T-shirt rosse o blu, basta che convenga

Volevamo pietosamente ignorare, obliare, glissare; ma la dissonanza cromatico-cognitiva è irresistibile per non darne conto. Vedere gente che ha votato, appoggiato o addirittura guidato il Pd negli ultimi 4 anni indossare la maglietta rossa per “fermare l’emorragia di umanità”, come da appello di Don Ciotti (un prete, non un dirigente del centro-sinistra), è quasi un’esperienza allucinogena. Questi ridicoli (se il loro agire non fosse stato tragico) fantocci del potere, che hanno tenuto il Paese in scacco per anni, con tutte le loro alchimie di “governi tecnici”, “larghe intese”, “governi di responsabilità” e avventuristiche “riforme” del “cambioverso” (più un tentato scasso della Costituzione), non sentono nessun imbarazzo, oggi, a vestirsi come le mamme vestono quei poveri bambini morti in mare, ancorché la maggioranza degli italiani li abbia da tempo sgamati che, degli ultimi, a loro importa meno che niente.

Del resto, c’è da capirli: costretti all’impotenza dalla loro stessa inettitudine, e non dagli elettori come Renzi ha cercato di far credere in una delle sue gag post-elettorali, oggi si aggirano fischiettando sul luogo del disastro, come i piromani dei film, atteggiandosi a paladini dei sofferenti; loro che hanno contribuito a ridurre in povertà assoluta 5 milioni e 58mila persone e a rendere precari 3 milioni e mezzo di lavoratori (dati Istat).

Quello che fa specie è assistere alla marea di indignazione da parte della diciamo intellighenzia di sinistra, appena guarita da un’afasia selettiva durata 4 anni e riscopertasi improvvisamente votata alla barricate. Questi lungodegenti paralizzati, che un tempo si slogavano i malleoli nei girotondi contro B. e all’apparir del bullo al massimo andavano a fargli rimbrotti di bon ton da Fazio, aspettavano giusto il governo dei “populisti” per uscire dal cantuccio di placido comfort dal quale tenevano bordone a quel partito di classisti e mezze cartucce, ingoiando tutto quel che faceva Renzi con la sua corte di miracolati incompetenti con la motivazione che altrimenti, avanzando politiche troppo di sinistra, “il Pd non avrebbe vinto mai”. Anzi, prendevano in giro noi del Fatto (che il loro idolo barzellettiere rinominò il “Falso quotidiano”), chiedendoci come mai, se c’era una deriva autoritaria in corso, non fossimo al confino a Ventotene (ci sarebbe piaciuto, ma quel braccino corto di Renzi al massimo ci metteva alla gogna alle Leopolde, tra le risate fantozziane dei gregari).

Oggi, per un Saviano che, come ha sempre fatto – prendendosi del “camorrologo di corte” da Vincenzo De Luca, del “rottamato offeso” da L’Unità e, siccome osò criticare la Boschi per la questione delle banche di famiglia, del “giustizialista peloso”, del “pretestuoso” e del “copione” un po’ da tutti – denuncia la xenofobia di Salvini, c’è lo scrittore Sandro Veronesi che rilancia e propone a Saviano di “mettere i (loro) corpi” nella lotta per l’accoglienza, non è chiaro se sulle navi delle Ong o proprio in Libia, comunque “laggiù, dove lo scempio ha luogo”, insieme ad altri super-corpi di testimonial umanitari, tipo “Checco Zalone” o “Federica Pellegrini”, o “Jovanotti” o anche, perché no, “Chiara Ferragni che allatta” (sic). Non sappiamo dove fosse il corpo di Veronesi quando Minniti faceva accordi con le milizie e i trafficanti libici, sicuramente non “laggiù”.

Ricordiamo magliette turchine per il “25 aprile Tutto Blu” del Pd (“Perché la Resistenza è alla base dell’Europa”); magliette gialle capitanate da Orfini per spazzare le zone del terremoto (ad Amatrice, chissà perché, gli abitanti non si presentarono, per fortuna di quelli del Pd), ma nessuna maglietta rossa. Intanto Oliviero Toscani minaccia di espatriare (ma prima ha preso la tessera del Pd: forse vuole chiedere asilo per motivi umanitari) e 200 intellettuali firmano un appello accorato su Repubblica, sollecitati dalla lettera di una studentessa a Concita De Gregorio.

