Animali, riforme e tanti albi. Cosa chiede il Parlamento

C’è chi vuole legiferare in materia di affido degli animali di affezione: se marito e moglie si separano, a chi va il gatto? Tra gli animali domestici c’è chi vuole far rientrare i conigli, chiedendo il divieto di consumo della loro carne. Quale bimbo non vorrebbe un bel coniglietto in regalo per Natale, possibilmente non in padella? Ma c’è pure chi si batte “per l’abolizione del servizio di piazza con veicoli a trazione animale”. Insomma, addio botticelle romane. Senza le quali Antonello Venditti non avrebbe cantato “’na carrozzella va, co’ du’ stranieri…”. E siamo solo al capitolo animali.

In mezzo ai 1.574 disegni di legge depositati in Parlamento (914 a Montecitorio e 660 a Palazzo Madama) dal 23 marzo in poi (data dell’insediamento degli eletti) si trova di tutto. Nonostante in questi tre mesi e mezzo – complice lo stallo politico post elettorale – le aule si siano riunite pochissimo, è impressionante il numero di leggi presentate in questo inizio di XVIII legislatura: una media di 1,5 a parlamentare.

In molti casi si tratta di testi-fotocopia degli anni precedenti, altri invece sono nuovi di zecca, frutto dell’ingegno e dalla fantasia dei neo eletti.

Gli animali, come detto, vanno forte. Con notevole attività legislativa da parte di Michela Vittoria Brambilla (38 ddl). Ma non solo. Paola Frassinetti (FdI) vuole vietare “detenzione e impiego di esche e bocconi avvelenati per l’uccisione di animali”; Michele Anzaldi (Pd) chiede che “gli animali domestici non possano essere pignorati”; Silvia Fregolent (Pd) vuole “libero accesso degli animali domestici negli esercizi pubblici e nelle strutture sanitarie”. Tra le proposte della Brambilla (FI) troviamo pure il “divieto di detenzione di animali marini nei centri zoologici acquatici e nei delfinari” (addio acquari?).

Sempre numerose le proposte sull’istituzione di albi e giornate celebrative. Sandra Lonardo (FI, moglie di Clemente Mastella) chiede l’istituzione di un albo nazionale degli incidenti stradali; Galeazzo Bignami (FI) vuole un albo degli imam italiani; Antonio De Poli propone l’istituzione dell’albo degli osteopati. Al capitolo celebrazioni, si chiede la creazione della “giornata della memoria del sacrificio alpino” (Guglielmo Golinelli, Lega), della “giornata delle terme d’Italia” (Gianluca Benamati, Pd), di quella “degli italiani nel mondo” (Francesco La Marca, Pd) e della “giornata nazionale della famiglia” (Paola Binetti e Antonio De Poli, FI). Proprio quest’ultimo, il senatore forzista De Poli, è uno dei più attivi, con 77 proposte di legge, dove si trova la qualunque: da una legge per lo “sviluppo delle piste ciclabili” a “disposizioni per la valorizzazione delle tifoserie nelle partite di calcio”, da “disposizioni a favore dell’arte contemporanea” a “modifiche del codice civile in favore del diritto di visita dei nonni”, con gran sollievo dei nipoti. Non male pure il collega di partito Paolo Russo (50 ddl), che, tra l’altro, propone “la disciplina dell’attività di tatuatore e piercer professionista” e la “valorizzazione e promozione della dieta mediterranea”.

Ben 58 sono invece le richieste di istituzione di nuove commissioni parlamentari, alcune su temi molto seri, altre meno: la commissione su mafie e fenomeni criminali (anche se esiste già una Commissione bicamerale antimafia), quella sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, quella sugli “illeciti sul ciclo dei rifiuti”, sulla “sicurezza delle città”, poi la commissione d’inchiesta sul caso dei due marò e quella su Ilaria Alpi. E poi commissioni d’inchiesta su bullismo normale e cyber, su Ustica, sulla violenza politica dal 1970 al 1989, sui benefici economici di cui ha goduto la Fiat nella storia italiana. Una ventina di parlamentari chiedono l’istituzione di una “commissione d’inchiesta sulle banche e i crac finanziari”, segno che il lavoro di quella presieduta da Pier Ferdinando Casini non ha soddisfatto nemmeno il Palazzo.

