Una settimana a Roma: il funerale del regista Carlo, inventore con il fratello Enrico del vituperato cinepanettone; un party sobrio e austero all’ambasciata tedesca (Monti senza loden beve vino, la Camusso birra) e il trionfo gialloverde di Enzo Scotti alla megafesta della sua Link University
Zaia, l’Unesco e gli skilift: lassù è guerra di cartine
Queste cartine mostrate quassù in cima, nel punto che un secolo fa marcava il confine con l’impero austroungarico prossimo alla dissoluzione, sono la dimostrazione che la Storia è più forte delle politiche dell’accomodamento, delle delibere con firme apocrife, delle dispute di campanile e delle crociate per un pugno di rocce. Con buona pace del governatore veneto Luca Zaia che ha annunciato la guerra santa per difendere la Marmolada dagli appetiti della gente trentina e del suo assessore Federico Caner che denuncia la decisione “arbitraria e sospetta” dell’Agenzia delle entrate e adombra condizionamenti romani “per rendere possibile il ventilato progetto del Comune di Canazei di realizzare un nuovo impianto di risalita alla vetta della montagna”. Il che potrebbe portare all’estromissione del massiccio dal patrimonio mondiale dell’Unesco.
La relazione dell’ingegnere Franco Maggio, direttore centrale dei servizi catastali e del generale Giuseppe Poccia, vicecomandante dell’Istituto geografico militare, è del 24 maggio scorso. Notificata a fine giugno a Regioni e Comuni, è il documento su cui tutti discutono, da un versante all’altro della Marmolada, anche se sono in pochi ad averlo letto. “Vede questa linea verde, un tratto di penna che unisce il cippo numero 10 a sud del Passo di Fedaia con la Punta Marmolada? Era il confine del catasto italiano fino al 1911. E vede la linea blu? È un’invenzione dei governatori Giancarlo Galan e Lorenzo Dellai che nel 2002 si accordarono senza averne titolo. Il vero confine tra Veneto e Trentino è la linea rossa del displuvio, che corre lungo le creste. Finalmente una decisione riconosce i limiti naturali e dimostra che le delibere delle istituzioni vanno rispettate, perchè il Trentino ha sempre avuto ragione, la Marmolada è sua”. L’architetto Aurelio Soraruf, proprietario del rifugio Castiglioni e della capanna di Punta Penia, indica le carte ingiallite e racconta una guerra che non c’è, nel senso che era già stata vinta 35 anni fa dai trentini, ma che è ancora in corso, per gli interessi economici che ruotano attorno allo sci.
Oltre i titoloni roboanti, non è vero che la contesa riguardi la titolarietà della Marmolada. In discussione c’è una fascia di qualche decina di metri, per tutto lo sviluppo della parte alta del ghiacciaio. Ed è quella che la sezione territoriale dell’Agenzia delle entrate ha definito con una semplice operazione cartografica. “La guerra quassù cominciò nel 1972 con un attentato a un cantiere sul versante trentino – ricorda Soraruf – poi il pretore di Agordo ordinò la demolizione con il tritolo di un piccolo skilift”. Fu allora che Canazei tirò fuori le carte e rivendicò i diritti sulla vetta. I bellunesi di Rocca Pietore risposero con altre carte bollate. Nel 1982 un decreto del presidente Sandro Pertini stabilì che il confine andava fissato lungo la linea del 1911, frutto del lavoro della Commissione di demarcazione italo-austriaca, ratificato nel 1912 dal governo italiano. “Questa è la sesta volta che un organo dello Stato ci dà ragione si è solo data attuazione a una decisione di vent’anni fa” conclude Soraruf.
Visto così, il ragionamento non fa una grinza. Il fatto è che nel 2002 si era messa di mezzo la politica della concertazione. Con due governatori di lungo corso come il veneto Galan (Forza Italia) e il trentino Dellai (dalla Margherita al centrismo autonomista). Sottoscrissero un accordo che individuava un confine più favorevole ai veneti rispetto al 1911 e un progetto di sviluppo che non decollò mai. A sottoscriverlo furono in cinque (province di Trento e Belluno, Regione Veneto, comuni di Canazei e Rocca Pietore), ma le firme furono solo quattro. “Ho le prove di quello che dico – denuncia Emilio Talmon, presidente di Autonomia ladina Dolomites – mancava la firma del sindaco di Rocca Pietore che, come per miracolo, spuntò anni dopo nelle copie dei documenti”. E il figlio Luca Talmon, l’avvocato che ha redatto il parere vincente portato da Canazei a Roma, conferma: “Quell’accordo fu firmato senza le delibere dei rispettivi enti, necessarie perché erano in ballo modifiche di confini. Non potevano modificare il decreto di Pertini”. L’onnipotenza della politica di allora adesso è stata spazzata via dall’Agenzia delle entrate.
