Per il procuratore generale il ricorso del costruttore Luca Parnasi contro l’ordinanza di custodia cautelare del gip che lo scorso 13 giugno lo ha portato in cella, è inammissibile. Lo ha affermato il sostituto pg della Cassazione Perla Lori nell’udienza a porte chiuse davanti alla sesta sezione penale che si è tenuta ieri. Parnasi è stato arrestato con l’accusa di essere a “capo” di un’associazione a delinquere finalizzata a commettere una serie di reati contro la Pubblica amministrazione, come le corruzioni contestate. I suoi legali, l’avvocato Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini, avevano già chiesto al Tribunale del Riesame di concedere i domiciliari, soprattutto dopo due interrogatori fiume (11 ore in totale) fatti con i magistrati. Per il Riesame però la collaborazione di Parnasi con i pm non è stata “piena”, in quanto si è limitato “ad ammettere fatti inequivoci” e a riferire “circostanze già note”. Così il Riesame non ha concesso i domiciliari. Nel frattempo i legali dell’imprenditore hanno fatto ricorso anche in Cassazione, lamentando la carenza di motivazioni sulle esigenze cautelari. In tarda serata, i giudici erano ancora in camera di consiglio.
Il “Socrate” Savona beve la cicuta dei salotti
Paolo Savona, l’ottuagenario anti-euro finito agli Affari europei, è la prima star mondana dell’Anno I dell’era gialloverde: l’altra sera è stato il più fotografato alla festa della Link Campus di Enzo Scotti, ieri invece è comparso alla Residenza di Ripetta a Roma per il fondamentale premio Socrate organizzato da Cesare Lanza: inizia la Terza Repubblica dei salotti.
Ilva, vanno all’Anac le carte sulla vendita. “Possibili anomalie”
La mossa è destinata a risolvere in un modo o nell’altro lo stallo nella vendita dell’Ilva. Ieri il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha chiesto all’Autorità anticorruzione di indagare sulla gara che a marzo 2017 si è chiusa con l’aggiudicazione del siderurgico – in amministrazione controllata – a Am Investco, cordata formata dal colosso dell’acciaio ArcelorMittal e dall’italiana Marcegaglia. Di Maio ha così dato seguito alla lettera inviatagli martedì dal governatore pugliese Michele Emiliano che segnalava “zone d’ombra” nella procedura che ha visto sconfitta Acciaitalia, guidata dal colosso indiano Jindal e dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Nella sua lettera di quattro pagine, più un corposo numero di allegati, indirizzata a Raffaele Cantone, Di Maio ripercorre l’intera vicenda segnalando diverse “possibili anomalie” e chiedendo un giudizio tecnico giuridico. L’Anac avvierà uno studio preliminare per vedere se ci sono spazi di intervento.
È l’ultimo dito nella piaga di una vicenda in cui il governo italiano, rappresentato dalla Cdp, è riuscito a perdere una gara indetta dal governo italiano.
Emiliano ha chiesto a Di Maio di disporre “opportune verifiche”. Secondo il governatore, dall’esame degli atti “non emerge quali siano stati i criteri (predeterminati) di aggiudicazione del contratto”, tenuto conto che l’accesso al piano industriale di Mittal “a tutt’oggi non è stato concesso”. La “preferenza” accordatagli “appare incongrua” perché basata, secondo Emiliano, “solo sull’offerta economica”: 1,8 miliardi offerti da Mittal contro gli 1,2 miliardi di Acciaitalia. In compenso il piano ambientale della seconda, da eseguire entro il 2021, conteneva l’impegno ad avviare produzioni a minor impatto ambientale (gli altiforni elettrici per colare acciaio senza bruciare carbone) non previsti da quello di Am Investco, le cui scadenze per gli interventi ambientali sono state spostate al 2023.