Moltissime, poi, le proposte di revisione costituzionale, alcune in versione presidenzialista, con la richiesta di elezione diretta del capo dello Stato (Stefano Ceccanti, Pd). Mentre da LeU si ripropone lo Ius soli e reintroduzione dell’articolo 18.

Notevole anche il capitolo prostituzione: nella Lega si vorrebbero riaprire le case chiuse, mentre alcune deputate pd propongono sanzioni per i clienti delle prostitute. Il leghista Nicola Molteni, invece, chiede la castrazione chimica per gli stupratori.

Tra le ultime presentate, infine, il grillino Stefano Vignaroli chiede “la reintroduzione del vuoto a rendere” per le bottiglie, mentre Edmondo Cirielli – anche lui ai primi posti con 73 ddl – vuole sopprimere le 20 Regioni italiane, ma per ridisegnarne altre 36 nuove di zecca. Nella passata legislatura su 7.434 leggi presentate dai parlamentari solo 77 sono approdate in Gazzetta ufficiale: l’1% del totale. A guardare molte di quelle presentate in queste settimane, c’è da tirare un sospiro di sollievo.

“Merkel ci aiuti per un ostello che ricordi la strage nazista”

Il sindaco di Stazzema, Maurizio Verona, scriverà alla Cancelliera tedesca Angela Merkel per chiedere un aiuto della Germania per realizzare a Sant’Anna di Stazzema un ostello per l’accoglienza dei giovani, progetto che verrà realizzato nella casa donata da Enrico Pieri, un superstite della strage di Sant’Anna, quando il 12 agosto 1944, 560 civili inermi furono massacrati in una rappresaglia dalle truppe tedesche. Il sindaco inviterà Angela Merkel a Stazzema. Nel 2000 il Parlamento ha istituito il Parco Nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema, per costruire il futuro anche sulle dolorose memorie del passato.

Eritrea ed Etiopia fanno pace. Stretta di mano Afewerki-Ahmed

In migliaia lo hanno applaudito lungo la strada che dall’aeroporto di Addis Abeba porta al centro della città, mentre le bandiere etiope ed eritrea sventolavano l’una accanto all’altra per festeggiare la pace ritrovata: dopo 22 anni è stato accolto così l’ex amico, poi nemico e ora di nuovo amico dell’Etiopia, il presidente eritreo Isaias Afewerki, “scortato” dal neopremier di Addis Abeba, il riformista Abiy Ahmed, che la pace firmata il 9 luglio ad Asmara, l’ha fortemente voluta. Gli ex Stati fratelli, nati nel 1991 dalla lotta comune contro il negus Menghistu, divennero nemici dopo una guerra di confine che avrebbe provocato secondo alcune fonti 100 mila morti.

“Per ogni morto in mare ce ne sono due nel deserto”

“Per ogni morto in mare ce ne sono almeno due nel deserto”, ricorda Alessandra Morelli, rappresentante dell’Unhcr (l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati) nel Niger. Dalla Capitale nigerina Niamey dove lavora, Morelli descrive l’immagine di un Sahara “ingarbugliato”, tra flussi di spostamenti tradizionali (dall’Africa subsahariana verso Algeria e Libia) e nuove rotte di migranti e richiedenti asilo verso l’Europa, dove chi non ne esce vivo “rimane spesso anonimo, perfino di più che nel Mediterraneo”. Il cuore del deserto è un gigantesco cimitero da molti anni ormai. Nel giugno 2016 erano stati ritrovati al confine tra Niger e Algeria i corpi di 34 persone, stroncate dalla sete, di cui quasi la metà donne e bambini. L’anno scorso, sempre in Niger, sono stati ritrovati più di 40 corpi solo grazie alla denuncia fatta dai sopravvissuti riusciti a raggiungere il villaggio più vicino: i trafficanti li avevano abbandonati dopo il guasto del furgone su cui viaggiavano. Un episodio non raro né isolato.

