Professione: reporter. Ex professione: cantante. Leandro Barsotti si è definitivamente convertito al giornalismo: una volta riempiva le pagine di cronaca facendo parlare di sé, ora le riempie scrivendole. Da solista a cronista, ma sempre sul pezzo: quello che l’ha reso famoso è uscito alla fine del 1994, eliminato durante il Festival italiano di Canale 5, condotto da Mike Bongiorno, ma subito in vetta alle classifiche radiofoniche. Mi piace, si intitolava quel tormentone fuori stagione, che imbarcò Barsotti sul meraviglioso transatlantico della musica: “Il successo è arrivato subito, nel 1995: la hit è andata fortissimo, anche all’estero. Dopodiché, nel 1996 e nel 1997, ho partecipato a Sanremo”, racconta al Fatto, prendendosi una pausa dal desk del Mattino di Padova, per cui oggi è caporedattore web.
A Sanremo portò Lasciarsi amare (’96) e Fragolina (’97), altro fortunato motivo: “Dopo ho smesso, del tutto direi: ho fatto ancora qualche piccola cosa, ma non da professionista. Ai tempi lavoravo già come giornalista nella mia città, Padova, e mi sono dedicato totalmente a quello. Le motivazioni che mi hanno spinto a cambiare vita e mestiere sono diverse, ma sicuramente la prima è l’interruzione del contratto con la mia produttrice Mara Maionchi e suo marito Alberto Salerno. I contratti finiscono, è così: siamo rimasti amici, però il lavoro insieme era terminato”. Recentemente la coppia di discografici ha scritto la prefazione dell’ultimo libro di Barsotti – il romanzo L’amore resta (L’Orto della Cultura, 2016) –, spifferando cosa li aveva spinti a ingaggiarlo: “Può sembrare una pazzia, ma a quei tempi decidemmo di metterlo sotto contratto grazie a una sua lettera di presentazione che ci colpì molto”.
A fine anni Novanta, Leandro interruppe anche la collaborazione con il suo arrangiatore, Michele Canova, “che oggi è il più grande produttore italiano. Ci siamo persi di vista: lui è partito per Milano e poi per Los Angeles. Comunque io ho continuato a dedicarmi alla scrittura: in una redazione anziché in uno studio di registrazione, scrivendo sporadicamente anche testi per altri, come i Ragazzi italiani, Jo Squillo, Riccardo Fogli… Però pian piano, come in tutti i lavori, se metti un piede fuori, ti allontani sempre di più”.
Mi piace: “Soprattutto raccontare storie. Non sono un cantante puro, un interprete”, ma un autore. Laureato in criminologia e giornalista professionista, Barsotti, da scrittore, ha firmato due libri (Il jazz nel burrone, biografia di Serge Gainsbourg, e il succitato romanzo d’amore) e, da cantautore, ha realizzato otto album, di cui cinque negli anni Novanta, che gli hanno regalato visibilità e fama: Il caso Barsotti (’91); Ho la vita che mi brucia gli occhi (’92); Vitamina (’94); Bella vita (’96); Fragolina Collection (’97). Al telefono il caporedattore non sembra però rimpiangere gli anni ruggenti del successo; anzi, dice di aver vissuto la metamorfosi “serenamente. Soprattutto non ho vissuto la sofferenza economica, per cui molti, improvvisamente, si ritrovano con le pezze al c… Io avevo già un altro lavoro bello: mi è bastato dedicarmi a quello. Certo, un po’ dispiace perdere alcune cose: quando hai una canzone in radio, tutti la sentono, le persone ti fermano al bar o in strada per ringraziarti. Poi, quando i successi passano, quella parte di super-ego, chiamiamola così, un po’ ti manca. Però col giornale ho ancora una forma di gratificazione simile. Ho scritto libri; ho sempre parlato di quello che mi interessa, cioè i sentimenti; ho una famiglia, due figli grandi: insomma ho trovato una strada comunque bella e che mi soddisfa molto. Non credo che le persone siano riducibili a una professione soltanto: non è che se smetti di essere un cantante allora non sei più niente. Chiunque può esprimersi come vuole, in qualsiasi momento della propria vita. Se mi venisse in mente una canzone adesso, romperei le palle a tutti pur di pubblicarla, ma sempre senza l’ambizione di rivoluzionare la storia della musica”.
Rispetto ad altri colleghi-meteore, che hanno perseverato, spesso in modo autolesionistico, Barsotti ha avuto la saggezza di levarsi anzitempo, potando le radici che lo tenevano attaccato al palcoscenico: “Diciamo che sono realista, e cerco di vedere tutte le sfaccettature. Ma capisco anche i colleghi che continuano a fare musica: il successo è una cosa che veramente ti cambia dentro. Oltretutto, il successo musicale è molto più forte di quello letterario o giornalistico, perché quando canti arrivi direttamente al cuore delle persone, entri nei loro sentimenti, nelle loro emozioni: ti senti quasi un angelo che sta portando agli altri un dono più grande di lui, come se fossi investito di qualcosa di speciale”. Certo il contatto col pubblico, i concerti dal vivo, le performance live possono creare dipendenza… “Allora non c’erano i social, ma ero veramente sommerso di lettere e messaggi vocali. Mi ricordo che una volta sono andato ospite a Non è la Rai e alla sera avevo la segreteria telefonica completamente invasa dai messaggi di ragazzine innamorate. Ovvio che questo ti cambia, facendoti sentire un semidio. Però bisogna imparare a gestire il successo e a gestirsi, anche per non diventare un facile strumento nelle mani di altri. Purtroppo ci sono artisti che rimangono intrappolati nel meccanismo pericoloso della fama: ne ho conosciuti tanti, e un po’ mi dispiace che vivano ancora nel ricordo di vent’anni fa. Anche io, volendo, potrei andare in giro a cantare nei localini e farmi dare 200 euro a serata. Sì, può essere, ma non me ne frega niente: non faccio musica per quello. Ho scritto canzoni perché mi piaceva raccontare storie e poi, finito quello, ho continuato a scrivere. Comunque. Ci sono sempre cose belle che puoi fare di te stesso se non ti lasci schiacciare in una scatola. Non nego di aver passato anni molto belli, ed è ovvio che tutti vorremmo essere Vasco Rossi”. Ma capita solo a Vasco Rossi.