Ma mi faccia il piacere

Il profeta/1. “Salvini dice che governerà per i prossimi 30 anni? Nulla impedisce di sperare, però bisogna vedere se gli elettori gli daranno i voti” (Piero Fassino, deputato Pd, 2.7). Allora mi sa che gli anni saranno 40.

Il profeta/2. “Mi sa che questo governo dura poco” (Antonio Tajani, presidente FI del Parlamento europeo, Il Dubbio, 10.7). Fassino, è lei?

L’aspirante. “Salvini si mangerà Di Maio… Come diceva Leonardo Sciascia: ‘Quando un furbo si allea con un imbecille siamo alla vigilia di una dittatura’” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 14.). Sallusti si sta candidando?

Severa autocritica. “Noi abbiamo perso, ma in questi quattro anni il nostro è il partito che ha avuto il maggior impatto nella storia italiana, non sto esagerando, neanche la Dc era arrivata ad avere 17 regioni su 20, 6 mila comuni su 8 mila… Nessun partito ha avuto il nostro potere… Anziché utilizzarlo per pensare alla mia fiducia personale o alla mia carriera, ho deciso di investire ogni secondo per provare a cambiare l’Italia” (Matteo Renzi, ex segretario Pd ed ex premier, discorso all’Assemblea nazionale del partito, citato da nonleggerlo.it, 7.7). E ci è riuscito in pieno: infatti ora governano 5Stelle e Lega. Missione compiuta.

Il baluardo. “Il Pd è stato l’argine al populismo in Italia” (Renzi, ibidem, 7.7). Pensa se non lo arginava.

Mondovisioni. “Santo cielo, la Maria Vergine tifa Croazia” (Renato Farina, Libero, 15.7). Più che farina, mi sa che è cocaina.

Marketting. “Il Foglio regala a Casalino un abbonamento gratis” (il Giornale, 15-7). E raddoppia gli abbonati in un colpo solo.

Monarchia-Repubblica. “Gli italiani mi vogliono re. Occhio che torno in politica” (Emanuele Filiberto di Savoia, Libero, 12-7). Finalmente spiegato il “Fronte repubblicano” di Calenda.

Bordin Capitale. “Ai lettori di questa rubrica è noto il parere del capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone che ritiene che mafia e corruzione vadano tenute separate” (Massimo Bordin, Il Foglio, 12.7). Soprattutto da quando il Tribunale gli ha assolto i corrotti di Mafia Capitale dall’accusa di mafia.

Mafiosi da sbarco. “Se cercate l’Utopia potete trovarla sull’Aquarius e nella cella di Dell’Utri” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 10.7). Il famoso profugo salpato da Corleone.

Battaglia navale. “Orgoglioso della @GuardiaCostiera italiana che ha preso a bordo 60 migranti che stavano mettendo in pericolo di vita l’equipaggio dell’incrociatore italiano Vos Thalassa” (Danilo Toninelli, ministro M5S delle Infrastrutture, sul rimorchiatore Von Thalassa, Twitter, 10.7). Un colpo in acqua.

Colpi di sole. “Soprassiedo sul sessismo, tentazione irrinunciabile del direttore Marco Travaglio…” (Francesca Mannocchi, Twitter, 11.7). Chiedo aiuto ai lettori: avendo io scritto “rispondo anche alla giornalista Francesca Mannocchi, anche lei piuttosto nervosa, su Facebook, a causa del mio articolo… Ma, se la collega Mannocchi ha informazioni di segno contrario, attendo con ansia di conoscere le sue fonti. Naturalmente”, secondo voi quale sarebbe la mia parola o espressione sessista? Potete scegliere fra: “rispondo”, “giornalista”, “Francesca”, “Mannocchi”, “piuttosto”, “nervosa”, “collega”, “fonti”, “naturalmente”. Ricchi premi a chi indovina.

Le Apocalissi prossime venture. “Berlusconi smonta il dl Dignità: ‘A rischio un milione di posti’” (il Giornale, 9.7). “Fico col taglio dei vitalizi rovina 153 ultraottantenni” (il Giornale, 13.7). “Di Maio odia i pensionati” (Libero, 13.7). “Di Maio brucia 80.000 posti. E lo scrive pure”, “Con i negozi chiusi alla domenica i commessi perdono 400 milioni” (Libero, 14.7). “Negozi chiusi. I 5Stelle bruciano 400mila posti di lavoro. Dl Dignità, persi 80mila contratti in dieci anni”, “Così il Dignità uccide le start up”, “Di Maio vuol affossare l’export con il Canada”, “Dal regime Di Maio alla fine dei Maya” (il Giornale, 14.7). “Negozi, allarme sulle chiusure festive: ‘a rischio migliaia di posti di lavoro’”, “L’autogol Dignità taglia 8mila posti all’anno” (Corriere della sera, 14.7). “Il Leviatano fiscale del M5S ci farà a pezzi” (Francesco Forte, il Giornale, 15.7). “Il ‘miracolo’ gialloverde: bruciati in pochi giorni 500mila posti di lavoro” (Nicola Porro, il Giornale, 15.7). “Mi limito alla cronaca delle ultime 48 ore. Tutto questo accade con il Pil, che sotto il governo Gentiloni era tornato a crescere, in contrazione mentre sale il famigerato spread” (Corrado Augias, Repubblica, 15.7). “Il governo delle emoticon che minaccia la Parola” (Repubblica, 15.7).Nient’altro?

Il titolo della settimana/1. “Ormai l’amore lo fanno solamente i fascisti” (Giovanni Sallusti, figlio di Alessandro, Libero, 14.7). E purtroppo i risultati si vedono.

Al via “Altura”, il nuovo festival per i giovani musicisti

Si svolgerà dal 26 al 29 luglio a Bisaccia, comune in provincia di Avellino, la prima edizione di Altura, festival dedicato ai giovani musicisti. A dirigere la kermesse sarà Franco Arminio, poeta e paesologo, che ha al suo attivo la creazione e la conduzione del festival della paesologia “La luna e i calanchi” che si svolge ad Aliano (in programma quest’anno dal 22 al 26 agosto). Tra i tanti artisti che si esibiranno sul palco spiccano i nomi di DiMartino,Tartaglia Aneuro, Fede’n’Marlen, Carmine Ioanna e Uranio irpino, promettente band irpina. Ma non sarà solo un festival di concerti: al suo interno troveranno spazio momenti di riflessione, come quello in programma il 28 luglio durante il quale Brunori Sas e Franco Arminio converseranno sulla loro esperienza dei paesi. Infine il 29 luglio i due grandi chef Peppe Zullo e Ivan Fantini discuteranno sul “cibo che verrà” e offriranno al pubblico un momento conviviale.

