Quattro anni e 298 morti senza la verità

Un pomeriggio di quattro anni fa dal cielo del Donbass piovvero corpi. Alcuni sfondarono i tetti delle case di Hrabove, un villaggio tra i campi di girasole nella provincia di Donetsk. In quel periodo nella zona orientale dell’Ucraina i separatisti filorussi e l’esercito ucraino erano in guerra tra di loro. A quattro anni di distanza, i familiari dei 298 passeggeri del volo MH17 (per la maggioranza olandesi, essendo l’aereo partito da Amsterdam per Kuala Lumpur) ancora non conoscono chi è il responsabile dell’abbattimento del Boeing 777.

Il conflitto, tutt’ora in corso seppur a bassa intensità nonostante i negoziati di Minsk, scoppiò negli oblast di Donetsk e Luhansk e fu voluto da ucraini russofoni guidati da ufficiali del GRU, i servizi segreti militari russi, come indicano numerose testimonianze e intercettazioni. Una di queste riguardava proprio l’abbattimento dell’aereo della Malaysian Airlines: durante una telefonata un miliziano separatista e un ufficiale russo parlavano di un “uccellino abbattuto per errore”.

L’inchiesta internazionale del Joint Investigative Team (Jit) a guida olandese, che include anche specialisti di Australia, Belgio, Malaysia e Ucraina, ha confermato gli esiti delle indagini del team indipendente di ricercatori Bellingcat sulla provenienza del missile Buk che ha causato l’abbattimento dell’aereo. Secondo gli investigatori il missile proveniva dalla 53esima Brigata missilistica antiaerea delle forze armate russe con sede a Kursk. Il Jit aveva già confermato nel 2016 che l’MH17 era stato centrato da un sistema missilistico anti-aereo Buk. La flotta di missili in uso alla brigata russa sarebbe stata portata oltre confine e, subito dopo l’attentato, riportata in Russia. I russi hanno sempre sostenuto che sarebbe stato l’esercito ucraino a centrare il Boeing mentre tentava di abbattere un aereo militare. Entrambi i contendenti avevano cinicamente un “motivo” per farlo, non foss’altro che per addossare la colpa al nemico. Lo scorso dicembre Bellingcat aveva dichiarato che la “figura d’interesse” nell’abbattimento del volo è il generale russo in pensione Nikolaj Tkaciov, oggi capo ispettore del Distretto militare centrale russo. Vladimir Chizhov, rappresentante permanente della Russia presso l’Ue, commentando i risultati dell’indagine internazionale, ha dichiarato: “Si tratta di una vecchia storia, immessa nella sfera informativa nel 2014”. Il giallo resta e anche le tensioni internazionali. Come atto di accusa a Mosca per l’abbattimento dell’MH17, ai mondiali di calcio in Russia l’Australia non ha inviato rappresentanze diplomatiche.

Israele, pazza idea: è meglio Hamas di un nuovo nemico

L’estate di Gaza è sempre bruciante. La calura insopportabile, la mancanza di acqua ed energia. È in estate che gli artiglieri di Hamas e degli altri gruppi armati testano i loro arsenali di missili e mortai, provano a sfruttare la rabbia e la disperazione dei due milioni di civili “assediati”. L’estate per Gaza è propizia alla guerra.

Ci sono i politici dell’ultra-destra che incalzano il premier Benjamin Netanyahu perché “si tolga i guanti” e ordini all’Idf un’offensiva su vasta scala che liberi il sud di Israele dalla minaccia dei missili e dalle fiamme innescate dagli aquiloni incendiari che divorano i campi coltivati appena oltre il confine della Striscia. Ieri Netanyahu si è recato in una base militare vicina alla striscia di Gaza per consultazioni; con lui il ministro della difesa Avigdor Lieberman, il capo di stato maggiore, generale Gady Eisencot, il capo dello Shin Bet (sicurezza interna) Nadav Argaman e il consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Dhabbato.

La “questione Gaza” deve essere affrontata, concordano anche molti ufficiali dell’Idf. Ma come? Le condizioni di vita dentro sono terribili e l’emergenza umanitaria è dietro l’angolo. Israele può combattere contro Hamas ma non può riconquistare Gaza militarmente, il costo umano – oggi – sarebbe spaventoso.

L’Anp di Abu Mazen non è in grado di riprendere politicamente il controllo della Striscia. E in caso di un attacco che faccia crollare il potere di Hamas nella Striscia, è altamente probabile che il movimenti islamista – già diviso in 3 fazioni al suo interno – possa polverizzarsi, dando vita a decine di altri gruppetti e cellule incontrollabili. Altri movimenti potrebbero vedere in questo la grande occasione, come le cellule salafite filo-Isis finora represse dalla Preventive Security di Hamas. Ecco perchè alla fine sembra che Israele preferisca tollerare un “diavolo che conosce”.

L’Idf e Hamas sono in una situazione di stallo da mesi, mentre le proteste della “Marcia di ritorno” lungo il confine della Striscia sono sfociate in incessanti episodi di incendi che, a loro volta dopo la risposta dell’Idf, hanno portato al modello abituale di scambio di razzi e attacchi di rappresaglia da parte delle forze aeree israeliane.

