto”.

La questione è delicatissima, un accento, un tono o una sfumatura fuori canone e subito si apre il baratro dell’abiezione facendo di Heidegger il pastore del Male Assoluto e non quello che veramente è, il custode del disvelamento dell’Essere.

Ecco, è la questione delle questioni. “Ma a queste difficoltà – afferma Von Herrmann – si aggiungono le personali interpretazioni dei Quaderni neri contenute nelle ‘Avvertenze della traduttrice’ che non possono e non devono affatto comparire perché disorientano il lettore. Questa lunga lista di difficoltà nel lavoro eseguito dalla Iadicicco è stato da me, Von Herrmann, in qualità di responsabile scientifico dell’edizione complete di Heidegger, e da Francesco Alfieri, mio assistente privato, consegnato all’avvocato Arnulf Heidegger perché l’edizione italiana delle opere di Heidegger siano sottratte a chi invece vuole utilizzarle per fini ideologici che poco hanno a che fare con la cultura e con la ricerca rigorosa”.

Togliere di mezzo Heidegger, dunque, questa è la vera meta benpensante. Basti considerare quello che la pubblicistica – anche autorevole – offre sul tema. Con l’uscita di qualsiasi volume che abbia a che fare con Heidegger, ecco che monta il pretesto per ritornare “su vecchie polemiche – dice Alfieri – che ormai si rivelano vuote sulla base delle nuove acquisizioni scientifiche sui Quaderni neri”.

L’abbiamo ricordato che si chiamano “neri”, i quaderni, per via della copertina e non, nel contenuto, di eventuali fascinazioni nazi?

I due professori sono severissimi: “La traduzione del volume 97 a oggi è bloccata e tale rimarrà finché l’editore non si convincerà di attenersi al lessico heideggeriano e non ceda alle facili strumentalizzazione che poi portano a falsare il contenuto, ma…”. Ma? I due professori, adesso, sorridono: “Crediamo che il gioco mediatico avuto in Italia con i Quaderni neri volga al termine”.

California “surfing” con i leoni del mercoledì

Fra tanti mercoledì qualunque ce n’è uno passato alla leggenda, perché grande e indimenticabile, almeno quanto le onde oceaniche amate dai surfisti. Ed è bello celebrarlo nei suoi primi 40 anni di vita, quel Un mercoledì da leoni (Big Wednesday) che segnò un’epoca e la giovinezza di tanti spettatori.

Film unico nel suo filone, quello scritto e girato da John Milius nel 1978 è il racconto di un’America che non esiste più eppure riesce ancora a comunicare con il pubblico contemporaneo, forse perfino meglio di certo cinema più recente e vistosamente retorico. Al centro è una giovanile e virile amicizia a tre, che vive con lo sguardo ipnotizzato su un solo obiettivo: cavalcare le gigantesche muraglie d’acqua del Pacifico partendo da quelle spiagge californiane dall’aura mitica.

Siamo fra gli anni ’60 e i ’70 e il contorno è politicamente e socialmente inquieto ma a Matt, Jack e Leroy l’unica cosa che importa è il surf, sport estremo per una fuga estrema, quella da se stessi e da una società che non li rappresenta. Come in un “grande freddo” versione “California dreaming”, gli ormai adulti protagonisti si reincontrano per affrontare il Grande Mercoledì, una mareggiata monstre. Inutile sottolineare quanto la pellicola quasi autobiografica del regista che di lì a pochi anni avrebbe diretto Conan il barbaro sia passata d’istantaneo diritto nell’olimpo del cinema di cult(o), sacralizzata da chiunque ami il surf ma anche la filosofia della resilienza. Perché paradossalmente questo “romanzo di formazione” sull’intraprendenza avventurosa e sul coraggio di sfidare l’indomita Natura contiene in sé il sapore di una resistenza anti-eroica, di una liquida quanto spensierata incoscienza. Un’opera giovane di 40 anni e da amare alla follia.

#Disertalagiostradell’orso: gli animalisti invitano a boicottare il Palio di Pistoia

Si chiama Giostra dell’orso, ma a scannarsi sono i cavalli: quattro, ciascuno per ogni rione cittadino, ovvero Cervo bianco, Drago, Grifone e Leon d’oro. È dal 1947 che Pistoia, ogni 25 luglio, rievoca l’antico palio dei berberi, ma quest’anno l’edizione rischia il boicottaggio: ieri, infatti, sui muri della città sono comparsi manifesti giganti con la scritta #Disertalagiostradell’orso, che ricordano anche i nomi dei cavalli deceduti dal 1980 al 2014.

Quella del 2014 è stata un’edizione-macello, terminata senza l’assegnazione del “cencio”: ben due dei quattro purosangue – Golden Storming e Oracle Forze –, infortunati durante la gara, sono stati poi soppressi.