Un’inchiesta giornalistica pubblicata poche settimane fa dall’agenzia stampa Associated Press (AP) ha rivelato come più di 13 mila persone – incluse donne incinte e bambini – siano decedute negli ultimi 14 mesi a causa dei respingimenti da parte dell’Algeria, che persegue una politica di porte chiuse agli immigrati. Abbandonati nel nulla senza acqua né cibo e costretti dalla polizia di frontiera algerina a camminare per raggiungere il primo villaggio del Mali o del Niger, che si trova come minimo a 10 o 20 chilometri di distanza. Con il rischio, molto spesso tradotto in realtà, di perdersi nel deserto o di soccombere per disidratazione e fatica. Algeri da parte sua si rifiuta di fornire numeri ufficiali riguardo alle espulsioni, ma in generale, l’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni (Oim) stima in almeno 30.000 i caduti nel deserto africano a partire dal 2014. Si tratta più o meno lo stesso numero di chi negli ultimi 16 anni ha attraversato il Mediterraneo. Il cimitero Sahara, purtroppo, è davvero immenso.

Ventimiglia, in piazza per un passaporto europeo per i rifugiati

“Basta con la città che deporta, Ventimiglia città aperta”. È uno degli slogan della manifestazione a sostegno dei migranti di ieri di ieri a Ventimiglia, a cui hanno preso parte diverse centinaia di persone arrivate dal nord Italia, ma anche da Francia e Spagna. Chiedono in primo luogo un passaporto europeo per consentire ai rifugiati di spostarsi liberamente nei Paesi della Ue. In piazza associazioni, bandiere, slogan e striscioni colorati e quasi 4 mila persone, in una lunga marea colorata che si è radunata nella zona del cimitero delle Gianchette, luogo simbolico che ha ospitato il campo profughi abusivo poi sgomberato a marzo. Presente in testa al corteo anche Vauro Senesi che ha lanciato un appello al mondo della cultura a scendere in campo: “Non bastano le firme, prima l’Italia dell’accoglienza”. Su un furgone c’è un disegno che ritrae Salvini che bacia sulla guancia il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano (Pd). I manifestanti infatti hanno voluto sottolineare la loro indignazione per l’ordinanza che il sindaco aveva emesso negli anni scorsi con il divieto di somministrare cibo e bevande ai migranti per strada per motivi igienico-sanitari. “No borders, no nation, stop deportation”, è uno degli slogan della manifestazione.

Trump-Putin come Bush-Gorbaciov un rischiatutto per l’americano

S’incontreranno domani in una delle residenze ufficiali del presidente finlandese, un palazzo giallo del XIX secolo affacciato sul Mar Baltico, a pochi passi dalla coloratissima ‘piazza del mercato’: lì nel 1990 si videro i presidenti degli Usa e dell’Urss George Bush sr e Mikhail Gorbaciov. Trump e Putin sono al loro primo appuntamento bilaterale ufficiale: si sono già visti due volte faccia a faccia, In Germania e nel Vietnam, ma sempre a margine di incontri multilaterali.

Il percorso d’avvicinamento al loro Vertice dei due leader è diverso: Trump passa il week-end sui campi di golf scozzesi di sua proprietà – gli stessi dov’era il 23 giugno 2016, giorno della Brexit; Putin deve districarsi col via vai d’ospiti illustri per la finale dei Campionati del Mondo a Mosca.

