Mainetti a processo per calunnia ai danni degli ex vertici di Enasarco

Valter Mainetti, azionista di riferimento e presidente del gruppo immobiliare Sorgente, è stato rinviato a giudizio ieri dal giudice per l’udienza preliminare Livio Sabatini. Mainetti è imputato di diffamazione e calunnia. Il processo, per decidere sulla colpevolezza o innocenza dell’imputato, si aprirà il 2 febbraio 2019 presso il Tribunale di Roma. Era stato il pm romano Corrado Fasanelli a chiedere il processo per Mainetti, accusato di aver diffamato e calunniato l’ex presidente dell’Enasarco Brunetto Boco e l’ex direttore finanziario dello stesso ente Roberto Lamonica. Mainetti, attraverso il gruppo Sorgente, è anche l’editore del Foglio, il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara.

Tra Sorgente ed Enasarco (ente previdenziale degli agenti di commercio) è in corso da tempo un duro contenzioso riguardante la gestione affidata a Sorgente Sgr di alcuni fondi immobiliari, sul quale pendono alcuni processi civili, un’inchiesta della Corte dei Conti e un’inchiesta penale della Procura di Roma. A marzo scorso la scontro ha portato alla revoca dei mandati di gestione del Fondo Megas e del Fondo Michelangelo, quest’ultimo riguardante come investitori anche gli enti previdenziali dei medici (Enpam) e dei giornalisti (Inpgi).

L’imputazione per diffamazione nasce dalle parole dette da Mainetti il 2 marzo 2017 davanti alla Commissione parlamentare sugli enti previdenziali, in cui annunciò di aver intentato causa per danni a Boco e Lamonica. Tra le frasi in cui Fasanelli ha individuato l’ipotesi del reato di diffamazione figura questa: “La domanda a cui sto rispondendo è se abbiamo avuto pressioni. Ebbene, è stata più di una pressione, potremo chiamarla una estorsione contrattuale, ma forse è esagerato perché avrebbe una rilevanza penale. (…) Davano delle informazioni false al loro consiglio, cosa che dico nella denuncia. Il motivo per cui lo hanno fatto non è dato saperlo. Io non ho prove, ma è evidente che volevano spostare uno dei fondi più prestigiosi d’Europa, se non del mondo, in qualche altra Sgr”.

Secondo l’ipotesi dell’accusa, che dovrà essere vagliata dal tribunale, Mainetti ha invece calunniato i due esponenti dell’Enasarco proprio nell’atto di citazione civile, in cui li accusava davanti a un magistrato di “reati di estorsione contrattuale aggravata” e di tentata truffa “per avere con l’artifizio di false e omesse comunicazioni al consiglio di amministrazione posto in essere condotte volte a sostituire Sorgente Sgr con altra loro gradita”.

Fs, è battaglia su Mazzoncini scontro nella Lega per l’ad

Lega contro Lega per le Ferrovie dello Stato. I leghisti di osservanza giorgettiana, cioè la corrente che fa capo al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, stanno lavorando alacremente perché non venga mandato via Renato Mazzoncini, l’amministratore delegato che è stato uno dei campioni del renzismo nelle imprese pubbliche.

Secondo quanto risulta al Fatto per Giorgetti ieri mattina l’assemblea degli azionisti Fs, cioè, in sostanza, il ministero del Tesoro di Giovanni Tria, avrebbe dovuto concedere un’autorevole avallo all’operazione riconfermando la fiducia a Mazzoncini nonostante la posizione di quest’ultimo risulti da mesi in bilico sia per motivi sostanziali (la fusione con l’Anas si sta rivelando un boomerang) sia di appartenenza politica: dopo il 4 marzo Matteo Renzi non conta più niente neanche alle Fs. E infine per cause di natura giudiziaria: l’amministratore delle Ferrovie è stato rinviato a giudizio dal tribunale di Perugia per una presunta truffa ai danni dello Stato nel settore dei trasporti pubblici umbri e la circostanza rende incompatibile la permanenza dello stesso Mazzoncini alla guida delle Fs in base a una clausola dello Statuto aziendale. Solo l’ok ministeriale avrebbe potuto salvare Mazzoncini e Giorgetti ha effettuato notevoli pressioni su Tria perché ciò accadesse (una versione che dal giro del sottosegretario smentiscono, spiegando che l’idea è di far dimettere tutto il cda).

