La battaglia suv-coupé. Audi si presenta con la Q8

“Combattere il conservatorismo stilistico”: per Fabrizio Longo, numero uno di Audi Italia, è uno degli obiettivi della nuova Q8, suv-coupé al vertice degli sport utility coi Quattro Anelli. La famiglia Q vale il 37% delle vendite Audi – 1,87 milioni di pezzi nel 2017 – e nel 2018 è cresciuta dell’11%. Nel primo semestre dell’anno la marca ha consegnato 39 mila auto in Italia, di cui 16 mila a ruote alte: la più apprezzata è la Q2, a quota 6 mila pezzi. Audi stima che, entro il 2025, il 50% del venduto sarà costituito da suv.

Lunga 5 metri, la Q8 sfrutta la piattaforma “MLBevo” – come Porsche Cayenne e Lamborghini Urus – e usa l’alluminio per contenere il peso. Fuori si ispira alla campionessa dei rally “Ur-quattro” e introduce la calandra “Single-Frame” ottagonale. Nell’opulento abitacolo spiccano 2 touch screen: il principale, da 10,1”, gestisce gps e infotainment; il secondario, da 8,6”, fa da tastiera e console del climatizzatore. Completa il ponte di comando il cruscotto digitale da 12,3” con head-up display opzionale.

Con le altre Audi top di gamma, la Q8 condivide delizie meccatroniche come i propulsori mild-hybrid, le 4 ruote sterzanti (incrementano agilità o stabilità a seconda della velocità di marcia), i 39 sistemi di ausilio alla guida (fra cui frenata automatica d’emergenza e cruise control adattivo) e la trazione integrale.

Al lancio sarà disponibile solo il diesel V6 TDI da 286 Cv; nel 2019 arriveranno l’edizione da 231 Cv e un V6 benzina da 340 Cv: per tutte il cambio automatico a 8 rapporti.

Alta la qualità della vita a bordo e molto generosa la spaziosità interna. Il bagagliaio ha una capacità di 605 litri (arriva a 1.755 abbattendo gli schienali). Il V6 diesel spinge forte fin dai bassi regimi grazie ai 600 Nm di coppia motrice: la vettura prende velocità con impeto, annientando le 2,14 tonnellate di peso.

Il cambio snocciola le marce puntuale e vellutato. Nonostante i maxi cerchi opzionali da 22”, gommati con pneumatici 285/45, l’assorbimento delle asperità è ottimo per via delle sospensioni pneumatiche a richiesta, così come stupisce la silenziosità di marcia.

Ma non chiedete alla Q8 di fare miracoli: il consumo medio autostradale è sui 9/10 litri per 100 km. In compenso se la cava bene tra le curve, dove sembra più piccola e leggera di quanto non sia per merito delle 4 ruote sterzanti.

Lo sterzo, però, è un po’ lasco al centro e potrebbe essere più diretto. Alle buone doti dinamiche su asfalto coincidono quelle in fuoristrada: l’altezza da terra di Q8 può salire fino a 254 mm e il 4×4 ha uno specifico programma di guida per l’off-road. Prezzi da 78.450 euro.

Il deserto invade la Moscova: il Qatar non è mai stato così vicino

Davanti alla Piazza della Rivoluzione, la statua di Karl Marx osserva perplessa l’aggeggio metallico che le hanno messo accanto. Forse è solo invidia: tifosi e turisti trascurano il busto del grande pensatore per un selfie con l’attrazione del momento. Un enorme portale arabeggiante, che come un varco spazio-temporale collega Mosca a Doha, Russia 2018 a Qatar 2022. Due Paesi lontani per due Mondiali agli antipodi. Il filo conduttore sarà la propaganda. E i soldi che spenderanno gli organizzatori e incasserà la Fifa, per cui la Coppa del mondo vale miliardi di dollari, è sempre più business e sempre meno calcio.

Ora che il Mondiale è finito, è già tempo di guardare al futuro: per tradizione al termine di ogni edizione avviene il passaggio di consegne con il prossimo Paese ospitante. La staffetta tra Vladimir Putin, che ha appena completato il suo trionfo incassando i complimenti dei leader occidentali, e l’emiro Tamir bin Hamad al Thani, capo della ricchissima dinastia qatariota col pallino per lo sport, non è solo simbolica: gli organizzatori hanno messo in piedi dei piccoli angoli di Qatar in terra russa. In un padiglione di realtà virtuale sulla Moscova, si cammina sulla sabbia del deserto arabo: le stelle del cielo non potevano proprio trasportarle, quelle sono solo proiettate in 3D, insieme alle bellezze del Paese. Poco più in là, nel Gorkij Park, sorge il villaggio di Qatar 2022, dove sfilano tuniche e veli, non c’è un goccio d’alcol, ma lo staff versa fiumi di karak (bevanda nazionale, metà tè e metà caffè) e si sforza di essere più gentile e sorridente del necessario. Un anticipo di quanto vedremo fra quattro anni.

