Martina, Indagatore dell’Incubo nel Pd dei morti viventi

Non sembra, ma Maurizio Martina è davvero il segretario del Pd. Il suo compito è quello di “guidare la fase congressuale straordinaria aperta dal suo stesso intervento”. Un onere gravoso, che il nostro condottiero sta affrontando col vigoroso cipiglio di sempre. Martina ha 40 anni. È nato a Calcinate nel Bergamasco. Viene da una famiglia operaia. Diploma agrario, poi laurea in Scienze Politiche a Macerata. Fa politica da quando ha 16 anni, dimostrando con ciò come le vocazioni seguano vie non di rado insondabili. Da ragazzo faceva teatro, un ambito quasi obbligatorio per una figura così rutilante e carismatica: se ci pensate, Martina è un po’ l’erede di Gassman. Di quel periodo, il Mattatore di Calcinate parla così: “Partecipavo alle rassegne per le scuole mettendo in scena spettacoli ambientalisti e contro il razzismo”. Rileggetela bene: è una frase che vorrebbe significar qualcosa, ma che non significa praticamente niente. Uno dei suoi marchi di fabbrica. Consigliare comunale a 21 anni a Mornico al Serio, segretario regionale dei Ds nel 2006. Tre anni dopo è nominato Responsabile Nazionale Agricoltura, altra sua passione, nella nuova segreteria Pd. Quindi l’ascesa nazionale nel dicastero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali: sottosegretario nel Governo Letta, ministro con Renzi e poi con Gentiloni.

Nel mezzo promuove la corrente Pd “Sinistra è cambiamento”, uno dei tanti ossimori cari al suo partito, posizionandosi con agio in quel ruolo di “renziano non renziano” che lo aiuta a non prender mai una posizione chiara su nulla. Uomo garbato e intelligente, per nulla arrogante, Martina è il classico bravo ragazzo con cui bere una gazzosa al Circolo Arci di Guazzino, mentre i vecchietti giocano a tressette tirando giù a suon di bestemmie tutti i santi del sagrato. Dopo gli allegri disastri di Renzi, nel Pd pensano a lui come “reggente” che dia l’illusione che a comandare nel partito non sia sempre la Diversamente Lince di Rignano. Martina apprezza e si fa subito notare per non farsi notare mai: in questo è un fenomeno. Don Abbondio, al suo confronto, assurge a Chuck Norris. Dopo la Waterloo del 4 marzo, Martina vorrebbe provare il dialogo con il Movimento 5 Stelle, ma sul più bello Renzi va da Fazio e bombarda tutto col napalm. Martina, trattato in diretta nazionale come un Orfini qualsiasi, reagisce non reagendo: anche in questo è un fenomeno. Nel Gassman di Calcinate convivono elementi sin qui impossibili da conciliare: il maestro di sempre Don Abbondio, certo, ma anche il Cencelli, a cui Martina si è ispirato per ideare la “nuova” segreteria del Pd, satura di renziani (premiati per la mirabile rottamazione di se stessi), ma pure di quasi-oppositori e carneadi imbelli. In Martina c’è poi un autentico afflato per il nichilismo: piazzare la Madia alla Comunicazione è un colpo da maestro e ci fa capire come il Mattatore della Bergamasca voglia anticipare il Congresso del 2019 provvedendo a un’eutanasia per consunzione del Pd. Rendendo dunque vano il Congresso stesso. Genio. Ma il capolavoro di Martina è un altro. Durante l’ultima segreteria Pd, Egli ha saputo trasformarsi addirittura in Dylan Dog. Giacca nera, maglietta rossa e capelli finto-spettinati: identico. La mossa di Martina non è solo iconografica e mediatica, bensì politica. Dylan Dog è un “Indagatore dell’Incubo”, e quando sei segretario del Pd è una qualifica che fa molto comodo. Non solo. Il primo albo del fumetto ideato dal grande Tiziano Sclavi si intitolava L’alba dei morti viventi: ieri era una storia inventata, oggi è un programma politico.

Franco Mandelli il grande puffo della normalità

La magia di Franco Mandelli era dietro un sorriso, e in un luogo dove distendere i tratti del volto diventa la medicina più difficile da ingerire. Lui c’è riuscito.