Non ci sono venature ideologiche, ma più concreti interessi economici nell’assalto alla cima della Marmolada. Ovvero un carosello per gli sciatori, con nuovi impianti sul versante trentino che minerebbero il monopolio della funivia (famiglia Vascellari) che parte da Rocca Pietrore. “Capisco Zaia che vuole difendere il suo territorio – dichiara il leader ladino Emilio Talmon – ma in questo modo si frenano le potenzialità turistiche di una zona bellissima”. Replica a muso duro Severino Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore: “L’Agenzia del territorio ha preso una decisione unilaterale. E sa quale sarà l’effetto? La Marmolada uscirà dal patrimonio dell’Unesco, che ha posto condizioni precise, tollerando i soli impianti già esistenti”.
A frenare è il sindaco di Canazei, Silvano Parmesani: “Stiamo con i piedi per terra. In agenda non ci sono nuovi skilift. La decisione rafforza l’orgoglio identitario dei trentini. Finalmente è stato fatto, sulle carte, quello che andava fatto”. Ma a Venezia non ne sono convinti e hanno deciso di convocare dopo le ferie il Consiglio regionale sulla Marmolada. Per protesta e a difesa del patto sottoscritto da Galan.
Wimbledon: trionfa Djokovic, Anderson ko
Finale senza storia per i primi due set, dominati da Djokovic con Anderson non al meglio dopo le due maratone nei quarti contro Federer e in semifinale contro Isner. Nel terzo set il sudafricano è riuscito a restare in partita fino al tiebreak, vinto però agevolmente da Djokovic 7-3. Così il serbo porta a casa il 13° Slam di una carriera straordinaria. Sui prati dell’All England Club aveva già vinto nel 2011, 2014 e 2015 ma non giocava l’ultimo atto da quello perso contro Wawrinka agli Us Open del 2016.
Cristiano Ronaldo è a Torino: oggi le visite
“Guardate chi è sbarcato a Caselle!”. Con questo tweet il club bianconero annuncia l’atterraggio anticipato di CR7 all’areoporto di Caselle domenica sera, mentre i tifosi guardavano la finale dei mondiali. La prima a scendere dalla scaletta del jet privato è stata la madre, poi il campione, il figlio maggiore e la fidanzata di Ronaldo Georgina Rodriguez. In mattinata Ronaldo sosterrà le visite mediche al J Medical prima di incontrare la squadra e i media nella presentazione delle 18:30.
Addio a Franco Mandelli, sua la lotta alla leucemia
È scomparso ieri a Roma a 87 anni Franco Mandelli, tra i più importanti ematologi italiani. Nel 1969 aveva fondato l’associazione italiana leucemie. Ricercatore, professore emerito a La Sapienza di Roma, dopo gli studi a Parma, si era concentrato sullo studio dei tumori del sangue. Tanti i messaggi di cordoglio dal mondo scientifico e politico, a partire dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La sua testimonianza figura fra gli italiani che hanno contribuito a rendere migliore la nostra società”.
Trump rompe con tutti: “Europei nostri nemici”
Donald Trump ha descritto la Ue come un “nemico” degli Usa in un’intervista alla Cbs. Ha affermato che gli Usa hanno “molti nemici”, compresa la Ue, in particolare rispetto a “cosa fanno a noi in tema di commercio.” “Non lo si crederebbe dell’Ue, ma sono un nemico.” Trump ha indicato anche la Russia come un nemico “in certi aspetti”, e la Cina “economicamente.” Su quest’ultima ha precisato: “Non vuol dire che sono cattivi”. Replica di Tusk: “Siamo amici, negarlo è fake news”. E oggi vede Putin.
Il “venditore” di fumo: “Futuro senza sigarette”
“Abbiamo venduto fumo per 150 anni, da vent’anni ne studiamo i fattori di rischio. Il problema non è la nicotina, ma la combustione”. Con questo mea culpa l’amministratore delegato di Philip Morris Italia Eugenio Sidoli, ospite ieri agli incontri di Paolo Mieli al Festival dei due Mondi di Spoleto ha annunciato la svolta: “In futuro non venderemo più sigarette”.