Inseguito fino in Scozia dalle proteste, Trump ha testa più alle buche del golf che ai dossier del Vertice, le cui prospettive sono state molto complicate dal colpo d’acceleratore al Russiagate, con l’incriminazione di 12 agenti russi accusati d’avere danneggiato la campagna elettorale di Hillary Clinton. Forse per questo, il magnate fa meno il gradasso del solito: non ha “aspettative molto alte”, ma non esclude “sorprese”. Il Nytimes segnala una crescente distanza fra le dichiarazioni sulla Russia del presidente e quelle dei suoi collaboratori.

Il Russiagate, che era comunque ineludibile, balza in testa all’agenda: i due leader non potranno limitarsi ai siparietti dei loro due primi incontri – Donald chiede, Vladi nega, Donald gli crede. E il NYT s’interroga su come si traduca in russo “caccia alle streghe”, l’espressione con cui Trump liquida l’inchiesta sulle connessioni tra la sua campagna ed emissari russi.

Dopo la mossa del procuratore speciale Robert Mueller, Trump ha cambiato registro: tutta colpa di Obama, che non seppe impedire quanto accadde; e il risultato del voto non fu alterato.

I democratici prima chiedono la cancellazione del Vertice e poi che i due non restino mai soli, per evitare che il magnate si faccia buggerare, come già avvenuto con Kim Jong-un.

Il controllo degli armamenti è il capitolo che più interessa alla Russia, che vuole il mantenimento del trattato Inf sui missili di corto e medio raggio e l’avvio di trattative per il rinnovo dello Start sui missili intercontinentali, che scadrà nel 2021: Putin non può permettersi una corsa agli armamenti. Motivi di contenzioso non mancano, ma Mosca punta a un gruppo di lavoro bilaterale permanente.

L’Ucraina e la Crimea sono all’origine della nuova Guerra Fredda a colpi di sanzioni, politiche – l’esclusione della Russia dal G8 – ed economico-commerciali. Le voci che Trump sarebbe pronto ad abbonare a Putin l’annessione della Crimea e a riammetterlo fra i Grandi creano ansie in Ucraina e dubbi nella Nato.

La Siria è l’unico dossier su cui Trump e Putin hanno fatto progressi quando si sono visti. Gli Usa hanno di fatto accettato che al Assad resti al potere, almeno per un po’, ma vorrebbero, parlando pure per Israele, il ritiro dell’Iran dalla Siria – richiesta giudicata “non realistica” dalla Russia.

La Corea del Nord è una spina nel fianco di Trump, che nel vertice con Kim a Singapore ha solo finito col dare dignità internazionale al suo interlocutore, avendo in cambio promesse – finora non mantenute. Putin può premere sul riottoso vicino, ma vorrà qualcosa in cambio.

I fantasmi dei boschi in fuga perenne da Boko Haram

È difficile immaginare che queste rovine, solo quattro anni fa, fossero un campus universitario. “L’Arabic College era una delle più importanti istituzioni culturali per lo studio dell’arabo – mi spiega Ibrahim, il nostro camp manager –. Ora si chiama Arabic camp e ospita oltre 15 mila sfollati”. Osservo le grandi tende piantate nella polvere, scenario ricorrente di ogni campo profughi, i muri spezzati e le finestre vuote delle aule distrutte e degli uffici, le decine di bambini che ci seguono come un gregge stordito, in cerca di uno stimolo o di una distrazione dalle lunghe giornate di caldo e apatia.

I nuovi arrivi sono quotidiani. Decine ogni giorno, 640 persone ancora attendono il permesso delle autorità per essere sistemati nelle tende. Ibrahim mi indica gli ultimi, seduti all’ombra di un albero con i loro fagotti. “Siamo venuti a piedi da un villaggio a 50 km circa di distanza da qui – mi spiegano –. Abbiamo lasciato le nostre case due anni fa vivendo come nomadi. Solo adesso, con l’estendersi delle operazioni militari, siamo riusciti a scappare”. Ibrahim mi mostra una scavatrice: Intersos sta seguendo la costruzione di un pozzo. Acqua potabile, servizi igienici, cibo, medicine, materiali di uso quotidiano: c’è bisogno di tutto.

