“Liberté, égalité, Mbappé” Macron si butta sui Bleus

Liberté, égalité, Mbappé” scandivano i parigini dopo la vittoria in semifinale contro il Belgio. A migliaia a festeggiare, come un déjà vu del Mondiale ’98. All’epoca la popolarità del presidente Jacques Chirac era schizzata nei sondaggi. Gli esperti ora sono cauti: “Il ’98 è stato un’eccezione” sostiene Frédéric Dabi, vicedirettore dell’Ifop. Non è detto che una vittoria dei Bleus domenica contro la Croazia sorrida allo stesso modo a Emmanuel Macron. Ma l’euforia della vittoria potrebbe essere come una boccata d’aria fresca per il presidente, la cui popolarità è in calo, non solo tra gli elettori delusi di sinistra ma anche tra quelli di destra. In un anno Macron ha portato a casa una serie di riforme annunciate durante la campagna per l’Eliseo ma molto impopolari, come quella del codice del Lavoro e dello Statuto dei ferrovieri. Si deve confrontare con lo scontento dei pensionati per la futura riforma delle pensioni e degli studenti per l’introduzione del numero chiuso nelle università. E poi si porta dietro l’etichetta di presidente dei ricchi anche se il calcio sembra averlo avvicinato alla gente.

Ma i Mondiali in Russia rischiano anche di restare associati a una polemica: il rinvio del plan pauvreté, una misura sociale per i più modesti, che doveva essere discussa il 10 luglio ed è invece slittata a settembre. La gaffe l’ha fatta la ministra della Sanità, Agnès Buzyn: il calendario della misura, aveva detto lei, “dipenderà dalla Nazionale, se sarà o no in semifinale”. Macron avrebbe preferito mantenere la promessa fatta ai Bleus alla vigilia dei Mondiali, cioè di andare a San Pietroburgo per la finale piuttosto che discutere una misura tanto importante. Pare che fosse infuriato con la sua ministra.

Il “segreto” balcanico: piccoli, orgogliosi e figli della guerra

Amazing Hrvatska! “Incredibile Croazia!” posta Garry Kasparov sulla sua pagina Facebook. Il grandissimo scacchista (e fiero critico di Putin) è rimasto estasiato dal tifo dei croati: “Che determinazione. L’entusiasmo della gente suonava come una rivoluzione, qui nelle strade di Podstrana! Deve essere la più piccola nazione mai arrivata in finale, dai tempi dell’Uruguay, è storico! Mi dispiace per l’Inghilterra e per Nigel Short. Dopo la Croazia, avrei altrimenti tifato per l’Inghilterra. Peccato che questa non sia potuta essere la finale”. È il rammarico di molti. Bisogna però dire che Kasparov ha ottenuto nel 2014 la cittadinanza croata…

Ma anche i russi, a denti stretti, sono costretti ad accettare il risultato del campo. Magari non l’hanno messo in prima pagina. Lenta.ru, uno dei siti d’informazione più popolari, ha ironizzato nel titolo: “Gloria alla Croazia!”, scimmiottando l’urlo del video provocatore di Domagoj Vida, il terzino croato che ha inneggiato Slava Ukraini, subito dopo aver sconfitto ai rigori la Russia. Un affronto che ha avuto come conseguenza una durissima campagna stampa contro Vida, ritenuto quasi un agente segreto degli ucraini capace di addestrare misteriosi volontari per sabotare i territori secessionisti. Scontro fra nazionalismi che si è tradotto in fischi e buu all’indirizzo di Vida, durante la semifinale con l’Inghilterra. Ma l’effetto è stato quello di trasformare Vida in un implacabile difensore. La sua partita migliore. La contestazione ha scatenato l’orgoglio dei compagni stremati. Mandzukic e Perisic hanno ribaltato il risultato, affondando la presunta corazzata inglese. Hanno giocato, a tratti, in modo spettacolare. Gli slavi, disse una volta il competente mister Giovanni Galeone, “sono i brasiliani d’Europa”.

Noi lo sappiamo bene: croati, macedoni, serbi, sloveni, albanesi hanno sempre impreziosito le nostre squadre: chi dimentica le prodezze del prestante Boban e le raffinatezze del “Genio” Savicevic?

