Dopo la pandemia, che peraltro non sembra affatto averci abbandonato ma solo aver subito un calo di popolarità (insomma, la solita minestra alla lunga stufa), e la guerra, che pur non chiamandoci in trincea ci colpisce laddove fa sempre un po’ male, vale a dire nel portafoglio, ecco che una terza piaga ci cade addosso dalla sera alla mattina: nessuna squadra italiana è riuscita a entrare nei quarti di finale della Champions League. La “Giuve”, ultima tra le nostrane speranze di rinverdire le glorie europee, è stata uccellata in casa. Juventini e no si riuniscono in tavola rotonda, all’aperto visto che la temperatura lo consente, per discettare della situazione trovandosi meravigliosamente d’accordo sul fatto che il calcio italiano continua a dimostrare una manifesta inferiorità rispetto a quello straniero, spagnolo o inglese che sia. Corre poco, tira poco, fa poco di tutto rispetto agli altri. Forse, rispetto a questi ultimi, l’unica differenza in positivo è quella di certi sontuosi ingaggi ma si sa, osserva uno, che in campo non ci vanno i conti correnti ma le gambe. Tirando le fila, l’immagine letteraria che esce dal consesso è quella del provinciale (e mi ci vedo) che parte per un viaggio con l’ansia di scendere alla fermata sbagliata oppure di perdersi nell’intrico di vie e viuzze mentre monta l’angoscia di non più riuscire a ritornare al nido. Ma a distrarmi dalla fantasia, tra i convenuti tardomattinieri per discutere del fattaccio si alza la voce del lungimirante che fino a quel momento ha ascoltato e scrutato i visi altrui con volpino sorriso. E già, perché nessuno ha preso in considerazione la possibilità di una quarta piaga alle viste. Se il cittì Mancini e la nostra Nazionale dovessero fallire la qualificazione, per la seconda volta consecutiva l’Italia non sarebbe presente a un Mondiale. Cala il silenzio, nuvole nere si ammassano all’orizzonte del calcio nostrano. Dal televisore all’interno del bar giunge la voce di un inviato di guerra, i numeri dei nuovi contagi scorrono sotto le immagini di una scuola in fiamme.
Armi biologiche, l’Oms non incide
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, sembra che voglia riscattarsi e scrollarsi di dosso la fama del ritardatario. Da qualche giorno dichiara di “sapere” che in Ucraina ci sono laboratori che conservano agenti biologici offensivi e lancia continui inviti a distruggerli in sicurezza. Sembra ignorare che a Putin servano per accusare gli Usa di finanziare queste strutture allo scopo di fabbricare armi biologiche contro la Russia. Purtroppo anche questo quadretto è un bluff. Per rendersene conto bisogna conoscere la Bwc, la Convenzione per il disarmo delle armi biologiche, organismo internazionale che vieta la produzione delle armi biologiche. È stato ratificato il 26 marzo 1975 da 22 governi, oggi 163. L’art. 1 impegna ogni Stato a non sviluppare, produrre, stoccare armi biologiche. A differenza degli organismi che regolano e supervisionano lo sviluppo del nucleare, Bwc non ha un sistema di verifica formale di monitoraggio. I Paesi aderiscono, ma nessuno controlla, alcuni, sebbene firmatari, continuano l’attività di ricerca biologica utilizzabile anche a fini bellici. Ed è molto difficile etichettare come tale una ricerca scientifica, poiché lo stesso iter può essere giustificato come protezione da attacchi biologici da parte di altri Paesi. Tuttavia, dal 1987, i Paesi che hanno ratificato la convenzione si sono impegnati a comunicare annualmente i loro “Rapporti sulle misure di rafforzamento della fiducia”, procedure pianificate per prevenire le ostilità, scongiurare l’escalation, ridurre la tensione militare e creare fiducia reciproca. In questi report sono elencati i laboratori biologici, il loro livello di sicurezza e la loro attività. L’Ucraina è uno dei Paesi firmatari e pertanto il suo report è disponibile. L’attività biologica (a scopo di ricerca) dovrebbe essere stata dichiarata e pertanto l’Oms, con mandato Onu, potrebbe scongiurare pericoli di fuoriuscita di materiale. Gli appelli pubblicati sono pleonastici e la loro minacciosa vaghezza non rispondente a realtà. Servono solo a dare l’impressione di un’efficienza che l’Oms non ha.
