L’uomo di Mani Pulite cominciò dagli industriali

Lo avevano accusato di voler delegittimare, o addirittura “distruggere”, il Csm. Per le dure accuse che con il suo gruppo, Autonomia e Indipendenza, rivolge alle degenerazioni correntizie del Consiglio superiore della magistratura, contro le “nomine a pacchetto” e le spartizioni tra correnti, “uno a te e uno a me”. E ora nel Csm ci entra come il più votato dei togati, 2.522 preferenze su 8.010 votanti. Segno che ha raccolto la voglia di rinnovamento che un tempo era catalizzata da Md e Movimento per la giustizia, oggi assemblati in Area, veri sconfitti di questa tornata elettorale.

Gli rimproverano di essere di destra: Davigo risponde sorridendo e ricordando l’epopea di Mani Pulite. Entrò nel pool con il compito di dare una corretta veste giuridica, lui che era il “dottor sottile” del gruppo, alle accuse per i “reati di porcata” contestati dal collega Antonio Di Pietro. “Passammo subito per toghe rosse”, ricorda Davigo, “poi per toghe nere, poi dissero che eravamo pagati dalla Cia, poi che eravamo comunisti e avevamo risparmiato il Pci. In pratica avremmo salvato il Pci coi soldi della Cia”. A una battuta caustica non sa rinunciare. E questo lo fa amare anche dal grande pubblico, che apprezza il suo parlar chiaro. “Io non mi occupo di politica, solo di politici quando rubano”. Del resto, “la classe dirigente, quando delinque, fa più danni dei criminali di strada”. E i politici “non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi: oggi rivendicano con sfrontatezza quello che ieri facevano di nascosto”. Matteo Renzi lo ha definito “khomeinista giudiziario” per aver detto che “un cittadino assolto non è detto che sia innocente”. Lui risponde con un esempio: “Se un’intercettazione che prova che Tizio è il mandante di un omicidio è inutilizzabile, Tizio sarà assolto. Ma resta un assassino, ben diverso da un innocente. Noi rispettiamo il principio giuridico della presunzione d’innocenza, ma nessuno la utilizza nella vita di tutti i giorni: se il vicino di casa è stato condannato per pedofilia, anche se la sentenza non è definitiva, difficilmente gli chiediamo di tenerci i bambini”.

Nato in Lomellina 67 anni fa, laureato in Giurisprudenza e in Scienze politiche, fa il militare come ufficiale (“Mi sento essenzialmente un uomo d’ordine”), va a lavorare all’Unione industriali di Torino (“Mi occupavo di relazioni sindacali per i ‘padroni’; come ha detto un mio amico: una vita al servizio della repressione”). Diventato magistrato, fa il giudice a Vigevano, poi il pm a Milano, dove si occupa di corruzione e tangenti ben prima di Mani Pulite. La sua lunga esperienza gli fa dire che “gli organi preposti alla repressione svolgono la funzione che in natura è svolta dai predatori, selezionare la specie: prendiamo le zebre lente, rimangono quelle più veloci”. Dal 2005 è giudice in Cassazione. Nel 2015, in aperta polemica con Cosimo Ferri, magistrato che entra nel governo, esce da Magistratura Indipendente e fonda Autonomia e Indipendenza. Viene eletto al vertice dell’Associazione nazionale magistrati, ma alla scadenza del suo anno di presidenza lascia la giunta dell’Anm contestando le spartizioni correntizie degli incarichi direttivi dei magistrati.

Gli avvocati non lo amano, perché li ha accusati di essere una delle cause della lunghezza dei processi: “In Italia ce ne sono troppi, aumentano la conflittualità: per ridurre i processi bisogna ridurre gli avvocati”. Però lo temono, almeno secondo il dialogo tra un cliente e il suo difensore rivelato da una intercettazione telefonica: nel prendere accordi per la parcella, il legale chiedeva all’assistito chi fosse il pm che lo aveva messo sotto indagine. “Davigo”, rispondeva il cliente. E l’avvocato: “Allora voglio il doppio”.

Csm, Davigo è il più votato. Ma crescono i conservatori

Piercamillo Davigo ha stravinto le elezioni dei togati al Csm, quota Cassazione, e Unicost , la corrente maggioritaria tra i magistrati, finora, le ha perse. Così come Area, la corrente di sinistra, maggioritaria al Consiglio uscente.

Oltre Davigo andrà a palazzo dei Marescialli, come giudice di legittimità, Loredana Micciché, di Magistratura Indipendente, la corrente più conservatrice nonché ex corrente di Davigo che, come noto, ha fondato insieme ad altri colleghi Autonomia e Indipendenza. Gli sconfitti sono Carmelo Celentano, storico di Unicost e Rita Salorenzo di Area, ex segretario di Magistratura Democratica.

In cinque elezioni con il nuovo regolamento (del 2002) è la prima volta che né Unicost né Area hanno al Csm un consigliere proveniente dalla Cassazione.