Il ciclone dei Balcani ha travolto ogni previsione, in primis quelle di Goldman Sachs, la saccente cattedrale finanziaria di Wall Street, toppate alla grande. Il “calcio del populismo” ha fatto irruzione a Russia 2018, nonostante Putin abbia preteso dalla Fifa l’assicurazione che la politica sarebbe stata tenuta lontana dagli stadi (e dalle dirette). E invece, persino lo zar si è dovuto rassegnare. Non c’è stato giorno, infatti, che la geopolitica non abbia accompagnato il decorso del Mondiale, a cominciare da Mohammed Salah ospite del tirannello di Cecenia, per proseguire con la Svizzera di Xhaka e Shaquiri (il gesto dell’aquila bicefala, simbolo della Grande Albania). Persino la Francia, a modo suo, è diventata un “soggetto politico”. Perché assicura la presenza di Macron in tribuna con Putin, dal presidente francese pesantemente criticato negli ultimi mesi.

La Croazia, tuttavia, sublima più di ogni altra squadra presente a Russia 2018 il transfert nazionale=nazionalismo. I suoi giocatori sono i figli della guerra, mentre quelli che vent’anni fa arrivarono alla soglia della finale, battuti dalla Francia 2 a 1 – guarda i corsi e i ricorsi del calcio, cioè della storia – era la “generazione d’oro”, gli alfieri dell’indipendenza, i testimoni di uno dei più feroci conflitti del secolo scorso. In entrambi i casi, le loro vittorie – oggi, come nel 1998 – suscitarono e suscitano entusiasmi e rigurgiti nazionalisti, segnali a dire il vero poco pacifici in una manifestazione che dovrebbe esaltare i valori dell’internazionalismo. Balle. Franjo Tudjman, primo presidente della Croazia, aveva le idee chiare sul ruolo del calcio (e di altre discipline): “Lo sport, dopo la guerra, è ciò che distingue le nazioni”.

Vida si è sentito un guerriero, con la Russia che è alleata della Serbia. Lui è nato a Osijek, capoluogo della Slavonia. Aveva due anni, nel 1991, quando la sua città si trovò sulla linea di fuoco del fronte: il suo orizzonte infantile, mentre le sirene degli allarmi e bombardamenti furono la sua colonna sonora. Luka Modric ha visto uccidere i genitori dalle milizie serbe. Ha vissuto cinque anni in un albergo di Zara. Profugo. Disperato. Il calcio gli ha dato soldi, non ha cancellato l’orrore. Ha guai con la giustizia. L’accusano di falsa testimonianza. Non ha tradito Zdravko Mamic, il personaggio più potente del calcio croato, condannato per truffa e corruzione. Lo chiamano “la slot machine di Mamic”. Su un muro di Mostar hanno pittato: “Luka, ci porterai forse in finale, ma resti sempre una vergogna per la Croazia”. Lui tace. Combatte la sua battaglia dalla parte giusta. In campo. Grande giocatore, piccolo spergiuro.

“Lì i corpi dei repubblicani: è un insulto all’umanità”

Joan Pinyol, lei è nipote di un repubblicano sepolto nel Valle, come lo ha scoperto?

L’ho scoperto 10 anni fa, attraverso una rivista di storia, quando pubblicarono i nomi di quelli che furono trasferiti dalle fosse catalane al Valle. Fino ad allora credevo che mio nonno fosse in una tomba nel cimitero di Lleida. A Lleida c’era un elenco di persone sotterrate in quella tomba, lo trasferirono nel 1965. Nessuno ci comunicò niente. Mio nonno morì prigioniero a Lleida di tifo verso la fine della guerra.

Pensa di far fare l’esumazione della salma?

Provo a farlo da 10 anni. Nel 2010 ebbi l’occasione di vedere le tombe aperte: è fattibile a livello tecnico, perché i 502 corpi trasportati da Lleida subirono un trasferimento nel ’90 all’interno dello stesso Valle a causa di infiltrazioni d’acqua. E ora stanno in casse nuove e in un’altra cripta, bisognerebbe solo identifcare la salma di mio nonno.

Se la salma di Franco uscisse, rinuncerebbe a esumare suo nonno?

No; quelli che dovrebbero uscire prima di lì sono quelli che non avrebbero dovuto mai esserci stati portati.

Pensa possa divenire luogo di memoria condivisa?