Tognazzi, l’Amleto della supercazzola
Prendiamo il monologo del principe Amleto e il monologo del conte Nello Mascetti, o della Supercazzola. Due momenti immortali di teatro, uguali e opposti. Il primo lo hanno provato quasi tutti, eppure pochi gli sono sopravvissuti; il secondo è solo di uno. “Brematurata la supercazzola, o scherziamo?”: quel monologo non si sarebbe potuto scrivere, improvvisare, tantomeno immaginare senza il talento travolgente di Ugo Tognazzi. Ci fossero dei dubbi, a spazzarli via ci pensa La voglia matta di vivere, il docufilm diretto dal figlio Ricky, realizzato in coproduzione con Rai Documentari, andato in onda ieri sera su Rai2.
Dei quattro moschettieri del cinema italiano, Tognazzi è stato Porthos. Generoso, terragno, pantagruelico, grandiosamente e felicemente scorretto. “Se qualcuno ha creduto che fossi il capo delle Brigate Rosse”, confida compiaciuto a Luciano Salce, “vuol dire che la faccia da brigatista un po’ ce l’ho”. Certo, solo lui poteva essere il Mascetti di Amici miei, ma anche il Renato del Vizietto e il domatore della Donna Scimmia, titoli che oggi i ciechi focolarini della cancel culture manderebbero al rogo per direttissima. Tra testimonianze illustri e spezzoni di Super 8 casalinghi, scopriamo che Ugo è stato il capo delle Brigate Tognazzi: figli, nipoti, amori, amici e amici degli amici uniti in una grande famiglia che era poi il cast della sua vita. Gli anni d’oro del nostro cinema sono stati d’oro perché il cinema è stato davvero la prosecuzione della vita con altri mezzi, il set proseguiva e rilanciava con le cene alla Tognazza e i tornei di tennis con in palio lo scolapasta d’oro, altro che “Ho una call su Zoom”. Paolo Villaggio, temuto franco tiratore dei pranzi a votazione segreta, non di rado sul suo foglietto anonimo scriveva “Cagata pazzesca”, avvalorando la leggenda che Ugo in realtà cucinasse malissimo. Ma il docufilm del figlio insinua un altro dubbio: forse Tognazzi cucinava male di proposito, per godersi ancora di più gli amici suoi.
Le ultime fake news di Sala sull’Expo milanese del 2015
Oggi, con la guerra alle porte di casa, ci sono preoccupazioni ben più gravi. Così sta passando in sordina l’Expo di Dubai, che si chiuderà il 31 marzo, e la serie di grandi concerti previsti al padiglione italiano. Ed è stato dimenticato anche l’Expo di Milano, la cui società di gestione ha proprio ora chiuso i battenti. Sala ha festeggiato l’evento con dichiarazioni entusiastiche. Permetteteci dunque di tornare sull’argomento, per l’ultima volta. “Ho ricevuto una grande notizia: è stato completato l’iter di liquidazione della società Expo 2015 e sono ritornati ai soci, tra cui il Comune di Milano, i fondi che sono rimasti in cassa, cioè 50 milioni. Ora ditemi voi, io non ricordo un’opera pubblica in Italia che sia stata fatta in tempi giusti, per bene e spendendo meno del previsto”. Così ha detto Sala in un video postato su Instagram. “So quanto lavoro, quanti sacrifici, quanta passione io e il mio team abbiamo messo nell’esposizione universale di Milano e so anche che senza la collaborazione di tutti non saremmo mai arrivati a farcela”.
Così Sala – dimenticati gli arresti, le ruberie, le infiltrazioni mafiose e la sua condanna per falso da cui si è salvato solo grazie alla prescrizione – racconta ancora una volta la favola dell’impresa fatta in attivo, che si chiude, alla liquidazione, addirittura con un patrimonio netto di 51 milioni da restituire agli azionisti (ministero dell’Economia, Regione Lombardia, Comune di Milano, Città metropolitana, Camera di commercio). Già nel maggio 2020 aveva dichiarato che “la società Expo 2015 in liquidazione presenta dei conti che riassumono dieci anni di percorso con un avanzo, quindi un utile, di 40 milioni”. Strana concezione dell’“utile”. Sarà bene ricordare i conti veri: Expo è costato 2,4 miliardi di euro di soldi pubblici; i ricavi (da biglietti, royalties e sponsorizzazioni) sono stati circa 700 milioni. Questa la nuda verità. Chi si vanta del fatto che alla fine sia rimasto qualcosa in cassa è come il figlio a cui il padre affida un tesoro di oltre 2 miliardi e che dieci anni dopo gli restituisce giulivo un gruzzoletto di 50 milioni. Avrà fatto, con il tesoro speso, un’impresa memorabile? Il giudizio resta aperto. C’è chi sostiene che Expo 2015 abbia rilanciato Milano e l’abbia resa una metropoli internazionale, anche se non esistono valutazioni attendibili e conti certi, ma soltanto ipotesi, molta retorica e molto marketing. Quanto più bene avrebbe fatto a Milano un investimento di 2,4 miliardi spesi, invece che per una fiera internazionale del cibo della durata di sei mesi, per costruire case popolari, parchi pubblici, musei, piscine, impianti sportivi?