La tensione senza fine, le sirene di allarme che ululano tutto il giorno spingono la popolazione civile a chiedere al suo esercito di eliminare ciò che il ministro della Difesa Avigdor Lieberman chiama un gruppo di “cannibali”.

Se il governo israeliano decidesse di rovesciare Hamas, ci sarebbe un vuoto di potere ed è incerto quale gruppo riuscirebbe rapidamente a riempirlo. In tale eventualità, la paura è che un nemico o una minaccia ancora più grande possa riempire quel vuoto. Dopo gli attacchi di domenica da parte dell’Idf contro 40 obiettivi di Hamas a Gaza, sorge spontanea la domanda: perché non vengono distrutte queste infrastrutture terroristiche che sono note da tempo?

“È meglio che Hamas abbia una struttura di comando”, spiega Eran Lerman, dello Shalem College e vicepresidente dell’Istituto per gli studi strategici di Gerusalemme. La reticenza di Israele nel varcare la linea sottile tra una “risposta militare proporzionale” e un’invasione completa è aggravata dalla mancanza di desiderio di rioccupare Gaza, che costerebbe dal punto di vista militare centinaia di vite e sarebbe un enorme fardello politico ed economico da gestire. Secondo Gabriel Ben-Dor, che insegna all’Università di Haifa, il governo preferisce spendere queste risorse per combattere l’Iran, il cui potenziale nucleare è considerata una minaccia esistenziale. Inoltre, ha sottolineato, due organizzazioni che potrebbero giovarsi della caduta di Hamas sono la Jihad islamica e i Comitati di resistenza popolare, che hanno entrambi legami più stretti (di Hamas) con Teheran.

“Se Hamas è abbastanza stupido da entrare nella fossa dei leoni”, sostiene Lerman, e allora Israele potrebbe passare a una risposta militare più forte. Tuttavia, come dimostra l’apparente cessate-il-fuoco raggiunto nelfine settimana, dimostra che Hamas non vuole la guerra aperta. Per questo Ben-Dor sostiene che la migliore possibilità per una soluzione a lungo termine è quella di migliorare condizioni umanitarie a Gaza e pressioni per la smilitarizzazione di Hamas. Questo, visto l’inafferrabile processo di pace israelo-palestinese, potrebbe col tempo portare a una svolta importante.

Mosca non ha voluto cercare i mandanti

A quasi dodici anni dall’assassinio di Anna Politkovskaja, la giornalista russa autrice di numerose inchieste sulla violazione dei diritti umani in Cecenia e diversi altri reportage non graditi a Vladimir Putin, arriva il primo richiamo ufficiale a Mosca. Lo Stato russo viene chiamato direttamente in causa dalla Corte europea dei diritti umani che lo condanna per non aver condotto un’inchiesta efficace per determinare chi abbia commissionato l’omicidio.

Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja fu colpita da 4 colpi di pistola nell’ascensore del palazzo dove abitava a Mosca. Quasi otto anni dopo, nel giugno del 2014, la giustizia russa emette l’ultimo verdetto condannando cinque uomini: ergastolo per Rustam Makhmudov (l’autore materiale) e per suo suo zio Lom-Ali Gaitukayev (l’organizzatore della spedizione); 20 anni per Serghiei Khadzhikurbanov, ex-dirigente della polizia di Mosca che ha partecipato alla preparazione dell’omicidio; 14 anni per Ibragim Makhmudov e 12 per Dzhabrail Makhmudov. Non c’è traccia né una parola sui mandanti. Attivista per i diritti umani e non solo giornalista. La passione per il suo lavoro e il rigore nelle inchieste avevano reso Anna Politkovskaja molto conosciuta a livello internazionale. Nel suo libro La Russia di Putin (in Italia edito da Adelphi) venivano riportati tutti i nodi dell’Amministrazione Putin.

Tra questi il caso Cecenia e i metodi di controllo del dissenso da parte dei servizi segreti. Per evitare approfondimenti su temi così “caldi” Anna sarebbe stata uccisa. Questa è la convinzione dei suoi familiari che nel 2007 hanno deciso di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Per i giudici di Strasburgo l’inchiesta presenta molte lacune. La Corte contesta a Mosca che nonostante si sia arrivati “alla condanna di 5 uomini direttamente responsabili per l’omicidio, l’indagine non può essere considerata adeguata se non è stato compiuto alcuno sforzo per identificare chi ha commissionato e pagato per l’uccisione”.

La Corte evidenzia che “apparentemente le autorità hanno seguito una sola pista, legata a Boris Berezovsky, uomo d’affari residente a Londra morto nel 2013, senza tuttavia fornire alcun documento del fascicolo, dettagli sulle richieste d’aiuto internazionale, o i passi compiuti per fare luce, dopo la sua morte, sul ruolo che avrebbe avuto nell’omicidio della giornalista”. Inoltre “il governo russo non ha spiegato perché le autorità hanno scelto di focalizzare la loro attenzione su una singola linea d’indagine, nonostante lo stesso abbia riconosciuto davanti alla Corte di Strasburgo che tali omicidi richiedono un approccio poliedrico”.