C’è riuscito nella sua clinica universitaria, un’impresa dedicata all’ematologia e costruita dentro al sistema sanitario nazionale, tutto pubblico, un luogo da interspazio, da realtà parallela, talmente avulso da stereotipi (negativi) e pregiudizi da risultare irreale per i pazienti. Solo all’inizio. Poi la sensazione di ovatta-protettiva entra dentro, con le sue regole, i suoi riti, i silenzi, la solidarietà, il rispetto della disperazione altrui e l’io egoistico del malato all’improvviso in grado di trasformarsi in un noi.

E proprio dove la morte non la respiri, la vedi, dove i genitori, i parenti, marito o moglie si scambiano consigli su come gestire la caduta-capelli del malato, o su come tamponare la nausea da chemioterapia; dove i valori del sangue vengono trattati con la familiarità di un programma televisivo: “Quante piastrine ha oggi il piccolo? E globuli rossi? Ah, va bene, magari domani andrà meglio”; dove la morte è la prima possibilità da prendere in considerazione: proprio qui è stato ed è possibile sorridere. L’imprinting era il suo.

Lui non molto alto, ma con la testa grande e piena di capelli bianchi, in reparto, dietro le spalle, veniva chiamato Grande Puffo, un modo per esorcizzare il suo ruolo specialmente davanti ai bambini, i più ignari della voragine, i più persi tra provette, analisi, siringhe, biopsie ossee. Davanti a lui non fuggivano. Stavano lì. Ipnotizzati da questo tipo particolare, uno scienziato quasi della terra, perché alla terra ancorato, uno capace di discutere a livello internazionale di cure e protocolli, di sperimentazione, ma anche di arrivare la domenica mattina con una cesta di uova fresche provenienti da galline di fiducia; oppure di far suo il consiglio di un genitore, e in caso di epistassi da mancanza di piastrine (e l’estrema difficoltà a fermare il sangue), estrarre dal frigo del grasso di prosciutto, invece delle solite garze: un tocchetto nel naso, e via, più comodo, veloce e soprattutto tamponava senza seccarsi e strappare.

Non solo. Ha affascinato la borghesia romana, coinvolta nella sua visione dell’ospedale; l’ha portata dentro ai reparti come volontari o donazioni, magari tutti e due, per regalare ai pazienti un livello di sostegno e comfort da fiction statunitense: ogni stanza con l’aria condizionata, televisore, frigo, per i piccoli anche i videogiochi. Perché quello che conta in primis non sono le cure, ma la testa, lo spirito, il crederci contro ogni ragione, non sentirsi sfortunati, rapportarsi al mondo, derubricare ogni gesto a normalità, anche quando normalità non è (ci sono bambini che giocano con le siringhe, e fingono di prelevare il sangue ai genitori).

E ancora le visite private, in assoluto non necessarie, ma spesso utili all’umore del malato e dei suoi cari: Mandelli ne programmava tre al giorno, da quindici minuti l’una, dalle sei e mezzo del mattino alle sette e un quarto. Basta. Per il resto esisteva solo il reparto, dove le risposte arrivano ancora oggi con la precisione di ieri, e dove è possibile scoprire medici talmente dediti al lavoro (trasformato in missione) da non cercare il guadagno fuori dall’ospedale, ma capaci di evadere ogni dubbio dentro il confine pubblico. Succede anche in Italia, è possibile anche in un Paese spesso (giustamente) martoriato dalle critiche. E invece ieri i puffi sono andati a dire addio al loro secondo genitore. E lì sorridere è stato impossibile.

@A_Ferrucci

Sui migranti l’Ue serve più di Salvini

La disponibilità di Francia, Malta, Germania, Spagna, Portogallo e Irlanda ad accogliere parte dei 450 migranti sbarcati a Pozzallo è la sconfitta della linea urlata di Matteo Salvini, non il suo trionfo. L’imbarazzo del ministro dell’Interno leghista si percepisce dalla sequela di dichiarazioni con cui ha subito cercato di ricondurre il dibattito all’unico schema che gli è funzionale, quello dell’Italia lasciata solo di fronte a un’Europa egoista e distante. Invece che rivendicare il successo della gestione nel caso del barcone libico, Salvini ha subito chiesto che l’Unione europea riconosca la Libia come “porto sicuro”, cosa impossibile sia perché la Libia è spaccata da una guerra civile a bassa intensità, sia perché non ha mai neppure ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. E quindi l’idea che la soluzione a tutti i problemi migratori sia rispedire le persone in blocco in Libia è soltanto propaganda.

