1981, il killer diventa “serial” e gli omicidi salgono a tre

Torturato e lasciato morire. Poi fatto a pezzi, infilato nel baule di una Volvo 240 e carbonizzato. Solo grazie alla fede e all’orologio si è scoperto che quel cumulo di cenere era Francesco Vinci. Viene trovato morto e bruciato insieme al suo servo pastore, Angelo Vargiu, il 7 agosto 1993 nel bosco di Garetto, poco distante Pisa. Un’esecuzione atroce. Che viene letta sin da subito come una ritorsione, una punizione per uno sgarro tra sardi eseguita adottando il cruento codice d’onore barbaricino. Le indagini, guidate dall’allora colonnello dei carabinieri provinciali di Pisa, Tullio Del Sette, si chiudono rapidamente: questione tra pastori sardi. Forse un furto di bestiame. Forse. Chissà. Il responsabile non sarà mai individuato. Eppure l’omicidio di Garetto poteva essere altro. Perché Vinci non era un pastore qualunque.

Nell’agosto del 1982 la sua faccia finì su giornali e telegiornali accompagnata dalla notizia che metteva fine a un incubo: “Preso il mostro di Firenze”. Era lui, secondo gli inquirenti toscani. Il mostro era Vinci. Non era il primo. Il 12 giugno 1981 i magistrati fiorentini Silvia Della Monica e Adolfo Izzo avevano già arrestato Enzo Spalletti, un ex vetraio autista della misericordia a Montelupo nonché “guardone”. La sua auto, una Ford Taunus, venne vista la notte del 6 giugno vicino a via dell’Arrigo a Mosciano di Scandicci dove vennero uccisi Carmela De Nucci e Giovanni Foggi di 21 e 30 anni. Non solo. Spalletti la mattina dopo il duplice omicidio disse alla moglie di aver visto “due morti ammazzati”. Ma la notizia apparse sui giornali solamente l’8 giugno. Mentre era rinchiuso nel carcere fiorentino, qualcuno telefonò prima alla moglie e poi al fratello per riferire la stessa identica frase: “Ditegli che stia zitto e tranquillo, che presto sarà scagionato, presto uscirà di carcere, però gli sta bene un po’ di galera, a quello scemo”. L’autore non sarà mai rintracciato. Spalletti resta dietro le sbarre fino a ottobre quando il mostro torna nuovamente a colpire.

È la sera di sabato 22 ottobre 1981. Stefano Baldi e Susanna Cambi di 26 e 24 anni, dopo aver cenato dalla mamma di Stefano escono per tornare a Firenze a casa della ragazza. Vengono ritrovati morti la mattina successiva su una stradina sterrata a Calenzano dove si erano appartati. Anche al corpo di Susanna, come a quello di Carmela pochi mesi prima, viene asportato il pube. Soltanto ora si iniziano a collegare gli omicidi. Si comincia a ragionare di serialità, si cercano precedenti simili negli archivi e per la prima volta si parla di un mostro, il mostro di Firenze. A lui vengono attribuiti tre duplici omicidi: i due del 1981 e un terzo avvenuto sette anni prima, il 14 settembre 1974 a Fontanine di Rabatta, nei pressi di Borgo San Lorenzo, dove furono uccisi l’appena 18enne Stefania Pettini e il fidanzato Pasquale Gentilcore, 19enne. Il mostro ha ucciso tre volte. Sei vittime. Sempre con la stessa arma, una calibro 22 Long Rifle, e sempre usando gli stessi proiettili marca Winchester serie H. Enzo Spalletti viene scarcerato: non può essere lui l’autore dei delitti.

Le indagini vagano letteralmente nel nulla. Gli inquirenti italiani si dimostrano impreparati ad affrontare un profilo criminale mai visto prima. L’unica certezza è l’esistenza di un serial killer che agisce indisturbato per le campagne fiorentine. Vengono studiate le autopsie compiute sui cadaveri. Si cercano dei nessi. I punti comuni. Viene tracciato un primo profilo. Il mostro uccide sparando alle vittime e solo dopo si accanisce su di loro con un coltello. Separa i cadaveri, portando quello della donna distante dall’uomo, e punteggia con un’arma bianca il seno e la zona pubica di lei fino ad asportarla. Mentre qualcuno tra le forze dell’ordine ipotizza riti esoterici e piste sataniche, il mostro torna a colpire. Il 19 giugno 1982, la Long Rifle 22 esplode altri proiettili Winchester serie H. E colpisce Paolo Mainardi, meccanico 22enne di San Pancrazio, e Antonella Migliorini, cucitrice di 19 anni. La coppia si era appartata in uno spiazzo lungo via Virgilio a Baccaiano, Montespertoli. La 127 è a ridosso della strada, accanto a un albero. Questa volta il mostro non si accanisce sulle vittime perché è costretto a scappare: Paolo, il ragazzo, si è accorto della sua presenza e nonostante i primi colpi di arma da fuoco riesce a mettere in moto l’auto e ingranare la retromarcia ma finisce nello sterrato. Antonella muore. Lui, Paolo, viene portato in ospedale dove arriva in coma. I magistrati il giorno successivo fanno trapelare la notizia che è vivo ed è in grado di individuare l’aggressore. E ricevono un fortuito aiuto da parte di un carabiniere che si ricorda che l’arma e i proiettili sono uguali a quelli utilizzati per un duplice omicidio nel 1968. Il giovane dell’Arma, secondo molti, aveva ricevuto una segnalazione anonima. Intanto nei pressi di via Virgilio a Montespertoli viene trovata una Renault 4 rossa nascosta tra i cespugli. Appartiene a Francesco Vinci. Gli inquirenti ritengono che l’abbia nascosta dopo aver saputo che la vittima stava parlando. Quando poi ricevono il materiale del 1968 e trovano il suo nome come complice di Stefano Mele e proprietario dell’arma calibro 22 lo arrestano: è lui il mostro.

