La missione dei Dodici: mettersi in viaggio ed evangelizzare la Terra

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano (Marco 6,7-13).

Se a Nazaret sperimenta l’insuccesso e il rifiuto da parte dei suoi, Gesù non demorde dal suo progetto di proseguire l’opera di evangelizzazione. In questa pagina di Vangelo, infatti, Egli educa alla missione i Dodici e li invia: li chiama e costituisce come gruppo perché stessero con lui e per mandarli a predicare. Inizia, ora, a svolgersi concretamente il programma apostolico: prese a mandarli a due a due. La sequela dei Dodici ha origine da Dio e avviene attraverso l’essere mandati, e solo al ritorno, dopo aver eseguito la missione, verranno designati col nome di “apostoli” (apostòlous, inviati). Egli chiama per inviare scegliendo chi vuole, senza guardare le qualità personali o la condizione, proprio per uscire da se stessi, andare altrove, sempre in viaggio, in posti diversi, come succede al profeta Amos. Egli era pastore e raccoglitore di sicomòri e, senza il minimo preavviso, viene preso e mandato a profetizzare al suo popolo (Am 7,14-15). Ma l’impatto con l’esercizio dell’incarico è desolante e catastrofico: Vàttene, veggente, ritìrati in Giuda (…) a Betel non profetizzare più (Am 7,13).

L’evangelista Marco è l’unico che ci riferisce che i Dodici sono mandati a due a due; non si tratta solamente dell’esigenza di avvalorare la testimonianza con due testimoni (Dt 19,15). Essi non annunciano astratte verità dogmatiche, né dottrine giuridico-morali, ma un buon messaggio nuovo e lieto: la prossimità di Dio ad ogni uomo nel Figlio suo Gesù Cristo. Due persone sono già una comunità in embrione (Mt 18,20), capaci di relazione, di condivisone, di perdono e d’amore. Andare insieme, a due a due, cordialmente d’accordo: ricordiamo l’insegnamento di San Francesco ai suoi, è già di per sè testimonianza, una predica credibile della buona notizia. La fraternità generata dalla missione sollecita gli uomini a superare conflitti, solitudini, isolamento, contese, estraneità. Infine, agli Apostoli che stanno per partire non viene detto dove andare, né che cosa dire; solo che debbono andare in coppia, esercitare il potere di Gesù sugli spiriti impuri, munirsi di un bastone come unico sostegno, calzare sandali e di non portarsi cibarie o due tuniche. Questa povertà estrema di mezzi vuole mettere i missionari nella condizione di confidare nell’efficacia della Parola del Signore, per essere leggeri, per non avere problemi di gestione e di affanni per i beni. La condizione di povertà evangelica del missionario è un fondamentale elemento cristologico. Papa Francesco ci ricorda continuamente che essa è un riferimento essenziale e continuo a Gesù e al Vangelo. Il Vangelo si annuncia con uno “stile di vita” che insegna ad affidarsi a Dio, che rivela l’amore privilegiato per gli ultimi, che spinge ad andare incontro a tutti senza discriminazioni, che pratica l’ospitalità e cresce in un clima di gratuità. La buona notizia deve rimanere in una casa, deve incarnarsi per diventare quotidiana, intima, radicata. Prende dimora con noi il Signore! Anche se non è escluso il rifiuto: se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene!

Ricordino i Dodici che dove arriva la buona notizia il demonio si rivelerà, e il peccato, l’ingiustizia, la sopraffazione sono costretti a venire alla luce. Pertanto, il discepolo non è solo un maestro, ma un testimone che dalla parte della verità, della libertà e dell’amore di Cristo s’impegna ogni giorno nella lotta contro Satana.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

La lezione perduta delle leggi razziali

“A80 anni di distanza dalla infamia delle leggi razziali, la dignità umana è ancora in pericolo. Si assiste a un crescente manifestarsi di atti di intolleranza razziale, odio e pericolosa radicalizzazione. Non pensavamo di veder nuovamente leggi e decreti democraticamente approvati, ma che violano fondamentali principi. Questi atti di intolleranza sono purtroppo alimentati e legittimati anche da esponenti delle istituzioni”. Sono parole di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane, pubblicate dal giornale Pagine Ebraiche (13 luglio).

