Leandro Barsotti, adesso “Mi piace” una redazione

Professione: reporter. Ex professione: cantante. Leandro Barsotti si è definitivamente convertito al giornalismo: una volta riempiva le pagine di cronaca facendo parlare di sé, ora le riempie scrivendole. Da solista a cronista, ma sempre sul pezzo: quello che l’ha reso famoso è uscito alla fine del 1994, eliminato durante il Festival italiano di Canale 5, condotto da Mike Bongiorno, ma subito in vetta alle classifiche radiofoniche. Mi piace, si intitolava quel tormentone fuori stagione, che imbarcò Barsotti sul meraviglioso transatlantico della musica: “Il successo è arrivato subito, nel 1995: la hit è andata fortissimo, anche all’estero. Dopodiché, nel 1996 e nel 1997, ho partecipato a Sanremo”, racconta al Fatto, prendendosi una pausa dal desk del Mattino di Padova, per cui oggi è caporedattore web.

A Sanremo portò Lasciarsi amare (’96) e Fragolina (’97), altro fortunato motivo: “Dopo ho smesso, del tutto direi: ho fatto ancora qualche piccola cosa, ma non da professionista. Ai tempi lavoravo già come giornalista nella mia città, Padova, e mi sono dedicato totalmente a quello. Le motivazioni che mi hanno spinto a cambiare vita e mestiere sono diverse, ma sicuramente la prima è l’interruzione del contratto con la mia produttrice Mara Maionchi e suo marito Alberto Salerno. I contratti finiscono, è così: siamo rimasti amici, però il lavoro insieme era terminato”. Recentemente la coppia di discografici ha scritto la prefazione dell’ultimo libro di Barsotti – il romanzo L’amore resta (L’Orto della Cultura, 2016) –, spifferando cosa li aveva spinti a ingaggiarlo: “Può sembrare una pazzia, ma a quei tempi decidemmo di metterlo sotto contratto grazie a una sua lettera di presentazione che ci colpì molto”.

A fine anni Novanta, Leandro interruppe anche la collaborazione con il suo arrangiatore, Michele Canova, “che oggi è il più grande produttore italiano. Ci siamo persi di vista: lui è partito per Milano e poi per Los Angeles. Comunque io ho continuato a dedicarmi alla scrittura: in una redazione anziché in uno studio di registrazione, scrivendo sporadicamente anche testi per altri, come i Ragazzi italiani, Jo Squillo, Riccardo Fogli… Però pian piano, come in tutti i lavori, se metti un piede fuori, ti allontani sempre di più”.

Mi piace: “Soprattutto raccontare storie. Non sono un cantante puro, un interprete”, ma un autore. Laureato in criminologia e giornalista professionista, Barsotti, da scrittore, ha firmato due libri (Il jazz nel burrone, biografia di Serge Gainsbourg, e il succitato romanzo d’amore) e, da cantautore, ha realizzato otto album, di cui cinque negli anni Novanta, che gli hanno regalato visibilità e fama: Il caso Barsotti (’91); Ho la vita che mi brucia gli occhi (’92); Vitamina (’94); Bella vita (’96); Fragolina Collection (’97). Al telefono il caporedattore non sembra però rimpiangere gli anni ruggenti del successo; anzi, dice di aver vissuto la metamorfosi “serenamente. Soprattutto non ho vissuto la sofferenza economica, per cui molti, improvvisamente, si ritrovano con le pezze al c… Io avevo già un altro lavoro bello: mi è bastato dedicarmi a quello. Certo, un po’ dispiace perdere alcune cose: quando hai una canzone in radio, tutti la sentono, le persone ti fermano al bar o in strada per ringraziarti. Poi, quando i successi passano, quella parte di super-ego, chiamiamola così, un po’ ti manca. Però col giornale ho ancora una forma di gratificazione simile. Ho scritto libri; ho sempre parlato di quello che mi interessa, cioè i sentimenti; ho una famiglia, due figli grandi: insomma ho trovato una strada comunque bella e che mi soddisfa molto. Non credo che le persone siano riducibili a una professione soltanto: non è che se smetti di essere un cantante allora non sei più niente. Chiunque può esprimersi come vuole, in qualsiasi momento della propria vita. Se mi venisse in mente una canzone adesso, romperei le palle a tutti pur di pubblicarla, ma sempre senza l’ambizione di rivoluzionare la storia della musica”.