È difficile immaginare due nazioni e due edizioni tanto diversi: dall’estate all’inverno (si giocherà dal 21 novembre al 18 dicembre), dalla sconfinata Russia al piccolo Qatar (sarà un torneo compatto, con massimo 55 chilometri di distanza tra i due stadi più lontani), dalla tradizione degli zar alla modernità degli emiri. Magari anche con 48 squadre al posto delle canoniche 32 (non è ancora stato deciso se il passaggio alla formula allargata avverrà già nel 2022). Eppure nonostante le differenze di costumi, stagione e latitudine, c’è da scommettere che i due tornei non saranno poi così dissimili. Lo si intuisce dalle parole del Comitato organizzatore: “Sarà la prima volta nel mondo arabo, e una grande occasione per cambiare la nostra immagine nel mondo”, ci raccontano tra un bicchierino e l’altro. “Avete visto che trionfo è stato questo Mondiale, ha smontato tutta una serie di stereotipi e luoghi comuni sulla Russia e sul suo governo. Noi vogliamo fare lo stesso”.

L’obiettivo è fare bella figura. Sono le stesse identiche frasi ripetute nell’ultimo mese dal governo russo, che col pallone ha provato a nascondere la polvere di una democrazia difettosa, delle violenze della polizia e delle crisi internazionali. Pure il Qatar ha i suoi scheletri nell’armadio: le ombre di corruzione per l’assegnazione del torneo, le accuse di simpatie per gli estremisti islamici, le denunce di sfruttamento dei lavatori per la costruzione degli stadi (secondo Amnesty International ci sono 70 mila immigrati ridotti praticamente in schiavitù nei cantieri, e morti bianche a ripetizione). E poi ci sono le preoccupazioni per le limitazioni delle libertà personali, il trattamento delle donne e il rispetto dei diritti civili.

“Tutte esagerazioni: il Qatar è uno splendido Paese, liberale, amichevole, democratico”, ribattono. L’ultima benedizione arriva proprio da Gianni Infantino: la Fifa non si è fatta scrupoli a portare la Coppa in giro per il mondo, spostarla in inverno, chiudere un occhio su qualche problemino. Grazie al torneo, la Federazione sistema i conti e crea il suo impero di potere, e il Mondiale ormai è in vendita al miglior offerente: nel 2018 la Russia, per il quadriennio 2022 è previsto un fatturato record di 6,5 miliardi di dollari, poi nel 2026 toccherà addirittura allo strano trio Stati Uniti, Canada e Messico che hanno promesso ancora più soldi. “Ci innamoreremo tutti del Qatar”, assicura il grande capo del pallone.

Il Bari non esiste più: fallito il tentativo di salvataggio

Nel giorno in cui la Serie A accoglie Cristiano Ronaldo, il calcio saluta l’ottava piazza a livello nazionale per numero di spettatori. Fc Bari 1908 non esiste più: fallito, come i tentativi di salvataggio in extremis messi in campo dall’ultimo presidente Cosmo Giancaspro e, soprattutto, da una cordata di due imprenditori, l’ingegnere barese Ferdinando Napoli (ad di Edilportale) e il patron del Leeds United (Serie B inglese) Andrea Radrizzani. Questi ultimi, dopo una trattativa serrata e la disponibilità a versare i 3 milioni di euro necessari alla ricapitalizzazione che avrebbe evitato la fine del calcio professionistico, sul più bello si sono tirati indietro: troppo alti i rischi dell’operazione, troppo poco il tempo a disposizione (alle 19 di ieri scadeva il termine per presentare alla Covisoc le carte sul risanamento) per analizzare i bilanci del club, su cui pendono debiti per milioni di euro. Quanti? Impossibile dare numeri certi: c’è chi parla di 16-17 milioni, ma la mancanza di chiarezza nei libri contabili della società è stato uno dei vulnus nel mancato avvicendamento alla guida della società nata appena quattro anni fa sulle ceneri dell’As Bari della famiglia Matarrese. Che la situazione del Bari fosse molto complicata, lo si era capito già alla fine del campionato 2017-2018, con la squadra di Grosso penalizzata di due punti per il ritardo nei pagamenti dell’Irpef e dei contributi Inps relativi ai mesi di gennaio e febbraio scorso. Questo dal punto di vista sportivo. Contemporaneamente, infatti, la Procura di Bari ha chiesto il fallimento del club, mentre sul patron Cosmo Giancaspro pendono le inchieste dei pm che vogliono far luce su alcune ombre non da poco nella gestione economica della società e di alcune imprese riconducibili all’imprenditore di Molfetta. Stando così le cose, il calcio a Bari potrà rinascere dalle serie minori, così come accaduto ad altre piazze importanti del calcio italiano: oggi il Cesena, nel 2002 la Fiorentina, nel 2004 il Napoli, nel 2015 il Parma.

