Recordati, il gioiello svenduto: festeggiano solo i fondi esteri

È da sempre un gioiello pregiato di quell’industria italiana che ha scelto con successo la strada dell’internazionalizzazione. E che ha superato del tutto indenne la crisi finanziaria. Ora quel pezzo di Italia se ne va. Recordati, la storica azienda farmaceutica, una delle ultime grandi rimaste, cambia bandiera e finisce nelle mani dei fondi di private equity.

Il passaggio del controllo dalla famiglia di imprenditori milanesi è stato siglato nei giorni scorsi dopo una lunga trattativa. Il compratore è uno dei tanti fondi d’investimento, l’anglosassone Cvc Capital Partners. Il fondo acquisirà il 51,8% della Recordati posseduto dalla Fimei, la finanziaria che raggruppa i membri della famiglia di imprenditori. Un passaggio di mano che consegna di fatto il controllo delle strategie future dell’azienda ai mastini del private equity, la cui vocazione è “estrarre valore” per mantenere le promesse di una più che adeguata remunerazione ai loro investitori. Adeguata significa almeno a due cifre, e deve anche avvenire in un arco di tempo abbastanza ridotto. Da azienda monolitica di una dinastia familiare ad azienda magari da spezzettare per creare più valore come è nella consuetudine dei fondi di private equity. Più investitori finanziari che industriali.

Già i dettagli dell’accordo hanno fatto storcere il naso agli analisti finanziari. Sotto tiro il prezzo d’acquisto considerato troppo basso da molti broker. Cvc infatti acquisirà la quota del 51,8% in mano ai Recordati per un corrispettivo di 28 euro per azione, con un esborso di 3 miliardi e una valutazione dell’intera azienda di 5,85 miliardi. Peccato che in Borsa il giorno dell’annuncio il titolo valesse oltre 34 euro per una capitalizzazione di 7,1 miliardi. E che i prezzi medi degli ultimi 12 mesi siano nell’intorno dei 34,9 euro. Ballano quindi in meno oltre 1,2 miliardi che Cvc non è disposta a riconoscere rispetto ai prezzi di mercato. Un fatto che la dice lunga sui rapporti di forza nella cessione. La famiglia, dalla scomparsa di Giovanni Recordati, oltre 2 anni fa, si è disunita con i due fratelli Alberto e Andrea, che hanno guidato l’azienda da allora, non sempre in sintonia di vedute. Senza contare il ruolo della vedova di Giovanni anch’essa socio di peso della finanziaria che ha sempre governato la società. Qualcuno dei membri della dinastia voleva da tempo monetizzare il lucroso investimento. E così è successo. Ma la debolezza contrattuale della famiglia divisa si vede anche dalle modalità di pagamento.

Il prezzo pagato ai Recordati sarà di 2,3 miliardi per cassa mentre altri 750 milioni la famiglia li riceverà tramite obbligazioni subordinate. Non proprio un modo veloce per portare tutti i soldi a casa. Ma i più bistrattati sono gli azionisti di minoranza. Cvc dovrà infatti lanciare un’Offerta pubblica di acquisto (Opa) totalitaria sui titoli non in possesso della famiglia. Quel prezzo di 28 euro è a forte sconto rispetto ai prezzi di Borsa. A novembre del 2017 Recordati quotava 40 euro, poi scesi a 34 anche in virtù dell’incertezza sui destini della famiglia che aveva già avviato interlocuzioni per passare la mano. Il fondo anglosassone ha giocato così le sue carte con estrema abilità. Non solo, nei patti c’è una clausola inusuale, penalizzante anch’essa per gli azionisti. Cvc si riserva infatti di allineare al ribasso il prezzo di 28 euro qualora nei prossimi mesi, da qui al closing l’indice Ftse Mib perda il 20%. Una clausola mortificante per i soci attuali. C’è di più. Cvc di fatto assume il controllo e in questi casi si paga sempre un premio sui corsi di Borsa. Qui siamo al mondo alla rovescia: si compra a sconto.

L’affare a ben vedere lo stanno facendo le locuste del private equity. Comprano a basso prezzo una delle aziende quotate più redditizie e con le migliori performance di Borsa di Piazza Affari. Recordati ha invidiabili primati. Il titolo valeva 10 anni fa meno di 5 euro. È salito fino ai 40 euro dell’autunno scorso per poi ripiegare e scendere oggi a 30 per effetto del prezzo proposto per l’Opa. Un crescendo figlio delle folgoranti performance di bilancio. La società fatturava meno di 700 milioni nel 2008, oggi siamo vicino a 1,3 miliardi. Il margine operativo netto è al 31% dei ricavi e l’utile netto ha chiuso nel 2017 a 288 milioni. Vuol dire che ogni 100 euro di fatturato 22,4 euro diventano profitti netti. Solo cinque anni fa gli utili netti si fermavano al 14% del fatturato. Recordati ha un patrimonio netto, frutto degli utili cumulati ed esclusi i copiosi dividendi, di oltre 900 milioni con debiti che sono sì saliti a 480 milioni ma pesano solo per metà del capitale e valgono solo un anno di margine lordo.

