Renzi, caduta libera. Piace a un elettore democratico su 10

Matteo Renzi ormai piace solo a un elettore su dieci. Dal referendum del 4 dicembre in poi, una collezione di insuccessi che lo ha portato ad essere tra i meno graditi del centrosinistra.

L’Istituto di analisi Izi ha effettuato un sondaggio sul futuro del Pd e dei suoi possibili alleati a sinistra, prendendo in esame un campione di elettori, intervistato tra il 2 e il 5 luglio.

Alla domanda: “Secondo lei, per superare la crisi di consenso che il Pd sta attraversando, il Pd cosa deve fare?”, il 61,6% degli elettori ha risposto che bisogna “rinnovare la propria classe dirigente”, così come il 71,1% degli elettori che si dichiarano di centrosinistra; invece, il 38,4% crede si debba “abbandonare il nome Pd” come il 28,9% degli elettori di centrosinistra. Insomma, l’era Renzi è stata decisamente fulminea e ora si appresta a tramontare per lasciare spazio ad altri. Infatti, alla domanda successiva (“Secondo lei, chi deve essere il nuovo leader del centrosinistra?”) il 24,9% degli elettori italiani ha preferito Paolo Gentiloni, il 23,5% Nicola Zingaretti e solo il 10,3% Matteo Renzi. In coda Carlo Calenda (9,9%), Maurizio Martina (9,3%), Laura Boldrini (7,5%), Debora Serracchiani (5,7%), Pierluigi Bersani (0,9%) e Matteo Orfini (0,8%). Il 7,2% degli intervistati ha optato per la voce “Altro”. Gli indecisi sono il 22,2% degli elettori e il 7,3% non risponde. Analoghi risultati per i soli elettori di centrosinistra: il 25,4% sceglie Paolo Gentiloni, il 24,3% Nicola Zingaretti; sale di poco Matteo Renzi, al 12,1%. Completano la rosa Carlo Calenda (9,9%), Maurizio Martina (8,2%), Laura Boldrini (7,3%), Debora Serracchiani (4,1%), Pierluigi Bersani (1,2%) e Matteo Orfini (0,9%). Il 6,7% del campione ha risposto con “Altro”; indecisi il 16,6%, non risponde il 3,4%.

È probabile che agli elettori poco importi delle lotte interne al partito, ma in ogni caso, le interviste del sondaggio sono state realizzate prima dell’assemblea dem di sabato scorso. Lì, il discorso dell’ex segretario, è tornato a dividere gli animi. Al termine della riunione, Renzi aveva twittato: “Mi spiace per chi dentro il Pd insiste a polemizzare sempre e comunque con me. Io però non intendo rispondere a nessuna polemica, solo politica: pronto a confrontarmi con tutti, su tutto, dall’Europa e l’immigrazione fino ai vitalizi o ai voucher. Prima o poi sarà chiaro anche a quelli che insistono con le divisioni interne e le lotte fratricide che stanno attaccando il Matteo sbagliato.”.

Dalla brioche alla tendopoli

Da colazione a pranzo: in mezza giornata Salvini riempie siti e agenzie di stampa di titoli e dichiarazioni. Si comincia col footing. Ore 9: “Corsetta sul lungomare di Reggio Calabria, adesso per recuperare energie granita al caffè con panna e brioche (emoticon che ride, ndr)”. Ore 11 e 15: “Complimenti ai carabinieri, che nelle ultime ore hanno arrestato 50 mafiosi e 67 spacciatori, sequestrando beni per oltre 7 milioni di euro. GRAZIE! #lamafiamifaschifo” (Facebook). Ore 11 e 40: “Grazie a nostro intervento deciso le navi delle Ong sono finalmente lontane da scafisti. Ora sto lavorando perché anche le altre navi non aiutino i trafficanti di esseri umani a guadagnare altri soldi. Meno partenze, meno morti. Possono minacciarmi, non mi fermo! #primagliitaliani” (Twitter). Ore 11 e 50: “Serve una riforma della giustizia. Il 99% dei giudici fa bene, obiettivamente, il proprio lavoro. C’è qualche giudice che fa politica. Che cambi mestiere” (durante la visita in Calabria, ai microfoni di LaCNews24). Ore 12 e 10: “La ‘ndrangheta è una merda, un cancro che si è allargato a tutta l’Italia” (Ansa). Ore 12 e 30: “Il governo si muove in maniera compatta e univoca sull’immigrazione e non solo” (Ansa). Ore 13: “Purtroppo non c’è tutto per tutti, vogliono la casa, vogliono il lavoro…” (dichiarazione all’interno del campo migranti di San Ferdinando).