Non chiamatela moda: il ballo con Jane Austen è una cosa seria

Molto di quello che sappiamo sulla vita sociale dell’Inghilterra a cavallo tra Settecento e Ottocento lo dobbiamo a Jane Austen. Tra pic-nic sul prato, gite in campagna e tè delle cinque, vi è un momento che più di altri è il fulcro attorno cui ruotano i destini delle donne e degli uomini: il ballo. Tra balli privati, pubblici o altri tenuti informalmente dopo una cena famigliare, la danza, i suoi preparativi e i successivi commenti, pettegolezzi e aspettative occupano gran parte della giornata della buona società. In più Jane ama ballare, come ci si avvede dall’entusiasmo con cui ne parla nei suoi libri e dal ruolo cruciale attribuito alle molte scene di danza.

Pensiamo in Northanger Abbey al primo ballo di Tilney e Catherine durante il quale scocca tra i due qualcosa: la loro conversazione spiritosa semina in Catherine il desiderio di incontrarlo nuovamente; o al ballo tra Knightley e Harriet, quando lui la salva dall’imbarazzo di non avere nessun cavaliere; come pure in Orgoglio e pregiudizio Catherine e Lydia Bennet, sorelle minori di Elizabeth, sono felici di essere state sempre invitate in pista, “che era tutto quello che fino ad allora avevano imparato a considerare importante in un ballo”.

Saper ballare è fondamentale per essere bene accolti in quella società e tutti hanno un maestro di danza che insegna figure e passi. Ma cosa danzano le eroine di Jane Austen? Principalmente Country dances, Scotch dances, Quadriglia e Cotillon e, qualche anno a venire, il Valzer (Jane Austen non cita il Valzer, essendo stato importato in Inghilterra nel 1812 dal barone Neuman). Darcy ed Elisabeth, per esempio, ballano una Scotch dance, che prevede che i ballerini si dispongano gli uni davanti agli altri divisi in due file.

Ed è recuperando tutto questo mondo che si è tenuto a Bath la settimana scorsa il Jane Austen Festival Regency Costumed Summer Ball: un vero e proprio viaggio nel tempo. Ogni estate, da 17 anni, il Jane Austen Centre di Bath organizza un festival dedicato alla scrittrice (con presentazioni, seminari, incontri) che vede come evento cruciale il ballo d’estate: spendendo 60 sterline si può affittare un abito d’epoca, mangiare la torta, bere e ballare dalle 18 alle 23.

Certo, è ormai ovvio che oltre a essere “la più perfetta artista tra le donne” come la definisce Virginia Woolf, Jane Austen sia (anche) un marchio, una moda: in Inghilterra è possibile acquistare tè, teiere, tazzine, scatole di biscotti che si rifanno alla scrittrice, recanti i nomi delle sue eroine o dei libri. Anche l’Italia non fa eccezione: non c’è collana di classici che venga tenuta battesimo senza proporre almeno un titolo della scrittrice. Come l’ultima nata in casa Bompiani, premiatissima dai lettori per le eleganti copertine e le nuove plastiche traduzioni, nel cui primo lancio compaiono già Orgoglio e pregiudizio e Northanger Abbey. Austen è sicuramente un’autrice su cui è stato detto molto, sia al livello critico: per esempio che abbia inventato “il romanzo di formazione femminile” (come scrive Liliana Rampello in Sei romanzi perfetti, Il Saggiatore); sia a livello biografico: per i vittoriani è una “brava donnina” che scrive libri quasi per sbaglio, agli inizi del ’900 (negli anni in cui l’America estende il voto alle donne) si pone l’accento sulla sua scelta di non sposarsi, per arrivare agli anni 90 in cui emerge una certa furia nel carattere, almeno secondo il biografo David Nokes.

Tuttavia, il modo migliore di conoscere qualcuno è – oltre al ballo, ça va sans dire – fare la sua strada, dormire nel suo letto, sedere al suo tavolo e osservare il suo paesaggio: ci ha pensato Lucy Worsley in A casa di Jane Austen (Neri Pozza). Possedere una casa per Jane – che rimasta nubile e senza una rendita fissa si ritrova per forza a vivere con la madre o le sorelle a fare da zia-bambinaia – “dovette sembrarle un obiettivo irraggiungibile” spiega Worsley, che passa allora in rassegna tutti i luoghi che Jane ha potuto chiamare casa: Steventon, dove sorge la canonica del padre, la casa di famiglia, un luogo sacro “per generazioni intere di ammiratori”; Bath, dove vive dal 1801 al 1806, su Milson Street; Chawton, la “seconda e ultima casa di Jane” che oggi ospita il JA Museum; e ancora Winchester, il mare.

Con dettaglio e stravaganza, Worsley scosta il mito, accantona le mode e scrive una pagina nuova su Jane Austen, riportando alla luce i pezzi segreti della sua esistenza: cos’è infatti una casa se non lo scrigno della nostra memoria?

“Il mio ventennio d’oro con Jerry, Diego e il Dogui: locali gratis e tante donne”

Ray-ban neri, camicia azzurra, bermuda e scarpe da barca: Mauro Di Francesco è vestito come il perfetto prototipo degli anni Ottanta. Lui è uno spicchio degli Ottanta. La voce, l’intercalare – taaac – dissipazione fisica ed economica, leggerezza e goliardia sono una cifra tatuata nei suoi occhi azzurri, di chi dice: “Mi sono tanto divertito. Non sempre, ma alla fine…”. A sei anni è stato l’enfant prodige di Carosello, poi Strehler, sua maestà il Derby di Milano, decine e decine di film da botteghino d’oro, quindi il momento di bassa, “mentre ora ho deciso di smettere. Ma solo all’ultimo le dirò il perché”.

Allora, dall’inizio…

Mio padre era capo elettricista in Rai, mio zio direttore di produzione della General film: proprio loro realizzavano i Caroselli. Un giorno avevano bisogno di un bambino…

Si sentiva speciale?

No, solo diverso perché gli altri andavano a divertirsi a scuola, a giocare a pallone il pomeriggio, mentre io lavoravo un giorno sì e uno no.

Così spesso?

In quinta elementare sono riuscito a racimolare 36 presenze in un anno. Vagavo di set in set. A volte non ne potevo più, magari mi lamentavo con mio padre, e lui ogni volta rispondeva: ‘Da maggiorenne andrai al Credito Italiano di via Parini (Milano), ti presenti, e improvvisamente troverai tutte le risposte a dubbi e preoccupazioni’.

Pragmatico.

Appena maggiorenne ho varcato la porta di via Parini, solo che, dopo la presentazione, il direttore di banca ha scavalcato il bancone armato di bastone in mano, io bianco ho iniziato a correre, e lui dietro. Il conto era in rosso.

