Sardegna. Voli senza sconti: come chiudere gli ospedali per non disturbare le cliniche

L’Unione europea ha bloccato gli sconti per i voli per la Sardegna. Ogni giorno si scopre che i nostri politici oltre a essere notori assenteisti da Strasburgo – Salvini ne è l’esempio vivente, di quelli che considerano il seggio europeo spesso un rifugio per “trombati” alle elezioni italiane e in attesa di tempi migliori –, hanno firmato dei patti osceni per i quali non possono essere fatte certe facilitazioni per una Regione fra le più isolate d’Italia. Questa proibizione favorisce, ovviamente, le compagnie di navigazione che hanno amicizie potenti e prezzi altissimi avendo assicurate le rotte. Chi vuole raggiungere la Sardegna, se ha pochi mezzi, deve affrontare traversate lunghe e nottate sui ponti delle navi che a volte non brillano per comodità. Conosco l’orgoglio del popolo sardo e il loro spirito di sacrificio e vorrei fare una proposta provocatoria che potrebbe dar lavoro anche a degli ‘scafisti’: perché non far partire dalle coste del Lazio che fronteggiano l’isola, dei gommoni che in poche ore potrebbero raggiungerla? Non è mia intenzione dileggiare in alcun modo i sardi, in quanto sono di origini isolane anch’io (Elba) e conosco i problemi dei collegamenti e i prezzi, ma penso che se ne potrebbe parlare, a meno che non si voglia aspettare il prossimo anno con la probabile discesa in Europa di B. che ha dei possedimenti in Sardegna, ma che non conosce i disagi per raggiungerla e i tempi biblici per la traversata in mare, ma che con le promesse non se la cava male.

Franco Novembrini

 

Gentile Franco, la sua provocazione sfiorerebbe il cattivo gusto se lei non fosse un isolano e non conoscesse la profonda ingiustizia che i sardi subiscono. Domenica scorsa sul Fatto la questione è stata descritta in dettaglio da Paola Pintus. Il punto è semplice. Un italiano non figlio di un Dio minore, se ha la necessità di raggiungere la Capitale, può scegliere tra auto, autobus, treno e aereo. Un sardo ha solo l’aereo, a parte il traghetto che è come per un continentale andare a Roma a piedi. Ma strade e ferrovie sono infrastrutture che lo Stato costruisce, giustamente, senza guardare al ritorno economico. Gli aerei sono invece un servizio e quindi devono sottostare alle leggi del mercato. Solo che i sardi sono lontani e pochi quanto i milanesi, e al mercato non interessano. Lo Stato non garantisce il loro diritto alla mobilità perché “la pacchia” sarebbe di intralcio ai profitti delle compagnie aeree. È come chiudere gli ospedali per non disturbare le cliniche private. Sembra uno scherzo, invece i sardi sono discriminati da questa logica selvaggia. E continuano a votare politici che di questa vergogna sono complici silenziosi.

Giorgio Meletti

Libia, ora il generale Haftar restituisce i terminal petroliferi

Il generale libico Khalifa Haftar, “signore” della Cirenaica, messo sotto pressione a livello internazionale, ha restituito quattro terminal petroliferi dell’est alla Compagnia nazionale insediata a Tripoli e ha rinunciato a al tentativo di mettersi a vendere greggio da Bengasi. Si è trattato di uno sviluppo che l’Italia, attraverso le parole del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha definito “importante passo nella giusta direzione”. Lo stop a un potenziale avvitamento della crisi libica verso una spaccatura del Paese è stato annunciato dalla Compagnia petrolifera nazionale (Noc) evocando “lo stato di forza maggiore nei porti di Ras Lanuf, Es Sider, Hariga e Zuetina”. La svolta è venuta dopo la riconsegna dei terminal che erano stati bloccati da Haftar il mese scorso in seguito alla loro occupazione per una settimana da parte dalla milizia ribelle di Ibrahim Jadhran.

