“Bye Bye”, la festa in piazza con Di Maio senza voce

I palloncini sono gialli, le quattordici lettere gonfiabili color argento. Per celebrare l’occasione, avevano pensato di alzarli in cielo nel chiostro di palazzo Valdina, al riparo del cortile cinquecentesco dell’ex convento benedettino, oggi sede degli uffici dei deputati. “Bye bye vitalizi”, il titolo dell’evento che avrebbe dovuto tenersi dalle 16 fino alle 20, subito dopo l’approvazione della delibera da parte dell’Ufficio di presidenza. “Ci hanno detto di dirvi che si sono spostati in via della Missione, al numero 8, dove c’è l’autorimessa”, comunicano all’ingresso. E subito c’è chi immagina un simbolico accerchiamento delle famigerate autoblu, magari prossima tappa della battaglia contro gli odiosi privilegi. Invece, lì sta solo saltando su una Punto d’ordinanza il sottosegretario Stefano Buffagni, indaffaratissimo con le nomine dei vertici di Cdp su cui Lega e Cinque Stelle faticano a trovare l’accordo. E gli altri? “Stanno in piazza, oh!”, sbottano gli uscieri indicando la via di Montecitorio.

Eccoli lì, i calici alzati: ci sono i ministri, i parlamentari, lo staff della comunicazione. Perfino Rocco Casalino, ufficialmente portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha smesso i panni di Palazzo Chigi ed è tornato a coordinare flash e inquadrature: “Dov’è il nostro fotografoooo?”, urla ansioso di avere lo scatto di gruppo che mezz’ora dopo finirà sui whatsapp di mezza stampa italiana. Su Facebook, intanto, è comparsa la gif animata della sindaca di Roma Virginia Raggi che saluta i vitalizi facendo ciao-ciao con la mano.

Luigi Di Maio ha perso la voce. Scandisce a fatica le parole davanti alle telecamere, che ha di fronte dall’alba di Unomattina. Eppure sfoggia il sorriso delle grandi occasioni mentre festeggia la “giornata storica” che segna la fine dei “parassiti sociali che hanno campato sulla spalle di tanta gente”. Chiuso un collegamento, ne inizia un altro: “Luigi, devi fare Sky!”, lo placca tra la folla un collaboratore. “Ma questo che era?”, “Rai News!”, risponde mentre un altro microfono è già davanti.

La calca, per la verità, è tutta “istituzionale”. Non sono stati chiamati a raccolta gli attivisti, come accadeva un tempo. Ci sono qualche decina di sostenitori, e anche loro si sgolano. “Grazie”, ripetono. Mentre Di Maio sfila via dalla piazza un uomo interrompe l’allegria: “Aprite i porti”, grida. Di qua dalle transenne, nessuno risponde. Di là, lo ferma un manifestante: “A noi non ci interessano i clandestini, ci interessa che hanno ripulito il Parlamento”. Ore 16:50, la festa è finita.

Addio vitalizi: la Camera li taglia senza voti contro

Undici anni dopo La casta di Rizzo e Stella, 9 anni dopo la fondazione del Movimento 5 Stelle, a 130 giorni dalle urne e a 110 dall’elezione di Roberto Fico alla presidenza della Camera, i vitalizi degli ex deputati sono stati aboliti per sempre (salvo ricorsi). Per i grillini è un successo storico, festeggiato rumorosamente – Luigi Di Maio ha perso pure la voce – dopo l’ultimo atto in ufficio di presidenza. La delibera Fico è passata con 12 voti a favore su 18 e nessun contrario. Oltre ai 9 componenti della maggioranza (M5s+Lega) è stata appoggiata da Ettore Rosato del Pd, Edmondo Cirielli e Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. Forza Italia si è astenuta, Luca Pastorino di LeU non ha partecipato alla votazione.

La delibera. Il testo prevede il ricalcolo retroattivo degli assegni di 1.240 ex onorevoli secondo il metodo contributivo. Significa che i vitalizi il cui ammontare era stato stabilito con il retributivo (ovvero in base all’ultimo stipendio ricevuto), saranno ricontati in proporzione ai contributi effettivamente versati durante i mandati parlamentari. L’intervento di Fico è stato realizzato in stretta collaborazione con il presidente dell’Inps Tito Boeri, che ha elaborato gli appositi “coefficienti di trasformazione” con cui sono stati definiti i nuovi assegni. Il ricalcolo riguarda anche i trattamenti di reversibilità. Il nuovo sistema entrerà in vigore dal primo novembre.

I risparmi. Più che la portata economica del provvedimento, tutto sommato modesta, Di Maio e i suoi festeggiano il significato politico: “Abbiamo cancellato un privilegio di pochi, un’ingiustizia sociale”. Dall’abolizione dei vitalizi Fico e Boeri si attendono comunque un risparmio di circa 40 milioni di euro l’anno, 200 nell’intera legislatura (si consideri che nel 2017, a bilancio, il “trattamento previdenziale dei deputati cessati dal mandato” ha pesato per 133 milioni e 300 mila euro).