Proprio ai ducali e al Chievo Verona, però, è legata un’altra rogna: la Procura Federale oggi potrebbe chiedere pene esemplari per le due società, rispettivamente accusate di tentato illecito sportivo e plusvalenze fittizie. Tradotto: se le richieste dei giudici federali saranno accolte, gli emiliani e i veneti rischiano seriamente di non disputare la prossima Serie A.

Tv e club felici, il tifoso fregato paga due volte per la Serie A

Più o meno un mese, trenta giorni, settecento ore. Manca tanto, troppo, all’inizio del prossimo campionato italiano di calcio. Per il tifoso c’è il vuoto davanti, domeniche inutili, vacanze ostili. Eppure una data esiste, un traguardo da bramare: il 19 di agosto, le squadre in campo.

E il tifoso, esausto e felice, sul divano o in battigia può godersi lo spettacolo con frittatona di cipolla, familiare di Peroni ghiacciata, tifo indiavolato, rutto libero. E una fregatura. Perché quest’anno per guardare sempre la Roma o la Juve, la Lazio o l’Inter servono due abbonamenti. Sky Italia trasmette sette partite di Serie A su dieci, Perform e Mediaset – dopo l’ultimo accordo – ne offrono tre su dieci, l’anticipo del sabato, l’anticipo bis della domenica a pranzo, una gara a caso del pomeriggio. Per alleviare lo sconforto dei tifosi, costretti a spendere di più e a saltabeccare di qua e di là, la Lega può illustrare lo strepitoso successo del bando (non ridete troppo) per assegnare i diritti televisivi, ripetuto più volte per accontentare i famelici presidenti e l’equilibrio del mercato italiano. Che poi, i tifosi turlupinati e dissanguati, non sono in estasi per le fortune dei presidenti?

La Lega incassa 1,07 miliardi di euro a stagione, più altri 370 milioni per l’estero, più altri 50 milioni per la Coppa Italia. Così Andrea Agnelli può retribuire con più agio Cristiano Ronaldo; Aurelio De Laurentiis può pianificare un ambizioso futuro con Carlo Ancelotti; James Pallotta può confermare i calciatori più blasonati, eccetera eccetera. Non s’è mai capito – e adesso è un ginepraio – se il pallone può sopravvivere senza subire la prepotenza delle televisioni e se le televisioni possono sopravvivere senza interferire nel calcio.

Nel duello tra i signori del pallone e i signori delle televisioni, un ambiente naturale per mediatori, furbetti, luminari spagnoli (ricordate la saga di Mediapro?), il tifoso è l’unica vittima, stritolata dai calcoli sbagliati.

Sky Italia ha la sindrome del monopolista, e sperava di pagare meno (comunque assai) per avere tutto. Mediaset (cioè Premium) sperava di pagare poco (comunque quasi zero) per avere qualcosa. Gli inglesi di Perform – i nuovi che sbarcano in Italia per elevarci al mito della visione su Internet – hanno pagato abbastanza per avere un pezzetto. Con Mediaset in tribuna, come spiegato, Sky Italia ha conquistato sette partite su dieci e Perform tre su dieci. E poi la Lega ha pregato – mica tanto – per una collaborazione fra i due concorrenti, per garantire al tifoso, già pronto per il 18 agosto, l’intero campionato con un unico abbonamento.

Il Biscione s’è infilato tra Sky e Perform e ha stretto un patto con gli inglesi che salva Premium, inguaia gli ex nemici di Sky e condanna il tifoso. Ora Mediaset rammenta che la soluzione più innovativa era quella antica. Quando Murdoch e Berlusconi litigavano e poi condividevano quasi equamente – con Sky che spendeva almeno il doppio – la Serie A. Hanno vinto tutti o hanno perso tutti, non importa. La fregatura, quella sì, è per tutti: due abbonamenti per un campionato. Aspettando l’inciucio di Ferragosto tra Perform e Sky Italia.

Cristiano il “diverso” che vuole fare la Storia

C’è voluto il violento temporale che si è abbattuto su Torino ieri sera per allontanare le centinaia di tifosi della Juventus che da ieri mattina si sono dati appuntamento all’Allianz Stadium per poter vedere Cristiano Ronaldo. Il divo del calcio si è fatto desiderare: atteso da alcuni il 7 luglio scorso, è arrivato soltanto domenica, mentre tutti guardavano in tv la finale dei Mondiali, ed è subito fuggito al sicuro della Mandria, l’area iperprotetta dove ci sono le ville di Andrea Agnelli, Pavel Nedved e altri.

