Parnasi oggi di nuovo dai pm. La Cassazione: no alla scarcerazione

Il costruttore Luca Parnasi sarà interrogato oggi. I magistrati romani hanno acconsentito alla richiesta dell’imprenditore di essere nuovamente interrogato dopo che ieri sera la Cassazione ha detto “no” alla richiesta di annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare del 13 giugno. La Procura aveva dato parere positivo. Dopo circa dieci ore di camera di consiglio, in nottata, è arrivata la decisione dei giudici di piazza Cavour che hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai difensori del costruttore. Nella istanza gli avvocati Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini lamentavano la carenza di motivazioni sulle esigenze cautelari. Parnasi è stato arrestato con l’accusa di essere a “capo” di un’associazione a delinquere finalizzata a commettere una serie di reati contro la Pubblica amministrazione, come la corruzione. I suoi legali avevano già chiesto al Tribunale del Riesame di concedere i domiciliari, soprattutto dopo due interrogatori fiume (11 ore in totale) fatti con i pm. Per il Riesame però la collaborazione di Parnasi non è stata “piena”, in quanto si è limitato “ad ammettere fatti inequivoci” e a riferire “circostanze già note”. Oggi quindi si terrà un terzo interrogatorio.

Palagiustizia di Bari Bagarre alla Camera “Verifiche in corso”

“Onestà! Onestà!”, urlavano in coro nell’aula della Camera i deputati della sinistra, con un refrain che nella passata legislatura era usato dal M5S. L’argomento è il Tribunale di Bari e il decreto legge che ne dispone il trasferimento, dopo che nei mesi scorsi il palazzo è stato sgomberato per il rischio crolli mentre le aule trasferite sotto state le tende. L’occasione è invece un articolo di Repubblica che parla di un immobile, destinazione provvisoria del palagiustizia, che sarebbe di proprietà di un privato “amico di Gianpaolo Tarantini” e “che ha prestato ‘centinaia di migliaia di euro’ al cassiere del clan Parini”. Il riferimento è a Giuseppe Settani, sentito come testimone (mai indagato) nell’ambito dell’inchiesta denominata Domino della Procura di Bari.

Su questo i deputati ieri si agitavano, chiedevano spiegazioni, lamentavano l’assenza iniziale del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e arrivavano addirittura alle mani. A un certo punto, infatti, è intervenuto il sottosegretario Ferraresi: “Ho sentito in quest’aula delle inesattezze gravi – ha detto –. Alcune anche con peso penale di cui ciascuno si assume la responsabilità”. Immediata la reazione dell’opposizione e di Emanuele Fiano: “Il sottosegretario ha minacciato i deputati”, ha asserito il dem.

Nel frattempo, è partita una bagarre a destra, tra deputati di FdI e della Lega. Intervengono i commessi a separare la rissa e l’aula viene sospesa. Quando riprende interviene Bonafede. Tra le scuse, afferma: “Non è irrilevante la notizia pubblicata. Ho dato mandato agli uffici di fare tutti gli approfondimenti necessari oltre a quelli già fatti e previsti da una legge peraltro approvata dal Pd. Dalla documentazione per l’assegnazione della gara per il nuovo immobile non veniva rilevato nessun motivo ostativo”. La seduta sul decreto andrà avanti in nottata, con l’opposizione che continua a fare ostruzionismo.

Tra i giudici il nuovo stecca. Al Csm vincono i conservatori

Il Consiglio Superiore della Magistratura tutto, o quasi, cambiato. Il conservatorismo, o meglio, il corporativismo avanza. Magistratura Indipendente, la corrente più sindacale di sempre o la più a destra per chi applica le vecchie categorie ormai saltate, vince le elezioni. Unicost, la corrente “centrista” e maggioritaria alle elezioni dell’Associazione Nazionale Magistrati tiene. Area, la “sinistra” dei magistrati perde nettamente. Non ha più la maggioranza in Consiglio. Autonomia e Indipendenza, la corrente nata contro il correntismo non sfonda. Il plebiscito per il suo leader Piercamillo Davigo (quota Cassazione) resta un fatto personale, legato alla storia di uno dei magistrati simbolo della storia giudiziaria d’Italia. Nessuno dei due candidati in quota giudici di merito ce l’ha fatta.

