L’Italiacontinua a investire poco in ricerca e sviluppo, spende l’1,3% del Pil e occupa il 12º posto in Ue, preceduti da Repubblica Ceca e Slovenia. Eppure i ricercatori hanno aumentato il numero di pubblicazioni su riviste scientifiche e i brevetti depositati. Lo rileva la Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, redatta dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) per governo e Parlamento. Il rapporto tra spesa in ricerca e sviluppo e Pil è passato dall’1% del 2000 all’1,3% del 2015. “Siamo allo stesso livello di Portogallo ed Estonia e ancora lontani dai Paesi nostri concorrenti diretti, come Francia e Germania”, commenta Daniele Archibugi, curatore del documento insieme a Fabrizio Tuzi. La spesa per ricerca e sviluppo finanziata dal governo è rimasta stazionaria, mentre gli stanziamenti del ministero dell’ Istruzione sono scesi dai 1.857 milioni del 2002 ai 1.483 del 2015. I ricercatori italiani sono riusciti però a produrre buoni risultati. Dal 2000 al 2016 il contributo alle pubblicazioni scientifiche è passato dal 3,2% al 4% della quota mondiale, raggiungendo la Francia. Si riducono invece i dottori di ricerca, passati dagli oltre 10 mila del 2007 a meno di 8 mila nel 2016.
Savona: “La Ue si salva solo con la democrazia”
Paolo Savona è un caso curioso del racconto politico. Da quando il Quirinale lo ha fermato sulla soglia del ministero dell’Economia, retrocedendolo agli Affari europei per le sue critiche all’eurozona, è presentato di continuo come una mina per la percezione dell’Italia sui mercati e i rapporti con Bruxelles. Niente di più lontano dal pensiero di questo economista ex Bankitalia che però non risparmia critiche feroci alla costruzione europea.
Ieri in ricordo dell’economista Enzo Grilli ha tenuto al Senato, per la Fondazione Ugo La Malfa, una lezione “sull’importanza dell’equilibrio tra democrazia, Stato e mercato”. La tesi di Savona è che l’Ue ha scelto “l’inconciliabilità tra mercato e Stato, con una democrazia di tipo indiretto e vincolata nel suo agire”, con un Parlamento “diverso dagli altri parlamenti del mondo”. Il mercato, spiega Savona, rappresenta le istanze distributive ma non è ottimale e per questo finisce con il prevaricare le altre due istituzioni. La prova è nell’auspicio avanzato dal commissario tedesco Günther Oettinger che il mercato insegnerà agli italiani come votare. Bruxelles, continua il ministro, “non ha gli strumenti per contrastare questa influenza” sulla democrazia, che quindi resta subordinata. E così l’assenza di uno “Stato dietro queste due istituzioni” è stata sostituita da una “burocrazia che si muove con meccanismi parametrici”, cioè con vincoli fiscali che azzerano il dinamismo della politica, in primis nell’economia. È il famoso “pilota automatico” tanto caro a un pezzo di establishment europeo.
Secondo Savona, quando, come accade ora, la politica smette di proteggere il cittadino e si allea con questa burocrazia “fattasi costituente” la democrazia “ne risulta condizionata, se non proprio spogliata delle sue funzioni redistributive, regolatorie e incentivanti”. Il risultato è che l’Ue si è ridotta a “un accordo di libero scambio, con una moneta comune, in cui i diritti di cittadinanza non sono eguali per tutti, non vi è cioè democrazia”. E questo perché i trattati le affidano solo l’obiettivo di migliorare il mercato competitivo “ma non di garantire la piena occupazione, rifiutando di riconoscere che questo obiettivo non può essere raggiunto in un regime di mercato unico e moneta comune, e così incrinando il principio di sussidiarietà su cui si fonda l’Unione. Ne patisce la convivenza civile tra i popoli”. Per questo, avverte Savona, i cittadini europei hanno ridotto il consenso verso l’Ue e ora c’è “il rischio che la maggioranza lo azzeri alle prossime elezioni europee, come accaduto per la Brexit”.
Per Savona la soluzione è smetterla di rendere sempre più stringenti i vincoli politici in cambio dell’assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà – il modello finora scelto da Bruxelles – e modificare l’architettura istituzionale europea con l’obiettivo di far crescere l’economia con politiche che spingano la “domanda”, cioè i salari. Qui le tesi sono note: ridurre i vincoli fiscali e permettere alla Bce di fare da garante ultimo dei debiti pubblici evitando attacchi speculativi. Ma questo, avverte il ministro degli Affari europei, non basta senza “pervenire a una vera unione politica in una delle forme conosciute. Altrimenti non saranno mai risolti i problemi che a distanza di un quarto di secolo sono emersi prepotenti”. Insomma la soluzione è una vera costruzione europea. L’unica, per Savona, in grado di difendere democrazia, Stato e mercato dalla globalizzazione. Non proprio concetti da antieuropeista viscerale.
Decreto Dignità, niente stretta sui contratti degli stagionali
In attesa della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale che ne stabilirà l’entrata in vigore, il decreto Dignità approvato il 2 luglio dal Consiglio dei ministri continua a cambiare, anche per l’attento monitoraggio esercitato dal Quirinale di Sergio Mattarella che ha seguito la stesura del provvedimento punto per punto prima di firmare, ieri sera, il testo definitivo. La novità dell’ultima versione riguarda i contratti a termine stagionali: potranno continuare a essere “rinnovati o prorogati” anche senza causali, che invece saranno obbligatorie per estendere i rapporti di lavoro a tempo determinato oltre i 12 mesi (ma resta la durata massima di 24).