Com’è possibile?

Papà aveva sputtanato ogni lira. Mi ha rovinato.

Voi senza alcun sospetto?

Era mio padre. Anzi, è mio padre, anche se morto.

Almeno vivevate nel lusso?

Ma va! Un bilocale al Niguarda, in quattro dentro a 35 metri quadri.

Il quarto…

Mio fratello Dario, genio della medicina, premiato in Europa per le sue ricerche nel campo della ricerca cardiovascolare: al tempo lui dormiva sul divano e io in un letto ricavato dentro un mobile jolly.

Allora quanto guadagnava?

Nel 1957 prendevo 8 mila lire a Carosello, per l’epoca una bella cifra.

Ma cosa ha combinato?

La giustificazione? Aver perso tutto in Borsa, ma secondo noi se li è giocati ai cavalli.

Va bene, ma lei ha lavorato molto dopo la maggiore età.

Ci sono ricascato: con papà ho aperto una società per gestire i miei guadagni, firmava tutto a mio nome. Altra batosta clamorosa. Azzerato di nuovo il conto. Il problema è che lo amavo moltissimo, non sono mai stato in grado di non fidarmi, una parola, il suo sguardo ed ero già sedotto.

Da bambino sul set.

Alla fine mi divertivo, percepivo il fascino di personaggi come Nino Manfredi o Virna Lisi; una volta Mario Carotenuto, alla fine del primo Carosello, mi chiama nella sua stanza d’albergo insieme a mia mamma, mi guarda e allunga una banconota da diecimila lire, quelle enormi: ‘Queste sono per il piccolo’. E a me: ‘Divertiti un po’’.

Quindi non si sentiva come in Bellissima.

Questo no, però vivevo in più realtà e neanche parallele: dormivo in 35 metri quadri, mentre la mattina avevo il taxi sempre pronto per portarmi sul set, il tassista era diventato un amico; alternavo una condizione popolare a lussi fuori portata.

Diventato grande subito…

Di statura non tanto, per il resto sì. Ed è per questo che mi hanno cambiato il fegato.

Ha subito un trapianto per cirrosi.

A 15 anni interpretavo il Principe di Galles nel Riccardo III di Shakespeare, per la regia di Giorgio Strehler. I protagonisti erano Corrado Pani, Valentina Cortese, Glauco Onorato, Lino Capolicchio. Quando finiva lo spettacolo la compagnia andava a cena fuori e quasi sempre alla pizzeria ‘Il dollaro’, dove uno sconosciuto Al Bano era cameriere.

Aspirante cantante…

Questo non lo so, però era simpatico.

Quindi, a cena?

Cercavo sempre di stare accanto a Corrado, allora fidanzato con Mina, insieme erano i miei miti. E a tavola la compagnia non andava proprio avanti ad acqua o aranciata…

Botte di vino.

Cavoli, je davano! E io per sentirmi un po’ ometto, li imitavo, mi sembrava così di entrare nei necessari riti di quel mondo, pensavo fosse necessario. Guardavo e imparavo, in particolare da Corrado.

Poi da adulto.

Nel mio caso non è un problema di quantità, i miei epatologi-trapiantisti hanno detto che ero proprio predisposto.

Strehler.

Lo percepivo come Nembo Kid. Una presenza alta, non spiegabile, personalità maestosa, e mi trattava benissimo, ogni tanto urlava alla compagnia: ‘Imparate da questo ragazzo, teste di cazzo’.

A 15 anni aveva amici fuori dallo spettacolo?

Pochi e il massimo della sfida era rubare i motorini; li seguivo per non tirarmela, ma non capivo.

Se l’è goduta?

All’infinito.

I veri anni Ottanta.

Non posso dire tutta la verità.

Avviciniamoci.

Non vorrei offendere qualcuno.

Con garbo.

Ho trombato tantissimo, ma tantissimo da non averne un’idea.

Le più belle.

No, proprio tutte.

Decennio d’oro.

Un ventennio, dal 1978 al 1998, vissuto a ritmi forsennati.

Tipo?

In quegli anni uscivamo gratis, i locali aprivano solo per noi, cene, vino, dopo-cena, tutto incluso. L’unica volta che abbiamo pagato è stata una fregatura assurda: un milione di lire per dei toast.

Alla faccia.

Anno 1990, lago di Garda. Ero con Diego Abatantuono, Umberto Smaila, Jerry (Calà) e Franco Oppini, quindi ristorante, poi un locale. Finisce la serata alle 3 di notte. Accanto al nostro albergo c’era un night aperto. Attenzione: ac-can-to. Jerry non molla mai, entra. In mezz’ora abbiamo speso quel milione e senza combinare nulla.

Un affare.

Una volta usciti, saliamo in macchina, Jerry al volante. Si parte, mi addormento. Dopo tre ore mi sveglio: ‘Oh, ma dove siamo?’. Anche gli altri aprono gli occhi. E Jerry: ‘Scusate, ho sbagliato, per tornare in hotel ho fatto il giro dell’intero lago’.

Da Strehler al Derby. Come?

Un giorno conosco Umberto Simonetta, per due anni mi coinvolge in alcuni spettacoli, fino a quando decide di portare me e sua moglie, Livia Cerini, al Derby; il proprietario del locale era lo zio di Diego, con lo stesso Diego addetto alle luci per gli spettacoli dei Gatti.

Secondo Antonio Ricci quello di Abatantuono non era un impegno gravoso…

Effettivamente era responsabile di un solo bottone: per accendere e spegnere l’occhio di bue sul palco.

Il Derby…

Dopo pochi giorni di prove, viene da me il proprietario: ‘Voglio solo te. Liberati degli altri. Scrivi un monologo in una settimana, e debutti’. Accetto invaso dai sensi di colpa, ma intorno a me avevo da Cochi e Renato a Toffolo fino ad Aznavour.

Dei veri big.

Sì, però sono stato un po’ vigliacchetto.

E poi?

Dopo dieci giorni salgo sul palco.

Applausi.

Una tragedia. Interpretavo un bambino di nove anni con atteggiamenti da adulto fuori di testa: in cartella dei giornaletti porno, vino, un etto di cocaina, una pistola. Io vestito con grembiulino e fiocco.

E non ha funzionato?

La prima sera becco slavine di fischi, scendo dal palco in lacrime. Poi piano piano ho sistemato il pezzo ed è cresciuto fino a ottenere nel 1980 il premio Rizzoli per la satira.

Ha lavorato con Tognazzi e Bramieri.

Ugo è il mio padrino.

Così amico di famiglia?