Quella che si è appena conclusa è stata un’elezione con più partecipanti del 2014 e soprattutto con più giovani magistrati alle urne: per la prima volta sono stati 1.700 sugli oltre 8 mila votanti. Sono le toghe di ultima generazione post ideologica che in parte hanno virato verso il lido sicuro di MI: campagna incentrata sulle rivendicazioni sindacali, a partire dai carichi di lavoro predeterminati, i cosiddetti carichi esigibili.

Va detto, però, che su questa nuova fotografia del Consiglio pesa il meccanismo elettorale: vincono, infatti, i candidati più votati, a prescindere dalle preferenze alle liste. Tanto è vero che rispetto al voto per i giudici di merito, la partita più rappresentativa (10 posti per 13 candidati) MI, che esce vittoriosa da queste elezioni per numero di consiglieri eletti, ha, però, meno voti di Area, la perdente per numero di consiglieri. Area ottiene il 29,25% contro il 24,76 di Mi. Prima, per voti di corrente è Unicost con il 33,09%. AeI ha avuto il 12,88%.

Ma entriamo nel dettaglio dei nomi e dei numeri, sostanza del nuovo identikit di Palazzo dei Marescialli. MI avrà cinque consiglieri, essendo riuscita a far eleggere la candidata in quota Cassazione, Loredana Micciché, i tre in quota giudici di merito e il pm. Nella consiliatura uscente ha tre componenti. Sono stati eletti Paola Maria Braggion, Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli, giudici a Milano, Roma e Palermo. Consigliere anche Antonio Lepre, pm a Paola, fedelissimo di Cosimo Ferri. Per lui, come per gli altri tre candidati delle altre correnti, elezione garantita in quota pubblici ministeri, dato che erano quattro per quattro posti. MI sarà alla pari con Unicost che mantiene cinque componenti, pur avendo perso in Cassazione. È riuscita, infatti, a far eleggere tutti e quattro i suoi candidati giudici di merito: Concetta Grillo, presidente di sezione a Caltagirone, Marco Mancinetti, Gianluigi Morlini e Michele Ciambellini, giudici a Roma, Reggio Emilia e Napoli. Come pm, Luigi Spina di Castrovillari. Area, invece, perde ben tre consiglieri: da sette passa a quattro. Ha perso la sfida della quota Cassazione e dei quattro candidati giudici di merito ne passano tre a cui si aggiunge il consigliere proveniente dalle file dei pm, mentre attualmente i consiglieri-pm sono due. Sono stati eletti Ciccio Zaccaro, Alessandra Dal Moro e Mario Suriano giudici a Bari, Milano e Napoli. In quota pm andrà in Consiglio Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto di Roma, ex segretario dell’Anm.

Autonomia e Indipendenza non riesce a far eleggere nemmeno uno dei due candidati giudici di merito: Giuseppe Marra e Ilaria Pepe. Dunque, per AeI ci saranno Davigo e Sebastiano Ardita, quota pm, attuale procuratore aggiunto di Catania e tra i fondatori della corrente frutto della scissione di Mi. È la prima elezione per AeI, nata nel 2015, ma un componente attuale, Aldo Morgigni, eletto con MI è passato ai “davighiani”.

E veniamo alla classifica dei consiglieri più votati tra i giudici di merito e i pm: Mancinetti (Unicost) con 733 voti e Braggion (MI) con 720; Lepre (MI) con 1.997 voti seguito da Cascini (Area) con 1.928 voti. In assoluto, il consigliere più votato è Davigo con 2.522 preferenze.

Meloni twitta tortura libera

Lo strano senso di Giorgia per la polizia. Ieri la fierissima, patriottica Meloni ha voluto ribadire la sempiterna vicinanza di Fratelli d’Italia alle forze dell’ordine. Con un tweet – nella migliore delle ipotesi – piuttosto bislacco: “Difendiamo chi difende: due proposte di legge per aumentare le pene a chi aggredisce un pubblico ufficiale (e fin qui se ne può anche discutere, ndr) e per impedire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”. L’inquietante conclusione che si potrebbe trarre dal ragionamento di Giorgiona nostra è che per fare bene il proprio mestiere, poliziotti e carabinieri hanno bisogno di mano libera. E insomma, magari, di poter torturare senza troppe scocciature. Ovviamente le parole in libertà della Meloni sono state accolte a vario titolo da ironie, pernacchie e critiche più o meno salaci (Fratoianni: “Roba da matti. O da fascisti”). E dopo un po’ persino la fierezza di Giorgia è andata scemando. Piegandosi, infine, alla consapevolezza di aver scritto una vaccata gigantesca: dopo qualche ora il suo post è stato cancellato da twitter. Chissà se scomparirà anche la proposta di abolire il reato di tortura.