La difficoltà della Lega si percepisce anche dall’intervista al Mattino del sottosegretario leghista agli Esteri, Guglielmo Picchi: “Al di là dei toni irricevibili utilizzati soprattutto dai cechi, quello che vogliono i Paesi di Visegrad è ciò che vogliamo noi, zero sbarchi in Europa per chi non ha diritto di arrivare”. Due falsità in una frase sola: i Paesi dell’Est non vogliono neppure chi ha diritto di arrivare, visto che non accettano i ricollocamenti dei rifugiati, e l’Italia non ha interesse a inseguire l’azzeramento degli sbarchi (obiettivo impossibile da ottenere) ma a una condivisione con gli altri Paesi membri dell’Ue della presa in carico di chi arriva, dopo aver fatto quanto possibile e lecito per ridurre le partenze.

In una settimana si è capito che dietro le urla di Salvini c’è ben poco di efficace. Prima il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha intimato di lasciar sbarcare a Trapani i 67 migranti a bordo della nave della Guardia costiera Diciotti. E senza poterli vedere in manette, come Salvini sperava per rafforzare il messaggio che immigrare è un reato. Poi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero, regista discreto dell’operazione, hanno dimostrato che ottenere risultati in Europa è possibile. Ma bisogna farlo giocando secondo le regole europee, non contestandole. Salvini continua ad agitarsi tra riunioni dei ministri degli Esteri, fantomatici patti con l’Austria di Sebastian Kurz e con il tedesco Herst Seehofer che spera di abbattere Angela Merkel con le polemiche sui migranti. Ma pur forte del suo “asse dei volenterosi”, quando si arriva al dunque quello che Salvini ottiene dai suoi presunti alleati di Visegrad è soltanto il silenzio o l’isterica reazione del premier ceco Andrej Babis, che vede nella richiesta italiana di condividere i 450 migranti del barcone libico “la strada per l’inferno”.

Conte e Moavero hanno invece usato le leve che la tanto bistrattata Unione europea concede a tutti i governi nazionali: hanno fatto passare in sede di Consiglio europeo il principio che l’arrivo di migranti e la gestione delle frontiere esterne “è una sfida, non solo per il singolo Stato membro, ma per l’Europa tutta” e anche che “nel territorio Ue coloro che vengono salvati, a norma del diritto internazionale, dovrebbero essere presi in carico sulla base di uno sforzo condiviso e trasferiti in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri, unicamente su base volontaria”. In quelle conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno è stato quindi sancito il principio che anche l’azione dell’Italia è su base volontaria. E soprattutto adesso esiste un documento ufficiale che indica la volontà politica dei 27 Paesi membri al quale Conte ha potuto appellarsi sabato per chiedere una spartizione dei 450 migranti in arrivo a Pozzallo.

Anche la Germania, quando ha avuto problemi analoghi all’Italia, li ha risolti usando l’Ue come leva, con l’accordo tra Bruxelles e Ankara che, in cambio di 6 miliardi di euro, ha trasformato la Turchia in un tappo capace di arrestare quel flusso di persone, soprattutto siriani, che dal 2015 ha fatto lievitare a 970.000 il numero di rifugiati in Germania. E il terzo passo di questa strategia – la revisione del mandato e delle regole di ingaggio della missione navale militare Eunavfor Med – passa anch’esso per un negoziato europeo che i tanto evocati pugni sul tavolo possono soltanto complicare.

Nel governo giallo-verde coabitano due linee. Quella sovranista di Salvini e quella europeista critica di Conte e Moavero. La prima garantisce titoli sui giornali e la crescita nei sondaggi. Ma è soltanto la seconda che, pur tra mille difficoltà, può sperare di ottenere qualche risultato. Le politiche sovraniste, ancora una volta, si stanno dimostrando il meno efficace tra gli strumenti disponibili per raggiungere gli obiettivi considerati prioritari proprio dall’elettorato dei partiti sovranisti.

Mail box

 

Noi cittadini siamo preoccupati per l’attuale situazione politica

Siamo preoccupate per il nostro paese. Siamo tre trentenni emiliane che il 5 marzo si sono trovate la Lega in casa al 20%. Nella stessa regione, storicamente rossa, il Movimento 5 Stelle si è radicato fortemente, accusando il centrosinistra di aver abbandonato i propri principi e valori. Segno che esso qualcosa (molto) ha sbagliato. Il M5S voleva un’Italia attenta all’ecologia, vicina ai più deboli, lontana dalla corruzione. Ci chiediamo, allora, perché quegli elettori oggi tacciono davanti alle intemperanze del ministro Salvini? L’eliminazione del tetto ai pagamenti in contanti è un favore agli evasori; con la flat tax chi ha meno, in proporzione pagherà di più; i rapporti commerciali con l’Egitto anteposti alla vita di Giulio Regeni. Fino all’alleanza con Orban – primo e principale oppositore della risposta europea alla gestione dell’immigrazione. Far governare la destra con i voti del Movimento? Quella Lega che furbescamente aizza la lotta tra ultimi, che sfida la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, mentre in silenzio trasferirebbe milioni di euro all’estero per evitare la confisca, con la Guardia di Finanza che ferma e interroga per ore i giornalisti che indagano la questione.