Vinci nega. Ma resta in carcere. Il magistrato che indagata sul mostro e arresta Vinci è convinto che la verità sia lì. Dirà Izzo nel 1994: “Chi ha commesso l’omicidio del ’68 ha tuttora la pistola e gli altri partecipanti a quell’omicidio d’onore sanno chi è il mostro, ma sono accomunati da un reciproco ricatto”. È la cosiddetta “pista sarda”. Ma anche Vinci sarà scarcerato. Perché mentre è in galera, il 9 settembre 1983, il mostro torna a colpire. Le indagini ripartono da zero.

(2. continua)

 

Appalti delle Ferrovie, una bomba occupazionale pronta a esplodere

Il mondo degli appalti delle Ferrovie dello Stato, con i suoi 10 mila lavoratori, è una bomba che fa tic tac. Se non viene disinnescata, scoppierà a fine estate, il 24 settembre, rischiando di lasciare a casa più di 2 mila persone. In quella data, infatti, scadranno gli ammortizzatori sociali che in questo momento sono applicati al 30% del personale impiegato in queste imprese commissionate dall’azienda statale. Il ministero del Lavoro se ne sta occupando, ma finora non ha ancora sciolto i problemi posti dai sindacati dei trasporti, che quindi hanno proclamato uno sciopero di quattro ore per venerdì 20 luglio.

I lavoratori di queste ditte si occupano di vari servizi all’interno dei treni e delle stazioni: la pulizia dei vagoni e degli uffici, per esempio, ma anche l’aiuto ai passeggeri con problemi di mobilità. “Svolgono una funzione fondamentale e con un grande impatto sociale”, ricorda Michele De Rose della Filt Cgil.

Proprio per non creare troppi disagi, l’astensione di venerdì durerà solo per mezzo turno. Ma i sindacati non vogliono sottovalutare la vicenda: “Nel corso degli anni – spiega Gaetano Riccio della Fit Cisl – si sono creati questi esuberi perché spesso Ferrovie dello Stato ha assegnato bandi con eccessivi ribassi, che non hanno permesso di coprire il costo del lavoro che quindi le vincitrici hanno contenuto solo grazie al ricorso ai contratti di solidarietà”. Il problema è che gli ammortizzatori sociali non hanno durata infinita e, anche per effetto della riduzione temporale decisa con il Jobs Act, si esauriranno con l’inizio dell’autunno. I sindacati hanno scritto al ministero del Lavoro chiedendo di chiarire un dubbio interpretativo. I lavoratori, infatti, si trovano in solidarietà da quasi tre anni, ma nel frattempo hanno cambiato le aziende titolari perché, come sempre avviene negli appalti, sono frequenti gli avvicendamenti. Il ministero deve quindi decidere se il calcolo della durata degli ammortizzatori sociali debba ripartire da zero a ogni subentro di società o se debba invece considerarsi continuativo. In quest’ultima ipotesi, sarà quasi certa la perdita di lavoro per oltre 2 mila persone dopo il 24 settembre. Se invece il ministero opterà per la prima ipotesi, la solidarietà potrà essere rinnovata e si potrà quantomeno scongiurare il mega-licenziamento in questo autunno: insomma, ci sarebbe più tempo per affrontare gli esuberi. Comunque vada, i sindacati vogliono che il ministero approvi delle tabelle che fissino il costo minimo del lavoro in questi appalti, per evitare che nelle future assegnazioni le imprese competano tagliando il numero di occupati (in un settore ad alta densità di personale).

Dazi, le misure drastiche per rispondere a Trump

Vi risparmio l’ennesima trita citazione da L’arte della guerra di Sun Tzu, ma in battaglia l’imprevedibilità tende a conferire una posizione di forza. Le guerre commerciali non fanno eccezione. In quella scatenata da due mesi, il presidente americano Donald Trump ha acquisito un indubbio vantaggio scompaginando le decennali liturgie dei negoziati. Assesta il colpo per verificarne l’effetto, attende la risibile reazione diplomatica, il giorno seguente si professa conciliante per sbilanciare l’avversario e poi lancia un’altra batteria di misure più dure (colpendo per prima la Cina).