Le “zone d’ombra” segnalate da Emiliano non si discostano molto dalle “possibili anomalie” individuate dal ministero di Di Maio. Nei giorni scorsi Lucia Morselli, ad di Acciaitalia indicata dalla Cdp ha spiegato a Repubblica di non aver ancora capito in base a quali criteri Ilva è finita ai rivali, visto che il prezzo proposto pesava per la metà del punteggio e le valutazioni tecniche avevano promosso il piano industriale di Acciaitalia e giudicato “incoerente su investimenti e volumi di produzione” quello di Mittal-Marcegaglia. A complicare il quadro c’è poi che l’Antitrust Ue ha imposto l’uscita di scena di Marcegaglia per evitare violazioni della concorrenza. Per uno strano giro finanziario, la sua quota dovrebbe essere rilevata da Intesa Sanpaolo (grande creditrice di Marcegaglia) e dalla stessa Cdp, come chiesto dal governo Gentiloni.
La mossadi Emiliano ha spaventato i sindacati che temono un nuovo stallo nella trattativa con Mittal, arenatasi già sui 4 mila esuberi (su 14 mila operai totali) chiesti dal colosso. Per Rocco Palombella della Uil “l’unico risultato che può ottenere Emiliano è quello di allontanare Mittal”. Al ministero dello Sviluppo sono invece convinti che un simile rischio non ci sia. Certo è che aprire il fronte Anac metterà un’ulteriore pressione su Mittal. Per Di Maio l’azienda deve proporre soluzioni migliori sia sugli esuberi (i sindacati non ne vogliono sentir parlare) sia sul piano ambientale. L’obiettivo è spingerla a impegnarsi formalmente in direzione della decarbonizzazione degli impianti tarantini e accelerare sul completamento delle prescrizioni ambientali. Per farlo, però, va modificato il decreto che a settembre scorso ha autorizzato il piano ambientale (impugnato da Emiliano al Tar). Servono poi “garanzie – ha spiegato ieri il vicepremier – che il piano industriale sia veramente attuabile e credibile”, visto che all’aumentare della produzione salgono anche gli esuberi. Finora Mittal non ha fatto aperture, pur manifestando la volontà di voler concludere in tempi brevi, entro luglio. Gli eventi delle ultime ore potranno imprimere l’accelerazione definitiva. O far saltare la trattativa.
Il dl dignità trova le coperture: tasse alzate su slot e Vlt
Dopo giorni di limbo, il decreto Dignità imbocca la dirittura d’arrivo. Come nella infelice tradizione degli ultimi governi il testo approvato dal Consiglio dei ministri è rimasto a lungo fantasma, modificato dagli uffici legislativi. Le norme sono state limate e trovano la copertura le diverse misure, tra cui lo stop della pubblicità sui giochi: aumenterà per questo, dal primo maggio del 2019, il prelievo sulle new slot collegate in rete. Ma novità arriveranno anche durante la conversione, con il via libera dato dal vice premier Luigi Di Maio ai voucher per chi lavora nel turismo e nell’agricoltura. Salta, nella versione definitiva del decreto Dignità, anche il comma che prevedeva la non applicazione di alcune norme anti-precarietà. In particolare il testo non contiene più il riferimento di esclusione per l’aggravio contributivo di 0,5 punti percentuali in occasione di un contratto a tempo determinato, anche in somministrazione. È stato invece ridotto rispetto alle intenzioni il limite per impugnare davanti al giudice del lavoro il contratto a termine, da 270 a 180 giorni. Confermata in toto invece la stretta sul tempo determnato (e in somministrazione) con il tetto a 24 mesi e il ritorno delle causali dopo il primo rinnovo.
Morti sul lavoro: uno era senza contratto, l’altro assunto 6 giorni
Ancora un morto sul lavoro, ancora nel settore del marmo. È successo ieri a Marina di Carrara, dove Luca Savio, 37 anni, è rimasto schiacciato da un blocco mentre si occupava della movimentazione del marmo all’interno del deposito Fc Autogru. Savio, che lascia una moglie e un figlio piccolo, ha ricevuto le cure immediate dei soccorritori, ma è morto poco dopo l’incidente. E mentre i carabinieri indagano sulla dinamica della tragedia, la Cgil accusa: “Il ragazzo aveva un contratto di soli sei giorni, emblema della ricattabilità di questa categoria di lavoratori”. Secondo i primi riscontri, l’operaio aveva firmato un contratto il 6 luglio, iniziando poi a lavorare all’inizio di questa settimana. A due mesi dall’ultimo grave episodio, quando a perdere la vita fu un cavatore di 58 anni, molti lavoratori del marmo ieri hanno incrociato le braccia: “Nessuno parli di fatalità – avvisa la Cgil – perché ci devono spiegare cosa ci facesse un operaio tra due blocchi di 20-25 tonnellate senza le necessarie condizioni di sicurezza”.
