Uomini di Stato, tre familiari di vittime di Cosa Nostra

Tre siciliani, tutti familiari di vittime di Cosa Nostra. Hanno un identikit dai tratti comuni i tre uomini dello Stato chiamati a risolvere il caso dei migranti salvati dalla Vos Thalassa e portati in Italia dalla nave Diciotti. Si tratta del presidente della Repubblica, del capo della Procura di Trapani e del numero uno dello Sco della Polizia. Il più noto, Sergio Mattarella è fratello dell’ex presidente della Sicilia Piersanti, ucciso il 6 gennaio 1980. Dopo l’omicidio ha iniziato a fare politica nella Dc, difendendo sempre la memoria del padre Bernardo, che fu ministro nel dopoguerra più volte citato negli atti della Commissione antimafia. Ha sempre querelato, finora vincendo, chi ha accostato il nome del padre alle vicende mafiose. Mentre Salvini non consentiva lo sbarco alla Diciotti, il suo intervento ha sbloccato la situazione.

Alfredo Morvillo è invece procuratore a Trapani e guida le indagini sui reati commessi sulla Diciotti. È fratello di Francesca, moglie di Giovanni Falcone che morì con lui nell’attentato di Capaci. Pm a Palermo, fu tra gli 8 magistrati che all’indomani della strage di via D’Amelio contestarono il procuratore Giammanco, che aveva negato a Borsellino la delega di indagini contro Cosa Nostra, provocandone le dimissioni.

Le indagini trapanesi sono state delegate al Servizio Centrale Operativo, guidato da Alessandro Giuliano, figlio di Boris, capo della Squadra Mobile di Palermo ucciso il 21 luglio 1979 da Bagarella. Al maxi-processo, ancora ragazzo, Alessandro Giuliano raccontò che il padre, poco prima di essere ucciso, gli aveva detto: “Sto facendo delle indagini sul traffico di droga, molto pericolose”.

Il sindaco-medico: “Fateli sbarcare”. L’infermiera: “Sembrano usciti dai lager”

Ad aspettarli a terra c’è il sindaco di Pozzallo (Ragusa), Roberto Ammatuna: “Spero li facciano sbarcare presto, ma non hanno detto che hanno fatto l’accordo? Qui abbiamo messo in moto l’hotspot, potenziato i servizi”. I primi otto, donne incinte e giovanissimi, li hanno portati subito, ieri mattina, a Lampedusa. Un’infermiera del poliambulatorio dell’isola ha raccontato di aver pensato, vedendoli, agli “effetti dei campi di concentramento tedeschi della seconda guerra mondiale, tanto sono importanti gli stati di denutrizione e di disidratazione. Uno dei ragazzi che parla un po’ di inglese ci ha raccontato che per diversi mesi hanno potuto mangiare solo 30 grammi di pasta al giorno e nient’altro”.

È l’inferno dei campi libici, cui sono seguiti giorni e giorni di navigazione, stretti come sardine in 450 su quel peschereccio lungo poco più di venti metri, alcuni dicono senza mangiare. Poi li hanno trasferiti in elicottero all’ospedale Civico di Palermo. Luna, 24 anni, eritrea: “Siamo stati molti giorni in mare, senza mangiare, abbiamo avuto paura di morire. Per fortuna ci hanno soccorsi, adesso stiamo meglio” . Accanto a lei una connazionale appena 17enne, incinta di sette mesi, non parla. Al Pronto soccorso c’è un’altra giovane eritrea ridotta pelle e ossa, 27 anni, 35 chili, nei campi libici sarebbe stata anche violentata come tante altre. Ha una figlia di 4 anni: “Non mangia da tre giorni, aiutatela, datele del cibo, subito, vi prego…”. Ma il personale del Civico dice che è la bambina a prendersi cura della madre. C’è anche un ragazzo con la tubercolosi.