Certo, è ridicola anche la parte opposta, quelli che danno dei “radical chic” a tutti: la post-fascia Meloni che invita l’intellighenzia sovranista a indossare polemicamente la maglietta azzurra per gli italiani poveri o che hanno perso il lavoro (come se non fossero italiani e stranieri a comporre quel milione e 778mila famiglie in povertà assoluta) è la stessa che era al governo con B., buonanima. Ma il premio della critica va a quelli che se la prendono col direttore del Fatto, indicato come responsabile della vittoria di 5Stelle e Lega, e non solo da Renzi, da cui siamo abituati a sentir scemenze e che di quella vittoria è invece il principale colpevole, ma anche dagli intellettuali, che dovrebbero pensare, ragionare e attribuire al potere, e non a chi vi si oppone, tutte le sue colpe. (A costo di esser didascalici: noi siamo anti-governativi per natura, ben vengano le penne avvelenate; che lo siano sempre, però, e non a seconda di come conviene).

Mail box

 

Caro Saviano, adesso togliti la maglietta rossa 

Non entro nel merito dell’intervista rilasciata da Toninelli al vostro giornale, né tantomeno nella risposta data da Saviano al ministro. Mi coglie impreparata e mi imbarazza non poco il “disprezzo” che Saviano professa senza alcun tentennamento verso Toninelli e l’indignazione mi toglie il fiato.

Molte sono le parole che Saviano avrebbe potuto usare per manifestare il proprio sdegno e la non approvazione verso l’operato e le prese di posizione del ministro, ma l’utilizzare la parola “disprezzo” mi appare decisamente sproporzionato e sprezzante.

Ma come? Uno scrittore che l’altro giorno indossava una maglietta rossa contro l’emorragia di umanità oggi usa delle parole che annullano chi ha di fronte con “il più profondo disprezzo umano e politico”: quindi non solo disprezza l’operato politico (che dopo un mese mi appare anche prematuro giudicare), ma disprezza anche l’uomo Toninelli. Mi appare che quando c’è il disprezzo così viscerale e astioso non possa esserci possibilità di umanità. Ogni porta si chiude e ogni forma di dialogo cessa quando subentra il disprezzo: è questa l’umanità che sventola Saviano?

Pertanto chiedo a Saviano di togliersi la maglietta rossa: la sua ipocrisia si è manifestata a tutto il Paese.

Chiedo a Don Ciotti se tale uscita gli appaia congrua con lo spirito che lo aveva spinto all’iniziativa da lui promossa e se al riguardo non ha nulla da dire.

Chiedo al Paese una manifestazione, con le magliette del colore che ciascuno preferisce, per fermare l’emorragia di umanità di Saviano!

Irma Lovato

 

DIRITTO DI REPLICA

Sul Fatto del 9 luglio, Roberto Saviano manifesta il suo dissenso nei confronti del ministro dei trasporti Toninelli sull’infinita triste gestione dei cosiddetti “flussi migratori”. Non entro nel merito dello scontro. Leggo il Fatto condividendone spesso le posizioni.

Ritengo però discutibile (e penso che un’opinione di Travaglio sia opportuna), che Saviano, ergendosi come è spesso sua abitudine, a censore di fatti e comportamenti di istituzioni della Repubblica della quale è pur sempre parte, manifesti “il più profondo disprezzo, umano e politico, per questa caricatura di ministro” (sic!) secondo le gravi parole dell’articolo ospitato sul suo giornale, dottor Travaglio.

Sono espressioni che ritengo inaccettabili e che non avrebbero dovuto trovare spazio nella sua testata: ciò che sgomenta infatti è che Saviano pure nel pieno rispetto delle sue opinioni che a volte condivido, non si renda conto che offendendo il ministroistituzione in carica implicitamente offende non solo me che di questa sventurata nazione sono cittadino ed elettore, ma anche sè stesso: egli, quali che siano gli argomenti e le ragioni a sostegno delle sue tesi, profferendo quelle parole peraltro anche “tecnicamente” inesatte si pone dalla parte del torto: si possono non condividere pareri, opinioni e comportamenti, ma – dottor Saviano – il ministro Toninelli lo ripeto, per quanto non condivisibili possano essere i suoi comportamenti politici, rappresenta la carica istituzionale secondo il volere democratico di quel popolo che ella tante volte ha detto di voler difendere.

Ma forse la discriminante consiste essenzialmente nella troppo diffusa ignoranza giuridica della fondamentale discriminante tra fatti, persone e istituzioni. Ignoranza che spesso è causa di troppe parole in libertà.

Bruno de’ Costanzo

 

Gentili Irma e Bruno,

ho ospitato volentieri il pensiero di Roberto Saviano pur non condividendolo: siamo un giornale libero che non censura nessuno. Quello che penso della questione l’ho scritto nel mio editoriale “Sotto la maglietta”. Un caro saluto.