L’export é ripreso immediatamente e una petroliera, bloccata per due settimane al largo, ha potuto caricare un milione di barili di greggio. Le quotazioni del Brent sono subito scese del 2% anche per un nuovo affondo sui dazi dell’Amministrazione Usa.

Il Coordinamento per la Democrazia sostiene Spataro

Il coordinamento per la democrazia costituzionale corre in sostegno di Armando Spataro, procuratore capo di Torino, che nei giorni scorsi ha annunciato una nuova organizzazione del lavoro dei suoi magistrati in materia di contrasto ai reati di odio razziale ed etnico. “Se per assurdo un barcone di immigrati attraccasse ai Murazzi sul Po, nessuno potrebbe vietare alle persone a bordo di scendere. Se accadesse, tale comportamento sarebbe oggetto di una nostra indagine”, sono state le parole di Spataro che hanno scatenato una valanga di odio sul web. Ma in tanti lo sostengono. Come l’ex sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e il magistrato Domenico Gallo del “Coordinamento per la democrazia liberale”, comitato nato per il “no” alla riforma costituzionale del governo Renzi. “Il divieto di attracco a navi che portano migranti salvati in mare é illegale”, affermano Gallo e Alfieri. “C’è un corpo di norme – aggiungono – che vengono stravolte e calpestate che, invece, vanno fatte rispettare dalla magistratura. (…) Affermare che l’alternativa sarebbe accogliere tutti in Italia è una mistificazione, l’immigrazione deve essere governata ma non si può farlo ostacolando il soccorso in mare”.

Ricollocamenti, la corte di Madrid censura il governo

Il governo spagnolo è stato condannato ieri dal Supremo Tribunale di Madrid per non aver accolto, tra il 2015 e il 2017, 19.449 rifugiati provenienti dall’Italia (6.383) e dalla Grecia (13.086). La condanna – la prima in Europa nei confronti di un Paese inadempiente rispetto ai patti europei per la ridistribuzione dei richiedenti asilo – riguarda la gestione dell’ex premier Mariano Rajoy.

L’accordo comunitario era stato raggiunto negli anni passati per ridistribuire 160 mila richiedenti asilo arrivati in Italia e in Grecia durante il picco dei flussi nel Mar Mediterraneo.

La maggior parte degli Stati coinvolti non hanno però mai rispettato quanto stabilito da Bruxelles. Per la Corte spagnola quegli accordi erano vincolanti e ora toccherà al nuovo premier Pedro Sanchez rispettarli.

Il procedimento era nato da una petizione dell’associazione spagnola Asociació de Suport a Stop Mare Mortum, che lo scorso aprile aveva chiesto al governo Rajoy di dichiarare il mancato rispetto del patto di ridistribuzione. Nella risposta l’avvocato generale dello Stato – secondo quanto riporta El Pais – dichiarò che l’accoglienza era in corso, anche se i tempi per adempiere all’obbligo europeo erano lenti.

Nella motivazione della sentenza del Supremo Tribunale, i magistrati spagnoli spiegano che rispetto alla cifra prevista di 19.449 rifugiati da ricollocare, il governo aveva in realtà avviato le pratiche, al 4 marzo scorso, solo per 2.500 persone, 1.875 provenienti dalla Grecia e 625 dall’Italia. Numeri saliti di poco dopo 15 giorni, con una quota pari al 12,85% del totale.

Negli anni passati il governo Rajoy è stato duramente criticato a livello internazionale per i respingimenti effettuati nella zona di Ceuta e Melilla, due città-enclave spagnole all’interno del territorio del Marocco, e per le condizioni generali dei migranti nel Paese.

