Cdp, nomine il 18. Scannapieco verso l’incarico di Ad

Slitta ancora la nomina dei vertici della pubblica Cassa Depositi e Prestiti. Il governo non è riuscito a chiudere l’accordo in tempo e così l’assemblea di ieri è stata rinviata, per la terza volta, al 18 luglio, giorno in cui è prevista anche l’elezione del cda Rai. Nel caso della Cdp, l’accordo tra M5S e Lega – risulta al Fatto – sarebbe ormai chiuso. Detto che il presidente, Massimo Tononi, è stato già indicato dalle fondazioni, come amministratore delegato la scelta finale è ricaduta su Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei. Un tecnico esperto che non dispiace alla Lega e nemmeno ai 5Stelle, che avrebbero superato i dubbi dopo il suo via libera a indicare come direttore generale l’attuale Cfo, Fabrizio Palermo (in quota M5S). Sempre il 18 sarà invece eletto il cda Rai: c’è l’ accordo sui consiglieri, ma manca ancora quello sull’ad (decidono Di Maio e Salvini), che sarà indicato dai 5Stelle. Nella partita sono coinvolte anche le Ferrovie, dove la Lega spinge per Giuseppe Bonomi, oggi in Arexpo. Per il dg del Tesoro, il ministro Giovanni Tria punta su Alessandro Rivera, nome però non gradito ai 5Stelle. Alla fine potrebbe spuntarla un’altra candidatura interna, quella di Stefano Scalera.

Dolori da vitalizio tagliato: “Lo fate per la plebe”

“Se Aldo Moro fosse ancora vivo, voi oggi gli stareste tagliando il vitalizio”. Non si può certo dire che Giuliano Cazzola, giuslavorista già deputato dal 2008 al 2013, pecchi di schiettezza. Il ricalcolo dei vitalizi proprio non gli piace e non soltanto per i quasi 600 euro in meno che riceverà dal prossimo novembre: “È una vendetta realizzata con stile meschino, non si può trattare chi ha rappresentato il Paese come fosse un malfattore”. Colpa, dice lui, di un “marchingegno virtuale” – il ricalcolo contributivo – creato ad hoc per colpire gli ex parlamentari e che difficilmente potrà essere contestato in regime di autodichia.

La mannaia si abbatterà anche su Giusi La Ganga, che giovedì a La Zanzara lamentava un taglio lordo di oltre 5 mila euro al mese: “Io ne prendo 4.300 netti e ci campo dignitosamente, ma se mi tolgono questo introito finisco in povertà, non sarò più in grado di mantenermi”. Il suo assegno diventerà di 1.700 euro netti, troppo pochi per pagare “il riscaldamento” e mantenere “una biblioteca e un grande archivio”.

A rincarare la dose ci pensa Clemente Mastella, il cui vitalizio, in quanto erogato dal Senato, per il momento è illeso: “Siamo in presenza di un gruppo di giacobini senza idee. È un diritto di tanti ex parlamentari che viene bruciato in olocausto per soddisfare la plebe”. Ben altra cosa, secondo Mastella, sarebbe intervenire sugli stipendi degli onorevoli: “Decidere solo sugli altri è da vigliacchi se poi non si decide anche su se stessi”.

Tempi duri anche per Paolo Cirino Pomicino, decano della Democrazia Cristiana che può vantare un assegno mensile della Camera da 9.636 euro lordi e che vedrà il vitalizio decurtarsi del 43 per cento, fino a scendere sotto i 5.500 euro. “è un atto vergognoso – dice – anche se non sono di certo amareggiato, chi fa politica deve essere pronto a questo tipo di angherie”. A preoccuparlo, più che lo stringimento dei cordoni della borsa, è la minaccia alla democrazia: “Presto ci ritroveremo parlamentari impoveriti e con il vincolo di mandato. Finirà che risponderanno solo ai segretari di partito che li hanno messi lì”.

Ben più distaccato Gianfranco Fini, ex leader di Alleanza Nazionale e deputato per otto legislature, che rivendica l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari avvenuta durante la sua presidenza della Camera, nel 2012. Il suo assegno da 10.631 euro, ricalcolato con il contributivo, sarebbe persino aumentato: “Se ho capito bene il tetto massimo dei vitalizi è fissato all’assegno precedente, dunque non cambierà niente. Mi sembra corretto”.