L’assemblea, convocata proprio per pronunciarsi sulla situazione dell’ad, però non si è tenuta, è stata spostata alla fine del mese, il 26. Sul cambio improvviso di percorso hanno pesato due fattori. Il primo è che il blitz sarebbe stato interrotto dal ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, 5Stelle, che ha fatto capire al collega Tria di non essere per niente d’accordo con quel che stava succedendo. Il secondo fattore è che la parte della Lega non giorgettiana considera con scetticismo se non proprio con avversione l’attivismo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio sia per le Ferrovie sia più in generale per quel che riguarda il capitolo delle nomine. Agli occhi di questa corrente, Giorgetti starebbe conducendo la faccenda in un’ottica di continuismo con il governo precedente, si starebbe cioè trasformando in una sorta di Gianni Letta in camicia verde che starebbe compromettendo la volontà di cambiamento: “Per che cosa abbiamo preso così tanti voti? Per non cambiare nulla?” sono le domande che circolano in questo ambiente.

Non piace a questa area leghista che Giorgetti abbia confermato a Palazzo Chigi lo staff che fu di Maria Elena Boschi. E non piace neanche che per la guida della importantissima Cassa depositi e prestiti lo stesso Giorgetti stia dandosi da fare per la nomina di Dario Scannapieco, un tecnico sostenuto da un altro potente di altre stagioni su cui il sottosegretario leghista fa affidamento, il banchiere bolognese Massimo Ponzellini, cugino di Giorgetti, in gioventù vicino a Romano Prodi poi finito addirittura nei guai e arrestato per una vicenda di finanziamenti alla società del gioco d’azzardo di Francesco Corallo, uomo d’affari in ottimi rapporti con Gianfranco Fini.

Per quanto riguarda le Ferrovie l’area antigiorgettiana della Lega non ha mai smesso di considerare anomala la vicenda di alcuni anni fa di Pamela Morassi, segretaria fidata di Giorgetti alla Commissione Bilancio alla Camera, che era volata negli uffici di Mazzoncini allora amministratore di Busitalia per diventare la sua assistente personale poi confermata alle Fs. Per le Ferrovie i non giorgettiani hanno un loro candidato forte: Giuseppe Bonomi, esponente di primo piano della Lega governativa di altre stagioni. Bonomi di trasporti un po’ ne mastica essendo stato presidente di Alitalia prima del grande tonfo del 2008 e della Sea, gli aeroporti di Milano.

Olimpiadi 2026, il Coni prende tempo sulla città ospitante

Una certezza e vari dubbi. L’Italia è in corsa per ospitare i Giochi Olimpici Invernali del 2026. Con quali, o quante, città resta invece il grande punto interrogativo. Incassato il sostegno da parte del governo il Consiglio Nazionale del Coni ha deciso all’unanimità di proporre la candidatura di una città italiana. Questo il sole attorno al quale, al momento, ruotano tre pianeti: Cortina, Milano e Torino in rigoroso ordine alfabetico. Per scegliere la città migliore ci sarà una commissione di valutazione ad hoc che avrà l’incarico di studiare i tre dossier formulando poi una relazione. Un lavoro che potrebbe terminare entro il 1 agosto o, più probabilmente, il 10 settembre. Queste le due date possibili. La commissione sarà coordinata dal segretario generale Carlo Mornati. Con lui i due vice presidenti del Comitato Olimpico, Franco Chimenti (vicario) ed Alessandra Sensini, i presidenti delle due federazioni interessate Flavio Roda (Fisi) ed Andrea Gios (Fisg), la pattinatrice Valentina Marchei in quota atleti e Jacopo Luchini, atleta paralimpico. Concludono il gruppo i membri Cio Franco Carraro, Mario Pescante, Ivo Ferriani e quelli onorari Manuela Di Centa e Ottavio Cinquanta.