“Scorte? I politici non sono più a rischio”

Cinquecentosessanta scorte in Italia contro 165 in Francia, 40 in Germania, 20 in Gran Bretagna. E spesso, nelle valutazioni del rischio, i ministri sono di manica più larga rispetto a prefetti e questori a cui spetta, tecnicamente, stabilire chi sia in pericolo e chi no. L’abbiamo scritto ieri e volevamo parlarne con il sottosegretario agli Interni Nicola Molteni, leghista, vicinissimo a Matteo Salvini e titolare della delega alla Pubblica sicurezza, tanto più che ci risulta che Salvini intenda affrontare il nodo scorte dopo l’estate, ma Molteni ha preferito non parlare con noi. Più disponibile è Luigi Gaetti, sottosegretario agli Interni per il M5S, già vicepresidente della Commissione antimafia nella scorsa legislatura e ora al Viminale con la delega all’Antimafia.

Allora, sono troppe queste scorte?

Premetto che non è materia di mia competenza ma in termini generali credo che dovremo cambiare anche gli indicatori di valutazione per le scorte. Qualcuno certamente ne soffrirà, ma magari è qualcuno per cui la scorta è un po’ uno status symbol.

Pensa ai politici, che sono una settantina tra gli scortati?

Mi sembra che magistrati e giornalisti oggi rischino più dei politici. C’è stata una fase in cui i politici hanno perso la vita, penso a Salvo Lima, ma sono passati più di 25 anni. Oggi mi pare che la mafia sia più concentrata sugli affari, dagli appalti al gioco d’azzardo e al traffico di droga. Naturalmente parlo in generale, poi ci possono essere casi particolare in cui le forze di polizia o l’intelligence hanno un’intercettazione, una notizia che impone uno specifico dispositivo di protezione. Insomma io sono anatomopatologo e il mio maestro mi raccomandava sempre di guardare tutto il vetrino. Succede anche che parlamentari a rischio in un luogo, magari in Piemonte perché favorevoli al Tav, siano scortati anche in Sicilia. A cosa serve? Diverso è il discorso per i magistrati e anche per i giornalisti in prima linea contro la criminalità organizzata.

Quasi tutti gli oltre 260 magistrati scortati si occupano di mafie, ma come lei sa tra gli addetti ai lavori si dice che un magistrato che si occupa di fallimenti o di divorzi può essere anche più esposto. Non trova?

Quando dico che bisogna cambiare gli indicatori di valutazione mi riferivo anche a quello.

Colpisce che in alcuni casi le Prefetture e l’Ucis, l’Ufficio interforze per la sicurezza persona, valutino che il pericolo è passato e i ministri, invece, lo ritengano ancora esistente.

Bisogna lasciar fare ai soggetti istituzionalmente competenti.

Tante scorte restano, quella dell’ex pm Antonio Ingroia invece è stata revocata sulla base di valutazioni tecniche fatte a Palermo e a Roma, dove senz’altro conoscono la situazione. Che ne pensa?

Sappiamo ormai abbastanza dei rapporti tra settori deviati delle istituzioni e la mafia, del ruolo di Arnaldo La Barbera e di una parte dei Servizi. Chi ha indagato su quei fatti rischia, la mafia non revoca le sue sentenze di morte ma quanto sia reale e concreto il pericolo non lo so, non ne ho contezza. Sono questori, prefetti e autorità giudiziaria che valutano: se ritengono che non ci siano, non ci sono.