La spiegazione di questo compromesso rispetto alla linea dura del governo, che vuole scoraggiare l’utilizzo del tempo determinato rispetto all’indeterminato, si trova nell’ultimo rapporto annuale dell’Inps, presentato pochi giorni fa. Nel 2016 il governo Gentiloni abolisce i voucher (buoni lavoro per pagamento orario): nel secondo trimestre di quell’anno erano stati pagati 34 milioni di voucher da 328.000 committenti. Un anno dopo, nel secondo trimestre 2017, la metà di quei committenti (167.000) non risulta aver attivato alcun rapporto di lavoro dipendente, quasi altrettanti (164.000) hanno usato invece contratti di lavoro a termine (stagionale, intermittente, a tempo determinato). Il risultato dell’analisi dell’Inps è questo: 10 milioni di voucher sono diventati prestazioni di lavoro autonomo, collaborazioni o, molto più probabilmente, lavoro nero. Soltanto 68 mila committenti circa hanno sostituito tutte le ore pagate a voucher con contratti a termine. Nel complesso, “almeno un quarto (valutazione di minima, cautelativa) e più verosimilmente un terzo dei voucher utilizzati nel 2016 è stato sostituito nel 2017 con contratti di lavoro dipendente a termine”.
Il decreto del governo Conte vuole evitare che la stretta sui contratti a termine, che passa anche per un aumento dei contributi oltre che per il nuovo limite a 24 mesi invece che a 36, spinga altri datori di lavoro che hanno bisogno di mano d’opera stagionale a privilegiare il nero invece che usare il contratto a tempo determinato.
La Lega, comunque, ha già annunciato di voler reintrodurre i voucher per l’agricoltura e per il turismo, tornando così a una situazione simile a quella precedente alle varie liberalizzazioni dello strumento con i governi Monti e, soprattutto, Renzi. La modifica al decreto Dignità avverrà al momento della discussione in Parlamento per la conversione in legge, che dovrebbe cominciare il 24 luglio. I cinquestelle hanno dato la loro disponibilità a un compromesso sul punto.
Ora che sono noti gli impatti finanziari certificati dalla Ragioneria generale dello Stato, si capisce che la stretta sui contratti a termine costerà 220,5 milioni dal 2018 al 2020, salendo a 710 milioni al 2027. Con la riduzione del limite a 24 mesi, si legge nella relazione illustrativa, aumenterà il numero di persone che potenzialmente si troveranno senza contratto (e dunque non verseranno tasse e contributi) in quell’anno di differenza rispetto al precedente limite di 36 mesi. Le coperture del decreto dovrebbero arrivare soprattutto da un aumento del Preu, il prelievo unico sul gioco d’azzardo delle slot machine e videolottery, che sale di 39,5 milioni nel 2018 e di 195 nel 2019, fino a 234 nel 2020.
Il contesto in cui si inserisce il primo provvedimento di politica economica del governo non è più così favorevole come poteva sembrare qualche mese fa.
La Commissione europea ha pubblicato le sue previsioni d’estate, da cui risulta che c’è una frenata dell’economia mondiale in corso, con l’Italia che ne subirà le conseguenze. Il Pil salirà dell’1,3 per cento nel 2018 e dell’1,1 nel 2019, dice la Commissione, mentre il ministero del Tesoro sta ancora usando stime di 1,5 e 1,4 rispettivamente.
Anche le previsioni più caute della Commissione non considerano gli effetti negativi che avrà sulla crescita il possibile aumento dell’Iva per 12,5 miliardi che scatterà in automatico a inizio 2019 per effetto delle clausole di salvaguardia. Anche coperture alternative (diverse dal deficit, che però sarebbe in violazione dei parametri Ue) avrebbero l’effetto di frenare la crescita.
Sacra corona di Puglia, unita grazie al silenzio generale
Nessun si offenda – oltre che nessun dorma – per un articolo a quattro mani. L’idea è venuta grazie a Pippo Fava, assassinato 34 anni fa a Catania da Cosa Nostra. Invece di dircele tra noi le cose è meglio scriverle, ci ha suggerito: “A volte basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo” (da I Siciliani, 1983). Non staremo in silenzio, il potere delle mafie e la mentalità mafiosa la fanno da padrona in Puglia.
Se una persona condannata definitivamente per associazione mafiosa – era il 9 febbraio – ti aggredisce a pugni in pieno centro a Bari mentre stai facendo domande sul clan Caldarola, “telemafia” dice che in fondo te la sei cercata. Avevi un appuntamento con il clan per un’intervista? No! Nessuno poi scrive sui giornali che la “signora” in questione, Monica Laera, moglie del boss Lorenzo Caldarola, fosse anche lei mafiosa. Se poi la sua consuocera rincara la dose pedinandoti e minacciandoti anche davanti alle forze dell’ordine, nessuno scrive che si chiama Angela Ladisa, moglie di Pino Mercante, uno dei boss più potenti di Bari. A Casarano, per non infastidire i clan, la mentalità mafiosa spinge addirittura a escludere famiglie e bambini che praticano la legalità da eventi conviviali scolastici. Ed è mentalità mafiosa far finta di non vedere i giovanissimi reclutati in massa per spacciare nel quartiere Libertà a Bari, dove l’unica isola di legalità rimasta è l’oratorio del Redentore di don Francesco Preite.
