“Il suo cane non abbaia italiano: non lo voglio”

Questo propagarsi del pensiero leghista sta provocando una serie di fenomeni inquietanti. L’ultimo, purtroppo, ha travolto la mia serenità familiare, visto che la pensione di fiducia a cui affido il mio cane da anni quando devo lavorare o se vado in vacanza all’estero, ha deciso di non occuparsi più del mio Godzilla. Il proprietario infatti – quello che è sempre stato un mite signore di 60 anni con la passione per gli animali e le piante grasse –, in seguito al furto di due sacchi di croccantini gusto manzo affumicato per cani taglia media nel suo magazzino, non è più lo stesso.

Per giorni e giorni, subito dopo il furto, sulla sua bacheca Facebook ha scritto che sono stati sicuramente gli zingari che danno da mangiare i croccantini ai figli piccoli e ne è assolutamente certo perché da qualche giorno ha notato che i soliti rom lanciano le bucce di banana nel prato adiacente il suo, ma ora i bambini piccoli prendono le bucce e le riportano indietro nel campo rom.

Qualcuno gli ha fatto notare che sono discorsi fortemente razzisti, ma lui ha risposto che quelli che gli danno del razzista andrebbero censiti e deportati. Fatto sta che ormai avevo prenotato la pensione per dieci giorni e disdire mi sembrava scorretto, per cui qualche giorno fa mi sono presentata col mio Godzilla davanti all’ingresso del grande parco che ospita un trentina di cani. Il signor Osvaldo ha aperto il cancello con aria compunta e l’ha richiuso dietro di sé.

“Mi dispiace signora Lucarelli, ma non posso tenere il suo cane”. “Ma come, io devo partire, eravamo d’accordo da mesi! Come mai?”. “Abbiamo controllato il passaporto di Godzilla e presenta alcune irregolarità”. “Veramente è stato rilasciato dalla Asl, ha il microchip e ha fatto tutti i vaccini…”. “Sì, ma Godzilla risulta importato da un allevamento in Ungheria, quindi di fatto è un clandestino probabilmente di etnia rom”. “Ma è un Cavalier King, è al massimo è inglese, quale etnia Rom! E per giunta è in perfetta salute”. “Ecco! Si è forse chiesta perché qui in Italia arrivano solo Cavalier King belli muscolosi e in salute con microchip dell’ultima generazione? Eh?”. “Forse perché quelli malati non li importano, non lo so, comunque insisto, è un Cavalier King, cosa c’entrano i rom, da cosa lo deduce poi?”. “L’ultima volta che l’ho tenuto qui, ha rubato la gallina di plastica al volpino della gabbia accanto e poi abbaia con un accento strano, si sente che non è italiano…”. “Ma da quando esistono cani che abbaiano in italiano?”. “Senta, lei quanti cani ha ospitato a casa sua?”. “Io ho il mio cane, perché dovrei ospitare altri cani a casa mia?”.

“Ecco, ha visto? Parla ma cosa ne sa lei di come abbaiano i cani non italiani? Noi da ora in poi accoglieremo solo cani originari del nostro paese! Prima i cani italiani”. “Cioè?”. “Cioè questa è una pensione che accoglierà solo pastori bergamaschi, segugi bolognesi, pastori maremmani, lagotti romagnoli. Accoglieremo anche i maltesi ma solo se in cambio a Malta si prenderanno almeno 20 mila segugi napoletani e qualche cirneco dell’Etna”. “Scusi, ma lei sta dicendo delle cose fortemente razziste”. “E lei è una buonista con il Rolex e l’attico a New York”. “Io veramente ho un bilocale in viale Certosa e un Casio da 29 euro, ma poi che c’entra con i cani?”. “C’entra perché qui la pacchia è finita. Lo vede quel cane lì che sta scavando da due ore per distruggere la tana alle talpe che mi stanno danneggiando tutte le aiuole?”. “Sì, certo”. “Mi dica: che razza è?”. “È chiaramente un levriero afghano”. “Ecco, uno dei tanti afghani che rubano il lavoro ai cani italiani!”. “Vabbè, ma scusi, chi le impedisce di chiudere l’afghano nel recinto e di far scavare quel segugio dell’Appennino laggiù?”. “Ma che c’entra, quella è una razza che non è abituata a scavare, mica gli posso far fare certi lavori. Comunque guardi, mi spiace per il suo Godzilla ma basta crociere nella mia pensione, ho chiuso tutti i cancelli! Poi francamente non è che me li posso prendere tutti io ‘sti cani stranieri…”. “Ne tenete 30, al massimo…”. “Senta, è ora di dire stop all’invasione. I cani stranieri andrebbero deportati tutti nei retrobottega dei ristoranti in Corea. Lo dico da animalista, da pensionato, da ex impiegato delle poste, da ex boy scout, da padre, da zio, da nonno, da trisavolo, da uomo di chiesa”. “Io non la riconosco più signor Osvaldo, cosa le è successo?”. “Eh, cosa mi è successo… lo vede quel pastore del Caucaso laggiù?”. “Sì”. “Mi dica cosa vede!”. “Vedo un cane che dorme sotto un albero…”. “E io vedo una risorsa che non fa un cazzo ed è venuta a fare il parassita qui a 35 euro al giorno sulle spalle dei tanti nostri pastori bergamaschi”. “Vabbè, ho capito signor Osvaldo. Io tra due ore ho un aereo e perdo un lavoro, le do 100 euro se mi tiene Godzilla questi 10 giorni”. “Ma per cosa ha scambiato questa pensione, per la terra dei cachi?”. “Su, non me lo faccia lasciare dalla vicina che ha un bulldog con cui Godzilla non va d’accordo…”. “Si azzuffano spesso?”. “Purtroppo sì!”. “Ah beh, allora è un altro paio di maniche. Il suo cane è sì clandestino, ma scappa dalla guerra. Facciamo 150 euro senza fattura?”. “Senza fattura”. “Godzilla, cucciolone! Te lo ricordi Osvaldone tuo che ti dà sempre l’osso di bufalo?”.