Ieri mattina, nel CR7 Day, l’attaccante portoghese, vincitore di cinque Palloni d’oro, si è presentato nel centro medico della Juventus, il J Medical, per le visite di rito e ad attenderlo c’erano centinaia di tifosi: “Ronaldo portaci la Champions”, era il coro per lui. E lui, completo scuro, camicia bianca e abbronzatura d’ordinanza, li ha ricambiati con un cenno della mano. La grande presentazione all’interno dello stadio della società, tanto desiderata dai tifosi, non ci sarà. Il primo appuntamento ufficiale aperto al pubblico sarà il 12 agosto a Villar Perosa, dove c’è l’annuale grande festa della Juventus a pochi giorni dall’inizio del campionato. Insomma, si farà desiderare. E dire che sono stati quei tifosi ad aver aperto una breccia nel suo cuore. Era il 3 aprile, all’Allianz Stadium si giocava il quarto di finale di Champions League Juventus-Real Madrid (risultato 0-3) e Ronaldo trafisse il capitano bianconero Gianluigi Buffon con una rovesciata. Da tutte le tribune partirono applausi verso il portoghese: “La Juventus ha un grande futuro davanti a sé – aveva detto lui dopo –. Il pubblico che mi ha applaudito è stato un grande momento”. Ieri lo ha confermato: “Quell’applauso, quel momento, è stato davvero fantastico”.

Anche il direttore sportivo Fabio Paratici ai microfoni di Sky Sport ha confermato che “l’idea folle è nata dopo il gol in rovesciata qui allo Stadium”: “Ci siamo sentiti con l’agente che ci ha rivelato che Cristiano era rimasto molto colpito – ha spiegato il ds –. Mendes (Jorge, il procuratore, ndr) ci disse che Cristiano voleva venire a giocare qui, noi abbiamo recepito l’idea, io ne ho parlato con il presidente che mi ha detto ‘Vai avanti, fai pure…’”. A quanto racconta il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, Mendes si era fatto avanti anche con lui: “In una chiacchierata disse: ‘Prenderesti Ronaldo?’. Io gli ho detto che ero spiazzato, gli avrei detto subito di sì”.

E non se ne è fatto più nulla. Il resto è storia recente: gli incontri riservati, le trattative col presidente del Real Madrid Florentino Perez per il cartellino (100 milioni di euro), l’accordo sull’ingaggio (30 milioni per quattro stagioni), il volo di Andrea Agnelli in Grecia per l’ultimo accordo, una città in delirio, i social in fiamme, le polemiche e anche le proteste degli operai Fca, liquidate dal Lingotto in mattinata come “un clamoroso flop”: “Soltanto cinque dipendenti hanno scioperato su circa 1.700 presenti al primo turno. La percentuale di adesione è stata dello 0,3 per cento”.

“Proteste strumentali”, le definisce Fca. Ma questi temi non toccano Ronaldo, che nella conferenza stampa di fronte a 200 giornalisti e 40 telecamere si focalizza sui suoi prossimi impegni, mostrando freddezza: “La mia carriera è stato un sogno, ho vinto tutto. Ma sono ancora giovane, sono pronto a questa nuova sfida e sono sicuro che alla Juve farò benissimo – ha promesso CR7 –. Lascerò un segno anche nella storia di questa squadra”. L’obiettivo più importante è quella coppa che manca da anni e sfumata due volte in finale nelle ultime quattro stagioni: “So che tutte le squadre vogliono vincere la Champions: la Juve può raggiungerla –ha detto ancora –. Lotteremo per tutte le competizioni, la Champions è molto difficile da conquistare ma io penso di poter aiutare questa squadra che negli ultimi anni è andata molto vicina. Le finali sono molto difficili, spero di portare fortuna alla Juve in Europa”.

Un nuovo Pallone d’oro? “Non ci penso. Ovviamente cerco sempre di vincere, essere sempre il migliore, magari ci riesco ancora anche alla Juve, ma la cosa non mi toglie il sonno”. E la rivalità con Lionel Messi e altri? “Non ho rivalità – continua –. Ognuno difende i suoi colori, ognuno lotta per i colori della propria squadra”. E ora i suoi sono il bianco e il nero.

Balliamolo “sporco” con Baby e Johnny

Così sensuali e pertanto così “sporchi”, quindi proibiti. Ma balli di coppia come quelli il cinema li adora e se li acchiappa senza pensarci due volte. Chi fra signore e signorine non ha almeno una volta – da adolescente ma non solo – sognato di “volare” come “Baby” fra le braccia possenti di Johnny? E chi, fra i signori uomini, non ha segretamente desiderato un fisico scolpito pari a quello di Patrick Swayze, che tutti – indistintamente dal genere – ricordiamo con affetto e qualche lacrima? Accanto al recentemente (ri)celebrato Grease ci sono loro, i Dirty Dancing – Balli proibiti al top indiscusso della classifica tra le commedie estive sul ballo. Uno stracult imitato e parodiato senza fine che – inizialmente – non aveva grandi pretese. Dal budget ridotto e cast fino ad allora semisconosciuto, avrebbe potuto finire nel mucchio delle tante commediole giovanil-sentimentali americane, invece Dirty Dancing, prodotto e uscito nel 1987, passò direttamente alla categoria del “film fenomeno” doppiamente campione: sia nelle casse dei cinema planetari e in home video, sia nell’immaginario collettivo di teenager e giovani dell’epoca.

