Morte Attilio Manca: anche il gip di Roma archivia tutto

Il Gip di Roma ha accolto la richiesta di archiviazione per la morte di Attilio Manca, l’urologo siciliano trovato senza vita nella sua abitazione di Viterbo nel febbraio 2004. La decisione arriva dopo che sullo stesso caso, in passato, si era già espressa la magistratura di Viterbo, che aveva archiviato il caso riconducendo la morte di Manca a un’overdose. A quella decisione si era sempre opposta la famiglia del medico, che con l’aiuto dell’avvocato Antonio Ingroia aveva cercato di ottenere giustizia per il figlio sostenendo che Manca avesse fatto parte dell’equipe che nel 2003 operò a Marsiglia il boss mafioso Bernardo Provenzano, senza conoscerne l’identità. “Lo Stato si autoprotegge – commenta ora Ingroia – anzi, si autoassolve affinché non si sappia la verità, e cioè che Attilio è stato ucciso dall’apparato mafioso istituzionale che a lungo ha coperto la latitanza di Provenzano prima del suo arresto”. “Invece di indagare a fondo – accusa Ingroia – si è preferito non vedere e non sentire, si è deciso di ignorare fatti evidenti”. Nel marzo del 2017 era stata condannata a cinque anni e quattro mesi di reclusione Monica Mileti, la donna accusata di aver ceduto a Manca la dose di eroina che lo avrebbe ucciso.

Pittella e dintorni: da Margiotta a De Filippo, il clan dem lucano

Marcello Pittella – fratello di Gianni Pittella –, Salvatore Margiotta, Vito De Filippo e Filippo Bubbico. Sono i puntini del potere del Pd in Basilicata. Il governatore, l’eurodeputato, il senatore, i viceministri. Il potere che non si scardina, che sopravvive a Renzi e a se stesso, che si autorigenera negli scandali.

Come nel gioco della Settimana enigmistica, unisci i puntini che appaiono sulle carte dell’inchiesta per la concorsopoli nella sanità lucana e ti appare un disegno chiaro, a prescindere da eventuali responsabilità penali, se e quando verranno acclarate. È il disegno di un potere penetrante, invasivo, clientelare, fatto di raccomandazioni e spifferate, di caminetti e cordate. L’appartenenza. Il clan. Nel suo significato antropologico, ovviamente. Il clan dei dem lucani. Che è sopravvissuto intonso ad altre indagini, e che guarda con fiducia anche al buon esito di questa.

Prendete il senatore Margiotta, che secondo la Finanza avrebbe sabotato le indagini avvertendo delle intercettazioni in corso il supermanager dell’Asl di Matera Pietro Quinto, il “collettore delle raccomandazioni” della concorsopoli, in nome e per conto del consenso politico elettorale di Pittella, scrive il Gip di Matera Angela Rosa Nettis in un passaggio dell’ordinanza. È lo stesso Margiotta uscito bianco di assoluzione della Cassazione nel 2016, dopo una condanna a un anno e sei mesi in Appello, per le accuse di corruzione e turbativa d’asta intorno alla concessione Tempa Rossa, all’appalto del Centro Oli, e al comitato d’affari sugli appalti per le estrazioni petrolifere in Basilicata. Durante le indagini Margiotta rischiò l’arresto – negato dalla Camera – e si autosospese dal Pd. Alla scuola di formazione del partito Renzi lo riaccolse come il figliol prodigo: “Sono fiero di poter dire bentornato nel Pd, Salvatore”.

Che poi Margiotta il 16 dicembre 2007 avesse effettivamente incontrato l’imprenditore Ferrara e che Ferrara, cinque giorni dopo, fosse stato intercettato in casa mentre diceva a un’amica di aver incontrato, per discutere dell’appalto, una persona a cui aveva detto “…Salvato’, io voglio il lavoro, lo voglio. Io ti devo portare 200 mila euro il giorno in cui mi assegnano definitivamente e tu lo sai come sono io”, sono fatti incartati in quel processo. Margiotta però fu giustamente assolto perché non ricopriva cariche pubbliche connesse con l’appalto Centro Oli e quindi non poteva essere imputato di corruzione.

