Maturità, il bestiario: Fred, l’“usucappone” e il gen. Capodoglio

La nota più divertente arriva da una docente: “Esame orale. Chiedo: spiegami, riferito all’attentato di Sarajevo (1914), che cosa significa la frase ‘con un colpo di pistola uccise 10 milioni di persone’. Negli occhi della ragazza ho visto, per pochi secondi, vagare quella pallottola che li colpiva uno a uno”.
Maturità 2018: con la fine degli esami, arriva anche la conta degli strafalcioni. Il Fatto li raccoglie e li racconta da anni. Ci sono quelli registrati da skuola.net, quelli rintracciati sui social network e quelli provenienti dalla testimonianza diretta di docenti, presidi e studenti. E anche stavolta non ce li siamo fatti sfuggire. Parola del “generale Capodoglio”.

Prima di concentrarsi sugli inediti, vale però la pena celebrare lo strafalcione supremo, che trionfa, come ormai ogni anno, su tutti: D’Annunzio l’estetista. Basta un breve sondaggio per scoprire che è un lapsus più diffuso di quanto si possa credere. Una certezza. A cui, dal 2018, si aggiungono altre fantastiche perle.

Scambio di persona. Professore: “Chi ha scritto I Malavoglia?” Studente: “Gabriele D’Annunzio”. E Verga muto.

Svalutazione. Il commissario chiede attorno a cosa ruoti la stesura dei Malavoglia. La risposta giusta è “L’ideale dell’ostrica”, ma lo studente ha le idee chiare: “La storia della cozza”. Che tanto si sa, sono molluschi tutt’e due.

Un po’ più su. Il professore è magnanimo, vuole aiutare l’alunno: “Dove è ambientato Gente di Dublino?”, chiede. Studente: “A Londra”. Sorvolare sul colore del cavallo bianco di Napoleone, grazie (e sul fatto che per qualcuno l’abbia scritto Orwell).

Ingegneria classica. La congiura ordita contro Nerone? “Quella dei pistoni”. Parola di un futuro ingegnere meccanico.

Suggerimenti. “Pss, hey… chi ha scritto Il diario di Anna Frank?”.

Chiodo fisso/1. Il professore domanda: “Come si chiama la pratica con cui si autoinfliggono delle ferite?”. La risposta: “Autoerotismo”. Sarà per quella storia che si diventa ciechi…

Chiodo fisso/2. “Quindi, qual è il concetto chiave del pensiero di Kierkegaard?”. Studente: “Il Don Giovanni!”. Professore: “No, non il Don Giovanni”. Studente: “Ah, Casanova!”.

Chiodo fisso/3. Racconta una prof: “Una mia alunna, intendendo dire che le famiglie italiane erano più attente all’eleganza e al lusso rispetto al passato, scrisse sul tema che ‘le famiglie italiane sono dedite alla lussuria’”. Nazione di noti depravati.

Storia creativa. E se i partigiani hanno combattuto al fianco di Mussolini, le Brigate Rosse hanno operato durante il ventennio fascista. E qual è la riforma elettorale che ha dato il voto alle donne? “La legge Acerbo”. Insomma: manca solo che dicano che Hitler abbia portato avanti lo sterminio della razza ariana… ah, no, c’è anche questo.

Papa Badoglio. E chi firmò l’Armistizio nel 1943? Facile: “Il maresciallo Bergoglio”.

Geografia allegra. La bussola sembra non essere pervenuta. L’India si trova in Africa, il Giappone confina con la Polonia e Torino è il capoluogo della Toscana. E l’Umbria? “È una città vicina ad Assisi”. Tutto torna: ora è chiaro anche come mai Kim Jong-un sia “un dittatore giapponese”.

Opere postume. Chi ha scritto Se Questo è un uomo?”. Primo Levi. Che, occhio, “è morto ad Auschwitz”. Fa parte della schiera degli autori-profeti.

Se piove. E Ungaretti? “Ha scritto ‘Allegria di Nubifragi”. C’era quasi.

Arte. Pare che “l’impressionismo sia un’avanguardia storica” mentre “La Gioconda è stata dipinta da Giotto”. L’arte, si sa, è senza tempo.

Buscaglione. Prof: “Signorina, mi parli di Freud”. Candidata: “E chi è?” Prof. “Ma come… il padre della psicanalisi.” Candidata: “Aaaaah Fred!!!”. In pratica, è solo questione di pronuncia.

L’auto denuncia. “Ieri ho avuto l’orale – spiega uno studente – e tradito dall’emozione ho detto che i postulati della relatività ristretta sono stati formulati da Hitler anziché da Einstein. Ovviamente mi sono corretto subito… che dire: sarà stata l’emozione”.

Tutte in fila. “Commissario, ne ho sentita più di una: Apolloide, il sistema biparlamentismo, l’usucappone e infine la gamba del prodotto. Ah poi apolide che è una persona senza madre né padre…”.

Polo Nord. Professoressa: “Dai… son sicura che vi ricordate la storia della Guerra fredda… ormai divenuto un classico. Ci spieghi in brevi linee cosa intendiamo per periodo di Guerra fredda…”. Studente: “Ecco, fu una guerra combattuta al Polo Nord da due forze avversarie Russia e Usa…”. Vinse Babbo Natale.

