Gli usurati al telefono: “Questi ti squartano”

Potevano arrivare anche al 1000 per cento i tassi usurai imposti da alcuni dei Casamonica a chi chiedeva loro denaro. Sarebbe successo anche a Marco Baldini, presentatore radiofonico e in passato spalla dello showman Fiorello: secondo la Procura di Roma avrebbe chiesto 10 mila euro a Consiglio Casamonica, detto Simone, impegnandosi a riconsegnarne 600 mila. Baldini però non si ritiene una vittima: interrogato dai pm ha negato il tasso di interesse. Ma non è stato creduto.

Scrive il gip Gaspare Sturzo, che ieri ha messo un’ordinanza di arresto per 37 persone: “Sia Baldini che Enrico Migliarini hanno mentito nel corso delle loro deposizioni come persone informate sui fatti. La loro reticenza e le loro menzogne però, occorre dire, finalizzate a minimizzare il rapporto di usura (…) non reggono a fronte delle conversazioni intercettate con Simone Casamonica”. È lo stesso Consiglio, detto Simone che, secondo il collaboratore di giustizia Massimiliano Fazzari, entra trionfante nella roccaforte di vicolo di Porta Furba, appena scarcerato. “Come il film Gomorra – dice Fazzani – (…) accolto come un eroe”. Baldini viene intercettato con lui al telefono, mentre prende tempo per consegnare il denaro: “Simone, io sono non alla frutta, di più”, dice il 21 novembre 2015. E poi ci sono gli incontri tra i due.

Ma ci sono altri casi di usura. Nessuno ha mai denunciato. Anzi, secondo i pm, le vittime a volte hanno negato, per poi riferire ai Casamonica delle indagini. Per l’accusa, per esempio, Simone Casamonica ha prestato 20 mila euro a Luciano Corsi Zeffirelli Bacchielli, figlio adottivo di Franco Zeffirelli, applicando un tasso del 30%. E poi ci sono le intercettazioni delle persone offese. “Sono 15 anni che ho paura (…) Neanche sotto tortura li denuncerò”, dice una vittima. È “la famiglia più pericolosa d’Italia perché sono degli animali che squartano le persone”, dice un altro. E c’è anche chi è scappato in America.

Ma il giro di affari del presunto clan mirava anche a discoteche e ristoranti della Capitale. E poi salegioco, che diventano piazze di spaccio per la cocaina. È il 2012 per esempio quando una tale Pina bussa alla porta della famiglia di Porta Furba. Ha una discoteca, il Marylin, che sta andando male a causa della crisi economica. I Casamonica le offrono 50 mila euro, chiedendo in cambio di diventare soci di fatto. Da quel momento nel locale si piazza Guerrino, figlio di Giuseppe. Quei soldi arrivano in contanti. Un cash prelevato da uno dei tanti depositi nascosti nella zona tra via del Mandrione e la Tuscolana. Così i padroni diventano loro. “Hanno tanto contante”, racconta la collaboratrice Debora Cerreoni. Affari e flussi di soldi ricostruiti nei dettagli dai carabinieri del gruppo di Frascati, guidati dal colonnello Stefano Cotugno, che per tre anni hanno indagato sul clan scoprendo anche che Casamonica puntavano ancora più in alto. Al cuore della movida romana, a pochi passi da Campo de’ Fiori. “La mia famiglia era titolare di un ristorante sito sull’Appia Antica – racconta ai pm un uomo ai pm – e io li ho conosciuti lì come clienti: nel nostro ristorante hanno anche festeggiato alcuni battesimi”.

I Casamonica lo chiamano per avere una mano nel trovare il locale giusto, nel cuore di Roma. Loro però non appariranno mai. Come pure nel caso della discoteca Marylin: alla fine a capo della società proprietaria del locale mettono un semplice prestanome. Contanti, controlli occulti, un fiume di ricchezza a nero che scorre nascosto nella Capitale. Beni da ieri sottoposti a sequestro preventivo, su richiesta della Procura di Roma. E poi c’è la droga, tanta cocaina da far girare nelle periferie romane. In questo caso il territorio è tutto. I depositi erano ben custoditi nella cittadella di vicolo di Porta Furba, mentre lo spaccio avveniva a pochi metri dopo, in una sala-giochi.