Rispetto ad altri colleghi-meteore, che hanno perseverato, spesso in modo autolesionistico, Barsotti ha avuto la saggezza di levarsi anzitempo, potando le radici che lo tenevano attaccato al palcoscenico: “Diciamo che sono realista, e cerco di vedere tutte le sfaccettature. Ma capisco anche i colleghi che continuano a fare musica: il successo è una cosa che veramente ti cambia dentro. Oltretutto, il successo musicale è molto più forte di quello letterario o giornalistico, perché quando canti arrivi direttamente al cuore delle persone, entri nei loro sentimenti, nelle loro emozioni: ti senti quasi un angelo che sta portando agli altri un dono più grande di lui, come se fossi investito di qualcosa di speciale”. Certo il contatto col pubblico, i concerti dal vivo, le performance live possono creare dipendenza… “Allora non c’erano i social, ma ero veramente sommerso di lettere e messaggi vocali. Mi ricordo che una volta sono andato ospite a Non è la Rai e alla sera avevo la segreteria telefonica completamente invasa dai messaggi di ragazzine innamorate. Ovvio che questo ti cambia, facendoti sentire un semidio. Però bisogna imparare a gestire il successo e a gestirsi, anche per non diventare un facile strumento nelle mani di altri. Purtroppo ci sono artisti che rimangono intrappolati nel meccanismo pericoloso della fama: ne ho conosciuti tanti, e un po’ mi dispiace che vivano ancora nel ricordo di vent’anni fa. Anche io, volendo, potrei andare in giro a cantare nei localini e farmi dare 200 euro a serata. Sì, può essere, ma non me ne frega niente: non faccio musica per quello. Ho scritto canzoni perché mi piaceva raccontare storie e poi, finito quello, ho continuato a scrivere. Comunque. Ci sono sempre cose belle che puoi fare di te stesso se non ti lasci schiacciare in una scatola. Non nego di aver passato anni molto belli, ed è ovvio che tutti vorremmo essere Vasco Rossi”. Ma capita solo a Vasco Rossi.

 

Bidet e altri motivi per odiare i cugini

Anche gli italiani che vivono a Parigi, per studio o per lavoro, e che magari ci hanno pure fondato una famiglia, si ritroveranno davanti alla tv domani, in un bar o nel salotto di casa, insieme agli amici francesi, a tifare (magari in segreto o senza troppo dare nell’occhio) per la Croazia. Eppure questi Bleus

non hanno nulla a che vedere con la Nazionale di Domenech dei Mondiali del 2010, in Sudafrica, quella degli insulti di Anelka al Ct e del ridicolo “sciopero” dei calciatori. Oggi tutti apprezzano la complicità discreta e l’abilità tecnica di Deschamps. Il pubblico adora Mbappé e Griezmann. Si scherza allegramente sulla barba “portafortuna” di Adil Rami. Ci si fa facilmente contagiare dal clima di effervescente ilarità in cui il Paese vive da giorni.

Forse allora è la naturale simpatia per l’outsider. In questo caso un paese di poco più di 4 milioni di abitanti che è sul punto di realizzare un sogno. Davide contro Golia, la Francia, 66 milioni di abitanti, il paese della Rivoluzione e della grandeur, di Baudelaire, Hugo…

Ma forse c’è anche altro e bisogna andare a ripescare quella intrinseca, proverbiale, rivalità che a noi italiani ci farebbe comunque tifare “contro” la Francia, qualunque altra squadra fosse sul campo. Anche solo per dispetto verso quei cugini che continuiamo a prendere in giro per il bidet, mentre loro si ostinano a servire la pasta (scotta) a contorno della carne.