Perdersi e ricostruirsi “onLife”: l’identità al tempo di Internet

Dall’on-line all’on-life, il passo è brevissimo, soprattutto se si vive in quella infosfera che Luciano Floridi, filosofo e ordinario di Filosofia ed Etica a Oxford approfondisce e analizza ne “La quarta rivoluzione”, punto di partenza e arrivo imprescindibile per capire come gli sviluppi nel campo della tecnologia dell’informazione e della comunicazione (Ict) stiano modificando chi siamo e che tipo di relazioni sviluppiamo con gli altri e con il mondo. Si prenda l’identità: cosa è diventata nell’era dei social network? L’aggiornamento del sé sociale è “il principale canale attraverso cui le Ict e in particolar modo i social media interattivi esercitano il loro profondo impatto sulle nostre identità personali”, spiega Floridi. In sostanza, se cambiamo le condizioni sociali in cui viviamo e la rete di relazioni in cui ci muoviamo e anche il flusso di informazioni di cui godiamo, allora è possibile aggiornare il nostro sé sociale, cosa che ha una ricaduta sulla concezione che abbiamo di noi stessi, conformando la nostra identità personale. Normalmente, insomma, se qualcuno pensa qualcosa di noi tendenzialmente finiamo per cercare di essere quello. Oggi, però, questo processo è diventato più veloce, oggettivo e meditato: la costruzione della propria identità online è un work in progress “continuo ed estenuante”, un compito per nulla facile che però garantisce anche maggiore libertà nel dare forma a se stessi. Cambia il concetto di libertà: “Non è più la libertà di anonimato resa nota dalla celebre striscia umoristica di Peter Steiner, in cui un cane, scrivendo una email al computer, confessa a un altro cane che ‘in Internet nessuno sa che sei un cane’. Piuttosto si tratta della libertà che associamo alle idee di autodeterminazione e autonomia”. Solo un passo verso una nuova comprensione di sé.

 

L’Italia è la Repubblica degli stagisti. Cresce il numero dei super precari

Il 2017 è stato l’anno del record di tirocini: sono 368 mila quelli attivati, con più di 344 mila persone coinvolte, giovani e non. Questo strumento in teoria dovrebbe servire per permettere allo stagista di imparare un mestiere affiancando un tutor in azienda. In molti casi – non sempre – funge però da semplice periodo di prova che può durare anche dodici mesi. Un lasso di tempo nel quale si può disporre di un lavoratore a bassissimo prezzo, con un rimborso spese che va dai 400 agli 800 euro a seconda della Regione. C’è inoltre la possibilità, per le imprese, di risparmiare anche quelle minuscole cifre: Garanzia Giovani, programma europeo che ha l’obiettivo di favorire l’occupazione degli under 29, prevede fondi pubblici che coprono in parte i costi dello stage. Gli oneri a carico del datore di lavoro, insomma, diventano vicini allo zero. E visto che a maggio 2017 è stata pure estesa la durata massima dei tirocini da sei a dodici mesi, l’uso di questo strumento – e soprattutto l’abuso – non può che crescere.