Numeri di eccellenza. Che potrebbero venire snaturati dal modus operandi dei fondi locusta. Gli alti flussi di cassa e il basso debito potrebbero in futuro spingere Cvc a indebitare la società per sfruttare al meglio la leva finanziaria e rendere più remunerativo l’investimento sul loro capitale. Cose così si sono già viste in tutte le operazioni a leva del private equity. Una su tutte: la vecchia Seat Pagine Gialle. Fu indebitata all’inverosimile, andò a gambe all’aria e gli unici a gioire furono proprio i fondi. Si spera non accada anche per Recordati.

Chiamate sussidio quel reddito di cittadinanza

Visto che, come Nanni Moretti, siamo convinti che le parole siano importanti, oggi ci sentiamo di suggerire al Movimento 5 Stelle di cambiare nome al reddito di cittadinanza. Chiamarlo in una maniera diversa, utilizzando i termini esatti forniti dalla lingua italiana per definire un provvedimento del genere – e cioè sussidio di disoccupazione – può essere utile per rimettere al centro del dibattito politico ed economico i fatti a scapito della propaganda.

In estrema sintesi, il contratto di governo tra 5Stelle e Lega (nome in questo caso azzeccato) prevede che dopo aver riformato i centri per l’impiego lo Stato versi un mensile a chi dimostra di star cercando attivamente un lavoro. Come è noto l’idea, mutuata da quanto accade in quasi tutti i Paesi d’Europa, chiede in cambio al disoccupato la partecipazione a corsi di riqualificazione professionale, la disponibilità a lavorare in favore della collettività per otto ore alla settimana e lo obbliga ad accettare almeno una delle tre proposte d’assunzione che i centri gli sottoporranno. Al terzo rifiuto il sussidio non viene più erogato.

Discutere se nei bilanci dello Stato sia possibile trovare i soldi per garantire a tutti i disoccupati un beneficio del genere è certamente legittimo e anche utile. Diciassette miliardi di euro l’anno, e forse più, non sono una bazzecola. Altrettanto giusto è poi sottolineare che in un Paese come il nostro, dove il lavoro nero è diffusissimo, il rischio truffe è molto alto. E non è nemmeno sbagliato ragionare sull’importo mensile previsto dal contratto: 780 euro al mese sono probabilmente il minimo indispensabile per chi vive in grandi metropoli del nord come Milano o Torino. Ma potrebbero essere troppi per chi invece risiede in piccoli centri abitati delle regioni del Sud. Solo che questo tipo di dibattito, basato sulle cifre, sulle cose da fare e su quelle che si possono realisticamente fare, è in gran parte oscurato dal nome infelice dato alla futura riforma. Le parole “reddito di cittadinanza” evocano l’idea che lo Stato debba versare soldi a chiunque sia nato qui, indipendentemente dalla sua voglia di lavorare e di rimettersi in gioco. Così Forza Italia e una parte del Pd possono agevolmente evitare di entrare nel merito della proposta per rifugiarsi invece in un mantra lanciato da Matteo Renzi nel maggio di quest’anno: “Sono curioso di capire come Matteo Salvini giustificherà all’operoso Veneto l’accordo con il Movimento 5 Stelle per andare a pagare il reddito di cittadinanza a quelli che stanno fermi sul divano”. La battuta, anche se irrispettosa nei confronti degli oltre cinque milioni di poveri presenti in Italia (tra di loro ci sarà certamente qualche fannullone, ma pensare che lo siano tutti non sembra propriamente di sinistra), è politicamente efficace. Se invece le cose venissero chiamate col loro esatto nome crediamo che pure in Veneto nessun elettore, di qualunque colore politico esso sia, avrebbe nulla da ridire contro un sussidio versato a quel 6,3 per cento di corregionali attivamente alla ricerca di lavoro. In Veneto il tasso di disoccupazione è il più basso d’Italia ed è ai livelli della Germania, ma proprio in Germania il sussidio esiste e funziona. Per questo pensiamo che anche in Veneto, se si usano le parole giuste, alla fine i cittadini chiederebbero una sola cosa a Luca Zaia, il loro governatore leghista: centri per l’impiego realmente efficienti, corsi di qualificazione professione di livello e un sistema in grado di far trovare alle imprese la manodopera che in regione spesso manca.