La leghista Alessandra, dai cuoricini di Pontida alle feste in ambasciata

Il pubblico è privato – ché la moglie o l’amante di Cesare sono sempre affare nostro, a prescindere – e stavolta al centro della scena rosa non c’è l’ex Cavaliere ma la “regale pannocchia” (citazione d’uopo del colorato Eddie Murphy nel Principe cerca moglie) del suo rampante successore xenofobo: Matteo Salvini.

Il vicepremier nonché ministro dell’Interno perennemente scamiciato come un peronista sudamericano avrebbe il cuore in tumulto in questa estate torrida e nemica dei migranti. Persino dalla coltre sovietica che protegge e avvolge il Capo leghista – tale e quale ai tempi di Bossi – trapela che la “crisi tra lui ed Elisa” va avanti da un mesetto pieno.

La quale Elisa fa di cognome Isoardi ed è una stellina in ascesa della Rai e in questi giorni verga dolenti e alati messaggi su Instagram, modello Bacio Perugina. Per la serie: “Ho imparato che si può volare anche soli se non c’è nessuno che merita il tuo cielo”.

Ecco, il cielo sopra Matteo (sarebbe Wim Wenders ma in realtà fa più Federico Moccia) di che colore è adesso? Nero, blu, azzurro?

Voci e spifferi autorevoli mettono in collegamento – come notato ieri da Dagospia – il mal d’amore per la bella Elisa con l’esodo biblico verso la Lega da altri lidi di destra, soprattutto da Forza Italia. E qui dunque risalta una magnifica coincidenza che conduce alla comparsa sul pratone di Pontida, la prima domenica di luglio, di Alessandra Costantini, attrice di ventiquattr’anni con qualche fiction in Rai che risale a ben tre anni fa, al 2015.

Radiosa per il sole padano di quel giorno, Costantini, che è romanissima, ha postato un ambito selfie con Salvini inserendo un galeotto cuoricino verde finale. Da quel momento in poi nella Lega dal metodo leninista è iniziato a rimbalzare il preoccupante interrogativo: “Ma chi è questa?”. L’attrice, infatti, in un recentissimo passato e vedremo perché, non ha mai celato le sue ambizioni politiche. Di qui “l’attento esame” da parte delle truppe salviniane di selfie e altre foto messe sui social da Costantini in due occasioni: il ricevimento all’ambasciata russa del 7 giugno per la festa nazionale del Paese di Putin (venti giorni prima di Pontida) e quello degli americani per il 4 luglio. Entrambi, ovviamente, a Roma.

In base al cerimoniale predisposto per questi appuntamenti, l’attrice dovrebbe essere entrata come accompagnatrice di qualcuno, se non invitata direttamente. Senza dimenticare che non è facile avere i preziosi cartoncini per essere ammessi alle feste ufficiali delle ambasciate.

In ogni caso, fino a due anni fa, il sole politico della ragazza romana era Silvio Berlusconi, of course. Per la precisione, l’attrice era una “falchetta” di Azzurra Libertà, il movimento giovanile dei fratelli Zappacosta sponsorizzato da Daniela Santanchè (oggi altre esule berlusconiana, collocata in Fratelli d’Italia). Il movimento nutriva fulgide aspettative finché un giorno il rapace ex Cavaliere non s’invaghì di un’altra “falchetta”, Lavinia Palombini. Era il 2016 e la storia la raccontò Alessandro Ferrucci sul Fatto. Risultato: gli incazzati fratelli Zappacosta stesero un tostissimo comunicato contro il predatore Ottuagenario: “Abbiamo sempre difeso Berlusconi ma abbiamo potuto constatare tangibilmente l’esistenza di queste prove e abbiamo deciso di fare la scelta più saggia: distaccarci da Forza Italia”.

La stessa Costantini si associò in un’intervista: “La condotta privata di Berlusconi influenza negativamente le sorti del partito”. Per poi concludere, a scanso di equivoci: “Mi piacerebbe poter dare il mio contributo al Paese. In futuro potrei candidarmi”.

Viva Pontida, viva la Lega, viva Salvini.

Decreto Dignità, Di Maio va di fretta (ma è già in ritardo)

Il vicepremier a 5Stelle doveva rispondere all’iperattivo Salvini con un provvedimento che facesse rumore: presto. E allora è andato di corsa, annunciando un decreto che però andava ancora costruito e perfezionato. Ma ai tavoli tecnici le lacune sono emerse, tutte. E nelle ultime ore sulla bozza è piovuta anche una relazione dell’Inps che evidenzia nodi sulle coperture.