Sono storie drammatiche anche quelle degli oltre 400 rimasti a bordo delle due navi militari, che certo sono grandi, magari anche più comode dell’Aquarius – la nave di Sos Méditerranée costretta ad approdare a Valencia dopo una lunga traversata dopo che il governo italiano ha negato l’accesso ai porti – o della Lifeline, la nave della Ong tedesca approdata infine a Malta con l’accordo tra alcuni Paesi Ue di farsi carico pro quota dei richiedenti asilo, o dell’Aleksander Maesk, la gigantesca portacontainer tenuta per quattro giorni davanti a Pozzallo mentre la Lega di Matteo Salvini portava a termine il successo nei ballotaggi delle Comunali di giugno. Ieri alcuni di loro si sono sentiti male: “Alle 15,30, dalla nave della Finanza che è qui davanti, a sette-otto miglia, è arrivato un allarme: una signora stava male”, racconta il sindaco Ammatuna, che è anche il primario del Pronto soccorso di Modica. “Una motovedetta è andata a prenderla, avrà avuto una ventina d’anni. Il nome? Non lo so, in questo momento sono numeri: ignoto 1, ignoto 2, ignoto 3… È un’eritrea, scheletrita: presentava squilibrio idroelettrolitico, ipoglicemia cioè denutrizione, contrazioni tonico cloniche cioè tendenza a irrigidirsi, era in stato soporoso. Le hanno fatto una fleboclisi, ora sta meglio, no, non è in pericolo. Lo sarebbe se non fosse stata soccorsa, lo squilibrio idroelettrolitico vuol dire che manca un elettrolito: se si tratta del potassio, che fa funzionare il cuore, si può avere un arresto cardiaco. Poi però abbiamo saputo – prosegue il sindaco primario – che questa signora aveva lasciato a bordo della nave i suoi due bambini, un lattante e uno di due-tre anni. Così abbiamo ottenuto che un’altra motovedetta andasse a prenderli. Ci sono aspetti umani oltre i quali non si può andare”, osserva Ammatuna. E racconta di altri tre che si sono sentiti male sulla nave di Frontex: “Due somali defedati e disidradati e una donna gravida nigeriana”.

Il sindaco aspetta lo sbarco. “Quando è venuto qui Salvini – ricorda – gliel’ho detto: non sono per l’accoglienza senza limiti, ho apprezzato il ministro Marco Minniti, ho segnalato tempo fa i tunisini violenti. Ma insomma sono un uomo di centrosinistra, del Pd, ma autosospeso, perché quel partito non esiste più, è in mano a bande… Scusi, ho un’altra chiamata, è il prefetto…”.

La Guardia costiera ha paura del leghista: tocca alla Finanza

C’è chi ha giocato al gioco del cerino, due sere fa, quando l’imbarcazione con 450 migranti ha solcato le acque territoriali italiane. C’era un cerino acceso in mezzo al mare e, per questa volta, è rimasto in mano alla Guardia di finanza. È una pagina vergognosa, un capitolo solo apparentemente minore, che per gli addetti ai lavori resterà nella storia della marineria italiana. In questo retroscena si condensa una crisi che non è solo internazionale. Riguarda anche gli equilibri interni, i rapporti tra ministeri, i ruoli di Capitanerie di porto e Guardia di finanza. E attraversa inesorabilmente le vite di chi deve essere soccorso. Se il mantra estivo del governo è “porti chiusi”, la conseguenza, innanzitutto, è la seguente: chi opera il soccorso resta in mare in attesa di trovare un porto dove attraccare.

Per quanto paradossale possa sembrare, al diktat governativo non si sottraggono neanche le navi italiane, come dimostra il caso del pattugliatore d’altura Diciotti, della Guardia costiera, che tre giorni fa ha dovuto attendere ore, dinanzi al molo di Trapani, prima di vedersi autorizzato – grazie all’intervento del presidente Mattarella sul premier Conte – a sbarcare i migranti. Lo stesso è accaduto ieri alla nave Monte Sperone, della Gdf, in attesa per ore davanti al porto di Pozzallo con un carico di 266 migranti a bordo. Il che significa restare ostaggi, in mezzo al mare, delle attività diplomatiche in corso, a meno di interventi del Quirinale. Ma c’è anche di più. Sul versante politico.