Buonista, rossobruno o sovranista: manuale dell’insulto prêt-à-porter

Urge manuale di conversazione aggiornato per l’estate in società, un manualetto agile, di poche pagine, con gli insulti più à la page e le loro nuove declinazioni. Un bugiardino che sia possibile sfogliare all’impiedi, persino con le mani bagnate, magari mentre si partecipa al linciaggio di un venditore ambulante sulla spiaggia perché “ci ruba il lavoro” (notoriamente, vendiamo tutti asciugamani e collanine). Ne proponiamo un piccolo sunto, segnalando che i lemmi e le espressioni idiomatiche che si usano a vanvera, a vanverissima e spesso addirittura a cazzo, sono numerose.

Radical-chic. Termine nobile su cui aleggia una certa confusione data dai tempi. Vi risparmio l’etimologia e l’origine, Tom Wolfe e tutto il resto, veniamo agli usi quotidiani. Radical-chic è oggi, di norma, riferibile a chi non calzi ciabatte di cocomero e si vesta di domopak rubato al supermercato. Il dibattito è se debba prevalere la parte radical o la parte chic. Per essere radical, oggi, basta non amare Salvini o pensare che non si può lasciar morire la gente in mare, e tutto il resto è relativo, anche se siete radical come Don Sturzo. Quanto alla parte chic, si suppone dipenda dal reddito, e/o dagli orologi indossati, e/o dal cachemire d’inverno. È possibile dunque lanciare l’insulto praticamente a chiunque mangi due volte al giorno. In sostanza radical è chiunque abbia posizioni appena appena a sinistra del Ku Klux Klan e chic chiunque abbia una situazione economica privata che non lo spinge, per necessità, a scippare una vecchietta.

Sovranista. Insulto uguale e contrario, con una sostanziale differenza: che cosa vuol dire sovranista non lo sa nessuno. Teoricamente sarebbe una variante di “nazionalista”, o un abbellimento gentile del sempre attuale “porco fascista”. Ma sovranista fa in qualche modo intuire che uno si intenda di questioni internazionali, trattati, rapporti di forza, geopolitica avanzata. Poi, siccome spiegare tutte queste cose a un sovranista è difficile (di norma siamo ancora a ma-ti-ta, letto faticosamente tenendo il segno con il dito indice), si risolve con i simboli. E via bandierine accanto all’account: un disastro. Chi mette quella dell’Ungheria, chi quella dell’Irlanda. Ogni tanto si sobbalza esclamando: “Ah, perbacco, ecco un sovranista del Messico!”, invece è solo un pirla che ha sbagliato bandiera. I sovranisti di sinistra si distinguono perché accanto alla bandiera del Messico (o dell’Ungheria, o dell’Irlanda, o persino italiana, quando ci azzeccano) mettono la bandierina blu dell’Europa.

Buonista. Parola talmente inflazionata e lisa che non darebbe conto parlarne. In breve, serve a identificare chiunque abbia una posizione non goebbelsiana nei confronti del mondo. Se non vuoi che il ladro di polli sia impiccato sei buonista. Allo stesso modo se vuoi tirare un salvagente a uno che sta affogando. Ci limiteremo a dire che l’abuso di questo insulto è dettato dall’incattivimento collettivo e dal nervosismo indotto dall’insicurezza sociale, per cui il buonista sembra un nemico degli usi e costumi correnti. L’espressione “buonista” è ormai in fase discendente e si usa spesso a sproposito (tipo “Mussolini fino al ’38 è stato anche buonista”).

Rossobruno. Insulto di recente conio e faticoso adattamento alla situazione italiana. Dovrebbe indicare, teoricamente, uno che è di sinistra (rosso), ma anche un po’ fascio (bruno). Ammesso che esista qualcosa di simile in natura, il termine si è presto snaturato e viene usato dagli ultras di Renzi per indicare chiunque non abbia resistito all’avvento del fascismo nell’unico modo concesso dal loro pensiero binario: votando per Renzi. In generale chi usa l’insulto “rossobruno” si sente forbito, informato e colto – la cosa ammicca a riferimenti storici – il che, ricordiamo a tutti, non vuol dire intelligente.