Per quanto riguarda i giudici di merito, 13 candidati per 10 posti, lo scrutinio si è fermato al 50% e riprenderà oggi. . Ha puntato sul corporativismo ed eleggerà tutti e tre i suoi candidati (oggi ne ha due). Area dovrebbe perdere un consigliere giudice (oggi ne ha 4) a favore di AeI, che eleggerebbe un giudice su due candidati presentati. Stabile Unicost con 3 giudici.

Tornando al voto per la quota Cassazione, Davigo ha più che raddoppiato le preferenze, se si fa riferimento all’ultimo voto delle toghe, cioè quello per l’Anm. Due anni fa aveva ottenuto 1100 preferenze (sempre il più votato dei candidati). Questa volta ha ottenuto 2522 preferenze su 8010 votanti. Un gran successo se si considera anche che la partita per il Csm, dove passa il potere della magistratura (in senso buono e cattivo) è di gran lunga più difficile di un’elezione per il “Parlamentino” dell’Anm.

Rispetto ai dati definitivi della Suprema Corte, si può dire che questo segmento di voto fa emergere una nuova fotografia sociologica della magistratura: più legata all’identità e all’integrità professionale. E Davigo la incarna anche come simbolo di Mani Pulite e della battaglia di una vita, dura e pura, contro la corruzione. Essendo una figura carismatica e trasversale, ha raccolto preferenze anche oltre le correnti.

Le categorie di destra e sinistra non si possono applicare più, specie come conosciute finora, neppure in magistratura così come in politica. Tanto per fare un esempio, Area con Rita Sanlorenzo è arrivata per ultima. La corrente di sinistra paga anche l’accusa, a torto o a ragione, di essere stata troppo filogovernativa con i governi Letta-Renzi-Gentiloni. Idem Unicost. Oltre al fatto che non è un mistero l’avversione di una parte di Area per questa candidata che ha aperto la campagna elettorale con una infelice intervista contro Davigo al limite dell’insulto personale. Ha avuto 1528 preferenze contro le 1800 preferenze che contava, sulla carta, Area come corrente. Una gran parte dei magistrati di Area per la Cassazione potrebbe aver votato scheda bianca(328 in totale) o aver annullato la scheda (157 in totale) e qualcuno potrebbe aver votato Davigo o Micciché..

L’altra vittoria, oltre quella del leader di AeI è sicuramente da attribuire a Loredana Micciché. La candidata di Mi ha ottenuto 1761 preferenze, la sua corrente partiva da un pacchetto, sempre sulla carta, di 1600 preferenze. Quindi anche per la Cassazione trend in crescita per la corrente che ha visto impegnato in campagna elettorale pure il navigatissimo Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e deputato del Pd, ma ancora punto di riferimento della sua corrente.Partita chiusa prima del voto, invece, quella dei pubblici ministeri: 4 i candidati per quattro posti: Sebastiano Ardita, AeI, Giuseppe Cascini, Area, Antonio Lepre, Mi e Luigi Spina, Unicost. Se i dati oggi saranno confermati, Magistratura Indipendente potrebbe essere, al posto di Area, la corrente maggioritaria al Csm.

I ministri Salvini

La notizia che Matteo Salvini ha spiccato un mandato di cattura, a carico dei migranti ammutinati sul rimorchiatore Vos Thalassa prima di essere trasbordati su una nave della Guardia costiera italiana non può che riempire di entusiasmo chi riteneva sprecato il Cazzaro Verde negli angusti panni di segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Interni, nonché aspirante ministro delle Infrastrutture e Trasporti ma soprattutto Porti, degli Esteri, della Difesa, della Giustizia, dell’Economia, del Lavoro, ma anche twittatore folle, protagonista compulsivo di dirette Facebook e storie Instagram. Ieri, mentre la nave Diciotti della nostra Marina si avvicinava al porto di Trapani, come disposto dal ministro competente Danilo Toninelli, per la semplice ragione che trattasi d’imbarcazione italiana, il ministro incompetente ha dichiarato, con la consueta sobrietà e prudenza: “Prima di concedere qualsiasi autorizzazione attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori che dovranno scendere dalla Diciotti in manette. Non autorizzerò lo sbarco finché non avrò garanzia che delinquenti finiscano in galera”. Ce l’aveva con due dei 67 migranti che avrebbero dato in escandescenze sulla Vos Thalassa per non essere passati alla Guardia costiera libica che li avrebbe riportati a Tripoli.

Ora, è vero che a norma del vecchio e polveroso Codice penale, scritto nel 1930 dal noto radical chic Alfredo Rocco, Guardasigilli del governo buonista Mussolini, a decidere l’eventuale cattura dei due reprobi dovrebbe essere la magistratura. Nella fattispecie, la Procura e il Gip di Trapani. Ma lo statista padano non bada a queste sottigliezze e lo stesso procuratore trapanese, Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone, si sentirà senz’altro sollevato dall’ennesimo carico di lavoro che stava per aggiungersi agli altri. D’ora in poi, a norma del Codice Salvini, le Procure saranno sgravate dal compito di esaminare le notizie di reato a carico di migranti e di disporre i provvedimenti cautelari del caso: penserà a tutto il ministro di Tutto. Nei ritagli di tempo fra una diretta Facebook, un tweet e una storia Instagram, vergherà le richieste di custodia, poi cambierà tavolo e le esaminerà, poi – dopo lunga riflessione – le accoglierà e le diramerà alle forze dell’ordine. A quel punto gli arrestati ricorreranno al Tribunale del Riesame, oggi formato da tre giudici ma in futuro da uno solo, Salvini, che nelle vesti di Tribunale del Cazzaro rigetterà tutti i ricorsi.