Nel governo del cambiamento le nuove leggi razziali sono nell’aria, ispirano frasi come “difesa della razza bianca” (detta in campagna elettorale), stimolano l’antica ostilità verso i rom, inducono a vedere ogni singolo nero come “l’invasione” e certe mamme a ritirare i figli dalle scuole multietniche. Ma la difficoltà è che l’Italia ha già fatto la brutta esperienza di approvare, di imporre e di osservare leggi razziali che hanno marchiato la nostra storia. Sono le leggi razziali contro gli ebrei, una stagione tragica e non dimenticabile, nella quale una rigorosa propaganda e una paurosa ubbidienza hanno portato a riconoscere all’improvviso differenze che non esistevano e non c’erano mai state, e a operare o accettare respingimenti ed espulsioni (e poi arresti e deportazioni) che un minuto prima sarebbero sembrate impossibili. In Italia il razzismo che torna pone adesso bianchi contro neri, cittadini contro stranieri, paura, attentamente coltivata, che crede nei confini chiusi. Come insegnano le tragiche vicende che l’Italia ha già vissuto, il razzismo è come il gas misterioso usato in questi giorni in Inghilterra da certi agenti segreti per eliminare avversari altrettanto misteriosi. Basta un soffio d’aria contaminata per morire. Più grave se quel gas è manovrato dalle istituzioni. Il razzismo italiano costringe gli italiani a respirare a pieni polmoni storie non vere sulle frontiere, sugli stranieri, sul salvataggio in mare, prima descritto come un “business” e poi, in mancanza di prove, vietato anche se costa la vita ai migranti, e non importa se sono bambini. Provo a ricordare i tre punti su cui si basa la “difesa della razza” nell’Italia dei nostri giorni. Comincio con la parola d’ordine “prima gli italiani”, che è un grimaldello potente per far saltare un minimo di legame tra residente e straniero. Sappiamo tutti che non è una trovata italiana. Sappiamo anche che è barbara perché esime da ogni senso di fratellanza e di solidarietà. È un proclama di egoismo assoluto che considera colpa (o reato, diranno le leggi razziali in arrivo) dare una mano, anche in situazione di estrema emergenza, a chi non sia italiano. È anche un diffusore di falsa euforia. Induce a credere che ci siano tante cose che ci vengono negate perché se le godono gli stranieri. Ma se calpestiamo gli stranieri, e neghiamo i loro diritti, tutto finalmente tornerà a noi. Naturalmente non c’era nulla e non torna nulla. Ma avremo collaborato a spingere indietro e umiliare e mettere sotto il nemico. Un secondo modo per avviarsi verso la completa estirpazione di sentimenti umani è di lanciare il famoso grido di disprezzo verso i non razzisti: “Allora prendete i profughi in casa vostra”. La frase non nasce da un rigurgito di rabbia in strada, ma da un partito diventato governo e potente istituzione. Ridicolizza il difensore dei migranti e finge di credere che difendere chi muore è il passatempo dei ricchi e il business di grandi speculatori. È una trovata che punta a scansare l’accusa di irresponsabilità e a far apparire fatui e boriosi coloro che scendono in campo nel tentativo di difendere. Il loro numero diminuisce costantemente.

Ma il più potente gesto di discriminazione resta la pretesa distinzione fra chi fugge da una guerra e chi viene in cerca della bella vita. Le poche volte che qualcuno parla con finta serietà di questa inesistente e impossibile distinzione (“chi fugge da una guerra verrà sempre accolto”) sembra non sapere nulla dell’Africa e di tutte le sue guerre, e finge di ignorare del tutto l’afflusso di profughi da Medio Oriente e Oriente, compresi i luoghi in cui, pur non essendoci alcuna guerra, esplode una autobomba al giorno. Che la povertà e il terrore di restare a vivere in certi luoghi diventino un unico sentimento (disperazione) viene ignorato fornendo statistiche false. Ma tutto è falso sui migranti (tranne il numero dei morti in mare). Il falso sarà ratificato dalle nuove leggi razziali. C’è, fra noi, chi ha imparato tanto tempo fa che senza menzogna, le leggi razziali non possono esistere.

Mail box

 

Desertificare non può essere la soluzione alla Xylella

In merito all’analisi fatta da Tiziana Colluto sul Fatto andrebbe sottolineato che il problema Xylella non si pone solo sulla diagnosi, come qualcuno vorrebbe far credere per lasciare la vicenda in mano ai “tecnici”, ma anche, o soprattutto, sulla terapia utilizzata. I ricorsi dei coltivatori e le indagini dei magistrati di Lecce riguardano infatti le decisioni prese dall’Ue, con molta (troppa) determinazione, sulla terapia. Decisioni drastiche fatte proprie dalla filiera locale della Xylella, interessata ai fondi europei e alla loro distribuzione. Fondi che verrebbero meno senza le misure imposte. Una sorta di ricatto. Pensare che l’unica terapia possa essere quella di abbattere tutti gli alberi di ulivo intorno a quello malato in un raggio di 100 metri significa desertificare milioni di ettari. Anche perchè nulla si fa per finanziare e favorire il reimpianto di speci resistenti. Resta solo il rimpianto di quelli abbattuti. La terapia intensiva della prescrizione Ue prevede anche l’uso massiccio di pesticidi. Anche qui il risultato sarebbe inquinamento per ambiente, animali e umani. Non c’è un fronte pro e uno contro la cura. È una cura che nonostante sia tanto drastica non garantisce guarigione. In ogni caso come avvoltoi sui rami sono pronti costruttori di resort e coltivatori di campi di pannelli fotovoltaici, insieme improvvisati vignaioli. Per loro il risultato, comunque vada, è garantito.