No, in quel momento Tognazzi era impegnato in compagnia con Walter Chiari e Lauretta Masiero; mio padre responsabile di palco, mamma la sarta. Quando sono nato i miei hanno chiesto alla Masiero e a Ugo di farmi da padrini al battesimo.

Poi vi siete frequentati?

L’ho ritrovato decenni dopo e da quel momento ho passato quasi tutti i weekend ospite nella sua villa a Velletri, con Vittorio Gassman spesso geloso per le tante persone che andavano a trovare Ugo, mentre da lui quasi nessuno.

Anche lei vittima della celebre cucina di Tognazzi?

Una volta a me e Diego ha propinato del fegato crudo di un grosso pesce: ‘A confronto il caviale fa cagare’. Sarà… passano cinque minuti e mi chiudo in bagno. Distrutto.

Ha dichiarato: “Molte delle mie battute sono poi diventate il successo di altri”. Anche per “libidine”?

Quella era di tutti, forse i primi sono stati Renato Pozzetto e Guido Nicheli.

Nicheli detto “Il Dogui”…

Negli anni 80 ero socio di un locale a Milano. Arrivava con la sua Mazda cabrio, il caschetto in testa di pelle, lanciava all’indiano le chiavi dell’auto, gesto accompagnato dalla frase ‘parcheggia schiavo, e attento, se vedo un gibollo la colpa è tua’; poi prendeva una fiaschetta di whisky dal bagagliaio, entrava, il barman gli preparava un bicchierone di ghiaccio, versava i liquore e passava lì tutta la serata senza spendere una lira, a colpi di taaaaac e libidine.

È uno dei grandi caratteristi.

Un fenomeno, una simpatia unica, portava sullo schermo se stesso, e da anni ripeteva quello che poi ha fatto incidere sulla sua lapide: ‘Ricordate, sempre see you later’.

Droga.

Ne ho vista tanta.

(Si toglie gli occhiali)

Tanta.

Mai una pera, qualche canna, la cocaina l’ho provata una sola volta e poi ho lasciato perdere: sono rimasto sveglio tre giorni, e in quel periodo dormivo da mia nonna.

Però ne ha vista…

Situazioni assurde, tavoli pieni, vassoi d’argento stracolmi. A volte sembrava di vedere un film in stile Scarface.

Jannacci…

Genio assoluto, una sera mi ha cacciato.

Cos’ha combinato?

Ero nel suo spettacolo, e qualche volta, dietro il sipario, tiravo giù i pantaloni, mostravo il culo. Per ridere. Fino a quando un pirla ha svelato la bravata e lui mi ha sospeso.

Lei disperato.

In realtà felice: da poco fidanzato con Laura Belli, siamo stati sempre insieme.

Il suo primo regista è Carlo Vanzina.

Con lui ho iniziato grazie a I Fichissimi, Diego e Jerry come protagonisti; poi mi chiamò per Sapore di mare, probabilmente per darmi la parte poi finita a Jerry.

Perché il rifiuto?

Mi convinse Diego per poi girare con lui Attila: ‘Tranquillo, spaccheremo’. Andò malissimo. Sono stato un cretino.

Da Strehler a big del botteghino. E poi?

In parte per il caratteraccio: litigavo con tutti, mentre grazie a mia moglie sono migliorato. E poi già a 12 anni sapevo perfettamente quanto costavano i programmi.

E allora?

Ho imparato da subito a quantificare i costi delle trasmissioni e degli spettacoli, e questo a molti addetti ai lavori non piace.

Prezzi gonfiati.

Magari sparavano 400, quando in realtà la cifra era 80. E tutto è peggiorato da quando Paolo Berlusconi è stato il mio testimone di nozze: temevano gli facessi la spia.

Lei, oggi.

Dopo il trapianto ho dei brevissimi vuoti di memoria e sento qualche piccolo problema sul palco, per fortuna mi salva l’esperienza: mica mi fermo, plano sulle amnesie, creo e via così.

E quindi?

Lascio, non mi va più…

Sicuro?

Vabbè mica del tutto, se mi chiama Sorrentino o Garrone, o Tornatore…

Virzì, Guadagnino…

Vanno benissimo, per loro ci sono. Sempre.

(Perché se a sei anni sali per la prima volta su un palco, alla fine non puoi più scendere quelle scalette)

 

“Facciamolo per l’Italia” Il “baby boom” è palloso

Gli spot non riescono più a lasciare il segno. Niente più tormentoni anni 80 alla “Nuovo? No, lavato con Perlana!” o “La mia non è proprio fame, è più voglia di qualcosa di buono”, nessun capolavoro come quello Telecom con Gandhi, nessuno sconosciuto alla Meghan Gale o alla Raz Degan che  diventa sex symbol grazie a un bagnoschiuma, a un cellulare, a un silicone sigillante.  Nell’ultimo anno, però, ci sono state ben due eccezioni. Sto parlando di Buondì Motta e del meteorite che con sommo godimento di tutti polverizza la ragazzina saccente mentre consiglia colazioni sane e leggere, e del nuovo spot Chicco  in cui si invitano gli italiani a moltiplicarsi come transfughi del Pd.

Per chi non lo avesse visto, lo spot è così strutturato: si parte dalla tragedia dell’esclusione dell’Italia dai Mondiali per dire che dopo i Mondiali, nel nostro Paese, c’è sempre stato il famoso baby boom. Chicco, quindi, utilizzando lo slogan “Facciamolo per l’Italia!”, incita gli italiani a trombare a più non posso per realizzare comunque il famoso picco dei concepimenti pure se i gol sono di Harry Kane e non di Ciro Immobile, perché “In questo Mondiale i gol per l’Italia li segniamo noi”.

Insomma, uno spot a sostegno della fertilità per vendere più ciucci e passeggini cavalcando l’inevitabile polemica. Dunque. I problemi di questo spot sono molteplici. Il primo è che il baby boom è una leggenda metropolitana. È stato smentito da numerosi studi, ma potrebbe anche essere smentito da qualsiasi moglie del paese, visto che dopo le dieci di sera il marito medio trova già sfiancante una sfida Civati-Cuperlo a Piazza Pulita, figuriamoci una sfida Italia-Brasile. E se il marito riesce a rimanere sveglio, si ringalluzzisce con Pardo, non certo con la nostra mutanda fiorata.

Se ci fossero i Mondiali 365 giorni l’anno, altro che baby boom, le donne avrebbero imparato a riprodursi in autonomia come le stelle marine.

Per dire, il mio fidanzato, da quando è stato anche solo annunciato l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus, è sessualmente attivo quanto un predicatore quacchero.