Forse poteva essere processato per traffico d’influenze. Un reato che però è stato introdotto solo nel 2012, e probabilmente sarebbe stato assolto lo stesso. E cosa rimane di quella vicenda? Il dato comune all’inchiesta su Marcello Pittella: se vuoi partecipare con speranze di vittoria a un appalto o a un concorso in Basilicata, devi passare attraverso qualcuno dei puntini del potere dem lucano.

Di questo principio è impregnata la sanitopoli materana. Ne sarebbe consapevole persino il clero. Il segretario del Vescovo contatta Quinto per far ammettere la sorella ad un corso di formazione a numero chiuso. Il manager lo indirizza al viceministro De Filippo “che si metterà a disposizione del prelato” e la sorella “risulterà vincitrice del concorso”. Il viceministro Bubbico (poi passato a LeU) avrebbe invece segnalato due persone alla selezione per otto assistenti amministrativi, la commissione però fatica a individuarle perché ci sono due concorrenti con lo stesso cognome. Solo una ha lo sponsor giusto.

E c’è la storia del concorso truccato poi vinto da Lucia Esposito, prima dei non eletti nel consiglio regionale della Campania e al Senato. Grazie alle dimissioni del senatore Vincenzo Cuomo, eletto sindaco di Portici (Napoli), Esposito è stata senatrice negli ultimi mesi della scorsa legislatura e un giornale locale ha ricordato che era vicina “ai fratelli Gianni e Marcello Pittella, dai quali giunse un sostegno elettorale in occasione della sua candidatura alle regionali campane del 2015”.

Pittella (Marcello) e De Filippo sono imputati nella Rimborsopoli della Regione Basilicata. La Corte dei conti ha già condannato il primo e assolto il secondo, mentre il processo penale si trascina da quattro anni, l’ultima udienza si è svolta il 13 luglio. Vedremo come andrà a finire, mentre la Concorsopoli è appena all’inizio. Ieri il Gip ha confermato i domiciliari per Pittella, che non si dimette e continua a fare il governatore dal salotto di casa. Nelle stesse ore il Riesame ha discusso il ricorso per l’annullamento della misura. “Ci aspettavamo la decisione del Gip – dice l’avvocato di Pittella, Donatello Cimadomo – ma cogliamo dalla motivazione un dato positivo, cioè che non vi è alcun elemento che la Procura ha individuato, e il giudice ha accolto, per ritenere che il quadro indiziario sia aggravato”.

Le lobby delle armi: “Ci hanno avvicinato tutti i partiti politici”

In Parlamento – e più precisamente presso le commissioni riunite Affari costituzionali e Politiche europee – sono state ascoltate le principali associazioni di categoria nel settore della produzione delle armi. Giorgio Pedersoli, presidente di Conarmi, ha chiarito i rapporti della sua “lobby” con i partiti italiani: “Durante la campagna elettorale siamo stati avvicinati da tutti i partiti politici, come hanno sempre fatto anche in passato. Ma io rappresento un’associazione di 110 aziende e non hanno mai firmato nessun tipo di accordo. E stante la situazione economica dell’associazione le garantisco che non abbiamo versato alcun contributo, non ci sarebbero stati i fondi nemmeno per pagargli un caffè”. Pedersoli ha risposto a una domanda del dem Gennaro Migliore, che chiedeva di eventuali finanziamenti a favore della Lega. Le associazioni, inoltre, hanno criticato alcuni punti della direttiva Ue, nata dopo gli attentati di Parigi, per rendere più stringenti i controlli su chi acquista armi. Secondo Mauro Silvis, direttore generale Anpam (produttori armi e munizioni sportive e civili) c’è il rischio di un “appesantimento burocratico, in un quadro normativo già molto complesso”.