È questo il cambiamento che volevate? No, noi non crediamo. Allora, per il nostro paese, abbiate uno scatto d’orgoglio. Dite a coloro che con i vostri voti hanno disegnato il governo, che l’Italia che volete non è quella che stanno lasciando costruire alla Lega. E poi, il vuoto politico a sinistra. Se il Pd vuole ancora avere un ruolo, è necessario che la sua classe dirigente si faccia da parte, mettendosi a disposizione di nuovi volti. Un passo indietro proporzionato alla sconfitta e irrilevanza politica cui ha condotto il (fu) grande partito del centro-sinistra. Un “popolo di sinistra di fatto”, indipendentemente dal simbolo votato, esiste. Ma quanto resisterà in assenza di rappresentanza politica e di un modello culturale che si opponga con forza a quello dominante? Sì, siamo molto preoccupate e, siamo sicure, non siamo le sole.

Laura Marchetti, Chiara Zannini Anna Pattuzzi

 

Il Viminale dimentica le ragioni dell’immigrazione

Ogni giorno si ascoltano esternazioni del “nostro” ministro degli Interni in merito al problema migrazione. A parte gli slogan che usa nel tentativo di acquisire consensi da parte di una popolazione (la nostra) sempre più esasperata da tutto e che si sente ormai privata di ogni diritto, non lo si sente mai fare un’accurata analisi delle cause che hanno provocato tale fenomeno. Per esempio non l’ho mai sentito interrogare sè stesso e noi sui motivi per cui ciò si verifica solo da pochi anni mentre precedentemente non esisteva alcun problema collegato a migrazioni verso l’Europa. Penso che chi fa politica dovrebbe analizzare accuratamente e obiettivamente le origini e le cause dei problemi di cui ci si vuole occupare senza lanciarsi in slogan basati principalmente su paure, spesso anche alimentate intenzionalmente. Quando avremo finalmente il coraggio di ammettere che la responsabilità di quello che sta succedendo è solo nostra (parlo di noi, bianchi e “civili” europei)? Abbiamo infatti per secoli depredato delle risorse naturali (diamanti, oro, ecc.) i paesi africani, ne abbiamo prelevato, con la forza, gli abitanti strappandoli dalle loro famiglie per ridurli in stato di schiavitù e avere mano d’opera gratuita.

Abbiamo consentito e sostenuto dittatori in tutto il mondo (Africa compresa), cui abbiamo venduto anche armi di nostra produzione, abbiamo interrato nei loro territori i nostri rifiuti tossici, ecc. Continuiamo a “lavorare” il loro territorio, distruggendone le potenzialità. Con le nostre guerre, i nostri interventi militari e l’eliminazione di Gheddafi e Saddam Hussein abbiamo destabilizzato il Medio Oriente e tutto il Nord Africa.

Sarà bene infatti ricordare che molti africani quando fuggivano dalle loro terre depredate e martoriate, approdavano e si fermavano in Libia, dove trovavano lavoro e non avevano alcun desiderio di arrivare in Europa. L’unica vera soluzione non è certo litigare sulle località di sbarco ma porre fine una volta per tutte alle nostre missioni di guerra (che abbiamo il coraggio di chiamare di pace), restituire il maltolto, cioè l’equivalente di tutte le pietre preziose e risorse naturali che abbiamo rubato e smetterla di sfruttare in modo improprio il loro territorio. Solo così riusciremo a dare pace a popoli martoriati (da noi) e a trovarne un po’ anche noi.

Albarosa Raimondi

 

Il Movimento 5 Stelle è l’unica alternativa alla destra

Concordo pienamente con quanto scritto da Antonio Padellaro: “La sola alternativa credibile all’avanzata in Italia, e nel continente, della destra xenofoba e illiberale, piaccia o no, è il movimento di Grillo”. Una realtà evidente, che tuttavia fatica molto a farsi strada nella sinistra. Sulle prospettive del dualismo fra le forze di governo sono cautamente ottimista: gli eccessi di Salvini prima o poi stancheranno l’elettorato; se il Movimento Cinque Stelle saprà conservare e accrescere la capacità di proporre temi concreti e di giustizia sociale, come ha incominciato a fare in queste settimane, potrà vincere la gara alla distanza, come un buon fondista.

