Gli spari a Togliatti e il lato oscuro dei comunisti italiani

Quattro pallottole la mattina del 14 luglio 1948, in Via della Missione a Roma colpiscono il segretario del PCI Palmiro Togliatti. A sparare è un ragazzotto siciliano, solitario, un po’ monarchico, un pò fascistoide, Antonio Pallante. Dietro di lui non c’è nessuna trama né complicità di partiti o gruppi nazionali o internazionali.

Stalin deplora, in un telegramma pubblico, che il gruppo dirigente italiano non abbia saputo difendere il suo leader. I partiti fratelli sono colti di sorpresa da un attacco così sperticato. Ma il capo del Cominform non ha alcuno stupore da condividere. Meno di dieci anni prima aveva aperto un’inchiesta contro Togliatti, sulla base delle accuse pesanti mosse dalla famiglia di Gramsci. In seguito ad essa Togliatti perderà il posto di rilievo che aveva nella segreteria del Cominform e verrà spedito in esilio nella Repubblica sovietica della Baschiria, negli Urali.

L’attentato scatenò più problemi di quanti ne abbia risolti. Togliatti non muore. Il partito finisce nelle mani di Pietro Secchia, che è più cominternista dello stesso segretario generale. Nel leader piemontese, titolare del settore cruciale dell’organizzazione, ripongono grandi speranze quanti dentro il partito e tra il proletariato di fabbrica di Milano, Torino, Venezia e altre città non avevano mandato giù: che la guerra di liberazione non avesse reciso le radici economiche e sociali del fascismo e dell’imperialismo. L’alternativa di classe al capitalismo, che era nei programmi del partito era risultata ibernata.

Il 14 luglio sconvolge ogni equilibrio. Il Pci vede contestata dalla base la linea della parlamentarizzazione e della lotta politica, e lo stesso paradigma liberal-democratico della via legale subisce colpi. L’umore prevalente è che, malgrado la sconfitta nelle elezioni del 18 aprile 1948, i voti non solo si contano, ma si devono pesare. E diventa centrale la risposta al telegramma di Stalin: il segretario del più grande partito comunista occidentale non può essere lasciato finire sotto quattro colpi di revolver.

A capirlo sono lo Stato Maggiore della Difesa, i capi dei maggiori reparti militari e del ricostituito servizio segreto (su cui disponiamo dei nuovi documenti ai quali ha avuto accesso il professor Pardini). In 12 province la reazione all’attentato è di tipo insurrezionale o para-insurrezionale. Le forze militari e di polizia schierate sono fronteggiate, disarmate o prese in ostaggio (è il caso di Vittorio Valletta, prigioniero oper alcuni giorni alla Fiat) in città come Genova, Napoli, Taranto, Varese, Milano, Rovigo, Piacenza, Livorno, Forlì, Siena, Torino, Venezia.

In alcuni casi si tratta di una risposta violenta. In altri dello spiegamento di unità di combattimento ben equipaggiate e ben addestrate alla guerra di guerriglia.

L’apparato paramilitare del Pci pare fosse al comando del generale Alfredo Azzi, che può contare sulla cura di Longo e Secchia. Sono circa 200-250 mila uomini, di cui 25 mila ben addestrati e muniti di armi ancora efficienti.Non è un esercito centralizzato, ma ha reparti distribuiti su gran parte del territorio che era stato teatro della guerra di liberazione.

È grande il pericolo e la paura che traligna dagli Stati Uniti. I rapporti della Cia, le analisi del National Security Council e del corpo diplomatico dislocato in Italia temono che con queste unità i comunisti possano tenere in scacco per qualche mese il paese, dividerlo e dare luogo all’inizio di un nuova guerra se dalla Jugoslavia e dall’’Urss arrivassero unità di supporto.

Chi finanzia questo “esercito rosso”? La documentazione proveniente da Mosca è impeccabile: tra il 1951 e il 1991 il PCUS, attraverso il Kgb, ha versato al Pci (da Togliatti fino a Berlinguer) la quota maggiore dei circa 3.990 miliardi di dollari destinati ai comunisti europei e ai loro alleati.

Ma all’apertura di un conflitto armato per abbattere il governo De Gasperi o far dimettere il ministro dell’Interno Mario Scelba sono contrarisssimi Stalin e il Cominform. C’è ancora la Grecia in fiamme. Mosca non vuole che un altro incendio divampi nel Mediterraneo, con epicentro l’Italia.

Il PCI è isolato sia sul piano internazionale sia all’interno. Dopo alcune decine di anni si renderà conto, con Massimo D’Alema, che la socialdemocrazia aveva vinto, e il comunismo era stato storicamente battuto.

La sinistra ha cercato di sopravvivere a questa debacle epocale. Anche se non formalmente, finirà per ammettere che non era costituzionalizzato l’atteggiamento di ricevere un finanziamento mensile da un paese non alleato e poco amico come l’Urss e, in secondo luogo, che il tenere in piedi un braccio armato negava il principio del monopolio statale della violenza legittima.

Mail Box

 

Ancora qualche consiglio su come migliorare il giornale

Con grande sorpresa ho scorto sul Fatto del 10 luglio la risposta di Barbacetto a un altro lettore a proposito di erroriorrori che capitano nella fretta del lavoro.

Ma non credo che dipendessero dalla fretta nel lavoro gli strafalcioni segnalati ossessivamente dal sottoscritto durante i dieci anni dell’esistenza del nostro prestigiosissimo quotidiano (ce lo butto anch’io un superlativo inutile perché “prestigioso” basta da solo).

Orrori adoperati anche da “scrittori”, ma soprattutto da tantissimi giornalisti, dai quali naturalmente dovrebbe provenire un buon italiano verso i lettori che magari hanno frequentato la “squola” disastrata di questo già disastrato paese. Ve ne ripeto quelli che sono diventati obbrobriosamente una regola:

“E non”, si deve scrivere e pronunciare solamente “e no”.