L’accomodante Barachini sogna la Vigilanza

“Ne posso solo parlare bene…”. Questa è la risposta standard che si riceve quando si chiede in giro (colleghi, parlamentari, conoscenti) di Alberto Barachini, l’ex giornalista Mediaset che oggi potrebbe essere eletto, in quota Forza Italia, alla presidenza della commissione di Vigilanza Rai. Carica cui Barachini, 46enne, arriverebbe con una carambola degna del miglior giocatore di biliardo e con in più un po’ di fortuna: decisivo infatti è stato il veto del M5S su Maurizio Gasparri, il naturale candidato forzista per quella poltrona.

Così è andata in scena la stessa sceneggiatura che si era vista per l’elezione di Alberti Casellati alla presidenza del Senato: veto pentastellato su un forzista (Gasparri), convergenza su un altro considerato accettabile (Barachini). Il cui nome al grande pubblico non dirà granché, eppure in video il giornalista è stato parecchio, prima al Tg4 di Emilio Fede e poi al Tgcom24 di Paolo Liguori. Con Fede si ricordano alcune siparietti gustosi, perché l’ex direttore del Tg4 maltrattava Barachini un po’ come faceva, in precedenza, con Paolo Brosio. Con la differenza che almeno il nostro stava al calduccio in studio e non sul freddo marciapiede davanti al Tribunale di Milano.

Come una liberazione Barachini deve aver vissuto il suo arrivo alla redazione del Tgcom24, dove Paolo Liguori lo prese sotto la sua ala protettrice facendone uno dei suoi principali collaboratori: “Alberto è competente, preparato, ha studiato e continua a farlo (è laureato in lettere moderne a Pisa, ndr), cosa non scontata tra chi fa la nostra professione. Ha una grande passione per il giornalismo e, da pisano, ha il gusto della battuta. Solo con l’ironia uno juventino come lui può far carriera a Mediaset… Quando gli hanno chiesto di entrare in politica era combattuto. Gli ho detto: stare al fianco di Berlusconi sarà un arricchimento”, racconta Liguori. Nel settembre 2017, infatti, il leader forzista chiede a Mediaset un giornalista che lo affianchi in campagna elettorale. E il nome che l’azienda gli propone è Barachini: “È serio, affidabile, diligente, gran lavoratore”, dicono all’ex Cav. Così, da un giorno all’altro, Barachini – che è sposato con la dirigente di un’azienda farmaceutica e ha tre figli – entra nell’inner circle berlusconiano, con la delega alle presenze tv, a stretto contatto con Licia Ronzulli. I due “legano”. Del resto è difficile non andare d’accordo “con uno disposto a farsi concavo ma pure molto convesso a seconda dell’interlocutore”, dicono i maligni. Insomma, se ha un difetto è forse il carattere troppo accomodante.

Assai Diverso dall’unico precedente: Giovanni Toti, anche lui prelevato da Mediaset per gestire la comunicazione di Berlusconi e poi promosso a consigliere politico. Tanto a Toti piace apparire (mitica la foto con tuta bianca insieme a B. dal balcone della clinica per dimagrire), tanto Barachini è felpato, silenzioso, mimetico. Consapevole che anche una parola fuori posto può essere fatale. Da quando è in politica, del resto, non si ricordano sue interviste. Le elezioni per Forza Italia vanno male, ma Barachini, grazie a un collegio blindato in Lombardia, diventa senatore. E oggi lui, ex dipendente Mediaset, potrebbe andare a capo della Vigilanza Rai. Chi l’avrebbe mai detto?

Rai, Copasir e le altre: parte il risiko, ma si litiga su Cdp

Fino a quando il Parlamento non avrà chiuso le votazioni, il rischio che l’accordone tra maggioranza, quasi-maggioranza e opposizione sulle Commissioni bicamerali e sulla Rai salti è concreto. Ma ai blocchi di partenza pare tutto tranquillo.