I governi investiti dal delirio protezionista rimangono semi-imbambolati. Con la fantasia di un burocrate austroungarico, al massimo ventilano ritorsioni flebili e del tutto scontate. Ma che non scalfiscono la determinazione di un presidente deciso a vellicare moltitudini becere con slogan per menti torpide, tipo “America First”.

Serve una tattica molto più spregiudicata che abbia effetti dirompenti, si abbatta dove Trump e i suoi giannizzeri nel Congresso meno se lo aspettano e stravolga il campo di battaglia. Fuori dai canoni della politica commerciale esiste una serie di misure devastanti, che possono essere applicate anche da singoli governi dell’Unione europea (mentre il commercio internazionale è materia di competenza esclusiva della Commissione) ed esulano dalla giurisdizione del Wto.

Tanto per iniziare, il governo dovrebbe emanare un regolamento che imponga a tutte le amministrazioni, enti locali, scuole, imprese pubbliche, tribunali di usare su ogni tipo di computer solo software open source, sia per i sistemi operativi che per le applicazioni tipo word processing, fogli elettronici e quant’altro. Inoltre il suddetto regolamento dovrebbe imporre alle Pubbliche amministrazioni di accettare esclusivamente documenti in un formato che sia leggibile da software open source.

Oggi quasi tutti i PC (non Apple) utilizzano come sistema operativo una qualche versione di Microsoft Windows che viene pagata profumatamente. Tra l’altro, Windows, come sanno bene gli utenti sofisticati, è un prodotto mediocre, è vulnerabile a virus e intrusioni e, dulcis in fundo, si blocca spesso. Ma è talmente diffuso che tutti sono costretti a usarlo, loro malgrado, per una questione di standard. Tuttavia esistono alternative migliori a prezzo zero, in particolare le varie versioni di Linux sviluppate nel tempo da migliaia di volontari. Non si diffondono oltre la cerchia degli utenti sofisticati perché la posizione di quasi monopolio raggiunta da Microsoft rende difficile intaccarne la quota di mercato. Ma se un governo, soprattutto uno oberato dai debiti, desse un impulso alla diffusione di alternative gratuite open source, si produrrebbe un effetto valanga tale da affondare la corazzata di Redmond. Insomma, succederebbe come per i browser: Explorer grazie a una misura antitrust, fu soppiantato gradualmente dai vari Chrome, Mozilla, Opera ecc.

Oltre a Windows, Microsoft ha una posizione dominante nei software di base con la suite Office da cui trae altri profitti ingiustificati, perché anche in questo campo esistono alternative open source che tra l’altro hanno format alternativi a quelli tipici contraddistinti dall’estensione .doc, .ppt o xls. Non si vede perché il contribuente debba pagare una licenza onerosa, quando è disponibile gratis un prodotto migliore o quantomeno equivalente. E oltre al software destinato ai PC, anche i database management systems a pagamento, ad esempio quello sviluppato da Oracle hanno ottime alternative open source tipo MySQL. Idem per il lucroso mercato dei server dove Windows Server è molto diffuso, ma non è certo superiore ad Apache. Infine anche smartphone e tablet dovrebbero montare solo sistemi open source tipo Android.

La guerra commerciale offre una ghiotta occasione per ottenere tre risultati: 1) colpire al cuore un quasi monopolio mondiale che ha rallentato l’innovazione e imposto ai consumatori software scadente e obsoleto; 2) liberare energie creative per progettare sistemi operativi di nuova generazione (ad esempio attivabili con comandi vocali); 3) ribilanciare il potere di mercato e rompere la concentrazione geografica in un settore cruciale dell’economia globale.

Ma non è finita. Si deve affrontare un gravissimo problema di sicurezza nazionale, tema molto caro a Trump. Non è prudente per un paese che i gangli vitali delle proprie dorsali Internet possano basarsi su hardware proveniente da paesi scarsamente affidabili, come quelli venduti da Cisco. Chi garantisce che non siano in grado di fornire informazioni sensibili al governo americano? Possiamo dimenticare che l’Amministrazione Obama diede ordine di spiare perfino la cancelliera tedesca Angela Merkel? Per lo stesso motivo va proibito che dati sensibili di imprese e amministrazioni possano essere custoditi dai cloud storage di aziende straniere tipo Amazon o Google che non offrono garanzie di riservatezza.

Peraltro se queste misure sgonfiassero la gigantesca bolla sul Nasdaq non ci sarebbe da strapparsi i capelli, soprattutto se i capitali si spostassero dalla Silicon Valley ad altri cluster hi-tech magari più innovativi. E qualora gli elettori sovranisti – nell’inutile attesa di una riapertura delle fabbriche nel mid-west – dovessero subire pesanti perdite nei fondi comuni o nei fondi pensioni, finirebbero per reagire nel segreto dell’urna.

Insomma, gli effetti sarebbero decisamente più drastici di un calo di pochi punti percentuali nelle esportazioni di soia.