Effetto Mondiali: disastro Rai, Mediaset gongola

Fedele Confalonieri, diplomato al conservatorio, suona il pianoforte ogni sabato e domenica. Però adora il calcio. In apertura dell’assemblea di Mediaset per l’approvazione del bilancio, un paio di settimane fa, il presidente ha osservato compiaciuto: “I nostri dati finanziari sono un record per merito del Mondiale di Russia. Mai nella storia televisiva un evento sportivo ha fatto segnare una marginalità positiva: è ancora più significativo in un mercato pubblicitario non certo brillante”. Confalonieri ha dimenticato una postilla: un sentito grazie ai concorrenti Rai che, per la prima volta, hanno mancato la copertura del Mondiale, pur sempre un’attrazione anche se l’Italia non s’è qualificata. Ora gli ascolti – aspettando i risultati Auditel delle ultime due gare – corroborano l’entusiasmo di Fidel: da un mese, Mediaset è il centro della televisione e Viale Mazzini, fra repliche e rifritture, si difende male. Peggio di Panama con l’Inghilterra, per restare in tema.

In prima serata, per esempio, i canali generalisti del Biscione – Rete4, più le due coinvolte, Canale5 e Italia1 – hanno registrato una media del 36,3 per cento di share (oltre 7,5 milioni di telespettatori) contro il 24,7 per cento del terzetto Rai1, Rai2 e Rai3. Undici punti in meno. Canale5 batte Rai1, Italia1 tampina addirittura l’ammiraglia di Viale Mazzini. Con scarti inferiori, l’effetto si riverbera sull’intera giornata: 28 per cento di share per Mediaset, 25 per Viale Mazzini.

Confalonieri ha celebrato i risultati parziali di raccolta pubblicitaria: molto più corposi, si presume, dei circa 71 milioni di euro spesi per strappare il Mondiale a Sky, Rai & C. Viale Mazzini non si è sottratta all’asta sui diritti tv. Ha perso, di poco, con un’offerta di 68 milioni. Rai non ha gli stessi spazi pubblicitari – bensì è sottoposta a limitazioni – per assorbire un investimento come fa Mediaset, né dispone di una platea di clienti come Sky, ma non vale la scusa “il calcio internazionale senza l’Italia non è servizio pubblico”. O almeno è una contraddizione, perché Viale Mazzini era interessata a Russia 18. Il continuo oscillare tra obiettivi (miraggi) pubblicitari e servizio pubblico ha impoverito le proposte sportive di Viale Mazzini, soprattutto in un’epoca televisiva in cui quel che fa la differenza va in diretta, perché buoni film e buone serie tv sono ovunque.

Nel comprensibile vuoto estivo, non considerare prezioso l’appuntamento di giugno e luglio è sbagliato. Poi Mediaset l’ha sfruttato anche per migliorare gli ascolti annui di Canale5 e Italia1, lasciando in disparte Rete4, l’ex feudo di Emilio Fede che da settembre si trasforma in canale dell’informazione. Non stupiscono troppo i dieci milioni di italiani (47 per cento di share) che mercoledì hanno seguito la semifinale Inghilterra-Croazia: altrove c’era qualcosa di imperdibile? Assaggiati i Mondiali e restituita la Champions League a Sky, il Biscione trasmetterà anche le amichevoli delle Nazionali (esclusa l’Italia). Il caso russo insegna: la Rai è lenta perché in Rai è complicato pianificare. Il Cda in scadenza – in tre anni – si è ritrovato tre governi e due direttori generali diversi. Per la gioia di Mediaset.

Orfeo non tramonta mai: ora gli daranno Raisport?