Quando quattro giorni fa la Guardia Costiera– che dipende direttamente dal ministero dei trasporti, in mano a Danilo Toninelli, e quindi al M5S – è intervenuta con la sua Diciotti per recuperare i 67 migranti salvati dal rimorchiatore privato Vos Thalassa, il vicepremier Matteo Salvini ha urlato in diretta la sua reazione: “Non possiamo sostituirci ai libici”. Ne è scaturito uno scontro tra i ministri Toninelli e Salvini che, a giudicare da quel che vi stiamo raccontando, è stato nettamente vinto dal leader della Lega. Torniamo infatti al soccorso ai 450 migranti di due sere fa. Che l’imbarcazione stesse per entrare nelle acque territoriali italiane era chiaro ormai da ore, mentre si consumava inutilmente il braccio di ferro con Malta, che non ha attivato i soccorsi.

Di norma, già all’ingresso della zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) italiana, ben prima delle acque territoriali, i nostri mezzi sarebbero dovuto intervenire per portare soccorso. Ma non è accaduto. La Guardia costiera, e quindi il ministero guidato dal M5S, ha nei fatti deciso di fare “melina”. Di lasciare il cerino acceso in mano ad altri. L’imbarcazione s’è diretta verso Linosa, un’isola con appena 6 mila abitanti, per i quali gestire 450 persone sarebbe stato impossibile. La nave si avvicina, mangia miglia su miglia, ma la Guardia costiera stavolta non si muove. Il soccorso avviene a sole 5 miglia dall’isola. È la nave della Guardia di finanza, da sola, a intervenire. Soltanto 15 minuti dopo appaiono le tre motovedette della Capitaneria di porto.

Il cerino è stato lasciato in mano ai finanzieri. Questa volta Salvini non avrà nulla da dire a Toninelli. Ed è la dimostrazione di un’altra vittoria del vicepremier nei rapporti di forza con il M5S. Ma nella Guardia costiera non tutti hanno gradito questa strategia. E neanche nella Guardia di finanza. Perché le leggi del mare e le regole sui soccorsi non possono piegarsi a queste logiche.

Migranti, c’è la prima intesa: “50 in Francia e 50 a Malta”

In serata la nave Monte Sperone della Guardia di Finanza non ha ancora ricevuto l’autorizzazione a sbarcare. Ma il governo ha incassato il primo vero risultato della sua strategia all’interno dell’Unione europea: Malta e Francia hanno accolto l’invito a ospitare ciascuna 50 migranti dei 450 soccorsi nelle scorse ore sulle coste siciliane e trasbordati su due navi militari ancora al largo.

Siamo ancora lontani dai due terzi auspicati, nella sua trattativa, dal governo Conte. Ma la breccia nel muro c’è stata. E anche un via vai di lettere con i 27 Paesi dell’Ue, il presidente del consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Jean Claude Junker. Tramontata invece l’idea del vice premier Salvini di riportare i migranti in Libia – si sarebbe trattato a tutti gli effetti di un respingimento e saremmo stati condannati dall’Ue come già accadde con il ministro Maroni per fatti del 2009 – o a Malta.

La vera trattativa è stata condotta dal premier Conte e dal ministro degli esteri Enzo Moavero. Fonti della Farnesina spiegano che già nei giorni scorsi s’era discusso, con il presidente del Consiglio, di inviare una lettera a Juncker e Tusk. L’arrivo della nave con i 450, però, ha spinto Moavero a chiedere a Conte di accelerare per avanzare le proposte proprio sull’operazione in corso. “C’è stato un consenso assoluto – spiegano dalla Farnesina – sia da parte di Lega e M5s, sia da parte dei singoli ministri coinvolti, l’obiettivo era quello di esercitare un’azione imperniata su questa idea: c’è bisogno di un gesto forte per richiamare all’applicazione delle conclusioni del Consiglio europeo. C’è un caso concreto. Attuiamo subito gli impegni presi. Stiamo soccorrendo 450 persone? Abbiamo parlato di azioni condivise? Ora gestiamole insieme”. Una strategia di “assoluta conformità istituzionale” – continuano dalla Farnesina – e non un gesto provocatorio o sopra le righe”. E così sono partite le lettere di Conte. Sono stati allertati gli ambasciatori italiani all’estero e gli ambasciatori degli altri Paesi in Italia. “Continuiamo a riscontrare persistenti difficoltà nell’individuazione dei ‘luoghi sicuri’ dove far attraccare le imbarcazioni che trasportano migranti”, scrive Conte ai leader europei. E continua: “In queste ore l’Italia sta affrontando l’ennesima grave emergenza… in tale contesto, che vede l’Italia sempre in prima linea di fronte all’emergenza di soccorrere vite umane in mare, Ti chiedo di dare un segnale inequivocabile di condivisione della responsabilità nella gestione del fenomeno migratorio e della possibilità di accogliere in un porto e/o prendere carico parte delle circa 450 persone…”.