Antonio Maldera

 

DIRITTO DI REPLICA

A proposito dell’articolo “Lega, la laurea in Scienze Politiche non esiste: il sottosegretario Siri ammette” pubblicato il 15 luglio, precisiamo che Pinhistory.blogspot.com – che erroneamente descrive Siri come laureato in Scienze Politiche – è un sito a sostegno dell’ex partito del senatore leghista e non la sua piattaforma ufficiale.

Fq

Dietro lo chef c’è un lavoro di ricerca difficile e costoso

Da cittadino comune sono rimasto scioccato nel leggere sul Web lo scontrino del conto del ristorante di Carlo Cracco. Far pagare 41 euro per tre spremute e due bottiglie d’acqua mi sembra uno schiaffo alle difficili condizioni economiche in cui tanti italiani purtroppo versano. Mi chiedo se Cracco si renda conto dell’assurdità del suo listino prezzi e mi viene anche da domandarmi se tutto ciò non derivi dall’idea, molto in voga nella ristorazione, che per farsi riconoscere come “bravi” sia necessario far pagare un conto salatissimo ai clienti.

Caro signor Canali, sarebbe troppo semplice rispondere che prima di sedersi al tavolo di un ristorante, soprattutto se stellato, è sempre consigliabile guardare il listino dei prezzi: esattamente come quando dobbiamo comprare qualsiasi altra cosa, prima di farlo, guardiamo quanto costa e se quel prezzo per noi va bene o meno. Detto ciò, il listino prezzi di un ristorante di alto livello non è fatto solo da ciò che troviamo nel piatto ma è, molto spesso, il risultato di un grande lavoro (che magari non vediamo). La ricerca, l’idea, lo studio, l’ingegno, la materia prima, l’arredo, i tessuti delle tovaglie, le posate, il servizio, insomma tutte quelle cose apparentemente invisibili che però, molto spesso, fanno la differenza tra un posto e l’altro. Altrimenti rischiamo di buttarla in facile demagogia: quante cose ci sono al mondo che, stando al suo ragionamento, sono uno schiaffo alle persone che versano in condizioni economiche difficili? Tutte, troppe. Dal calciatore che guadagna decine di milioni di euro a stagione alla giacca firmata da migliaia di euro. Però il bello dell’autonomia critica – ergo, della libertà d’arbitrio – è che, se reputiamo tutto ciò inammissibile, possiamo non abbonarci a quella squadra e non comprare quella giacca. E la spremuta berla al bar sotto casa.

L’‘Ocean 11’ del Mossad: così rubò l’Archivio atomico iraniano

L’operazione ricorda la sceneggiatura del film Ocean 11: solo che i ladri non rubano oggetti preziosi, ma piani atomici. È l’intrusione del Mossad che il 31 gennaio, alla periferia di Teheran, ha trafugato quello che è definito l’Archivio atomico dell’Iran, avendo a disposizione solo sei ore e 29 minuti. In questo lasso di tempo gli agenti hanno neutralizzato gli allarmi nel magazzino dove i documenti erano nascosti, forzato due porte, forzato una decina di casseforti per fuggire con mezza tonnellata di documenti. A rivelarlo un cronista dello Yediot Ahronot che ha ricevuto le informazioni da un funzionario del Mossad. “È stato simile al film Ocean 11”, ha osservato l’agente del Mossad: scartata, la possibilità di fotografare i documenti e di lasciarli nelle casseforti, è stato deciso che era preferibile rubare gli originali. Quello che non è stato detto, è come i fascicoli siano stati portati da Teheran a Gerusalemme. Secondo Yediot Ahronot quei documenti dimostrano quanto l’Iran fosse vicina, 15 anni anni fa, a dotarsi della tecnologia necessaria per produrre ordigni atomici, tuttavia non forniscono alcuna prova che Teheran abbia infranto gli accordi sottoscritti nel 2015 – sollecitati dall’ex presidente americano Obama – con le grandi potenze mondiali.