È stato anche ignorato l’invito della famiglia della giornalista a estendere le indagini a “ufficiali dei servizi segreti o rappresentanti dell’amministrazione cecena”. Infine non sono state fornite giustificazioni convincenti del perché le indagini siano durate tanto a lungo.

A due giorni dalla fine del Mondiale di calcio, la Corte dei diritti dell’uomo ha ultimato un altro procedimento contro Mosca. La Russia è stata condannata perché tre componenti delle Pussy Riot, arrestate nel 2012, sono state sottoposte a trattamenti inumani o degradanti. Inoltre, il loro diritto a un processo equo e alla libertà è stato violato.

Trump&Putin, più che Helsinki sembra il raid di Pearl Harbour

Rientrato in America dall’Europa, Donald Trump continua a vivere nell’universo parallelo dei suoi tweet: ha avuto “un grande incontro” con gli alleati Nato, che l’hanno vissuto come un incubo; e un incontro “ancora migliore” con Vladimir Putin – buono per Putin, di sicuro -. E perché nessuno la racconta così? Colpa, è ovvio, dei “fake news media”, i cui corrispondenti vivono sul Pianeta Terra e non riferiscono le realtà percepite in altri Mondi: “Sono impazziti”. Tuttavia, Trump è costretto a una retromarcia ieri sera: “Accetto” le conclusioni delle agenzie di intelligence Usa sulle interferenze russe nelle elezioni.

E aggiunge: “Mi rendo conto che c’è bisogno di una chiarificazione: volevo dire ‘non vedo perchè la Russia non debba essere ritenuta responsabile.” Politico, che s’è ormai guadagnato i galloni di testata di riferimento per la politica americana, definisce “l’attacco di Putin agli Usa”, in occasione delle elezioni 2016, “la nostra Pearl Harbor” e invita il pubblico a non lasciarsi confondere dal gioco delle tre carte del magnate presidente: “Ingerire nelle elezioni è stato un atto di guerra. È ora che rispondiamo per le rime”. Trump, invece, non intende farlo. Per lui, almeno fino all’incontro di Helsinki, tutta questa storia del Russiagate, cioè delle collusioni tra la sua campagna ed emissari russi, è ciarpame mediatico, caccia alle streghe: lui l’ha chiesto a Putin e Putin gli ha assicurato che non c’è nulla di vero. L’opinione pubblica americana pare meno scossa dei media dalla vicenda, anche se la notizia dell’arresto di Mariia Butina, una russa di 29 anni, accusata d’essere una spia russa infiltratasi dentro la lobby delle armi, la Nra, rinfocola i dubbi sull’innocenza di Putin e dei suoi. Butina viene dalla Siberia e ha i capelli rossi: secondo gli inquirenti americani, s’è inserita in organizzazioni che influenzano la politica “per perseguire l’interesse della Federazione russa”. In patria, aveva fondato un gruppo per il diritto alle armi. Negli Usa, nel 2016, provò a combinare un incontro che doveva restare segreto tra il ‘candidato’ e il presidente. Intanto, l’Unione europea cerca di correre ai ripari e di stendere tutt’intorno all’America di Trump un cordone di sicurezza economico e commerciale: dopo il patto con la Cina, martedì, ecco quello con il Giappone, ieri. Il ritorno a casa del leader russo è stato molto meno contrastato di quello del magnate presidente: i media russi, che non sono molto allenati alla libertà di espressione, scrivono che Helsinki può essere “un punto di partenza per il rilancio delle relazioni russo-americane”.

Impressiona, invece, i media americani “la straordinaria dimostrazione di fiducia data da Trump a un leader accusato di avere attaccato la democrazia americana”; l’essersi schierato a fianco di Putin contro l’intelligence statunitense (“Ho grande fiducia nella mia intelligence, ma le smentite di Putin sono state estremamente forti e potenti”); e l’avere di nuovo attaccato il Russiagate, nonostante Putin abbia ammesso di avere sperato che Trump vincesse nel 2016. I giornali americani ipotizzano, e non è la prima volta, che Putin sia in possesso di materiale compromettente per Trump, ma anche su questo punto la smentita è stata drastica: “Per piacere, toglietevi dalla testa questa baggianata”. Il Washington Post accusa il presidente di “collusione con un criminale” e il Daily News di “aperto tradimento”, mentre il NYT inciampa in un video giudicato omofobo dalla rete, dove Trump e Putin sono amanti gay. Anche la politica si agita, lungo linee non rigidamente partitiche: le critiche dei democratici fanno coro; per i repubblicani, dopo Ryan – “La Russia ha un governo minaccioso che non condivide i nostri interessi ed i nostri valori e credo che questo debba essere molto, molto chiaro” – anche McCain, Rubio, Gingrich e altri prendono le distanze, mentre il presidente della Fed, Jerome Powell nega che l’Ue sia “nemica” degli Usa. Generali e capi dell’intelligence tacciono. James Comey, l’ex direttore dell’Fbi licenziato causa Russiagate, dice che il presidente “s’è schierato con un criminale bugiardo”.