In secondo luogo, non so come dirlo ai creativi della Chicco, ma le immagini che dovrebbero fungere da invito a figliare utilizzate nello spot sono leggermente fuori fuoco. Si vedono infatti coppie rotolarsi su scrivanie in ufficio, sulle scale, sul tavolo da biliardo, sulla cassa del parcheggio, per strada sotto la pioggia, dentro la macchinetta delle fototessere e perfino dal barbiere mentre lui si sta facendo la barba, che tra l’altro non si capisce che fine abbia fatto il barbiere, se se ne stia seduto sulla sedia girevole da guardone o se i due l’abbiano stordito e infilato sotto il casco a 56 gradi di temperatura per trombare in santa pace.

Ora, se l’intenzione era quella di promuovere la famiglia, forse qualcuno dovrebbe chiarire ai creativi della Chicco che per il marito e la moglie medi, l’apice della trasgressione è trombare a letto con la tv accesa su Tempation Island, per cui quella roba lì non è promuovere la famiglia numerosa, ma cornazzi e tresche fuori dal matrimonio. E se dopo il momento scrivania con la segretaria ci dovesse pure scappare un figlio, l’investimento primario della (ex) famiglia sarebbe in avvocati, non in passeggini Chicco. Insomma, lo spot sembra sì un invito a fare figli, ma fuori dal matrimonio, per cui mancano solo l’occhiolino finale di Vittorio Sgarbi e un Maradona 94enne che spinge un passeggino.

Naturalmente il popolo della famiglia italica tradizionale, fertile e copulante, ha trovato questo spot non paraculo, retorico e polveroso, ma assolutamente entusiasmante. Quasi quanto quello della ex ministra Lorenzin sul #fertilityday, quello che ci ricordava con una clessidra che le nostre ovaie scadono come l’assicurazione dell’auto e che bisogna fare figli senza paure, senza farsi troppe domande. Del resto, ci sono domande quali: “Qual è il momento giusto per fare un figlio?” o “Perché la Madia capo comunicazione del Pd?” che non troveranno mai risposta, lo sappiamo. Vanno ignorate con assoluta incoscienza. Tra le più entusiaste per lo spot, Giorgia Meloni, i cui tweet ormai sono diventati la prova scientifica della teoria delle Stringhe: esiste senz’altro un universo parallelo in cui lei capisce qualcosa, perché in questo non azzecca un cazzo di niente, neppure per sbaglio. Dopo aver infatti inanellato una serie di tweet memorabili in neanche tre giorni, da “Vogliono impedire alle forze dell’ordine di fare il loro lavoro abolendo il reato di tortura” a “L’ubriacone sorretto da due persone per evitare che stramazzi al suolo, è il presidente della Commissione europea Juncker” (Juncker ha avuto un incidente d’auto, non cammina bene), ha twittato quanto le piaccia questo spot pro-natalità e quanto lei stia con Chicco e contro il boicottaggio verso l’azienda (che nessuno metterà mai in pratica, come sempre). Lei. Che a 41 anni suonati con un lauto stipendio e una posizione invidiabile, ha un figlio in tutto, roba che i famigerati Fratelli d’Italia, fosse per la Meloni, non esisterebbero neppure, visto che sarebbero tutti figli unici.

Si è infine aggiunta la polemica di chi i figli non li riesce ad avere, di chi è gay e in Italia non può adottare, di chi ha fatto notare che nello spot c’è un unico bambino di colore, di chi dice che i prodotti Chicco costano troppo e le famiglie meno agiate non possono permetterseli, di chi era in astinenza da sdegno e ha trovato il pretesto del giorno per indignarsi.

Certo, la pubblicità è riuscita nell’intento di far parlare di sé, per cui chiunque capisca di comunicazione, sa che l’azienda ha già vinto. Peccato che sia uno spot vecchio, con un messaggio enfatico da finestra vista Campidoglio e un invito a fare milioni di bambini per riprenderci una qualche supremazia calcistica e non, come se grandezza ed evoluzione di un Paese si misurassero a suon di vagiti. Come se il calo delle nascite non fosse la conseguenza, spesso amara, di incertezze e mutamenti della società. Insomma, se lo slogan di Chicco ci chiede di fare figli a suon di “facciamolo per l’Italia”, io propongo un patto: noi italiani ci riprodurremo su auto e scrivanie con maggiore generosità. Voi creativi però, sulle scrivanie, promettete di scrivere spot più moderni. Fatelo per l’Italia pure voi, che Oliviero Toscani è bollito e l’advertising nostrano non si sente tanto bene. Grazie.

P.s. In Europa il Paese in cui si fanno più figli è la Francia. Loro, del baby boom, non hanno bisogno. Speriamo che stasera, in Croazia, ci sia molto da festeggiare.

“Il pallone del consenso. Così Putin ha fatto gol”

Non lasciatevi ingannare dalla premiazione: che siano Francia o Croazia a sollevare la coppa, il vero vincitore sarà comunque Vladimir Putin”. Stepan Goncharov, sociologo del Levada Center non ha creduto nemmeno per un secondo al “miracolo mondiale”. Dopo un mese di festa, la Russia si prepara a salutare il torneo e a Mosca si respira un clima da fine serata: i tifosi hanno smesso di cantare in strada e fanno i turisti, si affrettano a vedere gli ultimi monumenti prima di ripartire; gli organizzatori cominciano a sbaraccare il carrozzone, anche gli abitanti hanno già ripiegato sciarpe e magliette della nazionale. È tempo di tornare alla vita quotidiana, e mentre con un pizzico di malinconia si celebra l’ultimo rito della finale, anche di chiedersi se ne sia valsa la pena: cosa rimarrà dei Mondiali 2018. Poco, secondo Goncharov: “L’evento ha avuto grande risonanza, ma non ha cambiato la Russia: al massimo è cambiata l’immagine che il mondo ha della Russia. Che poi è ciò che voleva chi l’ha organizzato”.

Per il presidente Fifa, Gianni Infantino, è stato il miglior Mondiale di sempre.

Magari è anche vero. Di sicuro è stato un trionfo per Putin. Ha avuto tutto quello che desiderava.

Cioè?

Oggi allo stadio ci sarà Emmanuel Macron, che aveva giurato di tenersi alla larga dalla Russia e invece prima della finale passerà un’ora nelle stanze del Cremlino. E se l’Inghilterra fosse arrivata in finale magari avremmo visto persino Theresa May: il pallone è uno strumento di consenso troppo potente per essere ignorato. Putin l’ha capito prima e meglio degli altri.

Pensavamo fosse calcio, invece era geopolitica.