Stamattina Lorenzo Guerini dovrebbe spuntarla per la presidenza del Copasir: d’altra parte il Pd (e Matteo Renzi) hanno puntato sulla guida del comitato che vigila sui servizi segreti fin dal giorno dopo le elezioni. Forza Italia, nonostante i “consigli” di Matteo Salvini, ha optato per prendersi la Vigilanza Rai: Alberto Barachini dovrebbe spuntarla su Maurizio Gasparri, che pure voleva quel posto, perché più gradito a Silvio Berlusconi e meno sgradito ai Cinque Stelle. Il via libera sul suo nome è arrivato dopo una riunione ad Arcore, nonostante Letta e Confalonieri spingessero Gasparri: l’ex Cavaliere ha insistito su di lui in nome del “rinnovamento”.

lo stesso Gasparri, però, dovrebbe avere la poltrona di consolazione: presidente della Giunta per le elezioni del Senato. Per quel che riguarda la Camera, la Giunta per le elezioni sarebbe destinata ancora al Pd con Roberto Giachetti e quella delle Autorizzazioni a Andrea Delmastro delle Vedove di Fratelli D’Italia (FdI). La cosa ha scontentato Liberi e Uguali che puntava al posto destinato a Giachetti. Difficile conti qualcosa se la maggioranza decide di non interferire. Oggi il Parlamento vota anche i 4 consiglieri di amministrazione Rai (altri 2 sono nominati dal governo e uno dai dipendenti). In serata, la cosa sembrava messa così: un consigliere andrebbe alla Lega, uno ai Cinque Stelle (si tratterebbe di Beatrice Coletti, la prima classificata nelle votazioni online degli iscritti), uno a Fratelli d’Italia e uno al Pd (i renziani vogliono la riconferma di Rita Borioni). Forza Italia sarebbe fuori perché ha la Vigilanza, mentre il M5S (che in origine voleva due consiglieri) considera comunque affidabile Fratelli d’Italia.

Pare vicina alla chiusura pure la partita su presidente e dg. Come spiegano dai piani alti del Carroccio, la trattativa è ancora in corso: la Lega per la presidenza prende in considerazione prima di tutto Giovanna Bianchi Clerici, ma non ha ancora deciso. Bianchi Clerici, peraltro, vicina a Matteo Salvini, è stata già consigliere d’amministrazione a Viale Mazzini ed oggi è componente dell’Autorità garante della privacy. Problema: su di lei grava una sentenza della Corte dei Conti del 2011 per la nomina (agosto del 2005) di Alfredo Meocci a direttore generale della Rai, che era incompatibile in quanto proveniente dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

La magistratura contabile ha condannato gli allora consiglieri d’amministrazione della Rai – tra cui appunto Bianchi Clerici – e l’allora ministro del Tesoro Domenico Siniscalco, che propose la nomina, a risarcire allo Stato 11 milioni di euro, in parti uguali fra loro.

Quale che sia il nome, la Lega dovrebbe “avere” il prossimo presidente della Rai, mentre il direttore generale toccherà ai Cinque Stelle. Il favorito sarebbe Enrico Ventrice, documentarista e produttore televisivo, ma i Cinque Stelle stanno lavorando su una rosa di nomi.

Quanto alla (fondamentale) Cassa depositi e prestiti, invece, si litiga e tutto rischia di tornare in alto mare. L’accordo tra il ministro del Tesoro Giovanni Tria, la Lega e il M5S sembrava chiuso: alla presidenza Massimo Tononi (indicato dalle Fondazioni azioniste); Dario Scannapieco della Bei come amministratore delegato mentre il direttore finanziario Fabrizio Palermo verrebbe promosso a direttore generale (come chiesto dai 5Stelle). Tutto era pronto per l’assemblea di oggi e invece nelle ultime ore la partita si è complicata: i grillini si sono messi di traverso su Scannapieco, puntando a una promozione al vertice di Palermo. Tria ne ha dovuto prendere atto. E così, salvo sorprese, l’assemblea dovrebbe così chiudersi per la terza volta con un rinvio.