Per quelle morti è ancora in corso un processo, e da allora le associazioni animaliste non hanno smesso di segnalare il problema, denunciando soprattutto le condizioni “disumane” del nuovo regolamento, che ha abbassato il tempo minimo di gara da 29 a 26 secondi.

Secondo l’Enpa la manifestazione non è in grado di “garantire la sicurezza degli animali” e a giugno è tornata a chiederne uno stop. Al sindaco è stata sollecitata poi la revisione, e una effettiva attuazione, dei protocolli veterinari da seguire in caso di infortuni: “Palii, sagre e manifestazioni simili rappresentano una grave forma di sfruttamento, e quindi motivo di sofferenza per gli animali. Perciò chiediamo a tutti i cittadini di dare un segnale forte e di disertare la Giostra”, detta “dell’orso” perché i dodici cavalieri (tre per ogni cavallo) devono abbattere con una lancia il bersaglio dalle fattezze orsine.

Il palio, vinto l’anno scorso dal Leon d’oro e raccontato persino dal Boccaccio, si svolge il 25 luglio in onore del patrono: San Jacopo.

Nudi alla mostra. Ma pure al camping e al centro sociale

All’apparenza sarà una visita al museo come tante altre: alle pareti i quadri di Giorgio De Chirico e di Filippo De Pisis, mentre uno storico dell’arte farà da guida. Solo che sabato, dalle 21 alle 23, tutti i visitatori dei Musei Civici di Domodossola saranno nudi. Completamente nudi.

È la prima volta che succede in Italia: ad organizzare l’evento è l’A.n.ita., l’associazione dei naturisti italiani. “Vogliamo approcciarci alle opere d’arte senza nessuna barriera – spiega Giampietro Tentori, presidente dell’associazione – completamente liberi, per provare nuove sensazioni”.

In Italia si calcola che ci siano quasi 500mila persone che praticano il naturismo, anche se la maggior parte di loro lo fanno all’estero: Francia, Spagna, Olanda o Croazia, dove le strutture specializzate sono molte di più e molto più attrezzate. Ovviamente ci sono le spiagge, dove si può prendere il sole senza veli. “Ma il naturismo è qualcosa di più del nudismo – dice Tentori . È una filosofia che attraverso la nudità fa riscoprire il rispetto per se stessi, per gli altri e per l’ambiente che ci circonda. A Vienna, Monaco e Parigi ci sono parchi urbani con aree in cui si può praticare il naturismo”.

In Italia, salvo poche eccezioni (per esempio in Alto Adige), non si può stare nudi neppure in sauna nei centri benessere. Il nostro Paese – storicamente bigotto – è più indietro su questo tema, anche perché non esiste una legge nazionale sul naturismo e solo alcune regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) si sono adeguate. Ci sono una dozzina di campeggi naturisti autorizzati, soprattutto nell’entroterra. E poi spiagge storicamente frequentate da nudisti, dove capita però ogni estate che alcuni di loro siano multati per offesa alla pubblica decenza. Le associazioni promuovono i ricorsi, quasi sempre vincendo. Anche perché la Cassazione ha sancito in più occasioni che il concetto di decenza è profondamente mutato nel tempo.

“Il naturismo italiano esiste e resiste”, dice Gianfranco Ribolzi, vicepresidente dell’Unione naturisti italiani. Come fossero gli Adamo ed Eva del Piemonte, Ribolzi gestisce con la moglie “Le betulle”, un camping naturista in provincia di Torino, a una ventina di chilometri dalla città.

“Quando abbiamo iniziato alla fine degli anni Sessanta in paese ci guardavano tutti come ‘quelli strani’. Poi hanno iniziato a capirci: siamo nudi, ma siamo più che normali e ci sono fior fiore di trattati di psicologia che spiegano perché si diventa naturisti – prosegue Ribolzi –. Ma c’è un modo migliore per capirlo. Basta andare al mare, in un posto isolato dove nessuno ci può vedere, e fare il bagno nudi. E sentire la differenza. Ve lo dico io cos’è quella sensazione che si prova: è la libertà”.

Il mese scorso in un centro sociale di Milano è stato organizzato l’evento “Balla coi nudi”, una serata di danze, rigorosamente senza vestiti. Ma andare nudi in un museo – come succederà sabato a Domodossola – è un’esperienza che in Italia non ha precedenti. “Hanno fatto qualcosa di simile a Parigi – spiega Tentori –. Per il nostro Paese è un esperimento, ma siamo convinti che si possa apprezzare meglio l’arte girando nudi per le sale”.

I naturisti sono convinti che per l’Italia puntare su questa particolare forma di turismo, anche culturale, potrebbe essere una inaspettata via di sviluppo economico. “Ci sono imprenditori che finalmente lo stanno capendo – conclude Tentori – in tutta Europa ci sono venti milioni di persone che praticano il naturismo. Che facciamo? Vogliamo continuare a guardare mentre vanno nel sud della Francia, o li vogliamo finalmente accogliere anche in Italia?”. Magari per un giro al museo.