Il successo dello stage, tra l’altro, ha un altro effetto: fa concorrenza sleale al contratto di apprendistato. Questa forma in Italia non ingrana anche perché prevede stipendi ben più alti e, soprattutto, stringenti obblighi di formazione da assicurare al lavoratore. Dunque l’insieme di questi fattori ha fatto sì che negli ultimi anni si verificasse una rapida ascesa del tirocinio. Basti pensare che nel 2012 ne sono stati attivati 185 mila, una cifra che in cinque anni è di fatto raddoppiata, come dimostrano i dati pubblicati lunedì dal ministero del Lavoro. Parliamo solo di stage extra-curricolari, che non comprendono quelli gratuiti svolti da studenti di università, master o in alternanza scuola-lavoro. La platea è composta prevalentemente da giovani, con 310 mila under 24 ospitati dalle aziende, ai quali si aggiungono 49 mila che hanno tra i 35 e i 54 anni. Non mancano gli stagisti con i capelli bianchi: gli over 55 sono 8.600 circa. Per quanto riguarda i settori, la prevalenza è nei servizi. Sono più di 83 mila i tirocini attivati nel commercio, quasi 80 mila quelli avviati dalle imprese di trasporti, comunicazioni e attività finanziarie. Altri 68 mila hanno avuto luogo nell’industria in senso stretto, poco più di 44 mila nella ristorazione. Anche se in misura inferiore, non sono esenti i settori delle costruzioni, con 13 mila stage, e dell’agricoltura con più di 6 mila.

Un pianeta vasto, insomma, che dimostra come esistano forme di precariato ben più subdole e non protette dei contratti a tempo determinato o in somministrazione, che pure monopolizzano il dibattito politico.

Amazon e Poste, perché l’intesa rischia di indebolire il mercato

Poste Italiane ha annunciato recentemente di avere raggiunto un accordo con Amazon per la consegna di prodotti di e-commerce sul territorio nazionale. L’accordo – si legge in una nota – “ha l’obiettivo di migliorare il servizio reso ai clienti grazie a un’offerta di prodotti migliorativa di diverse soluzioni di consegna, tra le quali la consegna serale, fino alle 19:45, e nel weekend”. Inoltre “Poste Italiane fornirà il servizio attraverso la sua presenza capillare sul territorio nazionale garantita da oltre trentamila postini impegnati nelle attività di recapito, dal corriere espresso Sda e dalla flotta MistralAir, la compagnia aerea del Gruppo”. Quello che sembra un ordinario accordo di partnership tra aziende andrebbe messo a fuoco dal ministro delle Telecomunicazioni, a partire dalla valutazione della grave situazione della distribuzione postale attuale.

I servizi postali stanno attraversando una nuova fase di collasso. Disguidi e ritardi nelle consegne a domicilio sono di ordinaria amministrazione in molte aree del Paese con una pesante riduzione delle consegne a casa, anche di due soli giorni la settimana, della posta diurna (mentre si vorrebbe lanciare quella serale). Nonostante un servizio inadeguato, sono scattati il 3 luglio scorso pesanti aumenti tariffari del 15% mediamente.

Non c’è un piano industriale delle Poste che dimostri le sinergie e l’utilità di questa partnership sia in termini di business, che di utilizzo di nuove tecnologie che di occupazione stabile e duratura creata. I mezzi per la consegna di piccoli pacchi Poste li ha, mentre mancano quelli per i grandi pacchi, di cui invece si dovrebbe dotare.

Chi sostiene questo investimento? Le poste del Regno Unito hanno fatto un analogo accordo con Amazon per le consegne solo dei piccoli pacchi. Insomma qualche attrazione supplementare ci vorrebbe per un’azienda di Stato che non ha capito che il mondo stava passando dalle lettere ai pacchi. Lo stato di crisi in cui versa il corriere espresso Sda del gruppo Poste è un’altra incognita gestionale, che pur utilizzando sistemi contrattuali “creativi”, esternalizzazioni e salari da fame, inaccettabili per un’azienda pubblica, necessita oltre che di un riallineamento contrattuale e salariale per gli addetti, anche di una profonda ristrutturazione organizzativa. Ma il problema dei problemi, che emerge dall’intesa tra Poste e Amazon, è che l’azienda di Stato si allea con un’impresa gigante che ha una concentrazione di mercato e di potere enorme. Nessuno è in grado di competere con una simile potenza di fuoco. Cosa succederà una volta che Amazon avrà raso al suolo i principali competitor (l’ultimo è l’americana Wal Mart, la notizia è di questi giorni)? Il rischio è che i consumatori, che si avvantaggiano di prezzi più bassi nell’acquisti in futuro dovranno pagare di più. E senza trovare alternative.