Nel calcio essere neutrali è impossibile così come per un italiano tifare Francia. Un’antipatia, vera o per gioco, che alcuni fanno risalire finanche a Bonaparte e altri, con i piedi nel presente, allacciano a Emmanuel Macron, il presidente belloccio e educato nei modi, con la faccia da primo della classe e la puzza sotto il naso, in cui sembrano convergere i classici difetti di carattere che si attribuiscono ai francesi, primo tra tutti l’arroganza.

Tempo fa un sondaggio (inglese) aveva rivelato che i francesi sono considerati il popolo più inospitale e antipatico del mondo. Loro sono così toccati da tale cattiva reputazione che, da qualche anno, il viaggiatore in arrivo a al principale aeroporto di Parigi è accolto dal cartello gigante Paris vous aime, che vuole essere rassicurante, ma la dice lunga su tante cose. I francesi sembrano fieri a noi italiani perché si vantano tanto del loro paese, il miglior paese del mondo, ai loro occhi, senza pensare che probabilmente siamo noi a non vantarci abbastanza del nostro. Ci irritano per la loro affettata e falsa gentilezza, che tuttavia certe volte può essere meglio di tanta vera maleducazione che si vede altrove. Ci paiono snob perché mangiano le rane che però mancano nella cucina di tutti i giorni. Non ci sembrano mai felici perché fanno sempre sciopero, un diritto che però loro non hanno dimenticato di avere. Certe volte poi si dice Francia, ma si pensa Parigi. I parigini in effetti sono meno amiconi di noi italiani, ma forse sono solo più riservati e più lenti a stringere amicizia.

Quanti sono i clichè, tante sono le mezze verità. Se un mito da sfatare c’è è quello che vuole che gli Champs Elysées siano la plus belle avenue du monde. Un leit motiv che torna a ogni finale di Tour de France. C’è da chiedersi quale parigino e turista trova ancora così bello questo viale affollato e trafficato a ogni ora del giorno. Ma è lì che i parigini si riverseranno domani sera se i Bleus porteranno a casa la coppa. Infondo, come cantava Maurice Chevalier, Paris sera toujours Paris.

Il “nuovo ordine mondiale” tifa gli ultra-nazionalisti croati

Per chi tifare domani sera? Il cuore batte per i Vatreni (i fiammeggianti croati). Per un piccolo Paese incredibile produttore di grandi talenti del calcio. Con giocatori tecnici e seducenti.

La critica della ragion pura calcistica, invece, è tutta per i francesi.

Il tifo per i croati è condiviso dalle piccole, giovani e fragili patrie che scuotono il Vecchio continente: l’indipendenza della Croazia è recentissima, venne riconosciuta per prima da Austria, Germania, Italia e Vaticano nel 1992. L’adesione alla Unione europea è del 20 aprile 2004. Sebbene la Croazia sia europeista, è anche fieramente ultranazionalista.

Per questo raccoglie solidarietà dalle tifoserie dei Paesi più euroscettici: come la confinante Ungheria di Viktor Orban. Come l’Austria del giovane cancelliere populista Sebastian Kurz che vuole combattere, come ha dichiarato appena eletto, “il Nuovo Ordine Mondiale”. In cui ci sarebbero i grandi poteri occulti della Francia.

Persino gli svizzeri spalleggiano i croati: non sono stati due rossocrociati di origine kosovara – Shaqiri e Xhaka – a fare il gesto dell’aquila bicefala che evoca la Grande Albania, dopo aver sconfitto la Serbia? Ed essere stati poi esaltati dai croati?

A questa rombante e identitaria comitiva filo-croata si è accodato il ministro degli Interni Matteo Salvini, che ha annunciato la sua presenza allo stadio Luzhniki e ha minacciato: “Tiferò contro la Francia”, rilanciando la sua antipatia per Emmanuel Macron. Dunque, spasimerà per la Croazia.

Empatia sovranista? Da milanista, rosica un po’: l’unico croato rossonero, il difensore Ivan Strinic non ha brillato molto; la gloria se la sono spartita gli interisti Ivan Perisic e Marcelo Brozovic, oltre allo juventino Mario Mandzukic.