Condannato un ispettore Anac: il figlio stagista nella “controllata”

Mentre il figlio faceva uno stage di sette mesi retribuito nella sede bolognese di Hera, il padre funzionario dell’Anticorruzione effettuava una verifica (poi non conclusa) su un bando della stessa multiutility emiliana. Alfredo Pirchio, ex ispettore Anac, è stato condannato a due anni e 8 mesi di carcere per induzione indebita a dare o promettere utilità. Stesso reato contestato a Giancarlo Randi, quadro intermedio di Hera prodigatosi per favorire lo stage del figlio di Pirchio e condannato a cinque mesi e dieci giorni. I fatti risalgono al 2015 quando, secondo la ricostruzione della Procura bolognese, l’ispettore dell’autorità anticorruzione chiede al funzionario della multiutility di far svolgere al figlio uno stage di sette mesi in azienda. Il controllore avrebbe cioè chiesto un favore al controllato mentre era in corso una verifica dell’Anac sulla regolarità di un bando per la raccolta dei rifiuti di Hera. Al tirocinio non seguì un rapporto di lavoro; 103 mila euro, ciascuna, di sanzioni amministrative per Hera e Herambiente.

Anche la Lega minaccia Fico: “Così i vitalizi non li votiamo”

Davanti alle telecamere Luigi Di Maio garantisce che “questa è la settimana in cui saranno tagliati i vitalizi alla Camera”. E l’ultima parola di Matteo Salvini sul tema è che “prima si tagliano e meglio è”. Dietro le quinte però tra gialli e verdi la tensione non è mai stata tanto alta.

I leghisti ce l’hanno con Roberto Fico: la gestione in solitaria della partita sui vitalizi ha irritato profondamente i deputati del Carroccio in ufficio di presidenza. Il problema è che la delibera firmata dal grillino dovrebbe essere approvata già domani, dopo la discussione sugli emendamenti.

Il testo di Fico prevede un radicale ricalcolo degli assegni degli ex parlamentari secondo il metodo contributivo, attraverso degli appositi “coefficienti di trasformazione” realizzati insieme al presidente dell’Inps, Tito Boeri. Ma al momento – minaccia in Transatlantico un onorevole con la spilletta di Alberto da Giussano – per i salviniani non ci sono le condizioni per farlo passare: “Se le cose non cambiano nelle prossime 24 ore, potremmo non entrare nemmeno a votare”.

La Lega è tutt’altro che persuasa della solidità della delibera Fico. Lo spiega il capogruppo Riccardo Molinari: “Noi vogliamo tagliare i vitalizi, ma vogliamo pure che sia una norma inattaccabile, non una che viene smontata dai ricorsi nell’arco di pochi mesi”. I leghisti sono stati spaventati dalla richiesta di risarcimento danni minacciata dagli ex parlamentari a tutti i componenti dell’Ufficio di presidenza. E vorrebbero che Camera e Senato andassero alla stessa velocità, mettendo mano insieme a una materia così delicata. Ma a Palazzo Madama, come si suol dire, sono ancora “a carissimo amico”: la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati non scriverà una delibera per il ricalcolo prima di aver ascoltato in audizione Boeri e di aver richiesto un parere al Consiglio di Stato. Casellati, peraltro, ha già espresso i suoi dubbi sulla validità costituzionale della norma: non ha nessuna intenzione di inseguire i tempi imposti da Fico a Montecitorio.

Il presidente della Camera, accusato di aver fatto tutto da solo, ora si sta impegnando per convincere i deputati dubbiosi del Carroccio, che però ormai comunicano solo con Riccardo Fraccaro, ministro M5S ai rapporti con il Parlamento.

Se la frattura che si è allargata negli ultimi giorni non sarà ricomposta frettolosamente nelle prossime ore, la delibera Fico potrebbe rischiare davvero.

Anche perché la Lega avrebbe un ulteriore strumento di ricatto: potrebbe appoggiare l’emendamento alla delibera firmato da questori e segretari di Fratelli d’Italia e Forza Italia (Fabio Rampelli, Mara Carfagna, Edmondo Cirielli, Gregorio Fontana, Francesco Scoma e Alessandro Colucci).