“O meno”, in uno fra i tanti esempi ho trovato scritto che un giudice doveva meditare se un inquisire un tale “o meno” (avrebbe dovuto inquisirlo “meno” in maniera che, mancando una parte dell’inquisizione, quel tale venisse poi assolto?) vi è però un caso in cui “o meno” si possa e si debba usare, per esempio questo: io oggi non so se comprare un 1 kg di pane “o meno” (ma forse sarebbe anche il caso di dire “o di meno”). “A seconda di” non ha nessuna giustificazione sebbene sia venuto in uso universalmente: si dice “secondo illa” se procede un nome, e “secondo che” più congiuntivo se precede un verbo. “Specie” usato al posto di “specialmente” è considerato un “milanesismo”, ma il sostantivo ha la sua accezione diversa sebbene da essa derivi l’avverbio “specialmente”. In conclusione, “specialmente” non può essere sostituito da “specie”. Non parliamo dell’uso di termini inglesi quando va ne siano i corrispondenti italiani per la qual cosa necessitano due osservazioni: in primo luogo non tutti gli italiani conoscono l’inglese e neanche tutti i lettori del Fatto lo conoscono. Inoltre che si faccia così affinchè gli italiani vengano indotti a conoscere quella lingua che la nostra “squola” non è stata capace di fare? In questo caso tutto il giornalismo italiano sarebbe benemerito e benefattore. “Putribondo” è un termine che non esiste in nessun vocabolario della lingua italiana, ma Travaglio, che sia un termine dialettale o ne sia lui l’inventore (e per questo meriterebbe, a suo nome, una accoglienza nella nostra lingua) lo ha usato al posto di putibondo (che invece esiste nella nostra lingua) trattandolo arbitrariamente come altra accezione di questo termine. Ormai però di “putribondo” ha fatto una inflazione con due accezioni l’una contraria all’altra, usando il termine anche con una sua autonoma accezione come fosse tratto dal latino “putridus”

Franco Paone

 

Caro Franco, concordo su tutto, fuorché su putribondo. Che non è mio, ma del grande Pier Francesco Loche, attore meraviglioso di “Avanzi”, dove interpretava un mezzobusto candidato che insolentiva i suoi avversari chiamandoli “putribondi figuri”.

Credo che non riuscirò mai a omaggiarlo abbastanza.

M. Trav.

 

Tra il buonismo e il razzismo si scelga la conoscenza

Ero sicura che l’editoriale di Travaglio “Sotto la maglietta“ avrebbe suscitato delle polemiche. Prima ancora che scoppiasse questa guerra tra “guelfi“ e “ghibellini”, mi era sorto il dubbio che, malgrado se ne parlasse tanto, sul tema dell’immigrazione ci fosse disinformazione. Che questo fosse vero Travaglio lo ha poi affermato in più occasioni, mentre il suo giornale ha continuato a trattare la questione con la cautela che merita un fenomeno tanto complesso, cioè con voci diverse, ma (quasi sempre) prive di quella “sicumera“ tanto diffusa altrove. Non è piacevole sentirsi stretti da un lato dalla retorica buonista e dall’altra dallo sdoganamento dei cattivi sentimenti, se non dalla loro istituzionalizzazione.

Il risultato è quello di sentirsi confusi e per niente in pace con la propria coscienza: con quale stato d’animo guarderemo il mare quest’estate in vacanza?

Comunque questa vostra lettrice vuole confessare, anche se è solo una piccolissima testimonianza, che ha capito più da quel discusso editoriale che da tutto quello letto e sentito precedentemente: ora non mi sento né buona né cattiva, solo più informata.

Quanto al simpatico Zoro, è vero che l’essere stato su una nave Ong gli dà, più che ad altri, il diritto di dire la sua, ma non di sentirsi depositario della verità, a maggior ragione essendo emozionalmente coinvolto.

Piuttosto, se avesse voluto dimostrarsi più coerente con le sue idee, avrebbe dovuto avere il coraggio di chiedere ad Amendola (ospite nella sua trasmissione e probabilmente suo amico) se non si vergognasse un po’ a pubblicizzare il gioco d’azzardo: anche i ludopatici sono dei naviganti disperati.

Enza Ferro

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo pubblicato lo scorso 25 giugno “Schiavi della moda: il business del lusso”, la F.G.F. Industry S.p.a., licenziataria esclusiva del marchio Blauer, nega di aver mai intrattenuto rapporti commerciali con la società Sonoma e di aver fatto produrre i suoi capi in Madagascar a marchio Blauer.

Maximiliano Lenzi, avvocato della F.G.F. Industry S.p.a

Mondiali. Uscire non sempre è una scelta forte, ma spesso una resa ai più forti

 

La piccola Croazia ha dato una grande lezione all’Inghilterra, che pregustava già di incontrarsi con la Francia. Alla sofferta Brexit, che conferma l’isolazionismo storico dei britannici, del tutto anacronistico agli inizi di questo Terzo millennio, fa da contrappunto l’altrettanto sofferta eliminazione dalla finale. La Gran Bretagna può non fare i conti con la storia ma, da maestra del calcio, ha dovuto cedere a una squadra di una nazione nata vent’anni fa. Veniva spontaneo tifare per la Croazia, sia per i tanti calciatori che giocano in Italia, sia perché è istintivo simpatizzare per i piccoli, quando si confrontano con i grandi. Il bello del calcio è la sorpresa. Questi Mondiali ne hanno regalate molte e clamorose. Non solo business e propaganda, ma anche tanto spettacolo.

Domenico Mattia Testa Itri

 

Gentile Domenico, secondo Paolo Maldini il calcio è uno sport molto “democratico”. Prenda Leo Messi: un bambino affetto da “nanismo” e poi, da adulto, un gigante. Se sulla bilancia del business le differenze restano drastiche, sul campo talvolta si riducono. Il Verona del 1985, il Leicester del 2016. E, passando alle Nazionali, l’Uruguay del 1930 e 1950 in ambito mondiale, la Danimarca del 1992 e la Grecia del 2004 in chiave europea.

Più il torneo è corto, più aumentano le possibilità di sabotare le gerarchie consolidate. Esempio classico, la Croazia della roulette russa, già terza nel 1998. Un Paese, come ricordava, nato da una guerra orribile “solo” nel 1991 e che supera a stento i 4 milioni di abitanti. “Calcio, mistero senza fine bello”, chiosava Gianni Brera. La vittoria contro l’ex perfida Albione ha impressionato molti ma stupito pochi. Gli inglesi sono fermi al Mondiale casalingo del 1966. Eppure continuiamo a chiamarli “maestri”, con un rispetto alla memoria che gli avversari sempre meno riconoscono e al quale sempre più si ribellano.