L’intesa accentuerebbe la posizione monopolista sul mercato dei due partner. Si tratterebbe di una alleanza innaturale, anche perché la strategia di Amazon, da “impresa gigante”, è quella di indebolire gli Stati e il mercato. Amazon non è solo un’azienda di logistica (questo settore è in perdita per l’azienda) ma anche e soprattutto un venditore di “web service” i cui servizi sono comprati dall’Onu, dalla Nasa e dalla Cia, solo per fare alcuni nomi eccellenti. Una delle più grandi infrastrutture tecnologiche dell’economia digitale nel mondo, di cui molta parte dei profitti sfuggono al fisco. Nel 2015 l’Italia ha perso 23 milioni di dollari di profitti tassabili. L’accordo con Poste Italiane rischia di complicare il compito degli Stati europei di far pagare le tasse alle multinazionali e di richiamarle alle loro responsabilità sociali d’impresa. Un altro passo verso piattaforme che si concentrano sulla logistica distributiva, poggiando sulla flessibilità del lavoro, mentre è sulla logistica produttiva che ci dovremmo concentrare: non sulle gambe ma sul cervello delle imprese.

La logistica non come mero trasporto o magazzinaggio, ma come parte integrata dell’automazione dove, con moderne tecnologie di movimentazione, si gestiscono gli ordini, si organizzano le spedizioni, si gestiscono stock e si amministrano le scorte. Insomma la componente necessaria per far crescere l’industria 4.0. Questo accordo non sembra essere una scelta consapevole necessaria alla crescita del Paese, quella di far entrare la digitalizzazione nelle aziende italiane. Il rischio è che con questa intesa si consegnino le chiavi del mercato nazionale in mano ad Amazon. Non solo va ricordato che né dialogare né trattare con i sindacati sono le parole d’ordine di Amazon, in Italia, in Germania come in Francia o Spagna. Precarietà, scarse tutele normative e salariali rischiano di essere sdoganati con questo accordo. Possibile che Poste Italiane, dopo essere stata fanalino di coda delle poste europee per mezzo secolo, debba ricorrere ad Amazon per “sperare” di resuscitare?

 

Carige, dissensi e preoccupazioni dopo le dimissioni di tre consiglieri

“Clima teso”. Questa, racconta chi c’era, era l’aria che si respirava ieri durante il consiglio di amministrazione di Carige dopo l’ennesimo scossone nella banca genovese: le dimissioni di tre consiglieri. Parliamo del presidente Giuseppe Tesauro, di Francesca Balzani (ex vice-sindaco di Milano con Giuliano Pisapia) e Stefano Lunardi.

Le dimissioni dovrebbero aprire le porte del cda al nuovo azionista di peso, Raffaele Mincione (5,4%) che ieri ha chiesto la revoca del Consiglio. La compagine azionaria vede al primo posto la famiglia Malacalza, poi il petroliere Gabriele Volpi e quindi l’imprenditore portuale Aldo Spinelli.

Ma dietro l’addio di tre nomi di peso dalla guida della banca ci sarebbero profondi dissensi e preoccupazioni sulla gestione dell’istituto.

A cominciare dalle intercettazioni (svelate dal Fatto Quotidiano), emerse nell’inchiesta sullo stadio di Roma, delle conversazioni tra il costruttore Luca Parnasi e l’ad di Carige, Paolo Fiorentino (non indagato): “Tu fagli fare qualcosa anche a (Luca) Lanzalone, dagli 50… 30.000 euro di consulenza. fagli fare una cazzata! Costruiamo questo percorso a tutto tondo! Così quando è il momento…”.

Fiorentino ha smentito – “Non abbiamo dato consulenze a Lanzalone” – ma quella conversazione e quei contatti hanno allarmato diversi membri del cda. Tesauro ha dichiarato: “Le intercettazioni mi hanno convinto che anche un lontano sospetto nei confronti di dipendenti della banca potesse ledere la mia dignità”.

Fiorentino ha annunciato querele nei confronti di chi ha accostato il suo nome a quello di Parnasi.

Un clima tesissimo, appunto. Ma questo non è il solo nodo che ha diviso il cda. C’è la questione della cessione dei gioielli di famiglia. In particolare la partecipazione nell’Autostrada dei Fiori. Una quota, ha obbiettato qualcuno, che a bilancio è valutata quasi 90 milioni, ma che potrebbe vedere balzare in alto il proprio valore. Non solo: da lì arrivano 8-9 milioni l’anno di entrate.

C’è poi la questione dei costi. Che secondo i critici sono ancora troppo alti.