La lettera si chiude annunciando che il primo ministro maltese Joseph Muscat ha già preso l’impegno di ricollocare 50 migranti e che anche l’Italia farà la sua parte. Ai contatti telefonici con Muscat seguono quelli con Macron che offre la sua disponibilità della Francia. Pochi minuti dopo Conte annuncia: “Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 persone. A breve arriveranno le adesioni degli altri paesi europei. Finalmente l’Italia è ascoltata”. Se la breccia nel muro è arrivata, il risultato previsto dal governo deve però essere ancora raggiunto, ed è sostanzialmente racchiuso nella lettera inviata da Conte a Junker e Tusk, allegata alla missiva inviata ieri ai 27 premier dell’Ue. Il prossimo 18 luglio, intanto, alla riunione del Comitato politico e di difesa (Cops) l’Italia punta a sospendere l’effetto dell’operazione Eunavformed Sophia per eliminare l’automatismo dello sbarco in Italia dei migranti soccorsi dalle navi militari coinvolte.

Si punta ad applicare pienamente l’operazione Themis e a superare la centralità dell’accordo di Dublino che prevede la possibilità, per i migranti, di chiedere asilo soltanto nel Paese di primo approdo. “Si apre – scrive Conte – una nuova prospettiva verso una genuina politica comune per le migrazioni e si cessa di attribuire al Regolamento di Dublino il ruolo improprio di perno della gestione europea dei flussi migratori”. E ancora: “Finalmente l’Ue si apre a una logica strutturale e non emergenziale in base all’approccio organico che ho sollecitato sin dal pre vertice di Bruxelles del 24 giugno”. Segue l’invito a realizzare una serie di “linee” già “concordate con gli Stati membri”. A fine giornata a Palazzo Chigi c’è soddisfazione. Francia e Malta sono disposte a collaborare. Cento migranti sono pronti a lasciare l’Italia. Non appena saranno riusciti a sbarcare.

Calende greche

Tale è la penuria di opposizioni che chiunque stia contro il governo andrebbe preservato come i panda. Ma, nel caso di Carlo Calenda, il discorso cambia: se i 5Stelle han preso il 32% e la Lega il 17%, è anche grazie a lui; se Di Maio e Salvini sono al governo insieme, è pure merito (o demerito) suo; e se l’Armata Brancaleone gialloverde gode di questi consensi, è perché dall’altra parte ci sono lui e quelli come lui. Prima di entrare nel merito, dobbiamo confessare una grave lacuna: per quanti sforzi facciamo, non abbiamo ancora capito cosa voglia Calenda, da dove arrivi, perché si agiti tanto, se ce l’abbia mandato qualcuno o se sia venuto da solo. Le informazioni sul suo conto sono vaghe e frammentarie. Stava in Confindustria e in seguito alla Ferrari. Poi entrò nell’Italia Futura di Montezemolo, noto trust di cervelli impreziosito anche da Andrea Romano, che naturalmente colò a picco. Allora traslocò trippe e bagagli nella Lista Monti: il più catastrofico naufragio dai tempi del Titanic. A quel punto l’approdo ideale era il governo Renzi che, grazie anche al suo fattivo contributo, sappiamo com’è finito. Dopo il 4 marzo, restava da completare l’affondamento del Pd, infatti il sadico Calenda ne prese subito la tessera. E quel gesto dannunziano, al limite del sadomasochismo, fece scalpore. “Ma è proprio sicuro?”, gli chiesero increduli alla sezione “Che Guevara” dei Parioli quando presentò la domanda, risalendo la corrente di tutti quelli accorsi a revocarla. Lui confermò, ma quelli insistettero: “Cioè, lei ci sta dicendo che, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, vuole iscriversi al Pd? È certo di non avere sbagliato partito?”. E lui, tetragono: “Certissimo”.

