“La paura si è fatta governo, l’unica speranza è Francesco”

“Il mio sogno è una Internazionale papista di sinistra. E che quel mondo sommerso e largo, zeppo di poveri, di passione e di fede, si faccia avanti, si mostri e disarticoli questo terribile presente occidentale, questa malinconica discesa negli inferi del razzismo, con la paura che domina i nostri giorni e si fa governo”.

Gianni Vattimo non è solo filosofo, teorico raffinato del cosiddetto “pensiero debole” che si fece moda e linguaggio pop degli anni Ottanta, ma fidanzato storico e perduto della rivoluzione possibile, della ribellione civile, e credente volitivo, convinto e combattente fin da bambino. Cresciuto nell’Azione Cattolica, fece la campagna elettorale del ’53 per la Dc, tale era l’ardore che accompagnava le vecchiette ai seggi per agevolare loro il cammino verso il simbolo della Libertas e la croce sulla croce. E quando si ritrovò nell’Ulivo a Gargonza, con il suo amico Umberto Eco e con Romano Prodi, provarono la loro comunione canterina votata a Cristo e alla Madonna. “Bianco padre che da Roma/ ci sei luce, meta e guida/ su ciascun di noi confida”. L’esperienza parlamentare con i Democratici di sinistra chiuse poi l’impegno attivo e quotidiano in politica.

Professore, lei ama questo Papa, lo vede capace di rompere l’equilibrio mondiale dominante, eppure mai come in questo tempo la voce di Francesco sembra perduta, sparita dalla scena.

Il Papa sembra invisibile. Effettivamente può apparire così.

È come se la sua azione fosse inefficace, le sue parole coperte dal rumore di un nuovo vocabolario che sta conquistando l’Occidente.

È la paura che segna questo tempo, ed è un sentimento che allaga le coscienze, riduce la visibilità della democrazia e favorisce chi, in nome della paura, ne manipola il senso.

Non sembra entusiasta del governo del cambiamento.

Cambiamento in cosa? Mi chiedo come si possa essere ottimista, come non vedere il ripiegamento di ogni atteggiamento, anche il più minuto, dentro il recinto di una paura che domina e confonde.

Gli italiani hanno sbagliato a votare? Avrebbero potuto fare una scelta migliore? Cosa ci siamo persi?

Non so cosa ci siamo persi, di sicuro non il Sol dell’avvenire. Magari, penso, si sarebbe placata l’isteria razzista e si sarebbe governato il fenomeno migratorio con più buonsenso e raziocinio. Ma non è solo un problema italiano, la natura di questa nuova dimensione è internazionale e coglie le aree più avanzate dell’Europa, raccoglie dagli Usa il senso della sua nuova guida. Oggi è Trump che guida i destini.

Quanto durerà questo tempo che giudica così cattivo?

Sarà equivalente al tempo di una legislatura. Non ho però una convinzione profonda e un pensiero netto che possano agevolare lo sguardo verso il domani.

Lei ha detto: questo Papa mi ha tolto la vergogna di essere cattolico.

È così. Vedo in lui una personalità capace di promuovere la libertà di un mondo ancora sotterrato, nascosto, ininfluente.

Il Papa l’ha chiamata dopo aver letto il suo ultimo lavoro: Essere e dintorni.

La mia considerazione nei suoi confronti è assoluta.

Ma la Chiesa, almeno la sua struttura organizzata, non sembra essere stata raggiunta dal magistero del Pontefice. Sono come due mondi paralleli, che mai si incontrano.

La Chiesa è un corpacciuto largo, ha la sua burocrazia, le sue misteriose ostruzioni, i suoi peccati. Ma il Papa incide, io spero lo faccia ancora tanto.

Il Papa però, l’abbiamo notato prima, sembra invisibile, sopraffatto dalle parole cruente istituzionalizzate, dal nuovo vocabolario che governa la relazione tra Paesi, e la cura con la quale si mettono in atto i tentativi di sedare e difendere la ricchezza, il benessere, attraverso recinti e muri, luoghi di contenimento. Null’altro è previsto.

Perciò il mio profondo scetticismo sul cambiamento. Ma cosa vuole cambiare? Ma dove? Ma come?