Povera, ma aperta: ecco la Roma del 2030

Roma 2030. Non è il titolo di un film, ma di un rapporto su come potrebbe essere Roma tra vent’anni, curato dall’instancabile sociologo Domenico De Masi, affiancato da un pool di firme prestigiose, da Giancarlo De Cataldo a Marco D’Eramo a Enrico Giovannini e molti altri. 246 pagine che prefigurano il futuro della Capitale. Roma, scriveva Cavour nell’800, “è una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio”. Oggi gli fa eco lo scrittore Nicola Lagioia, per il quale “non c’è New York, Parigi, Berlino che tengano”.

Ci saranno ancora le buche nel 2030? E la spazzatura per la strada? E la metropolitana che funziona a tratti? E il traffico impazzito? Soprattutto ci saranno ancora i cittadini che imbrattano, parcheggiano in doppia fila e poi si lamentano del sindaco di turno? La metafora più appropriata per la Città eterna viene da un libro dello storico Jacques Le Goff sul purgatorio, condizione permanente di Roma, a metà tra l’inferno e il paradiso. Già Goethe nel 1786 rimase colpito dal popolo che pur vivendo “in mezzo alla magnificenza” si comporta come “nelle caverne e nelle selve”. Trent’anni dopo, Stendhal stenderà un ritratto ancora più impietoso. Al teatro Argentina annota che il soffitto cade a pezzi, esempio di “bruttezza e sciatteria”. Poi se la prende con la Chiesa, che “rigurgita della peggior canaglia”. Quanto alla città lo colpisce “il sudiciume incredibile delle strade, con la puzza di broccoli che finisce per darmi la nausea”. E i cittadini? “Selvaggi abbruttiti”, la cui sola ambizione “è essere cugini di un lacché del papa o del cardinal-ministro”. Qualcuno dirà che oggi non è poi così diversa. Ma come sarà nel 2030 secondo il rapporto? Intanto, a dispetto di Matteo Salvini, Roma resterà “una città accogliente”, lontana da “fenomeni di ghettizzazione”. Gli immigrati continueranno a essere portatori di aiuto per incombenze che i romani non sanno più affrontare, supplendo “all’invecchiamento della popolazione”. Dunque ben vengano. “La paura più forte sarà quella della povertà, che prenderà il posto dell’attuale paura dello straniero”. Tra vent’anni l’offerta culturale continuerà a crescere. Non così si potrà dire della ricerca scientifica e tecnologica. E neppure “dei 44 atenei presenti nella Capitale”. Sottofinanziati, continueranno ad assistere impotenti alla fuga dei giovani e dei cervelli migliori. “Punti di debolezza” saranno una classe politica “inadeguata”, “la speculazione fondiaria”, “l’inefficienza burocratica”, “la cattiva manutenzione urbana”. Di contro, ci saranno almeno dieci “punti di forza”. Tra questi la crescita del turismo, il clima, la generosità del volontariato e del terzo settore, la qualità della vita, la ricchezza del patrimonio storico e artistico. Infine “un tessuto economico variegato”. Senza contare la presenza del Vaticano, “un plus che nessuna altra città italiana potrà vantare”. Ma di fronte al crescere di altre metropoli europee “come Berlino, Francoforte, Londra, Madrid, Parigi”, Roma si troverà schiacciata da una maggiore efficienza. E dovrà guardarsi da Istanbul “per l’atout di essere la porta di accesso privilegiata a tutto il Medio Oriente e all’Asia centrale”. Sicuramente “sarà tagliata fuori dalla competizione con le smart city dell’epoca globale, quali Bombay, Hong Kong, Los Angeles, New York, Pechino, Shanghai, Tokyo”. Nel 2025 ci sarà un altro Giubileo, che porterà nuova linfa e ricchezza alla Capitale. Ci sarà ancora papa Bergoglio? Il rapporto stima che nel 2030 assisteremo al “crollo degli investimenti pubblici da parte della Regione e dello Stato”, come pure all’assenza di una realtà industriale, con conseguente “polarizzazione della ricchezza, ulteriore erosione del ceto medio e ulteriore desertificazione abitativa del centro storico”.

Il futuro si presenterà “come una lunga stagnazione” e “la situazione economica di Roma peggiorerà ulteriormente”, causa un ulteriore “trasferimento verso Milano delle banche e delle grandi imprese”. La Capitale però cercherà di opporsi al declino e “investirà per rimodernarsi”. Soprattutto, non potendo mirare all’alto, giocherà la carta di “una forte resilienza povera, ovvero una capacità silenziosa di adattamento verso il basso”. Sempre meglio adeguarsi che soccombere. “Spazi abbandonati come siti industriali e scali ferroviari” verranno riqualificati, costituendo materia per nuovi insediamenti urbani a beneficio delle periferie. Crescerà una nuova economia, basata “sulla conoscenza e sul continuo progresso del sapere”. Insomma nel 2030 la vita a Roma non sarà così male. Al rapporto forse manca un particolare: siamo noi che ci viviamo a fare la differenza. Invece di lamentarci, magari con un po’ più d’amore per la città i dati degli esperti potranno migliorare. Anche di molto. Diamoci da fare.