Ora è un centro di memoria franchista. È un insulto all’umanità, un luogo costruito per la memoria dei caduti di parte franchista; che ci siano anche dei repubblicani sepolti è ancor più grave. Dovrebbe esser ripulito di tutta la simbologia anticostituzionale. Ci sono luoghi come Mauthausen che sono visitabili; lì la ferita è stata sanata; nel caso del Valle è ancora aperta.

“Io, figlio rubato e adottato cerco ancora la verità”

Antonio Barroso, lei, anni fa, scoprì di non essere figlio biologico dei suoi genitori

Mi chiamò un amico per dirmi “Antonio, sto in ospedale con mio padre che sta morendo, mi ha appena detto che a te e a me ci comprarono a Saragozza da una monaca”. Avevo 37 anni, 12 anni fa. Questo mi cambiò la vita, cominciai a lavorare per sapere chi ero, da dove venivo e misi su un’associazione che ebbe un effetto chiamata: pensavo fossi il solo con il mio amico e invece eravamo in molti. I genitori adottivi di solito non sapevano che si trattava di bambini rubati, ma certo c’era molta gente coinvolta, un bambino non si ruba facilmente in un ospedale né è facile contraffarne i documenti.

Ne ha mai parlato con i suoi genitori adottivi?

Me lo avevano sempre nascosto, alla fine mia madre dovette ammetterlo. Era una donna di paese desiderosa di essere madre, senza studi, facilmente manipolabile. Loro non immaginavano che potessi essere un bambino rubato, ma non mi avevano detto di avermi adottato.

Continua a cercare i suoi genitori biologici?

Mi hanno preso in giro per molto tempo, ho speso molto denaro e ci si stanca e poi finiscono i mezzi economici.

Che tipo di risarcimento cerca una persona nella sua situazione?

Conoscere la verità e sapere chi sono, da dove vengo. Mi è sufficiente. Essendo realista e rendendomi conto che è tutto falso… lavoro, vivo, ho amici, ho una figlia di 22 anni che sa tutto: situazione molto diverso da quella con i miei genitori. Magari, ora che è cambiato il governo riprovo a fare qualcosa, ma senza illusioni.

“Il governo farà giustizia delle iniquità di quel periodo”

Fernando Martínez, direttore generale della Memoria Storica, quando sarà esumata la salma di Franco?

Stiamo studiando le soluzioni giuridiche per farlo, è una decisione chiara del governo che rappresenta simbolicamente una rottura con il passato. Si farà una riforma integrale della Legge sulla Memoria storica del 2007. Saranno resi nulli i processi sommari dei tribunali franchisti e annullate le loro sentenze. Studieremo la messa fuori legge di associazioni e fondazioni che facciano apologia del franchismo, del fascismo e del nazismo.

Che pensate di fare del Valle de los Caídos?

La proposta del governo si basa sulla legge del 2007, sul rapporto della commissione di esperti del 2011 che suggeriva lo spostamento delle salme di Franco e di Primo de Rivera. E poi si fonda su una risoluzione delle Cortes votata nel 2017 a larga maggioranza. Vogliamo riconvertire il Valle in un centro di memoria collettiva, dargli un nuovo significato.

Come tratterete il tema dei bambini rubati?

Faremo in modo che siano i tribunali ordinari a occuparsene come nel caso delle persone scomparse nelle fosse comuni. La differenza è nelle date, perché la pratica di sottrazione di neonati arriva fino al ’99. Inizia con la guerra, ma si mantiene, non più tanto per ragioni ideologiche ma spesso solamente economiche. Il giudice Garzón parlava di 30.000 bambini sottratti alle loro famiglie.

Il mausoleo del “santo” Franco che Madrid ora vuol “sfrattare”

“Non c’è mai stata? – domanda la signora in attesa della corriera da Madrid per la stazione di San Lorenzo de El Escorial –. Merita di andarci, anche perché adesso toglieranno tutto”. “Veramente esumeranno solo la salma di Franco per portarla fuori”, ribatte la cronista in cerca di conferme sull’autobus che la porterà una decina di chilometri più avanti, al Valle de los Caídos. “È che mi sembra un peccato – continua la signora –. C’è voluto tanto tempo per farlo”. In effetti ha ragione: ci sono voluti quasi 20 anni, dal 1940 al 1959, per completare il monumento in memoria dei “Caduti per Dio e per la Spagna 1936-1939. Rip”, come recita la scritta sulla parete della cappella del Sepolcro all’interno della basilica. Dimentica però che fu costruito con il lavoro di migliaia di prigionieri politici del regime.