Scuola, chieste 57 mila assunzioni. I sindacati: “Non bastano”

Sono 57.322 le assunzioni di docenti per l’anno scolastico 2018/2019 richieste dal ministero dell’Istruzione al ministero dell’Economia. Ieri il ministro Bussetti ha firmato e inviato il decreto al Mef. “È prossimo alla formalizzazione – si legge in una nota – anche il decreto con la richiesta di autorizzazione ad assumere gli Ata per 9.838 posti. Lunedì ci sarà invece la prova preselettiva per i dirigenti scolastici (concorso da 2.452 posti). “Le immissioni non bastano per dare efficienza, serenità, stabilità e continuità – ha detto ieri la Flc-Cgil. ​Oggi ci sono le condizioni per trasformare in organico di diritto i circa 15.000 posti che ormai di anno in anno vengono concessi in organico, cosiddetto, di fatto. E ben 43.000 circa posti di sostegno, oggi concessi in deroga, possono diventare a tempo indeterminato. Sarebbero ben altri numeri ”.

Google nel mirino dell’Antitrust Ue, oggi la maxi multa per le app Android

Tempo scaduto per Google, che non ha saputo difendersi dalle accuse della Ue sul sistema operativo Android, ritenuto un mezzo per consolidare e mantenere la sua già indiscussa posizione dominante. Salvo sorprese, oggi la Commissione europea stangherà di nuovo il colosso Usa, stavolta con una maxi-multa che andrà ben oltre quella da 2,4 miliardi di euro arrivata lo scorso anno per il caso Google Shopping. E la mossa è destinata a farsi sentire nelle già tese relazioni Usa-Ue.

Il caso è aperto da aprile 2015, quando Bruxelles avviò l’indagine che l’anno successivo portò all’accusa formale: Google obbliga i produttori di smartphone e tablet a pre-installare Play Store (l’app store di Google), il quale può essere scaricato solo attraverso Google Search, il quale a sua volta può essere trovato solo con Google Chrome. In pratica, con questo schema, l’azienda si assicura che le due app siano pre-installate sulla maggioranza dei dispositivi venduti in Europa, visto che l’80% dei devices venduti usa Android, e non solo in Europa ma in tutto il mondo. Per la Commissione ha “attuato una strategia sugli apparecchi mobili per conservare e rafforzare il suo dominio nel campo delle ricerche internet”, violando le regole Ue sulla concorrenza.

Le risposte inviate da Mountain View non hanno convinto l’Antitrust Ue, guidato dalla commissaria danese Margrethe Vestager, che l’anno scorso non esitò ad infliggere un’ammenda record da 2,4 miliardi di euro, la più alta mai comminata. Stavolta, l’importo potrebbe più che raddoppiare. In base alle regole della concorrenza, le multe possono arrivare fino al 10% del fatturato, che per Alphabet, casa madre di Google, nel 2017 è stato di 110,9 miliardi di dollari. La multa verrà calcolata in base alla durata dell’infrazione, all’intenzione o meno di commetterla e alle sue conseguenze, cioè se davvero ha fatto fuori i competitor dal mercato oppure no. Con la multa di oggi (Google si opporrà) non finiranno i fronti aperti a Bruxelles: resta in piedi l’indagine sulle pratiche pubblicitarie, e l’accusa di aver ristretto la possibilità per i siti terzi di mostrare le pubblicità dei motori di ricerca concorrenti.

 

Libero scambio, firmato l’accordo col Giappone

Tanto clamore sul Ceta, l’accordo di libero scambio tra Europa e Canada – che la maggioranza non ratificherà in parlamento – e molto silenzio per la firma, arrivata ieri, del trattato con il Giappone. Eppure, si tratta del più grande accordo siglato dall’Ue, il suo valore commerciale è quasi il doppio del Ceta visto che il Giappone è il secondo partner dopo la Cina, e sesto in termini assoluti. I negoziati sono iniziati nel 2013, l’accordo prevede la graduale eliminazione dei dazi sull’importazione: sul 94 per cento dei prodotti dall’Ue e sul 99 per cento di quelli dal Giappone. Il Jafta (l’acronimo) è stato finalizzato l’8 dicembre del 2017 e approvato dagli Stati membri durante l’ultimo Consiglio d’Europa.

La prima differenza, rispetto al Ceta, è che questo accordo non prevede la ratifica da parte degli Stati membri perché non contiene alcun articolo sugli investimenti. La Commissione Ue ha stabilito infatti che alcune disposizioni di grande interesse per il settore agroalimentare, come l’accesso al mercato e altre questioni legate all’agroalimentare (protezione delle indicazioni geografiche, questioni di Sicurezza sanitaria e fitosanitaria etc.) fossero di propria competenza, per cui gli accordi che non contengono disposizioni su gli investimenti, necessitano della sola ratifica delle istituzioni Ue (Consiglio e Parlamento europeo) e non dei Parlamenti nazionali. Tanto che il contenuto dell’accordo è noto solo perché pubblicato grazie ad un leak di Greenpeace (il Ceta è stato pubblicato in modo ufficiale).