In pillole, la tormentata storia del decreto dignità, fortissimamente voluto da Luigi Di Maio, a cui il Consiglio dei ministri aveva dato il via libera il 2 luglio. Ma fino a ieri, del testo che secondo Di Maio dovrebbe segnare la “Waterloo del precariato”, limitando il ricorso ai contratti a tempo, non c’era traccia in Gazzetta Ufficiale. Ossia il decreto di fatto non esiste ancora, per il sarcasmo delle opposizioni. Oggi Federico Fornaro (LeU) chiederà la tempistica di pubblicazione durante il question time alla Camera. Ma una scadenza c’è, ed è il 24 luglio, giorno in cui il decreto dovrà approdare in aula come ha stabilito ieri la conferenza dei capigruppo. Prevedendo che venga votato a Montecitorio il 25 e il 26.

Però il decreto deve ancora ricevere la bollinatura della Ragioneria dello Stato, che fa capo al ministero dell’Economia, dove il testo è arrivato a inizio settimana. Anche se fonti del governo giurano che verrà pubblicato “presto” in Gazzetta. Ovvero entro un paio di giorni, dopo la bollinatura e la successiva firma del presidente della Repubblica. Ergo, la discussione in commissione dovrebbe iniziare venerdì, se le cose andassero spedite. Ma il condizionale è obbligatorio. Mentre è certo che sul decreto ci sarà anche la mano del Quirinale, visto dai tecnici di Mattarella sono arrivate “indicazioni”. Anche se “non ci sono impedimenti alla firma” come hanno precisato ieri dal Colle.

E comunque il decreto che ancora non c’è già traballa. Perché la Lega resta inquieta. “Il decreto dignità non è sufficiente, va migliorato”, ha detto ieri al Foglio Dario Galli, sottosegretario leghista al Mise con Di Maio, che invoca “una decontribuzione di mezzo punto come premio per chi trasforma i contratti a termine in tempo indeterminato”. E poi c’è il tema voucher, che il M5S è pronto a ripristinare come moneta di scambio per il Carroccio. Ma senza esagerare. Così si spiega il ping pong a distanza degli ultimi due giorni, con Di Maio a puntualizzare che “i voucher non devono aprire strade allo sfruttamento”. E il ministro dell’Agricoltura, il leghista Gian Marco Centinaio, che sul Corriere della Sera fa i conti: “Con la loro reintroduzione potremmo regolarizzare oltre 50 mila persone nel settore agricolo”. E ieri Matteo Salvini ha rilanciato: “Preferisco i voucher al lavoro nero”. Un altro messaggio all’alleato con cui l’accordo era di limitare al minimo le modifiche al testo, apportandole solo in commissione. Intesa da verificare, quando il decreto verrà messo nero su bianco. Dopo gli annunci.

Codice degli appalti, Cantone: “Il governo vuole intervenire”

Ha solo un anno di vita, ma il codice degli appalti è già nel mirino del nuovo governo: ieri, dopo l’anticipazione di Repubblica, il commissario anticorruzione Raffaele Cantone ha confermato che “c’è una preoccupazione del governo: ho parlato a lungo con il premier Conte sul fatto che il sistema degli appalti sia bloccato e c’è l’idea del ministro Tria di mettere in moto gli appalti”. Tra le ipotesi circolate c’è quella del ritorno al modello della legge Obiettivo, di berlusconiana memoria: “Sul modo io non credo che i nodi siano sciolti – ha aggiunto Cantone – e spero la strada non sia quella indicata dalla stampa”, che lo stesso Cantone definisce come ipotesi “devastante”.

Critiche al Codice degli appalti, ieri, sono arrivate invece dall’associazione nazionale dei costruttori edili. “I risultati dovevano essere più trasparenza e velocità nell’impegnare le risorse pubbliche ma alla legge delega i cui contenuti ancora oggi sono fondamentali è succeduta una genesi elefantiaca di un codice che con quella legge non c’entra per nulla”, dice Edoardo Bianchi di Ance.