Un testo che rivede al ribasso il ricalcolo dei vitalizi, applicando non il “coefficiente Boeri” ma la contribuzione prevista dalla riforma Dini del 1996, fissata al 33%. “In questo modo – spiega il meloniano Cirielli – eviteremmo decurtazioni irragionevoli e ingiuste nei confronti di ex parlamentari molto anziani, che con la delibera Fico vedrebbero il proprio assegno ridotto anche del 90%. E saremmo molto meno esposti ai ricorsi per incostituzionalità”. Un argomento a cui i leghisti sostengono di essere molto sensibili. Fico e i suoi però si dicono tranquilli. Dalla presidenza della Camera fanno notare che l’abolizione dei vitalizi fa parte del programma di governo, e che nello stesso contratto non è contemplata la possibilità di far saltare il tavolo votando insieme alle opposizioni. “Se dovessero esserci ancora nodi – spiegano dallo staff di Montecitorio – facciamo in tempo a risolverli”.

La tensione intanto è salita. Mentre Salvini continua a imporre la sua agenda sull’immigrazione, su uno dei temi fondativi del Movimento 5 Stelle l’alleato di governo non rinuncia alle scaramucce. Quanto a fondo sia disposta ad andare la Lega, lo scopriremo domani.

 

Per battere la “paura” bastano pochi numeri

I delitti in Italia, in particolare gli omicidi, sono calati moltissimo: dell’85,5 % dal 1991 a oggi. Altri reati gravi come rapine e violenze risultano stabili o in diminuzione. Parallelamente gli stranieri sono aumentati in Italia del 530%. Eppure la criminalità più sanguinaria (non quella finanziaria che è di marca prettamente italiana, mafiosa) è scemata moltissimo. Anche per una migliore organizzazione, pure tecnologica, delle forze dell’ordine, nonostante i pochi fondi.

Che cosa ci raccontano allora certi giornali e la maggioranza dei Tg, anche quelli del servizio pubblico Rai? Cosa ci racconta il ministro dell’Interno Matteo Salvini? L’altro giorno il Tgr della Toscana ha aperto con la notizia di un omicidio/suicidio: gli omicidi in quella regione oscillano fra 0,5 e 0,6 ogni centomila abitanti. Meno della media nazionale. La Bbc avrebbe messo la notizia in coda al Tg. E invece un rivolo di sangue scende tutti i giorni dai nostri televisori. In Europa si ammazza in genere di più, spesso molto di più. Anche in Francia. Guardate un po’.

Russia 11,3 omicidi ogni centomila abitanti; Lituania 6,98; Stati Uniti 4,88; Ucraina 4,36; Lettonia 4,11; Francia 1,58; Inghilterra 0,92; Germania 0,85; Italia 0,65-70.

Confrontati i dati della Russia di Putin e quelli degli Stati Uniti di Trump, dove le armi circolano con estrema facilità, coi nostri, vi sembra sensato fomentare l’insicurezza degli italiani proponendo di dotarli di un fucile o di una pistola? O non vi sembra invece una pericolosissima propaganda, questa sì fascistoide? Ve lo immaginate adesso cosa potrà raccontare fra un po’ anche la Tv di Stato, con almeno un telegiornale, magari il Tg1, “salvinizzato”? Vi immaginate come verranno ingigantite le notizie sugli omicidi, sui fatti di sangue, sulla criminalità, sull’invasione di immigrati? Comunque non è provato un rapporto reale fra incremento (altissimo) della immigrazione, comunitaria ed extra-comunitaria, e criminalità e delinquenza diffusa. Gli stranieri in carcere, è vero, sono circa un terzo dei detenuti (34 %), dieci anni fa erano di più (37%). Ma sono in galera per reati minori, vengono difesi da avvocati d’ufficio, ci sono etnie molto pacifiche e altre molto meno, come marocchini, romeni, albanesi e tunisini che sommano quasi il 60 % del totale. Mentre filippini, indiani e bengalesi figurano assai poco nelle classifiche criminali.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, incessantemente in video, ha affermato – leggo su Critica Liberale – che “non è possibile che, su 60 mila detenuti in Italia, 20 mila siano stranieri”, aggiungendo che avrebbe poco senso “tenerli qua, pagandoli 300 euro al giorno”. Il costo giornaliero reale è stimato in circa 137 euro al giorno. Quindi meno della metà.