L’unica speranza viene dunque dall’altra parte dell’Oceano?

L’unica.

Ma è la luce fioca del desiderio che la spinge a immaginare finalmente che qualcosa si sovverta.

La speranza, resta quella.

La felicità è scomparsa.

Mi chiede se sono felice? Dovrei essere un fesso se le rispondessi di sì.

La paura ha vinto, la rivoluzione ha perso.

Sembra proprio.

Resta la fede, la devozione.

La forza delle parole di questo Papa.

Che ora paiono però perdute tra le onde.

Il mio sogno sarebbe quello di una Internazionale papista di sinistra.

Rai leghista e B. fuori: perché Mediaset sta all’opposizione

Mediaset non esiste più. Addio ai programmi con i microfoni accesi in piazza. Addio ai servizi per vellicare l’indignazione facile. Addio all’estenuante dibattito con la competizione a chi sbraita di più. Addio al sentimento aziendalista e padronale che fu di Emilio Fede e di parecchi epigoni. Addio a comparse e protagonisti posticci. Addio a Mediaset. Eppure la famiglia Berlusconi è ancora al comando.

Il mondo capovolto è Rete4 che, per la prossima stagione, indossa gli abiti di sartoria, il volto morbido e adattabile di Gerardo Greco, le scarpe scrocchianti di Nicola Porro, la cortesia salottiera di Barbara Palombelli, giura o spergiura che soltanto la realtà fa breccia negli studi del Biscione, e mai più Ruby disgraziata miracolata dal mecenate, mai più Silvio perseguitato e incompreso, mai più Forza Italia ovunque. Che premesse, che promesse.

Quello di Mediaset non è pentimento né resipiscenza, ma strategia, cinismo, calcolo: ci sono le nomine, se la Rai asseconda il leghismo – per inciso, i traditori di B. – e alza muri e chiude porti, noi ci organizziamo per accogliere. Chi? I Cinque Stelle delusi dall’alleanza con Matteo Salvini, i telespettatori da patto del Nazareno, cioè democratici e forzisti, renziani giovani e berlusconiani adulti (ora che Silvio fa lo statista). Per esclusione: quelli che aborrono la Lega li ospita Rete4. Mediaset professa moderazione e fa opposizione. Sorbita la prosopopea del cambiamento anche al Biscione, adesso è lecito – naturale, nient’altro che naturale – avvertire un senso di smarrimento, come Chantal e Jean-Marc nel libro di Milan Kundera.

Chi custodisce l’identità – che poi è il titolo di Kundera – dell’informazione Mediaset è il dirigente Mauro Crippa, classe ‘59, un tipo con gli occhiali che sta lì da sempre – almeno è quella la sensazione – e ti guarda severo, forse annoiato, di sicuro vigile, pronto a stanare l’interlocutore alla prima cazzata. Non fuma però tollera i fumatori, detesta il calcio però il capo era il Milan, fustigatore di superalcolici e di pregiudizi: “Odio le citazioni”. E poi cita Immanuel Kant per una riflessione sul valore delle idee, Hannah Arendt per il rapporto tra i fatti e il totalitarismo, Berlusconi (padre) per tratteggiare i suoi interessi nuovi che sanno di antico: “Silvio mi ha chiamato per lamentarsi delle luci di Balalaika, il contenitore di Italia1 sui Mondiali di Russia. Il presidente non c’entra con la svolta di Rete4: pesano gli ascolti che erano in flessione e il mercato televisivo che sta per proporsi. Non lo scriva”.

L’ex studente che militava nel movimento lavoratori del socialismo esalta il “capitale umano”, parte da se stesso per giungere a Greco: “Una società molto referenziata mi ha offerto di usare un androide per le trasmissioni di servizio, per esempio il meteo o la Borsa. Compri un paio di macchine e ti ritrovi un dipendente assai efficiente, puoi scegliere il colore degli occhi e della pelle, l’altezza, la bellezza, le movenze. E lui o lei legge le previsioni del tempo, aggiorna il pubblico sul traffico, condensa le notizie in poche frasi. Ci pensa? Un dipendente che non va in ferie, non va in malattia, non ha figli, affetti, piaceri, dolori”. Spietato, e perfetto. Perché non l’ha assunto? “Tocca all’uomo informare, decidere cosa è vero e cosa è falso”. La macchina è affidabile, ma insensibile. “Oggi la politica e dunque la vita non è uno scontro tra destra e sinistra, tra élite e popolo, ma tra mediazione e disintermediazione, tra responsabilità e autogestione. Un editore deve mediare tra il telespettatore e le notizie e prendersi la responsabilità di quello che manda in onda”.