Una vera dichiarazione di guerra al fumo che sì, può suonare paradossale se si pensa che a pronunciarla sia uno dei più importanti produttori di tabacco al mondo. Ma l’annuncio non arriva dal nulla. La Philip Morris, infatti, è da vent’anni impegnata nelle battaglie legali contro le richieste di risarcimento danni delle vittime delle sigarette di mezzo mondo, motivo per il quale da anni la multinazionale anni si tutela anche con le campagne antifumo.
Ora l’annuncio: “I fumatori nel mondo sono più di un miliardo, in leggero aumento – ha spiegato Sidoli – sei milioni di persone muoiono ogni anno per malattie correlate al fumo. Noi non possiamo non sentirci in parte responsabili di questo. La comunità scientifica non può sognare nient’altro che una cessazione totale del fumo e noi sosteniamo chiunque decida di smettere – ha continuato –.
Ma per chi non intende abbandonare completamente il consumo di tabacco, è essenziale poter garantire alternative con un profilo di rischio potenzialmente più basso”.
Ed è proprio per i fumatori accaniti che l’ad – arrivato al vertice di Philip Morris senza aver mai fumato in vita sua – crede che “queste alternative svolgano un ruolo fondamentale”. L’alternativa si chiama Iqos, è “un prodotto che riscalda il tabacco senza che ci sia combustione e che ha avuto già molto successo in Giappone, dove il 17% dei fumatori si è già convertito, mentre in Italia siamo vicini al 2% con una performance in continua crescita”, ha spiegato Sidoli a Spoleto, confessando di puntare in un periodo non molto lungo “a un mondo interamente senza fumo”.
E mentre la multinazionale ha già investito tre miliardi di dollari nella ricerca di Iqos – dalla fabbrica vicino Bologna a quella dell’affiliata greca – la Fda “Food and drug administration” statunitense (l’ente che regolamenta i prodotti farmaceutici), chiamata a dare l’ok all’arrivo del prodotto negli Usa ha riconosciuto che “i prodotti a tabacco riscaldato limitano l’esposizione a sostanze chimiche nocive rispetto alle sigarette tradizionali”, ma si è opposta a che vengano pubblicizzati con slogan che affermino che “riducono le malattie legate al tabacco”. Secondo la Fda, infatti, è troppo presto, per valutarne gli effetti nel lunghissimo periodo.
Il bimbo salvo: “Nonna, mamma ha partorito”
“Mamma ha partorito! Mamma ha partorito”, dice il bambino al telefono, parlando con sua nonna in Eritrea. Sua madre ha partorito nei lunghi mesi del viaggio, probabilmente in Libia, il neonato ha pochi mesi, lo tiene su con il braccio sinistro, mentre il piccolino tiene in mano il nostro telefono e parla con la nonna. È questa la prima notizia che il bambino vuole dare a sua nonna. Lo dice urlando, con entusiasmo, felice del suo piccolo scoop in famiglia.
Porta ai piedi delle scarpe sei o sette numeri più grandi. E ha lo sguardo felice. Sua madre Hellu è giovanissima. Questa è la sua prima telefonata alla famiglia dopo settimane. “Sono in Italia, sono in ospedale, sto bene. Ora mi portano via, non so dove, questo non è il mio numero di telefono, me l’ha prestato un signore che è qui con me”. Nel pronto soccorso di Modica le poche migranti con figli al seguito sbarcate nel pomeriggio arrivano alla spicciolata. Il ragazzo eritreo guarda una ragazzina di 17 anni di fronte a lui. Ha il viso di una bambina. È incinta. Gli chiediamo se sia sua moglie, se siano partiti insieme, se sia rimasta incinta durante il viaggio. “Ha 17 anni e saremo insieme finché la morte non ci separi”.
Poi l’operatrice dell’hotspot di Pozzallo prende tutti con sé e si allontano verso il centro: “Ora una bella doccia”, dice a ragazzi e bambini, dai vestiti logori e sporchi. “Durante il viaggio dalla Libia non abbiamo mangiato né bevuto per quattro giorni”, ci racconta il ragazzo prima di lasciarci. Un’altra ragazza invece resta stesa su una barella per qualche ora, è debolissima, si addormenta nella sala d’attesa del pronto soccorso. Torniamo al porto. Il governo ha autorizzato lo sbarco di 43 donne e 13 bambini. Sulle navi della Guardia di Finanza e di Frontex, mentre scriviamo, restano soltanto uomini adulti. In attesa di chissà quale altro blocco da 50 migranti accettato dal resto d’Europa. Un gatto si stira sul piazzale del porto. Qui è l’unico essere vivente a dare le spalle alla banchina. La sua indifferenza al via vai di poliziotti, mediatori, medici e infermieri è regale. Molto più prosaico il conto che stiamo invece per presentarvi.