Mail box

 

L’enorme differenza sulle scorte tra Italia e Belgio
Poco meno di dieci anni fa mi trovavo a Bruxelles, invitato in un albergo cittadino a una iniziativa del Press Club Brussels Europe, cui partecipava anche l’allora primo ministro Yves Leterme. Ligio al principio che non si fuma in locali pubblici e negli alberghi, uscii dall’hotel per fumare. All’ingresso dell’hotel (non su strada pubblica) era posteggiata una piccola auto (una media Peugeot) e un uomo che ritenevo fosse il proprietario. Dopo poco uscì dall’albergo il primo ministro Leterme che prese posto su quella piccola auto. L’autista fece semplicemente una telefonata avvertendo l’interlocutore “Stiamo partendo”. Senza strombazzamenti di sirene, moto della polizia e altre auto avanti e dietro alla Peugeot, il primo ministro se ne andò. Leggere che Gasparri (noto per le imitazioni indimenticabili di Neri Marcoré) e altri “personaggi” debbano avere a disposizione un’auto blindata e gli agenti al suo seguito mi fa rabbia, soprattutto quando pago le mie tasse. E il governo del cambiamento è capace di cambiare questi scandali? Salvini che vuol togliere la scorta a Saviano, sa che anche chi non ha diritto gode di questo scandaloso privilegio? Tra VIP e NIP (No Important Person) mi viene in mente il famoso Totò e il suo intramontabile “E io pago!”
Rocco Tancredi
Renzi attacca i populisti, ma è lui il primo a esserlo
Renzi all’assemblea nazionale ha accusato la minoranza di aver indebolito il Pd, unico argine contro i populismi di Lega Nord e Movimento 5 Stelle. L’ ex segretario, però, sembra non essersi accorto che il populismo era ben presente nel partito da lui diretto. A tale proposito, è opportuno ricordare la definizione che il professor Revelli diede del partito di Renzi: “Il Pd non è che “una destra tecnocratica venata di populismo, il peggiore, perché è populismo di governo.” Non dimentichiamo, inoltre, che Renzi si proponeva con la sua riforma di ridimensionare fortemente gli organi di garanzia come la Presidenza della Repubblica, il Csm, la Corte Costituzionale, il Parlamento. Tali contrappesi, invece, dovrebbero essere sempre salvaguardati per difendere appunto la democrazia dagli attacchi dei populisti. Sono stati i cittadini, bocciando la schiforma, a svolgere il ruolo di argine verso la deriva del populismo renziano. Pertanto, quando Renzi ha definito il Pd come “l’alternativa al populismo”, ha inaugurato la sagra delle panzane.
Maurizio Burattini
Sui migranti Travaglio fa bene a parlare dei veri criminali
Ho appena finito di leggere l’articolo di prima pagina di Travaglio “Sotto la maglietta”. Non sempre sono d’accordo con lui, ma voglio complimentarmi per ciò che ha scritto. Finalmente ha descritto il fenomeno dei migranti focalizzando l’attenzione sui veri criminali troppo spesso esclusi a torto dai dibattiti. Grazie.
Mariano Folin
Il dramma dei grandi media rimasti senza più padroni
Brevi riflessioni sul fondo del direttore Travaglio del 5 luglio. È noto che sulla maggior parte di giornalini, giornaloni e giornaletti in circolazione scrivono pennivendoli il cui dramma esistenziale diventa ogni giorno sempre più lacerante: essendo gente che, come diceva Victor Hugo, pagherebbe per vendersi, costoro hanno oggi il grosso problema di essersi già venduti ai loro vecchi padroni, che continuano a pagare loro lo stipendio in gran parte con soldi pubblici, e di sapere per certo che ora non possono più vendersi a nessun altro perchè quelli che ci sono adesso non se li piglierebbero neanche morti, e neanche a gratis; anzi, neanche se fossero loro a pagarli per farsi prendere (e cioè a pagare per vendersi appunto). Sono perciò esilaranti le critiche mosse da costoro alle misure adottate dal governo con il “decreto dignità” accuse un giorno di fascismo, l’altro di comunismo, se non addirittura entrambe nello stesso giorno e sullo stesso “giornale”. (sic!)
Tutto ciò ricorda la favoletta della volpe che non arrivava all’uva: solo che la volpe (pur mentendo sapendo di mentire) almeno diceva soltanto che l’uva era acerba.
Questi qui, invece, riescono a sostenere restando seri (pur non essendolo affatto) che l’uva è acerba e fradicia al tempo stesso.
E perciò possiamo star certi che è uva matura e buona da mangiare (benchè, forse, di qualità non proprio eccelsa, ma certo assai migliore rispetto a quella di prima).
Pierfranco Purgato