Franco Prisciandaro

 

La storia di un sindaco Pd che ora si rivede nei 5 Stelle

Sono stato sindaco del Pd a Lavarone per 15 anni consecutivi, dall’85 al 2000. Il mio stipendio era di 625.000 lire al mese, un operaio comunale prendeva più del doppio, l’ho fatto con passione e amore per la mia terra e la mia gente. Non godo e non vorrei alcun vitalizio, al referendum per l’eliminazione del Senato ho votato sì convinto. Poi è andata tutti come sappiamo. Per concludere dico che se i 5stelle manterranno come finora stanno facendo, quanto promesso e dopo i vitalizi ridurranno i parlamentari, metterò da parte la fede e voterò per il fare, da amministratore, non da politico, e quindi a 5stelle.

Carlo Marchesi

 

Sul tema immigrazione il giudice Davigo ha ragione

Piercamillo Davigo, sul Fatto di giovedì 13 luglio, a proposito di migranti, ha detto una cosa giustissima: “Per troppi anni i nostri governi hanno alimentato la clandestinità negando il visto a chi chiedeva alle nostre ambasciate di venire a lavorare qui, e poi facendo sanatorie per chi arrivava irregolarmente”. Che dire? Di fronte ai vetusti negati visti, e alla disponibilità di giovani esteri d’intraprendere un lavoro in Italia, si sarebbe potuto allora come oggi, pensare ed organizzare una risposta diversa da quella degli squallidi campi di prigionia in Libia e dello schiavismo del lavoro nero nostrano.

La risposta la potrebbe dare il mondo della formazione professionale nazionale, così ricco di energie e di talenti. Ricordo l’esempio di Formedil (Sistema formativo edile bilaterale, gestito da imprenditori e sindacati), quando attuò un’attività propedeutica all’ingresso di lavoratori moldavi nei cantieri lombardi, direttamente nel loro paese d’origine, insegnando a casa loro nozioni elementari di lingua italiana e di mestiere edile, oltre che di sicurezza.

Agostino Melega

 

Non si può trattare la politica come argomento da stadio

I tifosi amano la violenza. E quando la politica si riduce a tifo, adotta la stessa regola: proclamare atteggiamenti violenti, per eccitare i cori dei tifosi. Così, nelle stesse ore, abbiamo il ministro dell’Interno che promette manette senza essere un giudice e Giorgia Meloni, che invoca libertà di tortura per agevolare le forze dell’ordine. I fan sotto il balcone dei due duri esultano. Non importa che entrambi gli atteggiamenti urlati con le mani sui fianchi non siano legali. Tutto questo è inaccettabile. Non è possibile che lo Stato di diritto si riduca a uno stadio di violenti. Ma se vogliamo che cambino gli eletti, dobbiamo cambiare prima noi elettori. Informandoci, partecipando, parlando, scrivendo. Sono gli attivisti che dettano la postura della democrazia. Che è sempre vista come una costrizione dai violenti. Gli stessi che lavorano per ribaltarla, contando sul silenzio di chi si fa i fatti propri.

Massimo Marnetto

 

La Meloni offende la polizia attaccando il reato di tortura

A me l’uscita di Giorgia Meloni sembra un’offesa alle forze dell’ordine. Secondo lei il reato di tortura impedirebbe a carabinieri e poliziotti di svolgere il loro lavoro. La logica è: prima della legge sul reato di tortura, gli agenti avevano la possibilità di torturare, adesso non hanno questa possibilità e di conseguenza non possono svolgere il loro lavoro. Un’offesa alle forze dell’ordine, e una buona notizia per le poche, per fortuna, mele marce presenti, perlomeno in passato, tra le forze dell’ordine. “Basta un insulto, per rischiare pene fino a 12 anni”, dice la Meloni. La logica è: poliziotti e carabinieri non possono svolgere appieno il loro lavoro se gli viene impedito di insultare, le forze dell’ordine non possono svolgere appieno il loro lavoro se gli viene impedito di infrangere i diritti umani. Riferito alle pochissime, per fortuna, mele marce, il discorso della Meloni avrebbe bisogno dell’aggiunta di un aggettivo: il reato di tortura impedisce agli agenti di svolgere il loro sporco lavoro.