L’affittacamere di Gadda, le stime di Boeri e i bar quando c’era Lui

Per carità, signora mia, io la politica? Piuttosto me butto a fiume. Tito Boeri – presidente dell’Inps ed economista caro al gruppo Espresso – reagisce alla parola “politica” come la padrona di casa di don Ciccio Ingravallo (nota per liberisti: personaggio di Gadda) al lemma “affittacamere”: “Accusarmi di fare politica è una colossale sciocchezza”, ha detto ieri a Repubblica. Il riferimento è alle polemiche seguite alla sua stima sul “Decreto Dignità” che, riducendo di 12 mesi la durata massima dei contratti a termine, causerebbe la perdita di 8 mila posti di lavoro ogni anno per un decennio: stime definite dal ministro Tria, economista pure lui, “prive di basi scientifiche” e “poco trasparenti” dal presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, Guglielmo Loy. Il tema – al netto dei nuovi cultori dell’argomentum ab auctoritatem: L’ha detto Boeri! – non è tanto la discutibilità delle stime, ovvia, quanto la pretesa del nostro di “non fare politica” mentre interviene nel dibattito sulla base di modelli scientifici ideologicamente orientati (destra, fossimo nel ’900). Come nei bar durante il fascismo, dentro Boeri non si parla di politica, si enunciano verità ex cathedra (è infallibile e senza manco vestirsi strano come il Papa): non esiste alcun conflitto distributivo nella società, il bene è un fatto tecnico e il come-si-fa lo sa Boeri. E qui il pensiero corre non tanto al detto piemontese gaute la nata (levati il tappo), pur così profondo, quanto all’Ingegnere di “L’io… il più lurido di tutti i pronomi” (nota per liberisti: no, non è De Benedetti, sempre Gadda).

Sparare alle mogli: con la riforma di Salvini sarà legittima difesa

C’è grande attesa nel Paese per l’avviarsi (questa settimana) dell’iter della riforma della legittima difesa, e come su tutto quanto (immigrazione, giardinaggio, economia, lavori all’uncinetto, scienza aerospaziale, cucina vegana, creme solari, prodotti dop, miele biologico), la linea la detta il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Sono i vantaggi di chi non lavora mai: può avere molti hobby. È noto il pensiero di Salvini: troppe rogne, processi, spese per avvocati, per chi ammazza a fucilate qualcuno che gli sta rubando un soprammobile in salotto. La lobby dei produttori e venditori di armi è naturalmente favorevole: un milione e 398.920 licenze per porto d’armi sembrano poche per un paese di 60 milioni di abitanti, e l’Italia resta in posizione di inferiorità rispetto al Texas, dove sono armati anche gli embrioni, o luoghi pacifici come la Libia. Ecco alcune norme di buon senso che la riforma dovrebbe recepire.

Sparare ai ladri in casa. Naturalmente si potrà sparare ai ladri in casa. Una norma un po’ ambigua perché non si capisce a casa di chi. “Ma a casa dei ladri!”, chiarisce subito Salvini. In pratica, il bravo cittadino italiano con un vicino rumeno, o straniero in generale, potrà bussare, aspettare che qualcuno apra e poi freddarlo sul ballatoio. Si tratta di un criterio allargato di legittima difesa, interpretato in chiave meno restrittiva. Se poi risulterà che il morto non era un ladro ma un’onestissima persona, l’imputato non avrà diritto al rimborso del proiettile, che dovrà pagare coi suoi soldi. “Norma troppo punitiva – dice Salvini – la cambieremo”.

Bonus pistole. Sull’esempio del bonus Cultura, verranno consegnati ai giovani, al compimento del diciottesimo anno, dei soldi per acquistare armi da fuoco. C’è chi è scettico, perché non è facile mettere in campo controlli e verifiche. “E se poi scopriamo che con quei soldi si comprano un libro? – dice Savini – Norma da rivedere”.

Poligono diffuso. L’aumento del possesso di armi da parte di onesti cittadini che vogliono difendersi dalla criminalità sparando ai bambini che recuperano il pallone finito in cortile necessita un minimo di preparazione balistica. Ma istituire poligoni di quartiere (o di caseggiato, per le zone più popolose) potrebbe essere costoso. La riforma pensata da Salvini vorrebbe ribaltare il concetto e combattere la burocrazia. Basta iscrizioni, domande in carta da bollo, verifica dei documenti. Per allenare la mira, basterà aggirarsi nei dintorni di un campo rom, o di qualche centro per stranieri richiedenti asilo.

Ripresa economica. I benefici di una riforma che liberalizzi l’uso delle armi, come piacerebbe a Salvini e a quelli che le fabbricano, sono anche economici. A parte l’impennata di interventi nella sanità privata (si calcola che il numero di quelli che si sparano in un piede pulendo la Colt aumenteranno del 334 per cento), si prevedono ottime performance per il settore pompe funebri, fioristi, necrologi. La riforma avrà poi un effetto volano: sapendo che lo aspettano armato, anche il ladro di polli comprerà un’arma, innestando un circolo virtuoso per cui tra dieci anni uno dovrà andare in giro con portafoglio, telefono, chiavi della macchina, chiavi di casa, e Glock calibro nove. Torna il borsello.