La Croazia è una costola di quella Jugoslavia che, per talento selvaggio, fu ribattezzata il Brasile d’Europa. Modric ne incarna le raffinate geometrie, Perisic l’estro, Mandzukic l’anima guerriera. In controtendenza, il ct Dalic ha pescato a piene mani nella Serie A pre-Cristiano, derelitta e vilipesa. Ecco perché, tornando all’England, uscire dall’Europa o dal mondo non sempre è una scelta forte, ma spesso una resa ai più forti. Aspettando il Godot portoghese e, per fortuna, Francia-Croazia di domani.

Roberto Beccantini

Dopo i vitalizi aspettiamo le indennità

L’Ufficio di presidenza della Camera ha tagliato (cioè, ridotto) i vitalizi. Capiterà, così, di imbattersi in ex-parlamentari con qualche legislatura alle spalle che si lamentano perché, anziché, ad esempio, gli 8.000 euro percepiti per anni, devono oggi far quadrare i conti con 5.000, dieci volte tanto la pensione minima. Nelle sue dichiarazioni a margine della decisione di ieri, il presidente della Camera ha sottolineato che si tratta di una decisione ispirata al principio di uguaglianza. Come, in effetti, salta agli occhi.

Fare il parlamentare per qualche legislatura (prima della scorsa, considerato che dal 2012 al vitalizio è stata sostituita una più sobria pensione calcolata con metodo contributivo) ha consentito ad alcune persone di ricevere un vitalizio sin da quando erano poco più che quarantenni e di cumularlo anche con trattamenti pensionistici, maturati pure grazie ai contributi figurativi versati (fino al 2000 interamente dall’Inps), mentre essi svolgevano il mandato parlamentare. La decisione di ieri limita questi privilegi solo per il futuro, a partire dal 1° gennaio 2019. Lo stesso sistema di ricalcolo non sembra ispirato – come ha precisato il presidente Fico – a nessuna logica punitiva e sono comunque previste salvaguardie per chi subirebbe una riduzione superiore al 50% e un trattamento minimo che si attesta su circa il doppio della pensione minima. A fronte di tutto questo stupisce che molti ex parlamentari – dimostrando ancora una volta la loro distanza dalle comuni necessità dei cittadini – lamentino i tagli subiti, fino a minacciare una “class action”, o meglio una “upper class action”, certamente non in senso proprio. Infatti, essi dovranno rivolgersi al Consiglio di giurisdizione della Camera, un organo interno della cui imparzialità si lamentano ora per la prima volta, perché – per sottrarsi alla giustizia comune – hanno difeso a oltranza una “giustizia domestica”, che ha consentito dilatazioni dell’ambito di applicazione dei vitalizi fino a pochi mesi fa. D’altronde, stupisce anche che si agiti lo “spauracchio” del ricalcolo per tutti i pensionati, facendo paralleli piuttosto arditi tra le pensioni e i vitalizi, la cui infondatezza è stata evidenziata anche dalla Corte costituzionale nella sentenza 289/1994. Il risultato al quale è ieri pervenuto l’Ufficio di presidenza della Camera, quindi, sembra ragionevole e intende rispondere, appunto, al principio di uguaglianza. Due sono, però, gli aspetti che lasciano per ora il bicchiere soltanto mezzo pieno. Il primo è il mancato intervento del Senato, che produce per ora trattamenti differenziati, pure in base a circostanze piuttosto casuali, come quella di avere svolto il proprio mandato – anche soltanto per l’ultima legislatura – nell’una o nell’altra Camera. Il secondo aspetto riguarda la persistente mancanza di un intervento riduttivo delle indennità. L’art. 69 della Costituzione prevede, infatti, che il parlamentare riceva un’indennità stabilita dalla legge. Questa è una fondamentale garanzia democratica che consente di svolgere la funzione parlamentare anche a chi viva del proprio lavoro e non di rendite, ponendosi così in continuità con lo stesso art. 1, che afferma il fondamento della Repubblica sul lavoro. Il trattamento economico dei parlamentari, tuttavia, è progressivamente cresciuto nel tempo, arricchendosi (letteralmente) di molte voci di rimborso spese, che portano i componenti delle due Camere a ricevere, in fondo al mese, quasi dieci volte l’ammontare di uno stipendio medio secondo i dati Ocse. In questo modo l’indennità, anziché essere uno strumento di libertà del parlamentare per l’esercizio del suo mandato, può diventare un elemento di costrizione, che porta l’eletto a preoccuparsi soprattutto di conservare il seggio il più a lungo possibile per non tornare (nella maggior parte dei casi) a un trattamento economico ben inferiore.

* Ordinario di Diritto costituzionale Università di Pisa

Più informazione e trasparenza contro la ludopatia

 

“La debolezza e la fragilità dell’uomo non vanno ignorate, esorcizzate e condannate, ma conosciute, attraversate e curate, ben sapendo che anche l’utopismo imprudente è una forma inconsapevole, ma ugualmente tragica, di debolezza”

(da “L’umiltà del male” di Franco Cassano – Laterza, 2011 – pag. 77)

 

Per chi professa da sempre l’antiproibizionismo, contro il fumo, contro l’alcol e contro la droga, la sacrosanta battaglia intrapresa dal governo giallo-verde e in particolare dal ministro Luigi Di Maio contro la ludopatia assume il valore mediatico di una campagna sociale, nel segno di quella dignità a cui è intestato il suo decreto. Nessun dubbio, dunque, sulle buone intenzioni che ispirano il vicepremier. Ma di buone intenzioni, come dice il proverbio, sono lastricate le vie dell’inferno. E se è lecito esprimere qui un’opinione controcorrente, bisogna dire che il divieto assoluto di fare pubblicità diretta o indiretta ai giochi – contenuto nel medesimo provvedimento – rischia di trasformarsi in un boomerang, alimentando proprio quella dipendenza che si vuole opportunamente combattere.