Carmelo Dini

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri, a corredo dell’articolo “Gli spari a Togliatti e il lato oscuro dei comunisti italiani”, abbiamo attribuito il libro del professor Salvatore Sechi, L’apparato paramilitare del Pci, alla casa editrice Luni anziché a Goware di Firenze, che invece l’ha pubblicato. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

FQ

Salvini, tesoro delle zie, torna: tutto è perdonato

“Perché bisogna dire no ai professionisti della paura. Gelmini, Carfagna, Bernini, Ronzulli (FI) dialogano sul libro di Cerasa”.

Il Foglio. 12 luglio

 

A proposito di Matteo Salvini che tiene il piede in due staffe, Furio Colombo lo ha paragonato a quei mariti fedifraghi che se la spassano tutto l’anno con le amanti ma che il santo Natale, caschi il mondo, lo trascorrono davanti al presepe nel calore familiare. Speranzosi, perciò, abbiamo letto la pagina-dibattito sull’ultima fatica editoriale (“Abbasso i tolleranti”) del direttore del “Foglio” Claudio Cerasa. Convinti che le donne di Forza Italia le avrebbero finalmente cantate chiare all’infedele capo leghista che, pur essendo unito in sacro vincolo con il centrodestra (di cui resta leader mai divorziato), convive allegramente nello stesso letto di governo con i Cinque Stelle. Un caso straordinario di bigamia politica che le autorevoli signore (maltrattate in una foto di gruppo dove appaiono tinteggiate di rosso pompeiano) hanno prudentemente affrontato evitando perfino di pronunciare il nome del traditore. Una strategia ambivalente che i maschi gravati dalla colpa ben conoscono. Da un lato si evita di menzionare il mascalzone per non dargli troppo spago. Tipo: porco stiamo benone anche senza di te. Poi però scatta un malcelato senso femminile di protezione-giustificazione, meglio noto come: tutta colpa di quella puttana. E dunque: tutta colpa dei Cinque Stelle (Gelmini: “Quando l’uno vale uno viene applicato sulla medicina non si gioca con la politica ma con la pelle dei bambini”). Tutta colpa di Di Maio (Carfagna: “Ha una linea sbagliata, anziché far crescere l’occupazione scoraggia gli imprenditori ad assumere”). Tutta colpa dei soliti magistrati (Bernini: “Una rivoluzione contro il populismo giudiziario e il governo dei Robespierre”). Si trattiene a stento la senatrice Ronzulli che prima se la prende con i “leader follower” (così a quello là gli fischiano le orecchie) ma poi preferisce divagare sul tema, incandescente, del diritto d’autore in Europa. Nel film “Un eroe dei nostri tempi”, Alberto Sordi finisce per un equivoco al commissariato dove l’anziana zia prima lo percuote poi amorevolmente lo giustifica (“lui è così sofistico”). Ecco, a noi sembra che le brillanti zie del sofistico Salvini non vedano l’ora di pubblicare sui giornali (perché no sul “Foglio”) uno di quegli amorevoli annunci un tempo rivolti ai mariti scappati di casa: tesoro torna tutto è perdonato.

“Ben 383 Comuni senza una filiale. Persi 26 mila posti di lavoro”

Quasi 400 Comuni italiani sono ormai senza banche. La politica di tagli degli sportelli ha fatto sparire negli ultimi sette anni 6.289 filiali, con “383 Comuni rimasti totalmente privi di banche”. Questo il dato che emerge da un’indagine della First Cisl secondo cui “il personale di rete è sceso nel periodo di oltre 26mila unità”. Per il segretario Giulio Romani “i top manager giustificano l’abbandono del territorio con l’avanzata del digitale, ma è un pretesto, perché il ritmo delle chiusure dalla fine del 2010 è stata del 18,7% contro un calo di accessi alle agenzie solo del 7,5%. Mirano a tagliare i costi”. In particolare i comuni serviti da almeno una filiale bancaria erano 5.906 a fine 2010 e sono scesi a 5.523 alla fine dello scorso anno. Per il sindacato è grave che a restare sguarnite di filiali bancarie siano “le aree marginali, abitate da una popolazione più anziana”. Un problema sociale “sottovalutato” – osserva la Cisl – così come l’impatto sull’economia locale: sette anni fa c’erano 7,6 sportelli ogni 1.000 imprese, ora sono solo 6,2. “Il dato più impressionante – dice il capo dell’Ufficio Studi di First Cisl, Riccardo Colombani – è che più di un quarto delle filiali perse negli ultimi sette anni sono state chiuse nel solo 2017”.