M. Trav.

 

Come distinguere Renzi dagli altri Matteo

Matteo Renzi chiamiamolo Air Force One! Così quelli del Pd che lo avversano, quando lo indicano per nome, saranno certi di non confondere il megalomane con altri Matteo.

Vittorio Colavitto

 

La sinistra usa i migranti per nascondere il suo declino

Il nuovo mantra tv che accomuna la Rai da Agorà ai Tg, magari sotto forma di servizi di “cronaca” o di domande e di pareri finto neutri è: “I numeri dicono che in Italia non c’è emergenza immigrazione” e quindi Salvini ha torto a essere duro con le Ong e ad allarmare gli italiani sul tema.

Peccato però che la questione sia stata discussa perfino da un summit europeo e sia ancora percepita come dirimente da molti.

La domanda sorge spontanea: ma se non c’è un’emergenza perchè sollevare polveroni con (si spera scollegati) proclami politici, magliette rosse e digiuni a staffetta?

Se ci sono meno morti nel Mediterraneo e i traffici mafiosi di esseri umani sono diminuiti dopo l’allontanamento delle navi e delle Ong perchè non essere soddisfatti e invece continuare la campagna di arruolamento nella battaglia “culturale”? Chiaro ormai che l’idea di base è sfruttare il tema in funzione anti-governo, per tentare di risolvere un’altra emergenza, quella sì innegabile: l’emorragia di voti dal centrosinistra.

Franco Prisciandaro

Il ritardo penalizza anche la mobilità. E nessuno chiarisce

Mia moglie è una di quei 25 mila docenti che dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – andare in pensione a settembre. Confermo, data la nostra personale e defatigante recente vicenda, che la situazione è davvero oltre l’immaginabile. Pure, a ogni disperato e disperante snodo che ci ha per mesi rimbalzato da Provveditorato a Inps, mettendoci a confronto con funzionari a volte arroganti, a volte incompetenti, a volte entrambi, mi è tornata in mente la letterina arancione di Boeri. Conosco, tra l’altro, più di un privato che, a fronte della risibile contabilità riportata, ha deciso di cancellare impresa, contribuzioni e tutto il resto… ma, al di là dei discutibili risultati è l’aspetto di “facciata” dell’iniziativa che indispettisce: il fatto che di un istituto allo sfascio ci si preoccupi di curare la coreografia e gli effetti speciali è davvero insopportabile. Sappiamo che in altri Paesi, quelli comunemente indicati come “civili” anche se non tanto lontani da noi – Francia, Inghilterra – di ogni pratica esiste un referente con nome, cognome e numero di telefono a cui l’interessato può rivolgersi. Magari, se ci tiene, Boeri può far indossare un indumento arancione all’addetto, ma non lascerebbe gli utenti – anzi: i clienti, come usano dire – nella costernazione. Se le prestazioni previdenziali sono un indicatore significativo per giudicare il livello di civiltà di uno Stato, viene proprio la voglia di andarselo a godere altrove, un po’ di meritato riposo.

Gentile Vincenzo, per non parlare del fatto che molto, molto raramente, si riesce ad avere una spiegazione chiara, univoca ed efficace di ciò che sta succedendo. Ogni sportellista fornisce una propria versione, l’ente coinvolto non diffonde una nota ufficiale, tantomeno ufficiosa, ed essere rinfrancati e rassicurati è una chimera. Bisogna fidarsi, punto. Intanto, però, ai docenti accadono cose che non si spiegano: provi a immaginare in quale limbo si trovano quegli insegnanti che hanno chiesto il trasferimento ma che se lo sono visto sospendere o a cui è stato concesso con l’onere della rettifica perché alla scuola di destinazione (che informalmente conosce il numero dei suoi docenti pronti alla pensione) nessuno ha ancora comunicato ufficialmente il cambio (e sono almeno 5 mila). Ho visto docenti guardare increduli la loro richiesta di mobilità ed esclamare: “Com’è possibile che la mia situazione invece di migliorare sia peggiorata?”. Nessuno glielo spiega. Gli errori possono capitare, i sistemi possono subire un cortocircuito. Ma quando si è dalla parte del torto, un po’ di chiarezza non guasterebbe.