Ai detenuti non resterà che appellarsi alla Cassazione, ma anche lì, con loro grande sorpresa, s’imbatteranno nel giudice Matteo che in qualità di Ermellino Monocratico si riunirà in camera di consiglio con se stesso, allo specchio, e confermerà le decisioni precedentemente assunte da sé medesimo. Lo stesso accadrà al processo, che lo vedrà saltellare come Arturo Brachetti dal banco dell’accusa al seggio del Tribunale, e poi in appello e in Cassazione sugli scranni dei rispettivi procuratori generali e collegi giudicanti. Con notevole risparmio di tempo e denaro per la giustizia italiana, notoriamente lenta e costosa. È un vero peccato che questa riforma della Giustizia non fosse ancora in vigore quando partì il processo sui fondi pubblici rubati dalla Lega, che ha portato al recente ordine della Cassazione di confiscare 49 milioni di refurtiva in tutti i conti presenti e futuri del (o riferibili al) partito. Anzi, all’epoca, Salvini pareva piuttosto felice per le condanne di Bossi e Belsito, anche perché senza quei processi il segretario della Lega sarebbe ancora il Senatur e il povero Matteo un oscuro parlamentare europeo (oscuro soprattutto per gli altri parlamentari europei, che lo vedevano di rado), costretto a strillare ogni giorno contro l’Europa ladrona che gli pagava un lauto quanto immotivato stipendio. Non aveva calcolato che il figlio unico eredita tutto, il bello e il brutto. Anche i debiti. E così aveva ritirato la costituzione di parte civile contro Bossi e Belsito, confermando – ove mai ve ne fosse bisogno – che la “nuova” Lega non si sente affatto vittima dei reati commessi dalla vecchia. Quindi non dev’essere risarcita, ma deve risarcire. L’altro giorno il giureconsulto padano ha chiesto udienza al presidente Sergio Mattarella per parlare della sentenza della Cassazione, come se il presidente della Repubblica e del Csm fosse il quarto grado di giudizio. Mattarella ovviamente l’ha fatto parlare di tutto fuorché di quello. Lui però è uscito molto soddisfatto.

Ora che si elegge il nuovo Csm, c’è pure l’eventualità che tenti di diventarne membro laico, o magari togato. Il suo caso ricorda quello dell’avvocato Carlo Taormina che, sul delitto di Cogne, riuscì a incarnare tutte le parti processuali: prima accusatore televisivo di Annamaria Franzoni, poi avvocato difensore, poi per un certo periodo indagato per certi depistaggi del suo detective a base di sangue di gatto (scoperti perché realizzati ex post sopra il Luminol anziché sotto). E poi concesse il bis quando divenne sottosegretario all’Interno del secondo governo B., mentre difendeva un boss contro cui il suo governo era parte civile. Fu allora che Michele Serra lo ribattezzò “gli avvocati Taormina”. Ora abbiamo “i ministri Salvini” (cognome non a caso plurale), che pretendono pure di fare i pm e i gip. Qualcuno potrebbe spiegargli, se non la separazione dei poteri (concetto troppo complesso per la sua fragile cultura), almeno la separazione delle funzioni. Se fai il pm, non puoi essere gip, e viceversa. Ma il rischio è che risponda: “Per la jeep è finita la pacchia, ora comanda la ruspa”.

Icone, divinità, statue: un kitsch mundial

Il Mondiale è un capolavoro. I campioni sono come dei, caduti sul campo, ma ancora venerati e ritratti come idoli. I cimeli della Cccp e della vecchia nazionale sovietica si trasformano in pezzi di antiquariato, preziosi più dei ricordi. Il calcio diventa anche arte: basta muoversi per le città per trovare simboli a ogni angolo e nell’immaginario dei tifosi.

Nella Fan Zone, a esempio, accanto alla Chiesa del Sangue Versato che ospita reliquie e icone, hanno appeso un’enorme tela col faccione di Gianluigi Buffon, la “Gioconda dei portieri”, dicono: un po’ kitsch, ma all’estero un portiere italiano vale come un Da Vinci. A Mosca anche il museo Puskin delle Belle Arti, in onore del grande evento ospitato dalla Russia, ha aperto una mini-rassegna di dipinti e fotografie di Alexander Rodchenko e Varvara Stepanova, maestri dell’avanguardia russa e cultori dell’atletismo.