E se Alfonso Pecoraro Scanio trova equo il ricalcolo (“Non ho mai cambiato il mio tenore di vita neanche da parlamentare, dunque non soffrirò con 3 mila euro in meno”) e Antonello Falomi sottolinea la necessità di “salvaguardare gli assegni minimi di chi soffre problemi di salute”, sulla delibera vomita il consueto livore Vittorio Sgarbi: “Pagare 130 milioni a Ronaldo e togliere 4 mila euro a Luciana Castellina è sadismo idiota”. In effetti anche lei, storica deputata comunista, dovrebbe passare da oltre 5 mila euro lordi di vitalizio a circa 700, eppure a farsi tirare per la gicchetta proprio non ci sta: “Trovo sacrosanto ridurre questa retribuzione, basta che nessuno pensi che sono andata in pensione a 50 anni, perché non è vero”.

Stop a “Qui! Ticket”. Sui buoni pasto è caos in 5 regioni

Carta straccia. Da ieri pomeriggio questo è il valore dei buoni pasto Qui! Ticket che stanno nel portafoglio di dipendenti pubblici, forze dell’ordine comprese, dopo la decisione della Consip (la centrale acquisti del Tesoro) di procedere alla risoluzione della convenzione che lega cinque Regioni – Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Lombardia e Lazio – alla società genovese Qui! Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. A febbraio 2016, l’unica italiana delle sette sorelle dei buoni pasto che si dividono un mercato da circa 3 miliardi di euro si è aggiudicata per 388 milioni di euro i due lotti principali (su 7) del bando Consip da un miliardo di euro per la fornitura dei ticket nelle 5 Regioni con un’offerta inferiore del quasi 20%.

Il provvedimentoè però tutt’altro che inaspettato: da gennaio gli esercenti in tutta Italia denunciano di non ricevere i rimborsi dal gruppo e uno dopo l’altro – non solo bar e ristoranti, ma anche le grandi catene di supermercati – hanno deciso di non accettare più i buoni, annullandone in pratica il valore. L’ultima a cedere la scorsa settimana è stata Coop. Gregorio Fogliani, il presidente di Qui! Group ha però sempre negato di avere problemi di solvibilità. Dopo un primo richiamo formale di Consip a febbraio, ha prima assicurato il ripristino della funzionalità del servizio e, poi, a marzo ha attribuito la colpa dei mancati pagamenti ai ritardi nei trasferimenti di denaro da parte della stessa pubblica amministrazione, vantando una solidità finanziaria del gruppo. Eppure il gruppo, che ha chiuso il 2017 con 560 milioni di euro di ricavi consolidati, nel 2016 ha registrato 191 milioni di euro di debiti (di cui 68 milioni verso i fornitori e 105 verso le banche). Mentre lo scorso febbraio ha sottoscritto un bond da 50 milioni con un fondo americano che, secondo gli addetti ai lavori, avrebbe dovuto arginare una crisi ormai sistemica. Ora cosa possono fare i dipendenti dei Comuni, dei ministeri e delle società controllate dallo Stato che hanno i buoni pasto? Nulla e per loro non ci sono buone notizie. Secondo le disposizioni Consip, la risoluzione blocca solo l’emissione di nuovi ordinativi verso Qui! Group da parte delle pubbliche amministrazioni che devono, quindi, rifarsi sul gruppo per avere indietro i soldi e per sostituire il fornitore. E una delle possibilità è aspettare la chiusura della gara “Buoni Pasto 8”, che è prevista per il prossimo dicembre. Si tratta di una gara da un miliardo di euro di base d’asta, in attesa di aggiudicazione, che vede tra gli ammessi, ma con riserva, Qui! Group. Probabile che ora Consip sciolga negativamente quella riserva.

Insomma, una bolla pronta a esplodere. “Da mesi segnaliamo il problema a Consip e sollecitiamo le singole amministrazioni”, spiega Natale Di Cola, segretario generale Fp Cgil Roma e Lazio. Che aggiunge: “È evidente che i lavoratori debbano ricevere il dovuto e recuperare i ticket che non hanno potuto spendere. Non accetteremo lo scaricabarile. Nell’immediato le amministrazioni dovranno trovare una soluzione per i prossimi mesi. Stiamo valutando con i nostri legali come procedere e se ci sono i margini per una class action”. Peccato che in Italia non esista.