Operai in guerra, salta la festa per l’arrivo del campione

No Ronaldo,no party. A conclusione della conferenza stampa di ieri, a Torino, per la presentazione del nuovo acquisto bianconero, Joao Cancelo, la società juventina ha fatto sapere che non ci saranno festeggiamenti per l’arrivo di Cristiano Ronaldo. Salta quindi l’ipotesi dello show, lunedì all’Allianz Stadium. Il fuoriclasse portoghese è atteso lunedì nel capoluogo sabaudo per le visite mediche al J-Medical. Seguirà poi l’incontro con i media sempre all’Allianz Stadium. Dalla Juventus fanno sapere che non è una decisione legata all’ordine pubblico. Alla base della retromarcia sull’evento all’Allianz Stadium ci sarebbero, secondo alcune fonti, due motivi: il primo riguarda un eccessivo fasto per l’evento che, unito al mega-compenso del giocatore, potrebbe provocare malumori nello spogliatoio. Il secondo, invece, è legato alla serie di proteste e minacce di sciopero messe in atto dagli operai Usb della Fca di Melfi e Pomigliano che nei giorni scorsi avevano tuonato a mezzo stampa: “Per Ronaldo 400 milioni, agli operai solo calci nei coglioni”. Un pungolo non indifferente per la società, che a quanto pare ha fatto marcia indietro sull’idea di accogliere il nuovo acquisto bianconero con grandi cerimonie.

Ronaldo & C: così i fuoriclasse riescono a dribblare il fisco

Cristiano Ronaldo non è solamente il fuoriclasse del calcio conteso dai grandi club a colpi di decine di milioni in barba alla miseria e alla crisi economica, ma anche un contribuente perennemente in fuga dal fisco. Tanto che la nuova normativa italiana assai favorevole per i Paperoni che si trasferiscono nel nostro Paese sarebbe stata un’importante motivazione, se non la principale, per atterrare a Torino. Dai suoi piedi d’oro escono traiettorie dalla balistica inusitata, ma anche centinaia di milioni tra sponsorizzazioni e ingaggi a sei cifre, che neanche la sua holding impiantata nel paradiso fiscale con i quarti di nobiltà più antichi, il Lussemburgo, è riuscita a far sfuggire agli 007 della Agencia Tributaria spagnola. Un mese fa, l’asso portoghese ha patteggiato con il fisco una multa da 18,8 milioni di euro più due anni di condanna con la condizionale.

Il regno di Filippo VI è particolarmente duro con gli evasori. L’ex direttore dell’Agenzia spagnola delle Entrate, Ignacio Ruiz Jarabo, ha spiegato che Ronaldo dovrebbe saldare le pendenze prima di insediarsi in Italia. In caso contrario, grazie a un accordo fiscale tra i due Paesi, la Spagna potrà anche sequestrare lo stipendio che gli verserà la Juventus fino al pagamento dei 18,8 milioni. E qui viene in soccorso a braccia aperte l’imposta “attrai Paperoni” introdotta dall’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan nella legge di Bilancio 2017 con l’obiettivo di attirare nuovi capitali, consumi e investimenti nel Belpaese. In cosa consiste? Gli ultraricchi che trasferiscono la propria residenza in Italia pagano un’imposta “a forfait” di 100 mila euro all’anno per 15 anni su tutti i redditi, ma limita lo sconto a quelli di fonte estera. Per le attività internazionali di Ronaldo si tratterebbe sempre di un risparmio fiscale ingentissimo, tra compensi, premi e sponsor. Tuttavia nel 2014 la Fiat si è trasformata in Fca, con sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna, per cui tutto quello che il gruppo procaccerà a Ronaldo (compreso l’ingaggio?) rientrerà nella quota fissa.

Il primo marzo scorso il capo della segreteria tecnica del ministro, Fabrizio Pagani, prima dell’insediamento del nuovo governo aveva fatto in tempo ad annunciare in un’intervista a Londra che circa 150 persone “tra cui alcune con una ricchezza superiore alle centinaia di milioni”, avevano chiesto informazioni sul provvedimento. “Stiamo parlando di persone molto, molto ricche” aveva sottolineato soddisfatto Pagani agli operatori della City. E chissà se tra queste non avesse già richiesto informazioni anche qualche emissario del calciatore portoghese, al quale comunque gli sono dovute fischiare le orecchie, visto che a introdurre per prima la misura, con discreto successo, era stata proprio Lisbona. Un Paese, il Portogallo, che anche se fiscalmente attraente risulta tuttora deficitario di club capaci di sborsare le cifre necessarie per trasformare Ronaldo in un figliol prodigo.

Ma i vantaggi fiscali offerti dal trasferimento sotto la Mole, come calcola il Sole 24 Ore, non finirebbero qui. Il regime forfettario non esaurisce i suoi effetti nell’ambito delle imposte sui redditi, ma prevede importanti esenzioni anche relativamente alle imposte di donazione (e successione). Ronaldo potrebbe approfittare della permanenza in Italia per effettuare donazioni a favore dei propri quattro figli (e/o di altri familiari) in totale esenzione da imposte. Quelli che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno rilevano che questa che sembra soprattutto una gigantesca manovra di elusione fiscale potrebbe invece trasformarsi in una calamita capace di attrarre altri campioni. Del resto, i rapporti con il fisco non sono mai stati agevoli con il mondo del calcio.