Militari, ecco il primo sindacato

“Il 3 luglio abbiamo depositato l’atto costitutivo del Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Militari e nelle prossime settimane inizieremo a operare”. Salvatore Rullo è il primo presidente del primo sindacato militare italiano. Oggi ormai una realtà dopo molti anni di battaglie per il diritto dei cittadini con le stellette ad avere una rappresentanza libera e autonoma.

È difficile non vederci qualche segno del destino nella coincidenza tra l’insediamento del nuovo Cocer, il consiglio della rappresentanza militare, e la nascita di sindacati dei militari, sdoganati da una sentenza della Corte costituzionale e adesso in dirittura di arrivo dopo che la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, ha dato il suo nulla osta in un’intervista ad Avvenire.

Nelle scorse settimane, i quasi 400 mila appartenenti alle forze armate e alla Guardia di finanza si erano recati alle urne per rinnovare la rappresentanza militare, nata nel 1978, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta. Elezioni con risultati talvolta inaspettati per un osservatore esterno.

Il “capitano Ultimo” che arrestò Totò Riina, al secolo il colonnello dei carabinieri, Sergio De Caprio, si è candidato ma non è stato eletto nonostante il suo manifesto elettorale, anticipato al Fatto, rivendicasse diritti per i colleghi carabinieri.

Le rappresentanze sono sopravvissute per quaranta anni soprattutto per l’incapacità della politica di decidere: otto proposte di legge presentate nella scorsa legislatura per riformare la rappresentanza, decine quelle nelle legislature precedenti, ma senza esito. C’è voluta una sentenza della Corte costituzionale, la 120 dello scorso aprile, per dare ai militari il diritto a una rappresentanza democratica.

Sarà interessante sentire cosa dirà la ministra Trenta ai neoeletti del Cocer (gli ultimi, probabilmente) quando li incontrerà mercoledì: in attesa di una disciplina legislativa, al gabinetto del ministro sono già giunte richieste di presa atto per i costituendi sindacati. Ma senza una legge in materia è difficile che dal ministero arrivi il via libera.

Alcuni deputati M5S, prima firmataria Emanuela Corda, hanno depositato una proposta di legge il cui passaggio principale è all’articolo 1: “I militari possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale… non possono aderire ad altre associazioni sindacali”. Difficile, visti i precedenti, che dagli stati maggiori non arrivi fuoco di sbarramento per annacquare o ritardare le norme. Ne è convinto Luca Comellini, ex militare dell’Aeronautica, vocale rappresentante del Partito per la tutela dei Diritti dei militari: “Allo stato maggiore si dice che il giorno della sentenza siano arrivati camion di Maalox”. Comellini annuncia per il 28 luglio una riunione nella sede del Partito Radicale per la costituzione di due sindacati, per le forze armate e per quelle di polizia a ordinamento militare.

Domenico Rossi, generale, già sottocapo di stato maggiore dell’esercito, già sottosegretario alla Difesa, a La Stampa esprime un inaspettato entusiasmo: “Nessuna preoccupazione, il sindacato è un importante successo”.

“Consulenze e milioni sprecati. Così svuotano banca Carige”

“Richieste di ‘extra budget di quasi 13 milioni per spese legali 2017-2018 inerenti il programma di derisking di sofferenze, le richieste di extra budget di oltre 17 milioni per consulenze per operazioni straordinarie, l’inserimento nel budget 2018 di 14 milioni per ‘costi relativi alle operazioni straordinarie’… nonché la concessione di 15 milioni di stralcio al Gruppo Preziosi (parzialmente in bonis)”. In pratica uno sconto sul debito a una persona che, si dice, disponeva di beni. Parliamo del patron del Genoa (non indagato) destinatario di finanziamenti con la gestione di Giovanni Berneschi (travolto dalle inchieste). È tutto scritto nella lettera con cui il commercialista Stefano Lunardi, pochi giorni fa, si è dimesso dal cda Carige. Addio a Lunardi, ma anche a Francesca Balzani e a Giuseppe Tesauro, il presidente. Resta al comando, in rottura con il principale azionista Vittorio Malacalza (20,6%), l’ad Paolo Fiorentino. Lunardi sostiene che costi e consulenze sarebbero esplosi. Che sarebbe in atto un’ emorragia di denaro, mentre – dicono ancora i dimissionari – i gioielli di famiglia (vedi l’Autostrada dei Fiori) rischierebbero di essere venduti (a Gavio) a prezzi inferiori al valore realizzabile. In sostanza il timore pare sia che la banca risulti svuotata. E quindi inesorabilmente incorporata.