Lasciamo da parte l’aspetto economico della questione: vale a dire il fatto che – su 100 miliardi di raccolta totale, di cui 80 vanno alle vincite e 20 vengono divisi in parti uguali fra l’erario e i concessionari dei giochi – la contrazione delle entrate provocherebbe in tre anni un “buco” di 700 milioni negli incassi dello Stato. Se fosse questo l’unico risultato certo, basterebbe mettere in conto il minor gettito per cercare eventualmente altre coperture. L’incognita, però, è che in questo modo possano diminuire le entrate degli operatori legali e aumentare invece le entrate di quelli illegali: da una parte, riducendo quelle dei giochi più popolari come il Lotto o il Superenalotto e, dall’altra, accrescendo quelle delle infernali slot machine disseminate nei bar e nelle tabaccherie o delle commesse sportive. Sarebbe il trionfo della ludopatia, non la sua sconfitta.

Il gioco, in tutte le sue espressioni, è un’attività naturale del genere umano. E occorre distinguere quello patologico, compulsivo, che diventa appunto una debolezza o una dipendenza. Ma non lo diventa per effetto della pubblicità, bensì per mancanza o carenza di informazione e trasparenza. In questo caso, come dimostrano analogamente le campagne contro il fumo, l’alcol o la droga, contano molto più la prevenzione, il consumo responsabile e consapevole, i codici di autodisciplina.

Non a caso in Europa prevale la tendenza verso la regolamentazione della pubblicità dei giochi d’azzardo. Questa è vietata solo in Bulgaria, Estonia e Lettonia. Mentre le regole variano da Paese a Paese: dal divieto di utilizzo della tv in Germania e Spagna alle limitazioni finalizzate prevalentemente alla tutela dei minori, come in Lussemburgo, Romania e a Malta. La convinzione diffusa è che soluzione più efficace per contrastare l’offerta illegale non consista nel divieto di gioco, ma piuttosto nella proposta di un’offerta legale, sicura e controllata.

Poi c’è l’aspetto pratico. Che cosa accadrebbe, per esempio, se una grande squadra di calcio venisse a giocare in Italia con una sponsorizzazione proibita sulla maglia? O se una squadra italiana andasse in trasferta, sotto l’occhio delle telecamere, in uno stadio tappezzato di pubblicità vietata? Sarebbe meglio, allora, obbligare i concessionari legali a destinare una parte del loro budget a qualche forma di “pubblicità progresso” che punti sulla consapevolezza dei consumatori, come s’è già fatto utilmente con alcune marche di birra: “Enjoy responsibly”, insomma, in campo e fuori.

Salvini, i 49 milioni spariti e i Pink Floyd

Non immaginavo ci fosse una relazione tra Matteo Salvini e i Pink Floyd, invece c’è. Molto tempo fa mia figlia, per il mio compleanno, mi regalò un cd dei Pink Floyd The Dark Side of the Moon. Aveva 13 anni e gli occhioni sgranati dalla contentezza. Mi disse: “Sono fantastici! Li conosci?”.

Ogni adolescente immagina che il mondo cominci da lui e dalla sua generazione, idea legittima, contemporaneamente giusta e sbagliata, che il tempo (l’esperienza, gli amici, i genitori e qualche volta la scuola) si incaricheranno di aggiustare, come si fa con gli orologi, quando smettono di correre dietro al tempo.

Purtroppo Matteo Salvini non è un orologio rotto e non è un adolescente. Ha compiuto 45 anni, apre e chiude i porti, sa nuotare nelle piscine altrui, e da un mese fa addirittura il ministro dell’Interno. Eppure pretende che quello che è accaduto prima di lui – soldi & politica sventolati da 25 anni a Pontida – non esista e, ove mai esistesse, non lo riguardi.

E dunque a proposito dei 49 milioni di euro fatti sparire dalla Lega del tesoriere Francesco Belsito negli anni del cerchio tragico stretto intorno a Umberto Bossi malato e a quei due campioni di figli, Riccardo e Renzo, e a quella amabile moglie-maestra di lingua e costumi padani, Manuela Marrone, per la verità siciliana, lui Matteo Salvini, il plenipotenziario del presente e del futuro italiano, il padrone di tutti i padroni a casa nostra, non ne sa un bel niente: “Io sono segretario della Lega dal 2013 e rispondo da quell’anno lì in poi”. Ah, bene, e i Pink Floyd li conosce?

Ignorare il passato, nel caso degli adolescenti, è segno di naturale onnipotenza. Ma in quello delle truffe contabili è esattamente il contrario, vale a dire il segno di disperata debolezza. Se non addirittura il brutto scherzo di qualche avvocato radical con la maglietta rossa, infiltrato nel collegio difensivo. Suggeritore di quell’altra svalvolata excusatio che recita più o meno così: sono passati dieci anni da quei fatti, i soldi forse c’erano, forse non c’erano, chi può dirlo, comunque sono spariti, e quindi tanti saluti. Congettura tanto efficace da essere indossabile da qualsiasi rapinatore di banche, una volta avuta l’accortezza di non farsi catturare per dieci anni e di aver speso di corsa l’intero malloppo: i soldi? Quali soldi?

E voi i Pink Floyd li conoscete?

Ma naturalmente piantarsi al centro dei binari come sta facendo Salvini e chiudere gli occhi davanti a un treno che arriva, non è mai stata una buona strategia per evitare l’impatto. Specie se il treno ha le insegne della Guardia di finanza e corre da gran tempo dentro ai labirinti di bonifici, prelievi, giroconti, trasferimenti di denari, transitati in una quarantina di banche, alcune delle quali celebri, come la Popolare di Vicenza, dell’astuto Gianni Zonin, e la Sparkasse di Bolzano. Tutti movimenti legittimi, fino a prova contraria, ma che forse avrebbero potuto increspare il sorriso legalmente detenuto – e legalmente esibito – da Luigi Di Maio e da tutto il Movimento 5 Stelle, che con Salvini condivide i ministeri oltre a un pezzo di Palazzo Chigi. “Non siamo alleati, ma titolari di un contratto sottoscritto”, ha dichiarato Di Maio in un politichese d’antica fattura, pensando di cavarsi d’impaccio. Quietare un elettorato non del tutto partito per la luna di miele. E ancora in attesa di addentare qualcosa di commestibile, dopo la lunga dieta della crisi. Davvero sarà così gentile da accontentarsi di quelle fanfaluche?