Savona: “Euro? Pronti a tutto. Va riformata la Bce”

Da quando il veto di Sergio Mattarella per le sue posizioni eurocritiche lo ha retrocesso dal ministero dell’Economia (dove ha indicato Giovanni Tria) agli Affari europei è chiaro che Paolo Savona non è – e non sarà – un ministro qualsiasi. Ieri, per dire, si è presentato in Parlamento per illustrare le line guida del suo dicastero e gli esiti del comitato interministeriale per gli Affari europei confermando la sua visione sul futuro dell’Europa che tanto preoccupa un pezzo di establishment italiano e comunitario. Lo spread non è salito, ma non sono mancati argomenti forti.

Rispondendo ai parlamentari, Savona – che avrebbe incontrato ieri il presidente della Bce, Mario Draghi – ha spiegato in sostanza che le autorità di governo devono essere in grado di far fronte a qualsiasi situazione perché altri possono decidere l’uscita dell’Italia dall’euro. “È necessario essere pronti ad ogni evento – ha spiegato l’economista ex Bankitalia – Mi dicono ‘tu vuoi uscire dall’euro?’ Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è di essere pronti a ogni evenienza”. Cioè all’arrivo del “cigno nero, lo shock finanziario” che le regole fiscali europee costringono a scaricare sui Paesi più deboli (come l’Italia).

Come detto, la linea di Savona non è diversa da quanto scritto e dichiarato più volte. Ieri ha ripetuto anche la sua ricetta. L’Italia si è impegnata ai massimi livelli per ribadire che non intende uscire dall’euro e rispettare gli impegni fiscali. Si deve impegnare a ridurre il debito, ma con l’aiuto della Bce e un piano di investimenti pubblici realizzato con il supporto di Bruxelles, in modo da attenuare gli effetti recessivi del consolidamento fiscale. Per farlo, secondo Savona, servono due modifiche sostanziali alla governance europea. La prima è “uscire dai vincoli finanziari del bilancio europeo” che di fatto “impediscono politiche di rilancio della domanda aggregata e consentono solo quelle dal lato dell’offerta”, cioè flessibilità del lavoro, liberalizzazioni, privatizzazioni, sgravi fiscali alle imprese. In questo modo non è possibile attendere che gli investimenti pubblici producano, in un lasso di tempo non breve, i suoi effetti sull’economia. Per Savona, il rilancio di questa forma di spesa pubblica produttiva è possibile se governo e Parlamento “non cedono alla tentazione di procedere dal lato della spesa corrente” e se sarà proprio l’Ue a spingere perché ciò avvenga: “Non equivarrebbe alla consueta richiesta di ‘flessibilità’ di bilancio, perché ‘consueta’ non sarebbe più”. Sarebbe interesse di Bruxelles “riproporre un’alleanza tra Stati favorevole al progresso economico e sociale e non solo un accordo per la stabilità monetaria da imporre ai Paesi in difficoltà” com’è l’attuale eurozona. Savona ripete anche di voler promuovere una “educazione comunitaria”, nelle scuole di ogni ordine e grado per favorire il processo di integrazione europea, che deve essere sia fiscale che politico.

L’altra modifica da fare è al mandato della Bce: deve fare da garante finale dei debiti pubblici, come avviene per altre banche centrali, cosa che però a Francoforte è vietata dai Trattati. Solo così i debiti dei Paesi non saranno esposti ad “attacchi speculativi di diversa origine”, che poi si riflette sugli spread. Per Berlino, se non una bestemmia, quasi.

“È proibizionismo”. La rivolta dei signori del gioco di azzardo

“Restrizioni di orari, distanziometri, limitazioni nella pubblicità: ormai siamo in pieno proibizionismo!”. “È il coprifuoco, si uccidono le aziende pensando di aiutare i giocatori, ma così li spingono verso l’illegalità e a noi ci cacciano dal territorio”. Sono solo alcune delle espressioni usate dagli otto relatori scelti tra i responsabili associativi ognuno per il loro settore, che si sono alternati sul palco della presidenza dell’assemblea degli imprenditori del comparto organizzata da Sistema Gioco Italia, l’associazione aderente alla Confindustria. Con loro, ieri, al tavolo c’era anche il presidente Vincenzo Boccia.