Un mese dopo, siccome nessuno gli aveva ancora proposto di fare il segretario, apparve un po’ meno certo e minacciò di ritirare l’iscrizione. Sperava di suscitare un ampio e articolato dibattito nelle case del popolo. “Hai sentito? Il Calenda è appena arrivato e già se ne va”. “Ma non mi dire”. “Eh sì, io non stavo più nella pelle dalla voglia di averlo. E, ora che ci aveva messo l’acquolina in bocca, rischiamo di restare di nuovo soli”. “Chissà come faremo, senza di lui”. “Che perdita, per me era come una droga”. “Io non so se sopravviverò”. “Ma no, vedrete, non oserà abbandonarci in mezzo a una strada”… Invece nessuno alzò un sopracciglio. E, se uno azzardava: “Hai saputo di Calenda?”, si sentiva immancabilmente rispondere: “Calenda chi?”. Alla fine decise di restare, per spaventare i pochi pidini inclini a dialogare con Di Maio per il governo. “Ambè, se Calenda non ci sta, allora non se ne fa nulla, sennò poi chi lo sente, quello”.

Fu così che nacque il governo Conte, da lui subito ribattezzato “sovranismo anarcoide”: una di quelle geniali espressioni icastiche che nessuno capisce, ma proprio per questo spopolano sulle terrazze dei Parioli. Sulle ali dell’entusiasmo, Calenda lanciò l’idea di sciogliere il partito a cui si era appena iscritto (anticipando la sorte di quelli precedenti) per “andare oltre il Pd”. Qualcuno osservò timidamente che avevano già provveduto gli elettori, votando M5S. Lui allora rilasciò un’intervista al Foglio, un modo come un altro per entrare in clandestinità, e lanciò una nuova supercazzola con scappellamento a destra: il “Fronte repubblicano”, che seminò il terrore in casa Savoia, mentre nelle sezioni e nelle case del popolo si rincorreva un interrogativo angosciante: “C’è forse un pericolo monarchico e non ce ne siamo accorti?”. Altri ricordavano che l’ultimo partito repubblicano, quello della famiglia La Malfa, non andò mai oltre il 4%: un buon viatico. Poteva chiamarlo Fronte contro il precariato: avrebbe avuto 3,5 milioni di potenziali elettori. O Fronte contro la povertà assoluta: ne avrebbe avuti 5 milioni. Ma poi quelli avrebbero potuto chiedergli conto dei due record centrati dal Pd in 7 anni di governo: meglio non provocarli. Che differenza passi fra il Pd renziano e il Fronte calendiano, non l’ha capito nessuno, se non che Calenda è un Renzi con la pancia. Ora il leader della corrente oltrista è già oltre: punta alla Direzione. Ma l’autoreggente Martina se lo scorda e trova un posto per tutti, financo per la Madia (alla Comunicazione, tanto non apre bocca). Non per Calenda.

Lui ci rimane malissimo e si sfoga con gli altri Oltristi Anonimi in una seduta di gruppo su Repubblica: “Non è una Direzione, è un harakiri”. S’è pure fissato su Gentiloni segretario (trascurando il dettaglio che Gentiloni non ne ha voglia e sostiene Zingaretti): faccia “un passo avanti”, “nessuno può tenersi in disparte”, “scenda in campo e dica che la ricreazione è finita”, bisogna “darsi una mossa”. Perbacco, vasto programma. E il Fronte repubblicano? “Se non piace, si può definire progressista”. Massì, abbondiamo. E dove deve stare? “Sul territorio”, mica sull’iperuranio. L’importante è tenersi stretti “Minniti, Renzi, Pinotti, Bellanova, Finocchiaro, Delrio, Mancinelli”, senza dimenticare “Pisapia, Giovannini, Bentivogli, la rete di Pizzarotti, Burioni”, ma anche – si suppone – Giovanni Rana. E cacciare “Franceschini e Orlando, che pure stimo molto, ed Emiliano, che non stimo, perché sono per una convergenza con i 5Stelle”. Giusto, pussa via. E Zingaretti e Bonaccini? “Li ho messi in questo sforzo collettivo” (pure Zinga vuole dialogare col M5S, ma può ancora guarire). Non sappiamo, al momento, se e quando quest’anima in pena troverà mai pace. Ma ci sovviene il precedente di Pisapia: un anno fa imperversava su tutti i tg e i giornali, dicendo la sua anche sugli tsunami in Estremo Oriente e gli orsi polari in estinzione. Gli unici luoghi dove non risultava erano le urne e i sondaggi. Ecco, avanti un altro. In sovrappeso, però. Se si mettono insieme, fanno mezzo leader. O Stanlio e Ollio.