L’entità dei tagli. Come ha spiegato Fico presentando la delibera, “la maggior parte degli assegni saranno ridotti in una misura che va dal 40 al 60%”. In certi casi però il taglio è ancora più profondo. Per esempio Luciana Castellina, storica fondatrice de il manifesto, dopo quattro legislature in Parlamento con il calcolo di Boeri subirebbe una riduzione dell’84%, da 5.098 a 783 euro (ma in suo soccorso entrano le soglie minime, come vedremo tra poco). Le misure più dolorose, in genere, sono per chi ha trascorso alla Camera un solo mandato, come Gino Paoli (da 3.108 euro lordi a 1.088), Eugenio Scalfari (da 3.108 a 1.043) e “Cicciolina” Ilona Staller (da 3.108 a 1.385). Tra i tagli “famosi” anche quelli di Walter Veltroni (da 9.850 euro lordi a 6.817), Nichi Vendola (da 8.106 a 4.969), Paolo Cirino Pomicino (da 9.639 a 5.418). Ci sono anche 67 ex parlamentari che con il passaggio al contributivo avrebbero visto aumentare il loro assegno. Tra di loro anche Massimo D’Alema (il cui vitalizio sarebbe passato da 9.893 euro lordi a 10.142) e Gianfranco Fini (da 10.631 a 11.929). Le loro pensioni resteranno immutate: la delibera Fico prevede un tetto massimo: nemmeno un euro in più rispetto all’ultimo trattamento percepito.

Le soglie di garanzia. La delibera prevede anche una soglia minima: 980 euro, ovvero la stessa somma che percepisce chi ha compiuto una sola legislatura dopo la riforma Monti del 2011. E c’è una seconda soglia “di garanzia”: la cifra minima per chi ha alle spalle almeno due mandati e subisce una decurtazione superiore al 50% del vecchio vitalizio è di 1.470 euro. Un’ulteriore misura per venire incontro alle situazioni più delicate è stata introdotta grazie a un emendamento del dem Ettore Rosato, l’unico passato durante la discussione (e votato all’unanimità): “L’ufficio di presidenza – si legge – può incrementare fino a un massimo del 50 per cento l’ammontare degli assegni” in favore di coloro che “non percepiscano altri redditi” o “siano affetti da patologie gravi” (i richiedenti chiaramente dovranno presentare una documentazione che lo dimostri).

I ricorsi. L’ultimo ostacolo sulla strada dell’abolizione sono i ricorsi già ampiamente annunciati dall’associazione degli ex parlamentari, secondo cui la delibera cancella un diritto acquisito ed è quindi incostituzionale. Un’ulteriore potenziale fragilità del provvedimento può dipendere dal fatto che per ora è stato approvato in una sola camera.

Il Senato. Mentre Montecitorio ha provveduto ad attuare uno dei punti del programma gialloblu, a Palazzo Madama non ci si è ancora andati neanche vicini. La presidente Maria Elisabetta Casellati, dopo aver espresso i suoi dubbi sulla legittimità della norma, ha annunciato prima l’audizione di Tito Boeri e poi la richiesta di un parere al Consiglio di Stato. In questo momento, quindi, gli ex parlamentari sono sottoposti a un doppio regime: da una parte coloro che hanno fatto l’ultimo mandato alla Camera e ora subiscono una corposa riduzione del trattamento pensionistico, dall’altra gli ex colleghi che hanno vissuto l’ultima legislatura al Senato, che conservano lo stesso e identico vitalizio di sempre.

I Cinque Stelle hanno invitato Palazzo Madama ad adeguarsi rapidamente, Casellati non ha alcuna fretta.

Uomini che amano le donne. E le raccontano

In questi anni di intensa mobilitazione femminista, anche la letteratura scritta da uomini affronta la questione di genere. Non tanto per adempiere a un progetto politico, quanto per una sensibilità morale all’aria del tempo. I due romanzi a cui penso si proiettano in direzioni decisamente opposte, ma entrambi affrontano l’annosa questione del rapporto tra i sessi cogliendola in un punto di rottura. I protagonisti sono due maschi: un vecchio seduttore vissuto due secoli fa che fa i conti con le sue armi ormai spuntate, e un quarantenne d’oggi che decide di aprire finalmente gli occhi sull’esperienza femminile. Entrambi sono scrittori, ma di ciò che scrivono si dice molto poco. Serve soprattutto che siano sguardi, sguardi poeticamente orientati e costretti a fare i conti con un nodo che non sembra destinato a sciogliersi tanto presto.