Perché i fatti – come ebbe a dire qualcuno – non si lasciano intimidire. La Lega di Bossi aveva una cassa. Nella cassa abitavano i famosi 49 milioni incamerati come rimborsi elettorali, anni 2011 e seguenti, soldi dello Stato italiano, anche se a quel tempo la Lega con lo Stato italiano ci si puliva i cosiddetti, cavalcando a gole spiegate la “secessione, secessione!”. Un bel giorno la Lega di Bossi è sparita nell’urna, e dal notaio è nata la “Lega di Salvini premier”. Benissimo. E i soldi? Quali soldi? Spariti proprio come fanno i miraggi.

Salvo che quei 49 milioni non erano fatti d’aria e di luce. E ora la magistratura genovese – con tre sentenze, primo grado, secondo grado, Cassazione – ha intenzione di recuperarli e restituirli alle casse dello Stato, proprio come un tempo accadeva con i soldi delle tangenti, tra gli applausi dei leghisti che di quegli scandali hanno fatto il loro primissimo e trionfale tesoro elettorale.

Se mai esistesse una opposizione non distratta dalle guerre interne, potrebbe battere un colpo, chiedere un rendiconto, o addirittura una spiegazione con nomi, cifre, sottrazioni. E ingaggiare una battaglia politica vecchia maniera, quelle con in palio la verità. Naturalmente usando i Pink Floyd come colonna sonora, magari il primo pezzo della faccia B, Money.

“Amianto nel talco”, multa di 4,7 miliardi per Johnson & Johnson

La Johnson & Johnson è stata condannata a pagare 4,7 miliardi di dollari a 22 donne e alle loro famiglie, dopo che si sono ammalate di cancro alle ovaie a causa dell’asbestro (amianto) contenuto nel talco. La giuria di St. Louis, Missouri, ha stabilito il pagamento di 550 milioni di dollari di danni compensativi e di 4,14 miliardi di danni punitivi. La società si è detta “profondamente rammaricata” per il verdetto e ha annunciato il ricorso. Johnson & Johnson ha dovuto affrontare oltre 9mila cause legate al talco in polvere, ma assicura che il prodotto è sicuro e privo di amianto. Una posizione che non ha convinto la Corte che, dopo sei settimane di processo e otto ore di camera di consiglio, ha condannato la compagnia. Sei delle 22 donne che hanno fatto causa sono morte per la malattia. Le altre erano in aula. I danni punitivi stabiliti dalla corte sono tra i più alti di sempre, e il titolo di Johnson & Johnson ha aperto in ribasso a Wall Street. La società ha definito la sentenza “il prodotto di un processo ingiusto”. La compagnia “è convinta che i suoi prodotti non contengano asbestro e non provochino il cancro”. Per il National Cancer Institute l’amianto è stato eliminato dal talco negli anni 70.

“Riciclaggio con bitcoin e piattaforme”

Per gli addetti ai lavori non si tratta di una novità e rappresenta solo una stortura di un sistema, come tutti, in gran parte virtuoso e ancora poco regolamentato. Per chi ha sentito parlare di bitcoin e criptovalute solo durante il boom dell’ultimo anno, si tratta invece di una conferma sulla natura illegale e ‘malvagia’ di queste valute.

Ieri, il direttore dell’Uif (Unità di Informazione Finanziaria) Claudio Clemente, in occasione della presentazione del rapporto 2017, ha sottolineato come le organizzazioni criminali non si servano più solo di paradisi fiscali e contanti ma anche di “valute virtuali” per “il reinserimento dei proventi illeciti nell’economia regolamentata”, in pratica, per il riciclaggio di denaro sporco. “Le valute virtuali – ha detto Clemente – si prestano anche a utilizzi illeciti o criminali, oltre a esporre gli utenti a notevoli rischi di frode e perdite di valore”.

Secondo l’analisi di Clemente, nel settore finanziario “che appare in generale attento ai rischi”, risultano maggiormente esposte alcune attività “quali il private banking, i servizi di trasferimento di fondi, di cambio valute e di moneta elettronica”. Altri segmenti operativi vulnerabili sono quelli dei professionisti legali e contabili, delle attività immobiliari, del gioco. E aggiunge anche un altro ambito a rischio: il crowdfunding, ovvero la raccolta di finanziamenti tramite piattaforme specifiche per la realizzazione di progetti. “Un’elevata criticità – spiega – è associata all’utilizzo del contante, specie nel commercio di beni di elevato valore e al ricorso a prodotti emergenti legati alle applicazioni di nuove tecnologie alla finanza (Fintech) quali le valute virtuali e le piattaforme di crowdfunding”.

L’associazione criptovalute-riciclaggio non è però così automatica. Secondo il rapporto, nel 2017 sono arrivate all’Uif circa 200 segnalazioni di operazioni sospette legate alle criptovalute. “In molti casi – spiega Clemente – i segnalanti sembrano mossi dall’intrinseca opacità dello strumento, senza che ulteriori elementi oggettivi o soggettivi inducano a ritenere effettiva la probabilità di un’attività illecita sottostante”.

Clemente parla di “diversi casi” in cui sono state chiaramente individuate le connessioni con estorsioni online, truffe, schemi piramidali, che hanno anche fatto avviare attività investigative. “In alcune situazioni, il ricorso alle criptovalute si inserisce in operatività complesse con utilizzo di fondi pubblici, probabili collegamenti con la criminalità organizzata o connessioni con paradisi fiscali. In diversi casi emerge la presenza di ‘collettori’ che ricevono i fondi destinati alla conversione in valute virtuali tramite bonifici dall’estero o con ricariche di carte prepagate o altre operazioni anche singolarmente di importo contenuto”. Di buono c’è che il 9 luglio è entrata in vigore la direttiva europea antiriciclaggio che stabilisce i requisiti a cui devono rispondere gli operatori delle criptovalute.

Ronaldo, boom Juve in Borsa. Chi lo sapeva e si è arricchito?

Una blitzkrieg perfetto. Cinque sedute di Borsa al cardiopalmo con il primo fuoco acceso mercoledì 4 luglio e poi letteralmente deflagrato fino a martedì 10 luglio quando in serata, finalmente, la Juventus ha annunciato ufficialmente l’acquisto di Cristiano Ronaldo dal Real Madrid. In mezzo il silenzio, o meglio la ridda di rumors, indiscrezioni e soffiate sulla trattativa bollente per il campione portoghese. Un vuoto interrotto solo il 6 luglio con una precisazione del club che laconicamente affermava di stare valutando “diverse opportunità di mercato”. E in questo velocissimo exploit borsistico con il titolo schizzato in sole 5 sedute da 69 centesimi a 90 centesimi del picco del 10 luglio, che in valore vuol dire 210 milioni di euro sonanti, c’è qualcuno che ha fatto l’affare della vita e molti (i piccoli azionisti saliti sul carro all’ultimo momento) che si stanno già ora leccando le ferite.