Inoltre, il Jefta non prevede l’istituzione del cosiddetto ICS (Investment court system), un sistema giudiziario per gli investimenti che – nell’ambito dell’accordo – dovrebbe risolvere le controversie tra i governi e gli investitori (previsto invece nel Ceta o nel Ttip come Isds). Nonostante ciò, le criticità che vengono segnalate per il settore alimentare e lavorativo sono praticamente le stesse. Sono eliminati del tutto i dazi su alcuni formaggi a pasta dura come, mentre verrà stabilita una quota fissa e non tassata di importazioni di formaggi freschi come la mozzarella. Via le tariffe sulle esportazioni di vino, diminuiscono i dazi sulla carne bovina, mentre il commercio della carne di maiale, che è il prodotto agricolo dell’Ue più esportato in Giappone, sarà esente dai dazi se trasformata o avrà dazi ridotti dal 38,5% al 9% in 15 anni se fresca.

Inoltre, saranno migliorate le norme a tutela di oltre 200 prodotti europei di alta qualità: le indicazioni geografiche. Se per il Ceta, però, la tutela di 41 marchi italiani era stata giudicata limitata, in questo caso ne sono tutelati pochi di più (44), di cui 18 sono alimenti e 26 bevande. Altro punto debole è, secondo i critici, la liberalizzazione totale di prodotti chiave come la pasta e i cioccolatini (in 10 anni) e salsa di pomodoro (5 anni). Preoccupazioni anche per gli Ogm e i prodotti ftosanitari. La risposta è la creazione di dieci tavoli di dialogo tra regolatori Ue e del Giappone sulle questioni di competenza nazionale come appalti, agricoltura, sicurezza alimentare. Il problema è che non c’è alcun riferimento che garantisca il coinvolgimento ai tavoli dei parlamenti nazionali.

Tra gli effetti positivi, una maggiore apertura in otto anni per il mercato automobilistico e in sei anni sugli apparecchi televisivi mentre l’export europeo beneficerà dell’eliminazione delle imposte nei settori farmaceutico, trasporti, servizi finanziari e telecomunicazioni. L’accordo prevede anche il trattamento non discriminatorio delle imprese europee che operano nel mercato degli appalti giapponesi. Sul lavoro, però, il Giappone non ha ratificato due delle otto convenzioni fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Bcc, sulla riforma solo ritocchi. Il caso delle banche in crisi

La riforma delle banche di credito cooperativo non sarà sospesa: subirà solo alcuni “ritocchi”, dando più tempo agli istituti per aderire ai gruppi bancari. Lo ha spiegato ieri in Senato, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Una decisione non in linea con Lega e M5S, che chiedevano di fermare l’iter con una moratoria ad ampio raggio. “Significa eliminare la riforma, ma non sembra che questa richiesta provenga dalla maggioranza del credito cooperativo”, ha tagliato corto il ministro, che punta a evitare interventi drastici per far poi pesare a Bruxelles il suo no al pacchetto sull’unione bancaria.

Nel 2016 il governo Renzi ha approvato la riforma che impone alle 300 e dispari Bcc di aderire a una capogruppo. Il testo è stato scritto da Bankitalia pensando che tutte le banche avrebbero aderito a Iccrea holding, braccio operativo della Federcasse, storico feudo romano che ha dettato legge nel sistema cooperativo. Molte Bcc, le più sane, hanno invece aderito alla trentina Cassa Centrale Banca, mentre quelle altoatesine hanno creato, grazie a un’apposita deroga (tornata utile per candidare Maria Elena Boschi a Bolzano) al gruppo provinciale Raiffeisen. Il guaio è che finiranno sotto la vigilanza della Banca centrale europea, le cui rigide regole sulla valutazione della clientela renderebbero complicata la vita a molti istituti. Per questo Lega e M5S hanno chiesto una moratoria, trovando favorevoli soprattutto le Bcc altoatesine (che rischiano anche loro di finire sotto la vigilanza della Bce).

Secondo Tria non si può più tornare indietro. Anche perché Francoforte e Bankitalia, per mettere pressione al governo hanno accolto nei giorni scorsi la candidatura delle tre capogruppo. Probabile invece che venga solo allungato – via decreto – il tempo a disposizione degli istituti per aderire ai gruppi. Nel mentre sarebbero possibili, secondo il ministro, almeno due modifiche: la prima è rivedere la soglia di capitale delle capogruppo in mano alle Bcc aderenti, fissato al 51% da Bankitalia, alzandolo al 60-70%, cifra inizialmente prevista ma fermata da Via Nazionale, preoccupata di rendere appetibili i gruppi agli investitori esteri; la seconda è alleggerire per le sole Bcc i nuovi requisiti professionali per gli amministratori delle banche previsti dalla direttiva Ue Crd IV, che però l’Italia non ha mai applicato visto che il Tesoro tiene chiuso nel cassetto il decreto attuativo da oltre due anni.

Nelle scorse settimane, Bankitalia ha ammesso che la vigilanza della Bce sarebbe un problema non da poco. Da mesi il sistema del credito cooperativo è scosso da tensioni interne: chi ha voluto la riforma oggi tentenna e viceversa. Il problema più urgente, però, è che diverse Bcc se la passano male. Secondo una mozione della Lega un terzo sono “ad alto rischio” e un quarto “mediamente a rischio”. Anche i sassi sanno che la spinta di Bankitalia alla riforma, più che da un progetto sistemico, nasce dalle tante situazioni di crisi lasciate incancrenire a lungo.