Mammiferi. “Dopo il 25 luglio 1943 il governo venne affidato al Generale Capodoglio”. A capo del grande esercito di latterini.

Vincere facile. “Marx è stato il fondatore del marxismo”. Provate a dargli torto.

Crediti deteriorati, la Bce riduce il colpo per le banche italiane

La Banca centrale europea annuncia “nuovi passi” per quanto riguarda il suo approccio alla vigilanza in tema di crediti deteriorati, che piombano soprattutto i bilanci delle banche italiane e del Sud Italia. Dopo mesi di negoziato, ha deciso di procedere in formula di compromesso che trova il plauso di Bankitalia. La Vigilanza bancaria, guidata da Danièle Nouy, che fa capo alla Bce “formulerà aspettative di vigilanza a livello di singola banca”, si legge in una nota. “Le aspettative definite a livello di singola banca tengono conto” anche “delle principali caratteristiche della sua situazione finanziaria”. Insomma, quella che doveva essere una stretta generalizzata sui crediti in default, fissando una tempistica e paletti precisi per tutte le banche, diventa una stretta che si baserà su “aspettative di vigilanza”. Che guarderanno sì a quanti crediti “cattivi” hanno le banche – c’è un fardello di poco meno di 200 miliardi di euro per le banche italiane, il livello più alto nell’Eurozona – ma anche alla loro “situazione finanziaria”. Con essa si intende la “capacità finanziaria” di darsi le coperture necessarie ad affrontare il rispettivo “buco” che si aprirebbe cedendo i crediti. Per le banche italiane il rischio salasso si riduce.

Peculato sui blindati, assolti 5 ufficiali dell’Esercito

Sono stati tutti assolti perché il fatto non sussiste, i cinque ufficiali dell’Esercito a giudizio davanti al Tribunale militare di Roma con l’accusa di concorso in peculato pluriaggravato. Pasquale Napolitano, Giuseppe Rinaldi, Ignazio Orgiu, Amedeo Di Maio e Sergio Li Greci erano coinvolti nell’inchiesta sulla blindatura, più leggera e quindi meno costosa di quella pattuita, secondo l’accusa, dei veicoli civili destinati ai militari di vertice e alle personalità in visita al contingente italiano in Afghanistan. Per le accuse si trattava di una truffa da 36 mila euro su tre auto blindate. C’era anche un sesto imputato, un colonnello, morto ad aprile 2017, prima del processo. Fu trovato impiccato, in un ufficio del Comando Truppe alpine di Bolzano. E non è l’unico: all’età di 37 anni, il capitano Marco Callegaro, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 2010 è stato trovato senza vita nel suo ufficio all’aeroporto di Kabul, ucciso da un colpo di pistola. Fatto archiviato come un suicidio.

A partire dalla morte di Callegaro, però, il procuratore militare di Roma Marco De Paolis e la pm Antonella Masala hanno ordinato il sequestro di tutta la documentazione sulle forniture al contingente, quattro container di carte imbarcati in Afghanistan e scaricati a Roma. Quando i magistrati hanno potuto esaminarle erano incredibilmente spariti diversi dossier e così la Procura ha messo insieme solo le carte relative a tre veicoli e alla circostanza che i militari pagarono al fornitore afgano il noleggio di auto con blindatura B7, che resiste anche a colpi di grosso calibro e a certi razzi, mentre i mezzi realmente forniti erano più “leggeri”, con una blindatura B6, a prova di kalashnikov. Accuse che non hanno retto: ieri i cinque ufficiali sono stati assolti con formula piena.

Divorzio, cambia l’assegno (di nuovo)

Mettiamola così: potrebbe essere di nuovo conveniente sposare un milionario contando sull’eventuale assegno di mantenimento in caso di divorzio. Il condizionale è d’obbligo perché sul tema tra i giudici negli ultimi anni c’è stato un contrasto di vedute. Ieri quelli delle sezioni Unite della Cassazione civile hanno deciso che, nel valutare se al coniuge economicamente più debole spetti l’assegno mensile ed eventualmente il suo importo, si deve tenere conto non solo della funzione “assistenziale” dell’assegno, ma anche di quelle “perequativa” e “compensativa”.

Facciamo due passi indietro. Fino al 10 maggio 2017, per stabilire se e quanto versare all’ex coniuge si teneva conto del tenore di vita di cui aveva goduto la coppia nel matrimonio. A chi dei due aveva minori risorse economiche proprie, dopo la separazione andava assicurato un eguale livello di benessere materiale. La faccenda aveva però preso una piega diversa l’anno scorso dopo una sentenza della Prima sezione della Cassazione relativa al divorzio dell’ex ministro dell’Economia del governo Monti, Vittorio Grilli, dalla consorte Lisa Lowenstein. La Corte, considerando l’evoluzione della società, aveva stabilito infatti che per valutare il diritto all’assegno il parametro di riferimento dovesse essere l’autosufficienza: all’ex coniuge che è in grado di mantenersi non spetta nulla. Ad approfittare subito della sentenza è stato Silvio Berlusconi che a novembre è riuscito, con una sentenza d’appello, ad azzerare l’assegno da 1,4 milioni mensili che versava dal 2014 all’ex moglie Veronica Lario e a farsi ridare quanto già versato: nominalmente una sessantina di milioni, in realtà circa 43 contando mancati versamenti e compensazioni.