 

DIRITTO DI REPLICA
In relazione all’articolo pubblicato ieri (“Tutti quelli con la scorta”), l’ufficio stampa dell’Unione di Centro (Udc) fa sapere che al segretario nazionale Lorenzo Cesa non è stata assegnata nessuna scorta.
Ufficio stampa Udc

 

In merito all’articolo “Tutti quelli con la scorta” pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano preciso che la mia tutela si è sempre limitata a un solo carabiniere, visto che i costi dell’autista e dell’automobile sono a mio carico con un contributo Rai, come previsto dalla normativa vigente.
Bruno Vespa

Bomba H. L’Armageddon americano e gli orrori dell’esercito nipponico

Sempre, in questa stagione, si parla di Hiroshima e Nagasaki come decise requisitorie sull’America contro un Giappone buono e gentile. E forse, di anno in anno, qualche ingenuo ci casca. Ma i giapponesi non erano buoni e gentili come li dipingono. Cominciando dal barone Tanaka teorico della conquista dell’Asia (tutta intera, veh!) a cavallo tra ‘800 e ‘900. Nel 1936 fu l’aggressione alla Cina, con il famoso massacro di 300.000 a Shanghai usando le baionette per non sprecare munizioni. L’aggressione a Pearl Harbour impressiona per la mentalità con cui fu condotta e per la tragedia dei marinai dell’“Arizona” consci di dover morire nello scafo rovesciato. Nelle Filippine, piu di metà degli americani civili e militari prigionieri morì di fame e maltrattamenti. I lager giapponesi durante tutta la guerra furono spaventosi. La resistenza di ogni soldato giapponese fu una mostruosità per il fanatismo cruento in cui erano allevati. Il suicidio in cambio della morte di un nemico è loro teoria militare: il codice del Bushido. La bomba atomica è una colpa perché gli americani sono arrivati prima. Se l’avessero subìta, certuni la giustificherebbero. Ma nazisti e giapponesi la cercavano e se l’avessero avuta prima loro i massacri sarebbero stati peggiori. Portare alla resa il Giappone ha risparmiato molte vite. Tutto serve all’odio per il baluardo liberale dell’Occidente e i bolscevichi nostrani non si rendono conto di quanto son fortunati ad aver perso la guerra tiepida, al sicuro dalle purghe periodiche del marxismo. Che per tanti sono l’unico merito di Stalin.

Gianni Oneto

 

Fra i primi a raccontare in Occidentele esazioni e i crimini giapponesi nella sponda continentale del loro agognato e a ogni costo perseguito impero pan-asiatico fu Hergé (Georges Prosper Remi) attraverso l’avventura del reporter Tintin e del suo cane Milou nella storia a pubblicazione settimanale Le Lotus bleu nel 1934. Era ancora prima del massacro di Nanchino (credo si riferisca a quell’aberrante e pianificato atto genocida di fine 1937) e il fumettista belga (che poi sarà anche accusato di simpatie naziste) metteva nelle sue tavole l’infingarda astuzia e la doppiezza dei giapponesi conquistatori. Poi ci penseranno tanti altri fumetti di ben più bassa lega a rappresentare i “musi gialli” crudeli e amoralmente scaltri che solo l’Armageddon del fungo atomico poteva piegare. Le Bombe H, più che strategiche, furono il monito alle future generazioni e ai prossimi nemici (sovietici). Ma c’è da ricordare anche il fungo “atomico” sviluppato dal calore delle bombe convenzionali esplose a Dresda: la vendetta contro i nazisti che gli inglesi chiesero agli americani.

