La strategia italiana: basta navi militari se l’Ue non accoglie

Salvataggi in mare e richieste d’asilo: pugni sbattuti sul tavolo e alzare la posta. E quindi, se sarà necessario, porti chiusi anche alle navi militari straniere. È questa la strategia che il governo intende usare nei prossimi giorni in Europa. L’obiettivo è costringere gli altri Stati europei a trattare. A rivedere gli accordi di Dublino e le missioni in corso. Il prossimo appuntamento è previsto per il 18 luglio, con la riunione del comitato politico strategico e ieri, durante una riunione dei ministeri e degli stati maggiori della Difesa, c’è stata piena unità d’intenti sul punto. È stato stabilito che il caso della nave Aquarius si ripeterà all’infinito finché non sarà ottenuto il risultato.

Parliamo dell’imbarcazione della Ong Sos Mediterranée, che in giugno ha soccorso 600 migranti, alla quale è stato negato il permesso di attraccare in Italia e che ha ormeggiato in Spagna. Una situazione che si ripeterà ancora. A oltranza. Fino a quando non sarà chiaro che non deve essere soltanto l’Italia a farsi carico di soccorsi e richieste d’asilo. E non sarà trovata una soluzione. Si profila quindi un braccio di ferro continuo con migranti bloccati nel Mediterraneo per giorni e giorni. Ma c’è di più. La chiusura dei porti non riguarderà più soltanto le imbarcazioni utilizzate per i soccorsi dalle Ong. Se moltiplicare i “casi” Aquarius equivale a sbattere i pugni sul tavolo, per alzare la posta il governo ha in mente ben altro. E in qualche modo l’ha già anticipato due giorni fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quando ha annunciato che nei prossimi giorni scriverà ai presidenti della Commissione e del Consiglio europeo, Jean Claude Juncker e Donald Tusk, chiedendo di cambiare i termini della missione Sophia.

Si tratta della missione, attiva dal 2015, che punta a individuare, catturare e distruggere le imbarcazioni dei trafficanti. L’obiettivo è quello di ridurre il numero dei migranti morti in mare e, come ovvio, nel caso si renda necessario, di prestare soccorsi a chi ne ha bisogno. In ordine di tempo, è successiva alla missione Mare Nostrum avviata dal governo italiano nel 2013 e all’operazione Triton, dell’agenzia Frontex, varata nel 2014. Ma soprattutto: vede coinvolte le navi militari degli Stati europei e, di regola, comporta che queste sbarchino i migranti in Italia. Ed è proprio questa la posta che sarà alzata il 18 luglio, durante il prossimo comitato politico strategico, quando il governo italiano annuncerà che è pronto a chiudere i porti italiani anche alle navi militari della missione Sophia se non cambiano le regole d’ingaggio. Il governo vuole che ogni nave porti i migranti salvati nel Paese di bandiera. Se vuole attraccare in Italia, perché lo ritiene il porto più sicuro, c’è una sola condizione: che ogni richiedente asilo sia libero di dirigersi nel Paese che desidera raggiungere e, quindi, non debba per forza chiedere asilo in Italia. Il che, in altre parole, significa rivedere gli accordi di Dublino. Accordi che prevedono, invece, che il migrante debba richiedere l’asilo nel Paese in cui sbarca. L’obiettivo principale è quindi convincere gli altri Stati che la questione deve essere affrontata in un’ottica europea. E per convincerli il governo è pronto a chiudere l’accesso ai porti anche alle navi militari. La riunione di ieri, alla quale hanno partecipato i tecnici di ogni ministero, a partire dai capi di gabinetto della Presidenza del Consiglio e del Viminale, ha sancito che la strategia sarà questa. Se sarà possibile praticarla, e a quali condizioni per i migranti che continuano a rischiare la vita pur di lasciare i lager libici, è tutto da dimostrare.

Tornano i barconi carichi. 450 migranti in Sicilia

Un barcone da pesca a due piani, in legno, lungo poco più di 20 metri e con circa 450 migranti a bordo, ha attraversato il Canale di Sicilia ed è entrato ieri sera in acque italiane. È partita dalla Libia, probabilmente da Zuara sulla costa a ovest di Tripoli, una zona controllata con qualche fatica dal governo di Al Serraj che tratta con l’Italia. Il peschereccio carico di disperati si dirigeva verso Lampedusa, le motovedette della Guardia costiera gli sono andate incontro e hanno convinto il comandante a fare rotta verso Linosa e poi la Sicilia perché la situazione lì è già drammatica.

In due giorni sull’isola, dove non si registravano sbarchi dall’agosto scorso, sono già arrivate 56 persone, 25 venerdi e 31 ieri, soccorse da una motovedetta della Guardia di finanza. Sono nordafricani e siriani, dieci bambini quasi tutti con magliette rosse che servono a renderli più visibili in caso di naufragio. Il centro di accoglienza è ufficialmente chiuso, la residua capienza di 96 posti è già esaurita. Un altro sbarco c’è stato ad Augusta (Siracusa): una barca a vela battente bandiera turca di circa 14 metri con a bordo 69 migranti, quasi tutti pachistani, che però sarebbe partita da un porto vicino a Istanbul e non dalla Libia ed è stata fermata dalla Guardia di Finanza al largo di Siracusa. Un georgiano e un lettone sono stati arrestati come presunti scafisti. Un altro sbarco a Crotone.

Come era prevedibile, fare i duri non è bastato a fermare le partenze dalla Libia. Siamo tornati ai barconi. Non più i gommoni e le barchette degli ultimi anni capaci di fare poche miglia prima di rovesciarsi e affondare. Le bande criminali che lucrano sulle migrazioni si sono riorganizzate. Le caratteristiche delle imbarcazioni sono di nuovo quelle che conoscevamo prima del 3 ottobre 2013, dal giorno dello spaventoso naufragio che inghiottì 368 persone al largo di Lampedusa e altre venti non furono mai ritrovate. Vennero poi l’operazione Mare Nostrum, con il dispositivo navale italiano molto vicino alla Libia, poi le navi delle Ong quando l’Ue ha avviato la meno ambiziosa missione Frontex.