Mediaset ha riavvolto gli ultimi anni; il palinsesto generalista funziona sempre, è risorto malconcio: la televisione a pagamento Premium è un fallimento (e se lo sentono, s’infuriano), la gara con Viale Mazzini si riflette sugli equilibri di coppia, fra Canale5 e Rai1, Italia1 e Rai2, Rete4 e Rai3. Il passato non è stato mai così proiettato nel futuro. Al Biscione non accettano i paragoni tra la Rete4 che stanno per plasmare e la Rete4 che fu di Mondadori e di Formenton – sino all’84 – con Enzo Biagi, Pippo Baudo, Enzo Tortora. Perché il berlusconismo resta il credo, la cipria in più – leggerezza, spesso eccesso – che fa la differenza. E non accettano neanche il contrasto tra la parabola politica di Silvio e l’evoluzione televisiva di Mediaset: più il Cavaliere è debole – o appare debole – nei palazzi romani, più il Biscione può risollevare la propria reputazione.

Oggi Rete4 fa un mestiere diverso, cucina piatti con prodotti diversi e allora servono autori diversi: li arruolano tra le scuole di Giovanni Floris, Michele Santoro e via elencando. I concorrenti di Rete4 sono in Viale Mazzini, ma soprattutto a La7. Il canale di Enrico Mentana&C. ha supplito il carente servizio pubblico durante le elezioni. Crippa, quante volte ha rimpianto Mentana in nove anni? “Andavo a scuola con Enrico…”.

Urbano Cairo e Silvio Berlusconi, il confronto è intrigante. Qui qualcuno s’offende. Cairo ha copiato Berlusconi. Ora (Pier Silvio) Berlusconi copia Cairo per Rete4. Cairo ha una squadra di calcio; un gruppo editoriale, quotidiani, settimanali, riviste, in Italia, in Spagna; un network televisivo; una concessionaria pubblicitaria; le frequenze del digitale terrestre. A Urbano manca un partito. Silvio ha un partito che non adora e non ha più il Milan che adorava. Al Biscione – chissà – pronosticano un Cairo in politica. Queste sono suggestioni per gente che beve superalcolici. E Crippa li ha banditi.

Matteo Mandela va in trasferta

Com’era la scena del film con Roberto Benigni e Massimo Troisi: “Quanti siete? Un fiorino”. Per un fiorino, Matteo Renzi s’imbuca alle manifestazioni in Sudafrica per il centenario dalla nascita di Nelson Mandela. Come si rammenta in estasi nei comunicati ufficiali, “Renzi, da sindaco di Firenze, consegnò nel 2012, il Fiorino d’Oro a Mandela. Per tale motivo, è stato invitato alle celebrazioni dalla Nelson Mandela Foundation, e farà parte della delegazione italiana che martedì 17 luglio, al Wanderers Stadium di Johannesburg, parteciperà alla Nelson Mandela Annual Lecture che vedrà come relatore l’ex presidente Usa Barack Obama”. Prima di diventare premier ed essere famoso, anziché con la foto ufficiale del presidente della Repubblica alle spalle (all’epoca c’era Giorgio Napolitano), Renzi sindaco si presentava in televisione con l’immagine-ricordo di lui con Mandela. Alla fine è stato facile. Basta un fiorino.

Da Boschi a Salvini, la Svp cambia cavallo

Flirt. In attesa delle cronache rosa balneari, in Alto Adige l’amore è politico. “C’è un flirt tra Svp e Lega”, ammette Alessandro Huber, segretario altoatesino Pd. Sarebbe la moglie abbandonata dopo anni di alleanza che alle Politiche ha portato all’elezione di Maria Elena Boschi.