Con Forsennatamente Mr Foscolo Luigi Guarnieri utilizza ancora una volta personaggi storicamente esistiti (in passato le sue pagine avevano accolto le vite di Cesare Lombroso, Joseph Conrad, Robert Schumann e altri). Il romanzo racconta la vita di Ugo Foscolo concentrandosi soprattutto sugli undici anni dell’esilio volontario in Inghilterra fino alla sua morte nel 1827, quasi cinquantenne. Anni durissimi, in cui si arrabatta per sopravvivere proponendo alla vorace e distratta stampa periodica londinese traduzioni, saggi, articoli. Ma anche piegandosi alla ricerca di mecenati, oppure impegnando i suoi averi, sperperati anche in sciagurate spese voluttuarie. O ancora cercando un matrimonio redditizio con una vergine britanna. E qui la sua disillusione si fa drammatica, perché se il giovane e focoso poeta di origine greca possedeva un notevole capitale seduttivo e lo sfruttava benissimo, lo stesso poeta invecchiato, imbruttito, impoverito e malmostoso ha un’attrattiva ben più esigua. Ma ciò che rende affascinante e attuale il libro di Guarnieri è proprio il fatto che questo Foscolo sconfitto è un eroe simile a quelli di Beckett e Bernhard e riscatta così le pose eroiche/erotiche del Foscolo giovane. Carlo Emilio Gadda era un avversario dichiarato di quest’ultimo, a cui dedicò anche un libretto intinto nell’arsenico; Guarnieri ha scritto un libro insieme gaddiano e antigaddiano per mostrare che il tardo Foscolo privo di potere maschile è in fondo il più vero e il più prezioso.

Il Marcello di Le donne amate di Francesco Pacifico interpella il femminile non a partire da una sconfitta ma per la lucida necessità di raccontarlo senza “caricature di salvatrici o dannatrici, di spose madri o puttane”. E la scommessa è che giusto la categoria indicata dal titolo, tratta di peso dalle note in calce alle poesie di Petrarca o Leopardi (o Foscolo), offra il punto d’appoggio necessario: proprio perché ama la moglie, la cognata, l’amante, la sorella e la madre, Marcello può accettare la sfida di raccontarle. Certo il romanzo di Pacifico è ambiziosissimo, perché di sfide ne raccoglie parecchie. Intende costruire una storia, non infilare ritrattini; ci mostra dall’interno come si lavora nel mondo dell’editoria; e rappresenta al di fuori degli stereotipi vita e valori di una certa alta borghesia illuminata, e soprattutto le fluttuazioni dell’identità sociale nel passaggio da una generazione all’altra. Ma è sulla questione di genere che il romanzo chiede di essere misurato. Ed è qui che ogni lettrice – e qualche lettore – dovrà cercare la rivoluzione narrativa che è il solo modo in cui quella forza lenta e profonda, geologica, che è la letteratura può fare qualcosa contro la violenza di genere.

“L’Africa, Giovanni Paolo II e quelle scarpe da ‘pappone’”

“Mi piace pensare di essere un discendente di Michelangelo. E della libertà con cui creava la sua arte nel periodo buio della Controriforma. Restai incantato quando visitai la Cappella Sistina con Leonard Bernstein”. La musica arriva nella sua anima direttamente da Dio, sostiene Quincy Jones. Che però, a 85 anni, mantiene uno spirito terrigno e burlone. “Nel 1989 io, Bob Geldof e Bono ottenemmo un’udienza a Castel Gandolfo per la campagna sulla cancellazione del debito dei Paesi del Terzo mondo. Giovanni Paolo II indossava scarpe molto ‘pimp’, insomma sembravano da pappone! Lo sussurrai all’orecchio di Bono e il Papa ci sentì. Con mio sollievo comprese lo scherzo. E quel che conta è che anche grazie al suo contributo furono tagliati 27 miliardi di dollari, e milioni di bambini poterono andare a scuola”. Quincy è il Grande Timoniere del jazz e non solo. Racconta come se parlasse di quattro amici al bar di quando, in una session di soli tre giorni, assistette alla registrazione di due album rivoluzionari di Miles Davis, “Kind of blue” e “Miles Ahead”. “C’erano John Coltrane, Cannonball Adderley… I miei idoli, i miei eroi, i miei colleghi. Per trovare la libertà nella musica devi restare connesso alle tue radici. E poi andare oltre, senza confini. Affrontare pure la classica, Debussy. Quando avevamo 14 anni io e Ray Charles suonavamo ovunque, nei bar mitzvah e nelle strade: ho visto tutte le fasi di un genere passato dal be-bop al doo-wop fino all’hip hop. E attenzione: il rap non è nato trent’anni fa nel Bronx, sono fili musicali che si sono annodati in mille anni di storia, viaggiando dall’Angola al Sudamerica fino a noi”.