Olmi e Visconti: il restauro andrà in scena a Venezia

In attesa della presentazione della 75ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (29 agosto – 8 settembre), ieri si è saputo che troveranno spazio sicuramente due chicche. La Cineteca di Bologna e il suo laboratorio “L’Immagine Ritrovata” porteranno al Lido le versioni restaurate del secondo lungometraggio di Ermanno Olmi, Il posto e del film di Luchino Visconti, tratto da Thomas Mann, Morte a Venezia. Il primo fu presentato proprio alla Mostra del Cinema nel 1961 e si aggiudicò il Premio della critica. Il regista, scomparso il 5 maggio di quest’anno, lo definì “un’iniziazione”.

Secondo capitolo della Trilogia tedesca, invece, di cui fanno parte La caduta degli dei e Ludwig, Morte a Venezia venne realizzato da Luchino Visconti nel 1971 sulle note di Gustav Mahler.

“Manipolo il pubblico come fanno i politici”

“Bisogna andare avanti”. È l’ultima battuta che si scambiano i rapinatori della Zecca di Madrid nell’episodio finale della seconda stagione de La casa di carta prima di essere liberi e milionari. Ed è la promessa di Álex Pina, autore della serie più vista su Netflix, al pubblico. “La terza stagione è pronta e sarà ancora più potente”, giura ora che ha firmato un contratto in esclusiva per la piattaforma streaming. Ma ammette che “vista la forza dell’ultima scena non è stato facile trovare un inizio altrettanto convincente”.

Può anticipare qualcosa?

No, ovviamente. Abbiamo passato mesi a pensare come iniziare, come riallacciare la storia di personaggi ormai milionari. L’incipit che abbiamo trovato non deluderà nessuno.

“Il professore”, cervello dell’attacco, spiega alla banda che è importante che risultino simpatici, perché la gente capisca che sono i moderni Robin Hood.

La serie ha come tema la manipolazione, non solo nei confronti dell’opinione pubblica. Ma anche degli spettatori. Abbiamo manipolato costantemente il fulcro morale. Berlin, ad esempio, è un personaggio egocentrico e misogino che avrebbe tutti i presupposti per risultare antipatico, eppure il pubblico lo adora.

Lo stesso marketing che utilizzano i politici.

Sì, è quello che vediamo tutti i giorni. Ed è proprio nei paesi in cui è più alto il livello di scetticismo nei confronti dei politici che la serie ha funzionato di più: Argentina, Brasile, Italia…

Ha avuto molto successo anche se è molto spagnola.

Lo è, ma parla una lingua universale: c’è una “famiglia” chiusa in una casa con tutto quello che questo comporta. Sicuramente La Casa di Carta non è una serie di genere puro. È tutto nuovo, e si muove in un ambito di cultura pop.

C’è anche Almodovar, ma su personaggi più semplici.

Sì, sono personaggi molto riconoscibili, provenienti dalla periferia, da strati sociali bassi, che in comune con Almodovar hanno una stravaganza, una singolarità. Ma sono anche molto tristi, estromessi dalla società. Questo perché non dovevano avere niente da perdere nell’attacco alla Zecca.

Nell’anno del #MeToo, il personaggio di Tokyo non è femminista, ma è una donna con la D maiuscola.

Volevamo sovvertire una narrazione tipicamente maschile di un colpo così. Per questo abbiamo scelto il punto di vista più emotivo di una donna, che fosse anche il narratore onnisciente e che guidasse lo spettatore. È quello che avvicina la serie più a Luc Besson che a quelle Usa.

Qual è la sua serie preferita in assoluto?

Sono due in realtà: Breaking Bad, perché ha segnato un prima e un dopo del genere; e Californication, molto importante per l’aspetto emotivo de La Casa di Carta.