Da quando il governo italiano ha allontanato le Ong dal Canale di Sicilia e lasciato alla Guardia costiera del governo Al Serraj il controllo della zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso), si sono moltiplicati i naufragi nelle immediate vicinanze delle coste libiche: migliaia li hanno riportati indietro, nei centri di detenzione governativi che ora scoppiano; centinaia sono morti, anche a tre miglia dalla Libia. L’Unhcr, l’agenzia dell’Onu, ha contato oltre seicento vittime dal primo giugno (mille dall’inizio del 2018) con un aumento della mortalità da uno su 38 a uno su sette partiti dalla Libia. C’è anche chi è arrivato: come i 57 salvati dalla nave mercantile Vos Thalassa e poi trasbordati domenica scorsa sulla nave Diciotti, che sono sbarcati a Trapani solo venerdì dopo che l’intervento del presidente Sergio Mattarella ha placato Matteo Salvini.

La notizia del nuovo barcone l’ha resa nota proprio il ministro dell’Interno ieri pomeriggio: “Un barcone con 450 clandestini a bordo è da questa mattina in acque di competenza di Malta, che si è fatta carico di intervenire. A distanza di ore però nessuno si è mosso, e il barcone ha ripreso a navigare in direzione Italia. Sappiano Malta, gli scafisti e i buonisti di tutta Italia e di tutto il mondo che questo barcone in un porto italiano non può e non deve arrivare. Abbiamo già dato, ci siamo capiti?”, ha scritto su Facebook e su Twitter. Non va così: Malta l’ha lasciata passare come fa sempre, anche perché tutti sanno che è piccola e ha 450 mila abitanti. La nave era stata segnalata al centro di coordinamento delle Capitanerie di porto alle 4.25 della notte di venerdì, quando era a 53 miglia da Lampedusa, a 110 da Malta e a 110 dalla Libia. Zona Sar maltese. La Farnesina ha chiesto l’intervento di La Valletta ma inutilmente.

Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli si è associato alla protesta di Salvini contro Malta: “Non fa il suo dovere”. Un dispaccio della Guardia costiera attesta che “l’autorità Sar maltese alle ore 6,25 comunicava l’assunzione del coordinamento delle operazioni e l’invio in area di un mezzo aereo. Il barcone alle ore 8.07 veniva avvistato da un assetto aereo militare fermo e in buono stato di galleggiamento a 51 miglia a sud di Lampedusa, 107 da Malta e 111 dalle coste libiche”. Poi la navigazione è proseguita e l’imbarcazione, di cui a quanto pare non si distingue il nome, è arrivata nella Sar e in seguito nelle acque territoriali italiane. L’Aeronautica militare l’ha sempre tenuta sotto controllo dal cielo.

Ong e migranti in mare. Ciò che non si può smentire

Noi del Fatto siamo sempre più lusingati nel leggere i continui tentativi di smentire ciò che abbiamo scritto sulla questione dei migranti. Non sospettavamo, davvero, di avere tanta importanza. E proprio perché teniamo molto alla nostra reputazione, che è il nostro unico patrimonio, non possiamo accettare di prenderci dei bugiardi da chi pensa di sapere tutto (e magari lo sa), ma poi – accecato dall’ideologia o dal pregiudizio – nega addirittura l’evidenza dei fatti, dei filmati, delle intercettazioni giudiziarie, delle riprese dei satelliti militari puntati sul Mediterraneo, delle testimonianza del direttore di Frontex e dell’ammiraglio comandante dell’operazione internazionale “Sophia”, dai dati e dai numeri degli sbarchi prima e dopo il codice Minniti di autoregolamentazione delle Ong. Oltre a sfidare i principi più elementari della logica. L’ultima “smentita” è arrivata sul sito del prestigioso settimanale Internazionale a firma di una giornalista solitamente informata sui fatti, Annalisa Camilli.

 

1) La Camilli scrive che il direttore del Fatto sarebbe “preoccupato che ‘decine di amici’ del suo giornale abbiano deciso d’indossare una maglietta rossa per aderire all’iniziativa lanciata con lo slogan ‘Fermare l’emorragia di umanità’ dal fondatore di Libera don Luigi Ciotti, dopo la chiusura dei porti alle navi delle ong e la morte di centinaia di persone davanti alla Libia”. E questo è falso: siamo così poco preoccupati che ci siamo detti “solidali” con tutti quelli che hanno aderito all’appello di don Ciotti a indossare la maglietta rossa per riportare i valori dell’umanità nel dibattito sull’immigrazione. Abbiamo però aggiunto che non si può, come fanno alcune “magliette rosse”, incolpare a questo o quel governo (libico o italiano) per i naufragi dei barconi carichi di migranti nelle acque libiche, per la semplice ragione che nelle acque territoriali di Tripoli le navi italiane e le imbarcazioni Ong non possono agire a loro piacimento senza coordinarsi col governo libico che ha la sovranità su quel tratto di mare. Gli unici colpevoli di quelle tragedie sono dunque gli scafisti.

 

2) Per smentire il legame, secondo noi “acclarato” e “rivendicato” tra alcune Ong e i trafficanti di esseri umani, la Camilli scrive che “le numerose indagini aperte dalle procure siciliane su presunti contatti tra scafisti (e non trafficanti) e navi umanitarie non hanno portato a nessun rinvio a giudizio”. La classica smentita che non smentisce nulla.