Più volte Quincy evoca l’ombra di Michael Jackson, l’enfant prodige che condusse per mano, a partire da “Off the wall”, alla ridefinizione della musica black contaminata dal rock. “Ricevetti molte critiche quando produssi ‘Thriller’, ma non ho mai lavorato per soldi. Il successo è sempre stato una conseguenza delle emozioni che nascono in me, e che trasmetto agli altri”. Il disco-spartiacque di Jacko fu una bazzecola da 130 milioni di copie, “e per portarlo a termine dovetti rinunciare a un altro progetto per il Vaticano, che avrebbe coinvolto anche Sarah Vaughan ed Ella Fitzgerald, prima che morissero”.

Quincy Jones è in Italia per la supercelebrazione che domani sera, all’Arena Santa Giuliana di Perugia, inaugurerà la 45ª edizione di Umbria Jazz. Uno dei rarissimi concerti che tiene in giro per il mondo, ciascuno progettato come un unicum. Stavolta, lo show del suo compleanno vedrà ospiti stellari come Dee Dee Bridgewater, Noa, Gil Dor, Patti Austin, Take 6, Ivan Lines, Pedrito Martinez, Paolo Fresu. Arrangiamenti e duetti inediti per raccontare, in uno show-evento, la straordinaria carriera di Mr. Jones. Che liquida sornione aneddoti su cui altri costruirebbero monumenti equestri: “We are the world? Beh, Geldof in Inghilterra aveva radunato un supercast di stelle su Band Aid, per la beneficenza in Etiopia. Così Lionel Richie, Harry Belafonte e Stevie Wonder vennero da me: ‘In America non facciamo nulla?’ Lionel propose di portare in tour quasi cinquanta dei nostri big. E io: non se ne parla, facciamo una canzone. Il risultato per la carestia in Africa arrivò a suon di milioni di dollari, così come pochi anni fa per Haiti. Ma basta parlare di We are the world, no?”.

Meglio, per Quincy, citare un altro concerto benefico, al Circo Massimo nel 2004, quando sotto la sua ala protettiva si rifugiarono anche artisti italiani come Zucchero o Carmen Consoli. O riconfermare la sua amicizia con Morricone: “Sì, partecipai alla produzione del suo disco con ospiti, Celine Dion che cantava Once upon a time in America con Herbie Hancock al piano. Piuttosto, ricordo la commozione di Ennio quando gli assegnammo l’Oscar alla carriera. L’Italia è parte della mia vita: che jam session con Romano Mussolini o Piero Piccioni. Che notti di jazz con Armando Trovajoli…”. Provate a prenderlo, il vecchio Mr. Jones.

“Non basta vendere libri per passare alla Storia”

“La cinquina non ha rispettato la qualità dei libri che aveva sotto. E lo stesso vale per il vincitore. Però in generale è stato uno Strega di livello più alto rispetto ad alcuni anni passati”. Come sempre, Antonio Pennacchi è diretto. Nella sua “officina” nel centro di Latina, con l’immancabile berretto in testa, un foulard azzurro al collo e un bastone accanto al divano (“gli acciacchi si fanno sentire”), sta lavorando al suo nuovo romanzo, che dovrebbe uscire entro la fine dell’anno. Circondato dai libri, riflette sulla qualità della letteratura.

Partiamo dallo Strega?

Li ho letti tutti.

I cinque finalisti?

I dodici. Sono un giurato, trovo doveroso leggere prima di votare.

E che idea si è fatto?

Mi elenchi la dozzina, uno per uno.

Helena Janeczek, la vincitrice.

Auguri a lei.

E basta?

Gerda Taro è un personaggio affascinante, diciamo che ha colmato un buco.

Marco Balzano.

Andiamo avanti.

Yari Selvetella.

Scrittura potente, alta letteratura, un mare di dolore. Come quello di Carlo Carabba.

Lia Levi.

Un bel racconto di cose che si sapevano.

Francesca Melandri.

Anche qui, un onesto racconto che colma un buco rimosso nella memoria collettiva.

Sandra Petrignani.

Più che narrativa, un saggio critico. Troppe citazioni. Ma la Ginzburg ne esce bene.

Silvia Ferreri, Angela Nanetti, Andrea Pomella.

Andiamo avanti.

Mancano Elvis Malaj e Carlo D’Amicis.

Mi hanno entrambi entusiasmato, sono uno il contraltare dell’altro. Nel primo c’è candore, solarità. Ci sono echi e toni che vanno da Kusturica a Caproni.

E il secondo?

Quando ho iniziato a leggerlo mi ha schifato, ho pensato che fosse immondizia, un libro pornografico. Però sono andato avanti. È la classica operazione d’artista, il ribaltamento del genere letterario. Parte assumendo tutti i canoni del pornaccio, lo stravolge e arriva alla poesia pura: anche in un ambiente che definiamo degradato, l’amore sfrondato dalla meccanica del sesso diviene condivisione, candore.