M5S scrive a Casellati “Il Senato voti subito il taglio dei vitalizi”

Una lettera per chiedere subito l’ok del Senato al taglio dei vitalizi, dopo quello già arrivato dalla Camera. Il M5S torna alla carica con la presidente Casellati per la convocazione “con urgenza” del Consiglio di presidenza: obiettivo, esaminare una delibera analoga a quella approvata la settimana scorsa a Montecitorio, che prevede il ricalcolo degli assegni per i parlamentari col metodo contributivo. “Dato il riscontro positivo suscitato tra i cittadini, confido nel suo convenire sulla necessità che l’Istituzione che lei rappresenta non possa non uniformarsi”, scrive la questore M5S, Laura Bottici (nella foto). Il Movimento vorrebbe che il testo fosse esaminato prima della pausa estiva, ma fin qui la presidente di Forza Italia ha preso tempo. “Quel testo è stato approfondito e preparato seriamente, non ci sono scuse: può essere votato così com’è anche al Senato”, sostiene la firmataria. Sul provvedimento negli ultimi giorni si è pronunciato favorevolmente anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: “Da oggi i parlamentari sono uguali a tutti i cittadini per quanto riguarda il trattamento pensionistico”, ha detto il premier, che però ha preferito non esprimersi sul rischio di eventuali ricorsi.

I giudici: bloccare anche i conti regionali della Lega

Giornata nera per la Lega. Due brutte notizie arrivano dal tribunale di Genova. Il Riesame afferma che esiste “continuità” tra vecchi e nuovi conti. Mentre il pm Enrico Zucca chiede la condanna in appello per Umberto Bossi per la truffa dei rimborsi elettorali.

Il nocciolo della pronuncia del Riesame sta in quella parola: “continuità”. Per affermare la propria ricostruzione i giudici sono partiti da 64 bonifici risalenti al periodo tra il 2010 e il 2015. Poi hanno esaminato il nuovo statuto della Lega approvato tre anni fa. Infine hanno puntato il dito sul trasferimento a titolo gratuito di 26mila euro dalla vecchia Lega Nord alla neonata Lega Toscana. Una “successione a titolo universale” che dimostrerebbe la continuità patrimoniale: prima, con Umberto Bossi, la Lega si articolava in “Nazioni”, poi con i suoi successori sono arrivate associazioni territoriali non riconosciute, come la Lega Toscana. Scrivono i magistrati: la relazione al bilancio della Lega Nord attesta che “la dotazione nel 2015 del patrimonio delle nuove articolazioni territoriali è avvenuta mediante conferimento dalle casse della sede centrale, attraverso specifici atti di trasferimenti funzionali a dotare le associazioni locali del patrimonio necessario a operare”. Il Riesame respinge la linea difensiva basata sul principio della tutela della buona fede (i vertici potevano non sapere): le inchieste – spiegano i magistrati – “sono divenute note il 3 aprile del 2012, data in cui si sono svolte le perquisizioni nella sede di via Bellerio con amplissima eco su tutti gli organi di stampa tanto da portare alle dimissioni di Bossi e all’espulsione di Belsito. Ne consegue l’ampia conoscenza in capo ai dirigenti politici locali delle condotte illecite contestate ai vertici”. Il principio espresso spalanca le porte alla prossima decisione dello stesso Tribunale, che dovrà decidere se possono essere “aggrediti” anche i beni presenti e futuri, cioè quelli entrati nelle casse del partito dopo la gestione Bossi. È la tesi della Procura, respinta inizialmente dal Riesame. Ma la Cassazione ha dato ragione ai pm.

Intanto a un paio di piani di distanza, nello stesso tribunale, il sostituto procuratore generale Zucca – lo stesso delle inchieste sul G8 – chiedeva la condanna in appello per Bossi (un anno e dieci mesi, in primo grado era stato condannato a due anni e sei mesi). Resta in sospeso la posizione di Belsito. Tutto dipenderà dalla querela che la Lega, dopo la recente modifica della legge, dovrebbe presentare contro il suo ex tesoriere. Se non lo facesse, cadrebbe l’accusa di appropriazione indebita e resterebbe soltanto in piedi la truffa aggravata.