Lunardi parla di un “cost/income cresciuto a livelli insostenibili (98,5% nel 2017, poiché riclassificato, altrimenti ben superiore al 110%)”. Riferisce di un clima pesantissimo nel cda: “Intolleranza e vistoso fastidio nei confronti delle voci di critica” e “discussioni urlate”. Lunardi punta il dito sulle consulenze. Ma non solo: si parla di “una perdita di esercizio del 2017 superiore di 50 milioni rispetto alle previsioni di piano strategico risalenti a poco più di tre mesi prima”. La lettera parla di “una riduzione dei ricavi target di budget di 40 milioni”. Lunardi evidenzia due dei nodi che hanno spaccato il cda: “Il principale rimedio che viene proposto al fine del recupero di consistenza patrimoniale è la vendita di beni in tempi più stretti.

Nessun progetto addizionale, contingente o strategico, di riduzione dei costi. Ritengo, e l’ho sostenuto nel cda, che una banca che ha appena raccolto nuovo capitale dal pubblico per oltre 500 milioni, una quota consistente dai piccoli risparmiatori, non possa semplicemente permettersi un tale indirizzo gestionale”. Ecco, i costi. Ridotto ormai il personale a 4.700 dipendenti (arriverà a 3.800), il punto è un altro. In consiglio si è parlato delle spese per l’ultimo aumento di capitale: 52 milioni, hanno sostenuto i ‘dissidenti’, di cui 43 al consorzio composto tra l’altro da Credit Suisse e Deutsche Bank. Troppo, si sostiene, per garantire 180 dei 550 milioni richiesti (gli altri sono stati garantiti dai soci Malacalza e Gabriele Volpi, da Equita e da fondi). E all’orizzonte, come rivela la lettera di Lunardi, c’è la contestata vendita – in pole position il gruppo Gavio – della quota Carige in Autostrada dei Fiori. Per cui si faceva riferimento al valore a bilancio: 88 milioni. Per una partecipazione che garantisce 8-9 milioni l’anno.

Fiorentino non commenta. In cda, però, ha contestato i dati dell’ex consigliere: il problema, si è detto, non sarebbero i costi – che, si sostiene, sono ai livelli dei migliori istituti – ma i ricavi. Che sarebbero calati per le operazioni di derisking compiute nel 2017. Così come, ha sostenuto il vertice della banca, il costo dell’aumento di capitale “è a livelli di best practice”. E la vendita Autofiori? “Era annunciata. Così come la vendita della quota Bankitalia. Non sono strategiche. E Gavio ha già il 70% dell’autostrada, difficile strappare offerte migliori”.

A far deflagrare tutto è stata l’intercettazione tra Luca Parnasi, immobiliarista arrestato per la vicenda dello stadio della Roma, e Fiorentino (non indagato): “Tu fagli fare qualcosa anche a Luca Lanzalone, dagli 50… 30.000 euro di consulenza”, disse Parnasi pochi giorni prima degli arresti. Fiorentino e Carige hanno smentito che la banca abbia dato incarichi a Lanzalone. Malacalza, però, sostiene che Fiorentino gli avrebbe “decantato le capacità professionali di Lanzalone”. Certo l’ad è estraneo all’inchiesta romana. Ma era ai vertici di Unicredit, banca creditrice di Parnasi. Ed è stato ai vertici della Roma calcio. Circostanze che hanno suscitato timore nei soci. Così come si discute di altre novità (estranee a Fiorentino): il ruolo di Gianpiero Fiorani, braccio destro di Gabriele Volpi (secondo azionista della banca). Volpi che in alcune operazioni liguri ha intrecciato il suo cammino con personaggi vicini all’ex senatore Luigi Grillo, che pare in Carige abbia di nuovo peso. Qualcuno, infine, non ha condiviso la scelta di affidare il settore compliance a un ex vicedirettore della banca ai tempi di Berneschi.

Effetto decreto Dignità. Il caso degli 8.000 a rischio

Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro, arriva a evocare un complotto dei tecnici: “Quel numero è apparso la notte prima che il decreto venisse inviato al Quirinale, non è un numero messo dal governo”. Fonti dei Cinque Stelle dicono poi alle agenzie di stampa che è “ora di fare pulizia” alla Ragioneria generale dello Stato e al ministero del Tesoro.

Vediamo cosa è successo.