Prima la famiglia. È nota la passione di Salvini per i valori famigliari, infatti ha avuto due o tre famiglie, piazzando sempre mogli e compagne in buoni posti di lavoro grazie alla politica. La riforma tanto caldeggiata guarda dunque alla famiglia con un occhio di riguardo: ammazzare la moglie, la fidanzata, la ragazza che vuole lasciarti, sarà più agevole e non si dovrà più ricorrere a mezzi primitivi come lo strangolamento. “L’ho ammazzata perché non voleva che mi sputtanassi tutto lo stipendio con poker e scommesse”, dopotutto, è legittima difesa.

Il Pd e la commedia delle assurdità

La rivolta generale contro la nomina, da parte del segretario reggente del Pd, di una segreteria politica concepita come unitaria è solo l’ultimo atto della commedia dell’assurdo inscenata dal Pd. Del resto, come sorprendersi? Dopo quattro mesi dalla disfatta del 4 marzo: non una discussione adeguata sulle sue ragioni; il leader dimissionario che ancora detta la linea o comunque esercita un sindacato di blocco; la elezione unanime (!) di un segretario reggente nella persona del vice, corresponsabile di quella disfatta; il differimento del congresso e dunque delle decisioni che contano su politica e guida del partito a un anno dalla sconfitta; gli esponenti più rappresentativi del Pd, esclusa la corte renziana, che ora balbettano circa il dovere di interloquire con i 5 stelle dopo che, mesi fa, quando ne ebbero l’opportunità (offerta loro dallo stesso Mattarella) e prima dell’esordio non brillante del governo e della subalternità grillina a Salvini, si fecero imporre da Renzi uno sterile, irresponsabile Aventino; due candidati alla segreteria a bagnomaria, l’uno dichiarato e plausibile, Zingaretti, in discontinuità con il corso renziano, l’altro, Calenda, non dichiarato esplicitamente, ma attivissimo e propugnatore di un’altra linea politica. Non ho pregiudizi su di lui. Di più: apprezzo la sua autonomia e anche le sue malcelate ambizioni (sono una risorsa in politica). Ma non mi convince. Mi spiego: si iscrive al Pd e già teorizza di andare oltre il Pd, senza chiarire esattamente in quale direzione.

Che il Pd, già “ab origine”, secondo l’ispirazione ulivista, non bastasse a se stesso, ma dovesse organizzare un più vasto campo di forze civiche e politiche era scritto nel suo statuto ideale. E dunque tanto più ora, messo come è messo. La presuntuosa, velleitaria autosufficienza del Pd è stato uno dei più fatali errori di Renzi. Ma Calenda sembra prospettare le stesse politiche di Renzi dopo Renzi, un partito dell’establishment (è nella sua indole, uomo di Confindustria che si affaccia alla politica al fianco di Montezemolo e nelle liste di Monti). Non a caso, per la guida del Pd, propone la medesima squadra dei ministri del governo Gentiloni. Il consenso a quella linea già lo abbiamo misurato: è il 18-19% al Pd del 4 marzo. Politiche e politica già sonoramente bocciate. La stessa idea del Fronte repubblicano, anche al netto del nome infelice, suggerisce una prospettiva “contro” piuttosto che “per” e comunque una lettura sbrigativa e superficiale dell’avversario rappresentato indiscriminatamente come un tutt’uno populista da rigettare. Oggi largamente maggioritario. E, a fronte, uno schieramento indistinto che difficilmente potrebbe prescindere da Berlusconi e dal suo mondo, non suscettibile di essere rappresentato come alternativo al populismo e alla destra.

Eppure chiunque sia sollecito per le sorti della democrazia e del Paese non può essere indifferente alla sorte del principale partito dell’opposizione, perno di una potenziale alternativa. Dunque, pur in questo scenario desolante, a mio avviso, si possono fissare quattro preliminari punti fermi. Quasi precondizioni. Circa i tempi, sarebbe necessaria la massima accelerazione. Il rinvio, come è evidente, figlio solo del surplace e dei veti incrociati tra le nomenclature, non risolve alcun problema, semmai li appesantisce. Secondo: l’esatto opposto del falso unanimismo delle soluzioni. Urge un aperto confronto/conflitto tra linee politiche intestate a precisi candidati. Zingaretti? Calenda? Lo stesso Renzi se ancora incredibilmente (mentre lavora al suo programma per le tv del Cavaliere!) aspirasse a tornare in sella. L’importante è che la facesse finita con la pretesa di dominare il Pd giocando a nascondersi. Terzo: si tematizzi apertamente il giudizio sui 5Stelle e, di riflesso, il rapporto con loro.