Ma, nonostante le pene più lievi, la ricostruzione di Zucca della gestione passata della Lega non è stata tenera: “Un caos totale ma non un caos primordiale creativo, bensì un caos deliberatamente organizzato così da poter consentire ciò che è successo”.

Alla Consulta va il “leghista”, al Csm il maestro di Conte

Circolano i primi nomi ma la quadra del cerchio non c’è ancora per l’elezione degli 8 membri laici del Csm. Domani alle 14.30 seduta comune di Camera e Senato ma radio Parlamento trasmette una sola voce: la votazione andrà a vuoto, i partiti di governo e di opposizione non hanno ancora preso decisioni finali, appese anche ad altre nomine, vedi Copasir e Vigilanza Rai. Quindi, salvo sorprese, se ne riparlerà a settembre. Domani è previsto anche il voto per l’elezione di un giudice costituzionale di nomina parlamentare che manca addirittura da quasi un anno e mezzo. Siamo al quarto scrutinio. Il nome che continua a essere indicato, anticipato dal Fatto nelle settimane scorse , è sempre quello di Luca Antonini, costituzionalista dell’Università di Padova, padre del federalismo fiscale.

Per un membro vicino al Carroccio che dovrebbe fare l’ingresso alla Consulta, magari non proprio domani, dovrebbe essercene un altro gradito al M5S come possibile vicepresidente del Csm.

Ed è proprio a proposito del numero due di Palazzo dei Marescialli che tra Camera e Senato circola insistentemente un nome indicato dai pentastellati: è quello del professor Guido Alpa, docente di Diritto civile all’Università Sapienza di Roma, giurista dal curriculum illustre anche a livello internazionale (pure con tre lauree honoris causa) nonché, particolare assai significativo, mentore di Giuseppe Conte.

Il presidente del Consiglio deve molto, professionalmente parlando, al professor Alpa che lo fa lavorare con lui, per la prima volta nel 1999 per un progetto del Cnr. Il papabile vicepresidente del Csm, genovese, classe 1947, è stato allievo di Stefano Rodotà. Dal 2014 è membro del board di Leonardo-Finmeccanica, per molti anni presidente del Consiglio Nazionale Forense.

In generale, ai 5Stelle spettano tre nomi, a Lega e Pd due, uno a Forza Italia. Ma in queste ore – secondo quanto ci risulta – il Pd si è detto disposto a cedere un posto al Csm a Fratelli d’Italia in cambio del via libera per la presidenza del Copasir. L’accordo ci sarebbe ma i nomi non ci sono ancora. Così come non c’è certezza per quello di FI. A Palazzo dei Marescialli per gli azzurri potrebbe andare, si dice, Adriano Paroli, avvocato, ex sindaco di Brescia. Rinuncerebbe dopo pochi mesi al suo seggio a Palazzo Madama per lasciare la possibilità a Silvio Berlusconi di rientrare in quel Senato da cui fu estromesso per la condanna definitiva per frode fiscale. Ora, come si sa, con la riabilitazione è di nuovo eleggibile e quindi il leader di Forza Italia starebbe meditando di tentare la carta delle elezioni suppletive nel collegio uninominale di Brescia.

Per quanto riguarda le “quote” Lega, il nome che circola con più insistenza è quello di Luca Paolini, ex membro della Commissione Giustizia e dell’Antimafia, avvocato. Va ricordato che tutti i membri laici del Csm devono essere o avvocati con 15 anni di professione o professori ordinari di materie giuridiche.

Andranno a lavorare con i 16 togati appena eletti dai magistrati tra l’8 e il 9 luglio: cinque membri di Magistratura Indipendente, cinque di Unicost, quattro di Area, due di Autonomia e Indipendenza, oltre ai membri di diritto, cioè il presidente della Cassazione Giovanni Mammone e il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio.