Quanto agli amici russi, non condividono la scelta di Salvini: dopo l’affronto di Domagoj Vida, il terzino croato che ha dedicato la vittoria sulla Russia alla nemica Ucraina, tiferanno compatti per la Francia. Per la soddisfazione di Macron, in tribuna (mano nella mano con l’inseparabile Brigitte) a fianco di Vladimir Putin e della bionda esuberante Kolinda Grabar-Kitarovic, presidente della Croazia.

Il “piccolo Napoleone” pregusta il successo. L’altro, il grande Napoleone, quello vero, i russi l’hanno obbligato a scappar via, coi cosacchi a tallonarli sino a Parigi… Contro Macron è schierato (politicamente) il Gruppo di Visegrad.

Ergo, lo sarà sul fronte del tifo. Sorpresa: assieme agli spagnoli. La politica non c’entra nulla. Semplicemente, perché Luka Modric è il regista del Real Madrid, come Ivan Rakitic lo è del Barcellona.

Celebrandoli, riscattano la delusione del calcio spagnolo. In questo sconquasso geopolitico si inserisce il deluso Belgio (attraversato da pulsioni autonomiste).

Revanche. Vendetta. Contro gli sfottò e la spocchiosa superiorità dei vicini. Contro chi li ha battuti, “anche se siamo stati noi a giocare meglio”.

Ma i francesi godranno di un appoggio inatteso.

Poiché Perisic e Mandzukic hanno imposto la Brexit in semifinale, per contrappasso, Londra si schiera al fianco di Macron. Non si illuda, Emmanuel: l’assist è dettato da ripicca. Nessun pentimento della May. Il calcio è assai versatile, il pallone capriccioso. E poi, in campo, metà dei finalisti giocano nella Premier League.

“Suoniamo contro il colonialismo occidentale”

Ifan italiani della dance elettronica e gli amanti della musica etnica impegnata, hanno appena vissuto per la prima volta dal vivo la band palestinese formatasi ad Amman, in Giordania, nel 2013 che ha suonato mercoledì a Cividale del Friuli. I 47Soul. band composta da 4 “levantini” mescola elementi sonori mediorientali e occidentali, con testi sempre di taglio politico, ineggianti alla libertà di movimento e all’uguaglianza indipendentemente dal luogo di nascita. “Portiamo il sound della nostra regione, la Grande Siria, il Levante che include Palestina Libano e parte dell’Iraq”. I 4 hanno passaporti di paesi diversi.

Perché 47soul?

Il 1947 fu l’ultimo anno in cui i palestinesi poterono muoversi liberamente tra Gerusalemme, Damasco, Amman, Beirut. La data simboleggia a libertà di movimento.

In una canzone menzionate i “semiti”, perché?

Gli idiomi di radice semita sono parlati tanto dagli arabi, tra i quali i palestinesi, quanto dai cananei, etiopi ed ebrei. Ci riferiamo al fatto che le entità politiche non ci rappresentano in quanto semiti.

Come giudicate il fatto che nella storia i “fratelli arabi” hanno sfruttato la causa palestinese in chiave anti-israeliana?

Noi pensiamo che i paesi arabi hanno cercato di aiutare la causa palestinese ma il viaggio è lungo e, come si può vedere chiaramente in questo periodo, non è facile sconfiggere un sistema coloniale occidentale che ha diviso il mondo arabo e cospirato per creare uno stato illegale, Israele, fondato sulla colpa. Anche se i governi dei vari paesi arabi ci hanno delusi, la nostra generazione incolpa innanzitutto il colonialismo occidentale che ha fatto dell’occupazione della Palestina il suo progetto più grande e malvagio.

Credete ancora nella soluzione dei due Stati?

No, perché è una visione settaria e fascista. Abbiamo invece sempre auspicato la soluzione di un solo Stato per due popoli, che garantisca uguali diritti a tutti i propri cittadini e riconosca che la cultura di questa zona del mondo è quella araba. Quella cultura che, prima del colonialismo occidentale, aveva sempre promosso la convivenza tra persone di diverse fedi.

Siete mai stati a Gaza?