Ci smentirebbe se avessimo sostenuto che sono acclarati i reati di alcune Ong. Ma noi abbiamo sempre detto il contrario: e cioè che alcune Ong, anche con le migliori intenzioni, favorivano oggettivamente il traffico di esseri umani da una sponda all’altra del Mediterraneo con i loro “contatti fattuali, non penali” con gli scafisti. Se un automobilista investe un pedone e lo manda all’ospedale con una gamba rotta, non è detto che l’abbia fatto apposta: ma, in attesa che un giudice stabilisca le responsabilità penali, si può dire che il pedone è ferito in un letto di ospedale, o per dirlo bisogna attendere il rinvio a giudizio o la condanna dell’automobilista? E se poi il giudice stabilisce che l’automobilista non aveva colpe, la gamba si aggiusta da sola o rimane fratturata? Un conto sono i fatti, acclarati fin da subito, un altro le valutazioni giudiziarie sulla loro rilevanza penale e sull’attribuzione degli eventuali reati a tizio o caio. Gli equipaggi delle navi delle Ong indagate potranno essere anche tutti assolti, ma se – come nel caso della Iuventa dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet, e non solo – le indagini evidenziano contatti (per usare un eufemismo) con scafisti, quei contatti restano. Saranno magari rapporti in buona fede, a fin di bene, ma sempre rapporti con scafisti. Punto.

 

3) Se i filmati della Procura dimostrano l’arrivo sincronizzato dei barconi degli scafisti e della nave di qualche Ong, il trasbordo del carico umano dall’una all’altra, la restituzione prima dei motori e poi delle imbarcazioni agli scafisti, non c’è bisogno di rinvii a giudizio o di sentenze per dire che quei fatti sono avvenuti: ce n’è bisogno solo per dire che qualcuno ha commesso reati. Il che riguarderà i singoli responsabili: non noi, che siamo interessati soltanto a descrivere quel che accadeva e ancora in parte accade nel Mediterraneo, e a studiare il modo migliore perché certe prassi non si ripetano mai più. Non certo a mandare in galera qualche volontario (semmai, possibilmente, qualche scafista, se ancora si riesce a prenderlo) o a risolvere giudiziariamente un problema che è anzitutto politico e organizzativo. Per negare ciò che tutti possono vedere nei filmati e ascoltare nelle intercettazioni, la Camilli si arrampica sugli specchi: “La tesi della Procura di Trapani è stata messa in discussione, inoltre, dal gruppo di oceanografia forense Forensic Architecture della Goldsmiths”. Purtroppo i fatti sono più forti di qualunque gruppo di oceanografia e il negazionismo a tutti i costi, anche a quello contro l’evidenza, non porta da nessuna parte. Ed è molto ridicolo. Come se l’apostolo Tommaso, scettico per antonomasia, quando Gesù gli mostrò la piaga che aveva nel costato e lo invitò a toccarla, avesse risposto: “Già, ma chi mi assicura che quella ferita te l’abbiano inferta i soldati romani sulla croce, e non te la sia procurata tu per fare la vittima?”.

 

4) La Camilli argomenta che le Ong non hanno mai agito come “pull factor”, cioè come fattore di attrazione di migranti (incentivati a partire perché rassicurati dalla prospettiva di essere raccolti da navi internazionali invece che dalla Guardia costiera libica), anche se la quota di salvataggi da parte di imbarcazioni Ong è passata dall’1% del 2014 al 41% del 2017. Ma poi la stessa Camilli deve riconoscere che il numero dei morti dipende soprattutto dal numero di persone che partono, più che da quante navi sono in mare a salvarle. Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, citato dalla Camilli e da altri fact checking che contestano il Fatto, nega che sulla base dei dati si possa sostenere che le Ong incentivino i migranti a partire. Non si vede una correlazione tra la quota di persone salvate dalle Ong nei mesi precedenti e il numero di partenze. Un altro studio citato, quello della Università Goldsmiths a Londra, stima che il tasso di mortalità dei migranti in mare è maggiore quando ci sono meno barche delle Ong in azione (sarebbe bizzarro il contrario, peraltro). Il limite di queste analisi è che tendono a considerare la presenza o l’assenza di Ong come l’unico fattore rilevante, a parità di contesto. Mentre il contesto cambia parecchio e i morti in mare dipendono molto, per esempio, anche dalle condizioni atmosferiche alla partenza o da che tipo di barcone usano i trafficanti. Nessuno sostiene che dalla Libia i migranti partano soltanto perché confidano nelle Ong. Ma dopo la fine dell’operazione italiana Mare Nostrum, le navi europee hanno il mandato di tenersi molto più distanti dalle coste libiche e i trafficanti – come ha spiegato per primo il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – hanno smesso di spingersi pericolosamente (per loro, perché rischiavano l’arresto) a ridosso delle coste italiane o nelle acque internazionali: preferiscono abbandonare il loro “carico” umano vicino alle coste libiche.

 

5) Lo stesso Villa dell’Ispi ha chiarito che il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze. Cosa che è avvenuta nell’estate 2017 per effetto della strategia italiana gestita dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti. In quei mesi difficili Minniti ha stretto accordi con le tribù della Libia a Sud che controllano i territori da cui transita il redditizio flusso di migranti, poi ha sostenuto la Guardia costiera libica e ha cercato di convertire i trafficanti delle coste in guardiani che fermassero le partenze. Dietro congruo compenso. Questa linea ha comportato patti con personaggi poco raccomandabili come Ahmad Oumar Al-Dabbashi, che nel giugno scorso è stato anche sanzionato dall’Onu per il suo ruolo di “leader significativo” del traffico. Nell’ambito di questa strategia, al Viminale si erano convinti che per costruire un simulacro di sovranità in Libia, oltre a sostenere il fragile governo di Al Serraj a Tripoli, bisognasse ridurre le interferenze straniere in mare, riconducendo le Ong all’interno di una azione governativa. Come riportato dal Fatto, in base a intercettazioni telefoniche (non utilizzabili nelle inchieste delle Procure italiane), i servizi segreti si erano anche convinti che le Ong finissero per agevolare il lavoro degli scafisti.