Gli ingredienti? Elementari: l’alchimia assoluta fra i protagonisti Jennifer Grey e Patrick Swayze (immediatamente elevato a sex symbol), una colonna sonora spaziale (la hit song The time of my life vinse persino l’Oscar) e una trama che non solo inneggia all’amore romantico per eccellenza (lui famoso e cool, lei umile ragazzina neppure tanto bella…) costruito sul valore della libertà espressiva contro la repressione puritana degli allora costumi, essendo il film ambientato nell’estate del 1963 in un villaggio turistico. La sensualità tutta esibita dei balli diventava così la metafora perfetta dell’entusiasmo disimpegnato degli anni 80.

C’era una volta il bel tempo: Italia flagellata dai nubifragi

Mala tempora currunt: tromba d’aria nel Mantovano; tempeste nel Mugello; nubifragio nel Parmense; grandine al Nord; temporali al Centro; massima allerta al Sud. La chiamavano estate, fino all’altroieri, ma da ore pare arrivato l’autunno.

Ieri mattina diversi comuni in provincia di Mantova, al confine con quella di Verona, sono stati colpiti da trombe d’aria e nubifragi: alberi e cartelli stradali divelti, tegole volate vie dai tetti, black-out e allagamenti. In Toscana acquazzoni e fulmini hanno compromesso persino la viabilità ferroviaria, mentre ad Arezzo e dintorni il vento ha sradicato piante e rami, ingombrando pericolosamente le strade e facendo saltare le linee elettriche.

Nel Parmense una “bomba d’acqua” ha allagato le vie di Bardi, trasformate per l’occasione in fiumi, che hanno portato con sé sedie, panchine, calcinacci e materiale vario. Se il Nord e il Centro sono flagellati dai temporali, il Sud li attende con ansia: la temperatura è crollata anche di 10 gradi centigradi e, dall’inizio dell’anno, si stimano danni di oltre mezzo miliardo per l’agricoltura e la viticoltura.

Suburra 2, il mondo di mezzo alla prova dell’immigrazione

“Serve una cosa più grossa, dobbiamo farla in centro, per spaventare la borghesia”. Di fronte quei brutti ceffi di Aureliano (Alessandro Borghi) e Spadino (Giacomo Ferrara), al fianco la traffichina Sara Monaschi (Claudia Gerini), il committente è un politico, Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), “compromesso, corrotto e ipocrita, ma con un gruzzoletto di voti buono a farne l’ago della bilancia”.

Sono nomi che se ancora non sono entrati nell’immaginario collettivo, comunque abbiamo imparato a masticare: prima il romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, poi il film di Stefano Sollima del 2015, quindi la serie-prequel del 2017. “Rapina, corcare uno, di più, vuoi ammazzare, questo?”, la domanda di Spadino cade nel vuoto di un anti-miracolo italiano, la Vela di Calatrava incompiuta alla Romanina: già archeologia architettonica in appena 13 anni, nella serie Suburra non viene però esplicitata, è solo il luogo d’incontro delle tre sfere, politica, criminalità e Vaticano, che vogliono mettere le mani sulla città. Adagio criminale almeno dai tempi della Banda della Magliana e del Romanzo, “prendersi Roma” torna in auge per la seconda stagione, in arrivo su Netflix come serie originale a inizio 2019: prodotta da Cattleya con Rai Fiction, riprende tre mesi dopo la fine della prima, e si svolge in appena quindici giorni, quelli che intercorrono tra primo turno e ballottaggio delle elezioni comunali.

Nel 2008, ché di quell’anno si parla, a sfidarsi furono Gianni Alemanno, poi vittorioso, e Francesco Rutelli, ma se esito e contendenti non sono pertinenti è la politica il fulcro di Suburra 2, il Palazzo a essersi preso la strada e l’Oltretevere. Non si direbbe, a sentire gli attori: “Roma oggi, la confusione che regna sovrana, i problemi nella gestione delle cose: relazioni, parole, la misura delle parole, è dalla confusione che si generano le questioni più gravose”, rileva Borghi; “altro che res publica, è il caos dell’amministrazione”, stigmatizza Eduardo Valdarnini, ossia il poliziotto Lele. Ci scherzano pure, sui rimandi tra fiction e realtà, “perché le buche sono anche qui, e forse potremmo chiamarla Subbuca”, ma il raccordo non è con la cronaca – “Non si parla del caso Spada, non ci sono riferimenti, non c’è la capocciata” – bensì con l’antropologia, e la mitologia, del potere, che Cinaglia condensava per Samurai (Francesco Acquaroli) nel decimo e ultimo episodio della prima stagione: “Roma non si governa, al massimo si amministra. Tu sei il mondo di mezzo, il luogo dove gli interessi si incontrano, quelli leciti, quelli illeciti. Di fatto sei l’amministratore di Roma, non il re”. Al cospetto di 190 Paesi e 125 milioni di spettatori (subscribers) potenziali si staglia anche il rischio emulazione, colpevolizzante refrain per Gomorra e derivati: “A Ostia mi fermano i bambini, ‘sono fan di Aureliano’, mi dicono, ma il discrimine è l’intelligenza delle persone: a un bambino di 8 anni Suburra non lo devi far vedere”. Con Samurai che non se n’è andato, e che ancora tiene in pugno Lele, la seconda stagione – prosegue Borghi – archivia “il romanzo di formazione: dopo perdite, lutti e conquiste, tutti i personaggi si mettono alla prova in contesti diversi. Se nella prima erano le famiglie, stavolta ci sono i centri di potere”. Ed è un potere aggiornato, giacché la Monaschi di Claudia Gerini trovava, e qui perfeziona, una seconda possibilità in un ambito mediaticamente e politicamente incandescente: “Rosa dall’ambizione, che le fa perdere il marito e le aderenze vaticane, Sara risorge grazie a una Onlus che si occupa di migranti, e con le unghie e con i denti prova a farci un sacco di soldi”. Dietro il “nessun rimando o gancio diretto” di prammatica, Andrea Molaioli che firma la regia di cinque degli otto episodi (4, 5 e 6 sono diretti da Piero Messina) si rifugia nella “libertà di racconto e nella tensione per l’intimo dei personaggi”, ma conviene: “Il rischio della strumentalizzazione c’è”.