In questo campo l’erario iberico è una vera bestia nera. Anche l’ex allenatore dell’Inter José Mourinho, alla sbarra come Ronaldo, ha ammesso di aver evaso le tasse per 3,3 milioni di euro ma ha trovato un accordo col fisco spagnolo: pagherà 800 mila euro per non aver dichiarato i diritti di immagine dei due anni al Real Madrid. Sedici mesi di prigione (con la condizionale) e 9 milioni di euro di multa è invece la pesante condanna comminata all’attaccante colombiano, oggi al Monaco, Radamel Falcao, ritenuto colpevole dalla giustizia spagnola di frode fiscale quando vestiva la maglia dell’Atletico di Madrid. Il gesto dell’ombrello indirizzato a Equitalia dalla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio ormai sei anni or sono non è bastato a Diego Armando Maradona per scrollarsi di dosso il debito verso il fisco italiano. Sono cartelle per 13 miliardi di lire, lievitate a oltre 40 milioni di euro per effetto di interessi e sanzioni, che sono diventati difficili da notificare e incassare da quando Maradona nel ’91 ha lasciato il Napoli. Ma sempre valide.

L’imputato Scaroni pronto a guidare il Milan di Elliott

Paolo Scaroni sarà il presidente del Milan ora che il club è passato sotto il controllo completo del fondo americano Elliott di Paul Singer. Il consiglio di amministrazione previsto per ieri pomeriggio è saltato perché il presidente uscente Yonghong Li e altri tre consiglieri cinesi non si sono presentati, ma la nomina di Scaroni è soltanto rinviata all’assemblea dei soci prevista per il 21 luglio. Scaroni siede in cda dal 2017, non in rappresentanza della banca d’affari Rothschild di cui è vicepresidente e che tanto ha lavorato col Milan, ma proprio su indicazione del fondo Elliott. Il capo europeo di Eliott, a Londra, è infatti Alvise Alverà, il miglior amico di Scaroni da una vita (uno dei figli di Scaroni si chiama, in suo onore, proprio Alvise). A 72 anni, Scaroni punta così all’ennesima rinascita: la sua carriera sembrava arenata con un patteggiamento per tangenti ai tempi di Mani Pulite (ha poi ottenuto la riabilitazione), invece è diventato uno dei manager pubblici più potenti, prima ad dell’Enel e poi dell’Eni, da cui è uscito nel 2014. È oggi sotto processo a Milano per corruzione internazionale in Algeria e in Nigeria. La visibilità del nuovo ruolo nel Milan, però, difficilmente potrà aiutarlo in tribunale.

Effetto Lanzalone su Carige: la scalata degli amici di Toti

“Paolo Fiorentino nei giorni immediatamente precedenti l’arresto dell’avvocato Luca Lanzalone, mi riferì di averlo incontrato, decantandomene le qualità professionali”. C’è questo passaggio nel comunicato con cui Vittorio Malacalza ha annunciato di voler lasciare il cda della banca Carige (di cui era vicepresidente, presidente ad interim nonché primo azionista). Non c’è pace per l’istituto genovese. Dopo anni di inchieste, dopo l’arrivo della famiglia Malacalza. Poi i tormentati aumenti di capitale. Ora sembrava raggiunta una fase di relativa tranquillità. Un’illusione, già si profila all’orizzonte l’asse tra il nuovo socio di peso, Raffaele Mincione (5,4%) e il miliardario ligure Gabriele Volpi (9%). Quello che ha fatto fortuna con il petrolio nigeriano e che ha come braccio destro Gianpiero Fiorani. Sì, proprio il furbetto del quartierino delle scalate del 2005. Così come nei nuovi assetti emerge l’ex sindaco di Genova, Giuseppe Pericu (centrosinistra). Mentre – storce il naso qualcuno in ambienti della banca – lo studio del figlio Andrea, noto avvocato, ha ottenuto consulenze dall’istituto.

Ma andiamo con ordine. A far deflagrare tutto è l’intercettazione nell’inchiesta sullo Stadio della Roma rivelata dal Fatto. Un colloquio tra Fiorentino (non indagato) e il costruttore Luca Parnasi che risale al 3 giugno, pochi giorni prima dell’arresto di Parnasi: “Tu fagli fare qualcosa anche a Lanzalone, dagli 50… 30.000 euro di consulenza … fagli fare una cazzata! Costruiamo questo percorso a tutto tondo! Così quando è il momento…”. Ma la conversazione tra Parnasi e Fiorentino contiene un altro passaggio: “Parnasi – riassumono i carabinieri – consiglia di lavorare sulla villa o su una caparra… Parnasi dice che può fare una caparra o un finanziamento su una banca greca, secondo una tecnicalità con cui poi si perde tutto”.