Il prossimo 21 ottobre si vota per le Provinciali di Bolzano e Trento. Fondamentali anche per gli equilibri romani: i parlamentari altoatesini sono puntello essenziale dei governi. Svp e Lega si parlano. Niente di ufficiale, perché con il proporzionale prima si vota e poi ci si allea.

Ma l’avanzata leghista fa tremare l’asse Pd-Svp. Mentre il M5S si spacca e perde Paul Kollensperger, uomo simbolo a Bolzano, che si è dimesso dal consiglio provinciale e ha fondato un movimento di lingua tedesca.

“La Svp ha anime diverse. Quella istituzionale, rappresentata da figure come Arno Kompatscher, presidente uscente della Provincia, e Philipp Achammer, il segretario, non ha mutato indirizzo. Ma nelle valli (il cuore Svp, ndr) c’è chi guarda alla Lega”, racconta Huber. Il Pd resta solo e abbandonato? “Dipende da noi. Se andremo bene alle elezioni, saremo un partner possibile”. Carlo Costa, presidente Autobrennero e dominus Pd in Alto Adige aggiunge: “Vedremo se la Svp vuole un orientamento sovranista abbracciando la Lega. Qui ci sono grandi progetti da realizzare, bisogna scegliere anche in base a questi”. Il partito sudtirolese, che domina da decenni, ha diverse anime. Ci sono gli arbeitnehmer (i lavoratori dipendenti) che esprimono un’anima sociale. E ci sono gli arbeitgeber (imprenditori) che guardano al centrodestra. Dieter Steger, neosenatore Svp spiega: “Noi non siamo un partito ideologico. Difendiamo l’autonomia e l’autogoverno. E guardiamo con interesse a chi ci ascolta. Abbiamo collaborato molto bene con Matteo Renzi. Adesso vedremo, finora dal nuovo Governo sono arrivati segnali interessanti. E la Lega è interessata a sviluppare le autonomie ordinarie e speciali”.

Autonomia, ma anche progetti miliardari, come l’areale ferroviario di Bolzano che cambierà il volto della città. Così il Pd rischia di essere abbandonato, nonostante le enormi concessioni agli altoatesini: dalla proroga della concessione autostradale alla riforma costituzionale – bocciata nel 2016 – che dava all’Alto Adige un peso enorme. Per arrivare alla gestione, in capo alla Provincia, di Agenzia delle Entrate e del personale amministrativo dei tribunali. Passione finita, pare. Alle politiche la Lega a Bolzano ha preso 12.695 voti contro 11.547 del Pd. E ora lo scarto potrebbe essere maggiore. Non solo: “In Trentino alle politiche ha dominato il centrodestra. Se vincerà alle provinciali, è difficile che nelle due province ci siano maggioranze avverse”, spiega Riccardo Dello Sbarba, consigliere provinciale dei Verdi. Aggiunge: “Il Pd è terrorizzato, perché qui finora ha avuto più poltrone che sederi. L’alleato italiano della Svp decide le nomine, è potere”. La Lega fa la bella ritrosa. Massimo Bessone, segretario provinciale, non conferma: “Prima di tutto cerchiamo un buon risultato”. Ma poi apre alla Svp: “Non ci sarà un’alleanza di centrodestra. Noi siamo un partito territoriale, non linguistico, come altri nel centrodestra”. Pare l’identikit dell’alleato perfetto della Svp. Ma c’è anche chi parla di contatti tra Luis Durnwalder, padre padrone della Svp, e la senatrice azzurra Elena Testor.

Intanto, appunto, Köllensperger lascia il M5S: “A Bolzano per cambiare le cose, per mettere in discussione il potere monolitico che ci governa da decenni occorre governare”. Ma da Roma non sembrano averlo ascoltato: niente alleanze. Così Köllensperger ha fondato il suo movimento, sperando sempre in un accordo con i Cinque Stelle. Anche se non nasconde “qualche dubbio su un’alleanza di governo che rischia di essere l’apriporta per Salvini premier”.

Siri, la laurea non esiste Il sottosegretario ammette

Lo hanno definito “il guru economico” di Salvini, lo considerano “l’ideologo della flat tax”, qualcuno lo chiama – con tutti gli onori – dottor Armando Siri. Eppure lui dottore non è, nel senso che Armando Siri, sottosegretario al ministero delle Infrastrutture in quota Lega già nella bufera per aver patteggiato un anno e otto mesi per bancarotta, non si è mai laureato.