La decisione di ieri delle Sezioni Unite, stabilisce invece che per il riconoscimento dell’assegno e del suo importo debba darsi “particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge alla formazione del patrimonio comune e personale.” Per fare un esempio, se la moglie (o il marito) ha rinunciato alla carriera per occuparsi a tempo pieno dei figli, a ciò va riconosciuto un valore economico. “In sostanza – spiega Silvia Veronesi, avvocato esperto di diritto di famiglia – non viene più valorizzata la auto responsabilità del singolo coniuge sulle proprie scelte di vita all’interno del matrimonio, ma si tiene conto della responsabilità comune delle scelte”. Insomma, se le scelte più importanti sono fatte insieme, come vuole il vincolo matrimoniale, le conseguenze devono ricadere su entrambi. Ai principi stabiliti dalle Sezioni Unite devono adeguarsi tutti i giudici di merito. Quella di ieri dovrebbe essere l’ultima parola. Circostanza che sembra dare qualche possibilità in più al ricorso in Cassazione di Veronica Lario per riottenere l’assegno.

Pensioni, calcoli “sballati”. Ai prof tocca un anno in più

Problema: in migliaia tra docenti e personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario) devono andare in pensione, ma stanno trovando difficoltà nel farsi conteggiare gli anni di contributi e nel farsi ricostruire la carriera. Conseguenza: nonostante abbiano raggiunto gli anni necessari, si sentono dire che non hanno ancora diritto alla pensione. Addirittura, per un diverso metodo di conteggio degli anni di carriera tra ministero e Inps ora si trovano a dover prestare un altro anno di servizio.

“Un incubo – spiega Alba Renaldi, 63 anni e professoressa di italiano – quando mi hanno detto che gli risultavano solo 20 anni di contributi anche se ho una cattedra dall’87”. Chiedono integrazioni di documentazioni, dimostrazioni degli anni di servizio. “Stiamo in fila con il caldo torrido e ci dicono di tornare. È una gestione a dir poco caotica”.

A settembre dovrebbero essere circa 33 mila i lavoratori della scuola pronti per la pensione (25 mila docenti, 8 mila Ata e 300 dirigenti), circa 5 mila quelli attualmente interessati dal disagio del conteggio. Ad alcuni è stato riferito che c’è un problema di comunicazione tra database dell’anagrafe contributivo dell’Inps e dell’Inpdap, l’ente che in passato si occupava della previdenza dei dipendenti della Pubblica amministrazione. Il Fatto ha chiesto a Inps conferma di questa versione e quali fossero i motivi di questi disservizi, ma al momento della stesura dell’articolo non ha ricevuto risposta. A fornire i dettagli sul motivo di questo intralcio è invece il ministero dell’Istruzione. Ieri, il ministro Marco Bussetti ha spiegato che il blocco dei pensionamenti è dovuto al passaggio di consegne dal Miur all’Inps delle pratiche di verifica del calcolo pensionistico del personale scolastico. Nel dettaglio, il passaggio di informazioni, dati e documenti deve avvenire tra gli uffici territoriali scolastici e l’ente di previdenza che da quest’anno si fa carico delle pratiche secondo le disposizioni per la semplificazione amministrativa.

Tanto che nelle settimane scorse è anche stato attivato un tavolo di lavoro tra Miur e Inps “per facilitare lo scambio dei dati e delle informazioni tra le due istituzioni”. Per i docenti che rischiano di dover lavorare un anno in più, invece, sempre il ministro ha poi ricordato che l’Inps adotta riferimenti diversi, ovvero l’anno commerciale anziché quello solare, per calcolare l’anzianità utile per la pensione. In sostanza, considerando l’anno commerciale e non solare ci sono cinque giorni meno all’anno lavorativi e per quarant’ anni di servizio si tratta di duecento giorni. Così, i docenti che pensavano di avere gli anni per poter andare in pensione potrebbero trovarsi a dover fare un anno in più di servizio.

Una questione ancora aperta su cui il ministero sta lavorando, anche per capire quali saranno le conseguenze. “Era già sorta l’anno scorso – ha detto Bussetti –. Il diritto alla pensione non lo stabiliscono più gli uffici scolastici provinciali ma l’Inps. E viene calcolato con criteri differenti. Il problema delle pensioni quindi è dell’Inps che lo sta affrontando”. Intanto, per l’inizio del prossimo anno scolastico e in attesa di capire quante domande di pensione saranno accettate, i posti vacanti saranno coperti da supplenti con un incarico annuale.

Stragi e trattative per 40 anni: luce nel tunnel della Repubblica

Quando ho visto le firme degli autori di questo libro, mi son detto: ecco quello che avrebbe dovuto fare la magistratura e non ha mai fatto: mettere intorno a un tavolo (quello per esempio, della Procura nazionale antimafia, che a questo dovrebbe servire) gli investigatori e i Pm esperti delle stragi e delle trattative succedutesi negli anni 80 e 90 per dare finalmente una lettura integrata e sinottica a un disegno o a un insieme di trame che non possono essere affrontati a compartimenti stagni.