Crede che la scelta di Mondadori, che è anche il suo editore, di candidarlo allo Strega sia stata opportuna?

Mondadori è il più grande editore italiano. Volete che porti Fabio Volo allo Strega?

Però i salotti buoni della letteratura hanno storto il naso.

Non faccio parte del salotto buono, sto a Latina. Ma so che se uscisse oggi Lolita, Nabokov lo metterebbero in galera. Senta, la struttura dello Strega è questa: quando l’hanno inventato, la giuria non era popolare, erano gli attaché della letteratura a decretare il miglior libro. Oggi hanno introdotto la giuria popolare. Ma allora perché non Fabio Volo?

Ce l’ha con Fabio Volo?

Per niente. Bisogna avere rispetto per tutti i lettori. Il vocabolario dell’italiano medio non è quello dei laureati in lettere. Volo lo capiscono, Pennacchi no. La leggibilità non è una colpa. Se va a chiedere ad alcuni critici, anch’io non scrivo come vorrebbero loro. Penso a Franco Cordelli o a Giacomo Sartori.

Con i quali ha una questione aperta dai tempi di “Canale Mussolini”.

Le cito uno dei più noti match del pugile Nino La Rocca: nel momento clou dell’incontro, c’era uno dal pubblico che continuava a gridargli: ‘Buttalo giù, buttalo giù’. Lui non ne poté più, si girò e gli disse: ‘E vieni tu, fammi vedere che sai fare’. Ecco, lo faccio mio.

Su queste pagine, il neo ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, ha sostenuto che non si riescono a intercettare i gusti dei giovani, i quali comprano libri che non partecipano ai premi letterari. È d’accordo?

Questi pensano che il mondo rinasca a ogni generazione… Ma secondo il ministro ad Atene scriveva solo Platone? O a Roma solo Virgilio e Orazio? Non erano loro che vendevano di più, eppure sono arrivati fino a noi. I grandi libri sono quelli che allargano l’orizzonte di attesa.

Ma questo lo si comprende nel percorso della storia. E nell’immediato, come si riconoscono?

Con i premi. Ha sempre funzionato così: anche il teatro di Atene era una competizione che si reggeva sul voto-applauso del pubblico.

Quanto contano gli editor? Esiste un loro strapotere o una loro responsabilità nei libri tutti uguali?

Come se i libri li facessero gli editori… Non è così. Io mi avvalgo fortemente dell’editing, nel senso che vado al bar o dal barbiere e leggo ad alta voce ciò che ho scritto. È il controllo di qualità, come dicevamo in fabbrica. Se una cosa non funziona, mi chiedo il perché e la cambio.

Parliamo di politica? Come vede le sorti della sinistra?

C’è uno stronzo che ha avvelenato tutti i pozzi. Ora non basta che si faccia da parte, il veleno resta. Non hanno preparato una classe di ricambio, dopo la sberla elettorale hanno etichettato i grillini come fascisti senza capire che lì dentro c’era una parte del loro elettorato. Li hanno consegnati nelle braccia di Salvini. Ma perché mi deve far parlare di politica?

Allora parliamo di Nobel.

Lévi-Strauss: gli universali psichici. L’uomo è un animale politico, significa che deve stare con gli altri. Tutti citano il Discorso di Pericle agli ateniesi: a parte il fatto che riguardava 30 mila ateniesi e non il milione di schiavi, nessuno dice che Pericle non finì in galera solo perché morì prima. Fidia lo avevano già preso. Comunque, non c’è niente di male ad aver sospeso il Nobel per un anno.

Un’ultima cosa: la scuola fa abbastanza per incentivare la lettura?

Ma se i professori non leggono, cosa vuole che insegnino ai ragazzi? Ripropongono Calvino e Pasolini, perché a loro erano stati proposti solo Calvino e Pasolini.

Il Day After dell’affaire CR7 alla Juve: scioperi e critiche da Melfi alla Spagna

“Alui centinaia di milioni di euro, a noi sacrifici”. Il day after dell’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve per 112 milioni di euro è iniziato con un comunicato dell’Unione sindacale degli operai di base nelle aziende della famiglia Agnelli. Da Melfi fanno sapere che contro quella che ritengono “un’iniquità inaccettabile” sciopereranno dalle 22.00 di domenica alle 06.00 di martedì. Mentre a Pomigliano, dove cinque operai hanno appena avuto conferma del licenziamento campeggia lo striscione: “Per Ronaldo 400 milioni… Agli operai solo calci nei co….ni”. A smontare, “il colpo del secolo”, è anche il quotidiano sportivo spagnolo Marca con il commento: “Nell’operazione Ronaldo ci hanno perso tutti e tre” del cronista Juan Ignacio Garcia Ochoa. Dove i “tre” sono il Real, Ronaldo e, appunto, la Juventus.