 

6) I difensori a oltranza, senza se e senza ma, di tutte le Ong denunciano anche – giustamente – le condizioni dei campi in cui vengono tenuti i migranti in Libia, paese che non ha mai neppure ratificato la Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo. La pressione per il rispetto dei diritti umani è sacrosanta. Chi governa deve però anche considerare l’interesse nazionale. Che per l’Italia è avere una Libia stabile e unita, sotto il controllo di un governo amico a Tripoli che contrasti il traffico (e, sì, agisca da “tappo”). Mentre la Francia sostiene il generale Haftar che, dalla Cirenaica sta provando a spaccare il Paese in due, come dimostra il blitz con cui ha provato a prendersi i giacimenti di petrolio nella sua area. La rottura della Libia servirebbe agli interessi petroliferi francesi, ma sarebbe un disastro per l’Italia.

Per arginare i flussi migratori, chi governa è costretto a fare compromessi. Nell’interesse non solo degli italiani, ma anche e soprattutto degli stessi migranti. Le battaglie ideologiche, come le magliette rosse, fanno bene alle coscienze. Ma non risolvono granché.

Assalto alla baionetta sul Mur de Bretagne: vince l’irlandese Martin. Van Avermaet resta in Giallo

Tour de France, sesta tappa da Brest al Mur de Bretagne, da affrontare due volte. Piccolo test per capire chi va e chi no, arrivo come si dice in gergo “esplosivo”. Adatto ai finisseur come Valverde e Gilbert. Un finale che potrebbe essere setaccio. La classifica infatti è molto stretta. Il tema è: che farà la possente Sky di mister Froome? E il nostro Vincenzo Nibali? E gli altri aspiranti padroni del Tour? Si attendono risposte. Indizi, almeno.

Il Mur de Bretagne è un paese, attraversato da una salita perfida senza curve. Breve: due chilometri, assediati dalla folla. E dalle attese. Sembra che non finisca mai. Impone sforzi violenti, tra la vita e la morte (a pedali). La prima metà sfiora pendenze che sono già sentenze: sino al 12 per cento. I secondi mille metri spianano e si addolciscono. L’approccio è deciso: il gruppo rolla ad alta velocità. Il vento soffia forte, la Quick Step di Julien Alaphilippe crea un “ventaglio”. Spariglia il plotone, lo spezza in tre tronconi. Nibali, Landa e Quintana restano intruppati nel secondo. Si mettono d’accordo, rientrano. Ma hanno speso energie preziose. Qualche caduta. Una riguarda Jakob Fuglsang. L’ultimo dei fuggitivi, Fabien Grillier, si arrende a 550 metri dal primo passaggio del Mur. Mancano 16,6 km al traguardo e all’attesa resa dei primi conti. Che arrivano. Per guasti meccanici. Tom Dumoulin fora la ruota anteriore. Cambio lento. Inseguimento difficile, complicato dalla carovana delle ammiraglie e dai dispersi del gruppo. Poi, tocca a Romain Bardet altro favorito. Pure lui fora. Tony Gallopin gli cede la sua bici. Ma Romain accusa il colpo. Gambe molli. Arranca.

Davanti, la Sky conduce le danze. Il bis del Mur è un assalto alla baionetta. I migliori si scannano: in palio ci sono gli abbuoni per i primi tre. Esce imperiale dal gruppo l’irlandese Daniel Martin. Dan ha 31 anni, non vince da parecchio. Resiste all’attacco del francese Pierre Latour, trionfa. Alejandro Valverde è terzo, davanti ad Alaphilippe, Majka, Adam Yates. Peter Sagan è ottavo. Nibali con loro. Non Froome, che paga pegno: 5 piccoli secondi di ritardo dalla maglia gialla Greg Van Avermaet. Rigoberto Uran è staccato di 11”, Bardet di 31, Dumoulin ne becca 53. Geraint Thomas, vice di Froome, è a un soffio dalla gialla, a meno 3”. La Sky si tutela. Non è vero che non è successo nulla.

Pane, amore e carabinieri nel loro compleanno

Poche cose racchiudono un alto tasso di iconicità del Belpaese quanto i carabinieri. Accanto a pizza, spaghetti e mandolino l’Italia ci sono loro, i “nei secoli fedeli” che fra cronache e barzellette animano la nostra quotidianità. Ma non tutti sanno che l’Arma festeggia il suo compleanno proprio oggi: nel 1814 a Torino, infatti, Vittorio Emanuele I dava vita al Corpo dei Carabinieri Reali. Allora si muovevano a cavallo, gloriosi e trionfanti nella loro divisa scintillante, Collodi docet. Nel tempo semplificazione (omologazione) e senso della concretezza funzionale hanno agito di conseguenza ma l’immaginario collettivo sulla Benemerita è rimasto intatto. Complice anche il cinema nazional-popolare che l’ha sempre disegnata fra gli eroi patrie e nel triunviro a governo del “borgo”: prete, sindaco e il “maresciallo”. E chi meglio del mitico “marescià” Antonio Carotenuto che cerca di conquistarsi i favori di Pizzicarella la Bersagliera ha incarnato tale immaginario collettivo? Naturalmente il riferimento ci riporta all’indimenticabile Pane, amore e fantasia in cui il grande Luigi Comencini dirigeva Vittorio De Sica “in divisa” e una prorompente Gina Lollobrigida, poco più che ventenne ma già diva. Prodotta nel 1953 e distribuita nel Natale d’annata, resta a oggi una delle commedie leggere-sentimentali più popolari dell’intero cinema italiano, specie di quelle realizzate nel periodo post neorealista: campione d’incassi della stagione (1 miliardo e mezzo di lire), vinse l’Orso d’argento a Berlino e fu candidata come soggetto agli Oscar. Riconoscimenti che, per quanto oggi ci suonino bizzarri per un film di questo tipo, vanno a confermare quanto potente e autorevole fosse il pedigree di quell’Italia cinematografica.