“Noi Casamonica come i calabresi. Siamo i più forti”

“Noi a Roma siamo i più forti”, “Andò stiamo noi… nessuno viene a bussà”. Parole che mostrano uno spaccato di criminalità, per i magistrati capitolini, dai tratti mafiosi. È il “Clan Casamonica” l’ultimo gruppo colpito dalla Procura diretta da Giuseppe Pignatone. Trentuno gli arresti di ieri, sei i ricercati. A 13 indagati (tra Casamonica e alcuni imparentati Spada) viene contestata – per la prima volta – l’accusa di associazione mafiosa, il 416 bis.

La direzione era in capo a Giuseppe Casamonica, detto Bitalo, che anche dal carcere continuava a “coordinare l’attività del sodalizio” venendo costantemente informato su cosa avveniva fuori e dando disposizioni. La “reggente” – per i pm Michele Prestipino e Giovanni Musarò – è una donna, Liliana, detta Stefania, punto di riferimento dei sodali nel vicolo di Porta Furba (sulla via Tuscolana), roccaforte del clan. E poi c’è chi nell’organizzazione dava il proprio contributo, come il pugile e campione Domenico Spada, detto Vulcano (la sua palestra era frequentata in passato dal senatore 5Stelle Emanuele Dessì, estraneo alle indagine).

Per il gip Gaspare Sturzo – che ieri ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare – era questa la testa di un’organizzazione mafiosa “arroccata nella parte sud est della citta di Roma, ma controllante il territorio della zona Appio-Tuscolano”.

Un vero clan che “secondo l’accusa, terrorizza gli abitanti e li induce all’omertà, infiltrandosi nell’economia legale mediante l’acquisizione di attività commerciali nel settore delle discoteche, dei ristoranti e dei centri estetici”. E poi ci sono le altre attività di interesse, lo spaccio, l’usura e l’estorsione.

Nessuno vuole tradurre il loro dialetto

La complessa indagine (basti pensare che c’è stata una sola persona disposta a tradurre il loro particolare dialetto, peraltro minacciata) nasce da due testimonianze chiave: quella di Debora Cerreoni, ex compagna di Massimiliano Casamonica, detto Ciufalo, e di Massimiliano Fazzari, “pregiudicato inserito nell’orbita criminale del clan”. Sono loro che portano gli investigatori nell’insidioso mondo della famiglia, raccontandone i vincoli e la struttura.

Debora Cerreoni, ora sotto misura speciale di protezione, sarebbe stata anche sequestrata da alcuni Casamonica: “Ogni nucleo familiare ha un suo capo – dice ai pm –. I vari nuclei familiari sono legati fra loro ma non esiste un capo assoluto”. “Ne consegue – scrive il gip – che il gruppo di Porta Furba è quello campeggiato da Giuseppe Casamonica. (…) Tuttavia esiste un basico fondante vincolo tra tutte le varie famiglie che si attiva nel momento del bisogno”. Concetto che sembra essere espresso anche da Giuseppe Casamonica quando dice: “Siamo quattro re di Roma, ma siamo cento”.

“Diventano potenti con i soldi e con i morti”

E infatti sono tanti i Casamonica e nessuno si mette contro di loro. O almeno questo dice Fazzari ai pm il 25 novembre 2016: “Un gruppo di romani davanti ai Casamonica non sono nessuno, anche se sparano (…) Sono tanti e sono organizzati bene, diventano potenti sia con i soldi che con i morti”. Ed è sempre Fazzari che in un altro interrogatorio, il 7 agosto 2015, dice: “Questi ti si mangiano come i topi di fogna”. Come dice il collaboratore, i Casamonica “si vantavano anche di essere mafiosi”. Fazzari infatti racconta che Liliana Casamonica “mi diceva: (…) ‘Noi zingari c’abbiamo delle regole, come hanno le regole i calabresi. (…) Noi abbiamo una gerarchia un po’ simile alla vostra in Calabria”.

La geografia criminale dai tempi di Nicoletti

La geografia criminale del clan dei Casamonica è nota da tempo. Ostia, Latina. E poi Roma, con ben due roccaforti. La Romanina, fuori dal Grande raccordo anulare e il triangolo tra via del Mandrione, lungo l’Antico Acquedotto Claudio, via Tuscolana e via di Porta Furba. Un reticolo di vicoli di fronte a quello che era il quartier generale di Enrico Nicoletti, l’uomo che faceva girare i soldi della banda della Magliana. Il tocco Sinti lo trovi anche qui, tra mattonelle d’argento e un’aria da sfascia carrozze di periferia.