Gamboru, Stato del Borno, ultimo avamposto della Nigeria sulla principale strada di collegamento con il Camerun. Cuore di una crisi umanitaria, di un conflitto e di un continente la cui realtà sta scivolando fuori dalle cronache. Il confine è a tre km. Fino a pochi anni fa Gamboru, come la vicina Ngala e la camerunense Fotokol erano importanti centri di commercio. Oggi restano solo macerie.

Nel 2014, Gamboru e Ngala assistono a uno dei più violenti attacchi di Boko Haram: oltre 300 civili uccisi, l’esercito nigeriano si ritira, il resto della popolazione fugge nell’immensa boscaglia circostante dove vive per mesi nascondendosi. Sono ancora evidenti i segni della distruzione sistematica d’istituzioni culturali, ospedali, edifici pubblici di Boko Haram, del contrattacco sferrato dall’esercito nigeriano nei mesi successivi – case sventrate dai bombardamenti aerei, grovigli di lamiere incendiate – e dei combattimenti strada per strada.

Ancora oggi gli scontri proseguono quasi quotidianamente. Gli operatori delle organizzazioni umanitarie vanno e vengono grazie agli elicotteri dell’Onu, unico mezzo di trasporto sicuro. Pochi convogli si avventurano, sotto scorta armata, sulla strada che percorre i 140 km quasi desertici fino alla capitale Maiduguri.

L’Arabic Camp è solo uno dei campi che accolgono gli sfollati in fuga. Altri si trovano nel più vasto, International Camp. Molti ancora si rifugiano nelle case in rovina. Manca un censimento della popolazione che vive al di fuori dei campi, ma si stima che a Gamboru e Ngala risiedano oltre 100 mila persone, bisognose di ogni tipo di aiuto. Tutto è accentuato, anche rispetto alle statistiche, già drammatiche, che caratterizzano lo stato del Borno: malnutrizione infantile, problemi di igiene e rischio di diffusione di epidemie, bisogno di cure mediche.

Nel centro di salute primaria di Intersos a Gamboru vengono effettuate ogni settimana almeno 500 visite. Qui come a Bama, una delle più grandi città a 20 minuti di elicottero da Maiduguri, ma separata dalla capitale dalla vasta boscaglia di Sambisa Forest, roccaforte di Boko Haram, e completamente isolata. O a Gajiganna, che a prima vista sembra un villaggio africano da cartolina, ma in quelle capanne di fango e paglia vivono oltre 10 mila sfollati. O Dikwa, Monguno, Magumeri: tutte le cittadine e i villaggi in cui lavoriamo e che ci presentano un simile scenario di bisogni estremi e macerie. La situazione sanitaria è drammatica. La maggioranza delle infrastrutture mediche sono distrutte e i medici sono fuggiti. Nelle località lungo le vie di collegamento tra Nigeria e Camerun, ancora irraggiungibili in condizioni di sicurezza via terra, l’accesso alle cure è garantito dalla presenza delle organizzazioni umanitarie che, come Interos, hanno preso in carico, riabilitato o costruito le infrastrutture mediche, hanno riavviato i servizi e stanno formando una nuova generazione di medici locali.

Qui ogni settimana ci sono centinaia di casi di malaria sospetta o conclamata, malattie esantematiche come il morbillo, infezioni acute dell’apparato digerente o respiratorio. Dall’inizio dell’anno abbiamo già trattato oltre 1.500 casi di malnutrizione acuta severa in bambini sotto i cinque anni.