Kylie Jenner si è fatta da sé e con un trucco supera Zuckerberg

Forbes, la rivista americana di economia e finanza, ha incoronato nella giornata di ieri – dedicandole la propria copertina – Kylie Jenner come “miliardaria self-made più giovane al mondo”. La ragazza, classe 1997, ha scalzato il miliardario Mark Zuckerberg, presidente e Ceo della piattaforma Facebook, ottenendo il titolo di personaggio più influente e ricco del globo. Un traguardo raggiunto grazie alla Kylie Cosmetics, una linea di cosmetici che ora è una delle società make-up più famose di sempre. Partita da un “kit labbra” da 29 dollari, composto da rossetto e matita, ha ampliato il ventaglio prodotti arrivando a registrare vendite stellari: un giro d’affari da ben 900 milioni di dollari.

A questo bisogna aggiungere la fortuna guadagnata dalle apparizioni in televisione e quella ottenuta dalle innumerevoli sponsorizzazioni di prodotti. Kylie ha costruito tutto sfruttando al meglio i social network: pubblica foto e video per pubblicizzare i suoi ritrovati e tiene costantemente aggiornati i suoi 110 milioni di seguaci. Un’esistenza basata sull’apparenza che, evidentemente, funziona.

Nata a Los Angeles, è la figlia minore di Kris Jenner – ex moglie dell’avvocato Robert Kardashian, noto alle cronache per essere stato l’avvocato difensore nel caso O.J. Simpson – e sorellastra dei Re Mida del reality show, i Kardashian: Kourtney, Rob, Khloé e Kim; insomma, con un albero genealogico così, non si può dire che la fama di Kylie caschi proprio dal pero. Infatti, già nel 2007 era protagonista, insieme alla sua famiglia allargata, del reality Al passo coi Kardashian, in onda sull’emittente statunitense E!.

Poi, nel 2011 è entrata a far parte del business Kardashian, in squadra con le sorellastre, con una linea di smalti. Ma fin qui, Kylie era la piccola della famiglia, troppo giovane per avere un’eco degna del cognome che porta. All’età di 17 anni la svolta: ricorre alla chirurgia plastica “per piacere a un ragazzo”, così dichiara ai tabloid. Seno, fianchi, ma più di tutto le labbra, diventate il suo marchio di fabbrica per eccellenza. Tratti somatici simili a quelli di una bambolona, stravolti e pieni di collagene. Da quel momento le copertine, i flash dei paparazzi, le ospitate in tv e le collaborazioni sono tutti per lei – nel 2016 ha incassato un totale di 16,5 milioni di euro dai suoi ingaggi. Kylie Jenner è la sorellastra che ce l’ha fatta. O meglio, ce l’ha fatta a dimostrare che, anche se sei il brutto anatroccolo della famiglia, con un po’ di sedute dal chirurgo plastico tutto si risolve.

“Il mio ’68 americano inizia in Vietnam, finisce con Kennedy”

Sapevo che sarei andato in Vietnam. A quel tempo filmavo per Tv7. La data (1 febbraio) era stata decisa secondo le esigenze e i turni della troupe e nessuno si aspettava, in quel momento, neppure gli strateghi americani, che i Viet Cong avrebbero attaccato Saigon, si sarebbero spinti fino a combattere sul prato intorno alla ambasciata americana, uccidendo e facendosi uccidere come in un grande e ben diretto spettacolo di morte. Noi siamo arrivati a Saigon di mattina, poche ore dopo l’inizio della “offensiva del Tet” e non sapevamo neppure che il Tet era (è) il Capodanno vietnamita. Ci ha portati a Saigon un Caravelle delle linee aeree thailandesi che è partito e arrivato in orario, senza alcun avvertimento o notizia all’aeroporto o dal pilota. Strano, dicevamo l’uno all’altro, per un volo di linea: stiamo volando sopra i fiocchi bianchi di decine e decine di esplosioni. A terra il Caravelle ha parcheggiato evitando le buche di esplosioni, fra due aerei distrutti,

L’aeroporto appariva deserto e devastato, le barriere d’ingresso abbattute, nessuno al controllo. Ma sul piazzale ingombro di macerie di una distruzione appena compiuta, c’era, in uno spiazzo ripulito e collegato ai resti di una strada, un unico taxi, forato di pallottole (un grosso buco al centro del parabrezza) ma con l’autista al volante. Forse non parlava il francese ma lo capiva.

Ed era deciso ad accettare clienti, anche strani (io ero in giacca e cravatta) o pericolosi (le macchine da presa) come noi.