Scritta da Barbara Petronio con Ezio Abbate e Fabrizio Bettelli, 24 settimane di riprese in cento location tra Roma e dintorni, Suburra 2 continua a pescare nel liquame di mezzo, in “una morale corrotta e corruttibile”, dove il gioco di specchi toglie conformità alla copia: “Se mi sono ispirato a un determinato politico? E perché – sorride Nigro – sceglierne uno solo, sarebbe un peccato. Basta guardare i talk-show per chiedersi ‘e mo’ questi chi sono?’”.

 

Vietato fare il bagno in mare: Salvini ha chiuso pure quello

E poi non si poté più andare a mare, perché Salvini aveva chiuso tutti i porti. C’erano stati appelli internazionali, sanzioni, ma niente: non potevano partire né attraccare aliscafi, navi commerciali, gommoni, pedalò o copertoni di trattore. C’era il pericolo che trasportassero clandestini. Le uniche imbarcazioni che potevano uscire erano i motoscafi della Guardia Costiera o dei contrabbandieri, e io e Gianni andavamo a passeggiare sul lungomare di Napoli e li guardavamo con invidia. La gente mollava perfino il posto fisso in banca per provare il concorso in Finanza o diventare contrabbandiere, e portare così i figli a mare.

Anche i vip non se la passavano bene: dopo la frattura con Di Maio e la creazione del Regno delle Due Padanie, erano state varate severe norme contro gli ex alleati e la dizione “5 Stelle” era stata dichiarata incostituzionale. Non potevano esistere più alberghi di lusso, dunque; i gelati Sammontana erano stati tolti dalla circolazione e le recensioni su Trip Advisor erano state tutte automaticamente declassate. L’unica alternativa rimanevano le spiagge, divenute però impraticabili: ogni centimetro cubo d’acqua veniva preso d’assalto, la fila per Ostia iniziava alle Terme di Caracalla, quella per Riccione a Rimini, e viceversa…

Con l’arrivo di luglio l’Italia intera si trasformava in un’immensa coda di gente in attesa: “Vogliamo provare alla fontana di Trevi?”, “Ma sei pazzo, è tutto prenotato fino a novembre”, “Buttati dietro all’autoambulanza, allora!”, “Maledizione, andiamo a rifugiarci nel centro commerciale”. La gente si attrezzava come poteva, piantava gli ombrelloni anche a sei o settecento metri dalla riva, nelle aiuole, nei tombini e finanche nelle buche dell’asfalto, che dopo il taglio dell’Imu sulla terza casa erano spuntate come funghi: gli incidenti d’auto si erano triplicati in tutti i maggiori capoluoghi. Tranne a Roma, a dire il vero, dove durante gli anni della giunta Raggi i cittadini avevano avuto modo di diventare guidatori professionisti.

Se anche riuscivi a trovare un posto a riva, dovevi contendertelo con i vicini, che lo occupavano appena ti alzavi dal telo mare per immergerti in acqua: spesso ne nascevano violente liti e sparatorie, anche a distanza di un metro o due, visto che ormai il porto d’armi era stato dichiarato obbligatorio. Va detto per onestà che c’era anche un risvolto positivo nella faccenda: i palloni con cui i ragazzini giocavano sulla battigia e disturbavano le famiglie, esplodevano grazie ai fucili di precisione dei bagnini. Per comprare il cocco o i fazzolettini dovevi ordinarli tramite applicazione del cellulare: i vu-cumprà erano stati debellati e sostituiti con i fattorini di Amazon-Spiaggia, il servizio di consegna attivo ventiquattro ore al giorno.