Il complesso monumentale del Valle de los Caídos, che appartiene al Patrimonio Nazionale, sovrasta la valle de Cuelgamuros con una croce in pietra alta 150 metri e larga più di 50, che s’innalza su una basilica scavata nella roccia, di proprietà della chiesa cattolica.

All’interno, davanti all’altare maggiore, nel luogo che sarebbe deputato a ospitare la tomba di un Papa, si trova la lapide di Francisco Franco, che oltretutto non è neppure un caduto della Guerra Civil. Sul lato opposto, quella di José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange spagnola.

Tra i visitatori, che sarebbero aumentati nell’ultimo periodo in vista della futura esumazione del dittatore, ci sono turisti stranieri che fotografano tutto e spagnoli nostalgici che s’inginocchiano sulla tomba di Franco coperta di fiori freschi e poi fanno ripetutamente il saluto romano.

Tutt’attorno è pieno di simboli precostituzionali, l’aquila di San Giovanni è ovunque nelle immagini e negli stemmi del regime.

La basilica non è né una chiesa né un cimitero. Per quanto ogni giorno i benedettini che la custodiscono ne celebrino la messa e sia la fossa comune più grande della Spagna con i suoi quasi 34.000 cadaveri sepolti alla rinfusa, oltre 12.000 dei quali non identificati e portati al Valle senza il conoscimento e il consenso dei familiari.

Il luogo manca di pietas per essere sacro, è solo l’ostentazione del potere dei vincitori della guerra, niente a che vedere con la riconciliazione della propaganda franchista.

Il governo socialista di Pedro Sánchez ha promesso di far uscire dal Valle i resti del dittatore spagnolo. Gli storici si dividono tra chi ritiene che il monumento andrebbe distrutto e chi è convinto se ne possa fare un luogo di memoria condivisa.

Bye Bye Europa: nel libro bianco della May la chiusura delle frontiere

Ci sono voluti due anni, ma ieri il governo inglese ha finalmente presentato in Parlamento il suo White Paper, il libro bianco sulla visione britannica dei rapporti con Bruxelles dopo l’effettiva uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Nel documento si riconoscono esplicitamente la “profondità e i forti legami fra gli abitanti del Regno Unito e quelli dell’Unione europea”, ma si chiarisce anche che, alla fine del periodo di transizione concordato (fine dicembre 2020), il Regno Unito riprenderà il controllo totale delle proprie frontiere, ponendo fine alla libertà di movimento delle persone che è uno dei quattro pilastri dell’Unione. Con una serie di eccezioni: turisti o lavoratori temporanei (per esempio gli stagionali, indispensabili per la sopravvivenza del settore agricolo) e studenti, tutti ammessi senza l’obbligo di visto. E poi i lavoratori qualificati: medici, ingegneri, infermieri, tecnici; linfa vitale per l’economia purché restino entro l’attuale tetto di 100 mila ingressi l’anno.

Resterebbe in piedi la libera circolazione delle merci, con un accordo doganale facilitato e regole comuni e la creazione di una vera e propria area di libero scambio, da implementare con controlli automatizzati per i prodotti industriali e agricoli. Una soluzione che risolverebbe anche il dilemma del confine fra le due Irlande. Londra chiede poi di restare nelle agenzie europee nei settori chimico, medico e aerospaziale: per quanto riguarda la Sicurezza propone un accordo di partnership regolato dalla Corte di Giustizia europea, e sulla collaborazione fra forze di polizia la convergenza è davvero di interesse comune. Molto deludente il capitolo sui servizi, l’80% dell’economia britannica, inclusi quelli finanziari. Il governo britannico rinuncia al riconoscimento reciproco delle regole e si accontenta di proporre una “equivalenza”. È la fine del passporting, che oggi consente agli operatori finanziari di operare in tutta Europa da Londra, e questo porterà a una migrazione di risorse e al rancore della City.