Cosa abbiamo offerto a questi 456 migranti, sulle nostre navi, non appena li abbiamo soccorsi, dopo 4 giorni di digiuno e privazioni d’ogni tipo? 520 litri di acqua, poco più di un litro a testa. 72 litri di latte, meno di un quarto di litro a testa. 552 succhi di frutta. E poi: 5 chili di burro, 500 marmellate, 10 chilogrammi di biscotti, 40 confezioni di fette biscottate da 24 fette – circa due fette a testa – con l’aggiunta di 600 bicchieri e 500 tris di posate. Soltanto ieri, finalmente, è arrivato qualche pasto caldo. Intorno alle venti arrivano le altre 47 donne con i loro 13 bambini. E il nostro telefono squilla con un numero sconosciuto. La telefonata arriva con watsup. Sulla foto del profilo c’è una ragazzina con le treccine colorate e un cuore. È la sorella di Hellu. Vuole parlare con lei. Le spieghiamo che questo era un numero di fortuna, che sta bene, che si trova a Pozzallo, in Italia, con i suoi due bambini. E che non deve preoccuparsi di nulla. Ma il tono della voce resta preoccupato.
“Quando potrò parlarle?”, chiede. “Presto avrà un telefono e ti contatterà”, le spieghiamo. Il punto è che sta cercando un’altra sorella. Si chiama Bana Berhe. Era in Libia anche lei ma non ha sue notizie da giorni. “Sono partite insieme più di sei mesi fa”, spiega. “Erano nello stesso campo fino a maggio, forse a giugno, ma poi le hanno separate”. “Se è partita con la stessa nave di Hellu”, le rispondiamo, “dovrebbe star bene e dovrebbe essere qui”. Ma proprio questo è il punto. La ragazza non sente sua sorella da una settimana. Non sa se sia partita con Hellu oppure no. Mentre l’Italia aspetta risposte dai governi europei: questa ragazza ha una sola domanda. E non abbiamo risposte per lei.
Decreto Dignità, Di Maio e Tria contro l’Inps di Boeri
La polemica sugli 8.000 precari che rischiano di restare disoccupati con l’approvazione del decreto Dignità diventa “un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici”, cioè la Ragioneria generale dello Stato e l’ente previdenziale, l’Inps. Così lo definisce proprio il presidente dell’Inps Tito Boeri, al culmine di una giornata che ha visto degenerare il dibattito sugli impatti del primo provvedimento voluto dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio, leader del M5S.
Riassunto delle puntate precedenti: il 12 luglio il capo dello Stato firma il decreto Dignità. Nella relazione tecnica abbinata al decreto c’è la stima degli effetti di finanza pubblica, una stima elaborata dall’Inps su dati del ministero del Lavoro. Prima del decreto dignità il limite di rinnovo dei contratti a termine era 36 mesi, ora scende a 24. Poiché ci sono 80.000 persone con contratti già oltre i 24 mesi che non potranno essere rinnovati, e poiché il decreto stabilisce ulteriori strette ma non offre incentivi alla trasformazione a tempo indeterminato (Di Maio li ha solo annunciati), l’Inps stima che il 10 per cento di quegli 80.000 non verrà stabilizzato.
Avrà quindi bisogno di ammortizzatori sociali (Naspi) in attesa di un altro lavoro. Come riconosce lo stesso Boeri, stiamo parlando di numeri infinitesimali: lo 0,05 per cento dei lavoratori dipendenti, lo 0,4 per cento dei contratti a termine, un costo per i conti pubblici di 119 milioni nel 2019 e poi zero dal 2021. La cifra di 80.000 posti a rischio rilanciata su Twitter tra gli altri da Matteo Renzi (Pd) – un decreto “per licenziare 80mila persone” – è frutto di una errata interpretazione della tabella. “Il numero totale non eccede mai le 8.000 unità in ogni anno di orizzonte delle stime”, chiarisce Boeri in una nota. L’economista della Bocconi osserva anche che l’isteria politica non è giustificata: “Se l’obiettivo del provvedimento era quello di garantire maggiore stabilità al lavoro e più alta produttività in futuro al prezzo di un piccolo effetto iniziale di riduzione dell’occupazione, queste stime non devono certo spaventare”.