Beninteso: non c’è niente di male, ché a governanti non titolati abbiamo fatto l’abitudine e questa legislatura nasce nel segno di forze politiche che rivendicano l’importanza di posseder competenze al di là dei meriti accademici.

Ma la vicenda – segnalata qualche giorno fa su Twitter dall’economista Riccardo Puglisi – è quantomeno equivoca, perché ancora oggi molte delle biografie del sottosegretario disponibili online riportano come titolo di studio una fantomatica laurea in Scienze Politiche conseguita all’Università di Genova.

C’è per esempio il sito PinHistory, ormai dismesso ma che faceva riferimento al Partito Italia Nuova, fondato da Siri nel 2011. Nella sezione a lui dedicata, si legge che il leghista ha “compiuto i suoi studi a Genova, dove si è laureato nella Facoltà di Scienze Politiche”. E allo stesso modo viene riportato in cronache locali e nazionali, persino in libri (Il metodo Salvini, di Domenico Ferrara e Francesco Del Vigo) e sul sito provinciale della Lega Nord di Como, dove per impreziosire un evento serale viene annunciata la presenza del “Dott. Armando Siri”. Distrazione generale? A Siri va dato atto di non essersi mai definito laureato, nemmeno sul sito internet che gestisce.

Interpellato sull’argomento, ci tiene a specificare che “quello (il suo sito, ndr) è l’unica fonte ufficiale dalla quale avere informazioni” e che dei suoi studi “non c’è mai stato scritto nulla sul sito del Pin”. Il riferimento del sottosegretario è forse a un altro sito del partito – partitoitalianuova.it – che però è ormai offline da tempo, a differenza di quello sopra citato che ancora riporta la laurea in Scienze Politiche.

Adesso la conferma dell’interessato, che riconosce di non aver mai conseguito quel titolo di studio, arriva dopo che l’arcano era già stato svelato dalla Gazzetta Ufficiale, l’organo su cui vengono pubblicate tutte le norme e gli atti pubblici in vigore in Italia. Nel decreto del presidente della Repubblica che il mese scorso ha nominato i sottosegretari di Stato, vengono elencati tutti gli interessati, anteponendo al nome della persona il proprio titolo. “On” sta per onorevole, “sen” per senatore, “prof” per professore e così via, fino all’attributo “dott” per indicare genericamente i laureati. Davanti a “Armando Siri”, però, compare soltanto l’attributo “sen”, a testimonianza della laurea mancata e dei molti errori sul conto del senatore.

Un semplice malinteso che sarà utile al sottosegretario per chiarire una volta per tutte il suo curriculum, a beneficio di stampa, elettori e sezioni provinciali della Lega.

“Non mi ricandido” Chiamparino dà l’annuncio in Regione

Sergio Chiamparinonon si ricandiderà alle prossime elezioni come presidente della Regione Piemonte. Lo ha fatto sapere ieri il capogruppo di Liberi e Uguali in Piemonte, Marco Grimaldi. “Questa notizia e il futuro del Piemonte meritano certo di più di qualche riga a caldo. Intanto, però, penso che Sergio Chiamparino vada ringraziato. Sono sicuro che il suo impegno non andrà in pensione, ma fa bene a dire che non può continuare ad essere il primo cittadino dei progressisti del nord” ha detto poi Grimaldi. Già ad aprile scorso era circolata l’ipotesi di un cambio di rotta alla presidenza della Regione Piemonte. Infatti, lo stesso Chiamparino aveva lanciato per la candidatura di Mauro Salizzoni, il “maratoneta dei trapianti di fegato” all’ospedale Molinette di Torino, ora in pensione. Una proposta che aveva scatenato non poche polemiche, a cominciare dal senatore Mauro Laus che aveva detto: “Salizzoni può essere un ottimo nome, ma non spetta a Chiamparino fare investiture.”. Critica cui il presidente di Regione aveva risposto facendo presente che il nome di Salizzoni circolava già da tempo all’interno della giunta.