Queste le proposte di Londra che dovrà fare ulteriori concessioni se vuole siglare l’accordo entro ottobre. Sempre che i Brexiteers non si mettano in mezzo: uno dei loro leader, Jacob Rees-Moog, ieri ha definito quella di Theresa May una “Brexit solo di nome”. Punto di vista condiviso da Trump che dal vertice Nato di Bruxelles ha affossato il piano May dicendo “non è quello per cui la gente ha votato”.

Trump nella rete degli alleati: vai, che poi ti paghiamo

Ormai gli hanno preso le misure: lui alza la voce, le spara grosse, minaccia; poi, si autoconvince d’avere ottenuto qualche cosa, si rabbonisce e se ne va a twittare vittoria; e intanto le cose restano com’erano, con una tacca in meno nel conto alla rovescia. La scena, già vissuta al G7 in Canada, giusto un mese fa, s’è ieri ripetuta al Vertice della Nato a Bruxelles: il presidente Trump ha minacciato di lasciare l’Alleanza atlantica, se i partner europei non accettassero di fare sforzi aggiuntivi per la loro difesa, e s’è poi vantato di avere ottenuto spese militari supplementari per 33 miliardi di dollari. Le sue affermazioni hanno suscitato raffiche di smentite.

In conferenza stampa, a lavori conclusi, Trump dice: “Potrei farlo, ma non esco dalla Nato. Non è più necessario, perché i Paesi dell’Alleanza sono tutti d’accordo per aumentare il loro contributo”.

Non è vero. Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg la mette giù morbida: “Gli alleati hanno ascoltato il messaggio del presidente Trump, ma le spese annunciate erano tutte già previste, nell’ambito di quanto deciso nel 2014 per raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil per la difesa”. E non sono 33, ma “41 miliardi di dollari extra a prezzi costanti”.

Il presidente francese Emmanuel Macron è più drastico: “La cifra evocata dal presidente americano corrisponde all’aumento di spesa già previsto per centrare l’obiettivo del 2%”. Persino il premier italiano Giuseppe Conte, che deve preoccuparsi del clima che troverà il 30 luglio alla Casa Bianca, chiarisce: “Dall’Italia nessuna spesa aggiuntiva”.

Nel secondo e ultimo giorno del Vertice atlantico, Trump incontra i leader di Georgia e Ucraina, ospiti dell’evento e critici sul suo appuntamento – lunedì, a Helsinki – con il presidente russo Vladimir Putin e partecipa a una dibattito sul ‘che fare’ in Afghanistan.

L’amministrazione Usa vorrebbe sganciarsi da una guerra che dura da 17 anni, ma ha finora dovuto rafforzare il contingente per contenere l’offensiva dei talebani. Conte fa sapere che la presenza italiana sarà ridotta.

L’imminenza dell’incontro con Putin non impedisce a Trump di sottoscrivere un documento fortemente critico neri confronti della Russia: la Nato è ferma nel sostegno all’Ucraina e ribadisce la condanna dell’annessione della Crimea da parte di Mosca; e sostiene le visioni euro-atlantiche della Georgia, mentre il Cremlino critica l’apertura dei negoziati per l’adesione della Macedonia (del Nord) all’Alleanza.

La seconda e ultima giornata del Vertice atlantico era cominciata come la prima era finita: tweet e minacce, “Tutte le nazioni Nato devono rispettare l’impegno del 2%, e devono arrivare al 4%!”. E ancora attacchi alla Germania per la sua dipendenza dall’energia russa: “La Germania ha appena iniziato a pagare alla Russia, il Paese da cui vuole protezione, miliardi di dollari per i suoi bisogni energetici … Non è accettabile!”.

Sommando, come fa spesso, mele con pere, Trump dice: “I presidenti” americani “hanno provato per anni senza successo a fare pagare di più la Germania e gli altri Paesi ricchi Nato per sentirsi protetti dalla Russia”; ma quelli “pagano solo una frazione del costo”. Invece, “gli Usa pagano decine di miliardi di dollari in eccesso per sussidiare l’Europa, e perdono un sacco sul commercio!”.

Trump applica quello che der Spiegel definisce “il metodo del Padrino”: “Niente soldi? Niente protezione dalla Russia!”. Inutilmente la Merkel, che fa la parte della “Mutti”, la mamma, ripete che “commercio e difesa sono questioni separate” e che la sicurezza non è solo una questione contabile.