Secondo i dati di Via Nazionale, a dicembre 2017 il credito cooperativo vantava 22,6 miliardi di crediti deteriorati su 131 totali erogati alla clientela, il 17,2%, sopra la media del sistema bancario scesa al 14,1%, anche se i numeri sono in miglioramento. Il numero di Bcc si è notevolmente ridotto dalle quasi 400 di qualche anno fa. Si stima che entro un anno scenderà a poco più di 200. Solo Cassa Centrale Banca, per dire, dalle iniziali 115 Bcc aderenti è scesa a 95 e calerà entro l’anno a 90 per effetto delle fusioni messe in atto per salvare quelle in difficoltà. Iccrea affronta una situazione anche più complessa. Secondo i dati comunicati in un incontro di ottobre con Bankitalia e Bce, a giugno 2017 le circa 160 Bcc aderenti al suo gruppo avevano nel complesso 18 miliardi di crediti deteriorati, il 19,8% del totale, coperti con accantonamenti più bassi rispetto alla media del sistema cooperativo. I giudizi ispettivi di Bankitalia sul 2016 e il primo quadrimestre 2017 si sono chiusi nel 43,9% dei casi mettendo la banca nell’“Area di attenzione” (rischiano di essere commissariate dalla capogruppo) e nel 10% con esito “sfavorevole”, condizione che di norma porta alla richiesta di fondersi con un istituto più solido.

La guerra nella plancia di comando, mentre il Titanic-Carige affonda

Oltre 260 milioni di euro, milione più milione meno. È quanto ha lasciato sul campo (finora) la famiglia Malacalza, primo socio di banca Carige con il 20,6%. Il tutto in soli tre anni, dal primo investimento nel 2015 nella banca. Ai 263 milioni investiti nel 2015 dalla famiglia genovese c’è da aggiungere quasi 100 milioni dell’aumento di capitale del dicembre scorso. Oggi in borsa la quota dei Malacalza vale 95 milioni. Perdite per ora solo sulla carta. Finché i titoli non verranno smobilizzati la minusvalenza è virtuale. Ma pesa eccome in quella guerra continua tra lo stesso Malacalza, dimissionario dalla carica di vicepresidente, e gli amministratori delegati che si sono susseguiti al vertice. Ora il violento attrito che ha visto le dimissioni polemiche del presidente Giuseppe Tesauro e di due consiglieri è con l’ad Paolo Fiorentino, ma in passato sono stati bellamente defenestrati prima Piero Montani poi a giro di ruota Guido Bastianini. Se non si parte dai soldi e dalle cifre in gioco di chi ha avuto solo da perdere dalla conquista di Carige non si comprende l’acuto malessere che domina i vertici della banca.

Sembra davvero la Nave dei folli, o se volete quel Titanic con la sua orchestra che continua a suonare mentre la banca è tuttora pericolante. Un tutti contro tutti, dove ogni pretesto è buono a mantenere alta la tensione. Il presidente Tesauro (vicino alla famiglia Malcalza) che lascia con un attacco violento al capo-azienda Fiorentino accusato di dialogare da solo con la Bce, di tenere all’oscuro il consiglio e di intrattenere rapporti con Luca Parnasi. O Vittorio Malacalza che si dimette da vicepresidente ricordando quelle telefonate imbarazzanti con il costruttore romano finito in manette. Fiorentino che non sta a guardare e respinge al mittente ogni accusa. E poi come ha raccontato Il Fatto le accuse del consigliere Lunardi sulle spese e consulenze fuori controllo sotto la gestione Fiorentino.

Un circo Barnum, più che il vertice di una delle banche ancora sotto stretta sorveglianza per le criticità dei conti. Un brutto spettacolo. Carige è infatti tuttora l’ultimo dei grandi malati bancari italiani dopo la vicenda Mps e il collasso delle venete. Per Carige l’uscita dal tunnel non è ancora avvenuta. E certo le profonde divergenze tra Malacalza, il capo-azienda e ora anche con il socio Mincione determinato a salire ancora nel capitale non aiutano.

Cinque anni di perdite consecutive dal 2013 per la bellezza di oltre 3 miliardi, di cui 680 milioni solo nell’ultimo biennio. Tre aumenti di capitale in rapida successione dal 2014 per oltre 2,1 miliardi di denaro chiesto ai soci.

