Torturato e lasciato morire. Poi fatto a pezzi, infilato nel baule di una Volvo 240 e carbonizzato. Solo grazie alla fede e all’orologio si è scoperto che quel cumulo di cenere era Francesco Vinci. Viene trovato morto e bruciato insieme al suo servo pastore, Angelo Vargiu, il 7 agosto 1993 nel bosco di Garetto, poco distante Pisa. Un’esecuzione atroce. Che viene letta sin da subito come una ritorsione, una punizione per uno sgarro tra sardi eseguita adottando il cruento codice d’onore barbaricino. Le indagini, guidate dall’allora colonnello dei carabinieri provinciali di Pisa, Tullio Del Sette, si chiudono rapidamente: questione tra pastori sardi. Forse un furto di bestiame. Forse. Chissà. Il responsabile non sarà mai individuato. Eppure l’omicidio di Garetto poteva essere altro. Perché Vinci non era un pastore qualunque.
Nell’agosto del 1982 la sua faccia finì su giornali e telegiornali accompagnata dalla notizia che metteva fine a un incubo: “Preso il mostro di Firenze”. Era lui, secondo gli inquirenti toscani. Il mostro era Vinci. Non era il primo. Il 12 giugno 1981 i magistrati fiorentini Silvia Della Monica e Adolfo Izzo avevano già arrestato Enzo Spalletti, un ex vetraio autista della misericordia a Montelupo nonché “guardone”. La sua auto, una Ford Taunus, venne vista la notte del 6 giugno vicino a via dell’Arrigo a Mosciano di Scandicci dove vennero uccisi Carmela De Nucci e Giovanni Foggi di 21 e 30 anni. Non solo. Spalletti la mattina dopo il duplice omicidio disse alla moglie di aver visto “due morti ammazzati”. Ma la notizia apparse sui giornali solamente l’8 giugno. Mentre era rinchiuso nel carcere fiorentino, qualcuno telefonò prima alla moglie e poi al fratello per riferire la stessa identica frase: “Ditegli che stia zitto e tranquillo, che presto sarà scagionato, presto uscirà di carcere, però gli sta bene un po’ di galera, a quello scemo”. L’autore non sarà mai rintracciato. Spalletti resta dietro le sbarre fino a ottobre quando il mostro torna nuovamente a colpire.
È la sera di sabato 22 ottobre 1981. Stefano Baldi e Susanna Cambi di 26 e 24 anni, dopo aver cenato dalla mamma di Stefano escono per tornare a Firenze a casa della ragazza. Vengono ritrovati morti la mattina successiva su una stradina sterrata a Calenzano dove si erano appartati. Anche al corpo di Susanna, come a quello di Carmela pochi mesi prima, viene asportato il pube. Soltanto ora si iniziano a collegare gli omicidi. Si comincia a ragionare di serialità, si cercano precedenti simili negli archivi e per la prima volta si parla di un mostro, il mostro di Firenze. A lui vengono attribuiti tre duplici omicidi: i due del 1981 e un terzo avvenuto sette anni prima, il 14 settembre 1974 a Fontanine di Rabatta, nei pressi di Borgo San Lorenzo, dove furono uccisi l’appena 18enne Stefania Pettini e il fidanzato Pasquale Gentilcore, 19enne. Il mostro ha ucciso tre volte. Sei vittime. Sempre con la stessa arma, una calibro 22 Long Rifle, e sempre usando gli stessi proiettili marca Winchester serie H. Enzo Spalletti viene scarcerato: non può essere lui l’autore dei delitti.
Le indagini vagano letteralmente nel nulla. Gli inquirenti italiani si dimostrano impreparati ad affrontare un profilo criminale mai visto prima. L’unica certezza è l’esistenza di un serial killer che agisce indisturbato per le campagne fiorentine. Vengono studiate le autopsie compiute sui cadaveri. Si cercano dei nessi. I punti comuni. Viene tracciato un primo profilo. Il mostro uccide sparando alle vittime e solo dopo si accanisce su di loro con un coltello. Separa i cadaveri, portando quello della donna distante dall’uomo, e punteggia con un’arma bianca il seno e la zona pubica di lei fino ad asportarla. Mentre qualcuno tra le forze dell’ordine ipotizza riti esoterici e piste sataniche, il mostro torna a colpire. Il 19 giugno 1982, la Long Rifle 22 esplode altri proiettili Winchester serie H. E colpisce Paolo Mainardi, meccanico 22enne di San Pancrazio, e Antonella Migliorini, cucitrice di 19 anni. La coppia si era appartata in uno spiazzo lungo via Virgilio a Baccaiano, Montespertoli. La 127 è a ridosso della strada, accanto a un albero. Questa volta il mostro non si accanisce sulle vittime perché è costretto a scappare: Paolo, il ragazzo, si è accorto della sua presenza e nonostante i primi colpi di arma da fuoco riesce a mettere in moto l’auto e ingranare la retromarcia ma finisce nello sterrato. Antonella muore. Lui, Paolo, viene portato in ospedale dove arriva in coma. I magistrati il giorno successivo fanno trapelare la notizia che è vivo ed è in grado di individuare l’aggressore. E ricevono un fortuito aiuto da parte di un carabiniere che si ricorda che l’arma e i proiettili sono uguali a quelli utilizzati per un duplice omicidio nel 1968. Il giovane dell’Arma, secondo molti, aveva ricevuto una segnalazione anonima. Intanto nei pressi di via Virgilio a Montespertoli viene trovata una Renault 4 rossa nascosta tra i cespugli. Appartiene a Francesco Vinci. Gli inquirenti ritengono che l’abbia nascosta dopo aver saputo che la vittima stava parlando. Quando poi ricevono il materiale del 1968 e trovano il suo nome come complice di Stefano Mele e proprietario dell’arma calibro 22 lo arrestano: è lui il mostro.
Vinci nega. Ma resta in carcere. Il magistrato che indagata sul mostro e arresta Vinci è convinto che la verità sia lì. Dirà Izzo nel 1994: “Chi ha commesso l’omicidio del ’68 ha tuttora la pistola e gli altri partecipanti a quell’omicidio d’onore sanno chi è il mostro, ma sono accomunati da un reciproco ricatto”. È la cosiddetta “pista sarda”. Ma anche Vinci sarà scarcerato. Perché mentre è in galera, il 9 settembre 1983, il mostro torna a colpire. Le indagini ripartono da zero.
(2. continua)