Il risultato “è un compromesso insipido, nella massima insicurezza”, scrive ancora Der Spiegel. Ma a Trump basta: se ne va twittando “Grazie Nato”, dopo un vertice burrascoso, con momenti – riferiscono testimoni – di grande tensione. A chi gli chiede conto degli sbalzi d’opinione, risponde: “Io sono molto coerente, sono un genio coerente”. Alla fine, tutti si allineano: la Nato è più forte, dopo un round di discussioni “fuori dai denti”; e gli europei confermano la validità degli obiettivi già definiti e l’impegno a centrarli.

Dopo un week-end sui campi di golf della Scozia – i suoi, quelli dove, due anni or sono, visse il giorno del referendum sulla Brexit -, Trump concluderà lunedì la sua missione europea incontrando Putin.

A teatro il ricordo di Ambrosoli: eroe della normalità

Scena surreale, nella notte milanese di inizio luglio. Qualche centinaio di persone, molti ragazzi con le magliette e le bandiere di Libera, percorrono a piedi, con le fiaccole accese, il percorso che separa il Teatro San Carlo, a un passo da corso Magenta, e il numero 1 di via Morozzo della Rocca. Qui, davanti al portone, qualche intervento al microfono, qualche lettura, qualche musica suonata dal vivo. Una cerimonia civile, sobria e commovente, sul luogo e nell’ora dove esattamente 39 anni fa, l’11 luglio 1979, un killer venuto dagli Stati Uniti e mandato da Michele Sindona sparava tre proiettili calibro 357 magnum a Giorgio Ambrosoli, che stava rientrando a casa dopo una serata con gli amici. Ambrosoli, l’“eroe borghese” dell’indimenticabile libro di Corrado Stajano, era stato incaricato dalla Banca d’Italia di liquidare la Banca Privata Italiana del bancarottiere Sindona, piduista e riciclatore dei soldi di Cosa Nostra. I soldi dei clienti erano spariti, dilapidati in pericolose avventure finanziarie o dirottati verso misteriose società offshore.

Pressioni immense si scatenano attorno ad Ambrosoli, per convincerlo a salvare la banca, a spese dei contribuenti italiani. Il più attivo è Giulio Andreotti, grande sostenitore del bancarottiere che aveva definito “il salvatore della lira”. Ambrosoli, non certo un estremista, uomo di simpatie monarchiche, avvocato perbene, professionista dalla schiena dritta, non cede alle pressioni e fa il suo mestiere. Con scrupolo, ma nella più assoluta normalità. Non accetta piani di salvataggio avventurosi. Non ascolta le sirene della politica. Non cede neppure alle telefonate di minaccia che gli arrivano di notte, tremende, con accento siciliano. Nessun eroismo: compie solamente il suo dovere, in un Paese dove la normalità diventa eroismo.

Viene ucciso in una calda notte milanese, davanti a casa. Nessun politico ai suoi funerali, nella chiesa di San Vittore, nessuna autorità di governo, nessun uomo della comunità degli affari milanese. Presenti soltanto il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e qualche magistrato. Milano non c’era, non se ne accorse, negli anni in cui la mafia era solo – eventualmente – cosa del Sud.

Trentanove anni dopo, il negazionismo è finito, la figura di Ambrosoli è ricordata con affetto da tanti, gli è stato dedicato un film (Un eroe borghese, con Michele Placido), molti libri. Ora anche una graphic novel, La scelta. Giorgio Ambrosoli (ReNoir Comics), disegnata con tratto netto e forte da Gianluca Buttolo. Il muro del silenzio è stato rotto, è nata anche una associazione che ad Ambrosoli si ispira, trainata in modo formidabile da Veronica e Roberto Notarbartolo, e che ogni anno celebra a Milano la “Giornata della virtù civile”.