Gli autori de La Repubblica delle stragi, salvo Giovanni Spinosa, non hanno mai indossato la toga. Sono avvocati, giornalisti, scrittori, blogger, attivisti antimafia, parenti di vittime, tutti molto informati dei fatti. E proprio questo sforzo hanno compiuto: mettere insieme le tessere del mosaico stragista per darne una visione complessiva, unire i puntini per far emergere il disegno unitario della lunga stagione stragista-trattativista.

E così hanno colmato il grande vuoto lasciato da tanti, troppi processi, dando un senso a questa storia che – parafrasando Vasco Rossi – un senso ce l’ha, ma è sempre parsa non averne uno. Almeno fino a quando la Corte d’Assise di Palermo, il 20 aprile 2018, non ha trovato il coraggio di mettere nero su bianco le molte verità non solo processuali, ma anche storiche, che tutti conoscevano benissimo da 25 anni e che nessuno aveva osato ammettere: la trattativa Stato-mafia ci fu e, mentre dava l’estrema unzione alla Prima Repubblica, teneva a battesimo la Seconda. Riallacciando un filo rosso sangue che si era appena interrotto con la storica sentenza della Cassazione che il 30 gennaio 1992 chiuse con una raffica di condanne il maxi-processo a Cosa Nostra: il filo rosso sangue dell’eterno ricatto mafioso a uno Stato in parte vittima e in parte complice.

Storica la sentenza del “maxi”, storica 26 anni dopo la sentenza Trattativa, che ha condannato in primo grado uomini di mafia e uomini di Stato per aver rimesso in ginocchio, a colpi di tritolo, le istituzioni e i governi mentre l’Italia – grazie alla ventata di rinnovamento portata da Mani Pulite – si illudeva di poter cambiare in meglio il proprio destino.

Purtroppo sono sempre più rari i magistrati disposti a rovinarsi la vita, la carriera e la reputazione per svelare i crimini di Stato rimasti impuniti. La gerarchizzazione-normalizzazione delle Procure, voluta all’unisono da centrodestra e centrosinistra, e la guerra senza quartiere ingaggiata da istituzioni (su su fino all’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), governi, Csm e “giornaloni” al seguito contro i Pm che non si accontentano delle false verità di regime hanno ridotto la magistratura – come ha detto di recente Piercamillo Davigo – “in ginocchio”. Pensiamo a quel che è accaduto a Nino Di Matteo e ai suoi colleghi di Palermo che indagavano sulla Trattativa, al Pm Alfredo Robledo che a Milano pretendeva di far luce sulle ruberie dell’Expo 2015, a Henry John Woodcock reo di aver scoperchiato a Napoli il verminaio di Consip e ad altri meno famosi, fermati, intimiditi, insultati, trascinati dinanzi al Csm, sputtanati dalla stampa serva, demansionati dai loro capi nel silenzio complice di “colleghi” pavidi, o carrieristi, o collusi. Perciò oggi, fatte salve le rare e lodevoli eccezioni, la verità sulle stragi e sui tanti delitti che hanno deviato la storia d’Italia devono cercarla e divulgarla storici e giornalisti d’inchiesta. Almeno quei pochi che non hanno ancora ceduto agli amorevoli consigli di direttori ed editori, interessati più a nascondere la verità che a cercarla.

È quel che ha fatto, con il libro che state per leggere, il gruppo coordinato da Salvatore Borsellino: un’opera preziosissima, a metà strada fra memoria e scavo, fra archivi giudiziari e giornalistici, per dissotterrare le verità indicibili. Una controstoria d’Italia senza inutili dietrologie né complottismi d’accatto: solo fatti documentati e raccontati, per la prima volta, con uno sguardo d’insieme che rende il quadro ancor più impressionante. Nessun altro Paese dell’Occidente ha conosciuto un sistema di potere così intriso di devianza criminale e così avvezzo all’uso dello stragismo, del terrorismo e dell’omicidio politico per restare in sella e bloccare ogni vagito di cambiamento.

Gli autori hanno assemblato storie misconosciute o addirittura falsificate dalle versioni ufficiali, come l’omicidio di Umberto Mormile e l’Autoparco della mafia milanese. Hanno scandagliato aspetti solo all’apparenza marginali di vicende ben più note, come la strage di Bologna del 2 agosto 1980 e quella del Rapido 904. Si sono addentrati nei grandi delitti commessi fra il 1989 e il 1994 da Cosa Nostra e non solo da quella (come risulta da fatti oggettivi e inoppugnabili, senza bisogno di ricorrere a fumosi e fantasiosi cospirazionismi). Comprese le – apparentemente – folli scorrerie della banda della Uno bianca e le – apparentemente – inspiegabili rivendicazioni un po’ criminali e un po’ golpiste della Falange Armata.