La categoria è in subbuglio per la disposizione contenuta nel decreto Dignità che fa divieto assoluto di pubblicizzare e promuovere il gioco tra il pubblico. Si sentono accerchiati, gli esercenti di siti di scommesse online, sale giochi, slot machine e agenzie sportive e ippiche. Eppure il giro d’affari, a giudicare dai numeri, non sembra in sofferenza: la Corte dei Conti ha certificato recentemente un fatturato, pubblico e privato, crescente che nel 2017 ha superato cento miliardi, il 6% in più dell’anno precedente. Anche se 81 miliardi se li portano via le vincite. Al netto delle tasse, si lamentano gli operatori, rimane ben poco. Sui circa 18 miliardi da spartire l’erario fa la parte del leone. Le entrate fiscali generate dal comparto ammontano a circa 9,5 miliardi di euro e sono superiori a quelle negli altri paesi europei, nonostante la spesa pro-capite, come nel caso dell’Inghilterra, sia addirittura superiore. Ma il problema è esistenziale. “Ci dipingono non come industriali ma come biscazzieri senza scrupoli, contigui alla criminalità organizzata che rovinano la gente” si sfoga il vicepresidente Gennaro Parlati. La dimostrazione sono gli incalzanti provvedimenti restrittivi adottati dalle autorità locali, con cui ormai si è ingaggiato un vero e proprio corpo a corpo.

“Ci hanno proibito il 95% dei territori comunali” denuncia alterato all’assemblea Italo Marcotti, presidente di FederBingo. Con il nuovo governo i rapporti politici del comparto sono indubbiamente peggiorati. “Un esercito di associazioni, gruppi sportivi e personalità si sono schierati contro la potentissima lobby dell’azzardo che in questi ultimi 15 anni ha fatto arrivare centinaia di milioni di euro in spot e sponsorizzazioni a media, sport, cultura, sanità e politica” tuona il gruppo dei Cinque stelle della Camera dei deputati, a sostegno delle misure di divieto totale di pubblicità e sponsorizzazione previste nel Dl Dignità. Dalla Cei alla sua Consulta Antiusura, alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno, al Centro Sportivo Italiano, all’ Uisp e al presidente dell’Associazione Italiana Calciatori Damiano Tommasi. “Tantissimi anche i sindaci di ogni colore politico con Roma e Torino capofila” continuano gli esponenti M5S.

“Chiediamo al governo, e in particolare al ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, di aprire un tavolo di confronto. Il nostro settore ha bisogno di una riforma organica, ci sono 150.000 famiglie e milioni di investimenti privati che sono a rischio se non si interviene” ha sottolineato il Presidente di Sistema Gioco Italia, Stefano Zapponini, per il quale “la decisione del Governo di inserire il divieto di pubblicità nel Decreto Dignità è per noi un segnale molto negativo”. In attesa che il divieto previsto dal decreto di Di Maio sia pienamente operativo sul mercato intanto si cerca di utilizzare il tempo rimasto per sottoscrivere gli ultimi contratti. “L’AS Roma è lieta di dare il benvenuto a Betway tra i Main Global Partner del Club” annuncia un comunicato della società di calcio. Grazie all’accordo triennale firmato ieri, uno dei principali bookmaker online diventerà “Exclusive Training Kit Partner” dei giallorossi, fino alla stagione 2020-21 compresa.

Cerasa spiegato due volte (ed è poco)

Dal manuale dell’onanismo applicato al giornalismo. Ieri il Foglio di Claudio Cerasa ha pubblicato la versione di Cassese, cioè di Sabino Cassese, per commentare un’intuizione tra la filosofia e la banalità di Cerasa. Scommettiamo che il testo non sia passato inosservato ai principali lettori del Foglio, Cerasa e, per l’occasione, Cassese. Al professore è sottoposta una domanda immane: “Cassese, sul Foglio del 3 luglio scorso, Claudio Cerasa ha lamentato che l’Italia viene messa ‘nelle condizioni di osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra’”. Intanto, stupisce che dal 3 luglio scorso – cioè una settimana fa – all’Onu non si sia riunita una commissione speciale per diffondere fino agli angoli della terra l’arguta riflessione di Cerasa. Detto ciò, lusingato, Cassese non si sottrae e cita un altro depositario del pensiero umano e non solo: Marco Follini. Spiega Cassese: “Ho letto Cerasa, e ho notato che gli ha fatto eco una delle menti più lucide del nostro paese, Marco Follini che, il giorno dopo, ha notato che ‘non esiste più alcuna proporzione tra gli eventi della politica e la loro narrazione”. Stasera, per chi è interessato, Cassese, Cerasa e Follini terranno un seminario sulla differenza tra la pizza proposta sui menu e quella che poi esce dal forno. Di sicuro, quest’ultima è calda.