È nato NSPD, ovvero il Pd nella spirale galattica

In un universo parallelo, il Partito democratico le imbrocca tutte. Dopo aver clamorosamente vinto le elezioni, in seguito al rutilante succedersi di vittorie dovute al solido legame col popolo instaurato durante i governi Renzi-Gentiloni, venerdì sera il segretario Maurizio Martina ha presentato la Nuova Segreteria del Pd (NSPD). Non che ve ne fosse bisogno: quella precedente, composta da personalità del calibro di Lorenzo Guerini, Matteo Richetti e lo stesso Martina, funzionava alla grande, ma quando uno è progressista, si sa, guarda sempre avanti. Ebbene, chi c’è nella NSPD?

Molti volti nuovi, a cominciare da Cuperlo alle Alleanze e Riforme, fino a Boccia alle Imprese e a Marianna Madia alla Comunicazione (e dove sennò?). Poi una spruzzata di renzismo (Teresa Bellanova al Mezzogiorno), perché è giusto riconoscere meriti a chi ha tanto fatto per il partito. Qualche orlandiano (Andrea Martella, scartato da Renzi dalle liste alle ultime elezioni), Matteo Ricci, assolutamente non compromesso col passato (è stato solo ex vicepresidente del Pd), sindaco di Pesaro, dove Minniti, supercandidato all’uninominale di marzo, è riuscito a perdere contro un grillino disconosciuto dal Movimento. Marina Sereni alla Salute è una ventata di aria fresca: è entrata in Parlamento solo nel 2001, 17 anni fa.

C’è Tommaso Nannicini, al “Progetto Partito e Forum Nazionale”, e scusate se è poco. Bocconiano, naturalmente nato a Montevarchi (Arezzo), Nannicini è stato consigliere economico di Renzi e ideatore di quel Jobs Act che ha azzerato il precariato. Sua pure l’idea degli 80 euro, misura che ci ha portato definitivamente fuori dalla crisi. Esperto di “mente politica”, tema per studiare il quale ha ottenuto un milione di euro di finanziamento dall’Unione Europea (poi dice che l’UE non serve a niente), purtroppo in questo universo non è stato apprezzato. Il Jobs Act qui è uno sgorbio classista, e gli 80 euro una mancetta raccatta-voti (i consumi non hanno dato segni di vita dopo la somministrazione del Viagra renzista).

Marianna Madia alla Comunicazione sarebbe stata una battuta strepitosa sulla squadra “team della Casa Bianca” che aveva in mente Renzi. Purtroppo è tutto vero, come la serie di gaffe messe insieme dalla incredibilmente ministra Madia, dalla modalità di “comunicare” con la stampa (“Sapete perché non vi rispondo? Perché non fate giornalismo di rinnovamento”) alle imprese per cui verrà (non) ricordata: lo scambio del ministero del Lavoro con quello allo Sviluppo economico, siti su lati opposti della strada; la tesi di dottorato largamente copiata da altri; la promessa di “portare in dote la sua inesperienza”. Poi che altro? Ah, sì: una riforma della Pubblica Amministrazione che porta il suo nome bocciata perché incostituzionale.

C’è anche Lia Quartapelle (Esteri e Cooperazione), folgorazione quota-rosa-Erasmus di Renzi che per un attimo la minacciò addirittura quale ministro degli Esteri (poi si ribellarono tutti i diplomatici su suolo patrio e straniero). Stava per essere fatta fuori dalle liste elettorali, ma fece il diavolo a quattro (“Sono stata la settima parlamentare per produttività, la seconda nel Pd, sono renziana, radicata nel territorio, ho sostenuto il referendum, mi sono spesa per Sala…”, diceva ai giornali: evidentemente per lei erano titoli di merito). Nuove le entrate di Chiara Gribaudo, “la nuova Maria Elena Boschi” secondo alcuni (e abbiamo detto tutto) e di tale Mila Spicola, messa a fare “contrasto alla povertà educativa” (chissà di chi: forse non è bastata la Buona Scuola).

A leggere i commenti al post con cui Martina annuncia la luccicante NSPD, si prova pena, horror vacui e la certezza che il governo Lega-M5S durerà per sempre. Ma si farebbe un errore a pensare che il Pd soffra di una coazione a ripetere, nella pedissequa riproposizione del passato sul modello del governo Gentiloni-Pecora Dolly. In questo universo lineare, banale, scontato, il Pd si muove lungo una spirale galattica, tipo calendario Maya, per introdurre nel secco scorrere del tempo una figura meditativa, simile ai mandala orientali. Chissà che prima o poi, dagli e dagli, questi poveri politici mancati imparino la saggezza.