Alcuni di noi ci hanno vissuto, alcuni hanno genitori cresciuti lì.

Come giudicate Hamas? Non credete che stia usando la frustrazione degli abitanti della Striscia per mantenere il potere?

Discutere di Hamas mentre il regime sionista ha diritto di vita e di morte sui palestinesi finisce per incolpare le vittime anziché coloro che hanno generato questa situazione usando le armi e imponendo la segregazione attraverso barriere e muri. Chi protesta a Gaza è gente a cui il diritto internazionale ha garantito sulla carta il diritto a tornare nelle case dove abitavano prima della nascita di Israele.

Credete che prima o poi ci sarà pace tra israeliani e palestinesi?

Per prima cosa va usata la giusta terminologia. Non c’è pace senza giustizia, e non c’è giustizia senza comprensione della realtà. Innanzitutto andrebbe chiesto agli ebrei della diaspora se il regime sionista-fascista li rappresenta.

Perché cantate in due lingue?

47Soul è un progetto per costruire ponti. Inoltre noi rappresentiamo i palestinesi della diaspora, tra i quali molti hanno perso la lingua araba. Noi vogliamo creare intese mentre intratteniamo con la nostra musica.

Perché avete deciso di basarvi a Londra?

È una città cosmopolita. Poi i nostri documenti e passaporti non ci permettono di andare in giro liberamente per il mondo arabo molto, soprattutto in Palestina.

Cosa pensate del problema dei rifugiati e delle Ong che salvano i migranti in mare?

Dovrebbe chiederci delle guerre, di chi le genera e ne trae beneficio, prima di parlare del cosiddetto problema dell’immigrazione. In ogni caso chiunque aiuti un essere umano sofferente è un essere umano migliore.

La regina d’Inghilterra era Trump: May sbranata

“È una donna formidabile”, cinguetta Donald Trump a Theresa May nella conferenza stampa congiunta dopo il loro incontro a Chequers, la residenza ufficiale di campagna del primo ministro. La ragione di Stato si impone perfino sul presidente degli Stati Uniti più spregiudicato della storia che ieri, a conclusione dei colloqui bilaterali, non faceva che complimentarsi con la May, poche ore dopo averla pugnalata alle spalle in un’esplosiva intervista apparsa giovedì notte sul Sun. Che, con una diffusione di 1 milione e mezzo di copie al giorno è il tabloid popolare più diffuso nel Paese e il preferito dai populisti britannici.

Un’intervista dai contenuti pesantissimi, in cui Trump criticava radicalmente l’approccio del premier britannico alla Brexit, dichiarava che il piano di Londra per l’accordo commerciale con l’Ue avrebbe reso impossibile un accordo bilaterale con gli Usa e sembrava lanciare la volata a Boris Johnson, dicendo di considerarlo un ottimo potenziale primo ministro. La notte e la mattinata erano trascorse in briefing febbrili fra i collaboratori dei due leader per limitare i danni diplomatici di quelle esternazioni, di cui la May era stata informata mentre si trovava a Blenheim Castle, proprio in compagnia dei Trump, a magnificare a 150 capitani d’industria i benefici del suo piano. Alla fine, quello che si candidava a essere l’incontro coi giornalisti più imbarazzante nella lunga special relationship fra i due Paesi si trasforma nell’ennesimo one man show. Il presidente liquida l’intervista definendola una fake news, invita i cronisti presenti ad ascoltare la registrazione originale e poi conferma il suo disprezzo per la categoria rifiutando di rispondere alle domande della Cnn. Un disprezzo in cui arruola anche la May; dice di averle chiesto scusa e che lei ha risposto di non preoccuparsi, “è solo la stampa”.

E insomma, i due ora vanno d’amore e d’accordo. Tanto che sul tema cruciale del futuro accordo commerciale, lui rassicura: “Qualsiasi cosa faccia Theresa a me va bene. L’unica cosa che le chiedo è che non ci siano restrizioni al commercio. Possiamo triplicare, quadruplicare gli scambi”. Un assist utilissimo al primo ministro, che ne approfitta per ribadire la sua determinazione a portare a termine il mandato del referendum: uscire dall’Europa, controllare l’immigrazione, sottrarsi alla supervisione della Corte di Giustizia europea e fare accordi con chiunque nel mondo.