Fiorentino al Fatto precisò: “Quel colloquio non ebbe alcun effetto. Non ho mai dato alcun finanziamento a Parnasi, né consulenze a Lanzalone. Certo, lo conosco, è una persona emergente”. Emergente al punto che durante un recente pranzo tra Fiorentino e Lanzalone (pochi giorni prima degli arresti romani) quest’ultimo ricevette una telefonata e disse che si trattava di Luigi Di Maio.

Il susseguirsi di voci ha fatto andare in pezzi il cda: si sono dimessi il presidente Giuseppe Tesauro, Francesca Balzani (ex vicesindaco di Milano con Giuliano Pisapia) e l’avvocato Stefano Lunardi. Tesauro l’ha detto a chiare lettere: “Le intercettazioni mi hanno convinto che anche un lontano sospetto nei confronti di dipendenti della banca potesse ledere la mia dignità”. Parole pesanti, tanto che Fiorentino ha annunciato una querela nei confronti di Tesauro. Ma ieri sono arrivate anche le dichiarazioni di Malacalza (“Fiorentino mi decantò le capacità di Lanzalone”). Il principale azionista di Carige (20%) non si ferma qui: Fiorentino ha cercato di “delegittimare il mio ruolo di supplenza del presidente”.

Guerra totale. Così ci si avvia ad avere un cda che ha perso quattro membri in pochi giorni. E governa senza il sostegno del primo socio. “Sono degli zombie”, sussurrano nei corridoi della sede. Ma il braccio di ferro è soltanto all’inizio: “Non intendo lasciare il mio impegno in Carige”, annuncia Malacalza che nell’istituto ha investito 376,5 milioni con una minusvalenza di quasi 290. La banca dal 2013 ha chiesto ai soci 2,2 miliardi, ma ora vale 422 milioni.

Dietro le quinte si combatte per il comando della banca – cassaforte dell’economia ligure – e ci si divide sulle dismissioni dei gioielli di famiglia per centinaia di milioni. Ed ecco, appunto, emergere nuove figure. C’è Mincione che nei giorni scorsi si è lanciato in un’affermazione che negli ambienti di potere genovesi è stata traumatica: “Ho sempre detto che il tempo massimo per arrivare a un’aggregazione sarebbe stato 18 mesi. Oggi sono convinto che sia necessario accelerare”.

Mincione potrebbe allearsi con il secondo socio, Gabriele Volpi. Quel Volpi, accreditato di un patrimonio di due miliardi, che è indagato per evasione fiscale con Fiorani. Non solo: Volpi, patron della Pro Recco, il Real Madrid della pallanuoto. Agli eventi del miliardario sono stati segnalati più volte Giovanni Toti e Matteo Salvini. Una vicinanza forse non solo sportiva. La finanza, una volta amica del Pd, oggi guarda a Toti. Stesse persone, bandiere diverse. Come Aldo Spinelli, socio con l’1%. Un tempo vicino all’ex governatore ligure Claudio Burlando (Pd) adesso partecipa alle cene di sostegno del centrodestra totiano. Da Spinelli ieri è arrivato un endorsement di peso: “Il prossimo presidente di Carige potrebbe essere Giuseppe Pericu”. Sì, l’ex sindaco di Genova che negli ultimi anni ha collezionato poltrone: consigliere della Cassa Depositi e Prestiti, membro del comitato esecutivo del prestigioso Istituto Italiano di Tecnologia (l’Iit destinatario di centinaia di milioni di finanziamenti pubblici) e presidente dell’Accademia Ligustica. Nonché membro del consiglio di indirizzo del Teatro Carlo Felice.

Ma, dopo le polemiche sulle consulenze che Parnasi cercava in Carige per Lanzalone, tutte le consulenze sono finite sotto la lente di ingrandimento. Anche quella all’avvocato Andrea Pericu. Che ricostruisce così: “Tutto regolare. Ho una consulenza per una piccola operazione di ristrutturazione. Mi è stata assegnata con gara”. Ma risale a quando suo padre era già nel cda? “Sì, ma già in precedenza avevo lavorato con la banca”. Il compenso? “Intorno ai 30 mila euro. L’incarico lo dà la banca, ma a pagare è il debitore”. Consulenze e spese sono nodi che hanno diviso il cda. Come la vendita delle partecipazioni pregiate. Vedi l’Autofiori “che in cassa porta 8-9 milioni l’anno ed è valutata 88 milioni, ma potrebbe valere ben di più”, commentano autorevoli fonti interne. Il timore è quello di una ‘svendita’ al gruppo Gavio.