I Casamonica sono nati, criminalmente, con la riscossione dei crediti per conto di Nicoletti, che mandava gli uomini con il cappello da cowboy negli anni ‘70 da chi non voleva pagare. E se alla Romanina possono contare su una rete di vedette, nella zona di Porta Furba il cuore della loro roccaforte è infilato in un vicolo, un budello senza uscita con una sbarra di ferro all’inizio.

La foto con il dandy: “Protagonisti siamo noi”

E poi l’ostentazione del lusso, “connesso alla manifestazione del potere e del prestigio criminale”. Non solo le case. Anche sui social network. La vetrina Instagram di Ottavio Spada, detto Ciccillo, conta foto con i rolex (“segno distintivo del clan”), Ferrari e bottiglie di Moet.

E pure una foto con l’attore Alessandro Roja, il “Dandy” in “Romanzo Criminale” (ispirato a Renatino De Pedis della Banda della Magliana). Scrive il gip: “Eloquente il commento che Ciccillo pubblica con la foto: Con il dandi i protagonisti siamo noi…”.

Funerale: “Noi costretti a suonare il Padrino”

Dei Casamonica, molti ricordano il funerale show di Vittorio Casamonica nella chiesa a piazza Don Bosco nell’agosto 2015. Vittorio Casamonica è “un pezzo da novanta a livello di tutto! A livello di forze dell’ordine, Vaticano”, dice Fazzari.

Al funerale c’era la musica de Il Padrino: “Prima che cominciassimo a suonare, è venuto verso di noi un uomo sui 50 anni, con fare prepotente ha detto: ‘Dovete suonare il Padrino’ – racconta ai pm un componente la banda che suonò al funerale – Noi non abbiamo accolto questa richiesta dicendo che avremmo preferito le marce funebri ma lui ha risposto: ‘Qui si fa come diciamo noi”.

L’Austria dice “no”: non accoglierà migranti da Pozzallo

L’Austria non accoglierà nessuno dei 450 migranti sbarcati lunedì scorso a Pozzallo. Lo ha detto il cancelliere Sebastian Kurz rispondendo alla richiesta di Giuseppe Conte di partecipare al ricollocamento dei migranti a livello europeo. L’Austria si unisce così a Ungheria e Repubblica Ceca, che nei giorni scorsi avevano rifiutato la richiesta italiana, proprio mentre Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Malta avevano dato disponibilità a ricevere 50 migranti ciascuno. “L’Austria ha accolto dal 2015 oltre 150.000 richieste d’asilo – accusa il premier Kurz – e, in rapporto al totale della sua popolazione, ha sostenuto uno dei più impegnativi contributi alla politica migratoria dell’Ue. Molti altri Stati membri ne hanno accolti ben pochi”. Il rifiuto austriaco arriva nel giorno in cui le principali organizzazioni umanitarie del Paese hanno diffuso un appello congiunto rivolto al governo, contro “il respingimento di chi chiede protezione” ai confini d’Europa: “È necessaria una revisione del regolamento di Dublino – si legge nel comunicato – e l’abbandono delle politiche unilaterali di respingimento, in favore di un’accoglienza solidale nella Ue”.

Il ministro dal carabiniere fascistoide. “Io non vado a curiosare sui social…”

Accompagnato dal consigliere comunale di Forza Italia, Alessandro Bargoni, entra nei bar, nei negozi e ai commercianti che gli chiedono di abbassare le tasse risponde: “Sarà fatto”. Arrivato a Fermo per le cerimonie di inaugurazione dei presidi provinciali delle Forze dell’ordine, Matteo Salvini si muove più come segretario della Lega in campagna elettorale che come ministro degli Interni. Seduti al suo fianco, in Prefettura, il capo della polizia Franco Gabrielli, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Giovanni Nistri e il comandante generale della Finanza Giorgio Toschi, il sindaco Paolo Calcinaro e la prefetta Maria Luisa D’Alessandro. Il ministro conferma che la proposta di legge sulla legittima difesa è già alla Camera, che ha firmato la circolare “spiagge sicure contro la contraffazione” e di aver incontrato ed “espresso solidarietà” all’appuntato scelto dei carabinieri Gianluca Giacco, ferito mentre “svolgeva il servizio”. Appuntato che, come scoperto dal Fatto, su Facebook inneggiava a Mussolini, postava pistole con la scritta: “L’unica canna da legalizzare”, e condivideva un video in cui il commento più soft era l’immagine di Hitler con la nuvoletta: “Piacere sono il nuovo ministro per l’integrazione” e sotto la foto di immigrati con gli occhi sbarrati dal terrore. Account stranamente chiuso alla vigilia della visita di Salvini.