A chiudere (per ora) la controstoria provvede quella che il libro, con amara ironia, definisce la “pacificazione”: cioè la trattativa Stato-mafia, il pactum sceleris stipulato sul sangue di decine di vittime per stabilizzare i nuovi equilibri (nuovi si fa per dire) che reggono il Sistema da 25 anni. Intanto sono ancora in corso processi per le stragi di Bologna, di Capaci e di via D’Amelio. E sono ancora aperte – sempre fra mille depistaggi istituzionali e talvolta pure giudiziari – indagini come quelle sul duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, o sul presunto suicidio dell’urologo Attilio Manca (chiamato, secondo i familiari, a curare Bernardo Provenzano latitante a Marsiglia).

La forza del libro e l’auspicio degli autori sono proprio questi. Girata l’ultima pagina, a tutti noi lettori viene una gran voglia di prendere una copia de La Repubblica delle stragi e di regalarla ai procuratori della Repubblica competenti, perché raccolgano e sviluppino i preziosi e documentati spunti che contiene. Ogni capitolo fa i nomi dei possibili mandanti e di altri eventuali complici dei crimini che hanno visto condannare soltanto gli esecutori materiali.

Mandanti, complici ed esecutori equamente distribuiti fra criminali professionisti (terroristi extraparlamentari, uomini di Cosa Nostra, di ’ndrangheta e di camorra) e killer, suggeritori, consulenti e depistatori di Stato. Solo gli allocchi possono credere alla favoletta della strage di Bologna decisa in assoluta autonomia da tre o quattro giovani militanti dei Nar. O alla leggenda della campagna stragista contro il patrimonio artistico e religioso del Paese ideata in solitudine dai siciliani Riina, Bagarella e Graviano, noti studiosi dell’Accademia dei Georgofili a Firenze e della basilica di San Giorgio in Velabro a Roma. O alla fiaba della raffinatissima strategia del terrore firmata “Falange Armata” da attribuire in esclusiva a uomini d’onore di Corleone o di Platì. La verità la conosciamo tutti: terroristi e mafiosi furono accompagnati, consigliati e guidati da ben altre menti, nascoste (allora e magari anche oggi: non si butta via niente) nei palazzi del potere.

La Repubblica delle stragi affronta anche il thriller dell’ex poliziotto ribattezzato “faccia da mostro”, scomparso di recente prima che si riuscisse a capire di più dei molti sospetti che gravavano sul suo capo. Ma la vera “faccia da mostro” è quella del doppio Stato e dei suoi troppi apparati “deviati” (sempre che i deviati non siano quelli fedeli alla Costituzione, alla Legge e al Popolo) che da decenni lavorano sottotraccia, nel doppiofondo delle istituzioni, per trasformare la nostra democrazia in un guscio vuoto.

Una rifondazione dei Democratici per il dialogo coi 5S

La situazione italiana è in rapidissima evoluzione. Il quadro politico nazionale sta mutando radicalmente anche rispetto al voto del 4 marzo. Non era mai accaduto che un partito (la Lega) raddoppiasse il proprio potenziale elettorale in soli tre mesi. Avanza una destra sovranista nazionale e popolare. Cosa fa la sinistra? Il Movimento 5 Stelle è sottoposto a una pressione molto forte da parte di Salvini. Possono emergere all’interno del Movimento 5 Stelle distanze tra posizioni di destra e posizioni più democratiche e di sinistra? Questo è possibile, secondo me, ma non è scontato. Molto dipende anche dalla natura dell’iniziativa politica dei Democratici. Il tema di un qualche dialogo tra Pd e M5S è oramai aperto oggetto di dibattito ed è posto dai fatti prima ancora che dalla volontà dei due partiti. L’abbraccio della Lega è mortale per i Cinque Stelle, come lo sarebbe per il Pd quello con una parte di centrodestra oggi all’opposizione.

Nelle ultime settimane si sono accentuate, a mio parere, le ragioni per considerare una totale rifondazione politica, strategica e organizzativa del Pd la cui necessità segnalai subito dopo il voto di Roma del 2016 quando apparve chiaro che la spinta propulsiva che aveva generato il Pd si era esaurita, dopo essersi attenuata a partire dal 2009. In quel momento proposi l’avvio di una fase costituente per il Pd che conducesse alla costituzione di un nuovo soggetto, con caratteristiche più simili a quelle di un movimento che a quelle di un classico partito, detto semplicemente “Democratici”. Il cammino dei Democratici è iniziato 23 anni fa con l’Ulivo di Prodi ed è proseguito con il Pd di Veltroni nel 2007. Entrambi hanno vissuto successi e poi involuzioni generate da fattori degenerativi simili. Ora serve una “terza fase” del cammino. Gli interlocutori politici di un “nuovo Pd” o di un nuovo centrosinistra non possiamo sceglierceli e dobbiamo agire con quelli che la Storia ci consegna.