A leggere i giornali pugliesi si direbbe che nel capoluogo è tutto apposto come canta Roy Paci: invece è emergenza. “Puglia, le mani della mafia su turismo e scommesse online: l’allarme nel rapporto Dia”, titolavano i giornali nel febbraio scorso, “le mani dei clan sulla città”. A Bari i due clan egemoni restano Strisciuglio e Capriati, a Foggia – sette omicidi impuniti – emergono le nuove leve, a Brindisi i boss governano dal carcere. Gli imprenditori pagano fino a 2.000 euro al mese le estorsioni, ma non denunciano. E ci sono medici del Policlinico che chiamano il boss per recuperare uno scooter rubato. La Puglia è la seconda regione in Italia per numero di comuni sciolti per mafia. Un indicatore che dovrebbe mettere in allarme ma non accade. Se c’è una società civile, batta un colpo. Il 21 marzo 2017 alla marcia regionale della Giornata della memoria e dell’impegno a Casarano (Lecce) organizzata da Libera hanno marciato solo gli studenti.
La monumentale operazione “Pandora” della Dda di Bari, 121 indagati e 104 arresti, documenta che la mafia pugliese è a pieno titolo nelle relazioni ufficiali con camorra, ’ndrangheta, camorra, Cosa Nostra. L’ha detto anche il Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho.
La sacra corona unita – che tanti avevano già data per sconfitta – riscuote ampio consenso sociale: i boss fungono da agenzie di servizi e da ufficio di collocamento, erogano prestiti senza interessi, promuovono la conciliazione tra le parti, recuperano la refurtiva. E per mantenere il consenso (come si legge nelle carte dell’operazione “Labirinto” del Ros di Lecce) i clan promuovono eventi ricreativi: finanziamento di squadre di calcio, sponsorizzazioni di eventi sportivi e folkloristici.
Le lavatrici del business della cocaina – clan salentini e camorra a braccetto soprattutto per la gestione delle piazze di spaccio sui lidi più smart – sono società di enogastronomia, ristorazione, esercizi commerciali di ogni tipo. È il marketing mafioso, inventato dal boss Augustino Potenza.
Nel Salento molti esercizi commerciali che ospitano slot machine – regolarmente autorizzate dal ministero – hanno dovuto prima ricevere il via libera dei clan (come si legge nella relazione della Commissione parlamentare sul fenomeno delle mafie del 2018).
E poi, siti per la gestione dei rifiuti commissariati, tentativi continui di infiltrazioni negli appalti pubblici, piani-coste spesso mancanti, spiagge in mano ai figli dei boss in carcere o a loro prestanome, di fatto piazze di spaccio. Perché non restituirle ai cittadini? Perché non metterle all’asta, attrarre capitali puliti e produrre lavoro trasparente?
Nel Salento, per anni terminale europeo del traffico di rifiuti tossici, con la complicità di imprenditori e gestori, oppure sepolti sotto importanti arterie stradali, si muore per tumori alla vescica, ai polmoni, alle mammelle più che nel resto d’Italia, come certificato dalla classifica ecomafie di Legambiente. La mafia nel Salento è stata funzionale a risolvere ogni problema ambientale, economico, sociale copiando esattamente la ’ndrangheta.
Oggi, ampi strati della popolazione non hanno percezione del fenomeno, perché la mentalità mafiosa è il collante dei rapporti sociali. Ma a leggere i giornali, le notizie rimangono a margine, mancano vere inchieste e approfondimenti.
Quando nell’ottobre del 2016 il boss della Sacra corona Augustino Potenza a Casarano fu crivellato a colpi di kalashnikov, i giornali scrissero che si trattava di “un imprenditore”, un “broker finanziario che stava cercando di rifarsi una vita”. In realtà, era un imputato di mafia – ma allora il principale quotidiano locale non lo scrisse – già scarcerato per decorrenza dei termini e aveva subito diverse confische di beni assegnati al Comune di Casarano, che però – ancora oggi – si guarda bene dal fare un bando pubblico per la gestione degli stessi. E vogliamo denunciare un altro pesante silenzio: nessuno sta dando notizia del processo in corso su Ivan Caldarola, 19 anni, rampollo emergente del clan Caldarola di Bari, rinviato a giudizio per lo stupro di una bambina di dodici anni – lui al tempo ne aveva 17 –. Dov’è la società civile a sostegno di una vittima minorenne e della sua famiglia? Perché questo silenzio sulle mafie e sul clan Caldarola? Sulla madre di Ivan, quella Monica Laera, mafiosa condannata in Cassazione nel 2004 e sotto indagine alla Dda di Bari per l’aggressione e le minacce a Maria Grazia Mazzola del 9 febbraio? Monica Laera indossava un’imbottitura sospetta ripresa e documentata dalle microtelecamere di Speciale Tg1 – Ragazzi dentro in onda il 27 maggio scorso: i giornali lo hanno ignorato. È vero anche che gli organi d’informazione spesso nelle periferie hanno armi spuntate: il precariato e le redazioni sotto organico rendono tutto più complesso.
Ma serve un cambio di rotta: il silenzio rende ancora più potenti i clan. Servono inchieste in prima serata, approfondimenti sui quotidiani e online, bisogna spingere i cittadini a denunciare. Come la mafia uccide la dignità di chi si piega per fame, così il precariato dei giornalisti uccide la dignità dei colleghi. E guai a isolare i tanti aggrediti e minacciati per il loro lavoro. Marilù Mastrogiovanni, che già vive sotto protezione, nella notte tra il 6 e il 7 luglio ha ricevuto all’indirizzo mail della redazione de il Tacco d’Italia 3950 email (tremilanovecentocinquanta), dove per la prima volta in tanti anni di minacce si scrive la parola “morte”. I mittenti sono diversi e fittizi. Il messaggio più ricorrente è: “La morte sta arrivando”.