Ministro, sa che questo carabiniere su Fb inneggiava a Mussolini? “Beh, quando vado a portare il mio onore a un uomo delle forze dell’ordine ferito non vado a curiosare sui profili social”, risponde con palpabile imbarazzo, “poi non so nella vita privata per chi tifi, faccio il giornalista in aspettativa non retribuita e non prendo per oro colato quello che i solerti amici giornalisti, a volte, pubblicano. Ritengo che un carabiniere possa avere le sue simpatie”, poi aggiusta il tiro: “Chi di dovere farà i suoi approfondimenti, indagate voi”. Ma le sue parole non placano il disagio del comandante generale dell’Arma che, a testa bassa, strofina nervosamente le mani.

Terminata la conferenza stampa, il ministro deve aver chiesto conto ai supporter locali della mancata informazione e così, arrivati nell’atrio della Prefettura, chi scrive viene avvicinata da un uomo alto e grosso che con il dito alzato le chiede: “Dai, su, fammi vedere questi post del carabiniere”. Alla richiesta di presentarsi risponde: “So’ Lucentini” e con tono intimidatorio se la prende con il Fatto Quotidiano. Lucentini, di nome Mauro, è l’astro nascente della Lega nelle Marche con un passato da militante nel Msi, poi in An e infine nella Destra di Storace. Preferisce non vedere gli screenshot dei messaggi fascistoidi dell’appuntato Giacco, che in parte abbiamo pubblicato ieri e che sono a sua disposizione. Con fare da guappo avverte: “Adesso governiamo noi”. E trascinando il trolley di Salvini, raggiunge la deputata della Lega, Giorgia Latini, moglie di Felice Santarelli, ad di Inergia del Gruppo Santarelli Costruzioni Spa presieduto dal padre Pietro, azienda che figura ai primi posti nella lista delle “sofferenze” (i crediti inesigibili, ndr) di Banca Marche, sfiorando i 116 milioni di euro. Sorridenti, si fanno un selfie.

Due morti, accuse ai libici. Ma il Viminale li difende

“I libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. Sono assassini arruolati dall’Italia”, accusa la Ong catalana Proactiva Open Arms, poco dopo aver salvato la 40enne camerunense Josephine, trovata sul relitto di un gommone a 80 miglia nautiche dalle coste libiche insieme ai corpi senza vita di un’altra donna e di un bambino di circa 5 anni. Poche ore prima il vicepremier Matteo Salvini aveva twittato: “Due navi di Ong spagnole sono tornate nel Mediterraneo in attesa del loro carico di esseri umani. Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina”.

Il “carico di esseri umani” evocato da Salvini si materializza in ben altra “cartolina”, ovvero le immagini della donna superstite, salvata da un volontario spagnolo, che guarda la telecamera con gli occhi sbarrati e persi nel vuoto. E le immagini di due cadaveri: una donna con il volto riverso nell’acqua accanto al corpicino a pancia in su di un bambino nudo. La “cartolina” dimostra che se Josephine è ancora viva deve la sua salvezza alla Ong catalana Open Arms. L’organizzazione spagnola ricostruisce in questo modo l’accaduto: Josephine e le due vittime si sono rifiutate di salire sulla motovedetta libica, che molte ore prima ha soccorso il gommone sul quale viaggiavano con altre 158 persone, le ha lasciate lì affondando l’imbarcazione. Salvini non molla la partita e, lette le dichiarazioni della Ong, rilancia: “Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina. Io tengo duro. #portichiusi e #cuoriaperti”. Interviene anche il parlamentare di Leu Palazzotto dalla Open Arms, e replica a Salvini postando su twitter le immagini della tragedia: “Questo è quello che fa la Guardia Costiera libica quando fa un salvataggio umanitario, Open Arms ha salvato l’unica superstite mentre i tuoi amici libici hanno ucciso una donna e un bambino. Almeno oggi abbi la decenza e il rispetto di tacere e apri i porti”.

Poco dopo è dal suo ministero che filtra l’ennesima bordata: fonti del Viminale parlano di “fake news” e spiegano che “verrà resa pubblica la versione di osservatori terzi”, ovvero un cronista europeo che ha seguito l’operazione dei libici, e quindi sarà smentito che “i libici non avrebbero fornito assistenza”. Certo, per un ministero come il Viminale, affidare la smentita a un cronista straniero sembra il meno consistente degli argomenti. Mentre scriviamo, comunque, la prova della bufala non è stata ancora fornita. Sono giunte invece le condanne del Pd e del suo segretario Maurizio Martina – “fermare la crociata d’odio contro le Ong” e la risposta di Roberto Saviano: “Ministro della mala vita, quanto piacere le dà la morte inflitta dalla guardia costiera libica, sua alleata strategica? Quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? L’odio che ha seminato la travolgerà”.