Soldi bruciati di fatto, dato che oggi la banca capitalizza solo 475 milioni di euro, meno del valore dell’ultimo aumento di capitale di sette mesi fa. Una miseria. Il mercato continua a non dare valore alla banca. Carige quota infatti poco più del 20% del suo patrimonio netto. Un valore da saldo il più basso del sistema bancario italiano. Tanta disaffezione è da attribuire alle continue attese di rinascita sempre disattese. E del resto quanto a salute Carige resta in totale convalescenza nonostante le continue iniezioni di capitale. La zavorra è ancora una volta costituita dal peso dei crediti malati lordi che valevano a marzo di quest’anno 4,73 miliardi su 17,7 di impieghi, ben il 26% del portafoglio e oltre 2 volte il capitale della banca. I prestiti marci dopo le rettifiche sono al 15% degli impieghi un valore molto più alto della media del sistema. Certo la banca ha in procinto di pulire e molto la zavorra di sofferenze e incagli e Fiorentino su questo è impegnato. Dalla sua il fatto che per la prima volta dopo 5 anni è tornato nel primo trimestre del 2018 il segno nero sul bilancio. Pochi milioni di utili solo 6, ma di valore simbolico. Ma la strada è lunga. Occorrerà vedere a quale prezzo saranno ceduti sofferenze e incagli per non iscrivere nuove perdite a bilancio. E molto c’è da fare sulla gestione ordinaria.

La banca è rimpicciolita moltissimo dal dissesto Berneschi in poi. Il suo attivo è di poco più di 20 miliardi, la metà di solo 5 anni fa. I ricavi sono crollati di oltre il 30% in soli tre anni con i costi operativi che si mangiano l’87% degli stessi ricavi. I prestiti sono collassati di un terzo. In queste condizioni la banca non può produrre reddito dalla gestione ordinaria. Figurarsi poi con le rettifiche dovute al virus delle sofferenze. Banca nel limbo con il 2018 che deve segnare per forza una svolta vera. Ma con la guerra continua al vertice tutto diventa ancora più difficile. Sintetizza così la situazione un banchiere di lungo corso. Lo scontro tra Fiorentino e Malacalza? “Ridotto all’osso, l’ad punta su un’aggregazione rapida con un’altra banca. Carige costa poco, ha la rete che può ancora valere e i suoi crediti malati verrebbero annacquati in una banca più solida, tale da non rappresentare più un grande problema. Malacalza vuole prima risanare l’istituto e poi caso mai andare a nozze. Avrebbe così più forza negoziale, strapperebbe un valore più alto nella fusione tanto da minimizzare al meglio le minus sul suo fallimentare investimento”. Follow the money. La ricetta di inseguire il denaro per capire come va il mondo è sempre preziosa. Soprattutto nel caso di Carige, dove i veleni rischiano di far perdere di vista la realtà. Una banca morente con dei guidatori litigiosi e irresponsabili.

L’ora della scelta sulla Concorrenza

In Italia la priorità è proteggere i consumatori o chi vuole estrarre da loro il maggior valore possibile (alias: spennarli)? Nella sua relazione di fine mandato, il presidente dell’autorità Antitrust, Giovanni Pitruzzella, ha fatto il bilancio degli ultimi sette anni. E ha ricordato al pubblico e alla politica l’importanza di un’azione decisa contro le rendite e gli abusi anche come strumento di lotta alle disuguaglianze, di incentivo all’innovazione e del rispetto delle regole. Un approccio che oggi sembra assente dalla politica: nessuno, a destra come a sinistra, sembra più interessato a usare la leva del mercato per raggiungere i propri obiettivi. L’unico strumento a disposizione sembra essere il deficit, combinato con la tradizionale propensione a legiferare su tutto. Il Movimento 5 Stelle, la forza oggi più sensibile alle questioni di disuguaglianze e alla tutela dei più deboli, non ha mai parlato di liberalizzazioni, anzi si schiera a fianco di ogni piccola lobby che rivendica i propri privilegi corporativi, dagli ambulanti che contestano la direttiva Bolkestein ai balneari, ai tassisti, ai piccoli negozianti, che invocano chiusure domenicali contro outlet e supermercati. In questo contesto diventa cruciale la scelta, in autunno, del prossimo garante Antitrust. A nome dell’Associazione antitrust italiana, Alberto Pera, avvocato ed ex membro dell’autorità, ha scritto una lettera al presidente della Camera, Roberto Fico, chiedendo che la scelta del successore di Pitruzzella “avvenga con modalità che ne assicurino la competenza, l’indipendenza e l’impegno a favore di un mercato aperto e concorrenziale”, con una selezione trasparente e competitiva, sulla base di requisiti oggettivi e verificabili. Un auspicio condivisibile, ma che indica logiche di selezione molto diverse da quelle che stanno caratterizzando l’attuale stagione di nomine, gestita con logiche spartitorie su base soltanto politica che sembrano essere sopravvissute intatte anche nella cosiddetta Terza Repubblica.

L’estate infuocata di Airbnb: le accuse sul business fantasma

Ciclicamente ritorna: a riportare l’attenzione su Airbnb, la piattaforma che gestisce gli affitti brevi, nei giorni scorsi è stata la Commissione europea. Una tegola che si somma al flop della tassa sugli affitti, ai ricorsi pendenti e all’accusa di nascondere un esercito di professionisti dell’immobiliare che cercano di raggirare fisco e regole.