Io credo, per le cose che ho detto, che sia necessario avere una politica seria verso i Cinque Stelle, il che non significa farci un governo o un patto di potere. Serve un confronto concreto di dialogo e di scontro, ma sul merito. Molte cose mi dividono, per esempio, da Fico o dalla Grillo ma possono esserci imprevisti percorsi comuni: questo sta alla politica. Il conflitto sociale che oggi attraversa il Paese non è più solo o prevalentemente legato a quello tra il lavoro e il capitale, pur nelle forme mobili, frastagliate e diffuse che oggi ha assunto. C’è un conflitto che riguarda la dimensione del “cittadino” e che va oltre quella del “lavoratore” e che riguarda il rapporto di sudditanza con forme e modalità vessatorie dello Stato (in campo fiscale e nei tanti diffusi privilegi di gruppo), delle società di capitale e delle banche. È un conflitto reale nel quale si è generato il M5S che ha dato a questo conflitto un profilo populista anche per la sordità culturale della sinistra riformista. Questo deve portarci a dire con oggettività e senza rancori (senza cancellare le enormi distanze di cultura politica) che “Grillo non aveva tutti i torti” quando dieci anni fa iniziò il suo cammino di protesta. La domanda che dobbiamo porci è se esiste uno spazio possibile per un nuovo soggetto “democratico” capace di interpretare un nuovo e più avanzato sentimento di centrosinistra, una “terza fase del cammino”. Serve la prospettiva per un possibile nuovo soggetto politico aperto e “di movimento” che sappia tagliare le estreme politiche del populismo protestatario e inconcludente dei Cinque Stelle e del riformismo opportunista e consociativo del Pd, facendo vivere nel Parlamento e nel Paese un nuovo riformismo, concreto negli obiettivi e radicale nei principi.

 

Salvini-Di Maio il “laboratorio politico” di oggi

Si chiamava Laboratorio politico la rivista bimestrale edita da Einaudi; durò pochi anni e pubblicò ottimi saggi di Tronti, Cacciari, Asor Rosa… Ho qui sul tavolo, per ragioni di lavoro, il primo numero: Governo e Governanti. Ceto, staff, tecniche, strutture (1981). Cercava di comprendere senza dogmatismi l’evoluzione politica del Paese. Dopo qualche anno s’affermò Craxi (1983) e fu chiara la direzione che il Caf, con atti devastanti, dava alla sua azione politica. Oggi, laboratorio politico è il governo 5Stelle-Lega. Cosa significa? Quest’alleanza ha un senso? Durerà?

Senza scomodare Hegel (il reale è razionale) se l’intesa di governo è una realtà, una ragion d’essere deve averla: urge comprenderla. Il governo in carica nasce dall’ottusità suicida di Renzi: il suo “no” ha spinto i 5Stelle verso la Lega, e l’anomala alleanza oggi è alla prova dei fatti. Troppo facile dire che ci saranno scontri e prese di distanza tra i vice premier. Si tratta di capire come i conflitti verranno ricomposti e cosa significherà in termini di scelte e voti in Parlamento. Ovvio che il punto di mediazione sia il “Contratto di governo”; ma cosa accadrà nel passaggio dalla formulazione teorica all’applicazione pratica? Già s’intravedono complessità. Sarà importante capire il ruolo dell’opposizione; Renzi è stato più volte sconfitto non ha imparato nulla. Ha ragione Zingaretti, “non sa ascoltare”, ed è grave perché c’è bisogno di un Pd capace di sentire il grido di dolore degli ultimi: chi apprezzava Veltroni e oggi vota 5Stelle s’attende un’opposizione dura alla xenofobia di Salvini ma (anche) che le leggi progressiste dei 5Stelle (dal reddito di cittadinanza alla legislazione sul lavoro) vengano appoggiate dai dem. Le scelte parlamentari determinerebbero situazioni politiche nuove. È già in atto una dialettica interessante: nella maggioranza si confrontano posizioni opposte: “l’esercizio critico (e autocritico) più credibile – scrive Padellaro – va ricercato dentro e non fuori il perimetro giallo-verde”. Nulla è statico in questo governo. Sono previsti conflitti e mediazioni continui: se Di Maio frena Salvini sull’immigrazione, il pentastellato si confronta col leghista sul decreto dignità: una dinamica foriera di sviluppi che nei vertici a Palazzo Chigi trova nuovi equilibri: un laboratorio politico. Che un nuovo leader Pd (dopo il congresso) potrebbe/dovrebbe scompaginare: a) votando finalmente leggi di sinistra; b) isolando i leghisti sulla giustizia (“le sentenze si rispettano”); c) acuendo la distanza tra alleati di governo; d) creando le condizioni di una futura alleanza 5Stelle-Pd che vedrebbe Salvini tornare con B. Infine. Nel corso degli anni le riviste – il Mulino, Laboratorio politico… – hanno interpretato e talvolta guidato il cambiamento (MicroMega di Flores d’Arcais) ma le mutazioni avvengono oggi con una rapidità che spiazza: “laboratorio politico”, in queste ore, è il governo Conte (sull’immigrazione, per es., “meno sbarchi, meno morti”, vedi Moavero a Tripoli): la posizione di Minniti, senza le sparate di Salvini perché i migranti non fanno “la pacchia” e l’etica è essenziale alla condizione umana: senza saremmo bestie.