Roma, sgomberi al Baobab e gli abitanti ringraziano: “Era ora”
Momenti di tensione ieri mattina nel centro rifugiati Baobab Experience, presidio umanitario a due passi dalla stazione Tiburtina di Roma. Agenti di polizia hanno proceduto all’identificazione degli oltre cento migranti che sono ospitati nella tendopoli gestita da decine di volontari che ogni giorno si prendono cura dei cosiddetti “transitanti” nella Capitale. “Finalmente, era ora”, il coro di uno dei comitati di quartiere. Una zona che in passato, quando il centro era in via Cupa, si era distinta per vicinanza ai migranti, promuovendo anche raccolte di abiti e viveri. Ieri nel piazzale dietro la stazione, tra tende e bancali di legno per tenere i teli lontani dall’asfalto bollente, i migranti sono stati identificati dalle forze dell’ordine. “Le persone sono state disposte su tre file per essere identificate – dicono gli attivisti del centro –. C’erano cinque operatori della sala operativa sociale e 80 uomini delle forze dell’ordine. I ragazzi hanno mostrato i loro documenti, ma in 35 sono stati portati all’ufficio immigrazione per ulteriori controlli”. La situazione, inizialmente caotica, è tornata alla normalità. Lo sgombero è stato evitato.
Torino, la Procura generale difende Armando Spataro
Dopo gli attacchi ricevuti, la Procura generale del Piemonte e della Valle d’Aosta difende il procuratore di Torino, oggetto di “critiche violente, infondate, con tratti di irrisione e sguaiate che sono state ‘postate’ su vari siti e social media”. “È sotto gli occhi di tutti che nel nostro Paese si stanno moltiplicando episodi di intolleranza razziale e religiosa nei confronti di persone straniere”, sottolinea il procuratore generale Francesco Saluzzo. Questi comportamenti prevedono un’aggravante “e quindi, puniti con una pena più alta”. Per questo Spataro “ha preso atto di un grave fenomeno e lo ha doverosamente affrontato con precise disposizioni”, che lui può dare. Se lunedì Saluzzo aveva affermato che “l’aumento di questi reati è impressionante anche a causa di certe sponde politiche e culturali”, ora aggiunge che delle intenzioni di Spataro sono state date “letture volutamente e subdolamente distorte in modo da far apparire il procuratore di Torino come autore di scelte ‘politiche’”: “Avrebbe dovuto forse ignorare quello che è evidente a tutti per evitare di dispiacere a qualcuno?”, chiede.
Innsbruck contro un muro: ancora una volta l’accordo è solo a parole
Matteo Salvini torna da Innsbruck con l’accordo a parole di quelli che erano già d’accordo con lui: l’asse dei ministri dell’Interno “volenterosi” di Germania, Austria e Italia, che si vedono prima dell’inizio della riunione informale dei ministri dell’Interno dei 28 Paesi Ue. Tutto bene, quando si tratta d’enunciare e condividere l’elementare programma “riduzione delle partenze, degli sbarchi, dei morti e, quindi, dei problemi”; e d’avallare l’osservazione, per altro lapalissiana che, se cessano i movimenti ‘primari’ – cioè, gli arrivi dei migranti nell’Ue – spariscono i movimenti ‘secondari’ – cioè i movimenti dei migranti all’interno dell’Ue, approfittando della libertà di circolazione.
Fin qui, Salvini e i suoi due colleghi, Horst Seehofer, bavarese, una spina nel fianco della Merkel nel governo tedesco, e Herbert Kickl, un ‘leghista’ austriaco, sono perfettamente allineati (e trovano pure molti altri colleghi fra i 28 pronti a tenere loro bordone). Ma siccome i movimenti ‘secondari’ ci sono e l’Italia lascia partire un sacco di migranti senza averne controllato l’identità e il diritto, o meno, a ottenere l’asilo, Seehofer e Kickl vogliono rimandarci quelli sbarcati da noi e finiti da loro.
Su questo punto, Salvini non è d’accordo: “I discorsi sulle riammissioni vengono dopo la soluzione dei problemi italiani”. E l’asse dei “volenterosi” già traballa.
Kickl, che è della Carinzia, ma che sceglie Innsbruck per riunire i 28 come luogo simbolo del problema migranti tra Italia e Austria – e infatti ne approfitta per un giro di vite ai controlli alla frontiera -, propone di rivedersi a Vienna il 19 luglio, fra una settimana.
L’Italia, ieri, non giocava solo a Innsbruck la partita dei migranti su scala europea e internazionale. A Bruxelles, al Vertice della Nato, il premier Conte ha ricevuto i complimenti, a vario titolo immeritati, del presidente Trump: “Bravo!, hai vinto le elezioni con la linea dura sui migranti”. Ma Conte ha anche dovuto spendersi, in conferenza stampa e al telefono, per riaffermare che “la linea del governo sui migranti è frutto di condivisione” e ha scritto all’Ue per sollecitare un cambiamento delle regole della missione Sophia e per incalzare la Commissione “sull’attuazione di quei principi innovativi sull’immigrazione emersi dal Consiglio europeo” – principi però affidati alla volontarietà dei singoli Stati -.
A Innsbruck, dove non era attese e non ci sono decisioni, non tutti i Paesi Ue si sono ‘messi in scia’ ai “volenterosi”. Il commissario europeo Dimitris Avramopoulos parla di “discussione franca”, rilevando, cifre alla mano, che “non c’è più un’emergenza migratoria”. E Salvini ha un bilaterale “non in sintonia” col collega francese Gerard Collomb.