Nel 2013 la Spagna era stata oggetto di denunce pubbliche per la politica di mancata accoglienza dei rifugiati. I dati Unhcr di quell’anno mostrarono come il governo di Madrid avesse raggiunto il minimo storico dell’ultimo quarto di secolo nelle richieste di asilo e protezione internazionale. Nei mesi precedenti era stato presentato un rapporto delle Nazioni unite sul caso Spagna, con una dura descrizione delle condizioni vissute dai rifugiati nel paese iberico, che si trovavano di fronte a una situazione di “discriminazione in aree come l’educazione, l’accesso alla salute, ai servizi pubblici, alla casa e all’impiego”.

Particolarmente severo fu il giudizio sui centri di reclusione per migranti irregolari presenti all’epoca in Spagna. Un primo intervento sul tema dell’accoglienza dei richiedenti asilo è arrivato due anni dopo le denunce delle Nazioni Unite.

Nel 2015 il Supremo Tribunale spagnolo aveva emesso una sentenza che censurava la politica di chiusura del governo Rajoy, stabilendo il diritto di richiedere e ottenere asilo per tutti i siriani che avessero avuto un ruolo nelle organizzazioni di tutela dei diritti umani nel Paese colpito dalla guerra civile.

Da diversi anni, intanto, alcune organizzazioni di tutela dei diritti umani denunciano i metodi violenti utilizzati dalla polizia di frontiera con report – basati su documentazione video – che dimostravano maltrattamenti e utilizzo eccessivo della forza.

La politica della Spagna è cambiata radicalmente con l’arrivo del socialista Pedro Sanchez, il premier che ha deciso di aprire il porto di Valencia alla nave Aquarius. La Guardia costiera spagnola da diversi mesi è impegnata in quotidiani salvataggi di gommoni carichi di migranti, provenienti dal Nord Africa.

Sul fronte migrazione la posizione del Paese oggi appare radicalmente diversa rispetto alla linea dura di Rajoy.

Nel contratto giallo-verde nessun accenno alla chiusura dei porti

Nel Contratto per il governo del cambiamento, al capitolo 13, Immigrazione: rimpatri e stop al business, non c’è nulla che rimandi a un provvedimento che preveda la chiusura coatta dei porti italiani. I punti elencati sono ben altri, dallo “scardinare il business degli scafisti” all’”implementare gli accordi bilaterali con l’Ue” passando per “l’individuazione di sedi di permanenza temporanea in ogni regione”, i Cpr, “previo accordo con la Regione”, sebbene le Regioni si stiano opponendo. Si legge, poi, tra i provvedimenti auspicati: “una seria ed efficace politica dei rimpatri”.

Sempre in tema di rimpatrio, il contratto prevede di “assicurare che l’allontanamento sia eseguito in un tempo massimo di diciotto mesi”- quelli concessi, ad oggi, sono solo tre. In ultimo, “nell’ottica di una gestione delle risorse pubbliche efficiente, occorre una revisione delle stesse, in particolare prevedendo l’utilizzo di parte delle risorse stanziate per l’accoglienza per destinarle al Fondo rimpatri”. Il Governo avrebbe pensato di stanziare 42 milioni per il Fondo rimpatri sottraendoli all’accoglienza, ma l’Ue, il 6 luglio scorso, ha bloccato il progetto al Viminale.

Inchiesta sui “contatti” con gli scafisti, ai raggi X i telefoni della Iuventa e altre Ong

Il sequestro della nave Iuventa è avvenuto circa un anno fa, il 4 agosto 2017, e nei giorni scorsi la procura di Trapani ha notificato altri avvisi di garanzia per un totale di 20 indagati. Non soltanto tra i membri della Ong tedesca Jugend Rettet, che viaggiava a bordo della Iuventa, ma anche delle organizzazioni umanitarie Medici senza frontiere (Msf) e Save the children che effettuava salvataggi con la Vos Hestia.