Salvini replica che lo querelerà. Arriva anche la smentita della Guardia costiera libica attraverso il portavoce della Marina militare Ayoub Qassem: “La Guardia Costiera libica ha recuperato tutti i passeggeri che erano sull’imbarcazione, prima di distruggerla e nessun migrante è rimasto in mare. Probabilmente qualcuno è annegato prima dell’arrivo delle motovedette”. Il punto è che Josephine – per fortuna e grazie alla Open Arms – invece è ancora viva. E quando potrà parlare, la sua testimonianza, sarà fondamentale.

Secondo la ricostruzione di Open Arms è rimasta in acqua 48 ore, aggrappata a quel che restava del gommone distrutto. “Quando le ho preso le spalle per girarla – ha raccontato il soccorritore spagnolo di 25 anni Javier Figuera – ho sperato con tutto il mio cuore che fosse ancora viva. Dopo avermi preso il braccio non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me”.

La Ong sostiene di aver ascoltato due giorni fa le comunicazioni tra la motovedetta libica 648 Ras al Jadar e il mercantile Triades, che chiedeva insistentemente ai libici di raggiungere un’imbarcazione in pericolo e, dopo aver comunicato la loro posizione, abbandonava i naufraghi in attesa del soccorso delle motovedette nordafricane. Sempre che il Viminale non dimostri la bufala, al salvataggio di 158 persone seguiva l’affondamento del gommone, con tre persone rimaste in mare.

Sbarchi, meno 87%. Nel 2018 più in Spagna che nel nostro Paese

Nel 2018sono sbarcati più migranti sulle coste spagnole che in quelle italiane. A dirlo è un rapporto diffuso da Frontex e dall’Oim – l’Organizzazione internazionale per le migrazioni – che per la prima volta evidenzia un’inversione di tendenza rispetto al passato. Nei primi sette mesi del 2018 gli sbarchi in Italia sono stati 17.800, in calo dell’87 per cento rispetto al 2017. Nello stesso periodo sono arrivati in Spagna poco più di 18mila migranti, ben 6.400 in più rispetto a dodici mesi fa. Un aumento del 166 per cento che l’Oim imputa ai cambiamenti delle ultime settimane, quando sulle coste spagnole sono arrivati una media di 220 persone al giorno, quattro volte tanto quelli che erano arrivati nei primi cinque mesi del 2018. I numeri complessivi degli sbarchi, comunque, si confermano in netto calo rispetto a quelli degli anni scorsi. Nel 2018 sono giunti in Europa quasi 51 mila migranti via mare, ossia circa la metà rispetto all’anno precedente. Ancora troppi, anche se quasi dimezzati, i morti nella traversata, che a oggi sono 1.443.

I signori del traffico, ecco chi manda i migranti verso l’Italia

Ei trafficanti? Il dibattito politico e culturale in Italia in queste settimane è tutto concentrato sull’ultimo miglio delle migrazioni, dai barconi ai salvataggi. Quello che succede prima, in Libia e non solo, rimane sempre più sullo sfondo. In una serie di articoli il Fatto vuole fare il punto su quello che – grazie a inchieste giornalistiche o giudiziarie e all’operato delle organizzazioni internazionali – sappiamo del mondo dei trafficanti di esseri umani che sono i veri responsabili delle tragedie in corso, quelle visibili in mare e quelle invisibili nel deserto o nei lager libici.

Cominciamo col dare un nome ai signori del traffico. L’8 giugno scorso, il comitato dell’Onu che si occupa di sanzioni alla Libia ha aggiunto sei nomi alla lista dei criminali libici i cui beni vanno congelati e cui viene vietato il transito attraverso gli Stati membri delle Nazioni Unite.

I sei nomi sono stati proposti dall’Olanda, sostenuta da Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania per le loro responsabilità “nelle violazioni dei diritti umani ai danni dei migranti”. E sono i primi individui a essere sanzionati dal giugno del 2011. La Russia aveva provato a bloccare le sanzioni, come era riuscita a fare nel 2015, ma alla fine, il 25 maggio, ha dato il via libera. Ecco chi sono i signori del traffico.