Un secolo fa nasceva il Liberatore dei Neri. Il Sudafrica si ferma per rendergli omaggio

Imiti come i sogni muoiono quasi sempre all’alba. La fama degli eroi rivoluzionari, molto spesso, si appanna e non dura nel tempo. Così è successo ai tanti leader africani che a partire dal anni 60 hanno guidato la decolonizzazione dall’Europa. Di Thomas Sankara (spesso definito il Che Guevara africano) o di Patrick Lumumba, liberatori rispettivamente del Burkina Faso e del Congo, si è quasi persa la memoria, complice probabilmente lo stato di salute attuale non eccellente della democrazia e della pace nei rispettivi Paesi. Di Robert Mugabe, nato in politica come combattente rivoluzionario, oggi si ricorda piuttosto il volto del tiranno, di cui lo Zimbabwe si è sbarazzato solo pochi mesi fa dopo quasi 40 anni di governo monocratico incontrastato.

Quello di Nelson Mandela, al contrario, è un mito che resiste. Domani il Sudafrica celebrerà i 100 anni dalla nascita del padre fondatore della Nazione Arcobaleno – come con sapienza politica e anche comunicativa è stato ribattezzato il Paese dopo il passaggio dal governo dei bianchi all’era democratica. Oggi al Bidvest Wanderers Stadium di Johannesburg in migliaia assisteranno al discorso in onore di Madiba. La Mandela Lecture è un rito che si ripete ogni anno in Sudafrica, ma per questa occasione particolare la scelta dell’oratore è caduta su Barack Obama, primo presidente Usa di origine africana della storia. Una presenza, la sua, marcata anche dalle polemiche di alcuni gruppi che rimproverano all’ex presidente democratico di aver fatto per il continente molto meno di quanto promesso e, soprattutto, privilegiando l’intervento militare agli investimenti per lo sviluppo.

Oltretutto la figura di Nelson Mandela risalta anche rispetto ai leader politici che ne hanno raccolto l’eredità. Ininterrottamente al potere dalla fine del governo segregazionista nel 1994, l’African National Congress (Anc) ha visto l’avvicendarsi di due presidenti di lungo corso: Thabo Mbeki, erede diretto di Madiba (dal ’99 al 2008) e Jacob Zuma (dal 2009 al 2017), estromesso pochi mesi fa dopo un’impressionante sequenza di scandali che gli ha alienato parte dell’opinione pubblica nazionale ma soprattutto internazionale, che da sempre sorveglia le sorti del Paese. Non è un caso che al suo posto dallo scorso febbraio ci sia Cyril Ramaphosa, già leader sindacale e negoziatore per l’Anc del processo di riconciliazione nazionale che portò alle prime elezioni democratiche nel 1994. Il partito di maggioranza sarà pure logorato da quasi 25 di potere senza ricambio ma, richiamarsi a Madiba – come costantemente fa Ramaphosa –, rimane garanzia di rispettabilità politica presso sostenitori e avversari. Perfino alla controversa prima moglie dell’eroe anti-apartheid, Winnie Madikizela-Mandela, morta il 2 aprile scorso, gli attivisti dell’Anc hanno tributato un omaggio non scontato, dovuto alla memoria delle lotte per i diritti dei neri che la “madre della nazione” aveva combattuto accanto al marito.

“Il superamento del metodo basato sulla lotta armata è una delle ragioni che permettono alla figura di Mandela di non appannarsi”. Rocco Ronza è studioso della politica sudafricana e docente all’Università Cattolica di Milano. “Il leader anti-apartheid – ricostruisce il professore – viene arrestato negli anni 60, proprio quando prendono il potere altri liberatori africani. Mentre questi ultimi sconteranno la fatica del governo e il fallimento economico dei modelli d’ispirazione socialista a partire dagli anni 80”, Madiba maturerà nel carcere di Robben Island la trasformazione da ribelle in armi a pacificatore e paladino della democrazia pluralista. La gestione avveduta del potere – decide di restare in carica per un solo mandato tra il ’94 e il ’99 – fa il resto. “Anche i bianchi oppositori dell’ Anc, rispettano la figura di Mandela”, conclude lo studioso.

Aspettando l’orso russo: ultima fermata, Tallinn

Ai croceristi che si affacciano sul ponte della nave che li porta in giro sul Baltico, Tallinn mostra come benvenuto le guglie della cattedrale di Alexsandr Nievskij e promette una atmosfera d’altri tempi. Diverso è il panorama per chi arriva nella Capitale estone con il pullman, dopo aver passato il confine lettone: accanto alla stazione dei bus c’è una grande caserma con i mezzi dai colori mimetici disposti in fila, quasi debbano essere sempre pronti all’uso, perché l’Estonia teme il nemico alle porte: l’orso russo. E non sa bene se la Nato sarà pronta a reagire.