Quello è stato l’inizio del mio 1968. E da quell’inizio è arrivato in Italia il documentario I bambini di Bien Hoa (senza parole, la guerra, specialmente quando le vittime sono i bambini, parla da sola) La Rai di allora (Bernabei, Fabiani) lo ha messo in onda nonostante le reazioni dure del Quirinale di Saragat e dell’ambasciatore americano Martin. Nel viaggio di ritorno io però mi sono fermato a New Delhi, e nella prima sera di pace che stavo trascorrendo in India (lavoravo a un progetto dal titolo I discepoli di Gandhi) ho incontrato i Beatles, appena arrivati nello stesso albergo e in viaggio verso la meditazione sull’Himalaya. John Lennon era intelligente e curioso, e con lui era naturale parlare. È nato, nella notte, il progetto di seguirli con le cineprese, la prima volta che qualcuno li avrebbe filmati, senza che fosse un loro progetto, senza la loro regia e la loro gente fidata. Ma Lennon si è fidato, e un po’ alla volta anche gli altri. E così siamo saliti all’Ashram del loro guru Maharishi Maharishi Yoghy (insieme a Mia Farrow, Donovan e al leader dei Beach Boys, Brian Wilson) e ne siamo discesi una settimana dopo con l’unico documentario al mondo sui Beatles non fatto dai Beatles, ma da una televisione italiana che lo ha trasmesso, lo ha venduto con grande successo nel mondo ma, stranamente, non lo ha mai commercializzato in Italia.

Ho dovuto abbandonare il documentario sui discepoli di Gandhi e la pace dell’India, perché il Tg di quei tempi mi voleva negli Usa per seguire Martin Luther King.

Stava diventando, in un anno elettorale, il grande leader politico nero. Quando King è stato assassinato, al Lorraine Motel di Memphis, Andrew Young e Jesse Jackson (le due persone più legate e più vicine a lui) mi hanno aiutato in una immediata inchiesta filmata a partire dal punto in cui loro (che erano accanto a King al momento del delitto, sul ballatoio del motel) avevano visto partire il colpo. Niente del nostro film coincideva con i rapporti di polizia, e per anni Coretta King e i suoi figli si sono battuti per la liberazione del presunto assassino (James Earl Ray) morto in isolamento in prigione. Ma erano i giorni (3,4 e 5 aprile) in cui Washington era in fiamme per la rivolta nera contro il delitto di Memphis. Le truppe federali non sono riuscite a fermare la rivolta. Ma è riuscito, nel cuore della notte in fiamme (5 aprile) Robert Kennedy, ormai candidato vincente alle primarie democratiche presidenziali, con una idea che è diventata anche un celebre Tv7 della Tv italiana.

Illuminato dall’unica lampada del datore di luci, in piedi sulla macchina scoperta noleggiata dalla Rai, facendosi sentire con due altoparlanti a cui era stato collegato il microfono, Kennedy ha detto: “Hanno ucciso mio fratello, hanno ucciso vostro padre. Ma non siamo quelli che uccidono, non vogliamo diventare come i nostri assassini. Noi siamo coloro che portano pace.

“Kennedy era credibile perché era il solo a battersi contro la guerra nel Vietnam e perciò seguito e sostenuto da una marea di giovani. La rivolta del ghetto di Washington è finita quella notte e Bob Kennedy diventava ogni giorno di più il futuro presidente degli Stati Uniti”. Andrea Barbato e io lo abbiamo seguito, intervistato e filmato per la Rai durante tutti i mesi e tutti i giorni seguenti della campagna elettorale.

Fino alla notte del 4 giugno, quando l’uomo colpito con precisione alla testa e morente sul pavimento della cucina dell’Hotel Ambassador di Los Angeles, è andato ad aggiungersi ai grandi cadaveri della politica americana, ancora una volta colpito con esattezza da un assassino sfuocato, e non veramente identificabile, per ragioni mai dette, salvo le falsità accettate ancora una volta nei tribunali per chiudere il caso.

Ma il caso non si è mai chiuso, e non era chiuso quando, in tanti (una folla di decine di migliaia, guidati da Allen Ginsberg e Norman Mailer) siamo andati al Pentagono “per levitarlo” (Allen Ginsberg) e infondergli una volontà di pace. E il caso non era chiuso quando, alla Convezione democratica di Chicago, soldati armati di baionette hanno circondato e bloccato l’immensa folla giovane, e il documentario lungo come un film che ne abbiamo tratto era in molti punti diretto da Michelangelo Antonioni, che era venuto a raggiungerci nel momento cinematograficamente migliore e politicamente peggiore di quel 1968. Nelle elezioni presidenziali, ricorderete, ha vinto Nixon. Ma con un trucco che, in due anni, lo porterà alla rovina del Watergate.

Il caso

Alex Pina firma esclusiva di Netflix
L’autore spagnolo
de “La casa di carta”, la serie Netflix più vista dell’anno ha siglato un accordo con la piattaforma streaming di produzione esclusiva
Tra i progetti in cantiere,
la terza stagione della serie per il 2019 e il dramma “Sky Rojo”

Locarno terra d’italiani. Premi alla carriera a Meg Ryan e Ethan Hawke

Meg Ryan, Ethan Hawke e il regista francese Bruno Dumont. Saranno loro i Pardi d’onore – premi alla carriera del 71° Festival di Locarno (1-11 agosto). Cospicua, come sempre, la presenza italiana attesa nella cittadina ticinese: da Costanza Quatriglio che torna al cinema di finzione con lo struggente dramma Sembra mio figlio al ritorno di Silvano Agosti col documentario Ora e sempre riprendiamoci la vita entrambi fuori concorso, da Menocchio, il nuovo film del friulano Alberto Fasulo (suo Tir, il vincitore della Festa di Roma 2013) quale unico tricolore in corsa per il Pardo d’oro a L’ospite, opera seconda del toscano Duccio Chiarini (Short skin) che invece sarà presentato in Piazza Grande come pure la commedia Un nemico che ti vuole bene di Denis Rarbaglia con Diego Abatantuono. La retrospettiva di quest’edizione, invece, sarà dedicata al grande regista americano Leo McCarey.