Trump conferma di aver dato alla May “consigli brutali” su come gestire il negoziato, e questo è un passaggio importante perché, se a ottobre Bruxelles dovesse rigettare la proposta britannica, lei quei consigli potrebbe essere costretta a seguirli, come chiedono i più euroscettici del suo partito, lasciando il tavolo dei negoziati.

Liquidato l’incidente diplomatico, si passa all’incontro con Putin, lunedì a Helsinki. “Non ho grandi aspettative ma potremmo avere delle sorprese. Solleverò il problema della Siria e dell’Ucraina, ovviamente, e della proliferazione nucleare. Quanto alla Crimea, è un disastro di Obama. Non credo che Putin l’avrebbe invasa se il presidente fossi stato io”. Intanto, nel centro di Londra, decine di migliaia di persone protestavano contro il presidente e le sue politiche nella manifestazione organizzata dalla coalizione StopTrump. Il simbolo? Un pupazzo gonfiabile di Donald in versione poppante viziato.

Fake news a Modena, prima condanna per attivista no-vax

La prima condanna a un no vax per fake news. Quattrocento euro di multa per “procurato allarme” a chi aveva esposto cartelloni contenenti notizie false. Lo ha stabilito il giudice Paola Losavio, gip di Modena, nei confronti di Magda Piacentini. La donna commissionò l’affissione di una serie di manifesti sei metri per tre nel febbraio , con la scritta: “Non speculate sui bambini, vogliamo la verità sui vaccini: 21.658 danneggiati nel triennio 2014-16 secondo i dati Aifa”. Ma i dati riportati dalle associazioni “Riprendiamoci il pianeta-Movimento di resistenza umana” e “Genitori del No Emilia Romagna”, attribuiti all’Agenzia Italiana del Farmaco, erano errati poiché si riferivano al totale di segnalazioni sospette e non ai bambini che avevano subito dei danni, come ammisero anche i No Vax su Facebook. Tuttavia, secondo il magistrato, l’errore era irreparabile. L’indagine scattò su esposto della Ausl Modena: “Finalmente un giudice l’ha spiegato ai cavernicoli che diffondendo pericolose bugie ci mettono in pericolo con la loro ignoranza e il loro egoismo”, commenta Roberto Burioni, professore ordinario di Microbiologia e Virologia al San Raffaele di Milano”.

Centro Boeri a Norcia, annullato il sequestro

La Cassazione annulla il provvedimento di sequestro del centro polivalente di Norcia rinviando gli atti al Tribunale di Spoleto.

È questa la decisione presa dai giudici della terza sezione sul ricorso presentato dal Comune di Norcia contro il sequestro del centro polivalente realizzato dall’archistar Stefano Boeri, grazie ai fondi di “Un aiuto subito terremoto Centro Italia” di Corriere della Sera e Tg La7. Era stata la Procura della Repubblica di Spoleto a chiedere il sequestro per presunti abusi edilizi ai primi di marzo, iscrivendo nel registro degli indagati il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, e lo stesso architetto Boeri. A entrambi i magistrati contestano la violazione della normativa edilizia per la realizzazione del centro “in assenza del necessario permesso a costruire e dell’autorizzazione paesaggistica”.