Sconcerta la superficialità di analisi e la contraddizione di chi, contro ogni evidenza, da un lato sostiene che Di Maio e Salvini sarebbero la stessa cosa, cioè una identica destra estremista, e poi stigmatizza, non a torto, le manifeste e imbarazzanti divisioni interne al governo. Infine, fuor di ipocrisia, un radicale avvicendamento ai vertici. Delle due l’una: se Renzi o chi per lui rivincesse il congresso Pd (Dio non voglia) è un conto, in caso contrario la rottamazione di lui e dei suoi (o una loro fuoriuscita dal Pd) sarebbe una benedizione. Anche perché, tra i tanti guasti da lui prodotti, non ultimo è quello di avere esasperato senza rimedio l’antagonismo interno al Pd, tra dirigenti, quadri, iscritti e persino elettori. Dovrebbero esserne consapevoli per primi i protagonisti attivi e passivi della rottamazione renziana. L’esperienza ha già abbondantemente dimostrato che la convivenza forzosa e mal sopportata di differenze incomponibili è foriera di un danno per tutti. Rottamatori e rottamati.

Dem. Il problema non è quando si fa il congresso, ma per fare cosa

Dopo l’intervento dell’on. Morassut, il Fatto ha pubblicato anche l’intervista all’on. Cuperlo. Niente da dire giornalisticamente parlando, anzi mi auguro che la serie continui. Quello che mi ha colpito è che per buona parte le dichiarazioni sono intercambiabili per la levità e l’educazione delle espressioni. Certo, avrebbero potuto usare il termine ‘’sinistra’’ come fosse una loro proprietà letteraria e modulare meglio termini come “grillini”, usati spesso da loro compagni di cordata in modo spregiativo. Altra cosa che mi ha disturbato è come questi dirigenti credano che la futura classe dirigente del partito sia tra i giovani delle università o dei circoli ristretti da dove sono già usciti Madia, Boschi, Rosato e Serracchiani. Non è lì che il Pd ha perso, ma nelle periferie, nelle fabbriche che chiudono, nell’aumento incontrollato della burocrazia. La classe dirigente andrebbe formata come una volta. Se non tireranno fuori, valorizzandoli, dirigenti forti su questi temi servirà a ben poco cambiare nome o adottare qualche espediente che ne allungherà l’agonia. Programmare un congresso con migliaia di persone presenti e per di più fra sette o otto mesi fa venire in mente i vecchi congressi di partito che si tengono ancora in Corea del Nord, non vi pare?

Franco Novembrini

 

Il Partito Democraticoè allo sbando. E questo è un dato talmente incontrovertibile che non è neppure una notizia. Però, spezzerò una lancia a favore di chi cerca una soluzione, fosse anche solo dialettica. Gianni Cuperlo da sempre cerca di sostanziare la sua azione politica con una riflessione. A Roberto Morassut va dato atto di sostenere da mesi che bisogna andare oltre il Pd. Ciò detto, il problema non è dei singoli, ma della politica o dell’assenza di politica: il Pd è quel partito che si consegnò mani e piedi a Matteo Renzi, sfiduciando Enrico Letta durante una direzione, perché sembrava avere più possibilità di durata al governo e quindi dare più garanzie a tutti. Il Pd è quel partito che dopo il referendum costituzionale scelse sostanzialmente di non contendere allo stesso Renzi la segreteria un po’ per la difficoltà di trovare una leadership, un po’ perché preferiva che a perdere le elezioni fosse lui. Renzi non era un uomo esattamente organico a quella sinistra, ma di fatto nessuno gli ha opposto fino in fondo un’altra politica. Dunque, secondo me, il problema non è né quando si fa il congresso, né dove formare la classe dirigente: il problema è per fare che, per dire cosa, guardando a chi. Non è chiaro. E forse è anche troppo tardi per capirlo. È una storia al capolinea e da dove deve ripartire è tutto da capire.

Wanda Marra

Mail box

 

 

La vittoria della Francia è una vittoria del “mescolare”

Dunque i Mondiali li ha vinti la Francia. E niente vi è stato di più bello che vedere passare la Coppa del mondo fra polpastrelli di bianco e di nero. Testimoni di sorrisi che ancora prima del colore esprimevano il calore della mescolanza. Una vera Coppa del mondo. Che non è andata in un angolo del mondo. Bensì a una squadra che ha rappresentato il mondo. O l’idea, che pure nelle sue contraddizioni, dovremmo avere di esso.

Il pensiero dell’ideatore originario della stessa democrazia, l’ateniese Clistene, la cui parola d’ordine, scrive lo storico Domenico Musti, fu quella del “mescolare”. E così, nella mescolanza fra i colori di Mbappé e di Griezmann, la Coppa prenderà la via dei Campi Elisi fino a giungere sotto l’Arco di Trionfo. Lì dove mi piace immaginare che ancora prima della Marsigliese risuoneranno le note di un duo d’eccezione. Quello in ebano e avorio di Paul McCartney e Stevie Wonder che negli anni Ottanta, raccogliendo lo spirito di un tempo che aveva ancora la forza dell’augurio, cantavano: “Ebano e avorio, vivono insieme in perfetta armonia / L’uno accanto all’altro come i tasti del mio pianoforte / O Signore, perché non anche noi?”.

Lo cantavano Paul McCartney e Stevie Wonder e, in questo tempo assai buio, sembra ancora che lo possiamo immaginare nella luce dell’abbraccio fra Mbappé e Griezmann.