Se ci si rifà alle definizioni di pensiero delle correnti e anche all’area di provenienza dei laici, anche se non ci sono ancora eletti, sicuramente il prossimo Consiglio sarà conservatore e molto attento alle istanze “sindacali” dei magistrati che sempre di più pongono il problema dei carichi di lavoro, i cosiddetti carichi esigibili. La prima causa dei procedimenti disciplinari, infatti, sono i ritardati provvedimenti.

I membri uscenti del Csm, che stanno lavorando con due laici in meno, per l’elezione il 4 marzo scorso in Senato della presidente Elisabetta Alberti Casellati e alla Camera di Pierantonio Zanettin, entrambi di Forza Italia, termineranno il loro mandato il 23 settembre, poi toccherà ai nuovi, sempre che il Parlamento avrà eletto i suoi 8.

“Sono i grattacieli delle aziende che han sfrattato la classe media”

All’indomani della presentazione alle Nazioni Unite del manifesto dei sindaci delle principali metropoli per il diritto all’abitare, abbiamo chiesto a Saskia Sassen la sua opinione su questa alleanza transnazionale.

Lei, sociologa ed economista statunitense è stata la prima – nel 1994 – a scegliere come punto di vista per le sue analisi la “città globale”, intesa come luogo in cui si riproducono, in ogni parte del pianeta, le medesime dinamiche socio-economiche.

“Le più importanti città del mondo sono diventate luoghi per famiglie ad alto reddito, per negozi di lusso e ristoranti gourmet. Interi quartieri hanno subìto processi di gentrificazione, sono stati rimodernati e ristrutturati, sono state costruite nuove architetture, riempite di spazi verdi. Questo fenomeno, che apparentemente ha fatto diventare più belle le nostre città, nasconde dietro di sé una storia molto triste: le classi lavoratrici medio-basse, che avevano pensato che sarebbero potute rimanere per sempre nelle loro case piccole e pulite, sono state espulse; le loro case sono state distrutte e sostituite da nuovi palazzi in cui sono nati gli appartamenti per i ricchi”.

La battaglia contro la speculazione parte da qui, secondo lei?

I sindaci dovrebbero affrontare il fatto che esiste questa crisi abitativa sotterranea in tutte le principali città del mondo. Uno dei fattori chiave di questa crisi è che nelle metropoli si è assistito a una crescita tra il 30 e 40 per cento dei redditi alti: per lo più si tratta di giovani che sono impiegati nelle nuove imprese dell’economia digitale, altamente specializzati. I nuovi proprietari – spesso residenti part-time – arrivano da tutte le parti del mondo, ma questo non significa che rappresentino diverse culture e tradizioni. Al contrario, sono portatori della nuova cultura globale, ‘omogenei’ a prescindere da quale sia il loro Paese di origine o la loro lingua madre. Questo non è il soggetto urbano che le città hanno storicamente prodotto. Questo è soprattutto un soggetto globale ‘aziendale’.

Rispetto alla sua analisi sulla “città globale”, cosa è cambiato?

La questione fondamentale è la crescita di questo tipo di economia: società finanziarie, studi di consulenza, commercialisti, legali che coprono i bisogni di qualsiasi impresa economica che opera a livello globale. Dalla loro fondazione, che sia di 100 o di 3000 anni fa, le città hanno dovuto reinventarsi e questo significa che ci sono sempre stati vincitori e sconfitti. La novità di oggi è che le classi medie non possono più permettersi gran parte delle abitazioni in aree urbane ‘desiderabili’.

Chi dovrebbe regolare il mercato immobiliare?

I sindaci possono anche provarci, ma è complicato. Anche perché, storicamente, il comparto dell’edilizia è stato un’importante fonte di lavoro, ricchezza e, qualche volta!, bellezza per le città.