M5S, guerra contro Tria “Faremo pulizia al Mef”

Alla guerra. Contro il ministero dell’Economia e la Ragioneria, contro “la macchina dei Palazzi” come la definiscono i Cinque Stelle. Ma anche e soprattutto contro Giovanni Tria. È lui l’obiettivo finale dell’ira del vicepremier e capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Perché l’attacco di ieri sugli 8 mila posti di lavoro che si perderebbero ogni anno con il decreto Dignità, cifra “apparsa di notte” nella relazione tecnica secondo Di Maio (qui a fianco si racconta la storia), è un segnale.

Innanzitutto agli apparati di Via XX Settembre, accusati dal governo di essere troppo legati al precedente esecutivo. “Ma devono capire che guida la politica, ovvero che ora comandiamo noi”, ringhiano dal Movimento, dove enumerano resistenze e perfino dispetti da parte di dirigenti. Evocando anche influenze esterne. “Nessuna lobby riuscirà a fermarci” assicura un dimaiano di ferro come il sottosegretario Stefano Buffagni. Però il messaggio bellico fatto trapelare ieri sull’agenzia AdnKronos, quello sulla “pulizia da fare al Mef” togliendo i dirigenti legati all’ex ministro Padoan, arriva più lontano. E colpisce Tria. Accusato di essersi consegnato alla gerarchia del ministero. E di voler lasciare fuori dalla porta M5S e Lega, sulla linea come sulle competenze. E la prima dimostrazione sarebbe la battaglia sulle deleghe, tuttora congelate da Tria. Per l’ira dei sottosegretari a 5Stelle, Laura Castelli e Alessio Villarosa, e il disappunto di quello indicato dalla Lega, Massimo Garavaglia.

Ma è baruffa anche sul nuovo direttore generale del Tesoro. Con Tria che vuole a tutti i costi Alessandro Rivera, già in corsa per quel ruolo ai tempi del governo Renzi. Ma mentre la Lega non ha posto obiezioni, il M5S è contrarissimo, perché bolla Rivera come filo-dem. Però il ministro non molla. E in un vertice di pochi giorni fa a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Di Maio ha riproposto la candidatura. Respingendo con i suoi modi forbiti da accademico i tre, che invocavano le deleghe. “Lascerete fare qualcosa anche a me?”, avrebbe ironizzato.

Ma nel governo hanno poca voglia di scherzare. E cresce l’insofferenza per il Tria che si smarca dai diarchi Salvini e Di Maio, su tutto, rivendicando la sua linea europeista. E l’ultimo esempio è la blanda presa di distanza dal capo dei 5Stelle sul no alla ratifica dell’accordo Ceta. “Ma noi dobbiamo andare a fare a sportellate in Europa per chiedere flessibilità”, avvertono dal M5S. Quindi, “Tria deve ascoltarci e capire che non esistono intoccabili. Quando è stato necessario abbiamo litigato anche con il Colle…”. Ma sull’altra sponda c’è il Mef, dove non incassano in silenzio. “Il decreto Dignità era scritto male e c’erano molti problemi sulle coperture”, fanno notare. Ricordando come anche “il Quirinale abbia ritoccato in vari punti il testo” (vero). E una risposta anonima plana anche sulle agenzie: “Le relazioni tecniche sono presentate insieme ai provvedimenti dalle amministrazioni proponenti”. In questo caso dal Mise, il ministero di Di Maio, che reagisce male: “Sono sbalordito, la prossima volta metterò sotto scorta il dl quando lo mando in giro. Non ho capito perché abbia reagito il Mef, io non l’ho nominato”. E nella contesa si infila anche Padoan: “Se insinuano che qualcuno della mia ex squadra si sia comportato scorrettamente, magari perché sobillato, lo respingo sdegnosamente”. Controreplica di Di Maio: “Padoan non abbia la coda di paglia”. Sillabe da guerra, in corso.