Quell’abbraccio fra l’ebano e l’avorio dentro cui può essere coltivato e realizzato per l’uomo il sogno dell’oro.

Giuseppe Cappello

 

Il vicepremier Di Maio fa bene a contrastare il gioco d’azzardo

La volontà del vicepremier Luigi Di Maio di “abolire la pubblicità sul gioco d’azzardo perché, sta distruggendo le famiglie” dimostra finalmente che nel paese comincia a prevalere l’interesse generale su quello particolare. Le conseguenze della ludopatia possono essere devastanti e in alcuni casi portano addirittura al suicidio. Da qui la necessità di ricorrere a provvedimenti legislativi per cercare di arginare il fenomeno. Sarebbe anche opportuno che tale problematica venisse trattata nelle scuole, affinchè gli studenti prendano coscienza dei perversi meccanismi psicologici attivati dal gioco d’azzardo, in particolare il ‘gratta e vinci’ e le ‘slot machine’.

Tali giochi possono facilmente indurre alla dipendenza perché applicano gli schemi del condizionamento operante elaborati da Skinner per rendere le persone schiave del gioco. Gli studi in materia hanno dimostrato che il rinforzo parziale, secondo lo schema del rapporto variabile, è molto efficace nel raggiungere lo scopo di spingere i giocatori a puntare più volte il proprio denaro. Fornire alle persone gli strumenti concettuali per difendersi da queste forme di condizionamento che si avvalgono, per fini ignobili, delle conoscenze scientifiche, è un dovere della Repubblica.

Maurizio Burattini

 

Le amare delusioni che questi Mondiali ci hanno causato

Con buona pace dei pubblicitari e dispensatori di spot vari, i quali hanno esaltato i Mondiali di calcio in Russia solo perché avevano acquistato i diritti di trasmissione in diretta televisiva, questi Mondiali si sono rivelati una grande speranza che potesse vincere la piccola Croazia e una grande delusione, mista a rabbia, perché ha vinto la grandeur francese e, purtroppo, abbiamo visto un Macron esultare in modo scomposto, come un classico tifoso da Curva Sud.

Insomma, credo che almeno il 70% di coloro che sapevano della finale tra Francia e Croazia abbiano tifato per la piccola Croazia e, invece, le cose sono andate male. Ma, a parte ciò, checché ne pensino Mediaset & C., si è trattato di un Mondiale tecnicamente modesto con le squadre migliori europee e non, ricche di campioni, estromesse quasi subito nelle eliminazioni iniziali.

Si spera che al prossimo Mondiale quelli della Federazione italiana di calcio facciano in modo che l’Italia vi possa partecipare.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Diritto di replica

In relazione all’articolo a firma di Patrizia De Rubertis, “Luce e gas, via al portale statale ma senza comparare le offerte”, pubblicato lunedì sul vostro quotidiano, volevo fare un po’ di chiarezza soprattutto su un passaggio. Nell’articolo si legge “Acquirente Unico dal canto suo si discolpa…”. Ebbene, nessun rappresentante di AU ha mai parlato in alcuna forma o veste con la vostra giornalista né si è, in alcun modo, discolpato.

Andrea Péruzy Presidente e Ad Acquirente Unico

 

Dell’argomento l’Acquirente Unico ha parlato negli scorsi giorni durante il programma radiofonico “La radio ne parla” e, già da prima che diventasse operativo il portale (il primo luglio), è stato chiarito che la mancata comparazione tra la bolletta in maggior tutela e un’offerta Placet sia diretta volontà dell’Autorità dell’energia, discolpando appunto l’Acquirente Unico che, come ho riportato, si occupa solo della realizzazione e della gestione del portale. La precisazione, che quindi non smentisce nulla, porterebbe invece a far pensare che l’Acquirente Unico sia il responsabile.

Patrizia De Rubertis

Terra dei fuochi, i falò dell’illegalità

Puntualmente, con l’estate aumentano gli incendi negli impianti di rifiuti. Ma forse qualcosa sta cambiando. Perché finalmente, a fronte dell’ultimo, gravissimo rogo di San Vitaliano (Napoli), il ministero dell’Ambiente, grazie al cambio di gestione, sembra intenzionato a intervenire con decisione.

Il nuovo ministro, generale Costa, infatti, non solo ha subito attivato il Noe dei carabinieri per le dovute indagini, ma ha messo sul tappeto due importanti proposte strutturali: da un lato ha richiesto che tutti i provvedimenti relativi alla Terra dei fuochi (soprattutto in tema di bonifiche) passino sotto la competenza del suo ministero; e dall’altro che in tutta Italia i siti di stoccaggio dei rifiuti siano considerati “sensibili” e rientrino, quindi, nel piano coordinato di controllo del territorio gestito dalle Prefetture con tutte le forze dell’ordine.

Esattamente l’opposto del suo predecessore, il quale si era limitato a una “circolare” (non vincolante per nessuno) del tutto inutile, per ricordare (male) le norme applicabili agli impianti di stoccaggio rifiuti.