Ci hanno stufato anche le battute

Non abbiamo mai deriso Rocco Casalino per essere stato un concorrente della trasmissione Tv più trash mai andata in onda. Anzi, per diventare stratega della comunicazione del M5S e ora portavoce del presidente del Consiglio con quel passato, uno deve essere proprio un abile spin doctor. Ieri ci è venuto qualche dubbio: “Adesso che il Foglio chiude, che fai?”, ha detto a Salvatore Merlo del Foglio che lo riporta, “A che serve il Foglio? Perché esiste?”. Scandalo tra i fan del Foglio, tra i quali per una strana serie di circostanze vi sono ora molti dirigenti e galoppini del Pd, i quali hanno avuto buon gioco a urlare al fascismo sin dal primo mattino. Sì, quelli che si spellavano le mani quando Renzi lanciò il concorso per “il peggior titolo di giornale” tra quelli che non gli usavano piaggeria (modestamente vincemmo noi), tacevano quando i suoi luogotenenti alla Rai cacciavano Giannini, Gabanelli e Giletti e retwittavano i suoi editti bulgari contro i talk show. Pensavamo che di quella stagione che ha disgustato milioni di persone il “governo del cambiamento” avesse fatto tesoro. “Era una battuta”, si è difeso Casalino. Bene, già che ci siamo: ci hanno stufato anche le battute.

Blue Brothers of Italy: Giorgia si mangia B.

C’era un tempo ormai lontano in cui Giangiacomo Feltrinelli buonanima voleva fare della Sardegna la Cuba del Mediterraneo.

Mezzo secolo dopo, in questa cupa era sovranista, c’è tale Marcello Orrù, fondamentalista cristiano e sardista, che ha tutt’altro sogno: “Il modello da seguire è Orbán, dobbiamo fare come in Ungheria”. Ovazione. Decine di magliette blu – tra cui Isabella Rauti, Daniela Santanchè, Ignazio La Russa – applaudono entusiaste all’idea di fare come nell’Est europeo clericale e xenofobo.

Le magliette blu, per la precisione polo, sono la divisa dell’orgogliosa assemblea nazionale di Fratelli d’Italia convocata di venerdì 13 per festeggiare l’arrivo di 150 “amministratori locali” nel partitino di Giorgia Meloni. Roma, alle undici di mattina, in un centro congressi nei dintorni di via Margutta. Il blu è l’ossessione lepenista di Salvini ma anche di Meloni. Il colore del sovranismo.

Blue Brothers of Italy.

Il problema però è trovare una polo per il gigante Guido Crosetto. L’annuncio lo dà “Giorgia” in persona dopo la pausa buffet: “Abbiamo trovato una maglietta a Crosetto”. Altra ovazione. Gli interventi sono micro, questione di secondi o qualche minuto. Sul palco salgono fieri “amministratori locali” passati perlopiù da Forza Italia a FdI. È l’inedito cannibalismo del centrodestra. La “catena alimentare” della Terza Repubblica: la Lega si mangia pezzi di Fratelli d’Italia, a loro volta i Fratelli fanno a brandelli Forza Italia. E così Meloni gongola: “Siamo il secondo partito del centrodestra”. Quale centrodestra però, se Salvini governa coi grillini e B. si fa spolpare il partito? Boh.

Quello che è certo è che FdI, per rispondere alla Lega, sta imbarcando di tutto. Il citato Orrù, già forzista e poi leader del Movimento popolare cristiano, è consigliere regionale sardo e all’inizio dell’anno è stato indagato per truffa: lui, la sorella e il cognato avrebbero promesso posti per una banca etica cattolica mai aperta.

Indi i territori “difficili” dove “si muovono pezzi di classi dirigente verso te, Giorgia”. A parlare, stavolta, è Alessandro Nicolò, già pilastro di Forza Italia in Calabria. La storia è semplice: dopo un ventennio in consiglio regionale Nicolò non è stato candidato dagli azzurri in Parlamento e ha virato verso il blu meloniano.

Nicolò non pronuncia mai la parola ’ndrangheta: un pentito delle cosche ha parlato a lungo di lui ai pm e ha persino rivelato: “Ricordo che Sonsogno (boss del reggino, ndr) aveva progettato di ricattare Sandro Nicolò perché faceva uso di cocaina e allo stesso modo altri”.

Ma non ci sono solo ex berlusconiani da esibire come trofei di guerra di questo trasformismo cannibale. C’è finanche l’ostensione di un grillino del X Municipio di Roma. Si chiama Luca Mantuano e l’incipit del suo intervento è da romanzone strappalacrime, inzuppato di fraterna retorica: “Sono emozionato: finalmente ho il diritto di parlare”.