Gioacchino Rossini, il genio alla fine preferì il silenzio

L’ultima importante composizione di Rossini è del 1863: si tratta di una grandiosa Messa ch’egli, col gusto per l’antifrasi e l’ironia verso se stesso durato tutta la vita, intitola Petite Messe Solennelle. 1863: cinque anni prima della morte, che fu centocinquant’anni fa, nel 1868. Vi si riconosce la nota somma mano e a un tempo ci s’inoltra in una terra incognita. C’è il dominio del contrappunto dello studioso di Bach; ci sono le armonie di Liszt, Wagner e Franck inserite nel tessuto del suo stile con tali finitura e levigatura da lasciare chi intende quasi sgomento. Il salto stilistico fra il Barbiere di Siviglia, l’Opera sua più nota, e la Petite Messe, non è inferiore a quello che separa l’Oberto, la prima Opera di Verdi, dall’Otello e dal Falstaff. Al 1829 risale l’ultimo capolavoro di Gioacchino per il teatro; quei trentaquattro anni sono occupati da una crisi fisica e psichica spaventosa; da una sola opera “grande”, lo Stabat Mater, scritto fra il 1831 e il 1841; e da studio profondo, riflessione, letture. Poi, da generosità, accoglienza, motti di spirito.

La Petite Messe ha una dedica “Al buon Dio”. Rossini afferma di “esser nato per l’Opera buffa”: “solo un po’ di dottrina, un po’ di cuore, e tutto è fatto.” In questa dichiarazione è celato un enorme dolore. Quando il Maestro, la musica del quale a Vienna faceva fanatismo, fece visita a Beethoven, questi gli disse sprezzantemente che facesse “solo Barbiere”. Non aveva voluto interessarsi delle Tragedie che Rossini scrisse fra il 1812 e il 1822: alcune con un pathos drammatico quasi insostenibile. Né voleva sapere che già nel 1816 Gioacchino si metteva al pianoforte ed eseguiva alcune Sonate di Ludwig. Quanti altri in Italia le conoscevano e, soprattutto, ne comprendevano l’ineguagliabile altezza?

Nel 1810 Rossini aveva diciott’anni; e aveva incominciato a comporre a dodici. Fra il 1810 e il 1829 scrive trentasette Opere. Di queste, tredici sono comiche, tre di “mezzo carattere”; una, Le comte Ory, è una scettica Commedia in costume, e di costume, che fa caso a sé, ed è così elegante che forse solo il Falstaff le può esser accostato. Venti sono Opere tragiche. Rossini vi si dedica con un impegno formale ed espressivo assoluto; a onta del passaggio di brani da un’Opera all’altra, che era prassi diffusa sin da Bach e Händel. Vi è il Tancredi, che incantò Goethe e da lui venne definito “favola boschereccia”, con ciò genialmente ascritto all’ethos pittorico di Poussin. Vi è l’Otello, la prima Tragedia musicale della storia tratta da Shakespeare. V’è l’incanto tassesco dell’Armida, che rivaleggia con Gluck. V’è l’incanto ariostesco (dico, quanto a ethos) di Ricciardo e Zoraide. V’è la Tragedia biblica Mosè in Egitto che, divenuta un’Opera francese, fu il solo capolavoro non comico del Maestro restato in repertorio. V’è la Tragedia storica Maometto II, dedicata all’assedio dei turchi della veneziana Negroponte, che si termina con le luttuose “nozze di sangue”, le quali strapperebbero le lacrime anche alle pietre. V’è il romanticismo di Walter Scott de La donna del Lago. Vi sono due Tragedie classiche, l’Ermione e la Zelmira: la prima da Euripide e dall’Andromaque di Racine. V’è la colossale Semiramide, con la quale il Maestro chiude la carriera italiana. Di questo complesso, dieci vennero create per Napoli. Il soggiorno napoletano, dal 1815 al 1822, durante il quale egli scrisse venti delle sue Opere, fu la rivelazione di Rossini a se stesso, e durante il suo corso avvenne l’incomparabile crescita artistica e culturale.

Non voglio certo sottovalutare la creazione comica del genio. Il barbiere di Siviglia, che travolse l’epoca sua, si innalza dalla categoria del Comico alla spietata osservazione psicologica dell’uomo e della società. In ciò si affianca a Mozart. “Mozart e Rossini!”, proclama fortemente Schopenhauer. Alla sottigliezza psicologica si affianca un ethos dionisiaco, che con la forza del ritmo trascina la vicenda, e noi con lei, in un’ebrezza e in un’affermazione dell’assurdo che sono il trionfo dell’antipsicologia, e quella “follia organizzata e completa” della quale scrive Stendhal.

Dioniso e Apollo, appunto. Il teatro tragico di Rossini, che rappresenta per lui un impegno intellettuale e uno scavo creativo, per quanto giunga a culmini drammatici, s’ispira alla poetica del Bello Ideale, di matrice classica e neoclassica. Egli teorizza con lucidità impareggiabile. “La musica”, dice, “è arte tutta ideale ed espressiva”. Il rapporto troppo stretto fra parola e musica, che mena a “imitazione”, produce nella forma un “mosaico”. La Forma ha da avere il predominio. Si capisce che, dopo la prima rivoluzione teatrale di Hugo e Dumas, egli passasse di moda; da vero classico, mira a rappresentare il sentimento in sé più che caratteri individuali; e, accanto a pezzi di forte drammaticità, ne pone sempre altri che sono bellezza astratta. Ma con le tre Tragedie francesi, culminanti nel Tell, egli apre anche la strada all’Opera romantica.