Potevi pagare solo in contanti, dopo che erano stati imposti i dazi a tutti i paesi stranieri e l’euro era crollato: ma almeno nessun negoziante ti fregava più i centesimi con il trucco dei 19,99 euro per un tubetto di crema solare. Lo pagavi direttamente 89 mila lire e con le 11 mila di resto potevi pagarci la granita di caffè al bar, e lasciare perfino la mancia.

Eppure, in mezzo a quel caos di formiche umane e proiettili vaganti, regnava il silenzio.

Ogni italiano aveva la testa ficcata in uno dei tre o quattro telefonini, a messaggiare su Whatsapp o a vedere la finale del campionato “Serie A Juventus”. Nessuno leggeva più, per vergogna: il termine radical-chic, infatti, era stato esteso a chiunque indossasse gli occhiali o sfoggiasse la barba o anche solo camminasse con un libro o un quotidiano in mano.

Io e Gianni, poiché scrittori, non avevamo diritto al reddito di cittadinanza e campavamo di lezioni private e lavori occasionali. Ce ne andavamo sempre senza una lira in tasca, né la possibilità di acquistare un ventilatore. Per il fisco non esistevamo e in quanto tali eravamo considerati pazzi: dovevamo stare attenti, di notte, quando le ronde raccattavano barboni, immigrati e psicolabili per spedirli nei manicomi. A dire il vero a volte avevamo anche pensato di farci internare, visto che il vitto e l’alloggio erano gratuiti, da quando la legge Basaglia era stata abolita. Ma Gianni aveva bisogno della sua vecchia macchina da scrivere per lavorare alle traduzioni e così, quando il caldo si faceva insopportabile, ripiegavamo sui centri commerciali per farci di aria condizionata.

Andavamo al Mercatone Uno, all’Osciàno o al Re Merlino – così ribattezzati dopo l’approvazione della legge di autarchia linguistica – e guardavamo la gente che spendeva capitali per le piscine gonfiabili, le sedie a sdraio e i racchettoni. Rimpiangevamo gli anni dei governi balneari e ci chiedevamo quando fosse iniziato tutto ciò: poi contavamo i giorni che mancavano alla fine del trentennio, quando Salvini si sarebbe ritirato. Sognavamo barche in libera navigazione, lidi balneari, alberghi di lusso e la possibilità di girare per strada con qualche libro della Pleiade sotto al braccio. Tanto, non avremmo potuto comunque permetterci nulla di tutto quello. Ma i sogni, almeno erano gratis.

 

Le biblioteche, trincee di civiltà

“La biblioteca pubblica è lo spazio libero per eccellenza: un luogo di cultura, sostenuto dalla comunità, aperto a tutti e gratuito”. Da questo principio prende le mosse la partecipazione finlandese dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia, che espone nel piccolo padiglione progettato da Alvar Aalto ai Giardini una serie di edifici bibliotecari sparsi in tutta la Finlandia, da Helsinki alle remote plaghe del nord, insistendo sul loro ruolo di perno e cerniera per molte comunità, le quali vi si ritrovano per condividere tempo, spazi e conoscenza.

È lo stesso modello che, su un’altra scala, ha descritto il massiccio documentario di Frederick Wiseman The Library (2017), dedicato alla Biblioteca Pubblica di New York, non solo nel suo storico edificio di Bryant Park a Manhattan, ma anche nelle sue mille propaggini che coagulano la vita sociale dei quartieri più difficili della Grande Mela.

L’idea della biblioteca come luogo centrale per la costruzione e l’organizzazione del sapere, per il consolidamento dell’alfabetizzazione e per la promozione di una reale parità di accesso alla conoscenza, e dunque per la “formazione della cittadinanza” (Jacques Le Goff), è di lunga data (il Premio Nobel per la Pace 1913, Henri La Fontaine, fu anche il fondatore dell’Istituto Internazionale di Bibliografia), ma risulta nuova e attuale nel mondo digitale: quanto più il flusso di informazioni è vasto e incontrollato, infatti, tanto più urgono strumenti culturali in grado di filtrarlo, e strumenti tecnici in grado di farlo giungere anche ai meno abbienti. Questa idea “alta” di biblioteca, tuttavia, non sembra molto popolare presso i governi del nostro Paese, che pure vanta un patrimonio impareggiabile a livello mondiale. Mentre attendiamo di conoscere i dettagli del lodevole piano straordinario di 6.000 assunzioni annunciato dal ministro Alberto Bonisoli, l’ultimo titolare dei Beni Culturali, Dario Franceschini (Pd), ha puntato molto sulla “valorizzazione” dei musei, e su una riforma (contestata) delle soprintendenze, ma nel piano di 500 assunzioni varato nel 2016, solo il 5 per cento – ovvero 25 posti – era destinato alle biblioteche, a onta del fatto che queste versano in una gravissima sofferenza di personale (in seguito a quell’umiliante ripartizione si è dimessa l’intera commissione biblioteche e archivi del Consiglio superiore dei beni culturali, capeggiata da Giovanni Solimine, curatore con P. G. Weston dell’impareggiabile Biblioteche e biblioteconomia, Carocci 2015).