Nel frattempo, nonostante il caldo di metà luglio, l’emorragia azzurra verso i Blue Brothers of Italy è inarrestabile: “Gli amministratori passati con noi sono 220 non più 150”. L’onda blu si propaga dai comuni montani del Nord (un’assessora della provincia di Belluno sviscera problemi che “la pianura” non capisce) al tacco pugliese dello stivale italiota (un sindaco del foggiano che ha destinato alla polizia una struttura per migranti). Per Meloni è un premio alla coerenza: “Noi non abbiamo mai fatto scappatelle”. In fondo alla sala c’è pure Guido Paglia, uno degli uomini forti della fu An: “Fratelli d’Italia può arrivare al 10 per cento”.

Il format giallo e quello verde: una guerra persa in partenza

Più trascorrono i giorni e più si fa meno agevole – almeno per chi scrive – esprimere un’opinione di senso compiuto sul M5S di governo. Apprezzabile è stato, per esempio, il sostegno dato dal vicepremier Luigi Di Maio al presidente Sergio Mattarella (“ha sbloccato la situazione”) sulla gazzarra inscenata dal suo omologo e ministro degli Interni Matteo Salvini a proposito dei “rivoltosi” della nave Diciotti. Così come comprensibile appare la soddisfazione dei Cinque Stelle sulla delibera taglia-vitalizi imposta (dopo storiche battaglie) dal presidente della Camera Roberto Fico.

C’è sembrato però che nei festeggiamenti a base di champagne e palloncini, inscenati davanti a Montecitorio sotto la guida del Di Maio medesimo, ci fosse qualcosa di volutamente esagerato, come di forzato: quasi una risposta “dovuta” all’incessante martello mediatico salviniano. Un rivendicare orgogliosi la “propria” visibilità. Insomma, ci siamo anche noi. In un duello che si mostra ugualmente sbilanciato poiché, se restiamo ai colori del famoso contratto, il leader della componente verde fa e dice sull’immigrazione cose orrende, che però comunica benissimo. Mentre il capo politico dei gialli cerca di muoversi con misure ispirate a una migliore giustizia sociale (il decreto Dignità) ma non sempre divulgate nella maniera più efficace. Un problema non sapremmo dire se riconducibile a Rocco Casalino che da Palazzo Chigi si occupa per il movimento di giornali e giornalisti (pessima la battutaccia contro il collega dell’antipatizzante Foglio : “Ora che chiude cosa fai”). Un problema sicuramente collegato a due format molto diversi. Con un Salvini social senza pause. Dichiarante a ogni ora del giorno (e della notte). Che appena scorge in giro dei microfoni vi si tuffa beato. Senza protezione. Senza filtri. Senza domande concordate. Senza suggeritori. Senza addetti che lo tirano per un braccio (a loro rischio e pericolo). Lui non è un uomo, bensì un network autarchico. Un selfie permanente. Un serbatoio traboccante di like (e di voti). Dall’altra parte vige il sistema opposto. Interviste rigidamente programmate e concordate. Concesse solo ai conduttori (gli altri giornalisti, tenuti in quarantena, verranno ammessi semmai a chiosare il leader quando costui è già lontano). Un sistema di autoapartheid esteso all’intera classe dirigente Cinque Stelle, già deplorato da Gaia Tortora su La7 (“vengano nei talk o ne facciamo a meno”).

Per carità, ce ne faremo tutti una ragione anche se non si capisce quale sia lo scopo di una tale informazione liofilizzata. Forse perché Salvini e la Lega sono la stessa cosa e dunque quell’Uno parlante basta e avanza per tutti? Mentre si teme che la pluralità grillina di governo possa dar luogo a imbarazzanti cacofonie? Peccato che sia una guerra perduta in partenza. Come quando Di Maio tuona sul trattato di libero scambio Ceta (“via i funzionari che lo difendono”), subito frenato dal ministro dell’Economia Tria (“gli accordi sono un bene”). Questo è un governo comunque destinato a durare. Con un orizzonte che può spingersi fino al voto Europeo del maggio 2019, e forse più in là. La stabilità di medio periodo non è dunque in discussione. Ma la supremazia politica dei prossimi anni, quella si. Oltre l’attuale patto governativo, di pura convenienza, la sola alternativa credibile all’avanzata in Italia, e nel continente, della destra xenofoba e illiberale, piaccia o no, è il movimento di Grillo. Se al suo interno convivono anime diverse – più moderate ma anche di sinistra – ciò non dovrebbe creare un problema ma nuove opportunità. Per esempio, certi segnali di dialogo che giungono dal Pd non renziano e le sintonie che il reddito di cittadinanza suscita nel sindacato. Esiste un Paese che, malgrado tutto, rifiuta i profeti di paura ma che teme che Conte e Di Maio siano solo le controfigure dell’uomo barbuto che minaccia. Tenere l’alternativa al dilagante becerume sotto una campana di vetro, come si fa con i bambini malaticci e senza futuro, a che serve? A chi serve? A lasciare campo aperto al nuovo asse Roma-Berlino-Vienna? Alla politica gutturale dei verboten?