Stefano Citati

La pillola “abortita” di Paolo VI. Nel ’68 il papa mise il veto all’enciclica

Lasciare alle coppie la possibilità di una genitorialità “responsabile” attraverso l’uso dei contraccettivi, a partire dalla pillola. Si pensò anche a questo nel corso dell’iter che portò all’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI pubblicata il 25 luglio 1968. La fase post-conciliare avrebbe dunque potuto condurre a questa conclusione, visto che era la tesi maggioritaria tra i teologi e gli specialisti consultati sul tema, ma Paolo VI pose il veto e scelse diversamente. In questo processo risulta anche un’enciclica, De nascendae prolis, scritta ma mai pubblicata. È quanto emerge dagli Archivi della Santa Sede, come scrive mons. Gilfredo Marengo nel suo libro di prossima pubblicazione, La nascita di un’enciclica (Libreria Editrice Vaticana), una ricerca storica sulla genesi di Humanae vitae, realizzata attraverso l’esame dei documenti presenti nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede e nell’Archivio Segreto Vaticano. Non è la prima storia di un’enciclica scomparsa: nel 1938, per esempio, risulta fosse pronta la Humanis Generis Unitas, enciclica antinazista fatta preparare al gesuita americano John LaFarge da Pio XI, che poi scomparve con la sua morte e l’avvento del nuovo pontefice. Tornando agli anni dell’Humanae vitae, “molti erano convinti che mantenersi in sintonia con il concilio – scrive mons. Marengo riferendosi al Concilio Vaticano II – esigesse di introdurre radicali mutamenti in questo campo”. “Una volta riconosciuto il valore in sé dell’esercizio responsabile della paternità, non era ragionevole fare coincidere questo giudizio con l’obbligare le coppie al solo uso dei metodi naturali; la pillola andava considerata un mezzo attraverso il quale il fine di evitare un nuovo concepimento veniva raggiunto rispettando le esigenze dell’amore coniugale e la dignità del coniuge”. Ma Papa Montini “non giudicò accettabile questa tesi” e ritenne “più rassicurante mantenersi in un assetto tradizionale”. Un motivo forte di questa decisione era legato al fatto che la diffusione della pillola aveva già aperto la strada “a inquietanti politiche antinataliste in molte parti del mondo, in specie quelli più poveri e sottosviluppati”.

Nella riunione degli “autocrati” a casa Erdogan spunta B. con la bionda

Il più giulivo e soddisfatto tra gli invitati alla sfarzosa cerimonia di insediamento di Recep Tayyip Erdogan sembrava Silvio Berlusconi. Al fianco di una giovane stangona bionda, l’attrice turco-tedesca Wilma Elles, l’ex premier italiano ha partecipato alla cena di gala riservata a quei capi di Stato e ai politici che nel corso dei 15 anni di “regno” del Sultano hanno stretto con lui anche un legame di amicizia. Silvio è uno di questi, come ha dimostrato lo stesso Erdogan andando a stringergli calorosamente la mano davanti afotografi e telecamere. Del resto il leader di Forza Italia, ai tempi della sua premiership, nel 2003, era stato addirittura testimone di nozze del figlio primogenito di Erdogan. A parte Gerhard Schroder ex cancelliere tedesco, i leader che hanno accettato di recarsi ad Ankara a omaggiare Tayyip non sono certo noti come campioni di democrazia. Spiccava, anche per la sua possanza fisica, Nicolas Maduro presidente-dittatore venezuelano e il ricercato dalla corte penale dell’Aja, per crimini contro l’umanità, Omar al-Bashir presidente del Sudan, oltre al premier ungherese Orbàn e a quello russo Medvedev.

Da Lunedì la Turchia non è più una repubblica parlamentare. La riforma costituzionale l’ha trasformata in una repubblica presidenziale al cui vertice siede Recep Tayyip Erdogan. Il capo dello Stato, appena rieletto, svolgerà anche la funzione di primo ministro. Nel nuovo governo formato dal “Super-Sultano” il ministero più importante, ovvero Finanze ed Economia, è stato assegnato al genero (marito della figlia Esra) Berat Albayrak, già ministro dell’Energia e suo delfino.

Uno dei primi atti di Erdogan, domenica, è stato disporre il licenziamento di 18mila dipendenti pubblici (militari, ufficiali di polizia e docenti universitari), considerati “pericolosi per la sicurezza dello Stato” e al contempo ha ordinato la chiusura di 12 associazioni, tre giornali e un canale tv. Ma durante la cerimonia del giuramento il presidente ha spiegato che “i tempi delle divisioni sono finiti”.

La Corte suprema si butta a destra: Trump gongola

Donald Trump, con la moglie Melania, lascia Washington per Bruxelles dopo avere scelto il giudice Brett Kavanaugh per la Corte Suprema. Dopo l’ok del Senato, prenderà il posto del dimissionario Anthony Kennedy e darà un orientamento conservatore alla massima magistratura degli Stati Uniti dove, ormai 5 giudici su 9 saranno d’ispirazione repubblicana: un’impronta che potrebbe mantenersi per una generazione, vista l’età dei giudici supremi – nominati a vita –. Era dall’epoca di Reagan che i conservatori aspettavano un momento come questo, coi giudici ‘liberal’ neutralizzati, dal loro punto di vista.