Più o meno. Il suo obiettivo era rompere l’isolamento: per lui è fondamentale, ha molti interessi nel mondo occidentale e non è sua intenzione costruire un Paese diplomaticamente emarginato, ma dopo le ultime mosse un po’ spregiudicate stava andando in quella direzione. Questa coppa nella sua testa è una specie di ponte, oltre all’aspetto personale: un giocattolo di cui si è innamorato e che ha costruito a sua immagine e somiglianza.

Ma una Russia meno isolata non è comunque un vantaggio per tutti?

Lo avevamo già pensato per le Olimpiadi invernali del 2014. Invece poco dopo Sochi è iniziata la crisi in Crimea, che ha cancellato tutti gli effetti positivi dei Giochi, e per cui Putin ha dovuto organizzare il Mondiale per recuperare credito. È paradossale, come un gatto che si morde la coda.

Sul piano interno, invece, che impatto ha avuto il torneo?

Minore: da oggi il Paese ritorna ai suoi problemi. Come la riforma delle pensioni, annunciata nel giorno della partita inaugurale. Oppure le violenze della polizia, che ha indossato la maschera gentile, o la democrazia un po’ difettosa, che sembrava liberale. Se all’estero l’impressione lasciata dal Mondiale può durare più a lungo, qui non poteva nascondere tutto. Ma di questo era consapevole anche il governo: diciamo che ha provato a sfruttarlo fino all’ultima goccia. Comprensibile, con tutto quello che ha speso.

La Russia non è solo Putin: c’è un Paese intero che ha ospitato il suo primo Mondiale. Che esperienza è stata?

Una parentesi felice: non siamo un popolo molto positivo, è stato importante potersi concentrare su questi bei momenti, in una congiuntura difficile. Il calcio è intenso, semplice da decodificare e per questo i Russi si sono ritrovati uniti come non accadeva da tempo. Però proprio perché parliamo di emozioni elementari, non dobbiamo pretendere che abbiano un valore complesso.

In che senso?

Sento parlare di apertura, svolta epocale, ma la verità è che i russi del Mondiale hanno apprezzato soprattutto le vittorie della nazionale e la magnificenza dell’organizzazione: il senso di essere una potenza mondiale e di fare bella figura davanti agli occhi del pianeta, come ai tempi dell’Urss. In questo, in fondo, il popolo è abbastanza in sintonia con chi lo governa: il calcio non ha portato nessuna novità.

I russi, però, sono apparsi trasformati dal pallone: sono entrati in contatto con milioni di stranieri, sono scesi nelle piazze, sono stati felici. Qualcosa dovrà pur rimanere di tutto ciò.

Certo: bei ricordi, tanti rapporti umani ed esperienze personali. Poco altro. Nel giro di un mese tutto tornerà come prima. Anche la mentalità delle persone, che è fatta di storia, tradizione, costumi: se pensate che il Mondiale possa cambiare i Russi, è perché non li conoscete.

Costi esorbitanti, propaganda, eredità modesta: davvero il bilancio è così negativo?

Lo dirà il tempo se ne è valsa la pena, soprattutto da un punto di vista economico: tanti stadi rischiano di diventare cattedrali nel deserto e non è chiaro quale sarà il ritorno per le città minori. Ma se qualcuno si aspettava la rivoluzione, rischia di rimanere deluso: l’entusiasmo che si vive durante una simile manifestazione fa credere di poter risolvere tutti i problemi. Invece è solo calcio.

Deluse, con classe: Belgio più regale degli inglesi

Le due promesse del calcio europeo deluse per essersi fermate a un passo dalla gloria mondiale avevano ieri motivazioni diverse: i sudditi belgi della squadra melting-pot volevano dimostrare di valere più dei rivali d’Oltremanica; i sudditi di sua maestà britannica pensavano solo al futuro che dicono sarà più radioso del presente. “Abbiamo fatto la storia, perché questa è la prima volta che finiamo al terzo posto ai Mondiali. Sono molto orgoglioso per questi ragazzi, per il paese. Sono felice di giocare per questa squadra”, ha commentato Eden Hazard, il fantasista belga che gioca a Londra, commentando la vittoria del Belgio nella finalina. “Saremo migliori tra due anni, siamo ancora tristi di aver perso la semifinale ma siamo stati bravi tre giorni dopo a vincere questa partita – ha aggiunto l’esterno offensivo del Chelsea, autore del gol del 2-0 –. Ora la cosa più importante è guardare al futuro, spero che sarà migliore di oggi”. Parole non troppo diverse da quelle usate dal numero 10 inglese, Harry Kane, dopo la sconfitta di ieri ancora capocannoniere del torneo: “Lo abbiamo sempre detto: stiamo ancora imparando e migliorando. La partita ha mostrato, così come accaduto in altre gare, che c’è ancora spazio per migliorare. Non vogliamo aspettare altri vent’anni o più per arrivare in semifinale, questo è il livello che dobbiamo mantenere adesso – ha aggiunto il capitano della nazionale dei Tre Leoni – Dobbiamo migliorare, dobbiamo fare meglio, ma ci arriveremo. Ovviamente sono deluso di non aver segnato – ha ammesso –. Il titolo di capocannoniere? Se lo vincerò sarà qualcosa di cui andrò molto fiero”.

Troppo Belgio dunque per quest’Inghilterra. Con un gol per tempo i ragazzi del ct spagnolo Martinez mettono la museruola alla nazionale inglese e si prendono con merito il 3° posto nel match giocato a San Pietroburgo. I Diavoli Rossi ottengono il miglior risultato nella loro storia, confermandosi squadra in crescita e tra le più forti attualmente del panorama calcistico. Partita sbloccata da un tocco sporco in avvio di Meunier e sigillata dal raddoppio a 10 minuti dalla fine sull’asse De Bruyne-Hazard.

Il grande enigma Cristiano Ronaldo

Il romanzo che narra le gesta di Cristiano Ronaldo, il più forte giocatore di calcio al mondo e il perfetto eroe della contemporaneità, non può che avere un impianto modernista. Deve essere per forza una combinazione polisemica di molteplici opere differenti tra loro, così come sono diversi gli ingredienti del suo essere personaggio, in costante divenire e trasformazione.

Conosciuto e adorato a ogni latitudine, sono 324 milioni i suoi follower complessivi sui principali social network, Cristiano Ronaldo è nelle prime posizioni di ogni classifica, davanti a cantanti e attori, presidenti degli Stati Uniti e dittatori. Il suo impero mediatico è anche economico, è una delle tre persone che ha un contratto a vita con il suo main sponsor, l’azienda (di abbigliamento sportivo) più conosciuta al mondo, che porta entrambe le squadre alla finale del Mondiale e gli versa circa 25 milioni l’anno. Il suo nome è diventato prima un acronimo e poi si è trasformato in un simbolo: CR7. Ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, la Fifa contiene più nazioni dell’Onu e il pallone ha più adepti delle tre grandi religioni, il calcio è grande. E Cristiano Ronaldo è il suo profeta.