Di Maio: “Via il Ceta” e minaccia funzionari. Tria: “Valutiamo”

“Il Ceta dovrà arrivare in aula per la ratifica e questa maggioranza lo respingerà”: ieri il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, è tornato sull’accordo di libero scambio con il Canada nel suo intervento all’assemblea di Coldiretti.

”Se anche uno solo dei funzionari italiani all’estero continuerà a difendere trattati scellerati come il Ceta, sarà rimosso”, ha poi aggiunto. Nella stessa giornata, sul tema è intervenuto però anche il ministro dell’Economia, Giovanni Tria: “Non ho seguito il dossier – ha affermato – credo che sia sempre un bene avere degli accordi commerciali, ma bisogna vedere come si fanno. La mia opinione è che il libero commercio che si estende anche agli accordi commerciali è una buona cosa, poi bisogna vedere come si fanno”.

Condanna senza mezzi termini, invece, dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Non ratificare il Ceta sarebbe “un grave errore. All’Italia conviene il Ceta perché siamo un Paese ad alta vocazione all’export e attraverso l’export creiamo ricchezza”.

Conte incontra i Regeni: “Il governo è al loro fianco”

“Oggi ho voluto incontrare i genitori di Giulio Regeni, dei quali comprendo il grande dolore, affinché non si sentano soli e abbandonati dalle istituzioni italiane”. Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in una nota diffusa dopo l’incontro con Paola Deffendi e Claudio Regeni a Palazzo Chigi, durato quasi due ore. “Prima di questo incontro – ha affermato il premier – ho acquisito dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone un aggiornamento sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta. Ho sentito anche il nostro ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini, per avere ulteriori informazioni. Ammiro la perseveranza, la compostezza e il coraggio con cui questi due genitori, da due anni e mezzo, stanno combattendo per la verità e la giustizia. A Paola Deffendi e Claudio Regeni ho assicurato che questo governo è al loro fianco in questa battaglia e che farà tutto ciò che è necessario per giungere alla verità”. E conclude: “Prima del nostro insediamento, è stato deciso di far rientrare al Cairo il nostro ambasciatore. Noi sfrutteremo la sua presenza in Egitto a sostegno di un’azione costante perché si faccia definitivamente chiarezza sulla tragica morte di Giulio”.

Mattarella e la telefonata al premier Conte. Così il Colle frena le ingerenze del Viminale

Per quanto Matteo Salvini ora provi a minimizzare, giovedì sera si è consumato un fatto piuttosto eclatante. Il presidente della Repubblica alza il telefono e chiama il presidente del Consiglio per chiedergli come sia possibile che sul caso della nave Diciotti siano tutti in balìa del Viminale: il premier stesso, il ministero della Difesa, la Procura di Trapani.

Il discorso di Sergio Mattarella a Giuseppe Conte è grossomodo questo: che titolo ha Salvini per impedire a una nave militare della Guardia costiera italiana di attraccare in un nostro porto? Secondo quale diritto il ministro dell’Interno può intimare a dei magistrati il fermo di due persone sospettate di aver avuto atteggiamenti violenti? Il presidente della Repubblica, insomma, ricorda a Conte un principio teoricamente elementare: la separazione dei poteri dello Stato.

Il resto è cronaca: il premier chiama Salvini e gli spiega di aver sbloccato l’impasse della Diciotti – che finalmente sbarca a Trapani – anche a causa dell’irritazione del Quirinale. E il capo della Lega fa sapere ai giornalisti di essere “sorpreso” per l’intervento del Colle, oltreché “rammaricato” per la decisione della Procura di non procedere all’arresto dei facinorosi.

Passata la nottata, Salvini frena. Prova a negare le tensioni che lui stesso ha messo in piazza la sera prima. Dal suo staff fanno sapere che il caso Diciotti è stato enfatizzato dalla stampa e che il ministro è rimasto deluso dallo scarso risalto dato invece al suo lavoro al vertice di Innsbruck. Con gli alleati di governo – è la versione di Salvini – non c’è nessuna tensione, anzi c’è completa collaborazione con gli altri dicasteri coinvolti nella gestione dei flussi. E c’è stata pure una comunicazione con il Colle per far abbassare la temperatura (anche se non direttamente con Mattarella).