Kickl vede un “cambio di paradigma” nelle politiche migratorie: l’intenzione sua, e di Seehofer e Salvini, è di “mettere ordine” là “dove, da tempo, l’ordine non c’è” e di fare giungere nell’Unione “solo coloro che effettivamente scappano da guerre”.
Come? Si parla di accordi con i Paesi di provenienza, di hotspot in Paesi terzi, anche candidati all’adesione all’Ue, come quelli dei Balcani occidentali: bisogna discuterne con loro, negoziare, pagare. Salvini ha fretta, più dei suoi colleghi: porta ai partner il programma in dieci punti presentato da Conte al Vertice europeo di fine giugno, ma, quando sente parlare di 10 mila guardie di frontiera di Frontex in più nel 2020, prende la parola per chiedere atti concreti subito.
Le trame misteriali nelle carte trapanesi dell’inchiesta Iuventa
Non è stata una delle migliori performance, quella del ministro dell’Interno che ieri ha bloccato lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti per ore, invocando quelle manette che la Procura, invece, ha stabilito che dovessero restare al loro posto.
Non lo è stato neanche il retroscena rivelato ieri dal Fatto Quotidiano, a margine della riunione al Viminale con i dicasteri della Difesa e delle Infrastrutture, quando Salvini, sapendo che il rimorchiatore italiano Vos Thalassa lavora per la piattaforma Total, dinanzi alle coste libiche, ha chiesto se fosse possibile, onde evitare ulteriori salvataggi di questo tipo, mandare navi straniere in supporto alle piattaforme petrolifere. Come se spettasse al Viminale stabilire quali navi debbano chiudere i contratti con Eni e Total nel Mediterraneo. Come se spettasse al Viminale stabilire a chi mettere le manette.
Il tutto per contrastare l’immigrazione clandestina nel modo stabilito e promesso da Salvini nella sua eterna campagna elettorale. Il paradosso è che in qualche modo proprio a Trapani, come il Fatto Quotidiano ha rivelato la scorsa estate, Salvini ha iniziato sommessamente e in gran silenzio a tessere la sua rete sull’argomento. E se ieri ha rimediato una pessima figura, nei prossimi mesi potrebbe rimediarne di peggiori.
Il punto è che il suo nome, se non i suoi messaggi e la sua stessa voce, inclusi quelli di chi appartiene al suo entourage politico, sono rientrati nell’inchiesta che la Procura di Trapani sta conducendo dal 4 agosto scorso e che ha portato al sequestro della nave Iuventa legata alla Ong tedesca Jugend Rettet.
Non sappiamo se la Procura deciderà di depositare le notizie legate a Salvini quando chiuderà il fascicolo. Di certo non c’è alcun reato che lo riguarda. Ma c’è qualcosa che i cittadini italiani dovrebbero sapere. Ovvero il modo in cui l’attuale capo del Viminale ha seguito chi ha fatto partire l’inchiesta trapanese. Il nodo non è penale. È come al solito politico. Ma è necessaria una premessa.
L’inchiesta giornalistica condotta la scorsa estate da il Fatto Quotidiano ha dimostrato che i dipendenti della Imi service, ovvero gli agenti della sicurezza a bordo della Vos Hestia di Save the Children, che con la loro denuncia hanno fatto partire l’indagine trapanese, avevano cercato una sponda sia con la politica sia con i servizi segreti. E sia in un caso, sia nell’altro, il contatto era avvenuto.
Il tutto, per intendersi, prima che arrivasse la denuncia in Procura che ha portato, fino ai giorni scorsi, a sommare ben 20 indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Segno che le denunce erano fondate.
Ma è stato proprio uno dei denuncianti, l’ex poliziotto Pietro Gallo, ha spiegare al Fatto la scorsa estate: “Il nostro obiettivo era mettere la questione delle Ong sul tavolo politico. Per trovare soluzioni e imporre regole più rigide a chi operava sul Mediterraneo. E anche per questo, attraverso la sua collega della Imi Service Floriana Ballestra, gli agenti della security contattano la segreteria di Matteo Salvini e della Lega. Contattano anche il M5S. Ma senza risultati.
Chi sembra molto interessato, invece, è proprio Salvini e il suo entourage. Con il quale Ballestra scambia ripetuti messaggi e informazioni su ciò che vede accadere nel Mediterraneo. Informazioni che però Salvini in quel periodo non utilizza. Non si contano per esempio sue interrogazioni parlamentari fondate sulle informazioni ricevute dagli agenti della vigilanza.
Quando il Fatto contatta Salvini, in un primo momento l’attuale ministro nega di aver mai conosciuto nessuno della Imi service, finché non pubblichiamo la prova del contrario. A quel punto – è il 27 agosto 2017 – Salvini ci scrive: “Misteri che non esistono! Certo che incontrai la signora Ballestra, donna in gamba e coraggiosa, e ne usai e diffusi le informazioni assolutamente interessanti, purtroppo senza riscontri immediati”.
Resta il fatto che, da quel momento, le Ong e le vicissitudini dei salvataggi nel Mediterraneo sono entrate prepotentemente nell’agenda politica del Paese. E che il contorno degli incontri tra Salvini e Ballestra, che nel frattempo era intercettata, come tutti suoi colleghi, perché la Procura voleva verificare se la denuncia fosse attendibile, sono finiti nel calderone dell’indagine.
Il sospetto – per ora mai confermato e smentito dagli interessati – è che, per la disponibilità a fornire tutte le loro informazioni, qualcuno tra gli agenti di sicurezza, avesse avanzato qualche richiesta all’attuale ministro. E che qualcosa si fosse addirittura mosso. E nel fascicolo trapanese, di tutto questo, sarebbe per forza di cose rimasta più d’una traccia.