La vicenda riguarda quindi numeri minimi ha ma ha assunto un peso politico enorme. Sabato Di Maio ha parlato di “lobby di tutti i tipi” contro il decreto e di un numero, quello degli 8.000 posti in meno, “apparso la notte prima” della firma del Quirinale. Era sembrato un attacco al ministro del Tesoro e ai suoi collaboratori, visto che i rapporti tra Cinque Stelle e Giovanni Tria non sono facilissimi. E allora ieri Di Maio ha pubblicato una nota congiunta proprio con Tria per indicare un altro capro espiatorio: “Bisogna capire da dove provenga quella ‘manina’ che, si ribadisce, non va ricercata nell’ambito del Mef”, cioè del ministero. E poi continuano: “Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro” sono “prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili”. Tradotto: la manina è quella di Boeri.
Coglie l’attimo il ministro dell’Interno leghista Matteo Salvini: “Se non sei d’accordo con niente delle linee politiche, economiche e culturali di un governo e tu rappresenti politicamente, ti dimetti”.
Nella sua nota di risposta Boeri dice che “siamo al limite del negazionismo economico” e ricorda che la stima è “relativamente ottimistica”. Cosa che pare confermata dal fatto che la Ragioneria generale prevede un monitoraggio trimestrale degli effetti, segno che si teme che l’impatto sia maggiore. Ma proprio questa richiesta di monitoraggio, dopo le polemiche, viene ora presentata dal Tesoro come la dimostrazione che le stime dell’Inps sugli 8.000 posti sono sbagliate, ma per difetto. “É difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione”, scrive Boeri, “i dati non si fanno intimidire”.
Sullo sfondo la partita delle nomine che può spiegare tanta durezza negli attacchi all’Inps (che ha lavorato di raccordo col ministero del Lavoro che ora lo attacca): la Lega vuole l’Inps per il suo tecnico Alberto Brambilla, i Cinque Stelle vogliono un direttore generale del Tesoro diverso dal prescelto di Tria, Alessandro Rivera, il dirigente che durante i governi Renzi e Gentiloni ha gestito la crisi bancaria. E forse i Cinque Stelle puntano anche a cambiare il Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco, confermato per un anno da Gentiloni.
Anche Germania, Spagna e Portogallo aiutano l’Italia ad accogliere i migranti
Il governo italiano raccoglie i frutti dell’accordo europeo sui migranti: accoglie chi è disponibile. All’appello dell’Italia, chiamata a gestire l’ultima emergenza con il salvataggio di 450 persone partiti su due barconi dalla Libia, rispondono positivamente Germania, Portogallo e Spagna, dopo Malta e Francia: ciascun paese avrà una quota di 50 migranti. In totale, dunque, al momento sono 250. A Palazzo Chigi sono ottimisti, perché ora l’Italia non è più sola. “Questa è la solidarietà e la responsabilità che abbiamo sempre chiesto all’Europa e che ora, dopo i risultati ottenuti all’ultimo Consiglio europeo, stanno cominciando a diventare realtà. Continuiamo su questa strada, con fermezza e nel rispetto dei diritti umani”, dice soddisfatto il premier Giuseppe Conte.
Buone notizie dagli alleati europei più solidali fanno da contraltare i muri diplomatici alzati dai paesi di Visegrad, da sempre contrari alla redistribuzione dei migranti. L’approccio dell’Italia è “la strada verso l’inferno”, e “non fa altro che motivare i trafficanti e aumentare le loro entrate”, sostiene il primo ministro della Repubblica Ceca, Andrej Babis. Praga insomma “non prenderà nessun migrante” attenendosi al “principio di volontarietà” per il quale ci si era accordati nell’ultimo Consiglio europeo. Un pensiero condiviso anche dall’Ungheria del premier Orban. Una linea che certamente non può far piacere al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, fautore dell’apertura al blocco di Visegrad. Il leader della Lega, però, nella sua replica preferisce mantenere un profilo basso. “I cechi ci diano una mano ad aiutare le autorità libiche e a riaccompagnare i migranti in Libia”, argomenta. “L’unica soluzione per combattere veramente la mafia degli scafisti è che in Ue e in Italia ci arrivi se hai il permesso. Fino a ieri questo concetto non potevi dirlo adesso in Ue è chiaro a tutti che Italia ha finito di fare il campo profughi del mondo”, aggiunge il vicepremier
Durissima la replica al premier ceco di Roberto Fico. Secondo il presidente della Camera “la strada per l’inferno è non saper accogliere tutti insieme in un’ottica di solidarietà” e chi non accetta le quote “va sanzionato pesantemente”.