Dubbi simili a quelli espressi dai sindacati di Padova che ieri, nelle stesse ore, facevano i conti con un altro incidente mortale. A farne le spese un uomo di 44 anni originario di Modena e titolare di una ditta esterna che lavorava alla Maus di Campodarsego (Padova), un’azienda che produce macchine ad alta tecnologia per la siderurgia. La vittima, come altri due operai emiliani, era al suo primo giorno di lavoro – “con un contratto non ancora formalizzato”, accusa la Fiom – e non era in possesso di tutta l’attrezzatura necessaria, tanto che erano stati i dipendenti della Maus a fornirglierla. L’uomo, non correttamente agganciato ai cavi di sicurezza, è caduto da un’altezza di tre metri. Secondo l’Osservatorio indipendente sulle morti sul lavoro di Bologna, le morti bianche quest’anno sarebbero già 384, in aumento di circa il 7 per cento rispetto allo scorso anno.
“Incentivi a chi fa assunzioni. Voucher? Nel turismo forse”
“C’è una forte dialettica tra di noi, ma va bene, significa che non ci siamo incartapecoriti. E poi essendoci queste opposizioni…”. Il vicepremier nonché ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, professa ottimismo. Anche se i sondaggi parlano di forte calo del M5S e di una enorme crescita della Lega. “Meglio così, i sondaggi ci spingono a fare meglio. E comunque poi alle elezioni il Movimento prende sempre quattro o cinque punti in più di quanto stimato da loro”.
Sarà. Intanto però Matteo Salvini continua a dichiarare su tutto, ossia a fare il premier. Oscurando lei ma soprattutto Giuseppe Conte.
Non è un complesso che abbiamo. Ognuno fa il suo lavoro, e ci sono obiettivi da raggiungere. E stiamo lavorando bene.
Sull’immigrazione tra i ministri stanno volando stracci. Al punto che quello alla Difesa Trenta ha accusato Salvini di inseguire solo i titoli dei giornali.
Stiamo gestendo una situazione complessa, che coinvolge più ministeri, e che non può essere affrontata solo con delle comunicazioni. Una questione come quella della nave Von Thalassa che sta andando a Trapani implica tanti problemi. Ma alla fine troviamo sempre la soluzione migliore.
Salvini non voleva farli sbarcare in Italia, mentre il ministro ai Trasporti Toninelli si è imposto. Ma dal Viminale per ore non hanno neppure indicato il porto dove portarla. Non è grave?
Sono d’accordo sul fatto che se alcune persone aggrediscono chi le ha salvate, devono essere sottoposte a un atto coercitivo. Dopodiché se la nave batte bandiera italiana è complicato dirle che non può approdare in Italia, altrimenti ci ritroveremmo con un precedente pericoloso.
Più che complicato è proprio vietato dalle convenzioni internazionali.
Va stabilita una graduatoria operativa per i salvataggi in acque internazionali. Ovvero, se la Guardia costiera libica vuole intervenire nelle acque della sua Sar, bisogna lasciarla fare. Se invece ci chiede una mano, la aiutiamo con le nostro motovedette, ma favorendo comunque l’imbarco sulle navi libiche. Ma se proprio dobbiamo, allora interverrà la nostra Guardia costiera. Però deve diventare un fatto straordinario
La Libia non ha mezzi e l’organizzazione per intervenire.
Per questo stiamo fornendo loro le motovedette.
Sulla Vos Thalassa chi voleva intervenire? E c’era davvero il rischio di aggressione?
Dobbiamo ricostruire la dinamica. Ma alcuni migranti volevano aggredire l’equipaggio, questo ci risulta.