I “blancos” perdono “il giocatore da 50 gol a stagione”, e “un’altra occasione di salutare una delle proprie leggende come merita” – redarguisce Garcia-Ochoa – ricordando i casi Casillas e Raul. “Peccato che qui si parli della figura più importante della sua storia insieme a Di Stefano”. Cr7, da parte sua, perde “l’appoggio della squadra più importante del pianeta”, oltre che il sole (“a Torino non ne vedrà tanto”). E poi fa una brutta figura andandosene sbattendo la porta perché si sente maltrattato dall’Erario spagnolo: “Come se la dichiarazione dei redditi gliel’avesse sbagliata Florentino”, attacca Ochoa. E ci perde la Juve, “che dovrà capire come ammortizzare un’operazione da 345 milioni di euro per un giocatore che sta per compiere 34 anni e che non ha l’elisir dell’eterna giovinezza”. Intanto, le magliette di Ronaldo vengono vendute a migliaia.

Mandzukic azzanna i Leoni: la Croazia raggiunge l’Olimpo

Cose dell’altro mondo. La finale di domenica sarà Francia-Croazia. Sì, la Croazia che fu di Boban e Suker, terzi nel 1998, e oggi è di Perisic e Mandzukic. Sono stati i loro gol a rimontare e ghigliottinare un’Inghilterra troppo acerba, troppo pavida, subito in vantaggio con Trippier ma mai in grado di domare gli irriducibili rivali. E così, ai terzi supplementari di fila (dopo le partite vinte ai rigori con Danimarca e Russia), la generazione Modric ha compiuto un’impresa, ha demolito le gerarchie. Tutti in piedi.

È stato un Mondiale popolare e populista, con esecuzioni di piazza che hanno spazzato via Germania e Argentina, Spagna e Brasile, Uruguay e Portogallo, Leo Messi e Cristiano Ronaldo. Le grandi favorite e i grandi divi. La Croazia supera di poco i 4 milioni di abitanti. È un francobollo di quella Jugoslavia che, non a caso, battezzammo il Brasile d’Europa. Cicale impenitenti, di talento. Gli inglesi, in compenso, sono i maestri di un calcio che hanno inventato, predicato ed esportato fino a restarne prigionieri. La punizione di Trippier, dopo 5’ minuti scarsi, spacca il risultato, non l’equilibrio. Il torello croato si snoda attorno a Modric, mentre Kane tiene una posizione ambigua, maliziosa, nella speranza che Vida e Lovren ci caschino e, così, Lingard, Alli e Sterling possano filare negli spazi.

Gli straordinari con danesi e russi hanno tolto qualcosa alla squadra di Dalic, o così almeno sembra dalla flemma con cui il centrocampo rifornisce Perisic, Mandzukic e Rebic. Gli avversari si limitano a controllarne il torello. Si vive di piccoli morsi, di graffi modesti. Southgate non ha rinunciato alla difesa a tre: che diventa catenaccio solo se la si imbottisce ai lati. Per la cronaca, e per la storia, è stata più croccante Francia-Belgio. Altra musica, al Luzhniki di Mosca: tutti aspettano che qualcuno faccia la prima mossa. Henderson controlla il traffico, Rakitic cerca varchi, non uno che gli detti il lancio. Gioca poco senza palla, la Croazia.

Si lotta, anche nella ripresa, dentro a una damigiana di camomilla. L’England avanza e arretra, arretra e avanza: non un acuto, non una stecca. Trippier e Young presidiano le fasce, Walker, Stone e Maguire disarmano i bracconieri d’area. La Croazia dovrebbe attaccare per riaprire la sfida, l’Inghilterra per chiuderla. È proprio questa indecisione a rendere lento, ma vivo, il confronto. Ed è l’acrobazia di Perisic, su cross di Vrsaljko, a incerottarne d’improvviso lo score (68’). Cambia tutto. E tutto lo cambia Perisic: gran dribbling, gran tiro, gran palo (come con la Russia).

Buttati giù dal sogno, i “leoncini” di Southgate perdono il senso del tempo, della manovra. È un’altra Croazia, adesso. Notizie di Kane, di Alli, di Lingard? Poche. Come pochi sono i tiri, i brividi, le parate di Subasic e Pickford. La staffetta tra Sterling e Rashford non lascia tracce. Le squadre sono sfinite, e i supplementari ne riassumono gli agonici stenti. Versaljko “para” sulla linea una capocciata di Stone, Pickford s’immola su Mandzukic, servito da Perisic (e da chi, se no?). Il cuore croato batte forte, più forte dei petti dell’ex perfida Albione. E così al 109’, quando ormai i rigori sembrano ineluttabili, la storia si fa largo a spallate e offre al più guerriero di tutti, Mandzukic, l’onore di firmare la più clamorosa delle sentenze: Croazia due, Inghilterra uno.