A San Pietroburgo, invece, è un artista italiano emigrato in Russia ad aver dedicato una rassegna alla Coppa del mondo: un po’ per passione (lo aveva già fatto ai tempi dello scandalo calcioscommesse), un po’ per consolazione dall’assenza dell’Italia, Francesco Attolini ha trasformato il torneo in una mostra. Mai titolo così indovinato per descrivere cosa succede durante un Mondiale: “Niente nella vita di un uomo ha senso quanto una partita di calcio”.

Sculture dei protagonisti della cavalcata russa, mezzi busti e profili di Cherchesov e Dzyuba, che per i tifosi di casa sono ormai davvero eroi nazionali. E l’idea di fondo della divinizzazione del campione: Messi e Ronaldo come dei del calcio, uno novello Mosè, l’altro dipinto come un’icona medievale su sfondo dorato; “Santa Maradona” come Gesù, con una corona di spine in testa e il sangue che cola (però dal naso).

“Quando ero piccolo odiavo il calcio, proprio non mi spiegavo perché tutti i miei coetanei ci andassero pazzi. Poi ho capito che non è solo uno sport, ma uno strumento straordinario per trasmettere emozioni, forse il più potente della nostra epoca”, spiega Cristiano Ceretti, una delle firme esposte.

E poi una serie di divise inventate: Russia-Stati Uniti, Albania-Serbia, le due Irlande, nazionali impossibili (ma chissà fino a che punto: durante le ultime Olimpiadi invernali di Pyeongchang, Corea del Nord e del Sud hanno gareggiato davvero sotto un’unica bandiera nell’hockey su ghiaccio), divise dalla storia e magari unite dal pallone.

“Spesso l’arte moderna è intesa come provocazione, invece stavolta io ho cercato di concepire una mostra che fosse un momento di incontro e condivisione”. Proprio come il Mondiale.

La Francia plurale più forte del melting-pot rosso belga

“Guardate come camminano tronfi ed arroganti!”. Il problema non è solo aver perso una semifinale mondiale, la partita più importante della loro storia, la grande occasione per una generazione d’oro che prometteva di riscrivere le gerarchie del pallone e la tradizione modesta di un Paese poco calciofilo. Il vero dramma per i belgi è averlo fatto contro la Francia, a cui assomigliano senza esser loro, che li prende in giro da una vita e di nuovo ha ricordato la sua superiorità, conquistando la finale.

Depressi, dopo l’1-0 tornano in albergo, qualcuno riparte nella notte. Sognavano di conquistare la loro prima finale, sfatando un tabù secolare. Si sono ritrovati beffati da un calcio d’angolo, e poi sbeffeggiati dai tacchi e le accelerazioni della stella Mbappé; quasi peggio di Baudelaire che a metà Ottocento scriveva un feroce pamphlet (Pauvre Belgique), sugli stereotipi dei cugini. Purtroppo per loro, anche ieri dall’altra parte c’era la Francia, la nazionale più talentuosa di questa edizione, che il campo sta dimostrando di essere pure la squadra più forte (e più fortunata).

“Più che vicini, ma non proprio amici”: per usare le parole del primo ministro francese, Edouard Philippe, la prima semifinale (stasera Croazia-Inghilterra) era praticamente un derby. Ma quasi a senso unico, sentito soprattutto dai bistrattati belgi, molto meno dai francesi, che si credono superiori a mezzo mondo, figuriamoci dei vicini di casa che parlano la loro stessa lingua, ma con un accento bizzarro, non mangiano nouvelle cuisine ma cozze e patatine fritte; una specie di succursale di campagna. Da Lévi-Strauss a Tony Parker sono tanti i francesi nati belgi che hanno preferito Parigi. Persino Eden Hazard, fenomeno e capitano dei Diavoli Rossi, è cresciuto nel mito de Les Bleus: “Con i miei fratelli da piccoli tifavamo per loro”, ha detto prima del match. Proprio lui fino al gol del vantaggio di Umtiti era stato il migliore di una squadra che sembrava pronta per vincere. Partita equilibrata, all’altezza di una sfida fra due grandi del calcio mondiale: gioco e fisicità del Belgio, strappi e organizzazione della Francia, occasioni da una parte e dall’altra (ma a prevalenza belga). Poi basta un secondo, un colpo di testa su angolo, e dalla curva francese ripartono sfottò per i prossimi decenni, con la formazione di Martinez incapace di reagire e quella di Deschamps bravissima a gestire, con una maturità che una squadra così giovane non dovrebbe avere.

La Francia, già vicecampione d’Europa, è in finale mondiale e in attesa di conoscere l’avversaria si gode il successo, con un sapore speciale. Il pallone non fa eccezione a questa rivalità: si contano decine di sfide, quasi tutte amichevoli, dove il bilancio è sorprendentemente a favore dei Diavoli Rossi, per cui questa non è mai stata una partita normale. I francesi, però, hanno avuto Zidane e Platini, un Mondiale e due Europei, quando contava hanno vinto sempre loro. Il Belgio, invece, vantava una sola grande nazionale, quella dell’86, a cui proprio i cugini negarono la gioia del terzo posto nella finalina di consolazione in Messico. E poi questa new generation di De Bruyne e Hazard, costruita e coccolata, di nuovo battuta al momento decisivo dagli eterni rivali. “Povero Belgio” per davvero: adesso chi li sente più i francesi.