Ilva, Emiliano: “Gara poco chiara”. Di Maio: “Prendiamo atto”

L’aggiudicazione dell’Ilva a AmInvestco, la cordata guidata al 51% dalla multinazionale Arcelor Mittal, ha seguito una “procedura ad evidenza pubblica che presenta zone d’ombra che andrebbero chiarite per accertare se effettivamente tale aggiudicazione sia avvenuta in favore della migliore offerta”: la denuncia arriva dal Governatore della Puglia, Michele Emiliano in una lettera inviata al ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio e resa nota dallo stesso ministro. Emiliano rileva che il Ministero del predecessore, Carlo Calenda, ha “negato l’accesso al Piano industriale quale componente fondamentale dell’offerta presentata dalla cordata aggiudicataria” e sottolinea che non emerge quali siano stati i criteri (predeterminati) di aggiudicazione del contratto che avrebbero “vincolato” il ministero dello sviluppo economico a preferire la società AmInvestco alle altre partecipanti tra le quali AcciaItalia che aveva offerto l’auspicata carbonizzazione dell’impianto Ilva di Taranto. Il governatore sostiene che l’aggiudicazione sia avvenuta solo su basi economiche senza considerare gli aspetti qualitativi, come i piani ambientali, e le criticità che la stessa Antitrust Ue aveva già sollevato e confermato con il via libera condizionato. “Prendiamo atto della lettera – ha detto ieri il Ministro dello Sviluppo e del Lavoro Luigi Di Maio – nella quale si denunciano irregolarità sulla gara con cui ArcelorMittal si è aggiudicata Ilva. Per completezza, la rendiamo pubblica”.

La denuncia di Emiliano arriva dopo che, nei giorni scorsi, Luigi Di Maio aveva sollecitato Arcelor Mittal a formulare proposte “fortemente migliorative” sul piano ambientale, che va modificato perché “non soddisfacente”, e dopo aver considerato gli esuberi indicati da Mittal “non in linea con le attese”. L’ipotesi che il ministro possa anche valutare la riapertura della gara potrebbe essere una fonte di pressione in più per la cordata di Mittal.

Privacy,140 violazioni al giorno e troppe deroghe

Èun Garante della Privacy che un po’ bacchetta e un po’ concede, per portare a casa il bottino, ovvero sottolineare la sempre maggiore autorità dell’organo di controllo nell’era della digitalizzazione estrema, senza però spaventare le imprese: così, ieri, durante la presentazione della relazione del 2017, il garante dei dati personali, Antonello Soro, ha tenuto il punto su violazioni e i controlli di peso dell’ultimo anno – dal telemarketing alla propaganda politica – ma ha anche sottolineato, per quanto riguarda l’applicazione del nuovo regolamento europeo sulla Privacy (il cosiddetto Gdpr), la volontà di “orientare, secondo criteri di gradualità, l’attività ispettiva e sanzionatoria sui trattamenti maggiormente rilevanti per dimensione e concentrazione di dati, nonché per la loro rischiosità”, un modo per dire alle Pmi di stare tranquille, almeno per un po’.

Il garante comunque, nel 2017 ha riscosso sanzioni per 3.776.694 euro, circa 500 mila in più rispetto al 2016, risposto a oltre 16 mila quesiti, effettuato 275 ispezioni (in linea rispetto a quelle dell’anno precedente). “Gli attacchi informatici nel mese di maggio – ha detto Soro – hanno toccato la soglia di 140 al giorno. Dal 25 maggio sono aumentate del 500 per cento le comunicazioni di data breach, che hanno interessato, assieme a quelli notificati a partire da marzo, oltre 330 mila persone”.

In cima alle violazioni, quelle legate al telemarketing e al reperimento indiscriminato di dati degli utenti online, “Utilizzo spregiudicato di ingenti basi di dati di utenze telefoniche (anche di dubbia origine)”, spiega Soro. Quarantuno, invece, le segnalazioni di violazioni penali. Di queste, dodici per mancata adozione delle misure minime di sicurezza, otto per trattamento illecito dei dati, sei per inosservanza di un provvedimento del Garante e dieci per altre violazioni penali. E le sanzioni? Sono stati avviati procedimenti per 286 casi di trattamento illecito, come la mancanza di consenso o diffusione online o mail indesiderate e per almeno 186 casi per informative carenti o non idonee. Le maggiori entrate sono arrivate da una operazione del nucleo valutario della Guardia di Finanza che ha scoperto un giro di money transfer che utilizzava veri e propri cataloghi di carte d’identità.