La Commissione ha parlato di prezzi poco trasparenti, pratiche commerciali sleali, condizioni di utilizzo non conformi al diritto europeo. La società dovrà presentare entro fine agosto le sue proposte di adeguamento che, se non dovessero essere ritenute sufficienti, potrebbero generare “un’azione coercitiva”. In sostanza, la direttiva sui diritti dei consumatori del 25 ottobre 2011 stabilisce che il prezzo di beni e servizi debba comprendere chiaramente eventuali tasse e costi aggiuntivi, da comunicare in anticipo. Nel caso in cui questi ultimi non possano essere calcolati in anticipo, il consumatore deve essere messo al corrente del possibile sovrapprezzo. Iter che, secondo la Commissione, Airbnb non seguirebbe, soprattutto durante una prima iniziale ricerca. Vera Jourová, commissaria Ue per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, ha detto che “la popolarità non può essere una scusa per non conformarsi alle norme Ue”.

Tra gli avvertimenti, c’è un aspetto più interessante. Bruxelles ha sottolineato la necessità che sulla piattaforma si specifichi quando l’offerta di un appartamento o di una stanza sia fatta da un privato o da un professionista, perché potrebbero cambiare alcune norme relative alla protezione dei consumatori. Negli ultimi mesi, Airbnb è diventata una forte attrazione per gli host professionisti più che per i proprietari di case sfitte, nonché una fonte di problemi per il mercato immobiliare perché sottrarrebbe case da mettere in vendita facendo, di conseguenza, lievitare i prezzi. Ha lanciato un programma di potenziamento delle categorie di alloggi, tra cui anche i lussuosi “boutique hotels” o i B&b nonché un progetto pilota per testare il pagamento anticipato di una parte della tariffa. A maggio è stato invece pubblicato un rapporto che mostra come la presenza di Airbnb a New York stia aumentando il costo dell’affitto per i residenti a tempo pieno. Nel 2017, uno studio pubblicato sul Wall Street Journal ha esaminato cento delle più grandi aree metropolitane degli Stati Uniti e stabilito che un aumento del 10% nelle inserzioni Airbnb porta a un aumento dello 0,39% del canone di locazione e a un aumento dello 0,64% dei prezzi delle abitazioni.

Un’analisi a campione sulla città di Londra (realizzata dalla società di consulenza Moore Stephens) mostra invece che per 64 mila case di proprietà elencate su Airbnb ce ne sono 197.970 che sono invece hotel. L’analisi riporta una delle preoccupazioni maggiori: hotel e b&b devono infatti essere soggetti a normative sulla sicurezza antincendio e ad altri controlli, che i proprietari di case possono evitare e che Airbnb non impone. La ricerca, si legge ancora, “è un’approssimazione basata sulle fonti disponibili. Il dibattito su Airbnb e il suo impatto sarebbe ulteriormente migliorato se Airbnb presentasse i suoi dati in modo più trasparente”. Peter Duffy, direttore di Moore Stephens, afferma: “Tutti vorremmo che Airbnb fosse più trasparente. Sono necessarie ulteriori statistiche in modo che l’impatto di Airbnb, positivo o meno, possa essere adeguatamente discusso”.

Mancanza di trasparenza che può convenire. In Italia, la manovra correttiva del 2017 ha previsto che chi affitta casa per soggiorni, sotto i 30 giorni e non per mestiere, per il pagamento delle tasse possa passare al regime della cedolare secca (21%). Il pagamento può essere effettuato anche tramite l’intermediario che funge da sostituto di imposta. Nei mesi scorsi, però, Airbnb ha più volte ribadito che non può fare da sostituto d’imposta proprio perché non è in grado di riconoscere tra host privati e host professionisti e quindi non può farsi carico di una responsabilità di questo genere (oltre al fatto che ha in sospeso un ricorso al Tar). E quanto è stato raccolto nell’ultimo anno dal pagamento della cedolare secca? Secondo il Rendiconto Generale dello Stato, degli 83 milioni di gettito attesi nel 2017 ne sono entrati soltanto 19 e l’anno prossimo potrebbe andare peggio visto che si attende un gettito di 139 milioni. Un flop, in sintesi, che ha portato il ministro del Turismo e delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, ad annunciare un cambio di rotta già a settembre e la piattaforma a replicare di aver già pronta una propria proposta di legge. Si tratta di un accordo di collaborazione simile a quello recentemente stipulato con il governo danese e che prevede la raccolta automatica delle tasse ma anche un limite al numero di giorni di affitto all’anno (70) e una “no tax area” fino a 40 mila corone di introiti”.

I giochi, insomma, si chiuderanno nei prossimi mesi. Intanto la settimana scorsa il Tar del Lazio ha respinto il ricorso di Airbnb per le misure cautelari sull’applicazione della cedolare al 21%. La decisione si è basata su due motivi: uno, l’udienza fissata a ottobre (quindi una data molto vicina); due, la mancanza di prove dei presunti danni lamentati dal gruppo americano. Per il Tar il “denunciato aggravamento del danno economico subito dalla ricorrente è smentito dalla produzione documentale offerta dalla controinteressata Federalberghi circa il tasso di crescita del volume di affari di Airbnb nel primo semestre 2018”.