La juve ha il suo CR7. “Inizio un nuovo ciclo”

Cristiano Ronaldo alla Juventus era già il colpo del secolo prima che il sito del Real lo annunciasse, figuriamoci adesso. Con Leo Messi, è l’unico extraterrestre in circolazione, cinque Palloni d’oro e cinque Champions, oltre a un sacco di altra roba. D’accordo, al Mondiale ha fatto “solo” quattro gol e il suo Portogallo, come l’Argentina della Pulce, è uscito agli ottavi. Rimane la notizia, una notizia enorme: comunque vada a finire il nuovo capitolo del nuovo romanzo. Florentino Perez incasserà 112 milioni di euro. Per Cristiano è pronto un contratto quadriennale da 30 milioni netti. In tutto, calcolando la provvigione di Jorge Mendes, il grande tessitore, un’operazione da 430 milioni lordi.

Cristiano è un’industria, ha 33 anni e questo è il rischio che accompagna il fascino di un trasferimento che, per una volta, definire epocale non significa illuminarsi d’incenso. Poi, naturalmente, sarà quello che sarà: per il bilancio della Juventus e l’effetto domino sugli stipendi degli altri titolari. Irrompe, Cristiano, in un avventurato scorcio che vede un Mondiale senza Italia dopo 60 anni; il Milan squalificato dall’Europa; molte società con l’acqua alla gola; una Federazione litigiosa e a caccia disperata di un presidente. In attesa di verificarne l’impatto ambientale – e comunque: 44 gol in 44 partite nell’ultima stagione, 15 gol in 13 gare di Champions e capocannoniere da sei anni – la Serie A, ridotta a “badante” di Premier e Liga, ritrova d’incanto un fuoriclasse assoluto. Bisogna risalire al secolo scorso, agli anni Ottanta e Novanta quando i re eravamo noi, e da noi banchettava la meglio gioventù del mondo, per legare la cronaca alla storia. Nel 1982, a 27 anni, sbarcò Michel Platini: e la Juventus diventò una raffinata signora di mezza età. Nel 1983, Udine accolse il trentenne Zico al grido di “o Zico o l’Austria”. Nel 1984, Napoli sposò Diego Armando Maradona: aveva 24 anni, fece la rivoluzione. Senza trascurare, in ordine sparso, gli olandesi del Milan, Ruud Gullit e Marco Van Basten, e quel cingolato tedesco di Lothar Matthaeus che rese di ferro l’Inter del Trap. Zinedine Zidane studiò a Torino, scuola Juventus, dal 1996, a 24 anni, e dopo cinque puntò deciso su Madrid, sponda Real.

Da un Ronaldo all’altro. Sono questi i confini. Alludo al Ronaldo brasiliano, un fenomeno che presto definimmo Fenomeno, con la maiuscola. Era l’estate del 1997, non aveva ancora 21 anni, veniva dal Barcellona, Massimo Moratti lo portò all’Inter pagando 52 miliardi di lire (oggi, 26 milioni di euro): altra epoca, altra moneta. Ecco: era da quei tempi lì che non tornavamo, di prepotenza, al centro del sistema, citati e invidiati. Carta canta: non vinciamo l’Europa League dal 1999, quando ancora si chiamava Coppa Uefa (Parma), e la Champions dal 2010 (l’Inter del triplete). Dicono che sia stato l’applauso dello Stadium, dopo l’acrobazia con la quale rovesciò la Juventus, a suggerirgli l’idea.

Se Messi, un genio, ha scelto Barcellona per costruirvi i suoi trionfi, Cristiano ha vinto dovunque e comunque, dallo Sporting di Lisbona che lo forgiò al Manchester United di sir Alex Ferguson che lo lanciò, dal Real Madrid che l’ha consacrato al Portogallo campione d’Europa nel 2016. “Grazie a tutti, grazie di tutto, ma avevo bisogno di una nuova sfida”: così ha salutato i tifosi madridisti, devoti alla sua “religione” dal 2009. È un trasferimento che non appartiene alla filosofia della Juventus. Andrea Agnelli, Beppe Marotta e Fabio Paratici pensano all’indotto, ai proventi che deriveranno dal salto in alto del marchio, a quella benedetta Champions che proprio CR7, con una doppietta, si prese a Cardiff. Il ceto medio e il ceto colto del tifo annusano le macerie di Calciopoli e, commossi, sognano a occhi chiusi come bambini, increduli di fronte a un “regalo” che ha fatto rosicare persino Moratti. La squadra dei sette scudetti e delle due finali più uno dei migliori giocatori del mondo quanto farà? Fuori campo, tanto: sempre che abbiano fatto bene i conti. In campo, dipende da Massimiliano Allegri. Prendetela per una battuta, ma tenetelo presente. È probabile che venga sacrificato qualche pezzo grosso come Gonzalo Higuain, costato 90 milioni e in orbita Chelsea; e magari qualche giovanotto di belle speranze come Daniele Rugani, pure lui sul taccuino di Maurizio Sarri. Chi scrive, non ci credeva.