Infine, due bordate: la prima, al Parlamento, che non ha modificato la cosiddetta data retention, ovvero l’estensione a sei anni della conservazione da parte degli operatori telefonici dei metadati delle telefonate, con l’intenzione di favorire le forze dell’ordine nelle indagini. Una misura che va contro il principio europeo di proporzionalità e che, oltretutto, è un unicum in tutta Europa.

La seconda bordata, al governo, che dovrà sempre più concentrarsi sulla sicurezza dei dati dei cittadini, soprattutto dopo “l’incidente occorso alla piattaforma telematica dedicata allo Spesometro – dice Soro – contenente i dati fiscali di milioni di contribuenti”. In quel caso, chiunque avesse le chiavi di accesso poteva consultare i dati fiscali degli altri utenti registrati. E c’è già un alert: “Abbiamo segnalato che alcune recenti norme volte alla duplicazione e integrazione generalizzata delle banche dati della Pubblica amministrazione contrastano con i principi di matrice europea di proporzionalità, non eccedenza e limitazione della finalità”, ha detto Soro. Come dire: va bene scambiarsi i dati e centralizzare, ma anche in quel caso c’è bisogno di farlo secondo le regole.

Effettoprecarietà: così calano anche le retribuzioni medie

L’avvicendarsi delle dichiarazioni del ministro degli Interni, Matteo Salvini, e del presidente dell’Inps, Tito Boeri, su pensioni e immigrazione hanno consumato l’intero dibattito sul 17° Rapporto Inps che, invece, è un ottimo strumento conoscitivo del mondo del lavoro in Italia e, soprattutto, delle sue dinamiche retributive. Ad esempio, mostra che tra il 2016 e il 2017, l’occupazione dipendente aumenta del 3,5% e soprattutto che l’aumento del numero di occupati non è allineato con l’incremento delle giornate lavorate totali (+1,7%): incrociando i due dati, se ne ricava una riduzione delle giornate lavorate pro capite dell’1,7%. E le retribuzioni? Nell’ultimo anno si sono ridotte, conseguenza della precarietà del lavoro.

Si parte dalla dinamica dell’occupazione: gli occupati a tempo indeterminato sono diminuiti, passati da 14,1 milioni a 13,8, con una riduzione del monte complessivo di giornate lavorate (-1,1%). Gli occupati a termine, invece, aumentano da 3,7 a 4,6 milioni (+24%), con un incremento delle giornate lavorate pro capite dell’ 1,2%. Il monte di giornate complessive lavorate con questa tipologia contrattuale è aumentato del 26%. Tra un anno e l’altro, i lavoratori che sono passati da un contratto a termine a uno a tempo indeterminato sono stati circa 520 mila, poco più di quelli che hanno vissuto la transizione opposta (485 mila). Il mercato del lavoro italiano è ancora poroso e il lavoro a termine fatica ad essere l’auspicata porta d’ingresso per un lavoro stabile. Il 60,8% dei lavoratori somministrati rimane in somministrazione a distanza di un anno, mentre solo il 23% circa diventa lavoratore a termine diretto. Infine, il 9,3% riesce ad ottenere un contratto a tempo indeterminato.

Le dinamiche del mercato del lavoro, si legge nel Rapporto, “si rispecchiano ampiamente in quelle delle retribuzioni” e, quindi, delle future pensioni. Se tra il 2014 e 2016 le retribuzioni medie annue aumentano da 21.345 euro a 21.790, nel 2017 scendono a 21.509 a causa dell’incremento di peso del lavoro a termine, spiega l’Inps.

Le differenze di retribuzione non dipendono solo dal tipo di contratto, ma anche dal fatto che i lavoratori siano rimasti costantemente occupati nel periodo di riferimento o siano dei lavoratori in ingresso. In particolare, i nuovi occupati tra il 2014 e il 2017 avevano retribuzioni annue e giornaliere minori rispetto a chi entrava nel mercato del lavoro nel periodo 2007-2014. Tuttavia, le retribuzioni sono diminuite anche per chi è rimasto occupato nei due periodi presi in esame: per il primo periodo, circa il 40% ha subito variazioni negative delle retribuzioni al netto degli effetti dovuti all’inflazione, mentre per il periodo “della ripresa”, la quota di quanti sono stati interessati da una riduzione delle retribuzioni reali è pari al 28%. L’Inps analizza i meccanismi che hanno provocato questa contrazione differenziando tra l’effetto dovuto alla quantità del lavoro, ai cambiamenti contrattuali e di azienda. Tra coloro che pur rimanendo occupati tra il 2014 e il 2017 subiscono riduzioni nella retribuzione annua, circa un milione di lavoratori hanno sia lavorato meno giorni sia percepito una retribuzione media giornaliera inferiore rispetto a quella percepita nel 2014. Di questi, aggiunge l’Inps, il 51% ha cambiato azienda e poco meno della metà lavora a part time. Per 934 mila lavoratori la riduzione della retribuzione annua è dovuta esclusivamente al numero inferiore di giornate di lavoro retribuite.