Dopo il ministro degli Esteri Moavero anche Conte ha parlato del rischio dell’arrivo di foreign fighters sulle navi dal Nordafrica. Ma in base a quali elementi?
Ci assumiamo la responsabilità di dirlo.
E vi assumete anche la responsabilità di fare la guerra alle Ong? Trenta dice che non vanno demonizzate.
Noi ce l’abbiamo solo con alcune nate in modo improvvisato, che operano nel Mediterraneo senza coordinarsi con la Guardia costiera e che hanno contatti con gli scafisti. E a quelle impediamo l’ingresso nei nostri porti. E abbiamo ragione, soprattutto ora che siamo al governo e sappiamo più cose.
Cosa nel dettaglio?
Se una nave batte bandiera olandese e poi si scopre che in Olanda non la conoscono, quello è una nave pirata, tanto che ora è sequestrata a Malta. O se un’altra imbarcazione insiste per andare in un porto italiano piuttosto che in Spagna è quasi un affronto al nostro governo.
Molte inchieste sulle Ong sono state archiviate.
Al di là delle inchieste, ricordo che un precedente governo ha varato un codice di condotta. Ma se interveniamo noi siamo i populisti cattivi.
Resta il fatto che non ci sono condanne. Come resta il fatto che Salvini domenica voleva fermare la nave di una missione europea, a guida italiana. E il ministro Trenta si è arrabbiato.
Se è una missione europea, possiamo dire che può sbarcare anche in un altro paese europeo?
Quando verrà pubblicato in Gazzetta ufficiale il suo decreto dignità?
A ore.
Ci avete messo tanto. Forse perché lo ha annunciato prima di averlo perfezionato?
Ma no, è che ci sono tante pastoie burocratiche, bollini da mettere. Ma arriverà.
La Lega chiede già modifiche. Per esempio per il suo vice al Mise, Dario Galli, servono incentivi per chi assume anzichè sanzioni per chi non lo fa.
Mi sono confrontato con Galli. E nel decreto in Parlamento verranno inseriti incentivi per i contratti a tempo indeterminato. Sarà un’aggiunta, non una modifica.
Ci saranno cambiamenti?
Si può fare di più sulla sburocratizzazione.
Le aziende corrono a sottoscrivere contratti prima che con il dl entri in vigore il divieto di pubblicità per il gioco di azzardo.
Potenzieremo la norma transitoria. I contratti stipulati tra l’approvazione del decreto nel Cdm e la sua pubblicazione non saranno validi. Ma entro il 2019 cadranno tutti.
Sui voucher la Lega è nervosa.
Vanno ripristinati per specifiche mansioni e tempistiche. Quindi per i lavori domestici e per il settore agricolo. Per il turismo si vedrà.
Oggi dovrebbe essere il giorno del taglio ai vitalizi alla Camera. Sicuro che il Carroccio voterà la delibera?
Se non lo facesse sarebbe un suicidio politico. Ma non accadrà. E sarà bye bye vitalizi.
Carceri, il Senato affossa la riforma di Andrea Orlando
La commissione Giustizia del Senato ha espresso il giudizio che dovrebbe affossare definitivamente la riforma delle carceri scritta nella scorsa legislatura da Andrea Orlando, l’ex Guardasigilli del Partito democratico. Come scrive l’agenzia parlamentare Public Policy, i senatori di maggioranza hanno approvato il parere proposto dal relatore Mario Giarrusso (M5S) che dà un giudizio “secco” sul provvedimento. Con questa motivazione: il precedente governo “ha ritenuto di non adeguarsi alle numerose e gravi condizioni che erano state poste nel parere della commissione Giustizia di Palazzo Madama, se non per alcuni limitati e minori profili”. Ora il futuro della riforma pare segnato. Come ha spiegato a Public Policy il sottosegretario Vittorio Ferraresi, il governo “valuterà se esercitare parzialmente la delega o meno”. L’ipotesi è che il decreto legislativo sia lasciato morire, senza essere approvato in via definitiva. Oggi anche la commissione Giustizia di Montecitorio darà il suo parere sulla riforma.