Tra mercoledì e giovedì di questa settimana, ad affare CR7 chiuso, il titolo Juve è già sceso a 78 centesimi. Ma se questa dinamica nelle speculazioni di Borsa si vede spesso, è invece inusuale il tempismo e soprattutto il forte movimento sui volumi. A segnalare forse che non era qualche tifoso esagitato a scommettere sull’affare del secolo per il club torinese ma mani piuttosto esperte e pesanti, sono proprio i volumi scambiati. Fortissimi. Il 4 luglio il titolo Juve sale da 69 a 74 centesimi con ben 13,4 milioni di azioni scambiate, cinque volte i volumi della seduta precedente e 10 volte la media delle ultime 2 settimane. Poi il 5 il botto, con 39,7 milioni di azioni passate di mano. Si riparte alla grande già la mattina del 6 luglio. Finora tutto tace. Solo nel tardo pomeriggio arriva dalla società lo scarno comunicato (su richiesta Consob) delle diverse opzioni in campo. La seduta finisce con ben 60,6 milioni di pezzi scambiati e con il titolo volato a 88 centesimi. La frenesia non si placa e alla riapertura di lunedì 9 luglio girano di mano altri 39 milioni di titoli. La scorribanda si chiude finalmente il 10 luglio con l’annuncio ufficiale dell’acquisto del campione ex Real Madrid e di nuovo scambi in fibrillazione con 26,3 milioni di pezzi che hanno cambiato proprietario.

Visti così questi numeri possono dire poco. Ma in realtà sono numeri da grande speculazione. Sul mercato infatti liberamente scambiabili ci sono solo 262 milioni di azioni sul miliardo totale. Exor la finanziaria degli Agnelli infatti detiene saldamente il 63,8% del capitale e un 10% è storicamente in mano a Lindsell Train Ltd, un gestore di fondi londinese. Il flottante è quindi solo del 26,2%, un titolo cosiddetto sottile. E dove basta poco per farlo schizzare verso l’alto. Ma quel poco non possono averlo provocato i tifosi e i piccoli soci. Basti rivedere i volumi scambiati in quei giorni. Solo nelle tre sedute, prima dello scarno e vago comunicato della società passano di mano 113 milioni di titoli: il 43% delle azioni sul mercato. Un numero impressionante soprattutto alla luce del fatto che si trattava solo di rumors. Chi si metterebbe a rischiare così tanto solo su delle voci? Può il mercato dei piccoli investitori muoversi così coralmente come un sol uomo? Difficile, dati i volumi impressionanti in gioco. E ancora tra il 9 e il 10 luglio, quando solo a Borsa chiusa arriverà la notizia definitiva, girano altri 66 milioni di titoli. In totale nei 5 giorni del blitz lampo su Ronaldo viene scambiato il 68% delle azioni realmente disponibili. Due terzi del capitale flottante ha cambiato padrone.

Movimenti di tale portata indicano di solito che chi si è mosso con largo anticipo sapeva quel che faceva e contava sul fatto che i primi forti rialzi avrebbero catalizzato l’arrivo della massa dei piccoli soci. Cosa puntualmente avvenuta con un rialzo del 30% in 5 sedute e un valore di Borsa della Juve salito da 690 milioni a 900 milioni in un batter d’occhio. Con quelli che hanno acceso il fuoco che stanno facendo bingo, vendendo.

L’11 e il 12 luglio sono passati di mano 72 milioni di azioni più di un quarto del flottante con il titolo caduto del 14% per chi è entrato al picco del 10 luglio. Una grande scommessa giocata, apparentemente, al buio e vincente. Un movimento così imponente degli scambi indica di solito mani forti all’opera. Con la Consob che ha fatto il convitato di pietra. L’Authority dovrebbe intervenire da subito al primo strappo significativo con volumi così alti. Chiedendo conferme e arrivando, se lo strappo è violento e non giustificato, a sospendere il titolo. Ha atteso e si è accontentata di uno smilzo e vaghissimo comunicato. Lasciando i piccoli azionisti completamente al buio.

Il mondo perduto nascosto dal muro

“Il primo ad avermi deportato è stato Obama. Poi anche Trump due mesi fa. Ora aspetto il momento giusto per saltare un’altra volta. Dall’altra parte ho il mio lavoro e la mia famiglia, non mi importa nulla del muro”.

È quel che mi ha detto un uomo in un hotel per migranti a Mexicali, la capitale dello Stato messicano della Bassa California. A Mexicali siamo arrivati con un micro-bus da Tijuana. La strada è abbastanza buona anche se c’è una parte che viene considerata la più pericolosa del Messico. È il tratto che attraversa la Sierra de Juarez, 20 km di tornanti costeggiati da enormi massi.

A Mexicali la temperatura è insopportabile. Fino agli anni 80, a poche miglia dal centro, iniziava la Laguna Salada, un enorme bacino di acqua salmastra alimentato da qualche rivo perduto del fiume Colorado o dalle alte maree provenienti dal Golfo di California. Oggi la laguna è completamente secca. I messicani accusano i nordamericani di utilizzare tutta l’acqua del Colorado per irrigare i campi di barbabietole dell’Imperial Valley, la valle che inizia al di là del muro, e per dare corrente alle insegne e alle slot-machine di Las Vegas. Questo è uno dei mille conflitti che segnano l’esistenza dei messicani e dei nordamericani che vivono la frontiera, una frontiera che pare marcare la diversità di due mondi. Da una parte sviluppo e opportunità, dall’altra miseria e siccità. Da una parte chi vorrebbe che la storia venisse quantomeno ricordata, dall’altra chi pensa che è del tutto inutile perché sono sempre i vincitori a scriverla. Non esiste tra i messicani alcun desiderio di vendetta. Il fatto che nel 1848, a seguito di una guerra di invasione da parte degli Stati Uniti, il Messico abbia perduto oltre il 55% del suo territorio, viene accettato come parte della storia. Non c’è messicano che richieda il ritorno ai confini del 1846, tuttavia sono molti i messicani che non capiscono il perché gli sia impedita addirittura la possibilità di metter piede su quelle terre che un tempo, non troppo lontano, gli appartenevano e con esse tutte le loro ricchezze: l’oro della California, le bellezze naturali dell’Arizona o il petrolio del Texas.