L’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma la procura di Trapani precisa ancora una volta, come fatto dall’inizio dell’inchiesta, che gli eventuali reati sono stati commessi nel corso di operazioni di soccorso che avevano un unico intento: salvare vite umane. L’impostazione della Procura è chiara sin dallo scorso anno e non è mutata nel corso dell’indagine: ogni singolo comportamento tenuto dagli indagati, che non abbia portato aiuto al migrante in mare, ma in qualsiasi modo abbia agevolato in esclusivamente lo scafista, viene considerato favoreggiamento. In nessun caso, però, l’eventuale re reato era scisso dall’intento umanitario degli indagati. Che, come detto, salgono a 20. Si contano 5 cittadini tedeschi (Dariush Beigui, Zoe Mickausch, Simon Hendrik, Pia Klemp e Kathrin Schmidt), due portoghesi (Miguel Duarte Castilho Soares e Laura Martin), cinque inglesi (Laura Martin, Gillian Moyes, Abdel Basit, Louise Gemma e Myriam Abdel Basit), due spagnoli (Miguel Roldan Espinosa e Roger Alonso Morgui), due belgi (Mathias Kennes e Stephen Van Diest), quattro italiani (Pietro Catania, Ignazino Arena, Giuseppe Russo e Marco Amato).

E poi il tunisino Salem Ben Moez, il prete eritreo Mussie Yosief Zerai e il giordano Ahmad Al Rousan, coordinatore dei mediatori culturali di Msf. Gli avvisi di garanzia sono connessi alla necessità, per i pm Andrea Tarondo e Antonio Sgarrella, di acquisire ulteriori elementi dall’analisi di telefoni e pc sequestrati. L’accertamento tecnico è stato fissato a settembre. L’inchiesta trapanese è solo una delle indagini effettuate nell’ultimo anno sulle modalità di salvataggio delle Ong a ridosso della Libia. Inchiesta aperta anche a Catania dalla procura guidata da Carmelo Zuccaro. L’ultima riguarda la ong Proactiva Open Arm e finora nessuna di esse è ancora conclusa. Nel caso della Proactiva (è stata ipotizzata l’associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina), la Ong ha vinto la prima battaglia tre mesi fa, quando il gip ha disposto il sequestro della nave.

Migranti, stop a Salvini sulla consegna ai libici

In una riunione di Matteo Salvini con i vertici della Marina, della Guardia costiera e della Guardia di finanza, ieri al Viminale, è naufragato il tentativo di fissare regole per la consegna alle motovedette libiche dei migranti soccorsi in mare da navi mercantili italiane. Così vorrebbe il ministro dell’Interno, che domenica sera aveva fatto dare questa disposizione al rimorchiatore Von Thalassa ma alla fine è intervenuta la nave Diciotti della Guardia Costiera che ora, con grave irritazione del capo della Lega, sta portando a Trapani i 67 naufraghi, in larga parte pachistani ma anche sudanesi e palestinesi. Arriverà questa mattina.

Affidarli ai libici, o portarli a Tripoli, non si può fare perché violerebbe il principio di “non refoulement”, cioè il divieto di respingimenti collettivi e quello del “place of safety”, cioè il “porto sicuro” in cui è obbligatorio trasportare i naufraghi in base alle Convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia e dall’Ue, perché la Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e sono documentate dall’Onu violazioni dei diritti umani. Salvini ha chiesto che i servizi alle piattaforme petrolifere siano affidate a navi che non battono, a differenza della Von Thalassa, bandiera italiana, ma anche questo non è nella sua disponibilità.

Ufficialmente nel governo sono tutti d’accordo, l’hanno ribadito anche ieri dopo un incontro tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Salvini, ma le tensioni ci sono: il ministro della Difesa e delle Infrastrutture, Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli, non vogliono altre forzature. Resta il principio che bisogna lasciar fare i libici nella vasta zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) di cui evidentemente non hanno il controllo. Non ce l’hanno nemmeno nelle acque territoriali dove nei giorni scorsi, eliminate le navi delle Ong, sono morte 100 persone in un solo naufragio (che non è stato il solo) a tre miglia (tre) dalle coste libiche: la probabilità di morire, per chi si mette in mare, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati è passata da 1 su 38 a 1 su 7. L’Italia manderà motovedette e radar e addestrerà i libici ma ci vorranno mesi, forse un anno, per raggiungere l’ operatività richiesta.