Antimafia, Bindi avverte: “Passi indietro”
Èpolemica sulla legge che istituisce la nuova Commissione parlamentare antimafia. Per Danila Nesci (M5S), relatrice del testo, l’Antimafia avrà più poteri e competenze. Per Rosy Bindi no: siamo di fronte a un passo indietro. “Il testo – dice l’ex presidente dell’Antimafia – non tiene conto di alcune qualificanti proposte avanzate nella relazione conclusiva della passata Commissione, peraltro approvata da tutti i gruppi parlamentari”.
Bindi elenca punti precisi. “Penso alla valutazione sull’impatto antimafia delle nuove leggi, alla possibilità di richiedere al ministero dell’Interno informazioni sulle possibili infiltrazioni criminali nelle amministrazioni locali, alla prerogativa della Commissione che permetteva a deputati e senatori di richiedere al Procuratore nazionale Antimafia l’accesso ai registri e alle banche dati. In questo modo sarà più difficile chiudere i varchi nelle leggi ordinarie che le mafie utilizzano per estendere la loro capacità di condizionare economia e politica”. Anche Avviso pubblico, l’associazione che riunisce gli amministratori schierati sul campo della legalità e della lotta alle mafie, parla di passi indietro. “È stato soppresso il potere della Commissione di richiedere al governo e all’Autorità nazionale anticorruzione le relazioni integrative sugli effetti delle proposte di legge in discussione sulle politiche di contrasto delle infiltrazioni mafiose nell’economia. Tale previsione consentirebbe infatti di evitare – o di rendere molto più difficile – l’approvazione di norme che potrebbero facilitare i traffici illeciti delle organizzazioni criminali e i fenomeni connessi di corruzione: basti pensare alla disposizione, approvata nella legge di bilancio 2018, che ridimensiona i controlli sull’utilizzo dei fondi europei da parte delle aziende agricole, che era stata approvata proprio per contrastare gli interessi dei clan mafiosi. Analogamente è stato eliminato il potere di richiedere al governo elementi relativi alla situazione dei comuni interessati da infiltrazioni mafiose e sull’azione di ripristino della legalità delle commissioni straordinarie”.
La replica di Danila Nesci, Movimento 5 Stelle, relatrice della proposta di legge. “La Commissione antimafia, oggi, ha più poteri di quanti ne aveva in passato. Sul primo punto sollevato dall’ex presidente Bindi, dico che è davvero strano chiedere al governo una valutazione sul grado di impatto antimafia su leggi approvate dal Parlamento. Per quanto riguarda la penetrazione delle mafie nei Comuni, ricordo che lo scioglimento per mafia è un processo delicatissimo, chiedere in anticipo giudizi e relazioni può creare una serie di problemi. Non farei polemiche sull’accesso alle banche dati della Procura nazionale antimafia. L’articolo 5 della legge disciplina e amplia la possibilità di richiedere atti. Diciamo che nella relazione conclusiva della precedente Antimafia questa parte era scritta male. Ciò detto, guarderei anche alle nuove competenze affidate alla Commissione. Il gioco d’azzardo e le scommesse, il riciclaggio, il rapporto tra informazione e mafie”.
Niente imboscate, oggi la Camera taglia i vitalizi
Alla fine la Lega ha detto sì: niente imboscate sui vitalizi, si vota il testo di Roberto Fico. Per i Cinque Stelle è la prima vera bandiera di questa legislatura: tutti gli assegni degli ex parlamentari saranno ricalcolati con metodo contributivo, secondo il “coefficiente Boeri” studiato appositamente dal presidente dell’Inps. Un taglio profondo, che dovrebbe far risparmiare ai bilanci della Camera circa 40 milioni di euro all’anno.
Non è stata una battaglia semplice, quella della terza carica dello Stato. Fico ha dovuto lavorare fino all’ultimo momento per superare le resistenze leghiste. Fino a ieri pomeriggio i deputati del Carroccio erano ancora decisi a tentare di rimandare la votazione. L’ultima ipotesi è stata quella di imporre un ulteriore emendamento alla delibera Fico che obbligasse a chiedere un parere del Consiglio di Stato, come sta per fare il Senato presieduto da Maria Elisabetta Casellati. Ma come ha poi riconosciuto il capogruppo leghista Riccardo Molinari, “per gli emendamenti ormai siamo fuori tempo”.