È una questione di rilevanza politica, non penale, approdata nella Procura di Trapani un anno fa, come ieri quella dei migranti, a bordo della Diciotti.
Diciotti, Salvini vuole ostaggi e si scontra con Mattarella
Poco dopo le 21:30 è stato costretto a intervenire persino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere di essere aggiornato sugli sviluppi della vicenda della nave Diciotti, in rada a Trapani. E subito, da fonti del Viminale, si esprime “stupore” per l’intervento del Quirinale. Ma il premier Giuseppe Conte, ricevuta la chiamata di Mattarella, ha subito chiamato i ministri Salvini e Toninelli per sollecitare una soluzione in tempi brevi. Lo sbarco dovrebbe avvenire in nottata. Quindi i primi interrogatori in giornata. Poco prima, al molo Ronciglio di Trapani il sole tramonta e il ponte di poppa resta alto. I 67 migranti sono ancora chiusi sulla Diciotti. Non tintinnano le manette vagheggiate dal ministro dell’Interno. È l’umanità sgrammaticata ai tempi di Matteo Salvini, che per tutto il giorno s’esprime con la furia sintetica di un tweet: il suo “nessun scenda” urlato da Innsbruck. E nessuno è sceso.
L’unica consolazione è che qui, a questo molo, s’è almeno sancito l’ovvio: la separazione dei poteri. La Procura di Trapani ha stabilito che non c’è alcun fermo né alcun arresto da disporre nei confronti dei migranti a bordo della Diciotti. C’è un’inchiesta, due persone indagate, ma nessuna manetta da infilare ai polsi, nessuna misura cautelare, neanche se a urlare e a rivendicarla – fuori da ogni ritualità e rispetto dei ruoli – è il nuovo ministro dell’Interno. Alle 16 il procuratore capo di Trapani, Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone, è in riunione con il suo pool specializzato nei reati di immigrazione clandestina. Sul tavolo l’informativa della Squadra mobile di Trapani e del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. L’ipotesi di reato, ricavata dalle testimonianze del comandante della Vos Thalassa e del suo equipaggio, per gli agenti di polizia giudiziaria è quella di impossessamento della nave.
La storia è ormai nota: i migranti, avendo scoperto grazie a un gps che la prua della nave ripiegava sulle coste libiche, anziché su quelle italiane, si sarebbero precipitati verso la cabina di comando e avrebbero di fatto imposto la rotta verso il nostro Paese.
In Procura il clima è tesissimo. Il mantra è altrettanto chiaro: questa informativa deve essere trattata alla pari di tutte le altre. Nonostante le dichiarazioni di Salvini. Il cortocircuito sotteso e il danno latente è lampante: sarebbe davvero difficile distinguere, in caso di fermo e manette, se la scelta della procura è avvenuta in piena autonomia e indipendenza oppure no.
L’attesa si fa snervante e il rebus si scioglie intorno alle 19.30, quando il procuratore Morvillo decide di comunicare la sua decisione con una nota inviata all’Ansa: nessun fermo, nessun arresto, nessun impossessamento della nave. Dei reati ipotizzati dagli agenti della mobile e dello Sco, secondo la procura di Trapani, per il momento è il più lieve a essere ritenuto probabile. Ovvero il concorso in violenza privata, continuata e aggravata, nei confronti dell’equipaggio del Vos Thalassa e del suo comandante.
Sempre di reato si tratta. E infatti la procura iscrive nel registro degli indagati il sudanese Ibrahim Bushara e il ghanese Hamid Ibrahim. Ma è un’inchiesta come altre già condotte dalla Procura di Trapani. Che anche in questo caso ha mostrato un notevole senso della misura. Un’inchiesta per la quale, gli agenti della Mobile e dello Sco, sono ovviamente chiamati a indagare ancora. Ma che per il momento non ha nulla da spartire con le rivolte e i dirottamenti lasciati immaginare dal Viminale.
Ciò che resta, in queste prime ore, è l’impasse politica e umanitaria generata dal comportamento di Salvini. Un’impasse ben rappresentata dalla necessità, per il presidente Mattarella, di contattare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per chiedergli d’essere informato in tempo reale degli sviluppi, un tentativo evidente di sottrarre allo stallo questa situazione surreale. Tocca infatti agli uffici del Viminale autorizzare lo sbarco dei migranti. E alle 21 passate, mentre scriviamo, il molo di poppa della Diciotti resta ancora alzato. C’è uno sparuto gruppo di ragazzi con le magliette rosse che attende lo sbarco. I medici della Croce Rossa. Il sindaco di Trapani Giacomo Tranchida. La solita selva di telecamere. I cellulari della Polizia e della Guardia di Finanza con i loro agenti in divisa. E il ricordo di una giornata surreale. Dove la notizia migliore è stato scoprire che, seppure i migranti non siano ancora sbarcati a terra, di certo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono naufragate.
“Csm, no a scambi politici. Governo, alcune idee ok, Salvini non è pm”
Piercamillo Davigo, un magistrato su tre ha votato per lei nel collegio Cassazione: sono diventati tutti giustizialisti?
Non credo. Spero sia perché molti colleghi condividono le cose che dico sulla giustizia. Soprattutto sul dovere di rispettare le regole, fuori e dentro la magistratura.
Oggi in magistratura non si rispettano le regole?
Il Csm uscente le ha violate o aggirate molte volte, con nomine e promozioni talora scandalose, clientelari, ‘a pacchetto’, che hanno scosso la fiducia di molti di noi. Così interpreto i voti che ho preso reclamando che la prima regola è il rispetto delle regole.