La questione riguarda la relazione tecnica che accompagna il decreto Dignità pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale e quindi esecutivo. All’articolo 1 fissa nuovi limiti per i rinnovi dei contratti a tempo determinato, il massimo diventa 24 mesi invece che 36, la misura si applica anche ai contratti in essere (tranne che nella Pubblica amministrazione). Sopra i 12 mesi torna l’obbligo di una “causale”, l’azienda deve cioè giustificare perché usa un rapporto a termine anziché un tempo indeterminato. È previsto anche un rincaro (contributo addizionale dello 0,5 per cento) per ogni rinnovo, così da “indirizzare” le imprese verso contratti stabili, rendendo più costosi quelli precari.

Veniamo agli effetti. La relazione tecnica abbinata al decreto chiarisce che ci sono oggi 80.000 contratti in Italia che sono a termine e che superano i 24 mesi. Questi non potranno più essere rinnovati. L’Inps, su richiesta del ministero del Tesoro, elabora una stima in base alla quale il 10 per cento di quegli 80 mila “non trova altra occupazione dopo i 24 mesi”. Sulla base dell’ipotesi di uno stipendio medio di 1.800 euro e di una perdita di 8 mesi di lavoro, il Tesoro calcola l’impatto sulla finanzia pubblica. Che è percepibile soltanto nel 2019 (119 milioni), poi il calo dei contributi versati dai lavoratori si compensa con il minore costo della Naspi, l’ammortizzatore sociale contro la disoccupazione il cui importo dipendente dalla durata del contratto precedente (quindi dopo 24 mesi c’è una Naspi minore che dopo 36). E l’effetto sulla finanza pubblica si azzera dal 2021.

Il professor Pasquale Tridico, economista di Roma Tre, che guida la squadra dei consulenti tecnici di Di Maio, è molto scettico sulla stima dell’Inps: “È una ipotesi legittima, ma non è affatto detto che le cose andranno così, un’impresa seria che ha fatto lavorare qualcuno per due anni davvero vorrà perderlo allo scadere del contratto? Se ne ha bisogno lo stabilizzerà o, al massimo, assumerà qualcun altro con un nuovo contratto a termine”. Una parte di quegli 8.000 che secondo l’Inps resteranno senza lavoro lo sarebbero comunque stati allo scadere dei 36 mesi previsti dalle regole attuali (a meno che non si ipotizzi un poco realistico tasso di conversione del cento per cento). Quindi si anticipano di un anno alcune dinamiche che si sarebbero verificate più avanti. L’Inps stima che saranno comunque 8.000 persone ogni anno a risentire degli effetti del decreto Dignità, per effetto trascinamento della prima stretta.

“In tanti volevano che il decreto non si applicasse ai contratti in essere, ma per noi era fondamentale. Vogliamo farla finita subito con la precarietà non necessaria, resteranno comunque flessibili per chi ha davvero bisogno di lavoratori soltanto per esigenze particolari o manifestazioni temporanee”, spiega Tridico.

Il numero di persone che finirebbero vittime della stretta in nome della lotta alla precarietà pare comunque minimo: 8.000 persone su 2 milioni titolari di contratti a termine, lo 0,4 per cento. Sui giornali e nel dibattito social quella cifra viene gonfiata, con Il Sole 24 Ore che in prima pagina parla di “80.000 contratti a rischio”, considerando in pericolo tutti i titolari di rapporti con durata sopra i 24 mesi. Repubblica agli 8.000 a rischio ne aggiunge altri 14.000 per la reintroduzione delle causali sopra i 12 mesi, ma è una stima a spanne che nella relazione non c’è. Il Corriere della Sera poi vede a in pericolo addirittura altri 400.000 posti di lavoro, ma per un altro provvedimento, un disegno di legge M5S che riduce a 12 le aperture festive dei negozi (la cifra, presa per buona, è dell’associazione di categoria Confimprese). Ma anche per quel dato non c’è alcuna base documentale.

Questa la spiegazione del mistero degli 8.000 posti. Ma è stato un complotto dei tecnici contro Di Maio? Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto Dignità la sera del 12 luglio (notizia Ansa delle 21.37). Già dal mattino, tra giornalisti e lobbisti, la relazione tecnica circolava con la tabella sugli effetti. I tecnici dell’Inps rivendicano la correttezza della stima sugli 8.000 contratti a rischio – con requisiti più stringenti sui rapporti a termine e nessun incentivo a quelli indeterminati, che si perda qualche posto è inevitabile, dicono – e spiega di aver sempre tenuto un dialogo costante con il ministero del Lavoro di Di Maio. Il Tesoro chiarisce di aver ricevuto dal ministero competente – cioè il Lavoro di Di Maio – il testo corredato di relazione tecnica. “Stiamo lavorando a nuove misure per abbassare il costo del lavoro e incentivare i contratti a tempo indeterminato”, dice Di Maio. Misure che nel decreto non ci sono, potrebbero forse entrare in fase di conversione in Parlamento (se ne parla dal 24 luglio). E così potrebbe ridursi l’impatto del decreto su quello 0,4 per cento di lavoratori a termine.