Eppure ormai nessuno può negare il gravissimo fenomeno di questi incendi in impianti di rifiuti: più di 250 in meno di tre anni, con un vertiginoso aumento dal gennaio del 2015 all’agosto del 2017, come accertato dalla Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali a esse correlati; cui si aggiungono almeno altri successivi 128 incendi come documentato sul suo blog dall’on. Claudia Mannino.

Ma quali sono le cause di un fenomeno così rilevante e in deciso aumento? Purtroppo, quasi mai sono state esperite indagini approfondite in proposito. Anzi, come risulta dalle risposte delle varie Procure della Repubblica alla Commissione bicamerale, almeno un terzo di questi incendi non è stato neppure segnalato alla magistratura; ma, anche quando segnalazione vi è stata, il tutto si è concluso con l’archiviazione (quasi sempre perché ignoti gli autori) e solo nel 13% dei casi si è esercitata l’azione penale; non tanto però per il delitto di incendio, doloso o colposo (solo 5 casi), quanto – ed è significativo – per altri reati, di tipo ambientale, derivanti da irregolarità nella gestione degli impianti.

Ed è altrettanto significativo ricordare, in proposito, che Roberto Pennisi, magistrato della Direzione distrettuale antimafia, ha recentemente dichiarato che “l’autocombustione non esiste” e che dietro questi incendi “vi sono solo interessi criminali” in quanto “si brucia per coprire altri reati”.

Del resto, sempre la Commissione bicamerale ha evidenziato tra le cause del fenomeno “la possibilità, determinata da congiunture nazionali e internazionali, di sovraccarico di materia non gestibile, che quindi dà luogo a incendi dolosi ‘liberatori’”; richiamando la circostanza che dal 2017 la Cina ha imposto un drastico giro di vite alle importazioni di rifiuti, specie italiani.

Ed è ancora più significativo, a questo punto, evidenziare che molti degli impianti andati a fuoco erano in rapporti commerciali da e con soggetti già indagati o condannati per reati relativi alla violazione della normativa sui rifiuti: in particolare per il delitto di traffico illecito.

Appare, quindi, fondato il sospetto che buona parte di questi incendi servano a risolvere situazioni di illegalità divenute ingombranti o pericolose per le stesse imprese andate a fuoco.

Le motivazioni più probabili sono quelle collegate alla elusione dei costi connessi con una corretta gestione dei rifiuti che sono stati accolti negli impianti a fronte di un corrispettivo, spesso molto cospicuo; tanto più se si verte in un quadro di illegalità ambientale.

E questo non riguarda solo i casi più eclatanti, quando i rifiuti derivano da un traffico clandestino. Ma anche e soprattutto il caso di chi agisce in un apparente quadro di legalità, ma non può permettersi di subire controlli sulla quantità dei rifiuti ricevuti e sulla qualità della sua gestione.

Un incendio, ad esempio, può servire a evitare controlli sul combustibile da rifiuti prodotto al di fuori delle specifiche di legge, per cui l’impresa ha, tuttavia, già percepito contributo all’ingresso del rifiuto. O a evitare che si scopra che l’impresa ha ricevuto contributi o, comunque, compensi, per rifiuti non riciclabili o non autorizzati fatti figurare in ingresso con falsi codici.

In questo quadro, appare certamente rilevante e meritevole di approfondimento la circostanza che molti degli impianti andati a fuoco rientravano nell’ambito dell’accordo Anci-Conai per il riciclo e il recupero, dietro corrispettivo pubblico, dei rifiuti urbani raccolti dai Comuni. Riciclo che, ovviamente, richiede come presupposto una buona qualità della raccolta differenziata. Sotto questo profilo, non sempre i Comuni che si presentano come “raccoglioni” sono anche “ricicloni”. Se, infatti, come spesso avviene nel nostro Paese, la raccolta differenziata è di qualità scarsa, difficilmente i rifiuti potranno essere correttamente riciclati; tanto è vero che, in questi casi, devono essere mandati in discarica, in evidente contraddizione con le finalità della raccolta differenziata.

E, si badi bene, il nodo dei controlli è di fondamentale importanza anche per quanto riguarda la prevenzione degli incendi. Le indagini della Commissione bicamerale sull’incendio del 2017 all’impianto di rifiuti della Eco X di Pomezia hanno evidenziato che l’impianto non aveva avuto controlli sull’attività – nonostante un (giustamente) preoccupato esposto degli abitanti della zona –, aveva in deposito quantità di rifiuti ben superiori al consentito; vi erano rifiuti che non era autorizzato a ricevere; e, soprattutto, non aveva presidi antincendio né alcun piano di emergenza come prescritto dalla legge. Anzi, era stato addirittura diffidato a mettersi in regola dai vigili del fuoco e non aveva ottemperato, senza altra conseguenza che una “multa” irrisoria.

Ecco perché l’iniziativa del ministro Costa proprio per incentivare i controlli sugli impianti di rifiuti è da condividere senza riserve.

Speriamo solo che venga subito messa in opera. Altrimenti è facile essere profeti e pronosticare che nei prossimi giorni alcuni impianti oggi traboccanti di rifiuti prenderanno fuoco improvvisamente. Non a caso, dopo Napoli, sono già andati a fuoco altri due impianti di rifiuti a Macerata e a Muggiano.