Però il suo gruppo Autonomia e Indipendenza, a parte lei e il pm Sebastiano Ardita, non ha eletto nessuno della giudicante: lì hanno stravinto MI e Unicost.
Colpa mia, ho sottostimato il quorum necessario, che si è alzato grazie alla grande affluenza alle urne. E due bravi colleghi sono rimasti fuori per una manciata di voti. Se ne avessimo candidato uno solo, nel nuovo Csm saremmo in tre. Ma siamo appena nati, andrà meglio la prossima volta.
Il deputato pd Emanuele Fiano dice che il suo successo al Csm fa il paio con quello dei 5Stelle il 4 marzo.
E perché parla solo della mia elezione, e non anche di quella mancata dei nostri due candidati della giudicante? Io non ho né partiti né governi amici: io applico la legge a tutti, non faccio valutazioni politiche e trovo ridicolo che se ne facciano su di me. Per noi giudici, vale il detto di Mao: non conta il colore del gatto, ma che il gatto prenda i topi.
La débâcle della sinistra di Area, dipende dal collateralismo con gli ultimi governi che hanno maltrattato i magistrati senza grandi reazioni di Anm e Csm?
Può essere. Ma ha influito soprattutto il ricorso a pratiche clientelari e consociative che i colleghi di Area avevano sempre aborrito, dicendosi ‘diversi’. L’‘elasticità’, per usare un eufemismo, di certe nomine e la tendenza ad applicare le regole agli avversari e a ‘interpretarle’ per gli amici non gli ha giovato. Il clientelismo, non paga mai: come dice un collega, quando fra 5 candidati devi sceglierne uno, ti fai nemici gli altri 4. Salvo che applichi regole trasparenti affinché gli esclusi non si sentano vittime di soprusi.
Eppure il clientelismo di MI, con la propaganda del suo ex leader Cosimo Ferri, ora deputato del Pd, è stato addirittura premiato.
Evidentemente non si avverte a sufficienza il disvalore di questi interventi a gamba tesa di magistrati che ora fanno politica. Per noi di AeI il magistrato non deve fare politica mai, ma se la fa deve avere dei severissimi limiti se vuole rientrare. La cosa stupefacente è che io in MI ci sono stato per 35 anni e lo statuto del gruppo ritiene intollerabile fare politica. Tant’è che il padre di Cosimo Ferri, Enrico, quando passò dal vertice di MI al Parlamento, fu sottoposto a procedimento disciplinare dal gruppo e se ne dimise. Invece quando il figlio Cosimo divenne sottosegretario di Letta, poi di Renzi e Gentiloni, ebbe molti applausi sulle mailing list. Cos’è cambiato? Le condotte di MI, non certo i miei valori: io penso sempre le stesse cose.
Va cambiata la legge elettorale del Csm?
Certo. Questa fu introdotta per spezzare le correnti, e invece le ha rafforzate. Con tre collegi unici nazionali, è impossibile fare campagna elettorale senz’avere una struttura alle spalle. Meglio tanti collegi uninominali, dove possa essere eletto anche uno bravo e conosciuto, ma senza correnti dietro.
Lei combatte le correnti, ma ne ha fondata una…
Per forza, sennò in questo sistema non puoi far sentire la tua voce, senza un’organizzazione.
Cosa farà nel nuovo Csm?
Anzitutto mi batterò per un vicepresidente non direttamente coinvolto in politica. Poi per la trasparenza e tracciabilità delle nomine: tutte le pratiche devono essere consultabili su Intranet. Chi vuol dirigere una procura o un tribunale non può invocare la privacy. E se presenta un curriculum troppo ottimistico, sa che il collega della stanza accanto lo leggerà e potrà smentirlo, così magari si trattiene dall’incensarsi troppo. E poi, se tutto è consultabile, si possono comparare le varie promozioni: ottimo antidoto ai due pesi e due misure.
Altre battaglie?
Nel Csm uscente, per la prima volta, i membri laici decidevano tutti insieme all’unanimità, a prescindere da maggioranza e opposizione, ed erano così il gruppo più forte. Ecco perché l’ultimo Consiglio ha ignorato le indicazioni dell’Anm sui limiti alle toghe che tornano dalla politica, molte addirittura premiate con corsie preferenziali.
Recepirete le linee guida del Csm sui limiti alle comunicazioni delle toghe?
Spero proprio di no. Quelle dei pm sono già disciplinate dalla legge: nessuno può parlare delle indagini in corso tranne il procuratore o un suo delegato. Per quelle dei giudici, bastano e avanzano l’articolo 21 della Costituzione e il codice etico dell’Anm. Chi vuole imbavagliarci contro il ‘protagonismo’ esca dall’ipocrisia. Se un pm abusa delle sue funzioni per farsi pubblicità, commette illecito disciplinare, se non penale. Ma se il problema sono i pm che si imbattono in imputati noti e finiscono sui giornali, non c’è nessun protagonismo. E chi lo evoca vuole intimidire tutta la magistratura: state lontani dai guai, scansate i potenti della politica o dell’economia. Se un giornale pubblica la foto di un pescatore che ha preso un luccio di 10 chili, è il pescatore che fa protagonismo o è il luccio che è grosso?
Ardita ha scritto sul Fatto che il processo disciplinare a Woodcock è roba da Nord Corea. Condivide?
Beh, quando l’organo di autogoverno non dice nulla contro gli attacchi del governo a un pm colpevole di fare indagini a livelli alti e anzi lo processa disciplinarmente prim’ancora che vengano processati gli imputati, magari usando gli esposti degli imputati contro quel pm, c’è da restare esterrefatti.