Tuttavia, se occorre ricercare nella storia le ragioni per le quali c’è chi ritiene diritto dei messicani cercar fortuna al di là del Rio Bravo, non è necessario guardare al XIX secolo, l’anno da studiare è il 1994. È l’anno dell’inizio del suicidio economico e sociale del Messico a seguito dell’entrata in vigore dell’Accordo nordamericano per il libero scambio.

Sostenuto principalmente dalle multinazionali dell’agro-business il trattato di libero commercio Usa-Canada-Messico venne firmato nel 1992 durante la presidenza di Bush padre ed entrò in vigore il 1 gennaio del 1994, giorno in cui, in Chiapas, nel sud del Messico, partì la rivolta dell’Ezln che si opponeva all’abbattimento delle barriere commerciali ritenendo il trattato il preludio dell’ennesimo trasferimento di ricchezza tra il secondo e il primo mondo.

Il 1994 è anche l’anno del progetto Gatekeeper, un’operazione voluta dal presidente democratico Bill Clinton e realizzata dalla Border Patrol, polizia di frontiera nordamericana. L’operazione che aveva l’obiettivo di fermare l’immigrazione clandestina prevedeva il rafforzamento di alcune barriere, telecamere lungo la frontiera e di centinaia di milioni di dollari per operazioni di controllo e per assumere nuovi agenti. La barriera, la cinta, il muro: chiamatelo come vi pare, ma sappiate che non si tratta di un’idea di Trump. Trump ha solo promesso di terminare un’opera iniziata da Bush padre, ampliata da Clinton marito e sostenuta, tra gli altri, da Clinton moglie e dal premio Nobel per la Pace Barack Obama. Questi ultimi, rispettivamente senatori democratici dello Stato di New York e dell’Illinois, votarono favorevolmente il Secure Fence Act, la legge voluta dai Repubblicani che autorizzava la costruzione di centinaia di miglia di barriere lungo il confine meridionale del Paese.

Nel 2009 Noam Chomsky, durante una lectio magistralis tenuta all’Università di Città del Messico sostenne che il tempismo dell’operazione Gatekeeper non fu casuale. L’Amministrazione Clinton sapeva che l’ondata di esportazioni agroalimentari made in Usa verso il Messico – autorizzata dal trattato di libero commercio – avrebbe danneggiato i piccoli produttori. Chi ritiene che il libero mercato sia la strada per la prosperità del mondo dovrebbe quantomeno lottare affinché questo sia libero davvero. A quale libertà potranno mai aspirare i milioni di contadini messicani asfissiati dall’irruzione sul loro mercato di prodotti agricoli sovvenzionati dal governo nordamericano e per questo dai prezzi bassissimi? Non si tratta anch’essa di un’invasione? Era chiaro a tutti che i produttori centro-americani non sarebbero stati in grado di resistere alla concorrenza dei colossi come Cargill e Monsanto. Ed era chiaro a tutti che l’impoverimento nelle aree rurali messicane, honduregne o guatemalteche avrebbe spinto centinaia di migliaia di persone ogni anno a cercare una forma di sostentamento altrove, a Hollywood, nella Silicon Valley, delle opportunità nelle imprese di costruzioni texane. Nel primo mondo, quello che si intravede tra le fessure del muro di ferro a Tijuana, a Mexicali, a Nogales; quello dove i cartelli transnazionali riciclano miliardi di dollari provenienti dal narcotraffico; quello dove amici e parenti vivono e hanno trovato lavoro; quello che un tempo era territorio messicano.

A Tijuana c’è una farmacia a ogni angolo di strada. Ogni giorno centinaia di cittadini statunitensi escono da San Diego ed entrano in Messico per comprare farmaci di ogni tipo, quelli indispensabili per la loro salute, ansiolitici, anti-depressivi e viagra. A Tijuana costano poco e vengono spesso venduti senza ricetta. Tra un bar e l’altro c’è un centro salute e ci trovi soprattutto americani. Vanno a farsi le analisi del sangue, a controllare lo stato del cancro o a mettersi una protesi dentaria. Un tempo Tijuana era tequila, sexo y marijuana. Oggi è il turismo medico il vero business di Tijuana.

A Nogales, Stato di Sonora, ho conosciuto John, un pensionato di Phoenix. Era arrivato in città perché gli si erano spezzati due denti. Nonostante avesse l’assicurazione sanitaria, in Arizona avrebbe dovuto pagare quattro volte quel che stava pagando dal dentista messicano. La cittadina più settentrionale di tutta l’America Latina, Los Algodones, è la capitale mondiale dell’odontoiatria. 5000 abitanti, oltre 300 cliniche dentali e 500 dentisti. Molti impiegati delle cliniche sono messicani espulsi dagli Stati Uniti negli ultimi anni. Trovano lavoro a Los Algodones perché parlano inglese e conoscono la mentalità dei loro clienti. Non hanno intenzione di tornare negli Usa, quel muro non impedisce alcun passaggio a quelli che gli portano i soldi.

Il muro pare non sia un problema neppure per le migliaia di persone che al confine sognano di scavalcarlo. “Yo puedo brincar, puedo brincar”, ripete quell’uomo nell’hotel per migranti di Mexicali. Brincar – che significa saltare – è anche il modo in cui viene chiamato il provino definitivo per entrare in una pandilla, una banda criminale centro-americana. Le pandillas o maras hanno molto a che fare con i fenomeni migratori. Ne furono un prodotto e adesso ne sono una delle cause. Negli anni 80 le guerre sporche combattute in Guatemala, Salvador e Nicaragua, guerre finanziate dalla Cia e da parte dell’Amministrazione Reagan, produssero un primo esodo di centro-americani verso la California. Al posto della terra promessa trovarono degrado ed esclusione sociale.