Fico, accusato di aver fatto tutto da solo, negli ultimi giorni ha iniziato a inseguire i colleghi del Carroccio – soprattutto il battagliero Marzio Liuni e lo stesso Molinari – per trovare una mediazione. L’ultima rassicurazione è arrivata sugli assegni di reversibilità: saranno tutelati i congiunti degli ex onorevoli che si trovano in condizioni economiche precarie.
L’ultima parola è stata quella di Matteo Salvini. Il capo della Lega ha spiegato ai suoi che il taglio dei vitalizi va fatto – è uno dei punti del contratto di governo – e che non si può passare di fronte all’opinione pubblica come quelli che difendono un privilegio della casta.
Salvini ha comunicato al suo capogruppo di ordinare il “sì” alla delibera Fico e poi alle 18 e 20 ha dettato la sua posizione pubblica alle agenzie di stampa: “Il taglio di privilegi e vitalizi del passato era, è e rimane una priorità mia, della Lega e del governo. Prima lo si fa, meglio è, perché i politici non abbiano nulla in più e nulla in meno rispetto a tutti gli altri cittadini italiani”.
Gioco, partita e incontro: a meno di ribaltamenti clamorosi e improbabili, la delibera Fico andrà in porto alle 13.30. Con Lega e Cinque Stelle voteranno anche il dem Ettore Rosato e probabilmente Luca Pastorino di LeU. Il centrodestra – Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia – ha presentato un maxi-emendamento che riscrive la delibera con tagli meno dolorosi per gli ex onorevoli. La Lega ha anche accarezzato l’ipotesi di appoggiarlo, ma un “tradimento” sui vitalizi avrebbe aperto una crisi con i Cinque Stelle difficilmente sanabile. Luigi Di Maio non ha mancato di farlo presente al suo alleato.
Dunque si apre una giornata a suo modo storica, almeno da quando il trattamento economico dei politici è diventato uno dei principali rovelli dell’opinione pubblica (correva l’anno 2007, La casta di Rizzo e Stella diventava uno straordinario caso editoriale).
I Cinque Stelle potranno ben dire di aver tenuto fede a una loro battaglia costitutiva e a uno dei primi punti del programma. La Lega non poteva che accodarsi e prendersi parte del merito.
Quello che nasce oggi rimane un sistema bifronte: almeno fino a quando la presidente Casellati non deciderà eventualmente di mettersi in pari, le pensioni di ex deputati ed ex senatori saranno sottoposte a due regimi completamente diversi. Poi resta ancora l’ultimo ostacolo: l’agguerritissima associazione degli ex parlamentari, pronta a far piovere decine di ricorsi per incostituzionalità a ogni livello possibile. Ma nel frattempo il primo presidente della Camera grillino può mettere il suo nome sullo scalpo dei vitalizi.
“È incostituzionale negare benefici ad alcuni ergastolani”
Una nuova decisione della Corte costituzionale rischia di dare il via a una valanga di richieste. La Consulta ha infatti stabilito che “è incostituzionale negare qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo per aver causato la morte di una persona sequestrata a scopo di estorsione, terrorismo o eversione, prima che abbiano scontato 26 anni di detenzione”. “La preclusione assoluta – dice la Corte – è intrinsecamente irragionevole alla luce del principio stabilito dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, secondo il quale le pene ‘devono tendere alla rieducazione del condannato’”. Con la sentenza depositata ieri, è stato così dichiarato incostituzionale l’articolo 58 quater, comma 4, della legge n.354/1975 sull’ordinamento penitenziario. La questione era stata sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Venezia: un ergastolano per sequestro a scopo di estorsione e omicidio chiedeva la semilibertà avendo trascorso più di 20 anni in cella, dove si era impegnato in attività lavorative e di studio. “La personalità del condannato – scrive la Corte – non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso (…); ma continua a essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento”.