Stop al Garante regionale sui colloqui riservati con i 41-bis

La prima sezione penale dellaCassazione, presieduta da Monica Boni, ha annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Perugia che ha consentito al Garante regionale dei detenuti di Lazio e Umbria, l’ex presidente di Antigone Stefano Anastasia, di effettuare un colloquio riservato con il boss della camorra Umberto Onda, detenuto al 41 bis a Spoleto (Perugia). Fino a quel colloquio avvenuto il 29 marzo scorso, questa prerogativa era stata riconosciuta solo al Garante nazionale istituito nel 2013 dopo l’adesione a una Convenzione Onu del 2002: attualmente è Mauro Palma. Ai Garanti regionali, ai sacerdoti e i parlamentari la legge riconosce solo il diritto di far visita, ciascuno per specifiche finalità, ai detenuti. L’istituto di Spoleto aveva negato al Garante regionale l’incontro riservato con Onda, che ha fatto ricorso; il magistrato di sorveglianza di Spoleto ha dato ragione al detenuto e il Tribunale, respingendo l’appello del Dap, ha confermato. Il Fatto aveva raccontato la vicenda il 3 marzo scorso. Ora però la Cassazione ha annullato l’ordinanza accogliendo il ricorso della Procura generale: il caso dovrà essere riesaminato secondo quanto stabilito dalla Suprema Corte.

A Venezia il daspo urbano ai cafoni. Ecco il manuale del turismo perfetto

I 25 milioni di turisti che ogni anno visitano Venezia, prima delle guide dovranno dotarsi di un documento più importante, se non vorranno terminare anzitempo la vacanza. È il dettagliatissimo (74 pagine) “Regolamento di Polizia e sicurezza urbana”, sventolato dal sindaco Luigi Brugnaro come la soluzione che riporterà il decoro in città. Il Daspo per i turisti cafoni, pur previsto dalla legge Minniti, qui assume toni esilaranti.

Ve li immagine i 3-4 mila crocieristi affacciati dalle Grandi Navi che percorrono sconciamente il Canale della Giudecca, correre a vestirsi, per non violare l’art. 32 che vieta di circolare “a bordo di imbarcazioni private, in tenuta balneare o a torso nudo”? Ve li immaginate i vigili a bordo che fanno pagare una sanzione da 25 a 500 euro e impongono di “indossare idonei capi di abbigliamento?”.

Il regolamentovieta quasi tutto. Doverosamente (art. 33), di lavarsi nelle fontane (“anche usando saponi, shampoo, colluttori e detersivi”) o fare pipì in luoghi pubblici. Con la modesta osservazione che a Venezia le toilettes pubbliche non esistono. Si rischia l’espulsione consumando cibo e bevande in luogo pubblico, salvo che nelle aree verdi, in una città dove i giardini non esistono. Basta un calice di prosecco in campo San Bartolomio e scatta la sanzione. Il modello (art. 35) è quello del turista itinerante che non può sedersi da nessuna parte (le panchine sono poche), non può mangiare neanche camminando, non può portare con sé bottiglie, salvo le monodosi (col tappo). E l’art. 36 vieta non solo di “fare il pediluvio”, ma anche il surf in Piazza San Marco con l’acqua alta. Chi cammina in ammollo con gli stivaloni è avvisato: “Deve procedere con andatura adeguata e avendo cura di non sollevare spruzzi d’acqua”. Attenzione all’orologio: dalle 19 alle 8 è vietato tutto, comprese feste di laurea o addii al celibato. Manca solo il divieto di bacio sul Ponte dei Sospiri. Ma con buona pace di Federico Moccia, l’art. 38 mette al bando i lucchetti dell’amore. Che Venezia sia destinata allo spopolamento lo dimostra infine il divieto per i bambini a divertirsi non solo con la palla, ma con “ogni altro gioco” nelle calli. Commento del consigliere Felice Casson: “Sono regole da Rambo, stile Gentilini”. E Davide Scano, M5S: “Misure che nemmeno certi regimi dittatoriali si sarebbero sognati. Ma non appena farà l’ordinanza per installare i tornelli, sarà Brugnaro stesso a violare l’art. 5 del suo regolamento, limitando l’accesso a Venezia, sito dell’Unesco”.