“La Rai è un’azienda meravigliosa. Mi piacerebbe continuare a lavorare qui…”. A pronunciare queste parole, a metà tra la richiesta e l’auspicio, è stato il dg Rai Mario Orfeo in due occasioni importanti: alla presentazione dei palinsesti il 27 giugno a Milano e il 5 luglio a Roma. Un desiderio espresso davanti a tutto il vertice aziendale. “Già, ma a fare cosa?”, è la domanda che è rimbalzata in platea. La risposta potrebbe essere: il direttore di Raisport, ma l’attuale dg – sentito dal Fatto – smentisce drasticamente l’ipotesi.

Premessa: Orfeo è un interno Rai, qualifica caporedattore. Quindi, se vorrà, continuerà a lavorare a Viale Mazzini, “a disposizione della nuova governance”, come si suol dire. Secondo alcune voci interne, però, il direttore generale avrebbe manifestato l’interesse per la testata sportiva, cui – aggiungono ancora le fonti Rai, scatenate in queste ore di interregno – vorrebbe unire la delega ai diritti sportivi, settore oggi di competenza appunto della “Direzione dei diritti sportivi”, guidata da Pier Francesco Forleo. Accorpare diritti sportivi e testata giornalistica – si aggiunge – “sarebbe un cambiamento non di poco conto, che renderebbe la poltrona di Raisport ancor più prestigiosa”. Raisport, dunque, secondo queste ricostruzioni, diventerebbe la via d’uscita con cui Orfeo potrebbe mantenere una direzione.

Ma perché Raisport è così significativa? Per due motivi. Il primo è che la direzione è importante, ma non di prima fascia. Quindi meno appetibile da parte del nuovo potere politico rappresentato da Lega e M5S. La prossima settimana, infatti, scatterà il rinnovo dei vertici: Cda, presidente e nuovo dg. Poi, in agosto o a settembre, partirà il cambio dei direttori: Rai1, Rai2 e Rai3 (con rispettivi Tg), ma pure Raifiction, Raiway, Rai Pubblicità e così via. “Gli appetiti del nuovo potere si concentreranno su queste poltrone, mentre Raisport è più defilata, quindi più facile da ottenere e da attribuire a un ex dg”, spiegano da Viale Mazzini. In secondo luogo, Raisport, come Radiorai, è senza direttore. A Raisport, in teoria, c’è ancora Gabriele Romagnoli, che però, essendo un esterno, dopo il cambio ai vertici dovrà andarsene. La direzione della radio, invece, è vacante per il passaggio di Gerardo Greco in Mediaset. Orfeo (che non ha voluto prendere l’interim di Radiorai), spiegano sempre coloro che sostengono di conoscere le sue intenzioni, è un appassionato di calcio, tanto che qualche tempo fa era circolata con insistenza la voce – anch’essa poi caduta – di un suo passaggio alla Gazzetta dello Sport. Interpellato ieri sulle nuove voci che lo riguardano, Orfeo ha negato ancora. “Smentisco categoricamente il mio interesse per Raisport e qualsiasi voce riguardo al mio futuro professionale. Non voglio quell’incarico ed è assurdo, soprattutto, che se ne parli: tenuto conto che non sarò io a decidere su di me, ma proprio chi verrà al mio posto”, fa sapere.

Valgono di più le voci ricorrenti oppure le smentite? Le fonti interne continuano a confermare l’interesse per quella poltrona e citano proprio l’auspicio di Orfeo per una sua permanenza, manifestato durante la presentazione dei palinsesti. Aggiungendo un’ultima considerazione, fondata per ora solo sulla mera logica delle regole Rai e senza tener conto, appunto, del nuovo dg: per la dura legge dello spoils system (lui divenne dg coi buoni uffici di Renzi), Orfeo non potrebbe ambire a poltrone di primo piano (come, per esempio, Rai1).