La scelta di Kavenaugh, annunciata nella serata di lunedì, trova consensi pure nella destra moderata: il giudice pro-armi e anti-aborto, che dice che i magistrati devono “interpretare la legge, non farla”, piace al senatore John McCain e all’ex presidente George Bush, due ‘avversari dichiarati’ di Trump nel Partito repubblicano. Una buona mossa del magnate presidente, in una giornata in cui s’intrecciano vicende che inquietano l’America e l’Amministrazione: per il Russiagate, Michael Flynn, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, compare per la prima volta in tribunale; la pornostar Stormy Daniels, le cui ‘esibizioni’ con Trump infastidirono Melania, fa uno strip integrale a due passi dalla Trump Tower; e un giudice di Los Angeles boccia misure del presidente contro l’immigrazione illegale.

Ma Trump ha già in testa gli impegni dei prossimi giorni: il Vertice della Nato a Bruxelles, oggi e domani; la visita a Londra, dove non esclude di vedere Boris Johnson, il ministro degli Esteri dimissionario – chissà com’è contenta Theresa May ; e l’incontro con Vladimir Putin, a Helsinki, lunedì. “Sarà più facile del Vertice alla Nato”, pronostica, irritando gli alleati, cui vuole scucire spese per la difesa. A dargli il benvenuto in Belgio, ieri sera, solo un diplomatico: il re e il premier stavano vedendo la partita contro la Francia.

Brett Kavenaugh, 53 anni, giudice della Corte d’appello federale del Distretto di Colombia, è ben inserito a Washington, dove ha lavorato col presidente Bush, che gli diede l’attuale posto (i democratici ne tennero la nomina in sospeso per 3 anni), dopo aver avuto un ruolo attivo nelle indagini per l’impeachment del presidente Clinton. Ora, però, sull’impeachment è freddo: punto che certo non è sfuggito a Trump, nel contesto Russiagate.

Di lui, il cronista della Corte Suprema del New York Times dice: “Ha scritto molte sentenze gradite ai conservatori su temi che spaziano dalla vendita delle armi alla libertà religiosa al finanziamento delle campagne elettorali. Ma quel che alla destra piace in primo luogo è la sua opinione vigorosamente ostile al governo centrale e alle sue agenzie”.

Trump, che pure sta a fatica nel solco dei conservatori tradizionali, è stato molto attento a scegliere bene, in un’ottica di destra, i due giudici supremi che ha finora avuto occasione di nominare: all’inizio del mandato, Neil Gorsuch, al posto dell’italo-americano Antonin Scalia, morto a febbraio del 2016 – la nomina del successore toccava a Obama, ma l’ostruzionismo dei repubblicani gliela impedì; e ora Kavenaught, che, rispetto ad Amy Coney Barrett, l’ultra-cattolica in lizza, è forse meno ‘pericoloso’ per la legalità dell’aborto. In Congresso, repubblicani e democratici s’apprestano a battagliare sulla conferma di Kavenaugh. Ma l’esito è scontato: i repubblicani hanno la maggioranza e alcuni democratici potrebbero temere di perdere voti (e seggio) nelle elezioni di mid-term a novembre facendo ostruzionismo al giudice.

Arrestato Apolloni, “intermediario in società schermo”

Per gli inquirenti è una delle figure di primo piano nella vicenda dei “Panama Papers” che nell’aprile del 2015 portò alla luce milioni di documenti con informazioni su denaro dirottato nei paradisi fiscali da leader politici, vip, imprenditori e criminali. La Finanza ha notificato, su disposizione della Procura di Roma, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Gian Luca Apolloni, professionista romano. Secondo le indagini avrebbe fatto da intermediario nella creazione di oltre 200 “società schermo” a Panama, collegate a ulteriori imprese aventi sede a Samoa, Bahamas, Anguilla, Isole Vergini Britanniche. Nel profilo dei Panama Papers, Apolloni veniva indicato come intestatario di società off shore oltre che come rappresentante a Roma dello studio Mossack Fonseca finito al centro del caso. Raggiunto ieri da provvedimento cautelare anche l’imprenditore Roberto Laganà, titolare della “Rts società cooperativa”, mentre sono stati sequestrati complessivamente beni per 35 milioni. Le accuse ipotizzate per entrambi sono truffa aggravata e indebita compensazione di debiti tributari e previdenziali con crediti inesistenti.