Rock & doc: Scorsese sui Rolling Stones

È il 12 luglio 1962, Londra. Sei ragazzi inglesi, irriverenti e spettinati salgono sul palco del Marqee Club, in piena Oxford Street. Devono sostituire una band impegnata altrove, il loro è un debutto e hanno deciso solo il giorno prima di chiamarsi Rollin’ Stones. È l’inizio di un delirio e la nascita del mito.

Tuttora alive & kicking, Mick Jagger e compagni sono stati più volte celebrati dal cinema ma, ad oggi, il “pezzo forte” gliel’ha dedicato un’altra leggenda, Martin Scorsese, loro fan da quel 1965 quando per la prima volta sentì (I Can’t Get No) Satisfaction alla radio dalla sua auto. Fu una folgorazione al punto che il regista di Taxi Driver inseguì “quei bravi ragazzi” per oltre quarant’anni nutrito da un’unica convinzione: “Gli Stones sono la più grande rock’n’ roll gang del mondo!”.

Il cineasta newyorkese ha dunque siglato nel 2008 il “rockumentario” Shine a light, evidentemente celebrativo (dei 45 anni del gruppo) ma non per questo agiografico. Emozionante dalla prima all’ultima sequenza, il film mette in mostra la linfa vitale della band spiegandone l’essenza in due parole: musica e spettacolo. Giacché “che altro serve a raccontare gli Stones?” dichiarava lo stesso Scorsese in occasione dell’uscita del documentario peraltro prodotto dallo stesso Jagger. Si tratta di una vera perla del connubio fra rock e cinema che, seppur “vecchia” di 10 anni, resta formidabilmente trendy al pari degli stessi Rolling Stones.

Dei gloriosi suoi pressoché coetanei (Scorsese ha 75 anni, Jagger e co. viaggiano sui 74) il regista ha catturato il meglio da diversi concerti mondiali mescolandolo a privatissime immagini famigliari e degli esordi: è il trionfo della “luce che brilla” dal bianco&nero dell’età giovanile al rosso fuoco dell’iconica linguaccia.

Piero Piccioni, il grande “epperò” del cinema che musicò Albertone

Molti l’hanno fissato negli orecchi il 27 febbraio di 15 anni fa, al funerale di Alberto Sordi. Fu la sua musica, fu la sigla di Storia di un italiano ad accompagnare il feretro dell’attore al Verano, facendo ballare e piangere insieme la folla dell’ultimo addio. Dopo essersi conosciuti in radio – erano per il futuro Albertone nazionale i tempi di “Mario Pio, pronto, con chi parlo, con chi parlo io?” – Piero Piccioni e Sordi strinsero un’amicizia solida, tradotta in un sodalizio artistico senza soluzione di continuità. Sordi si concesse incondizionatamente, dopo Racconti d’estate (1958) lo volle in quasi tutti i film da lui diretti e/o interpretati, da Polvere di stelle a Incontri proibiti, da Il diavolo a Finché c’è guerra c’è speranza, e si ritrovò a cantare You never told me in Fumo di Londra oppure Amore amore amore in Un italiano in America.

Da parte sua, Piccioni trovò l’appiglio cui aggrapparsi per ripartire, lasciandosi dietro l’interruzione più grave e dolorosa sullo spartito della sua vita: il caso Wilma Montesi.

Pianista, jazzista e direttore d’orchestra, Piero nasce a Torino il 6 dicembre 1921, il padre è quell’Attilio figura di spicco della Democrazia Cristiana e ministro della Repubblica a più riprese, per cui il mistero Montesi risulterà ancor più nocivo. Non è la musica la carriera che ha in mente per il figlio, bensì l’avvocatura a coronamento degli studi in Giurisprudenza, ma non verrà esaudito: il ragazzo esercita ben poco, il debutto alla radio, da pianista jazz, è nel 1938, e per lenire il dispiacere paterno usa lo pseudonimo Piero Morgan. Ha Duke Ellington per nume tutelare, è maledettamente bravo e sei anni più tardi, sempre alla radio, entra nell’orchestra jazz 013: tra le primissime del nostro Paese e la prima a suonare in diretta. Esecutore, compositore, arrangiatore e propagandista, il jazz sarà anche il basso continuo, nonché l’apporto più originale della sua musica per il cinema: tallonamento e accompagnamento, ironia e ritmo, disinvoltura e sprezzatura, il Piccioni touch è ondivago ma irresistibile, svelto e colto insieme, versatile ed eterodosso. Difficile farne a meno, impossibile trascurarlo: piovono Nastri e David, e ancor più lunga è la teoria di registi per cui lavora, da Risi a Pietrangeli (Nata di marzo, 1957, e sopra tutto Io la conoscevo bene, capolavoro), da Comencini a Petri e Lattuada (La spiaggia, 1954, ancora come Piero Morgan; I dolci inganni, in cui il jazz si fa romantico), da Bolognini (La giornata balorda, spesa tra assoli di tromba e sax, e La notte brava) a Zampa (Il medico della mutua), dalla Wertmüller (ad Argento, passando per Lo straniero di Visconti e Il disprezzo, rinnegato dal cineasta, di Godard. Di note Piccioni ne ha per tutti, anche per la commedia all’italiana: la colonna sonora del Sorpasso è sua, e scusate se è poco. Semmai, il rischio è quello di sprecarsi: l’esperto Ermanno Comuzio ne stigmatizzò “le fatiche più corrive”, vale a dire “i motivi da consumare in fretta per le belle ma povere, le avventure a Capri, i racconti d’estate, gli amori a Palma di Majorca, le ragazze bruciate verdi, i mondi di notte, gli smemorati di Collegno, i figli di Spartacus, le missioni mortali, i Sartana, i Sabata e le monache di clausura sessualmente inquiete”.