L’episodio di quattro giorni fa, secondo Salvini, non deve più ripetersi. Come è noto, i migranti si sono ribellati quando hanno capito che li stavano riportando verso la Libia e così è stato giustificato da Toninelli l’intervento della Guardia costiera. Salvini ieri ha detto che vuole “i nomi” e vuole vederli “sbarcare in manette” e “finire nelle patrie galere”. Gli arresti, almeno per ora, non competono al ministro dell’Interno. Ma per dare un ceffone alla Guardia costiera, Salvini ha spedito a bordo della Diciotti gli investigatori della polizia che durante la traversata per Trapani hanno identificato tutti. Sarebbero cinque i responsabili delle minacce all’equipaggio e non possono essere arrestati subito perché non c’è flagranza: le valutazioni toccheranno ai magistrati come prevedono la Costituzione e la legge.

Salvini intanto cerca gloria in Europa. Ieri a Innsbruck, in attesa del vertice informale di oggi e di altri incontri bilaterali, ha visto il ministro degli Interni tedesco, il duro bavarese Horst Seehofer. I due hanno concordato sul principio di uno “scambio” tra i richiedenti asilo registrati in Italia e passati in Germania, che Berlino vorrebbe restituire a Roma, e le ricollocazioni dei richiedenti asilo che si trovano nel nostro Paese su cui la Germania e gli altri Paesi disattendono da anni gli accordi. Ma non ci sono ancora numeri e modalità, è tutto “da concordare”. Quindi poco più di chiacchiere.

A Innsbruck niente di nuovo. “Vertice” Ue senza decisioni

E venne il giorno in cui si scoprii quello che, in realtà, tutti coloro che si occupano dell’Unione sapevano fin dall’inizio: la riunione di Innsbruck non è un vertice, ma un incontro informale, non si prendono decisioni; e che non è assolutamente la riunione di follow up delle decisioni, non prese, del Vertice del 28 e 29 giugno, ma solo un’occasione d’incontro e fra i ministri dell’Interno dei 28. Quindi, è del tutto inutile precisare che l’Italia non è qui per mettere veti, ma puntini sulle ‘i’: impossibili i veti, senza decisioni da prendere.

Per Salvini è il momento di conoscere i colleghi, o almeno molti di essi. In realtà, avrebbe già avuto modo di vederli in un contesto formale e potenzialmente decisionale al Consiglio dei Ministri dell’Ue il 5 giugno a Lussemburgo, con all’ordine del giorno la riforma del protocollo di Dublino. Ma lui disertò la riunione e s’allineò, a remoto, alla posizione del Gruppo Visegrad, contribuendo a mandare a picco la riforma – definitivamente affossata dal Vertice, che ha reintrodotto la clausola dell’unanimità dove non è necessaria a termini di Trattato -. Il che non vuol dire che Innsbruck non sia importante: serve a stringere, o rinsaldare, rapporti e alleanze, a trasformare conoscenze in amicizie.

Ieri, Salvini ha già visto due suoi interlocutori importanti e privilegiati: l’austriaco Heinz-Christian Strache, “leghista” d’oltralpe, xenofobo ed euro-scettico, e il bavarese Horst Seehofer, l’uomo che stava per fare saltare la Merkel in Germania (proprio sulla questione migranti). Oggi, ci sarà la plenaria e un po’ di turismo.

Pure il Vertice della Nato a Bruxelles diviene per un attimo una dépendance di Innsbruck: “Come va con i tuoi migranti”, chiede Trump a Conte che parla con Macron; “Bene, ma Emmanuel non mi dà una mano”; poi, risate. A Salvini, difficile che gliela diano Strache e Seehofer, che vogliono rimandarci i migranti infiltratisi dall’Italia in Austria e Germania.