Alla base dell’improvviso ecumenismo del capo della Lega ci sono un fatto nuovo e una strategia precisa. La novità è l’atteggiamento dei Cinque Stelle. Luigi Di Maio ieri è stato chiarissimo: “Che Salvini abbia esagerato o meno non me ne frega niente, l’importante è che il presidente della Repubblica abbia sbloccato la situazione”. I grillini provano a sfruttare i fatti di Trapani per saldare il rapporto con il Quirinale. Uno strumento molto prezioso per un premier in costante bisogno di legittimazione come Conte e per lo stesso Movimento, che ha il problema costante di tamponare il protagonismo dell’alleato di governo.

Ma nella frenata di Salvini c’è anche una strategia collaudata. Non è la prima volta che il leghista alterna polemiche sopra le righe a un’improvvisa docilità istituzionale. Era successo ad esempio per la questione dei fondi della Lega minacciati dal sequestro: prima si era sfogato per l’ “attacco alla democrazia” e aveva chiesto l’intervento del Colle. Poi, una volta ricevuto da Mattarella, aveva accettato di parlare poco o nulla dei soldi e dei magistrati, e si era anche scusato per certe uscite irruente.

La comunicazione salviniana ha un doppio standard: i messaggi aggressivi arrivano a follower ed elettori, quelli distensivi sono a beneficio degli interlocutori politici. Nota di colore: a non tutti i leghisti riesce così bene. Ieri il consigliere lombardo Emanuele Monti ha pubblicato un sondaggio sul suo profilo Facebook dalla domanda apparentemente retorica: “Ha fatto bene il presidente Mattarella a far sbarcare i migranti della Diciotti?”. Monti si aspettava un plebiscito di No, ha vinto il Sì con il 54%. Il sondaggio è sparito.

Ma al di là di questo Salvini sa bene che la faccia “cattiva” con i migranti esalta il suo popolo: anche nelle ultime ore è stato sommerso dai messaggi di stima. Non ha la minima intenzione di cambiare linea, né di cedere un millimetro sulla gestione di barche e porti. Dovesse partire un barcone al giorno, sarà una battaglia mediatica al giorno. I suoi ci scherzano su: “Prima o poi l’estate finisce…”.

Inchiesta Vos Thalassa: “Colpito uno degli ufficiali”

Storie come sempre drammatiche, quelle che la Squadra mobile di Trapani sta raccogliendo in queste ore, negli interrogatori iniziati subito dopo la sbarco dei 67 migranti nel porto siciliano. E anche qualche elemento in più, per ricostruire la reale dinamica dei fatti che hanno portato il comandante della nave Vos Thalassa a puntare la prua verso l’Italia, con il successivo intervento del pattugliatore d’altura Diciotti, che ha poi trasbordato i migranti a Trapani. Restano due gli indagati per concorso in violenza privata continuata e aggravata, ma non si sarebbe trattato soltanto di una violenza verbale nei confronti dell’equipaggio. Nel caso di un ufficiale di bordo della Vos Thalassa, infatti, gli inquirenti hanno ricostruito un vero e proprio scontro fisico. E si sta valutando se questo elemento, insieme ad altri, possa portare a un’ipotesi di reato più grave. Impossibile stabilire quali altri migranti abbiano concorso con i due indagati, mentre sembra sempre più probabile che gli scafisti non siano rimasti tra loro, ma abbiano lasciato l’imbarcazione prima che venisse soccorsa dalla Vos Thalassa.

Certo, i migranti erano esasperati, non soltanto dal viaggio ma anche dalle condizioni vissute nei campi lager della Libia, dove una cinquantenne ha raccontato di essere stata ripetutamente stuprata. Secondo indiscrezioni a un ragazzo sarebbe stato amputato un dito per chiedere ai suoi genitori ulteriori soldi per consentire loro di lasciare la costa africana. Racconti drammatici, appunto, che spiegano lo stato d’animo che ha portato i migranti – urlavano all’equipaggio della Vos Hestia “No Libia, Italia”, mimando secondo alcuni il taglio della gola – a ribellarsi quando hanno scoperto che la nave stava puntando verso Sud. Nelle prossime ore, la Procura guidata da Alfredo Morvillo stabilirà se mantenere l’ipotesi di reato iniziale o aggravarla, con tutte le conseguenze del caso e le eventuali ipotesi di fermo.