Neppure Fabio Capello, se è per questo. E così, nel giro di otto anni, la Juventus è passata dal no di Totò Di Natale al sì di Cristiano Ronaldo. Però.

Il prurito del marito se la vicina è Marilyn

Aria condizionata a palla, frigo emergenziale e casa deserta: mentre la moglie (con prole) è in vacanza, il marito resta al chiodo. Finché non gli appare una vicina di casa dalle sembianze di Marilyn Monroe. Tutto il mondo è paese e luglio funziona(va) così, con un immaginario collettivo sbizzarrito in ogni angolo del pianeta cinematografico ma con il suo indiscutibile apice nel grande classico firmato da Billy Wilder nel 1955. Quando la moglie è in vacanza appartiene a tutti e a chiunque, superando il cinema per appartenere al mito universale: alzi la mano chi non abbia già negli occhi l’immagine di Marilyn sopra una grata immersa nelle pieghe della gonna bianca sollevata dal passaggio della metropolitana?

Generazioni di uomini l’hanno sognata, generazioni di donne l’hanno imitata. Ma la commedia che la 20th Century Fox produsse e distribuì nelle sale non si limitava, naturalmente, a questo: ispirata alla pièce teatrale The Seven Year Itch di George Axelrod andava a scoprire con sagace levità il nervo più sensibile della relazione di coppia, riferito evidentemente alla fedeltà coniugale durante la separazione estiva. Dopo aver spedito moglie e figli nel fresco Maine, Richard si trova solo a Manhattan alle prese con la tentazione maiuscola di resistere alla bomba sexy per antonomasia, rendendosi anche conto dei rischi comportati dal settimo anno di matrimonio, da cui il titolo originale dell’opera che in italiano suona con Il prurito del settimo anno. Per chi avesse voglia di rigustare il “sogno proibito” di una Marilyn al meglio della forma e delle forme può affidarsi all’home video o volare in Piazza Maggiore a Bologna dove stasera Quando la moglie è in vacanza è proiettato nell’ambito del programma “Sotto le stelle del cinema”.

Un mondo che sa ancora insegnare

Pubblichiamo l’introduzione di Mauro Corona al libro di Luigi Maieron “Te lo giuro sul cielo”

Il grande Macedonio Fernández, maestro di Borges, invocava un aiuto divino in questo modo: “Dio mi salvi dai lunghi preamboli e dai cattivi epiteti”. Fedele all’antico maestro, nemmeno io spanderò troppa voce sullo splendido libro di Luigi Maieron, musicante e amico. Leggendo le sue pagine si cammina sulla cenere dei ricordi, sollevando la polvere di un mondo antico, ormai sepolto per sempre. Sia chiaro, non è un libro nostalgico, pregno delle reminiscenze retoriche di un “allora si stava meglio”. No. È un documento atto a salvare la memoria, che altro non è se non l’accaduto di bene e di male nel corso dei secoli. In queste pagine si vaga tra le ombre calpestando quella cenere grigia come le barbe dei vecchi che sovente appaiono tra le righe. Così, come la vera vita, ignorata dal mondo rutilante, si trova sotto le foglie, sotto la cenere di Te lo giuro sul cielo sopravvive tenue come un germoglio il palpito di quelle vite disperse. Leggeri battiti di cuori dimenticati che, con un po’ di attenzione, si possono ancora ascoltare. Viktor Wolf von Glanvell scrisse: “Una volta era cantata una canzone là in alto nel bosco fitto. Adesso quel suono è andato morendo, disperso, finito”. […] Vi è dell’autobiografia in questo libro, ma non per esaltazione personale o narcisismo. E nemmeno per dare in pasto al pubblico il vissuto arduo e tribolato di un autore. Non è così.

È solo per dire ai giovani di accontentarsi del poco. E godere dei giorni belli. Ai nostri tempi c’era miseria, si masticava di tutto: polente fredde che il giorno prima erano calde, ansie, fatiche e solitudini. Se appariva qualche pezzo di tonno non era necessario che si tagliasse con un grissino per divorarlo. Nel libro il tempo trascorre inesorabile, perdendo qua e là memorie, dolori, gioie e destini umani, come un contadino perde per strada i chicchi della semina. Niente frutterà di quel perduto, niente tornerà a riportare quelle vite dimenticate. Solo le testimonianze di chi le visse potranno scolpire nel marmo della storia le vicende del tempo che fu. Ci vogliono testimoni come Gigi Maieron, e molti altri in ogni epoca, a imbalsamare la memoria come una mummia per poterla studiare. […] Iosif Brodskij ebbe a dire: “Se c’è qualcosa che può sostituire l’amore questo è la memoria”. Maieron lo ha fatto. In musica e prosa, anzi: una prosa musicale. Con lealtà e dolcezza […]

Waters la leggenda costretto ancora a cantare “The wall”

Gli stramaledetti Muri. Waters aveva costruito il suo senza neppure rendersene conto. C’era voluto uno scioccante sputo in faccia a un fan perché Roger si rendesse conto della sua alienazione da rockstar. Il pretesto era stato risibile: 6 luglio ‘77, stadio di Montreal, i Pink Floyd incatenati al tour di Animals. Il pubblico canadese distratto. Un ragazzo si avvicina al palco. Waters lo individua come capro espiatorio. Ci vuole un attimo per metabolizzare l’oscenità del gesto, mesi di psicoterapia per accettare la propria bipolarità.