Proteste, sgarbi e sicurezza: l’alleato antipatico piomba nel “caos” Brexit

Non è ospite gradito, al punto che l’Ambasciata Usa ha consigliato ai suoi concittadini di “tenere un profilo basso”. Non a caso, l’agenda della prima visita ufficiale di Trump nel Regno Unito sfiora appena la Capitale.

Trump e la moglie Melania sono attesi stasera a Blenheim Palace, nell’Oxfordshire, per un ricevimento con rappresentanti del business ansiosi di sondare il presidente sugli scenari commerciali post-Brexit. Dormiranno a Londra, nella residenza dell’ambasciatore a Regents Park. Domani il summit con Theresa May nella residenza di campagna di Chequers, seguita da conferenza stampa, poi l’incontro con la Regina Elisabetta a Windsor. In serata, il trasferimento in Scozia, patria della madre di Trump, per giocare a golf snobbando però il premier Nicola Sturgeon.

Appuntamenti punteggiati da proteste, con il fulcro delle contestazioni venerdì pomeriggio a Londra; attese decine di migliaia di persone convocate dalla Coalizione Stop-Trump, nel corso della quale verrà liberato un gigantesco pupazzo del presidente in versione bambino petulante, con pannolino e cellulare in mano. L’irrisione come atto politico, con il permesso del sindaco Sadiq Khan che con Donald si è scontrato più volte. Contestata anche la spesa, fra gli 8 e i 10 milioni di sterline secondi fonti di polizia, per 10mila agenti in campo.

Non è escluso un incontro con Boris Johnson, con cui il Trump ha rapporti personali e politici ben più cordiali che con la May. Ma all’indomani dello dimissioni di Boris da ministro degli Esteri in polemica con la gestione May dei negoziati con l’Unione europea, un meeting fuori programma sarebbe l’ennesimo atto ostile alla premier, dopo la definizione, martedì, del Regno Unito come “un paese nel caos”.

Trump è preceduto dai suoi attacchi ai leader europei e al ruolo della Nato, ridimensionati ieri sul Guardian dall’intervista all’ex ambasciatore Usa alla Nato, Douglas Lute: “La partecipazione alla Nato è frutto di un trattato internazionale… Nessun presidente può venir meno a un obbligo simile senza un atto del Congresso”.

Quanto alla richiesta di una maggiore partecipazione al budget, il Regno Unito è uno dei 5 (su 29) Stati membri in regola con l’impegno di devolvere alla difesa comune il 2% del Pil. Proprio al vertice Nato la May ha annunciato il dispiegamento di altre 440 unità nel contingente in Afghanistan, portandole a 1100.

“Dateci più soldi”: Trump il ‘bomba’ e la Nato riluttante

Donald Trump non lascia, almeno per ora, ma raddoppia: agli alleati della Nato non chiede soltanto di spendere per la difesa il 2% del loro Pil, come già convenuto – e, a dire il vero, non rispettato –, ma di spendere il 4%. A dirlo per primo è il presidente bulgaro Rumen Radev, le cui dichiarazioni, accolte all’inizio con qualche diffidenza, vengono poi confermate dalla Casa Bianca: “Al Vertice della Nato, il presidente ha suggerito che i Paesi rispettino l’impegno a spendere per la difesa il 2% del Pil e che arrivino al 4%”, riferisce la portavoce Sarah Sanders, sostenendo che Trump aveva già sollevato la stessa questione alla Nato lo scorso anno (nessuno, evidentemente, gli aveva prestato attenzione). Il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, commenta sornione: “Cominciamo dal 2%”.