È falso inoltre che l’Italia sia invasa da ondate di stranieri: gli sbarchi, come è noto, sono diminuiti rispetto al 2018 del 78-80%. Mentre le richieste di asilo (ben più numerose fino a qualche anno fa in Ungheria, Serbia, Austria, ecc. oltre che in Germania) sono calate del 50,7% nei primi cinque mesi. Nel 2015, secondo l’Economist, l’Italia con 83.200 richieste figurava all’11° posto dopo piccoli Paesi come Austria e Svezia (oltre 151.000 domande) per non parlare di Ungheria, Germania e Serbia (addirittura oltre quota 531.000). Eppure, a sentire Salvini e certi giornalisti, saremmo invasi da orde di stranieri.

È falso che l’Italia spenda più di tutti per ospitare i rifugiati: spendiamo a persona nettamente meno di Olanda, Svizzera, Belgio e altri. Spendiamo quanto la Germania.

È falso che in Italia ci sia la più grande concentrazione di stranieri: ci precedono Austria (14,3%), Belgio (11,7%), Germania (10,5%), Spagna (9,5%) e Regno Unito (8,6%), per non parlare del piccolo Liechtenstein. In Italia rappresentano l’8,3 %. Per contro 1,4 milioni di emigrati italiani risiedono in giro per l’Europa.

A forza di false notizie, i cittadini che non si sentono “per niente sicuri” sono aumentati, per l’Istat, dal 7,5 al 16,5%. E il 46%, quasi la metà del campione, attribuisce questa paura all’aumentata presenza straniera. Negli anni del fascismo gli omicidi erano 3.800 all’anno (oggi sono 348) con una popolazione molto inferiore, cioè dieci volte più numerosi di oggi (rapportati agli abitanti), ma il regime censurava le notizie in proposito. Oggi per creare cinicamente un clima di paura e di chiusura verso il “diverso”, meglio se “nero” di pelle, si censura un dato di civiltà e cioè la drastica diminuzione del reato più grave di tutti. Siamo sempre lì.

Vogliamo dire infine che i contributi previdenziali degli immigrati – 9 miliardi di euro, 5 al netto delle pensioni – puntellano l’Inps per tutti noi e che il loro concorso al Pil è più del 9%? Presi a sé sarebbero il 17° Paese europeo prima dell’Ungheria.

Macedone arrestato per terrorismo. “Era pronto a colpire”

Nella sua stanza custodiva droni, abbigliamento militare e 900 video con le istruzioni per addestrarsi a modificare armi. E il passo successivo, per gli investigatori, non avrebbe potuto essere che un attentato. Agim Miftarov, un macedone di 29 anni arrestato ieri per terrorismo, era ormai radicalizzato e aveva costruito una rete di quattromila contatti su Facebook. Le accuse sono di addestramento finalizzato ad attività di terrorismo internazionale. L’uomo, che viveva in un appartamento a Tolfa, in provincia di Roma, dopo le perquisizioni dei carabinieri, era stato trasferito il 27 aprile scorso in un centro di permanenza per il rimpatrio, nel Potentino, dove è stato poi arrestato. Miftarov lavorava come boscaiolo. Negli anni, attraverso il web, aveva stretto diverse amicizie jihadiste, cercava di tenerle ben nascoste, tanto da aver sviluppato una sorta di terrore nei confronti delle forze dell’ordine. Rifiutò anche di andare al pronto soccorso quando si ferì a una mano con un’ascia per paura di destare sospetti. “La gravità e attualità dei fatti fa ritenere imminente e concreto il pericolo che dalle condotte dell’indagato scaturissero reati ancora più gravi quale quello di un attentato”, scrive il gip Anna Maria Gavoni.

Omicidio Varani, confermati 30 anni di reclusione per Foffo

Nessuna attenuante, nessuno sconto per Manuel Foffo, processato per l’omicidio di Luca Varani, il giovane romano massacrato nel marzo 2016 nel corso di un festino a base di alcol e droga. I giudici d’appello hanno confermato quella condanna a 30 anni di reclusione pronunciata il 21 febbraio 2017 a conclusione del processo col rito abbreviato. È durata un’ora esatta la camera di consiglio della prima Corte d’assise d’appello, presieduta da Andrea Calabria con Giancarlo De Cataldo; pochi minuti, il tempo necessario per pronunciare una sentenza confermativa, così come richiesto dalla pubblica accusa, rappresentata dal Sostituto Pg Mario Remus. Terribili le accuse nei confronti di Foffo: omicidio volontario pluriaggravato da sevizie e crudeltà, nonché dalla minorata difesa e dai motivi abietti (già in primo grado furono esclusi la premeditazione e i motivi futili). La tesi dell’accusa è stata confermata. E si è ritornato a parlare anche di Marco Prato, l’altro giovane imputato per questi stessi fatti. A differenza dell’amico Foffo optò per essere processato col rito ordinario. Il giorno prima dell’inizio del processo si è suicidato in cella.