Il Borno State è uno dei luoghi con tassi di mortalità materno e infantile più alti al mondo: 1.549 donne su 100 mila muoiono per complicazioni legate alla gravidanza o al parto (in Italia 4 su 100 mila); 260 bambini ogni 1.000 muoiono prima dei 5 anni (in Italia 6 su mille). Nove su 10 di queste morti sono evitabili con appropriata assistenza medica.

* Responsabile Comunicazione Intersos

Il “ricatto” dei ras della costa. Nuovi accordi o più migranti

È passato circa un anno da quando alcuni trafficanti di esseri umani, insieme a pezzi della Guardia Costiera corrotta a ovest di Tripoli, accettarono di sbarrare il passaggio ai migranti. I trafficanti di esseri umani si trasformarono in guardie, e le guardie tornarono a fare le guardie. Quel tratto di costa per due anni era stato il principale trampolino di lancio per le persone che cercavano un passaggio verso l’Europa.

All’epoca, Roma “mandò a dire” alle controparti libiche che se non si fossero allineati sarebbero state scovate e arrestate dalle autorità internazionali. Molti degli interlocutori libici decisero di adeguarsi alle nuove regole del gioco. E il meccanismo oramai oliato si ruppe portando alla cosiddetta ‘guerra di Sabrata’ tra i principali trafficanti della città, Ahmed Dabbashi e Mus’ab Abu Qarin.

Nel frattempo le istituzioni libiche sono state affiancate e sospinte dall’Europa a mettere in cima alle proprie priorità il flusso migratorio irregolare, ovviamente in cambio di legittimità e denari. E dunque anche le meno operative unità di Guardia Costiera o altri gruppi armati sono tornati in prima linea. Lo scorso giugno il Consiglio di sicurezza Onu ha inserito Dabbashi e Abu Qarin nella propria lista nera insieme al capo della Guardia Costiera Abdul Rahaman Milad e il responsabile della raffineria della città di Zawiya, 30 chilometri a est di Sabrata.

“Con la stretta delle forze di sicurezza sul traffico degli esseri umani, i prezzi del mercato sono aumentati molto. E i grandi pesci sono tornati a lavorare con le vecchi modalità”, ha detto al Fatto una fonte di Zawiya. E giovedì, dalle coste libiche, è partito il barcone in legno con a bordo 450 migranti.

Anche le rotte su territorio libico cambiano assetto. A Ovest di Tripoli, Sabrata e Zawiya hanno ceduto il passo a Zuwara, la città che per vent’anni è stata il principale snodo per la traversata del Mediterraneo e che negli ultimi tre anni ha visto le forze locali stringere in una morsa i trafficanti locali. “Le autorità locali da sole non possono reggere ancora a lungo. E i trafficanti stanno tornando alle loro postazioni”, spiega al Fatto una fonte di Zuwara. Secondo la Guardia Costiera di Tripoli, il barcone sarebbe partito proprio da Zuwara. A est della Capitale si estende la costa da cui partono l’80% delle imbarcazioni cariche di migranti, secondo una fonte vicina alla intelligence libica. Garabulli, 50 chilometri a oriente di Tripoli, è il principale punto di imbarco insieme alla città di Al Khoms, 50 chilometri più a est.

Già ai tempi di Gheddafi, a Garabulli erano diverse le famiglie che lavoravano nel business del trasporto dei migranti: le bianche spiagge rendono quel tratto di costa idoneo per le partenze delle carrette del mare. Le dune scoscese lungo la costa sono un reticolo di sentieri che portano alla battigia. “Quei sentieri sono stati costruiti con escavatori dagli stessi trafficanti”, spiegava tempo fa un membro della Guardia Costiera durante uno dei giri di perlustrazione.

Garabulli torna oggi a essere un importante punto di imbarco. Non solo per via dello sbarramento a ovest di Tripoli, ma anche perché, pochi chilometri a sud, a Bani Walid, si trova il principale punto di transito per i migranti tra il deserto e la costa.