Quali sono dunque i romanzi che vanno a comporre il racconto di questo calciatore che si è fatto significante di una nuova era. Il primo riguarda il corpo, lo strumento di lavoro per eccellenza dell’atleta. Massa grassa, massa muscolare, test atletici e psicologici, il risultato è sorprendente: Cristiano Ronaldo ha 33 anni, ma secondo gli algoritmi delle macchine, che non mentono mai, ne ha dieci di meno. Il libro diventa quindi Zero K di Don De Lillo, il racconto dell’umanità futura che sconfigge la morte e si preserva eterna attraverso la criogenesi. Il congelamento. Non basta più il racconto di un ragazzo gracilino (guardate le foto del suo fisico ai tempi dello Sporting Lisbona) che da vent’anni si allena sempre, più e meglio degli altri. Non sono sufficienti la dieta particolare con almeno sei pasti proteici al giorno, il riposo perfetto con altrettante micro sessioni di sonno, tutti scanditi da fior di professionisti al suo servizio. Qui si va oltre. CR7 è l’esaltazione massima del corpo umano attraverso la sua rinuncia, come un derviscio o un monaco buddista. È un ragazzo capace, nella notte del trionfo, di evitare ogni festeggiamento e di farsi portare subito al centro di allenamento di Valdebebas per immergersi in una vasca con temperature che scendono a -150 gradi. È la crioterapia, la conservazione perfetta del corpo nel ghiaccio. Il passo precedente alla criogenesi, la conservazione assoluta.

Come ogni eroe di un romanzo popolare poi, il ragazzo ha una dimensione pubblica e una privata. Nella seconda spicca la figura materna, a senhora Maria Dolores, presenza totalizzante tra il suo esserci costante nella vita del figlio e l’assenza totale del femminile in quella dei suoi (di lui) figli. Bambini nati in provetta da madri sconosciute, lontani dagli occhi e dal cuore, e da ogni contatto fisico con il corpo femminile, e subito portati in dono alla madre assoluta: Maria Dolores. Li ha allevati lei. Il romanzo è la Zattera di Pietra di José Saramago, dove la penisola iberica, la madre patria, si stacca dal continente e intraprende un viaggio fantastico nell’oceano che la porterà a lambire l’Africa, la madre della civiltà. Lì dove è la casa materna in cui è nato, a Funchal, capitale dell’arcipelago di Madeira, periferia coloniale perduta nell’Oceano che dialoga con Marrakech e Casablanca e di cui Lisbona si è dimenticata. In quell’indigenza da fine impero che costringeva Maria Dolores a cercare un aborto casalingo a base di birra calda, perché ne aveva già troppi di figli e non poteva mantenerli. Ma il piccolo Cristiano (per la fede) e Ronaldo (per la presidenza di Ronald Reagan) è poi arrivato, nel 1985, e da allora lei è sempre rimasta al suo fianco. Il padre è assente, perduto in un bicchiere più grande dell’Oceano, poi scompare del tutto quando il grande calciatore deve ancora spiccare il volo. E allora Maria Dolores si fa demiurgo di ogni passo del figlio. È stata ed è sempre e solo lei l’universo femminile di CR7, con buona pace delle numerose attrici e modelle continuamente fotografate, in posa, nella stanza del figlio.

Il salatissimo patteggiamento con il fisco spagnolo per evitare il carcere, avvenuto poco prima dei Mondiali, il trasferimento in Italia per beneficiare di un regime fiscale particolarmente favorevole ai ricchi (l’articolo 2, comma 2 del testo unico delle imposte sui redditi contenuto nella legge di Stabilità del 2017, cose di lavoro del Pd), gli incredibili scambi in Borsa del titolo della Juventus durante la trattativa, con il valore che cresce e la Consob che si deve scomodare. Questa la dimensione pubblica degli ultimi giorni in attesa di rovesciate e colpi di testa, scatti sulla fascia e repentini cambi di direzione.

Non è solo l’uomo del futuro, o il figlio eterno, a Torino con CR7 è sbarcata un’industria che fattura qualche centinaio di milioni l’anno. Più del valore di metà delle squadre di Serie A, poco meno dell’intera Juventus. In attesa di capire il ruolo di Fca nella vicenda, se ne farà il suo uomo immagine, e della Juventus, se ne farà semplicemente il suo fiore all’occhiello o la sua testa di ariete nella creazione di una Super Lega europea lontana dalle miserie della Serie A, il libro è Too Big To Fail del giornalista del New York Times Andrew Ross Sorkin: il racconto thriller della crisi finanziaria del 2007. Accompagnati dall’eroe si entra infatti in un regno di cui lui è solo la punta dell’iceberg, il racconto di un calcio oramai transitato definitivamente da una dimensione di capitalismo industriale alla pura finanza speculativa. Proprietà multiple, ramificazioni sparse, holding con sedi nei paradisi fiscali. Questo è il pallone oggi, basti pensare al caso del Milan. Questo è il prodotto finanziario Cristiano Ronaldo, che ci introduce ai segreti del tardo capitalismo.

Le appendici di questa merce sono intermediari e mediatori, protagonisti di un mondo in cui è oramai superfluo chiedersi il reale valore di João Cancelo, onesto terzino nemmeno convocato ai Mondiali di Russia 2018 dal Portogallo. E però pagato dalla Juve 40 milioni al Valencia. Il biglietto d’ingresso nelle grazie del potentissimo procuratore Jorge Mendes, l’amico fraterno che tiene unite e distanti le dimensioni di Cristiano e di Ronaldo.

Qui dove, per ragioni geografiche legate allo sbarco del protagonista nel campionato italiano, il romanzo diventa Il Barone Rampante di Italo Calvino. L’eroe continua a giocare con una dimensione pubblica assai visibile, quasi accecante, in bilico tra ingenuità e saggezza dall’alto del suo albero dove sfoggia una collezione di titoli araldici sorprendente – i Palloni d’Oro, le Coppe, i Campionati e anche un Europeo portato in dono alla madre patria – e allo stesso tempo si rende inavvicinabile al mistero della sua fede privata. L’amico fraterno Jorge Mendes ne cadenza in maniera certosina apparizioni e sparizioni, cambi di casacca o di sponsor, studiati e poi messi in atto come gli improvvisi cambi di direzione del suo assistito sul campo. Con e senza la palla tra i piedi. Sempre vincenti.