Viaggio tra i dannati della grande distribuzione

Matteo Salvini, in visita a Rosarno e San Ferdinando, suo collegio di elezione, non ha trovato il tempo di visitare la baraccopoli dove vivono i braccianti di colore in attesa di ingaggio, né di farsi raccontare lo sfruttamento. Se lo avesse fatto, forse avrebbe potuto spiegare ad alcuni parlamentari del suo partito perché la legge sul caporalato va applicata fino in fondo e non modificata per “non danneggiare gli imprenditori”.

Ma anche per i dannati di San Ferdinando è tempo di migrare. Dalla Calabria delle clementine di pregio alla Puglia “Pummarola valley” del San Marzano. “Ogni anno è così – ci racconta Celeste Logiacco, giovane segretaria della Cgil di Gioia Tauro – si spostano, le braccia vanno dove c’è il lavoro”. Nella Piana sono almeno 4 mila i braccianti venuti dall’altra parte del Mediterraneo: “Oltreché nella tendopoli ufficiale e nella baraccopoli – dice la sindacalista – vivono nelle fabbriche dismesse, in case di campagna abbandonate, sempre in luoghi malsani. Vivono male e lavorano peggio: un euro per una cassetta di clementine raccolta, 50 cent per una di arance. Poi c’è il pizzo da pagare al caporale, 3 euro per il trasporto e altrettanti per un panino e una bottiglia d’acqua. I lavoratori spesso non sanno neppure il nome del proprietario dei campi dove vanno a lavorare”.

I caporali, come molte inchieste hanno documentato, sono uomini di colore che hanno fatto un po’ di fortuna, sono conosciuti dagli agricoltori del posto con i quali stabiliscono la quantità di manodopera e il prezzo. “Dall’approvazione della legge sul caporalato qualcosa è cambiato, il fenomeno ha subito un calo e questo è un vantaggio per i lavoratori, ma anche per le aziende pulite che non usano i caporali – è il ragionamento di Celeste Logiacco, che ha idee chiare anche per superare la vergogna delle baraccopoli –. Le tende non servono, anche il campo gestito dal ministero dell’Interno è poco sicuro. Servono container dove la gente possa vivere con dignità, e soprattutto una accoglienza diffusa”. Dalla Calabria alla Puglia. Fabio Ciconte, della onlus Terra, una organizzazione che da anni studia il fenomeno, ha una visione diversa sul caporalato e le forme di sfruttamento in agricoltura: “Certo, fa impressione leggere di lavoratori sfruttati a 3 euro l’ora, ma la situazione è più complessa. Prendi la Piana del Sele, qui i lavoratori di origine indiana non hanno caporali che li sfruttano, hanno spesso contratti regolari. Fanno le 150 giornate previste, poi vengono licenziati e incassano il sussidio di disoccupazione, infine tornano al lavoro nei campi, ma in nero e con la complicità degli agricoltori italiani. In Puglia la raccolta del pomodoro, diminuita rispetto agli anni scorsi (siamo passati dai 30 mila ettari coltivati ai 22 mila di quest’anno), si fa con le macchine. Se prima per un ettaro di pomodoro avevi bisogno di 40 braccianti, oggi ne bastano 7”.

Fabio Ciconte ha ragione, se in questi giorni giri per i ghetti dove vivono i braccianti di colore, Rignano, Borgo Mezzanone, Stornara, non noti “l’ansia per la raccolta. Perché in quelle case fatiscenti e nelle baracche vivono uomini cui è stato rifiutato il permesso di soggiorno o quello umanitario, gente in attesa di qualcosa”.