Dalla nascita dello Stato Islamico a Sirte nel 2015, il punto di smistamento tra sud e nord si è spostato dalla città natale di Gheddafi, Sirte, a Bani Walid. A Garabulli, inoltre, da più di due anni non esiste una struttura, seppure minima, di forze di sicurezza.

Nel 2016 pesanti scontri a fuoco tra le milizie locali e quelle della vicina città di Misurata, portarono al fuggi fuggi generale dei gruppi armati incaricati della sicurezza.

A sud, nel Fezzan, la situazione resta completamente fuori controllo.

Bande di ladroni senza appartenenza politica si moltiplicano nel vuoto di controllo da parte del governo del premier Serraj, di base a Tripoli, e del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est del Paese.

Dal Niger i migranti continuano ad arrivare in migliaia, anche se battendo sentieri più pericolosi in seguito alle attività di controllo al confine con la Libia. Nel deserto la città-oasi di Saba, la principale nella regione del Fezzan, resta il punto di passaggio principale. Proprio alla periferia di Saba, una prigione nuova di zecca e mai utilizzata dalle autorità locali, da un paio di anni funge da magazzino per i principali trafficanti della zona.

Il nesso causale di “Repubblica”

In queste settimane con articoli e commenti, il quotidiano Repubblica è stata in prima linea a difendere il ruolo delle Organizzazioni non governative nei salvataggi in mare. Tra gli argomenti contro il tentativo del ministro Minniti e poi di Salvini di arginare il loro intervento vicino alle coste della Libia. Tra gli argomenti usati dal governo Gentiloni (e, con toni diversi, da quello Conte) per difendere i limiti alle Ong c’è il fatto che la loro presenza vicino alla Libia ha spinto i trafficanti a lasciare i migranti su barconi pericolanti poco dopo la partenza, confidando sull’intervento delle navi private. Repubblica e altri difensori delle Ong hanno sempre negato che la presenza delle Ong condizionasse le scelte dei trafficanti e degli scafisti. Nel reportage di ieri da Trapani, però, l’inviata Alessandra Ziniti raccontava esattamente il contrario: “Senza più le navi delle Ong ad intercettare le imbarcazioni dopo poche ore di navigazione, senza un vero dispositivo di controllo militare, pian pianino i trafficanti di uomini hanno rimesso in mare barchini e barconi capaci di non affondare subito e hanno riacceso la vecchia rotta per Lampedusa”. Proprio quel nesso causale che tanti opinionisti di Repubblica hanno negato in questo anno: i trafficanti mollavano le persone vicino alla Libia perché c’erano le Ong pronte a salvarle.

Due fermati a Trapani Salvini esulta: “Una buona notizia”

Una buona notizia, dice Matteo Salvini. “La Procura di Trapani – scrive il ministro dell’Interno su Facebook – ha confermato l’arresto di due immigrati sbarcati ieri dalla nave Diciotti”. In realtà, i due migranti – trasferiti l’8 luglio dal rimorchiatore Von Thalassa sulla nave Diciotti della Guardia costiera insieme ad altre 66 persone – sono stati fermati per resistenza, violenza e minaccia a pubblico ufficiale e concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Salvini, al quale forse sfugge che la Procura non effettua arresti, e prima ancora il ministro del Trasporti Danilo Toninelli, avevano evocato “manette” e “misure cautelari”, con buona pace della separazione dei poteri. E ieri, sulla base delle indagini, i pm hanno fermato Bichara Tijani Ibrahim Mirghani e Ibrahim Amid, un ghanese e un sudanese, perché “in concorso” con altri non identificati, “usavano violenza e minaccia per opporsi al marinaio di guardia, al primo ufficiale, e al comandante della Vos Thalassa Corneliu Dobrescu”. L’avrebbero cioè costretto a non portarli verso la Libia ma verso l’Italia, fino all’intervento della Diciotti poi approdata a Pozzallo (Ragusa), che li ha fatti sbarcare dopo l’intervento del presidente Sergio Mattarella.