Ma è da quell’oltraggio punk che nasce la maestosa metafora di The Wall. Sì, agli inizi degli anni Ottanta c’è quello di Berlino ancora presidiato dai vopos. Nel Terzo millennio le barriere sono altrove: Trump prepara il Muro al confine col Messico, Waters giura che andrà a suonare lì davanti. Intanto scudiscia Donald: in scena mostra filmati dove lo ritrae come un micropenico o un leader del KKK, e gli dedica “Pigs”. C’è poi il Muro di Gaza: nel 2012 il musicista andò all’Onu a parlare dei Territori come di “una prigione a cielo aperto”. Nei concerti martella contro “l’antisemitismo di Israele, che discrimina i palestinesi sulla base della religione e dell’etnia. Questo è osceno, occorre resistere”. Definisce i palestinesi suoi “fratelli”, e ha battibeccato contro i Radiohead rei di esibirsi in Israele.

Il Medio Oriente è un tema chiave. Durante uno show spagnolo dell’“Us+Them Tour” (che stasera approda a Lucca e sabato sarà al Circo Massimo) ha zittito chi protestava per le armi chimiche in Siria. La risposta di Waters? “I Caschi Bianchi sono una finta organizzazione fiancheggiatrice del jihad, messa su per farci accettare le bombe sulla Siria”. E la chiosa: “È un mondo in cui la propaganda è più importante della realtà”. Prevedibile, per il giro italiano, nuove schermaglie sui social. Dirà qualcosa sui porti italiani chiusi, rinfocolando le polemiche accese dai Pearl Jam? O sorriderà della grottesca fake news sul palco veneziano dei Pink Floyd ’89 contrabbandato come “l’invasione dalla Libia”?

Comunque vada, sarà uno show tecnologicamente inarrivabile, quasi totalmente incentrato sulla carriera con la band (The dark side of the moon la fa da padrone), più che sulle sortite soliste come Is this the life we really want?. Una grandeur artistica, quella del 75enne Roger, figlia di una paradossale frustrazione all’interno dei Pink Floyd. “Gilmour e Wright mi sminuivano, l’atmosfera era tossica”.

Così ha messo su una macchina monumentale: e se il tour del 2013 gli aveva garantito fatturati da 458 milioni di dollari, questo “Us+Them” è destinato a superare il record. Un buon investimento per un repertorio da leggenda.

Non c’è neppure troppo bisogno di attualizzare certi messaggi. The wall era una premonizione sul destino dell’Europa, mascherata da catarsi personale. E Dark Side non era solo l’epos della conquista della Luna, ma qualcosa di più profondo: l’esplorazione del lato buio dell’Uomo. In un disco dai suoni così futuribili che da decenni ci spinge a parlare di un Miracolo del Rock sottratto alla tirannia del Tempo.

21 agosto ’68, la preistoria del Mostro di Firenze

Da oggi, ogni mercoledì, torniamo sul caso irrisolto del Mostro di Firenze, partendo dal duplice omicidio di 50 anni fa che in pochi collegarono a lui.

Ha sei anni. È fuori da un casolare in aperta campagna. È buio nero. Ma lui non appare spaventato. Bussa. Più volte. Poi scandisce bene, con calma: “Aprimi l’uscio perché ho sonno e ho il babbo ammalato a letto, dopo mi accompagni a casa perché c’è la mi’ mamma e lo zio che sono morti in macchina”. È la notte del 21 agosto 1968. Quel bambino si chiama Natalino Mele. Era in auto, una Giulietta 1300 Alfa Romeo, con Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, la mamma e lo zio. Sono andati al cinema insieme poi lui si è addormentato sui sedili di dietro ma si è svegliato sentendo “alcuni botti” che in realtà erano colpi di pistola: nove, tutti marca Winchester serie H, esplosi da una calibro 22. L’auto è parcheggiata in un prato nella campagna nei pressi del cimitero di Signa, alle porte di Firenze. Natalino raggiunge il casolare più vicino e suona, ci vive De Felice. Che si affaccia e lo trova lì, davanti alla porta. Scalzo, assonnato. L’auto è a due chilometri di distanza. Qualcuno deve aver accompagnato quel bambino, chi?