Quando certe cose le diceva Berlusconi, la reazione della magistratura fu ben più energica.
Ma perché Berlusconi le diceva e le faceva talmente grosse, tipo quando disse che siamo tutti pazzi per il mestiere che facciamo, che l’effetto era il ‘serrate le file’ di tutta la magistratura. Il centrosinistra è stato più subdolo, con un mix di lusinghe, attacchi e leggi micidiali che hanno messo in ginocchio la magistratura nell’indifferenza generale. Ora un certo doppiopesismo ha aumentato il disagio di molti di noi, che però ha tutt’altra origine.
Quale?
Le nostre condizioni di lavoro inaccettabili. Di crisi della giustizia sento parlare da quando andavo all’università. Nessuno che in questi 45 anni partisse dal vero problema: l’eccesso patologico della domanda di giustizia. Ogni anno in Italia si aprono più processi civili di quanti se ne aprano in Francia, Spagna e Gran Bretagna sommate insieme. La risposta più logica è frenare la domanda, riportando il contenzioso ai livelli degli altri Paesi. Invece i geni che ci governano hanno tentato di aumentare la produzione e ultimamente hanno pure il mito dell’‘organizzazione’: nella Corte d’appello “modello” di Torino, una bimba violentata a 7 anni ha visto prescriversi il processo allo stupratore quando ne aveva compiuti 27. Se il sistema non collassa, è perché molte vittime sono talmente sfiduciate che non si rivolgono nemmeno alla giustizia: se facessimo i processi in 6 mesi, avremmo molte più denunce e il contenzioso esploderebbe.
Il nuovo Csm dovrebbe mettere fine allo scontro politica-magistratura?
Perché, c’è uno scontro? Io non lo vedo. Sarà perché non mi occupo di politica, semmai di politici che rubano o che sono accusati di rubare. Se non rubassero, non mi occuperei di loro. Ma fingono sempre di non capire: dicono che aspettano le sentenze definitive e non si accorgono che così abdicano al dovere di fare una valutazione autonoma, politica, sui fatti noti e non controversi che emergono dalle indagini. Se il loro vicino di casa ha una condanna solo in primo grado per pedofilia, che fanno: gli affidano i loro figlioletti per accompagnarli a scuola in attesa della Cassazione? La giustizia è una virtù cardinale, ma anche la prudenza lo è. Penso a quel direttore generale di un’Asl lombarda condannato che spiegò così le sue intercettazioni imbarazzanti sulla mafia: ‘Fin da piccolo mi diverto a sembrare un mafioso’. In questi casi, per cacciare uno, non serve non dico la sentenza, ma nemmeno l’accusa: basta la difesa. Sarei curioso di vedere come certi politici si comportano nella loro vita quotidiana: se fanno causa al fruttivendolo perché smercia frutta marcia, aspettano la Cassazione per cambiare negozio?
La preoccupa il nuovo governo?
In 40 anni ne ho viste e sentite così tante che non mi impressiona più niente.
E sulla giustizia?
Attendo i testi di legge. Per ora ho sentito annunci, in parte condivisibili. Come la revisione del codice degli appalti, che non fa neanche il solletico a chi trucca le gare e dà un sacco di grane agli onesti.
Intanto saltano le riforme di Orlando su carceri e intercettazioni.
Sulle intercettazioni, la maggioranza delle Procure non è in grado di attuare la riforma nei tempi richiesti. Sulle carceri, Ardita segnalava il rischio di certi benefici anche per i condannati per mafia. Poi c’è il quasi-automatismo che risparmia il carcere ai condannati fino a 4 anni. Come se non si conoscessero gli effetti dell’inefficienza italiana. Ma le pare possibile che chiunque viene ammesso ai servizi sociali o ai domiciliari, a condizione che lavori, trovi subito un impiego? O sono lavori finti o di comodo, oppure per azzerare la disoccupazione basta mandare tutti i disoccupati ai domiciliari o ai servizi sociali. Negli altri Paesi, si fanno controlli accurati: se il lavoro in alternativa al carcere è fittizio, il condannato torna in cella. Qui abbiamo mandato ai servizi sociali in una biblioteca il direttore di un’altra biblioteca condannato per aver rubato migliaia di libri… Altri invocano pene pecuniarie in alternativa al carcere: ma lo sanno che – lo dice la Corte dei Conti – lo Stato incassa solo il 4% delle pene pecuniarie? Perché dovrebbero far paura a qualcuno?
Parliamo di migranti. Armando Spataro avverte il governo sull’illiceità dei respingimenti in mare.
Altro problema complesso che tutti, da ogni fronte, pensano di risolvere con soluzioni semplici. Intanto è assurdo il principio degli accordi di Dublino: se esiste un’Europa, i migranti non possono essere accollati al solo Paese dove sbarcano. Poi, certo, il soccorso in mare è un obbligo inderogabile. Ma non coincide con l’andare a prendere i migranti quando partono: quello è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per troppi anni i nostri governi hanno alimentato la clandestinità negando il visto a chi chiedeva alle nostre ambasciate di venire a lavorare qui, e poi facendo sanatorie per chi arrivava irregolarmente. E ogni condono genera altra illegalità. Sempre.
Salvini vieta lo sbarco di una nave italiana se due presunti ammutinati non ne scendono in manette.
La Costituzione della Repubblica riserva le decisioni sulla libertà personale all’Autorità giudiziaria, anche per la convalida degli arresti. Escludo che un ministro possa dare ordini alla magistratura.