Sulla spiaggia di Pirita, a concentrare lo sguardo sui battelli che dal porto indirizzano la prua verso Helsinki – un viaggio di appena due ore – sembra quasi di poterli accompagnare dentro la Capitale finlandese; è lì che Donald Trump ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin in una atmosfera di dialogo.

Sasha ha approfittato della giornata libera per portare i suoi bambini al mare; piedi a mollo e castelli di sabbia per i piccoli, ma l’adulto tiene lo sguardo fermo verso la Finlandia. Sasha dice che non si intende molto di politica estera – lavora in uno dei pub del centro storico – ma una cosa la ricorda: il nonno che ha combattuto per cacciare i russi. “Se il presidente americano dice che la Nato è un problema e l’Unione europea è il nemico, mi sento confuso. In Estonia la bandiera dell’Ue la teniamo sui balconi e dinanzi a ogni palazzo del governo. Per noi è Mosca il nemico”.

Ben altra atmosfera rispetto a Riga. Appena una settimana fa il presidente canadese Trudeau ha visitato le truppe di stanza in Lettonia – dove si trova anche il contingente italiano – e al Grand Hotel Kempinski gli hanno srotolato un doppio tappeto rosso. Si può dire che Trudeau lo abbia meritato: visita rapida con staff in numero ridotto, promessa di restare con i suoi canadesi dalle mimetiche cadpat fino al 2023, e aumento della presenza militare.

Ma Riga per Tallinn è lontana. Jonathan Marcus corrispondente della Bbc, ha segnalato qualche giorno fa che nella base di Tapa, a 150 chilometri dal confine russo, c’è un battaglione inglese pronto a fare la sua parte. Però, gli inglesi sono in preda alla Brexit con Trump che suggerisce al premier Theresa May di non trattare i termini della sua uscita dall’Unione europea, ma di fare causa a Bruxelles. Si può contare su alleati che di Europa sono stanchi? Gli estoni si preparano a fare da soli. Lo conferma a Politico il colonnello Riho Uhtegi, comandante dell’Estonian Special Operations Force, ricordando la guerra in Georgia del 2008 e i russi che a 50 chilometri da Tbilisi si fermarono.

“Mosca era a conoscenza che i georgiani avrebbero combattuto casa per casa, ed è quello che faremo noi. Qui si ripete ogni giorno la stessa frase: i russi in due giorni possono prendere Tallinn. Sì, possono farlo. Ma ci moriranno a Tallinn perché noi siamo pronti a tutto; taglieremo le loro linee di comunicazione e i rifornimenti. Possono entrare a Tallinn in due giorni ma non prendere tutta l’Estonia in 48 ore. Loro lo sanno”.

La vita degli ufficiali estoni non è solo prepararsi all’invasione, ma avere una via di fuga per le proprie famiglie, sapere che se i russi arriveranno e sarà guerriglia, gli affetti più cari mandati via dai centri abitati per un posto sicuro. Ogni militare, ribadisce Uhtegi, ha un piano di questo genere.

Nel porto di Tallinn le navi da crociera richiamano i turisti con il loro suono caratteristico. Tre colpi di sirena, e via per altra destinazione. Qualche ritardatario scatta l’ultima foto in piazza Raekoja mentre un ragazzo alla chitarra, in un caffè con i tavoli all’aperto di fronte al vecchio municipio, prova a seguire le tonalità di Paolo Conte: It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful… Good luck my baby.

Trump&Putin: un’estate tutta sole, cuore e amore

Tra Donald e Vladimir, la scintilla scatta al terzo incontro, in un palazzo di Helsinki delle reminiscenze sovietiche: qui, nel 1990, s’incontrarono Bush sr e Gorbaciov. Il colloquio dura oltre due ore, più del previsto, e la conferenza stampa è meno scheletrica di quanto annunciato. Vladimir Putin parla di “negoziati proficui”, in un’atmosfera “franca e amichevole”: “Ci sono stati fra Usa e Russia momenti complicati: lasciamoci alle spalle il clima da Guerra fredda”.

Donald Trump dice che “tutto è andato molto bene”. Lui che, poche ore prima dell’incontro aveva detto che i “rapporti bilaterali tra Mosca e Washington “non sono mai stati peggiori”, per “colpa di anni di follia e di stupidità americane e del Russiagate”. Lo ripete solo per potere affermare che da oggi “tutto cambia” e che “il dialogo costruttivo” fra i due Paesi può “aprire nuovi percorsi verso la pace”. Del resto, se la vigilia affermi che le tue aspettative sono “basse”, tutto quello che esce è grasso che cola.