Cdp, nomine in stallo Sulla riforma delle Bcc arriva la moratoria

Fumata nera in vista per il rinnovo del cda di Cassa Depositi e Prestiti. Oggi all’apertura dell’assemblea il Tesoro, salvo sorprese dell’ultim’ora, non avrà una lista con i sei nomi per i propri candidati per il cda della società. Le nomine di Stato sono ancora in stallo. Il braccio di ferro tra Lega e M5S non si è risolto per le caselle di ad e direttore generale (il presidente spetta alle fondazioni che hanno indicato Massimo Tononi). I nomi circolati finora sono quelli di Marcello Sala, Fabrizio Palermo e Dario Scannapieco. Resta fermo anche il nodo Rai e quello delle ferrovie di Stato, dove la Lega spinge per Giuseppe Bononi. Ieri fonti del governo non escludevano all’Ansa che una soluzione, almeno per la Cdp, possa essere trovata in tempo per l’assemblea di oggi.

Quello che invece arriverà in tempi brevi, forse già il 20 luglio all’interno di un decreto milleproroghe, è la moratoria per sei mesi per l’applicazione della riforma delle banche di credito cooperativo. L’esecutivo è intenzionato a varare una proroga di 6 mesi per avere il tempo di apportare diverse modifiche alla riforma voluta dal governo Renzi.

I collaboratori parlamentari: “Ora occupatevi di noi”

Come per i vitalizi,da decenni si trascina la questione del riconoscimento della figura del collaboratore parlamentare. Ieri, dopo l’approvazione del ricalcolo retroattivo degli assegni degli ex parlamentari, José De Falco, presidente dell’Aicp- l’Associazione italiana collaboratori parlamentari- è intervenuto sull’argomento dicendo: “L’approvazione sostanzialmente unanime della delibera sul taglio dei vitalizi dimostra come questioni che si trascinano per decenni, possano essere affrontate speditamente.”. E ha aggiunto: “Nel governo, il ministro Di Maio e il ministro Fraccaro conoscono benissimo la questione più volte illustrata dall’Associazione italiana dei collaboratori parlamentari. Se il primo dedica la vittoria di oggi ai lavoratori penalizzati dalla riforma Fornero e il secondo fa riferimento ad un ‘atto rivoluzionario’, chiediamo che pari determinazione vi sia per chi nei palazzi lavora al fianco del decisore politico”. “Il Presidente Fico – ha concluso De Falco – cui abbiamo chiesto un incontro urgente e della cui sensibilità al tema siamo certi, potrà contare sulla disponibilità dell’Associazione per l’elaborazione di una proposta di riforma”.

“Ora tagliamo i parlamentari: via in 345”

“Le buone pratiche sono contagiose: anche il Senato ci seguirà”. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro ha appena lasciato piazza Montecitorio, dove ha festeggiato il taglio ai vitalizi insieme ai colleghi 5Stelle. “Eravamo abituati a vedere le proteste: oggi qui fuori tanti cittadini hanno brindato con noi”, dice annunciando per settembre una stagione di “riforme”.

Non ci sono stati voti contrari alla delibera. Se l’aspettava?

Abbiamo lottato cinque anni, ci hanno sempre detto che non si poteva fare. Quando hanno fatto qualche riforma era sempre solo pro-futuro. Oggi è un giorno di giustizia intergenerazionale.

Fioccheranno i ricorsi: secondo lei la delibera reggerà?

Ci sarà sempre chi proverà a trovare cavilli, ma non possiamo temere le minacce di chi resiste al cambiamento. Dedico questa vittoria alle vittime della legge Fornero.

Anche alcuni leghisti pensavano fosse il caso di chiedere un parere al Consiglio di Stato. Hanno cambiato idea?

Se hai gli occhi dei cittadini addosso, votare contro è difficile.

Non sarà il taglio dei vitalizi a rimettere in sesto le casse dello Stato, non crede?

Intanto abbiamo recuperato 40 milioni di euro l’anno, 200 milioni a legislatura: potrebbero andare ai truffati dalle banche, considerando quanto fu difficile recuperarli… Ma non si tratta solo di soldi, è una questione di giustizia sociale, avevamo il dovere morale di farlo.

C’è altro da tagliare?

Si riparte dalle pensioni d’oro, ovvero quelle sopra i 4 mila euro, se non giustificate dai contributi versati. Poi a settembre partiamo con le riforme costituzionali.

Ci prova ogni governo. Dov’è il cambiamento?

Garantiremo la centralità del Parlamento, cosa per nulla scontata visti i precedenti. E poi non faremo le ‘grandi’ riforme, testi complessi con dentro decine di questioni.

La prima?