Fu in quegli anni che vennero fondate a Los Angeles due bande che dettano legge in Centro-America: la Mara Salvatrucha e la Mara 18. Presto si unirono alle bande anche guerriglieri e disertori salvadoregni o honduregni senza più voglia di combattere in patria. Le bande crebbero grazie all’estorsione e al traffico di armi e droga. La polizia americana gli dichiarò guerra, vennero arrestati migliaia di pandilleros, ma le bande furono capaci di resistere fino a che, nel 1996, sotto la spinta di una opinione pubblica esasperata dalla violenza delle gang, in California venne approvato l’Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act, una legge durissima voluta dall’Amministrazione Clinton che permise l’espulsione di migliaia di irregolari centroamericani. Molti vennero prelevati dalle carceri e spediti in aereo a San Salvador, Tegucigalpa o Città del Guatemala. Migliaia di delinquenti che si erano fatti le ossa tra le strade di Los Angeles o nelle carceri californiane riuscirono così, in breve tempo, prendere il potere in Centro-America.

A Tijuana sotto un capannone ho conosciuto una famiglia salvadoregna. Padre, madre e quattro figli. La piccola, di pochi mesi, aveva la febbre. Il papà mi ha raccontato storie di morte, sconsigliandomi di passare per il Salvador. Le pandillas hanno corrotto giudici, politici, poliziotti, le pandillas seminano il terrore uccidendo chi non paga il pizzo o reclutando giovanissimi nelle aree rurali centro-americane. Cos’è una guerra? È una lotta armata tra due eserciti con l’obiettivo di risolvere con la violenza una controversia. In moltissime aree centro-americane si sta combattendo una guerra a tutti gli effetti. Si spara per strada, si reclutano ragazzi contro la loro volontà, si uccide chi non collabora e si semina morte tra i civili.

Quel padre cercava una via di fuga, per lui ma soprattutto per i suoi figli perché non li avrebbe mai voluti vedere arruolati tra le file della 18 o della Salvatrucha. Potete dargli torto? Non dico che per questa ragione occorre abbattere le frontiere, voglio solo studiare e raccontare le cause dei flussi migratori nelle parti di mondo in cui mi trovo: povertà e violenza, due cose che si autoalimentano e che, nel caso centro-americano, trovano radici nelle politiche statunitensi di aggressione economica e in quelle di sudditanza messicane. E fino a che l’iperliberismo e le bande criminali detteranno legge in Centro-America non ci sarà muro che tenga. Neppure le torride temperature del deserto di Sonora fermeranno chi fugge: tra una morte probabile tra i cactus dell’Arizona e una certa nei villaggi del Salvador, in tanti sanno perfettamente cosa scegliere.

A Tijuana, a poche decine di metri dal muro, c’è un canale secco. Sulle sponde ci sono dei buchi nel terreno scavati da uomini che ci vivono dentro e per dimenticarlo si ubriacano con alcol a buon mercato o fumano crack. Ma preferiscono vivere come topi piuttosto che tornare a casa loro. A Mexicali hanno costruito molti tunnel per eludere la barriera. Quelli più grandi li hanno fatti scavare i narcotrafficanti. Per ogni tunnel scoperto dalle autorità, ne costruiscono altri cinque. Chi ha denaro può comprare una casa da una parte e dall’altra del muro. Migranti e narcos entrano in un tinello in Messico ed escono da un bagno in California. La droga continua a passare. A Nogales ci sono negozi specializzati per il climbing degli immigrati. Vendono scarpe e guanti per saltare il muro e borsoni comodi dove poter disporre lo stretto necessario.

Questo è il mondo che sto vedendo ed è un mondo desolato, ingiusto ma allo stesso tempo limpido. Sono limpide le ragioni che incrementano i flussi migratori come limpidi sono gli eventi che le hanno concepite. Limpide sono le convinzioni di chi fugge e altrettanto limpide quelle di chi pensa che innalzare il muro sia la soluzione. Guardando quei chilometri di barriera non si può non pensare che la globalizzazione abbia garantito più diritti alle merci che alle persone e non si può non tifare per chi prova a scavalcare. Ma usando la testa non si può neppure pensare che sia l’accoglienza a ogni costo la chiave per affrontare i flussi migratori. Non è più sostenibile e non dal punto di vista economico. Non è più logicamente sostenibile concentrarsi sugli effetti ignorando le cause. Non è più sostenibile un dibattito che, dalle nostre parti, si nutre di scaramucce tra chi pronuncia insensate parole su fantomatiche pacchie finite e chi risponde indossando inutili magliette rosse.

Chi attraversa il deserto di Sonora o il Canale di Sicilia ha il diritto di essere salvato, ma costoro partono perché gli è stato negato un altro diritto: quello di restare a casa loro. E spesso proprio le politiche portate avanti dai paladini dell’accoglienza hanno negato tale diritto ancestrale. Lo hanno negato ai giovani messicani come ai giovani italiani ed è per lavarsi la coscienza che i politici della sinistra globalista tessono le lodi dell’immigrazione.

Quando lavoravo nella cooperazione pensavo che soltanto la solidarietà internazionale fosse la risposta. Oggi, nonostante continui a sostenere un’organizzazione che non ha mai tradito la mia fiducia, credo che il mio ragionamento fosse egoista. Perché poneva al centro, sempre e comunque, l’uomo bianco. L’uomo bianco che toglie e l’uomo bianco che dà. Ci sono aree del mondo dove i danni dell’occidente sono ormai irreparabili senza un ulteriore intervento occidentale. Tuttavia la risposta non può essere “aiutiamoli a casa loro”. E non perché si tratta di una risposta di destra, ma perché spesso l’Occidente ha aiutato solo per poter dormire di notte. L’ha fatto per sentirsi meno in colpa, come chi fa dieci minuti di esercizi mattutini per poter mangiare a volontà a pranzo. È questa, alla lunga, la risposta che migliorerà l’Africa o il Centro-America?

Si parla tanto dei diritti delle minoranze. D’accordo, e dei diritti della maggioranza chi se ne occupa? Non mi riferisco soltanto a quella maggioranza che nei quartieri popolari vive il dramma dell’insicurezza legata alla mancanza di gestione dei flussi migratori. Mi riferisco a quella maggioranza di africani o centro-americani che per affetto, orgoglio o vecchiaia non lascerà la propria casa. Molti di loro non aspettano qualcuno che li salvi, gli basterebbe essere lasciati in pace.