L’ultimo gruppo, 1,363 milioni di lavoratori, pur lavorando lo stesso numero di giorni “hanno visto ridursi la retribuzione annua unicamente per effetto della contrazione della retribuzione media giornaliera”. Una riduzione tout court che non può essere attribuita, dice il Rapporto, a cambi di azienda o a passaggi al part time.

In definitiva, dice l’Inps, le diseguaglianze dentro il mercato del lavoro aumentano, tra chi si situa in alto della distribuzione e chi invece, in basso, che continua a subire una svalutazione reale. Sono queste le determinanti reali della scarsa capacità del sistema previdenziale di rimanere sostenibile.

Editoria, la crisi scaricata su lavoratori e previdenza. E gli editori ringraziano

Al gruppo Gedi – erede delle società editrici di Repubblica, L’Espresso e La Stampa con gli annessi stati di crisi proclamati nel 2012 e nel 2015 – sono ancora sotto contratto “di solidarietà” i lavoratori poligrafici, mentre ai giornalisti la proprietà preannuncia una nuova stagione di sacrifici. Così come nella galassia di un altro tra i massimi gruppi editoriali del Paese, quello del Sole 24 Ore, si è usciti da poco dallo strascico degli ultimi provvedimenti anti-crisi. Alla Mondadori, come scrive il nostro Daniele Martini, di recente si sono regalati ai dirigenti la bellezza di quasi 8 milioni di euro di incentivi e premi, nonostante gli oltre 200 redattori siano da anni in cottura, rosolati tra stati di crisi a ripetizione, ricorsi alla solidarietà, casse integrazioni, tagli ai benefit ottenuti quando ancora l’azienda fioriva. Oggi la proprietà li ha costretti a firmare una specie di conciliazione tombale in Assolombarda con cui rinunciano in media al 30% secco della retribuzione (con punte del 38), alle qualifiche ottenute in anni di lavoro, ai superminimi, cioè i vantaggi retributivi personali, a quasi metà degli scatti di anzianità cumulati e ai permessi retribuiti.

Non spira un’aria migliore nel mondo delle agenzie di stampa, un tempo considerate l’élite del giornalismo d’informazione per il ruolo di fonte primaria che le ha portate ormai a fornire il 70% delle notizie che vediamo pubblicate su giornali e siti internet. Anche tra le più grandi ci si trascina ormai tra contratti di solidarietà, stati di crisi e pensionamenti, nonostante i cospicui contratti di fornitura stipulati con le istituzioni centrali e locali che in alcuni casi ne costituiscono oltre la metà del fatturato. Askanews, una delle prime quattro agenzie nazionali italiane, è nata nel 2014 dall’integrazione dell’Asca, di proprietà dell’ex presidente della Confindustria, Luigi Abete, con Tm News, fondata dalla giornalista Lucia Annunziata. Gli 84 giornalisti della redazione hanno trascorso questi quasi 4 anni tra contratti di solidarietà e Cig, 8 prepensionamenti e 15 esuberi dichiarati nel 2016, nonostante le ovvie promesse di investimenti industriali e di sviluppo editoriale formulate al momento della fusione. Si calcola che i risparmi sugli stipendi dei redattori realizzati dall’azienda con l’accesso agli ammortizzatori sociali ammontino a oltre 4 milioni. Le convenzioni firmate con Palazzo Chigi, Camera, Senato e Farnesina apportano al bilancio circa 5 milioni l’anno. In un’altra agenzia parlamentare, Il Velino, sono arrivati al 70% dello stipendio coperto con le provvigioni Inpgi e Inps per Cig e solidarietà.