Nella conversazione, seguita da una colazione di lavoro fra le due delegazioni, si parla di armamenti e soprattutto di nucleare, di Siria e del ruolo dell’Iran, di scambi e di Cina, di Corea del Nord, ovviamente di Russiagate. Nella conferenza stampa, i media americani danno l’impressione di essere interessati solo a quello. Putin spiega di “avere dovuto ripetere al presidente Trump” che “la Russia non ha mai interferito e mai interferirà” nelle elezioni statunitensi e spalanca la porta alla cooperazione giudiziaria, nell’ambito degli accordi esistenti.

Trump tratta prima l’argomento in modo sobrio, poi sbotta alle domande dei giornalisti: “È una farsa”, “una iattura per i nostri rapporti”, nessuno degli uomini della sua campagna è indagato – il che non è vero – e, comunque, è tutta colpa di Obama. Quando un giornalista gli chiede se si fida più dell’intelligence americana, secondo cui c’è stata interferenza russa nelle elezioni Usa, o della parola di Putin, il magnate va in paranoia, parla di un server di cui si sono perse le tracce e delle mail della Clinton sparite – tutte storie vecchie -, ripete che lui Hillary l’ha battuta facilmente e ancora la batterebbe “nonostante il sistema elettorale americano la favorisca”. Putin se la cava con l’ironia: “In politica, meglio non fidarsi di nessuno: ciascuno ha i suoi interessi e li persegue” anche se lui – ricorda – era una vecchia volpe del Kgb e sa come si costruiscono certi dossier. L’atteggiamento di Trump viene bollato come “vergognoso” da Anderson Cooper, inviato e anchor di riferimento della Cnn.

Rincara la dose lo speaker della Camera Usa. il repubblicano Paul Ryan: “Non c’è dubbio che la Russia abbia interferito nelle nostre elezioni. Il presidente deve riconoscere che la Russia non è un nostro alleato”. E ancora: “Non c’è equivalenza morale fra la Russia e gli Usa” rimarcando che Mosca deve essere “posta davanti alle sue responsabilità e deve mettere fine ai suoi vili attacchi alla democrazia”. Critiche sferzanti anche dal senatore repubblicano John McCain: “La conferenza stampa a Helsinki è stata una delle performance più vergognose di un presidente americano a memoria”.

Di concreto, a parte il clima e le buone intenzioni, c’è poco: sul disarmo e sul nucleare, la creazione di un gruppo di lavoro; sulla Siria e il ruolo dell’Iran, come la sicurezza di Israele, la volontà di continuare a collaborare. Di Corea del Nord, dove Putin fa una sviolinata a Trump, Ucraina e altro si parla relativamente poco, almeno nella conferenza stampa.

Helsinki accoglie i leader con manifestazioni di protesta, su clima, dazi, diritti umani. Ma le critiche più forti a Trump non arrivano dalla piazza, ma da Pechino, dove si svolge il Vertice Cina-Ue. Trump considera l’Unione e i suoi Paesi “nemici degli Stati Uniti” sul fronte commerciale, Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, replica: “L’America e l’Europa sono i migliori amici. Chiunque dica che siamo nemici diffonde fake news”; e, all’unisono con la Cina, afferma che le grandi potenze hanno il dovere di evitare una guerra commerciale: “Siamo ancora in tempo a prevenire il conflitto e il caos”. Anche la May, che non vedeva l’ora di liberarsi della presenza di Trump, tra soffietti all’ex ministro Boris Johnson e gaffes con la regina, gli restituisce pan per focaccia e critica la Russia: altro che amici, con Putin ci vuole “dissuasione” e “contrasto” perchè Mosca cerca “di minare i valori dell’Occidente”.

“Danno immagine della GdF, ora l’ex generale Spaziante versi 1 milione”

L’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, coinvolto in una tranche dell’inchiesta Mose – l’opera ancora in fase di realizzazione per difendere Venezia dall’acqua alta – e accusato di aver intascato tangenti in cambio di informazioni “riservate” su alcune verifiche fiscali, ha “danneggiato” l’immagine delle Fiamme Gialle. Per questo deve versare alla stessa Guardia di Finanza un risarcimento da un milione di euro. Lo ha deciso la Corte dei Conti della Lombardia condannando al pagamento dei danni l’ex militare che quattro anni fa patteggiò quattro anni di reclusione e una confisca di 500 mila euro a suo carico.