ERMYAS GHERMAYS. È uno dei principali attori nel traffico sub-sahariano. Ha gestito decine di migliaia di persone, dal Corno d’Africa verso la Libia e da lì verso Europa e Stati Uniti. Ha una milizia armata ai suoi ordini e campi di detenzione in cui ci sono state gravi violazioni dei diritti umani. È considerato “la catena di fornitura dell’Est”: il suo network va dal Sud Sudan all’Italia, Francia, Germania, Olanda, Svezia e Gran Bretagna. Dai suoi campi sulla costa a Nord-Ovest, i migranti vengono trasportati a Sabrata o Zawiya. Nel 2015 la Procura di Palermo ne ha chiesto l’arresto in quanto responsabile del traffico in condizioni inumane di migliaia di migranti, inclusi quelli che erano sulla nave naufragata il 13 ottobre 2013 davanti a Lampedusa, in cui morirono 256 persone.

Nelle intercettazioni della Procura di Palermo dopo il naufragio, secondo quanto riportato da un’inchiesta di Sky News, Ghermay dà poi “la colpa ai migranti di insistere sul voler attraversare il Mediterraneo in un momento giudicato da lui inopportuno” e si preoccupa che il naufragio possa avere un impatto sulla sua reputazione e quindi “sul business”.

AHMAD OUMAR AL-DABBASHI. È il più famoso tra i trafficanti, uno di quelli cui i Servizi segreti italiani si sono rivolti per arginare le partenze, pare in cambio di almeno 5 milioni di euro. L’Onu lo ha sanzionato in quanto “leader nelle attività illecite relative al traffico di migranti”. La sua milizia “Anas Al Dabbashi” (dal nome di un cugino morto) ha avuto anche rapporti con l’Isis, i terroristi dello Stato islamico. Nel 2017, in una battaglia con una banda di trafficanti rivali, vicino a Zawiya, sono morte 30 persone. Il 4 dicembre 2017 ha promesso che sarebbe tornato a Sabrata armi in pugno. Dopo quegli scontri, migliaia di migranti sono stati trovati in condizioni terribili o addirittura morti nei campi di detenzione privati gestiti da Al Dabbashi. Il trafficante è considerato anche responsabile della morte di Sami Khalifa al-Gharabli, incaricato dalla municipalità di Sabrata di contrastare il traffico di migranti.

FITIWI ABDELRAZAK. È considerato dall’Onu uno degli uomini-chiave del traffico in Libia, dispone di un esercito e di campi di detenzione, pieni anche di migranti “comprati” da altri centri di detenzione. Ha organizzato molti viaggi via mare con pochissima attenzione alla sicurezza delle persone coinvolte, è considerato responsabile di almeno due stragi ad aprile e luglio del 2014.

MUS’AB ABU-QARIN. È attivo nell’area di Sabrata ma anche a Zawiya e Garibulli. Ha rapporti anche nei Paesi arabi per la parte finanziaria del suo business. Lavora spesso con Ermias Ghermay, a Zawiya. Un pentito della sua organizzazione gli attribuisce l’organizzazione del viaggio attraverso il Mediterraneo di 45.000 persone nel solo 2015. L’Onu lo considera responsabile anche del naufragio del 18 aprile 2015 che ha portato a 800 morti nel Canale di Sicilia. Gli esperti delle Nazioni Unite gli contestano anche le condizioni critiche in cui tiene le persone nei suoi campi a nella zona di Sabrata, dove collabora con il clan Al Dabbashi. Ha legami con gruppi salafiti anche a Tripoli, Sebha e Kufra.

MOHAMMED KACHLAF. È il capo della brigata Shuhada al Nasr a Zwiya, nella Libia occidentale, controlla una raffineria, base per le sue operazioni, e vari centri di detenzione. Ha forti rapporti con il capo della Guardia costiera libica di Zawiya, al-Rahman al-Milad, le cui navi – scrive l’Onu – spesso intercettano le barche cariche di migranti gestite dai rivali di Kachlaf. Molte donne prigioniere dei suoi campi, marocchine o dei Paesi subsahariani, sono state vendute come schiave del sesso.

ABD AL RAHMAN AL-MILAD. Nella lista dei capi del traffico c’è anche lui, il capo della Guardia costiera libica nella zona di Zawiya, considerato direttamente coinvolto nel traffico di esseri umani come molti altri dei suoi sottoposti. I migranti catturati armi in pugno dalla sua nave Tallil vengono portati in centri di detenzione dove sono tenuti in condizioni pessime e soggetti a ripetute violenze.