Trump è arrivato a Bruxelles con il piglio di chi vuole ‘spaccare’, facendosi precedere da decisioni tanto ulceranti (per gli alleati) quanto marginali – i dazi sull’import di olive dalla Spagna, per dirne una, oltre che una nuova raffica di dazi su prodotti cinesi (ma questa è un’altra storia) – e da punture di spillo provocatorie (“Più facile l’incontro con Putin lunedì a Helsinki che quello con gli alleati”). Ma non si capisce ancora se intende seguire, in questa occasione, il ‘protocollo G7 Taormina’ – resto fino in fondo, ma pianto grane su tutto – o il ‘protocollo G7 Charlevoix’ – me ne vado prima e, poi, da remoto, faccio saltare il tavolo con un tweet.

Di sicuro, non è qui per essere carino con gli alleati. Il vertice non è ancora incominciato e lui ha già definito i suoi partner dei “delinquenti”, perché non spendono quanto pattuito – tranne la Grecia, che lo fa in astio alla Turchia, e i Baltici, per timore della Russia -. E la Germania è “prigioniera” della Russia per via della sua dipendenza energetica dal gas russo. Il che è singolare, detto da uno che starebbe per abbonare a Putin l’annessione della Crimea e sarebbe pronto a riammetterlo senza contropartita nel Gruppo dei Grandi.

Intenzioni che suscitano preoccupazioni e diffidenti proprio nei Baltici e nei Paesi dell’Est-Europa, ‘transitati’ dal blocco comunista all’Alleanza atlantica e tuttora preoccupati della vicinanza e dell’immanenza dell’Orso russo. “La Nato – scrive il New York Times, come fosse un pro memoria per Trump -, forgiata dopo la Seconda guerra mondiale per contrarre l’aggressione sovietica, non è un’astrazione, per i Paesi con larghe componenti etniche russe nella popolazione”, il pretesto usato da Mosca per gli interventi in Crimea e nell’Est dell’Ucraina.

Proprio il polacco Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, dà sulla voce a Trump: “Presidente, apprezzi i suoi alleati. Dopo tutto, non ne ha poi così tanti”.

Stoltenberg, ex premier norvegese, calma le acque e stempera le polemiche: “L’aumento delle spese per la difesa è utile a tutti… più sale la tensione più bisogna dialogare… ci sono incomprensioni, ma le decisioni che prendiamo sono buone”. Così, l’Alleanza apre all’adesione della Macedonia (del Nord), adesso che il litigio sul nome con la Grecia è risolto, e firma un patto di cooperazione con l’Unione europea, che si sta dando strumenti di politica della difesa, a livello industriale (cosa che non piace a Washington, che vorrebbe spendessimo il nostro 2% in armi americane). Alla fine, però, pure Stoltenberg ammette che “l’Alleanza Usa-Ue non è scritta nella pietra”.

Nel bilaterale con la Merkel, Trump ribadisce le sue critiche e si sente rispondere che la Germania è indipendente nelle proprie scelte. Poi, lui parla di “grande incontro”, di “relazione molto buona”: Angela lo guarda interdetta. Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, che il 30 luglio ha appuntamento con Trump alla Casa Bianca, chiede il rafforzamento del fronte Sud dell’Alleanza, anche in chiave di contrasto al traffico di esseri umani e al terrorismo, e sottolinea l’importanza dell’hub di Napoli, ottenendo consensi. Trump, però, non lo ascolta: se ne va quasi subito dopo avere parlato, deve twittare il proprio sostegno ai produttori di soia americani, vittime “delle barriere commerciali e delle tariffe altrui”.

Trump prosegue il suo smantellamento del sistema multilaterale internazionale: abbandona pezzi dell’Onu, l’Unesco e il Consiglio per i diritti umani; pianta in asso il G7; delegittima la Nato; ora, forse, toccherà alla Wto, l’Organizzazione del commercio mondiale, così da avere ‘libertà di dazi e protezionismo”. A Washington, il Senato se ne preoccupa: vota con 97 sì e 2 no una mozione pro-Nato.