Gattuso indagato per riciclaggio. Lui: “Atto dovuto”

L’allenatore del Milan, Gennaro Gattuso, è indagato insieme ad altre 42 persone – nove di esse sono state arrestate – nell’ambito di un’indagine, coordinata dalla Procura di Ivrea, per trasferimento fraudolento di valori e riciclaggio di proventi illeciti. L’ex giocatore è coinvolto in qualità di socio al 35%, dall’1 novembre 2011 al 19 dicembre 2013, di una società, la Tre Olmi Srl di Gallarate, fallita dal 13 maggio 2014 e specializzata nell’allevamento di suini. Secondo gli inquirenti, l’imprenditore Pasquale Motta (arrestato) avrebbe messo in piedi una catena di aziende per riciclare denaro, ai vertici delle quali ci sarebbero stati dei prestanome. I legali di “Ringhio” hanno fatto sapere che “il documento ricevuto dalla Procura di Ivrea è un atto dovuto. L’indagine, ancora in corso, verte su un soggetto che solo indirettamente risulta essere collegato a quella società, dalla quale il Sig. Gattuso era uscito dopo un breve periodo. Il Sig. Gattuso in suddetta società non ha mai ricoperto alcun ruolo operativo, possedendo esclusivamente una quota del capitale sociale”.

Padre Gemelli, Fanfani e gli altri “razzisti”

Pubblichiamo un estratto del libro “I dieci”, chi erano i professori che firmarono il Manifesto della Razza, di Franco Cuomo.

Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco, Edoardo Zavattari. Chi sono? Sono i nomi dei dieci “studiosi” – medici, biologi, naturalisti, docenti universitari – che sottoscrissero il Manifesto della razza, noto anche come Manifesto degli scienziati razzisti, preambolo e fondamento delle leggi razziali del 1938.

L’Italia non ha avuto un suo Simon Wiesenthal, non ha avuto qualcuno che con metodica determinazione si dedicasse all’identificazione e alla cattura di coloro che (autori diretti, complici o ispiratori) causarono morte, sofferenza e sterminio al popolo ebraico. Così, a differenza dei criminali nazisti, gli zelanti promotori delle leggi razziali italiane non dovettero nascondersi, non dovettero rifugiarsi nell’anonimato di una falsa identità, non dovettero emigrare in Sudamerica. No: conservarono i loro nomi, i privilegi e perfino le cariche fino allora ricoperte nelle università e negli istituti di ricerca. Al Manifesto, pubblicato con il massimo rilievo sulle prime pagine dei quotidiani del Regno a partire dal 15 luglio 1938, si accodarono immediatamente turbe di intellettuali. Ne scaturì un elenco di 330 personaggi rappresentativi dei più disparati settori di attività.

Al di là di alcune adesioni scontate, l’elenco comprende nomi la cui presenza in un siffatto contesto appare sconvolgente. Il primo è padre Agostino Gemelli, non ancora in odore di santità ma già consolidato nel suo ruolo di medico e biologo, psicologo e filosofo, nonché fondatore dell’università Cattolica del Sacro Cuore, e presidente della pontificia accademia dei Lincei. Non meno inquietante, anche se meno sorprendente perché risaputa, è la presenza di Amintore Fanfani, membro dell’Assemblea costituente, tra i sostenitori delle teorie razziste enunciate dai dieci. Anche il giovane Fanfani, all’epoca, era docente universitario, titolare della cattedra di storia economica presso l’università cattolica di Milano. Fanfani non era un antropologo né un biologo, ma un professore di economia. Nessuno gli chiese verosimilmente quella firma, nessuno lo costrinse a rilasciare dichiarazioni di assenso. Eppure lui si diede da fare per elaborare tra le righe dei suoi scritti economici una stentata teoria della razza per cercare un nesso plausibile tra produzione, mercato e stirpe.

C’è poi nell’elenco degli aderenti alle tesi razziste il generale Pietro Badoglio, che ha traghettato l’Italia dell’8 settembre all’ultimo appuntamento con la monarchia sabauda. Quella di Badoglio è una presenza che non stupisce. Addolora, ma non desta particolare stupore, scovare nella lista degli aderenti qualche sporadica presenza di artisti e intellettuali anche di pregio. Ne annoveriamo quattro: Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Mario Missiroli e Luigi Chiarini. Quest’ultimo diventerà nel 1964 direttore della Mostra del Cinema di Venezia e ne sarà cacciano nel 1968 dalla rivolta degli studenti.