Roba da leccarsi gli orecchi per altri, non per lui: oltre a Sordi, i rapporti furono duraturi anche con Lattuada e Bolognini, e ancor più con Francesco Rosi. È quasi il controcanto, per Piccioni: al regista de Le mani sulla città, per cui (Comuzio) apparecchiò “accentuazioni ritmiche, molto parche, di tipo espressionistico, e accordi dissonanti, minacciosi”, lo accomuna l’inclinazione al pragmatismo, al realismo, all’essenzialità. Ne vengono colonne sonore tagliate con il bisturi: scarne e precise, minimali e dirette, quali Uomini contro e Il caso Mattei, senza rinunciare alle estroversioni del caso (Cristo si è fermato a Eboli, 1979, con cori contadini e movimenti sinfonici).

Morto il 23 luglio del 2004, Piccioni è stato questo grande epperò un filo misconosciuto artista, e poi, e prima un uomo, non sempre baciato dalla fortuna, e tantomeno dalla verità.

La mattina dell’11 aprile 1953 il cadavere di Wilma Montesi, 21 anni, romana, viene trovato sulla spiaggia di Capocotta, Torvaianica: l’autopsia stabilisce la morte per annegamento, la polizia archivia, finché in maggio la vignetta di un piccione con una giarrettiera nel becco non compare sul satirico e destrorso Il merlo giallo. Sono le avvisaglie dello scandalo del secolo, nutrito a mezzo stampa: il 6 ottobre Silvano Muto pubblica su Attualità “La verità sul caso Montesi”, portando la testimonianza di tale Adriana Concetta Bisaccia, dattilografa e aspirante attrice, secondo cui la ragazza era morta per overdose durante un’orgia nell’abitazione del marchese Ugo Montagna, amico di Piero Piccioni, il figlio del ministro.

È davvero Piccioni il fantomatico “biondino” di cui scrisse Paese Sera, è davvero coinvolto nella morte della Montesi? Colpire il figlio per arrivare al padre, e chi c’è dietro? Poco importa, Attilio ebbe troncata la carriera politica, come lui Piero finì prima nel tritacarne mediatico e, a differenza del genitore, anche a processo. Venne assolto con formula piena per non aver commesso il fatto il 28 maggio 1957 a Venezia: in suo favore depose Alida Valli, cui era sentimentalmente legato. Il caso Montesi non è mai stato chiarito, ma la macchina del fango spiccò il volo.

 

 

Bonus Cultura, si cambia dal 2020: “Non solo per 18enni”

“Rimangono le perplessità riguardo al bonus Cultura. Non ha nulla di strutturale, né tiene conto delle diverse situazioni economiche delle famiglie”: con queste parole il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli ha risposto ieri in Palazzo Madama all’interrogazione dei senatori Pd Flavia Malpezzi e Roberto Rampi in merito al bonus Cultura per i diciottenni introdotto nel 2016 dal governo Renzi. Bonisoli ha poi proseguito dicendo che a partire dal 2020 “il Bonus cultura verrà rimodulato e corretto in modo da pianificare misure a lungo termine tali da stimolare la ricerca di cultura fra i giovani, non solo i diciottenni, ed evitare le distorsioni verificatesi nel passato” e dicendo che a ciò provvederà “un’apposita commissione di esperti”. Il ministro ha poi concluso ricordando che nel 2016 sono stati spesi per il bonus solo 165 milioni a fronte di una copertura finanziaria che per ogni anno è di 290 milioni di euro e rivendicando “che la possibilità di acquistare libri (che rappresentano due terzi della spesa per il bonus ndr) non era prevista originariamente nel disegno di legge, ma è stata permessa da un emendamento del M5S”.