La riduzione del numero dei parlamentari. La nostra proposta è di tagliarne un terzo, visto che siamo il Parlamento che in Europa ha più membri eletti: 200 senatori e 400 deputati possono bastare. Non tanto per le ricadute in termini di spesa, quanto per migliorare l’efficienza del processo decisionale.

Il primo mese delle Camere, a governo insediato, non è stato particolarmente produttivo.

Le commissioni si sono appena costituite, i lavori sono partiti. Ma io penso al contenuto: le leggi non devono essere tante, devono essere buone. Spero che gli italiani si abituino a un’altra impostazione. Vale anche per le riforme: i progetti che abbiamo in mente sono puntuali, omogenei: oltre al taglio dei parlamentari, il referendum propositivo, l’abolizione del quorum per quello abrogativo, l’abolizione del Cnel.

Agli elettori verrà in mente la riforma Boschi, non teme?

Lì prendevi il pacchetto completo, anche la trasformazione del Senato in un dopolavoro.

Quanto ci vorrà?

Io sono fiducioso che si possa fare già entro il 2019. Finalmente abbiamo un Parlamento che lavora per il bene dei cittadini.

Doppia pensione: i magnifici 14 siciliani L’isola pesa il 12% del budget nazionale

Il recordman è Salvo Fleres, Forza Italia, già pupillo del senatore Marcello Dell’Utri: ex deputato siciliano, ex senatore, oggi redattore capo dell’ufficio stampa del Parco dell’Etna: incassa ogni mese due vitalizi e uno stipendio da dipendente regionale, tenacemente costruito dal suo scranno di Palazzo dei Normanni. Era lui a presiedere la seduta in cui i giornalisti degli uffici stampa regionali divennero tutti redattori capo. Sempre lui a presiedere la seduta che aboliva ogni incompatibilità tra deputato e amministratore per conto della Regione, che gli ha aperto la strada per la nomina a Garante dei detenuti. Stipendio: 100 mila euro l’anno, da sommare al resto, compreso l’appannaggio di presidente della fondazione Frisone.

Qualcuno all’Ars si accorse che il limite della decenza era stato superato e l’indennità venne abolita: il nuovo garante, il professor Giovanni Fiandaca, ricopre oggi l’incarico a titolo gratuito dopo che il suo predecessore l’ha trasformato in una esperienza editoriale: “Mantenersi al fresco”, è il titolo del libro scritto da Fleres che contiene “consigli utili per chi finisce in carcere”, come recita il sottotitolo. L’ex pupillo di Dell’Utri è solo uno dei 14 deputati che intasca il doppio vitalizio tra Parlamento e Assemblea regionale: ci sono due ex presidenti, Mario D’Acquisto e Angelo Capodicasa, tre Pd, Giovanni Battaglia, Mirello Crisafulli ed Emanuele Macaluso, gli ex dc Pino Firrarello, Grillo Morassutti, Calogero Lo Giudice (già deputato europeo) e Nicolò Nicolosi, l’ex retino Franco Piro, l’ex An Raffaele Stancanelli, e infine i sindaci, tuttora in carica (con conseguente indennità) Leoluca Orlando (Palermo) e Nicola Cristaldi (Mazara del Vallo). Ogni mese la Ragioneria siciliana stacca più di 300 assegni per gli ex deputati e un centinaio di vedove beneficiarie dell’assegno di reversibilità, per un costo totale di 19 milioni di euro, il 12 per cento dei 170 milioni spesi per le pensioni degli ex consiglieri regionali in tutta Italia. E se le buste paga degli ex deputati restano nel mirino dei 5 Stelle, in cima ai sogni dei dipendenti della Sicilia ci sono gli esempi di due super burocrati: Felice Crosta, messo a capo dell’agenzia dei rifiuti da Cuffaro, andò in pensione con quasi 500 mila euro all’anno (lordi), 41 mila euro al mese, poi ridotti a 3.500 euro al mese dalla corte dei Conti che lo costrinse a restituire oltre un milione di euro. E Giovanni Milinci, consigliere parlamentare all’Ars e baby pensionato baby a 41 anni: dal ’92 si gode la pensione (erano 6 milioni e mezzo di lire al mese) per 15 mensilità. Un mito.