A distanza di due anni, le assunzioni sono state poi ben più di 25, nel senso che anche parecchi idonei del concorso del 2016 sono stati assorbiti per colmare alcuni dei buchi più evidenti dovuti ai massicci pensionamenti dei bibliotecari entrati (talvolta senza nemmeno la laurea) al principio degli anni 80. Tuttavia, da un lato gli organici continuano a essere così lacunosi da mettere a repentaglio i servizi minimi (alla Marciana di Venezia mancano oltre 15 persone, alla Nazionale di Roma più di 20); dall’altro – ora che sono praticamente ineludibili azioni manageriali come l’outsourcing di alcuni servizi e il fundraising per garantire una minima crescita – s’insiste a non dotare ogni biblioteca di un adeguato staff di gestione (tra le ultime assunzioni per amministrativi al ministero nemmeno una è stata destinata alle biblioteche); e in generale si fatica a rinverdire l’età media degli impiegati, oggi prossima ai 60 anni, proprio in un momento in cui la linfa di persone giovani – sia per le novità tecnologiche sia per lo slancio progettuale – sarebbe invece essenziale.

A questo si accompagna la mortificazione di molti istituti di medio-grandi dimensioni: ormai soltanto 6 biblioteche nazionali (Napoli, Roma, Firenze, Genova, Torino, Venezia) sono dotate di un vero Direttore, mentre le altre o sono state ricondotte sotto il locale Polo Museale (dunque di fatto private di autonomia: è accaduto da ultimo alla Braidense di Milano) o hanno direttori che differiscono ben poco – in termini di status e di stipendio – dai loro peraltro mal pagati sottoposti: è possibile che chi governa la Biblioteca Palatina di Parma, la Biblioteca Estense di Modena, o la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, scrigni di inestimabili tesori per studiosi di mezzo mondo e dunque fonti di enormi responsabilità per chi li gestisce, abbia come unica remunerazione aggiuntiva 2.500 euro all’anno? Ci si può sorprendere se in questa situazione la medesima Laurenziana rischia di vedersi sfrattata dagli spazi che da decenni ha in affitto dall’attigua Basilica di San Lorenzo, perché il Ministero non paga più il canone di 50 mila euro? E che dire delle gloriose piccole biblioteche di Roma (Vallicelliana, Casanatense etc.) che mancano spesso di un organico amministrativo atto a sbrigare il lavoro minimo? E della Biblioteca Universitaria di Pisa, forte di 600 mila volumi, che sin dal terremoto dell’Emilia del 2012 risulta di fatto inagibile, e ha lasciato nel tessuto culturale di quella città un vuoto che si fatica a rimarginare?

La mancanza d’investimenti sulle persone porta spesso con sé, per le grandi biblioteche nazionali di conservazione, la difficoltà di offrire servizi di livello internazionale e di organizzare mostre di alto profilo – e questo nonostante gli sforzi davvero ammirevoli di tanti impiegati di alto livello che promuovono splendide attività con personale sacrificio e dispendio –. Altro discorso vale per le biblioteche territoriali dipendenti dagli enti locali, molto spesso esse pure depositarie di inestimabili tesori, ma per natura rivolte anche a un pubblico più vasto: lì il budget varia da Regione a Regione, da Comune a Comune, ed soffre le ristrettezze di trasferimenti statali sempre più esigui. Le iniziative tese a fare rete e a offrire servizi avanzati agli utenti più diversi (dagli studenti ai nuovi Italiani, dai professori ai disoccupati) sono così demandate non di rado alla creatività volontaria dei dipendenti e all’iniziativa locale: non frequenti, purtroppo, casi come quelli del Comune di Milano e della regione Friuli-Venezia Giulia, che da soli hanno investito in biblioteche e programmi a favore della lettura più di quanto il ministero tutto spende in un anno.

Sia a livello locale sia a livello nazionale pesa l’assenza di un adeguato supporto di rete che renda agevole la fruizione delle risorse digitali, così come di risorse atte a inverare il piano di digitalizzazione dei patrimoni interni (soprattutto fondi antichi, manoscritti, stampe etc.). E poi, una biblioteca è viva nella misura in cui continua a comprare sia libri nuovi (per i quali ci sono sempre meno soldi) sia libri antichi – e qui le risorse per intervenire sul mercato antiquario (anche esercitando il diritto di prelazione nell’acquisto da privati) sono obiettivamente al lumicino. I bravi bibliotecari fanno miracoli scovando occasioni, ma talvolta la necessità aguzza l’ingegno: commuovono i casi di crowdfunding come quello della Provinciale di Foggia dove l’abbonamento ai quotidiani è garantito da associazioni private, o quello della Biblioteca Civica di Belluno, che grazie ai propri lettori si è assicurata una rara edizione della Grammatica dell’umanista locale Urbano Bolzanio (1512), sviluppando attorno a questa acquisizione incontri e laboratori capaci di familiarizzare la popolazione (anche i giovanissimi) con un pezzo importante del proprio passato.