Ha appena firmato un accordo in esclusiva con Netflix. Com’è lavorare con una produzione così grande e una platea enorme?

È stupendo. Soprattutto perché quando Netflix ha bussato alla nostra porta avevamo già La Casa di Carta sulla loro piattaforma e ci chiedevano di lavorare come già stavamo facendo: disegnare personaggi molto forti, con un ritmo frenetico e la libertà creativa, per rompere gli schemi e scoprire nuove frontiere. Che poi è quello che fidelizza il pubblico delle serie.

Cosa ci aspetta oltre alla terza stagione de La Casa di Carta?

Sky Rojo una serie che rompe gli schemi del tempo reale. È come se un film si sviluppasse tutto nel terzo atto, che poi è quello che tutti si godono di più. Sarà una serie molto tarantiniana

La Spagna sarà il paese dove nasce il nuovo modo di fare serie al posto degli Usa?

Per questo ci vorrà tempo, ma credo che anche in Spagna, nei paesi scandinavi e in Italia stia succedendo qualcosa che porterà a una buona concorrenza. Poi, vincerà il migliore.

Le serie sono il nuovo cinema?

È così. Sono il romanzo del Terzo millennio.

Tornando a Almodovar, lui non la pensa così.

Lo so. Come molti che fanno cinema. Ma è così. Mia figlia vede solo serie, su ogni dispositivo. Dalla mattina mentre va a scuola sull’iPad, alla sera davanti alla tv. Il futuro è questo.

Autostrade per l’Italia, la campagna social sulla corsia di destra scatena l’ironia in Rete

Autostrade per l’Italia conosce i suoi polli. Complici l’ufficio marketing e le partenze estive che intasano il flusso stradale, ha indetto una campagna di sensibilizzazione goliardica sui social network per tutti gli automobilisti dal titolo: Adotta una corsia di destra. Sottotitolo: “Si sente sola e abbandonata. Utilizzala più spesso e contribuirai anche a migliorare la sicurezza autostradale”. La storia dei ribelli della corsia a destra ha preso piede negli anni ‘80, quando venne introdotta la terza carreggiata. E il codice stradale prevede questo: qui viaggiano i veicoli lenti, in quella centrale i veicoli a velocità normale, mentre quella di sinistra serve ad effettuare i sorpassi. Fin qui, tutto chiaro. Più o meno. Sennonché, dal giorno in cui nacque la terza, forse in preda al complesso di inferiorità, gli italiani pensarono: “Ma perchè mai dovrei viaggiare a destra? Mica ho un veicolo lento! Guarda qui che bolide. Figurarsi”. Una triste storia che si ripete anche a distanza di trent’anni, con il traffico che nel frattempo si è intensificato.

Rimangono, tuttavia, degli stolidi sostenitori della marcia a destra a tutti i costi. Alcuni di loro, in questi giorni, allietano la pagina Facebook di Autostrade per l’Italia con freddure o aneddoti. Uno ha scritto: “Qualche notte fa, ho viaggiato per 75 km tra le 3:30 e le 4:30, rimanendo sempre sulla destra ho superato almeno 8 autoveicoli, tutti in seconda corsia imperterriti, con autostrada deserta. Mi pare ci sia stata una fuga di cervelli negli ultimi anni”.

Un altro scrive: “24 ore fa sull’A4 tra casello Brescia Est e Desenzano: ho percorso la corsia di destra indisturbato a 100/110 km/h mentre almeno una settantina di auto procedevano a una velocità 80-90km/h sulla corsia centrale e di sinistra. Qualcosa di misterioso”. A sintetizzare gli umori degli italiani c’è infine l’utente che ha scritto: “Viaggia a destra, contribuirai a diminuire il numero di insulti che ti beccherai se non lo fai”.