Giuristi per caso

Da quando i processi sono diventati come le partite di calcio e 50 milioni di italiani si dividono, nel tempo libero, fra gli aspiranti ct della Nazionale e i giudici a latere, se ne sentono di tutti i colori. Ora fa discutere una sentenza della Cassazione che ha condannato (ripetiamo per i duri d’orecchio e di cervice: condannato) a 3 anni due cinquantenni, un italiano e un romeno, per avere stuprato nel 2009 una conoscente romena che aveva cenato, fumato cannabis e bevuto fino a ubriacarsi con loro. In primo grado, il gup li aveva assolti: sia perché la giovane aveva cambiato tre volte versione, sia perché dopo il sesso e la fuga al pronto soccorso aveva telefonato ai presunti aggressori, sia perché i segni di resistenza sul corpo erano scarsi e controversi. In appello, la Corte aveva ribaltato la sentenza, condannando i due per lo stupro di gruppo a 3 anni con le attenuanti generiche (erano incensurati), prevalenti sull’aggravante di aver costretto la ragazza a ubriacarsi. Condanna confermata in via definitiva dalla Cassazione, che però ha trasmesso gli atti all’appello per far eliminare l’aggravante dell’uso di alcol (peraltro assorbita dalle attenuanti generiche), esclusa dalla legge se la vittima ha bevuto sua sponte, senza costrizione.

Non è un gentile omaggio ai due stupratori: è l’articolo 609 ter comma 1 n. 2 del Codice penale, frutto di una legge del febbraio ’96 (governo Dini, sostenuto da centrosinistra e Lega Nord con l’astensione del centrodestra): la pena va aumentata se la violenza sessuale è stata commessa “con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa”. Cioè se la vittima è stata costretta ad abbassare le difese per agevolare il compito dello stupratore. Ma non è questo il caso esaminato dal processo, dove anzi è emerso inequivocabilmente che la ragazza andò a cena con un amico e due conoscenti; tutti e quattro bevvero molto vino e si fecero qualche canna; poi l’amico se ne andò, ma la donna restò con gli altri due, che le avevano già rivolto avance a tavola; questi la portarono in camera costringendola a subire rapporti sessuali. Dunque lo stupro è provato, ma l’aggravante della costrizione all’alcol no. Una sentenza impeccabile, fra l’altro emessa da un collegio presieduto da una donna. Ma ecco i soliti politici e politiche che straparlano per finire sui giornali senz’aver letto (o, peggio ancora, capito) la sentenza. E magari una settimana fa attaccavano Salvini perché sparava non su una sentenza, ma su un’ordinanza della Cassazione (sui soldi della Lega).

Stefania Prestigiacomo di FI, “pur aspettando di leggere le motivazioni” (e allora che ne sa?), definisce “sorprendente la decisione della Cassazione” perché a lei, non si sa in base a cosa, “appare evidente che una vittima sotto effetto dell’alcol è ancora più indifesa. Questa sentenza riporta indietro le lancette dell’orologio”. L’ex ministra Pd Roberta Pinotti si associa all’autorevole parere di sua figlia (“che vergogna”) su una sentenza che “non prevede aggravante perché la vittima era ubriaca” (cazzata sesquipedale). L’ex ministra Pd Valeria Fedeli, dall’alto della sua falsa laurea, invita non si sa bene chi a “reagire e contrastare questa regressione culturale e politica!”. Punto, punto e virgola, punto esclamativo: massì, abbondiamo. Alessia Morani (Pd), inopinatamente laureata in Legge, blatera di “sentenza veramente scandalosa”, anche perché non la conosce: infatti sostiene che la Cassazione ha ignorato che “stuprare una donna ubriaca è comunque e sempre gravissimo anche se ha bevuto volontariamente” e ha stabilito che la ragazza “in fondo se l’è cercata” (con l’hashtag #poverenoi, anzi #poveralei). Alessandra Mussolini, nota giureconsulta, sollecita il Csm a “intervenire” (come se fosse il quarto grado di giudizio) e altri soggetti imprecisati a “combattere in prima linea”. Giorgio Gori, sindaco Pd di Bergamo, subito ritwittato dal governatore Pd dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, spiega alla Corte che “stuprare una donna ubriaca è PIÙ grave, non meno grave, a prescindere se abbia bevuto di sua volontà. Siamo ancora al ‘se l’è cercata’?”.