“No ai licenziamenti d’opinione”: l’appello di artisti e intellettuali

Una campagna contro i licenziamenti d’opinione e a sostegno di 5 operai della Fiat: a sottoscriverla personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della musica, del giornalismo e della Legge, da Erri De Luca a Lo Stato Sociale a Luigi De Magistris. “Due anni fa – scrivono – lanciammo una mobilitazione contro il licenziamento di cinque operai cassintegrati della Fiat di Pomigliano ‘colpevoli’ di aver espresso il dolore e la rabbia per il suicidio di tre compagni di fabbrica. La Corte d’appello diede loro ragione, ordinando il reintegro. Cosa che però la Fca non fece, limitandosi a versare il salario e portando la vicenda in Cassazione. Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha reso nota la sentenza con cui accoglieva il punto di vista aziendale, sancendo l’obbligo di “fedeltà” all’azienda fuori dall’orario di lavoro (…). Contro questa sentenza, intendiamo sostenere Mimmo Mignano, i suoi compagni e i numerosi lavoratori licenziati per aver espresso pubblicamente opinioni critiche. Chiediamo di regolamentare la normativa sull’obbligo di fedeltà limitandola a ciò che effettivamente dice, cioé la difesa dell’azienda rispetto alla concorrenza, e chiediamo alla Cassazione di revocare e correggere l’attuale interpretazione”.

“Sentenza tutela-famiglia. Ora tocca allo Stato”

Annamaria Bernardini de Pace è l’avvocato matrimonialista più famoso d’italia, con 39 mila cause passate dal suo studio legale. Per i meno informati è la suocera di Raul Bova, per altri è la principale esperta del diritto della famiglia, settore al quale la indirizzò Indro Montanelli, come ha spiegato in un’intervista a Belve (il programma della casa di produzione del Fatto, Loft, e in onda su La9).

Della sentenza della Corte di Cassazione, che ha ribaltato il criterio per concedere l’assegno di divorzio, ha un giudizio “positivo”. Di più: per la Bernardini de Pace potrebbe essere anche l’occasione per chiedere un intervento governativo.

I giudici hanno stabilito che per il calcolo dell’assegno di divorzio non viene considerato più il tenore di vita, ma altri fattori: ossia il contributo fornito alla formazione del patrimonio comune e personale, la durata del matrimonio, le potenzialità reddituali future e l’età.

Avvocato, perché la sentenza di mercoledì è importante?

Perché valorizza la diversità di ogni famiglia e di ogni vita, onorando la dignità dei ruoli. Ogni divorzio è un caso a sé. Ora almeno la smetteremo di parlare per luoghi comuni e di dire che le mogli sòlano i mariti e che i mariti abbandonano le mogli. Ognuno avrà una storia diversa a seconda di quello che saranno in grado di dimostrare in tribunale. È una sentenza complicata: io che mi occupo di questi temi da 35 anni, ho impiegato due ore e dieci minuti per leggere 40 pagine e farmi un’idea. Tuttavia, è una decisione che tutela la famiglia. Ed è in questa ottica che deve essere visto il divorzio: con esso infatti si conclude anche la storia economica della famiglia e pertanto bisogna dare attenzione a come quel patrimonio è stato costruito. E quindi capire, per esempio, se la donna (ma può essere tranquillamente l’uomo) abbia contribuito a formare quella ricchezza oppure abbia vissuto tra yoga e vacanze. Poi bisogna tener conto anche della durata del matrimonio: non si può valutare allo stesso modo il divorzio di chi ha trascorso la vita insieme e di chi un paio d’anni. Insomma, sposare un miliardario e lasciarlo dopo poco non è più una sicurezza.

Quali conseguenze avrà questa sentenza?

Noi avvocati e giudici dovremo lavorare di più, perché l’istruttoria sarà molto più particolareggiata, approfondita. E poi ci sarà da esporsi e non poco.

La decisione della Cassazione presenta punti deboli?

Sì. I criteri fissati sono ancora vaghi. Come si stabilisce in che modo si contribuisce al patrimonio di famiglia? Come valuteranno i singoli casi?

Cosa manca ancora nell’ordinamento giuridico al diritto della famiglia?

Manca un intervento legislativo importante. Anche questo governo che parla tanto di cambiamento, non mi pare sia particolarmente attento al settore: la famiglia è alla base dello Stato, che se ne deve occupare

In concreto?

Manca una legge ad hoc per la specializzazione degli avvocati del diritto di famiglia, che non è solo divorzi, ma anche successioni e così via. Non ci si può affidare al legale che si occupa di diritto civile in generale. Poi bisogna introdurre i patti pre-matrimoniali e creare anche un tribunale della famiglia, con giudici specializzati.