La notizia della richiesta di sequestro aveva suscitato parecchie polemiche. Anche il direttore di Tg La7, Enrico Mentana intervenne spiegando: “Non si tratta di una struttura permanente ma temporanea, un’opera costruita su indicazione del Commissario straordinario, della Protezione Civile e del Comune, gratuitamente, dall’architetto che l’ha progettata. Se dovesse succedere qualcosa, speriamo di no, i cittadini andranno a casa del pm di Spoleto, del procuratore di Spoleto? Se tutto questo, come immaginiamo, finirà in nulla saremo noi a ricorrere alla magistratura per vedere risarcito il danno reputazionale che tutti noi, tutti voi, state subendo dalla magistratura inquirente di Spoleto”. La Cassazione, di fatto, gli ha dato ragione, annullando la richiesta di sequestro. “Accogliamo positivamente questo provvedimento, ma restiamo in attesa di conoscere le motivazioni e soprattutto ci auguriamo che questa vicenda si possa concludere nel più breve tempo possibile perché il centro polivalente per la comunità di Norcia è vitale”, ha commentato il sindaco Alemanno. “Il centro polivalente di Norcia resta al momento ancora sotto sequestro, si dovrà attendere che la Cassazione invii le motivazioni dell’annullamento del provvedimento impugnato al gip del Tribunale di Spoleto, che sarà chiamato a pronunciarsi nuovamente”, spiega l’avvocato del Comune di Norcia, Massimo Marcucci.

Disability Pride. Domani sfila il corteo per i diritti

L’appuntamento è domani alle 17.30: per la prima volta a Roma – in contemporanea con Brighton e New York – si terrà la quarta edizione del Disability Pride. Il corteo prenderà il via da piazza Venezia e attraverserà le vie della Capitale fino a piazza del Popolo, dove ci saranno concerti e spettacoli. “Accessibile a tutti”, è la parola d’ordine, e non solo nel senso che – per una volta tanto – non ci saranno barriere architettoniche ad impedire la libertà di movimento di chi si muove su una sedia a rotelle. È su quel “tutti” che gli organizzatori del Pride (l’Anmil e una lunga serie di associazioni) vogliono mettere l’accento. Partecipare alla giornata dell’orgoglio della disabilità significa credere che inclusione e uguaglianza siano diritti di tutti. E che lottare per superare gli ostacoli che la vita riserva a disabili e non, debba essere un percorso da fare tutti insieme. Come ha spiegato in maniera efficace Aimone Spinola durante la conferenza stampa di presentazione del Pride: “Non vogliamo fare l’incontro delle sedie con le ruote: è una fetta di società che prende coscienza di una difficoltà e del fatto che la forza di una catena è determinata dall’anello debole”.

Il corteo di domani sarà l’occasione anche per una lettura pubblica dei 50 articoli della Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità, in vigore dal 2008 ma pressoché inattuata.

Salvini nel locale chiuso per il “caso Bettarini”

Viale Alemagna, due sere fa, il 12 luglio. Per nottambuli e affezionati della movida milanese, la data è da non perdere: riapre l’Old fashion café. E riapre in anticipo, dopo che il Questore Marcello Cardona ne aveva decretato la chiusura per 30 giorni a partire dal 2 luglio scorso. Motivo: il tentato omicidio ai danni di Niccolò Bettarini, figlio dell’ex calciatore e di Simona Ventura. Nelle motivazioni di via Fatebenefratelli si legge: “Grave episodio di violenza, persona ricoverata in codice rosso”. L’aggressione, va detto, non avviene all’interno del locale, ma fuori a circa 300 metri davanti a un chiosco di bevande. Il titolare, Roberto Cominardi, fa ricorso al Tar. Il tribunale amministrativo concede una sospensiva, ovvero congela il provvedimento fino al 25 luglio, data in cui si riunirà il collegio per vagliare la nuova documentazione portata dalla Questura. Contenziosi amministrativi a parte, giovedì il locale riapre. Arrivano in molti, volti noti e no. Poi a serata iniziata, ecco le auto della scorta. Scende Matteo Salvini. Anche il capo del Viminale non vuole mancare all’occasione.

Maglietta nera e jeans, il ministro dell’Interno si fa immortalare con gli avventori e fuori dal locale con lo stesso Roberto Cominardi. La foto viene scattata ben oltre la mezzanotte del 12 luglio. Mancano due minuti all’una di ieri. Salvini la giornata di giovedì l’ha passata per buona parte a Innsbruck dove si è tenuta una riunione informale tra i ministri dell’Interno dell’Unione. Sul tavolo, la questione immigrazione. Questione che giovedì, in Italia, ha registrato l’ennesimo picco di drammaticità con la nave Diciotti lasciata in rada davanti al porto di Trapani per ore e proprio perché Matteo Salvini si opponeva al suo ingresso in porto. Sulla nave anche coloro che avrebbero minacciato l’equipaggio della Vos Thalassa, prima imbarcazione a intervenire per salvare le persone.

