Non sembra, ma Maurizio Martina è davvero il segretario del Pd. Il suo compito è quello di “guidare la fase congressuale straordinaria aperta dal suo stesso intervento”. Un onere gravoso, che il nostro condottiero sta affrontando col vigoroso cipiglio di sempre. Martina ha 40 anni. È nato a Calcinate nel Bergamasco. Viene da una famiglia operaia. Diploma agrario, poi laurea in Scienze Politiche a Macerata. Fa politica da quando ha 16 anni, dimostrando con ciò come le vocazioni seguano vie non di rado insondabili. Da ragazzo faceva teatro, un ambito quasi obbligatorio per una figura così rutilante e carismatica: se ci pensate, Martina è un po’ l’erede di Gassman. Di quel periodo, il Mattatore di Calcinate parla così: “Partecipavo alle rassegne per le scuole mettendo in scena spettacoli ambientalisti e contro il razzismo”. Rileggetela bene: è una frase che vorrebbe significar qualcosa, ma che non significa praticamente niente. Uno dei suoi marchi di fabbrica. Consigliare comunale a 21 anni a Mornico al Serio, segretario regionale dei Ds nel 2006. Tre anni dopo è nominato Responsabile Nazionale Agricoltura, altra sua passione, nella nuova segreteria Pd. Quindi l’ascesa nazionale nel dicastero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali: sottosegretario nel Governo Letta, ministro con Renzi e poi con Gentiloni.
Nel mezzo promuove la corrente Pd “Sinistra è cambiamento”, uno dei tanti ossimori cari al suo partito, posizionandosi con agio in quel ruolo di “renziano non renziano” che lo aiuta a non prender mai una posizione chiara su nulla. Uomo garbato e intelligente, per nulla arrogante, Martina è il classico bravo ragazzo con cui bere una gazzosa al Circolo Arci di Guazzino, mentre i vecchietti giocano a tressette tirando giù a suon di bestemmie tutti i santi del sagrato. Dopo gli allegri disastri di Renzi, nel Pd pensano a lui come “reggente” che dia l’illusione che a comandare nel partito non sia sempre la Diversamente Lince di Rignano. Martina apprezza e si fa subito notare per non farsi notare mai: in questo è un fenomeno. Don Abbondio, al suo confronto, assurge a Chuck Norris. Dopo la Waterloo del 4 marzo, Martina vorrebbe provare il dialogo con il Movimento 5 Stelle, ma sul più bello Renzi va da Fazio e bombarda tutto col napalm. Martina, trattato in diretta nazionale come un Orfini qualsiasi, reagisce non reagendo: anche in questo è un fenomeno. Nel Gassman di Calcinate convivono elementi sin qui impossibili da conciliare: il maestro di sempre Don Abbondio, certo, ma anche il Cencelli, a cui Martina si è ispirato per ideare la “nuova” segreteria del Pd, satura di renziani (premiati per la mirabile rottamazione di se stessi), ma pure di quasi-oppositori e carneadi imbelli. In Martina c’è poi un autentico afflato per il nichilismo: piazzare la Madia alla Comunicazione è un colpo da maestro e ci fa capire come il Mattatore della Bergamasca voglia anticipare il Congresso del 2019 provvedendo a un’eutanasia per consunzione del Pd. Rendendo dunque vano il Congresso stesso. Genio. Ma il capolavoro di Martina è un altro. Durante l’ultima segreteria Pd, Egli ha saputo trasformarsi addirittura in Dylan Dog. Giacca nera, maglietta rossa e capelli finto-spettinati: identico. La mossa di Martina non è solo iconografica e mediatica, bensì politica. Dylan Dog è un “Indagatore dell’Incubo”, e quando sei segretario del Pd è una qualifica che fa molto comodo. Non solo. Il primo albo del fumetto ideato dal grande Tiziano Sclavi si intitolava L’alba dei morti viventi: ieri era una storia inventata, oggi è un programma politico.