Le sorelle gestiscono gli affari correnti e ne proteggono quelli affettivi. I figli, i primi tre nati in provetta da madre sconosciuta al pubblico, l’ultimo dalla attuale compagna di vita, fin troppo conosciuta, sono l’adorato cordone sanitario per proteggersi dal mondo esterno. Più appaiono gli altri, più lui riesce a scomparire. Più noi lo vediamo, in cima a quell’albero, meno sappiamo di lui. I numeri di Cristiano Ronaldo sono disponibili per chiunque in Rete, le equazioni sentimentali che quei numeri collegano sono il segreto meglio custodito. Oltre Jorge Mendes, su tutto veglia a senhora Maria Dolores,.

Che a Torino l’abitazione di CR7 sia in città o in collina poco importa. Forse domani andrà anche in America, ma la casa resterà sempre a Funchal, la città più importante di quell’isola di cui tutti noi avvertiamo il Fernweh – quella strana e invadente nostalgia per un posto dove non siamo mai stati. Lì non c’è più l’edificio dove è nato l’eroe, ma diverse nuove e splendide magioni. E soprattutto il Museu CR7 che il profeta della nuova religione ha voluto dedicarsi mentre è ancora in vita, per alimentare e diffondere il suo culto. Non è tanto l’enorme statua bronzea che lo rappresenta, e su cui molto ha lavorato perché fosse somigliante all’immagine che ha di sé, a interessarci, ma il pavimento: la calçada portuguesa. Acciottolato di tessere incastrate secondo antichi riti di cui tutti vediamo l’effetto finale ma, ancora una volta, non possiamo conoscerne il disegno iniziale. E viene in mente il famoso aforisma di Fernando Pessoa, metonimia letteraria dell’intero Portogallo, secondo cui “il poeta è un fingitore (finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente)”.

Sublime artigiano della finta in campo, Cristiano Ronaldo ha trasferito questa sua arte nel mondo. Qual è però l’inganno? Il suo trasferimento alla Juventus, di cui parlano tutti e contro cui protestano in molti? O lo è forse quello apparentemente più strano di João Cancelo, passato in sordina e destinato solo agli appassionati di calciomercato?

Oltre al campo di calcio, dove ci delizia con le sue finte il poeta Cristiano Ronaldo? Nella sua vita pubblica o nella sua dimensione privata, di cui nessuno sa veramente nulla? Le biografie copiate da Wikipedia o i numeri presi dalle statistiche non potranno mai sciogliere il mistero. Eroe perfetto di un romanzo modernista, Cristiano Ronaldo sembra uscito direttamente da quell’immenso racconto dei racconti che è il Pendolo di Foucault di Umberto Eco.

Ecco l’ultimo libro, un’opera dove l’inganno è ovunque e non è mai svelato. E a noi non è dato scoprirlo, nemmeno all’ultima riga.

Tim non trova pace e neppure. Conti la trova con Bolloré

Il futuro di Telecom Italia (che oggi si chiama Tim) è decisivo per l’Italia. Ovvio, parliamo dei telefoni e di Internet. Purtroppo la sgarrupata partita in corso, di cui nemmeno chi la gioca sa gli obiettivi, segue schemi medievali: lotte di potere tra cortigiani. Parliamo di un’azienda che spolpa sistematicamente decine di milioni di clienti con il nobile scopo di “difendere i margini”, che in italiano significa appunto spolpare i clienti. Un’azienda che ciancia di connessioni da miliardi di giga di banda, ma se un cliente pone un problema gli dice: “Mandi un fax”. Un’azienda che dal 23 aprile, giorno culminante della guerra di supremazia tra i francesi di Vivendi e il fondo americano Elliott, ha perso in Borsa un terzo del suo valore. In quella misteriosa battaglia si è infilata la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) che ha comprato azioni Tim per oltre 800 milioni per aiutare Elliott a vincere l’assemblea. Di quei soldi, presi dal risparmio postale, ne sono già andati in fumo 250 milioni, cifra vicina alle plusvalenze realizzate da Elliott con la finta scalata. Dopodiché Elliott si è dato e si è concentrato sul Milan.

La rete telefonica resta la questione centrale. Il piano Elliott – messo a punto col governo Gentiloni dal superconsulente Paolo Scaroni, ex ad di Eni imputato in due processi per corruzione internazionale, oggi designato alla presidenza del Milan – prevede una rete sottratta al controllo di Tim e neutra, eventualmente a controllo statale via Cdp, sul modello di Terna per la rete elettrica. L’amministratore delegato Amos Genish continua invece imperterrito sulla linea di Vivendi – sconfitta il 4 maggio, ma tuttora primo azionista con il 24 per cento. La rete va in una società separata ma sotto il controllo di Tim. I dieci consiglieri su 15 orfani di Elliott che li ha eletti il 4 maggio e poi abbandonati, discutono di come far fuori Genish, che il 24 luglio prossimo porterà all’approvazione i conti del primo semestre, “grigi” secondo l’eufemismo aziendale, disastrosi per i più critici. Il manager israeliano ci ha messo del suo, inveendo a mezzo stampa contro i nemici interni per poi dover chiedere scusa in ginocchio nel lungo e animato cda del 25 giugno in cui ha sfiorato il licenziamento in tronco.

Il presidente Fulvio Conti, eletto anche lui da Elliott su designazione di Scaroni che era il suo capo all’Enel, sta cercando di mediare: il capo di Vivendi Vincent Bolloré, incline agli scatti d’ira, se provocato potrebbe entro l’anno organizzare un controribaltone assembleare e mandare tutti a casa. Per questo Conti ha tentato un colloquio di mediazione direttamente con il finanziere bretone, talmente riservato che l’interessato lo fa ufficialmente smentire nel modo più reciso: “Non vede Bolloré da 15 anni”. Ma il mondo Tim è attraversato da una sola domanda: com’è andato l’incontro fantasma? Gli uomini di Bolloré non concedono sconti. Lo “squalo” non media. O si fa quello che vuole lui, che ha pagato le azioni circa il doppio del corso attuale, o in autunno organizza il controribaltone. È questa la ragione per cui Conti avrebbe comunque difficoltà ad accontentare i consiglieri ribelli, cioè a far fuori Genish. È molto difficile trovare un nuovo ad che accetti il rischio di essere figlio di nessuno e durare solo tre mesi.

Intanto Tim è bloccata, continua a chiedere fax ai clienti che protestano per le vessazioni e a vederli fuggire a migliaia ogni giorno verso il nuovo concorrente francese Iliad. E il governo giallo-verde non nomina i nuovi vertici della Cassa Depositi e Prestiti in attesa che i conti della spartizione tra Lega e M5S quadrino anche su Rai, Fs e altre lottizzazioni più spicciole. La strada verso il ritorno ai segnali di fumo è spianata.