Ma da dove inizia la catena dello sfruttamento? “Dalla grande distribuzione – è l’analisi di Ciconte – che impone prezzi di strozzinaggio alle imprese agricole. Ogni anno per il pomodoro le grandi catene fanno delle aste, vince chi offre il prezzo più basso. Le industrie di trasformazione si adeguano e così fa anche l’agricoltore che punta a risparmiare sul costo del lavoro. Insomma, quando in un supermercato vedete una passata di pomodoro a pochi centesimi, dovete capire che dietro c’è sfruttamento dei lavoratori e abbassamento della qualità del prodotto”.

“Accoglienza, carenti 85 bandi su 101. Meglio centri piccoli e con più servizi”

Matteo Salvini e la prefetta Gerarda Pantalone, nell’elaborare le linee guida dei nuovi bandi per i centri d’accoglienza, dovrebbero studiare il dossier presentato ieri da Simone Andreotti di “In Migrazione”, una cooperativa sociale che gestisce uno Sprar, un centro di seconda accoglienza per i richiedenti asilo a Centocelle, periferia romana. Venti posti. Una delle chiavi è nei numeri: “Noi li vediamo tutti i giorni, capiamo subito se qualcosa non va e avvisiamo”, ha spiegato ieri Andreotti. Nei centri grandi, con 2-300 o anche 500 ospiti come alcuni Cas (Centri di accoglienza straordinaria), “costruiti – ricorda Andreotti – sul modello del Cara di Mineo” (il centro nel Catanese finito in diverse vicende giudiziarie per presunte malversazioni , ndr), non è così. E chi li gestisce, con i famosi 35 euro pro capite al giorno, può realizzare lauti profitti. Alla faccia dell’integrazione. E dei residenti nei territori in cui si trovano questi casermoni.

La questione è nei bandi, “predisposti – osserva Androtti – dai prefetti anche se non + il loro mestiere, spesso in fretta, secondo linee guida contenute in un decreto ministeriale insufficiente”. L’ultimo è del 2017. Per esempio, “si dice 6 ore di italiano ma non si indica il numero massimo di persone – sottolinea Andreotti –, si richiede per la direzione un laureato in discipline umanistiche e uno psicologo laureato, ma per trattare migranti forzati e vittime di tortura serve un’esperienza specifica”. Dovrebbero esserci prima e seconda accoglienza, però si è privilegiata la prima sull’onda dell’emergenza sbarchi, quindi abbiamo 178 mila posti nei Cas (straordinari?) e appena 35 mila negli Sprar, cioè dove dovrebbero essere i richiedenti asilo in attesa della decisione (130 mila).

C’è una classifica, i bandi migliori li hanno fatti a Rieti, Siena e Ravenna, i peggiori – secondo “In Migrazione” – a Cosenza, Crotone e Firenze”. Solo 27 gare prevedono un limite massimo di 60 ospiti, nel 68 per cento dei casi è fra 80 e 300 o non c’è; 54 Prefetture su 101 hanno scelto l’accoglienza in appartamenti.

Venendo ai soldi, ai famosi 35 euro di media al giorno per ospite, con l’aria che tira conviene ricordare che non vanno ai richiedenti asilo, se non per i 2,50 euro del pocket money ma in media 15 al personale (36 mila occupati), 11,27 per i pasti, 0,39 per la pulizia, 4,14 per vestiario, lenzuola e coperte. A Isernia i costi più alti, 42,86 euro e a Lecce i più bassi, 30. Ritardi impressionanti nell’affidamento dei servizi: due mesi in media, quasi nove a Chieti e Potenza.

Salvini vorrebbe portare i 35 euro a 20, “ma in realtà 35 sono pochi per i centri piccoli e anche troppi per i centri grandi”, osserva Andreotti. Se saranno privilegiati i grandi centri gli elettori della Lega non saranno contenti. Ma soprattutto, dice il presidente di In Migrazione, “bisogna uscire dalla logica dell’emergenza, non c’è più nulla di straordinario, occorre metterci mano – dice il presidente di In Migrazione – per migliorare il sistema. Chiudere Mineo, Castelnuovo di Porto, Foggia e altre grandi concentrazioni di forte impatto”.