Insomma, al di là delle dispute su navi, porti e divisione dei ruoli tra ministri, il risultato è interessante e gli italiani apprezzano. Il “laboratorio Italia” invita a una riflessione in più. Basta dire per l’ennesima volta che i populismi sono al potere (Ezio Mauro, Repubblica, 10 luglio). Basta urlare al fascismo. Sta accadendo un’altra cosa. E dobbiamo attrezzarci a comprenderla. Quale fascista bloccherebbe la riforma delle intercettazioni perché “le modifiche introdotte sono dannose alle indagini”? L’ottimo Giannini scrive contro Conte che siamo a L’insostenibile leggerezza dell’essere. Anche lui cita il romanzo sbagliato. Evocare il fascismo significa – per restare a Kundera – che siamo a Lo scherzo.

Csm, il vero problema è la correntocrazia

Nei giorni scorsi, la magistratura è stata oggetto di un violento attacco proveniente da un partito di governo (la Lega) che ha definito come “gravissimo attacco alla democrazia per mettere fuori gioco per via giudiziaria il primo partito italiano” una decisione della Corte di Cassazione che ha ritenuto possa essere esteso il sequestro di 49 milioni di euro – ovunque essi siano – sui conti della Lega, e ciò a seguito della condanna dell’ex segretario Bossi (quello di “Roma ladrona”) e dell’ex tesoriere Belsito per truffa aggravata ai danni dello Stato.

La violenza dell’attacco si è, poi, ancor più manifestata nell’invocare, oltre i limiti costituzionali, un intervento del capo dello Stato così tentando di coinvolgerlo impropriamente in un procedimento giudiziario.

A fronte della virulenza dell’attacco, il Csm si è informalmente limitato a manifestare “seria preoccupazione per parole e toni ritenuti non accettabili”.

Una seconda iniziativa è stata intrapresa da un altro leghista, il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone, il quale, parlando innanzi a una platea di 300 giovani magistrati, ha affermato: “Mi auguro che la magistratura si liberi dalle correnti. Mi auguro in particolare che si liberi di quelle di sinistra”. Il giovane e inesperto sottosegretario non aveva idea di quello che gli sarebbe capitato: a) è riuscito a provocare la rivolta spontanea della platea dei 300 giovani magistrati che stavano partecipando a un seminario organizzato dal Csm; b) ha suscitato l’ira funesta di un “nerissimo” vicepresidente Legnini che si è rivolto immediatamente al ministro invitandolo ad adottare provvedimenti nei confronti di Morrone; c) ha suscitato le virulenti proteste dell’Anm e dei rappresentanti di tutte le correnti che hanno ritenuto le parole “gravi e inaccettabili”.

Ora, è incontestabile che le parole del sottosegretario siano del tutto improprie perché finiscono col mettere in discussione il diritto, costituzionalmente garantito, spettante anche ai magistrati, di associarsi liberamente, ma esse sono anche fuorvianti perché il sottosegretario ha perso un’ottima occasione per segnalare a chi sta per assumere funzioni giudiziarie che in magistratura un problema esiste ed è quello della “correntocrazia” o, per essere più precisi, quello dell’occupazione del Csm da parte delle correnti (mirabilmente denunziata da Iacona nel libro Palazzo di ingiustizia) e tale occupazione è continuata, naturalmente, anche nelle elezioni dell’8-9 luglio ove i candidati erano tutti “militanti” nelle rispettive correnti e ove si è verificata l’ulteriore stortura (correntizia), passata sotto silenzio che, per i quattro posti di pubblico ministero, ciascuna corrente ha designato un unico candidato, così assicurandogli l’elezione e privando l’elettore di qualsiasi possibilità di scelta.

Le distorte espressioni del sottosegretario sono state subito incanalate, con notevole buon senso, nel giusto verso dal ministro di Giustizia che, centrando l’obiettivo, ha dichiarato che “quanto all’associazionismo, lo ritengo una buona cosa se non porta alle storture del correntismo”.

Ora, nell’accordo di programma, si è dato atto della esistenza delle “attuali logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno della magistratura che si intendono rimuovere attraverso la revisione del sistema di elezione sia per quanto attiene i componenti laici che quelli togati”.

E allora, il ministro non deve fare altro che dare concreta attuazione all’impegno preso dal governo e ciò lo può fare solo mediante un sistema di estrazione a sorte dei componenti togati dal momento che i diversi sistemi di elezione succedutisi nel tempo non hanno portato ad alcun risultato.

Non esiste altro sistema per scongiurare che le decisioni del Csm siano determinate da logiche correntizie, anziché da criteri oggettivi e trasparenti.

Solo in tal modo, l’associazione ritornerà a svolgere le sue funzioni previste dallo Statuto (e sarà cosa buona e giusta se si impegnerà a denunciare, da un lato, eventuali favoritismi e, dall’altro, eventuali interferenze, interne ed esterne, sull’attività dei magistrati), e cesseranno conseguentemente le “guerre” tra correnti che non avranno più motivo di essere, non avendo esse più alcuna possibilità di incidere sulle elezioni; dal suo canto, il Csm, organo di rilevanza costituzionale, ritornerà a fare quello che la legge gli impone di fare con trasparenza e imparzialità.