Presunti episodi di violenza che hanno consigliato di trasbordare i 67 migranti sulla Diciotti della Guardia costiera italiana. Come si sa, poi, la situazione è stata sbloccata anche grazie all’intervento del presidente della Repubblica.

Insomma, tante grane e non di poco conto per Matteo Salvini che nonostante tutto, dopo la giornata cruciale passata in Austria e dopo aver ribadito via social il suo no allo sbarco, rientrato a Milano ha deciso di fare serata anche lui, tra la sorpresa dei tanti avventori.

Roberto Cominardi ha chiosato così: “Salvini è passato da noi per bere qualcosa come fa spesso quando si trova a Milano”. Un habitué, dunque.

Un po’ di svago per allentare la tensione. Arrivo con tutta la scorta e all’insaputa della stessa Questura di Milano, come confermato ieri al Fatto Quotidiano. “Non ne sappiamo nulla”, questa in sintesi la risposta di via Fatebenefratelli. E del resto la presenza del referente di governo della polizia di Stato non pare esattamente una mossa azzeccata soprattutto perché la decisione di chiudere il locale arriva dal Questore. E anche alla luce di quello che è successo fuori dall’Old fashion la mattina del primo luglio, quando diverse persone (quattro identificate e arrestate) hanno aggredito Bettarini. Da lì la decisione di mettere i sigilli al locale. Locale storico e va detto, tra quelli all’avanguardia in fatto di controlli per la sicurezza.

Nonostante questo, la decisione di Cardona è irrevocabile e segue una linea precisa. Dal 2017 a oggi, il Questore ha fatto chiudere 152 locali. Una scelta forte che punta da un lato al controllo del territorio e dall’altro alla prevenzione. Il Tar poi ha deciso per la sospensiva, il locale può riaprire perché vanno tutelati anche gli interessi dei titolari. Una vittoria.

Celebrata con la presenza del ministro. Il quale, forse, non conosce i personaggi di quell’aggressione. Uno, in particolare, di 24 anni, non indicato come l’accoltellatore, oltre ad aver subito un Daspo per lo stadio, ha un passione per l’ultradestra e ha rilevato un bar in zona Affori da un militante di CasaPound, candidato non eletto nel municipio 9. Anche per questo Salvini avrebbe dovuto avvertire la Questura prima di presentarsi all’Old fashion, soprattutto nel giorno di riapertura dopo la chiusura voluta dal Questore. Una scelta, spiega in tono polemico qualcuno all’interno della polizia, forse voluta vista la vicinanza di Cardona all’ex ministro Marco Minniti.

Disordini del Primo maggio, ai domiciliari i leader di Askatasuna

Quindici misure cautelari sono state disposte dal pm Antonio Rinaudo e notificate a Torino dalla polizia nei confronti di antagonisti del centro sociale torinese Askatasuna a seguito dei tafferugli del corteo del Primo maggio 2017. Nove persone sono ai domiciliari e sei sottoposte all’obbligo di firma. Altri 14 manifestanti denunciati a piede libero. L’accusa è di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale. Tra gli arrestati ci sono i principali leader di Askatasuna: Giorgio Rossetto, Andrea Bonadonna e Alice Scavone. Durante la perquisizione la Digos, che ha condotto le indagini, ha sequestrato tre manici di piccone, una mazza da baseball, una roncola di ferro, tre coltelli, una maschera di Anonymous, un berretto di ordinanza da carabiniere. “La manifestazione del pensiero dissenziente va costituzionalmente garantita. Ma c’è un limite quando il comportamento da dissenziente diventa penalmente rilevante”, spiega il questore di Torino Francesco Messina. “Un’operazione tutta politica contro chi in questi anni ha rappresentato l’unica voce di dissenso nella nostra città”, la replica di Askatasuna.