“Basta nostalgie del ’900, se no arrivano le ruspe. Rispondiamo agli Orbán e ai Salvini alle Europee”

Caro direttore, siamo nati per andare oltre gli steccati, è la nostra vocazione. Bisogna che dal fuoco e non dalle ceneri del Pd nasca un “movimento democratico europeo” che coinvolga socialisti, liberali e parli alla società civile con la lingua del riformismo. Non dobbiamo perdere un minuto poiché stiamo assistendo alla presa in ostaggio del Ppe da parte di estremisti come Orbàn e Seehofer e all’afasia del Pse, di cui anche noi siamo responsabili. Ma prima ci vuole un cambio di mentalità: dobbiamo smetterla di essere nostalgici del Novecento e lavorare sulle sfide del mondo che abbiamo intorno. Se non ci rimbocchiamo le maniche ci sono i Salvini e gli Orbàn pronti con le ruspe a fare terra bruciata della democrazia. Vent’anni fa i progressisti e socialdemocratici governavano 13 dei 15 paesi dell’Ue, oggi siamo minoranza e ovunque la sinistra è in crisi. Inutile dare la colpa a questo o a quel leader, alle categorie di destra e sinistra si sono aggiunte, quasi sovrapponendosi, quelle di europeismo e sovranismo. Alla base del sovranismo c’è un principio: ce la faccio da solo. Ma nessuno ce la fa da solo: ricreare un senso di comunità che travalichi i confini nazionali è un fatto strategico, prima che un dovere morale. Per questo ora il Pd, che non ronfa e non sta sul divano a mangiare pop corn, e non è morto, come molti vorrebbero, ha una grande chance: quella di condividere la propria esperienza con i riformisti europei.

Chi saranno i nostri interlocutori? Sanchèz in Spagna, Macron in Francia, l’esperienza della Grecia di Tsipras, la Merkel, ma anche i nascenti movimenti. Non possiamo più occuparci di temi isolati: se parliamo di Pil, non basta adoperarsi per farlo crescere ma occorre considerare il benessere e la felicità del Paese; la sicurezza si può e si deve fare insieme alla solidarietà; ambiente e salute possono e devono andare a braccetto col lavoro; povertà e ricchezza devono accorciare le distanze; così come fisco e giustizia o welfare e privilegi. Per fare questo dobbiamo partire proprio dai proclami di Salvini e di Orbàn. I bisogni dei cittadini non sono la pancia brutta del populismo: se anche uno solo di loro si sente insicuro, a questo uno vanno date risposte.

Il Pd è stata la più importante esperienza politica degli ultimi dieci anni in questo Paese, lo ha scritto Antonio Padellaro: bene, è arrivato il momento di fare un Erasmus e andare a scambiare un po’ di esperienze con gli altri. Dobbiamo fare un partito nuovo, non un nuovo partito.

Le esperienze sovraniste e populiste in Italia non sono transitorie. Hanno un fine preciso: rompere l’unità europea e mettere in discussione la democrazia rappresentativa. Non vogliono uscire attivamente dall’Europa: vogliono farsi buttare fuori. Basti vedere come i due partiti di governo abbiano già agito in modo coordinato alle ultime amministrative: prove generali per diventare maggioranza alle elezioni Europee. Occorre che fuori d’Italia si sappia che, in Italia, c’è un governo europeista e progressista alternativo. Si tratta non solo di rappresentare il 49% degli elettori che non hanno votato Lega e M5S il 4 marzo, ma di rendere esplicita la vera divisione politica di quelle elezioni.