Un’operetta rock celebra la Francia decapitata

A prescindere del verdetto dei Mondiali atteso per domani, la grandeur di Francia si autocelebra oggi, giornata della principale festa nazionale. Alla rivoluzionaria ricorrenza non servono presentazioni, semmai serve uscire dall’imbarazzo della scelta nella cine-ammucchiata ad essa dedicata. Sorprende un poco che l’opera più originale perché slegata dalle convenzioni non giunga da un talento nazionale bensì dallo sguardo originale e assolutamente pop di una regista americana, Sofia Coppola. Su soggetto proprio, la figlia di Francis Ford opta di concentrarsi sulla figura femminile più iconica che gravitò nel periodo pre e durante la Rivoluzione, quella Marie-Antoinette (titolo originale del film) di cui tutto e il suo contrario si è detto e scritto. Eppure la normalissima teenager incarnata da Kirsten Dunst profuma di inedito, come se fino a quel 2006 – anno di produzione e uscita del film – nessuno l’avesse così immaginata. Esperta ritrattista di figure femminili, specie se osservate in gruppo, la Coppola non si limita a circondare la sua germanica reginetta di Francia di lustrini, pailettes e vizietti di ogni sorta (incluso il leggendario amante svedese, il conte von Fersen) ma la incorona di una colonna musicale da urlo, quasi da poter considerare Marie-Antoinette un musical in dramedy, un’operetta rock. Già perché non solo di Vivaldi o di Scarlatti si compone la soundtrack ma anche e soprattutto di una spettacolare selezione fra i generi e le derivazioni del rock e del pop: dai New Order ai Cure, dagli “amici di casa” AIR ai tribal punk Bow Wow Wow. Insomma, un vero film cult in costume procacciatore di gioia per le orecchie e per gli occhi con la punta di diamante nei magnifici costumi realizzati dalla nostra Milena Canonero, per l’occasione premiata agli Oscar.

Giallo a Ponte Milvio: una basilica cristiana sul Tevere?

È un vero mistero quello emerso dallo scavo archeologico di Via Capoprati, situato a Roma lungo la riva destra del Tevere, a pochi passi da Ponte Milvio. La Soprintendenza Speciale di Roma ha infatti annunciato che il team diretto da Marina Piranomonte – che dallo scorso autunno si occupava dello scavo – ha portato alla luce un complesso architettonico dove è possibile identificare con chiarezza almeno due strati, appartenenti a due diverse fasi storiche: la parte più antica delle costruzioni scoperte di piena età imperiale (tra il I e II secolo dopo Cristo) e probabilmente appartenente a un più ampio edificio con funzione commerciale e la seconda, più recente, sulla quale il mondo degli archeologici si sta interrogando.

Le strutture in questione appartengono al III-IV secolo dopo Cristo e sono frutto di una rasatura delle costruzioni precedenti sopra alle quali sono state edificate delle murature in opera vittata (alternanza di ricorsi di laterizi e tufelli) e degli straordinari pavimenti in opus sectile. Se in un primo momento si era ipotizzato facessero parte di una villa suburbana di età tardo imperiale, una nuova scoperta, avvenuta grazie all’allargamento della scavo, voluto e finanziato dalla Soprintendenza, ha rimesso in discussione la loro funzione. Si tratta di un esteso nucleo cimiteriale, composto da circa tre-quattro tombe e caratterizzato da sepolture di differente tipologia architettonica. Il complesso è della stessa epoca delle ultime costruzioni e ha quindi portato gli esperti ad abbandonare l’idea che quelle strutture fossero un’abitazione in favore di una suggestiva ipotesi che vorrebbe questi resti parte di un’antica basilica cristiana. La planimetria della struttura, infatti, nel complesso sembra quella di un luogo religioso che si ipotizza possa essere stata una piccola basilica o, viste le dimensioni, un battistero sempre adibito al culto cristiano.

Ma non è tutto: gli edifici tardo antichi, come spesso accadeva, sono state rioccupati e riutilizzati nel corso degli anni, come testimoniano la costruzione di alcune piccole fornaci sopra il cimitero e l’allestimento, nell’area circolare più grande, di un pavimento realizzato con materiali di reimpiego.

Insomma ancora una volta Roma restituisce agli amanti della cultura un affascinante rompicapo su cui gli esperti sono già al lavoro. L’ipotesi che i resti siano di una basilica cristiana è infatti ora al vaglio degli studiosi che cercheranno, tramite la datazione dei reperti e il consulto degli archivi e delle fonti storiche, di dare una risposta certa su quale fosse il vero utilizzo di queste strutture.