Tra poche settimane saranno trascorsi 50 anni e ancora oggi a questa domanda non c’è risposta. Perché quel delitto venne archiviato come un fatto di corna, un regolamento di conti familiare: il marito della donna, Stefano Mele, dopo un interrogatorio di dodici ore e dopo aver negato più volte il suo coinvolgimento accusando i vari amanti della moglie, confessa il delitto. Ma durante il sopralluogo sembra impossibile sia stato lui, si dimostra totalmente incapace a utilizzare un’arma e confonde persino il lato dell’auto dal quale avrebbe sparato. Mele è un manovale originario della provincia di Cagliari, un uomo mite e succube della moglie. Viene arrestato. Ritratta. Dice di aver agito con un complice: Salvatore Vinci. È lui, sostiene, ad avergli fornito l’arma. Ecco, l’arma: che fine ha fatto l’arma? Mele dice di averla gettata in un canale che scorre lungo il cimitero. La pistola non sarà mai ritrovata. E continuerà a sparare. Altre sette volte. Uccidendo altre 14 persone. In tutto otto duplici omicidi, 16 morti. Quella pistola è l’arma del Mostro di Firenze. Così come i proiettili, sempre e solo marca Winchester serie H. Spara e uccide fino al settembre 1985. Poi all’improvviso il silenzio, più nessuna vittima. La storia del Mostro inizia lì, in quell’agosto di 50 anni fa nei pressi del cimitero di Signa. Ed è ancora oggi un mistero. Forse è l’unico vero mistero italiano. Gli altri casi di cronaca rimasti sospesi nell’incertezza o con una verità giudiziaria poco credibile, da Ustica al sequestro e delitto Moro fino alle stragi di Piazza Fontana, sono più propriamente segreti: qualcuno sa la verità ma è riuscito a insabbiarla, nasconderla, coprirla. L’autore o gli autori dei delitti del Mostro non sono stati mai individuati, non per depistaggi o perché coinvolgessero parti dello Stato, ma per errori investigativi, per incapacità degli inquirenti che hanno affrontare una cosa mai vista né prima né dopo il Mostro in Italia: un serial killer.

Nel 1986, quando ormai le vittime erano 16, venne istituito un apposito nucleo di polizia: Sam, la squadra antimostro. A dirigerla venne chiamato Ruggero Perugini, il “superpoliziotto”, riportato in Italia da Washington dove svolgeva la funzione di ufficiale di collegamento tra l’Fbi e la Dia. Aveva studiato a Quantico, Perugini. E fu lui nel 1992 a mostrarsi in tv per fare un appello al Mostro: “Sai dove trovarmi, io ti aspetterò”. Era il 14 febbraio. Appena due mesi dopo, il 27 aprile, fu sempre lui in persona a trovare una cartuccia marca Winchester serie H nel giardino di Pietro Pacciani, il contadino di Vicchio. Pacciani, il Mostro. Venne condannato in primo grado come unico responsabile di 7 degli 8 duplici omicidi, poi assolto in appello su richiesta della stessa accusa per non aver commesso il fatto ed è morto in attesa del nuovo processo d’appello a seguito dell’annullamento dell’assoluzione da parte della Cassazione. Eppure lui è rimasto il Mostro. Era perfetto per quei panni. Ignorante, violento, stuprava le figlie, picchiava la moglie, aveva già ucciso per un impeto di gelosia negli anni 50. Eppure ha sempre negato di essere il Mostro. Ha parlato di medici, di professori, di stranieri. Ma lui no, lui ha sempre negato. Sì, era un guardone. Lo ha ammesso. Insieme ai suoi compagni di merende, Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Che però saranno individuati anni dopo, da un altro superpoliziotto a capo di un’altra squadra speciale: la squadra mobile di Firenze, Michele Giuttari, che ideò il Gides. Le indagini hanno però quasi sempre riguardato 7 degli 8 duplici omicidi. Ed è questo il primo grossolano errore compiuto e perpetuato dagli inquirenti: escludere il delitto del 1968 a Signa, che rappresenterà la cosiddetta “pista Sarda”. In realtà, i carabinieri hanno sempre insistito su questa pista. Ma le indagini, come detto, sono state in mano ai “superpoliziotti” Perugini prima e Giuttari poi. E chi ha insistito a suggerire di indagare sul primo omicidio del 1968, è rimasto inascoltato, se andava bene. Ad alcuni è andata peggio. Il giornalista Mario Spezi, scomparso nel settembre 2016, venne arrestato e rinchiuso nel carcere perugino di Capanne per ben 20 giorni nel 2006, accusato di aver tentato di inquinare e depistare le indagini perché in un libro ricostruì come cruciale fosse il delitto di Signa del 1968. Ma all’epoca Giuttari e il magistrato umbro, Giuliano Mignini, non sentirono ragioni: credevano di aver individuato il cosiddetto “secondo livello”, i mandanti di Pacciani e dei compagni, i medici che asportavano i feticci dai corpi delle vittime. La cupola ruotava attorno a Francesco Narducci, dottore annegato nel lago Trasimeno nel 1985, poco dopo l’ultimo delitto del Mostro. Pista che si rivelò errata. Come tutte le altre.

(1. continua)