E si giunge al “silenzio”. Carattere sommamente aristocratico, ne spiega ironicamente la causa. Ma la prima delle vere cause è la terribile depressione che in un giovane di trentasei anni scoppia per aver egli logorato oltre ogni misura umana psiche e fisico in uno sforzo creativo concentrato in un tempo ristretto. E la seconda non è stata ancora capita. Rossini parla di una “filosofica mia determinazione”. Era troppo intelligente, troppo colto, troppo artista. I suoi ideali erano Bach, Haydn, Mozart, Beethoven. Sentiva di continuo il loro confronto. Sapeva che, per quanto alto fosse il suo genio, non li avrebbe raggiunti. Persino dopo il Guglielmo Tell, ove di continuo si respira Beethoven. Piuttosto che comporre qualcosa che, al solo suo giudizio, sarebbe suonato mediocre, preferì tacere per sempre. E tacere anche su questo. Ma una volta disse: “Mozart è stato la gioia della mia fanciullezza, la disperazione della mia maturità, la consolazione della mia vecchiaia”. In Francia, l’abbonamento numero 1 dell’edizione delle Opere Complete di Bach era di Rossini.

 

“La mia Natività è viva”. Sulle tracce del Caravaggio

Pubblichiamo di seguito un testo originale di Alex Connor in cui la scrittrice britannica spiega la genesi del suo secondo volume della trilogia “Cospirazione Caravaggio” in libreria per Newton Compton. La storia è quella del quadro rubato a Palermo, caso per il quale da poco sono state riaperte le indagini, dopo la relazione della Commissione Antimafia.

La storia la conoscono tutti. Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, una banda di ladri si è introdotta nell’oratorio di San Lorenzo, a Palermo, e ha tagliato via dalla cornice l’enorme pala d’altare opera di Caravaggio, intitolata Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi. Realizzata l’anno prima della morte dell’artista, nel 1609, la tela era considerata un capolavoro di valore inestimabile.

Ecco perché non ho mai creduto, nemmeno per un momento, che un simile trofeo possa essere stato distrutto. Nel mio libro, Cospirazione Caravaggio, ho infatti immaginato che la tela sia ancora intatta e le ultime notizie di cronaca hanno dato sia a me che a molti altri amanti dell’arte una straordinaria speranza in tal senso. Prima di cominciare a scrivere il romanzo, ho fatto le mie ricerche e letto tutto ciò che ho trovato in merito. Quello che cercavo erano i dati di fatto. Ma erano sfuggenti. E contraddittori. Alcuni pentiti mafiosi avevano affermato che il quadro non era stato venduto. Pare che sia stato rubato a scopo di estorsione. O forse per abbellire la villa di qualche boss.

Non è una teoria peregrina. È vero che spesso i dipinti vengono trafugati su commissione: per esempio, due Van Gogh rubati sono stati ritrovati a casa di un membro della camorra, nel 2016. Addirittura, qualcuno ha avanzato l’ipotesi che la Natività sia stata usata come scendiletto da Totò Riina.

Una storia confusa e farraginosa che, però, per fortuna ha un risvolto positivo. Il governo italiano – oltraggiato dal furto del dipinto – creò all’epoca il primo servizio di polizia al mondo deputato proprio alla salvaguardia delle opere artistiche. Adesso il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale è una delle squadre più efficienti al mondo nella lotta contro i crimini d’arte. Il che ci riconduce alla questione delle ultime notizie di cronaca cui avevo accennato. La Tutela del Patrimonio Culturale ha dichiarato di aver ottenuto delle informazioni da parte di un altro collaboratore di giustizia, Gaetano Grado, il quale ha affermato che la Natività rubata è finita nelle mani di due boss di mafia, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade. Profondendosi in ulteriori spiegazioni, Grado ha detto anche che i due l’avrebbero poi portato in Svizzera. Una volta lì, sembra che il quadro sia stato diviso in tanti piccoli pezzi, visto che sarebbe stato impossibile venderlo tutto intero, data la fama e la grandezza. Quindi i vari frammenti del capolavoro di Caravaggio sarebbero stati venduti sul mercato nero e i proventi sarebbero finiti nelle tasche dei mafiosi.

A questo punto la storia diventa meno plausibile. A quanto pare, Badalamenti originariamente avrebbe voluto vendere il dipinto tutto intero e, a questo scopo, avrebbe preso contatti con un mercante d’arte svizzero. Pensateci un attimo: come poteva qualcuno – men che meno Badalamenti, il quale sapeva benissimo come funzionava il mondo della malavita – pensare di piazzare sul mercato un quadro così famoso come la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi? A mio parere, questa versione dei fatti non è del tutto verosimile. Inoltre, Badalamenti è stato arrestato nel 1984 negli Stati Uniti e lì è morto nel 2004 senza che venisse fuori nulla in merito alla vicenda.

E adesso veniamo alla teoria più nota, quella che ho sfidato nel mio romanzo, secondo cui la Natività è stata distrutta. In tal senso le voci non sono mai mancate. Si è persino detto che il dipinto sia finito divorato dai maiali, in una fattoria. O dai topi. O dai polli. O ancora danneggiato da un terremoto mentre era conservato in un magazzino, da qualche parte in Sicilia. Io però ne ho sempre dubitato. Perché? Perché la Natività per la mafia era un trofeo.

Era l’orgoglio siciliano, un pegno del ribelle Caravaggio, realizzato quando era all’apice della sua potenza. Nessuno l’avrebbe distrutta o abbandonata: era troppo preziosa, poteva essere fonte di un guadagno esagerato. Oggi il suo valore sul mercato si aggira sui 30 milioni di euro.

Rosy Bindi, attuale presidente della Commissione parlamentare Antimafia, ha dichiarato che ci sono abbastanza elementi per riaprire le indagini. Ci saranno altri interrogatori, in particolare verrà sentito un altro mafioso, da poco uscito di prigione.

Da questo dipinto la mafia ha sicuramente ricavato moltissimo denaro, ha continuato, ma si spera di poterne recuperare almeno un frammento.

Dal canto mio, non posso che augurarle buona fortuna e sperare che vengano messi insieme abbastanza “pezzi” della monumentale opera di Caravaggio da ricreare qualcosa del suo genio, così inquieto e turbolento.