Casomai questi giuristi per caso volessero sapere qualcosa della sentenza che commentano, ne citiamo un paio di passaggi: “Integra il reato di violenza sessuale di gruppo, con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcoliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose o subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcol e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione di dette sostanze”. Ergo gli stupratori vengono condannati perché “le condizioni della vittima, pacifiche, non consentivano un consenso ai rapporti sessuali”. Però “l’assunzione volontaria dell’alcol esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché… deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcol per la violenza, somministrandolo alla vittima; invece l’uso volontario incide, sì, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante”. Ma la sentenza in difesa della stuprata viene ribaltata in un regalo agli stupratori da un branco di somari/e. I quali potrebbero più utilmente rivolgere il loro sdegno al vero scandalo di questo e di mille altri processi: gli stupratori non faranno un giorno di galera, perché in Italia le pene sotto i 4 anni si scontano comodamente a casa. Ma è improbabile che la cosa indigni FI&Pd, visto che è tutto merito di leggi volute e votate da loro.

Ecco il vero nemico degli esodi estivi

Stupisce l’ultimo rapporto annuale di Assogomma, Federpneus e Polizia Stradale. Lo “stato di salute” dei pneumatici usati dagli automobilisti italiani è sempre più precario: l’indagine ha coinvolto circa 10 mila veicoli e il dato più allarmante è quello sull’utilizzo delle gomme lisce, che tocca ora il 9% dei casi. Tra le sette regioni prese in considerazione, a registrare le percentuali di irregolarità più alte sono Molise e Lazio, rispettivamente con il 19% e il 16%. Per quanto riguarda l’uso di pneumatici non omologati, non si va oltre il 3% del campione analizzato, ma fa riflettere il 3,64% dei veicoli che si muovono con gomme visibilmente danneggiate, specie nel Lazio, maglia nera con un 6%.

Inoltre, il parco auto nazionale invecchia a ritmi incalzanti: è passato da un’età media di 9 anni e 7 mesi nel 2010 a 11 anni e 7 mesi nel 2017. I controlli hanno coinvolto per il 50% vetture con più di 10 anni di età, le quali hanno riportato il doppio delle irregolarità rispetto a quelle più giovani. Insomma, più un veicolo invecchia, meno manutenzione riceve. Ma c’è di più: dall’indagine condotta dalla Polizia è emerso che su 280 rivenditori di pneumatici sospetti, ben 33 sono risultati abusivi.

Un appello per quanti si preparano a mettersi in viaggio per le vacanze è perciò doveroso: accertarsi dello stato di salute della propria auto e prestare particolare attenzione alle gomme. Il che vuol dire tenere sotto controllo la pressione, evitare gli equipaggiamenti misti, controllare lo stato di usura del battistrada e, soprattutto, rivolgersi a gommisti professionisti.

I Comuni e il diesel: ignoranza al potere

Come ci spiegano esperti e ingegneri, a creare i maggiori problemi di inquinamento atmosferico sono i diesel più vecchi e non gli Euro 6 (soprattutto i nuovi Euro 6d-TEMP). Non è un caso che a Stoccarda, roccaforte di Porsche e Mercedes e cuore dell’automotive tedesco, abbiano scelto un provvedimento intelligente: bandire dalla circolazione tutti i motori a gasolio antecedenti (facendo salvi gli Euro 5 con adeguati equipaggiamenti per “pulire” gli scarichi) dal primo gennaio del prossimo anno. Condendo il tutto con una buona dose di rafforzamento dei trasporti pubblici, e di misure in grado di incentivare l’elettrificazione dei veicoli in circolazione. L’intera operazione verrà inoltre monitorata: se entro sei mesi la qualità dell’aria non dovesse far registrare livelli di NOx accettabili, cosa che a oggi non si verifica neanche in altre città tedesche da Monaco ad Amburgo, il bando si allargherà anche a tutti gli Euro 5. Insomma, un pacchetto ragionato e graduale. Non un diktat che fa di tutta l’erba un fascio, come accade invece dalle nostre parti. Dove le crociate populiste di certe amministrazioni comunali sono direttamente proporzionali alla loro ignoranza tecnica in una materia che invece dovrebbero conoscere. A farne le spese, neanche a dirlo, è il cittadino/consumatore. Quello che ha appena comprato un’auto diesel di ultima generazione, magari indebitandosi. Vadano a dirgli che ha buttato i suoi soldi perché in città tra qualche tempo non potrà più circolare, nonostante inquini come o meno degli altri.