Mail box

 

Fare politica: Michele Serra contro il tifo per le Procure

Caro direttore, Michele Serra ha utilizzato l’Amaca di giovedì scorso per riflettere sulla sentenza della Corte di Cassazione a proposito dei soldi della Lega. Secondo lui le persone di sinistra non si devono aspettare un aiuto dalla magistratura perché “in politica si vince facendo politica, non facendo il tifo per le Procure: anche quando le Procure hanno ragione”. Sono solo parzialmente d’accordo. È vero che la sinistra non deve affidarsi solo alla magistratura ma deve elaborare una strategia politica che prescinda dalle Procure. Quando, però, gli avversari di destra incorrono in gravi reati, è giusto che si gridi allo scandalo e che si invitino questi uomini politici a lasciare la politica. Il fatto che molte persone se ne infischino delle sentenze della magistratura e continuino a fare il tifo per i propri beniamini anche dopo le condanne, non deve essere un motivo per smettere di auspicare che la legge faccia il suo corso sanzionando i politici che incappano in gravi reati. Tra fare politica a sinistra e fare il tifo per le Procure non c’è contraddizione; sono due modi diversi di fare politica perché chiedere che si rispettino le regole è un modo nobile di fare politica.

Franco Pelella

Caro Pelella, concordo in pieno anche se in questo caso i conti sono di Bossi e Belsito.

m.trav.

 

Attenzione ai refusi: noi lettori vi vorremmo perfetti

Gentile dott. Gianni Barbacetto, nella rubrica “Lo dico al Fatto”, oggi 10 luglio, ho letto il garbato rimprovero del sig. Enrico Martini riguardante gli errori di grammatica e sintassi che a volte compaiono negli articoli. Giustamente lei fa notare che spesso gli errori sono dovuti alla fretta in quanto “il quotidiano si fa ogni giorno”. Pienamente d’accordo, ma poco più avanti lei scrive “Segnalando un’altro errore”, e questo mi sembra davvero imperdonabile (grammaticalmente parlando, naturalmente…). Anche io compro (e leggo) tutti i giorni il Suo giornale e come il sig. Martini Vi vorrei perfetti.

Nicola Dall’Acqua

Caro Nicola, non so più se ridere o piangere: piangere. Ha ragione, “un altro” si scrive senza apostrofo, lo sappiamo, è maschile. Eppure l’apostrofo è scappato a me battendo sulla tastiera, al redattore che ha seguito la pagina e al correttore di bozze, che si sono fidati troppo di me. Mi cospargo il capo di cenere.

Gianni Barbacetto

 

Aspettando il Congresso, continuano a perdere consensi

I dirigenti del Pd, non avendo ancora le idee chiare, né sul Pd dopo la cura Renzi, né sul futuro segretario, hanno rinviato pressoché tutto al prossimo Congresso, che dovrebbe svolgersi prima delle elezioni europee. Renzi nel suo intervento ha dichiarato guerra a tutti, compresi i suoi fedelissimi Martina e Gentiloni (quest’ultimo è rimasto di stucco per le critiche ricevute), e tutti (compreso Martina) gli hanno risposto per le rime. Insomma, la cosa politica che nascerà (o dovrebbe nascere) dal Congresso è ancora molto nebulosa e altrettanto incerto è il nome del futuro segretario.

Nel frattempo, però, mentre impazza la guerra nelle fila del Pd, il partito continua a perdere consensi.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Diritto di replica

Gentile direttore, il Suo giornale ieri tornava sul tema delle scorte facendosi una domanda e dandosi una risposta: perché il Viminale mantiene la scorta a Rotondi, che non ha un incarico istituzionale, e non la conserva ad altri apparentemente più esposti?

La risposta è nella domanda: la scorta non è un benefit, nè un servizio Uber ma la conseguenza di notizie per loro natura riservate. Esse determinano una decisione piuttosto che un’altra e nel mio caso la decisione è di mantenere una protezione, la cui esigenza nasce da circostanze riscontrate dalle forze di polizia e dalla magistratura che ha svolto indagini. Avrei una voglia matta di dirle di più, e prometto che lo faró in esclusiva col Fatto quando termineranno gli approfondimenti sulle minacce di cui sono oggetto e sulle quali ho idee chiarissime.

Non sono affezionato alla scorta, alla vita un po’ sì. E inquieta molto che il mio nome venga dato in pasto all’opinione pubblica proprio nelle ore in cui l’intimidazione nei miei confronti è stata massima. Sono coincidenze, naturalmente, ma per prudenza saranno oggetto di un mio esposto alla procura competente. Per chiudere il discorso: il vostro stupore per la mia tutela è la conferma che si tratta di un provvedimento fondato, altrimenti il Viminale non lo manterrebbe a costo di comprensibili polemiche. Tranne che ora le decisioni in materia di sicurezza non si vogliano affidare alla rete e al voto di simpatia dei giornalisti e non più alla tradizione di professionalità del ministero degli Interni più apprezzato d’Europa.

Con la stima di sempre.

Gianfranco Rotondi

Gentile onorevole, come abbiamo scritto se le scorte ci sono un motivo ci sarà e non spetta certo a noi valutare i rischi, abbiamo solo rilevato che le scorte sono tante e che in diversi casi alcuni ministri si sono dimostrati più attenti di prefetti e questori.

A. Man.