Erano nati per sostenere le grandi imprese nei periodi di crisi eccezionali e per evitare licenziamenti di massa. Situazioni che si sono moltiplicate nel settore dell’Editoria, su cui si sono addensati gli effetti della crisi di sistema che ha colpito l’economia dal 2008 in poi con la fuga costante dei lettori dalla carta stampata. Negli anni però gli ammortizzatori sociali, complice una normativa contrattuale particolarmente favorevole, sono stati utilizzati soprattutto per abbattere il costo del lavoro nelle grandi imprese editoriali. Il risultato è che, per quanto riguarda i giornalisti, i costi degli “stati di crisi” riconosciuti alle aziende editoriali dal ministero del Lavoro si sono scaricati quassi totalmente sull’istituto di previdenza di categoria, l’Inpgi, che per la prima volta nel 2017 ha chiuso con conti in rosso per cento milioni di euro. Nel solo quinquennio dal 2013 al 2017 le somme per il trattamento di integrazione salariale erogate dall’ente previdenziale in favore dei lavoratori coinvolti in programmi di riduzione dell’orario di lavoro – per effetto della stipula di contratti di solidarietà finalizzati a evitare licenziamenti per esubero di personale e per la Cassa integrazione guadagni – sono ammontate a 94 milioni di euro. Siamo passati dai 16,4 milioni del 2013 ai 23 del 2016 fino ai 12,1 erogati nel 2017. A questa cifra va aggiunto nel bilancio dell’Inpgi il costo dei contributi figurativi (non versati ma accreditati sulle future pensioni), valutabile intorno ai 120 milioni di euro. Per assicurare invece agli iscritti licenziati il trattamento di disoccupazione, l’Inpgi ha speso, nello stesso quinquennio, 75 milioni, ai quali vanno aggiunti altri 100 milioni di contributi figurativi. Tra il 2010 e il 2017 si calcola che i giornalisti prepensionati siano stati oltre mille. L’erogazione del trattamento previdenziale dei prepensionati, fino al compimento dell’età fissata per accedere alla pensione di vecchiaia, è invece a carico dello Stato. L’Inpgi però nel frattempo non incassa i versamenti previdenziali che avrebbe acquisito se i lavoratori avessero continuato regolarmente a lavorare fino al pensionamento.

Attualmente sono 42 le aziende editoriali che hanno accesso per decreto alle provvidenze legate ai contratti di solidarietà e 37 alla Cassa integrazione guadagni. Per farsi approvare un programma di crisi aziendale dal ministero del Lavoro che preveda solidarietà “difensiva” e Cigs paradossalmente non serve avere necessariamente bilanci in rosso. Secondo le disposizioni ribadite con una circolare del dicembre scorso, per le aziende basta illustrare in una relazione tecnica l’andamento “involutivo” degli indicatori finanziari e di bilancio negli ultimi due anni e attestare che non vi siano state nuove assunzioni. Il resto, finora, lo hanno deciso i buoni rapporti dei grandi editori con la politica.

Brexit flop, una lezione per i sovranisti

“Il sogno sta morendo”. La frase è di Boris Johnson nella lettera in cui annuncia a Theresa May le sue dimissioni da ministro degli Esteri. Perché la Brexit venduta da Johnson nella campagna referendaria di due anni fa era, come lui stesso ammette ora, un “sogno”: l’idea che fuori dall’Ue la Gran Bretagna sarebbe tornata prospera e dinamica. Erano balle a cui gli elettori hanno creduto, purtroppo per loro e per l’Ue. Se ne va pure David Davis, il ministro per la Brexit, che in questi due anni ha negoziato con Bruxelles. Ma, come ha rivelato il Financial Times, ha speso soltanto quattro ore di incontri faccia a faccia con la sua controparte, Michel Barnier, capo negoziatore Ue.

Queste doppie dimissioni dovrebbero scaricare su Theresa May, premier sempre più vacillante, la responsabilità di proporre al Parlamento una “Brexit soft” lontanissima dalla propaganda elettorale del 2016. Perché il negoziato si sta chiudendo nell’unico modo possibile: con Londra che supplica Bruxelles di poter continuare a beneficiare dell’integrazione economica dell’Unione accettando però ora passivamente quelle regole che prima contribuiva (in modo decisivo) a scrivere, senza versare più contributi al bilancio comunitario ma anche senza più ricevere fondi europei. Una perdita secca di sovranità dovuta a un tentativo maldestro di recuperarla.

Come i proverbiali topi che sono i primi a fuggire dalla nave che affonda, Johnson e Davis scappano dal governo per dare l’idea che il “sogno” della Brexit è stato tradito. Che c’era un altro modo di fare le cose, che bisognava prepararsi anche a una “hard Brexit”, cioè all’immediata e brutale decadenza di tutta la legislazione comunitaria al momento dell’uscita, nel marzo 2019, in assenza di accordi vantaggiosi. Ma questi scenari non sono mai stati compatibili con la sopravvivenza economica del Regno Unito. I “Brexiters” hanno mentito agli elettori, neppure in buona fede. E ora che la realtà arriva a chiedere conto delle loro bugie, fuggono. I sovranisti di tutta Europa, Italia inclusa, sono avvertiti.