Prima del corteo, al Teatro San Carlo c’era stata un’altra struggente cerimonia civile: uno spettacolo per chitarra, immagini e voci intitolato “La forza di un no”, inframmezzato dagli interventi teneri e mozzafiato di Annalori, la moglie di Ambrosoli, di Francesca e Umberto, i figli, interrogati senz’ombra di retorica da Paolo Foschini, che conosciamo come cronista del Corriere e che abbiamo scoperto essere anche chitarrista e narratore perfetto, accanto agli attori della compagnia Macrò Maudit Teàter. Lo spettacolo racconta la storia di Ambrosoli, “l’uomo che faceva bene i suoi compiti”, ed è rivolto ai ragazzi delle scuole. Anche agli adulti piace e fa bene, incanta e conquista, commuove e indigna. Ma per i ragazzi è stato pensato. Un’occasione eccezionale di teatro civile e una lezione speciale di educazione civica che le nostre scuole farebbero bene a prenotare. (www.macromaudit.org)

Gioco d’azzardo non nuoce il no alla pubblicità

Le polemiche più accese sollevano polveroni che ostacolano la comprensione di fatti e ragioni. Non fa eccezione quella suscitata dalla proposta di divieto di pubblicità del gioco d’azzardo, contenuta nel decreto Dignità presentato dal ministro Di Maio. La proposta merita approvazione per una serie di argomenti che ricorderò fra un attimo. Ma prima di tutto, va confutata l’accusa di introdurre una regolamentazione persecutoria del gioco, tale da provocare danni ingenti alle imprese, all’occupazione, all’erario, e viceversa giovare all’allargamento dell’area del gioco clandestino, spesso contigua a quella di organizzazioni criminali.

L’accusa evoca profili intrinsecamente importanti, ma “non ci azzecca”. Per la buona ragione che il gioco d’azzardo – le sue modalità di svolgimento, i requisiti organizzativi, i limiti di età per accedervi – è già stato regolamentato dall’accordo raggiunto in sede di Conferenza unificata governo-enti locali il 7 settembre 2017 (riduzione in tre anni dei punti gioco, e delle slot machine entro il 2018; distanza dei punti gioco dai luoghi “sensibili” come scuole e chiese; potere decisorio dei sindaci sugli orari di chiusura; identificazione dei giocatori; videosorveglianza, etc.). E dunque, il decreto Di Maio si limita a vietarne la pubblicità. Una bella differenza, che fa giustizia anche del preannuncio di quei catastrofici effetti. Del resto, il settore è in continua crescita: il numero delle imprese che hanno come attività esclusiva o principale la gestione di ricevitorie, macchinette, centri scommesse etc. è cresciuto al ritmo di oltre il 10% in un anno, e di oltre il 48% tra il 2012 e il 2017.

Insomma, il decreto Di Maio si muove nella stessa logica del divieto di pubblicità delle sigarette. Queste possono essere prodotte e vendute, osservando certe regole, ma non si può far propaganda a una abitudine tanto nociva per la salute (concetto che non si esaurisce in quella del corpo). Sulla legittimità del divieto non si possono avanzare dubbi. Anche qui, qualcuno si è stracciato le vesti per la restrizione della “libertà di espressione”, valore costituzionale principe (art.21). Ma è da cinquant’anni che la Corte costituzionale insegna che l’art. 21 non si applica alla rèclame commerciale, viceversa assoggettabile ai limiti e financo ai divieti che la legge può prescrivere alle attività economiche qualora il loro esercizio si svolga “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art 41.2 Cost.).

Quanto all’opportunità del divieto, l’esigenza di non incoraggiare né consolidare l’abitudine al gioco d’azzardo si fonda sulla considerazione, ormai scientificamente acquisita, di tale abitudine come “dipendenza” (ludopatia) nociva allo sviluppo e all’equilibrio psicologico della persona (oltre che a quello economico, ovviamente).

Una dipendenza contro la quale le autorità socio-sanitarie hanno varato specifici programmi di cura e recupero, come, ad esempio, quelli promossi dalla Regione Lombardia, la regione con la maggior spesa in assoluto per il gioco d’azzardo (v. in particolare le leggi r. 8/2013 e 11/2015, i cui contenuti principali sono stati confermati i dalla l.r. 5/2018). Programmi complessi, e inevitabilmente costosi: i cui effetti benefici la pubblicità del gioco d’azzardo contribuirebbe a vanificare: con danno diretto delle persone, e indiretto dell’erario.

Ora, rilevazioni attendibili, non seriamente smentite, attestano come sia particolarmente allarmante il diffondersi di questa dipendenza, specie tra le persone più psicologicamente indifese come anziani e giovani in cerca di prima occupazione (soprattutto nel Mezzogiorno). Ragione definitiva per bloccare strumenti del suo ulteriore sviluppo e consolidamento: come appunto e in primis la pubblicità.

* Presidente del Movimento Consumatori