Tra i divorzi “eccellenti” c’è quello di Silvio Berlusconi e Veronica Lario. In un’intervista a Belve, ha detto che le sarebbe piaciuto difendere l’ex premier. Secondo lei in quella causa chi è la parte debole?

È difficile individuarla.

Twitter @PacelliValeria

“I Big data e gli algoritmi minacciano la concorrenza”

Alla fine del mandato, si fanno i conti, anche per stabilire quale sia stato il peso dei sette anni alla guida dell’Antitrust. Bilancio del presidente Giovanni Pitruzzella: un miliardo e mezzo di sanzioni e molte istruttorie aperte nei confronti del mondo digitale, illustrate ieri durante la relazione annuale del 2017.

Un anno scandito da 117 procedimenti per pratiche commerciali scorrette, pubblicità ingannevole, violazione dei diritti dei consumatori. Di questi, 90 hanno confermato violazioni (e quindi sanzioni), 24 si sono conclusi con l’accettazione di impegni, tre si sono rivelati senza violazioni. La maggior parte degli accertamenti è stata avviata dopo le segnalazioni dei consumatori: su 70, 52 si sono rivelate fondate come gli avvertimenti delle associazioni di consumatori che hanno confermato 12 violazioni sulle 14 segnalate, come le 16 delle 20 indagini avviate d’ufficio.

“Nel 2017 – si legge nel rapporto – i procedimenti che si sono conclusi con l’accertamento di pratiche commerciali scorrette, di pubblicità ingannevole e comparativa illecita, di violazioni dei diritti dei consumatori e di inottemperanza a precedenti delibere dell’Autorità hanno condotto all’irrogazione di sanzioni amministrative pecuniarie per un totale di 78.281.500 euro”. Un aumento di circa il 47% rispetto all’anno scorso, quando le sanzioni erano state pari a 53 milioni di euro. Interventi e controlli per i gelati, per l’elettricità, il carburante, gli sms informativi di operatori telefonici, la ricerca “pilotata” dei treni. Ma, soprattutto, per le pratiche dei big dell’economia tecnologica e digitale, da Facebook ad Amazon. Il 2017 è stato l’anno del’istruttoria contro WhatsApp che ha accertato una pratica commerciale scorretta nell’indurre gli utenti ad accettare nuovi termini di utilizzo, inclusa la “condivisione dei propri dati personali con Facebook”, facendola passare come condizione necessaria per utilizzare il servizio. La multa era stata di 50 mila euro.

“Con tali interventi – si legge nella relazione – l’Autorità ha acceso i riflettori sul mercato legato all’utilizzo di enormi volumi di dati personali dei consumatori per finalità economiche attraverso sempre più sofisticate tecniche di ‘profilazione’ degli utenti”. Secondo l’antitrust, i big data creano posizioni dominanti. “Proprio l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali rappresenta, a oggi, uno dei principali fattori di asimmetria fra le potenzialità di sviluppo di cui dispongono le grandi imprese e quelle medio piccole”, si legge.

Se da un lato l’economia digitale crea nuovi mercati per le imprese e nuove opportunità di scelta per i consumatori “dall’altro la loro veloce diffusione rischia di essere un’occasione per creare nuovi monopoli o porre alcune imprese in posizioni di dominanza, a scapito dei concorrenti e dello sviluppo dei mercati stessi”. Uno squilibrio che danneggia soprattutto le piccole e medie imprese “che fanno ancora ricorso a strumenti più ‘tradizionali’ che ne limitano le potenzialità di crescita”.

Moral suasion per Amazon: nel 2017 i clienti hanno segnalato la pratica di pubblicare articoli a prezzi bassissimi per poi annullare l’acquisto e restituire i soldi in un secondo momento sulla base di un “errore nel prezzo”. Nessuna sanzione. Amazon ha solo modificato il processo di acquisto e la terminologia utilizzata per descriverne i vari passaggi. E ancora, la vendita online di biglietti di concerti ed eventi (che terminano immediatamente sul mercato primario per comparire, maggiorati, su quello secondario). Nel 2017 l’Autorità ha concluso cinque procedimenti istruttori, ha indagato il maggiore rivenditore (TicketOne) e altri operatori, comminando una multa di circa 1,7 milioni. Non poteva mancare il settore viaggi: sei procedimenti nei confronti di siti come Lastminute, Volagratis, Opodo, Edreams. La colpa? Supplementi di prezzo, informazioni poco trasparenti, ostacoli all’esercizio di diritti contrattuali. La multa? 4 milioni di euro.