Da un lato la casa è sempre più un bene inaccessibile, dall’altro le città sono sempre più piene di appartamenti vuoti. Forse la soluzione non è continuare a costruire, che ne pensa?

Sarà una battaglia che le classi dirigenti delle città dovranno avere il coraggio di combattere contro il potere del mercato immobiliare e degli investitori finanziari. Stiamo assistendo a una progressiva trasformazione del modello di proprietà immobiliare: i maggiori acquirenti a Londra e New York, per esempio, oggi sono cinesi. L’acquisto di edifici, per uso commerciale o turistico, da parte di compagnie straniere triplica o quadruplica di anno in anno in tutte le metropoli. Ma l’acquisto su larga scala da parte delle imprese introduce una dinamica di de-urbanizzazione. Non aggiunge diversità: al contrario, impianta un nuovo modello sotto forma di una noiosa moltiplicazione di grattacieli di lusso.

I quartieri “gentrificati” si spopolano dei vecchi residenti. Qual è il rischio reale?

Non si tratta di un processo negativo di per sé: lo è nella misura in cui diventa un meccanismo che, per attirare redditi alti, sfratta un gran numero di persone meno abbienti. Questo è un vero danno per le città e ha profonde conseguenze per l’equità, i diritti e la democrazia.

Cyber-spionaggio, condannati a 5 e 4 anni i fratelli Occhionero

Rispettivamente cinque e quattro anni di reclusione: è la condanna di primo grado inflitta ai fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero, protagonisti di una delle più misteriose spy-story italiane degli ultimi anni. Il verdetto, pronunciato dal giudice del Tribunale di Roma, Antonella Bencivinni, è arrivato dopo circa un’ora di Camera di Consiglio.

Arrestati il 9 gennaio 2017, l’ingegnere nucleare e la sorella, secondo l’accusa, avevano dato vita a un’attività di cyber-spionaggio su vasta scala, nella quale erano finiti principalmente politici e membri della massoneria. Fra i PC presi di mira quelli della Camera e del Senato, del ministero degli Esteri e della Giustizia e del Partito democratico, oltreché di Finmeccanica e Bankitalia. Tentativi di inserirsi nelle caselle di posta elettronica, secondo i pm, c’erano stati anche ai danni degli ex presidenti del Consiglio, Matteo Renzi e Mario Monti, e del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Motivo per il quale gli inquirenti avevano giustificato l’arresto con un possibile “pericolo per la sicurezza nazionale”.

In sostanza, all’ingegnere nucleare Giulio Occhionero spetterebbe la “responsabilità di aver concepito, pianificato e alimentato dal 2001 un sistema per l’acquisizione” di un numero enorme di dati. Concretamente, Occhionero avrebbe creato una rete “botnet” con la quale, grazie all’utilizzo del virus informatico “Eyepyramid”, aveva accesso nei computer da colpire: il cavallo di troia era un messaggio di posta elettronica, capace di immagazzinare su alcuni server negli Stati Uniti dati, password e messaggi. Per gli inquirenti sono oltre 3,5 milioni le email carpite e oltre 6.000 le persone spiate. Nel dettaglio, dal 2011 all’agosto del 2016, i due avevano schedato i computer di 18.327 target, ottenendo in 1.793 casi anche le password e dunque i relativi dati personali e riservati. Questi venivano poi archiviati e suddivisi sotto 122 voci (“politica”, “affari”, “massoneria”). I dati rubati, secondo le carte d’indagine, venivano inviati a quattro indirizzi email già emersi nell’inchiesta della P4 del 2011.

Nei mesi scorsi sono state effettuate verifiche bancarie e patrimoniali in Italia e all’estero sui due fratelli che, pur risultando “nullatenenti”, avevano una vita agiata. In particolare, a Giulio Occhierno sono risultate riconducibili quattro società con sede a Londra, in Regent Street, apparentemente tutte inattive. Nel processo erano parti civili la Presidenza del Consiglio dei ministri e i ministeri degli Esteri, degli Interni e dell’ Economia.