Quanto al grande lascito morale di Expo, la Carta di Milano “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, oggi ci appare come un colossale esercizio di ipocrisia. Le indicazioni per risolvere i problemi mondiali dell’alimentazione, della produzione di cibo, della fame del mondo, firmata da capi di Stato, ministri, politici e cittadini, è rimasta un elenco di buone intenzioni, subito dimenticate non appena si sono spente le luci dell’esposizione. La Carta di Milano ha cercato di dare dignità culturale e planetaria a una modesta fiera temporanea del cibo. Il segretario generale della Caritas Internationalis, Michel Roy, aveva dichiarato: “È una Carta scritta dai ricchi per i ricchi. Non si sente la voce dei poveri del mondo. Contiene una nobile e giusta esortazione a evitare gli sprechi, ma non parla di speculazione finanziaria, accaparramento delle terre, ogm, perdita della biodiversità, clima, speculazioni finanziarie sul cibo, acqua, desertificazione e biocombustibili”. Non sappiamo con certezza se Expo abbia fatto bene a Milano. Sappiamo che l’area su cui si è svolta resta, sette anni dopo, un cantiere dal futuro incerto. Di certo Expo ha fatto bene a Sala, ieri commissario, oggi sindaco, domani chissà.
Putin non rappresenta l’intera società civile: basta sabotaggi
La crisi innescata dall’aggressione all’Ucraina apre a una guerra in piena regola nel continente che l’opinione pubblica europea, ormai attenuato il ricordo del conflitto jugoslavo 1992-96, aveva relegato a esperienza del passato. Una guerra di cui la Russia, impegnata a minimizzarne l’entità definendola “una operazione militare speciale”, è promotrice, in aperta polemica con l’Occidente determinato a sottolinearne l’accentuata e indiscriminata violenza.
A rendere la guerra meritevole di attenzione, a prescindere dagli aspetti operativi (propaganda, sanzioni e ritorsioni economiche, forniture di materiale bellico…), spicca la dimensione sociale della contrapposizione tra Russia e Occidente. Particolarmente marcato negli ultimi decenni, il problema del coinvolgimento della popolazione nella gestione dei conflitti ci porta a utilizzare la nozione di “corso strategico società-centrico”. La Russia, imbrigliata in un regime autoritario dominato dalla personalità del presidente Putin, fa propria la tesi di una guerra originata da uno stato di necessità (war of necessity). Nella convinzione di essere messo di fronte a una minaccia esistenziale, col progressivo accerchiamento della “fortezza Russia”, il regime è portato a concentrare l’attenzione sull’atteggiamento della società. Il dilemma che si pone è evidente: appellarsi al nazionalismo, mobilitando l’opinione pubblica a sostegno della prova di forza del Cremlino, o, al contrario, evitarne il coinvolgimento per assicurarsi mano libera nelle operazioni militari ?
L’invasione dell’Ucraina, a differenza degli interventi in Siria, Libia e in aree extra-continentali, si traduce in una guerra di prossimità con gli effetti che ne conseguono per una società “post-eroica”. Si tratta di una guerra, inoltre e in sostanza, fratricida: non va dimenticato infatti che, nonostante il clima di crescente ostilità, circa un terzo della popolazione russa ha rapporti di famiglia o di amicizia con gli ucraini. A ciò si aggiunge la politica di sistematica repressione interna russa – nei confronti del ristretto ma risoluto gruppo di manifestanti, per lo più del ceto medio – con la chiara volontà di non permettere che la dissidenza incida sulla capacità di controllo. In tal senso sintomatico è il malessere degli ambienti intellettuali, con le prese di posizione di alcuni artisti, scrittori, uomini di cultura e almeno due alti funzionari russi.
Un altro fattore di disturbo della politica di disinformazione ufficiale è la rete dei social media, gestita da individui e organizzazioni indipendenti. Eppure, questa variegata compagine non appare in grado di incidere sulla tenuta del regime – stando ai sondaggi – sostenuto dalla maggioranza della società, variamente legata al potere e preoccupata. Solo un mutamento degli equilibri ai vertici del Cremlino, con la conseguente perdita di influenza di Putin, potrebbe portare a una correzione del corso intrapreso.
Una considerazione a conclusione appare scontata: lo scenario che si va definendo, a seguito di quella che si configura come una deliberata azione di forza da parte del Cremlino (war of choice), comporta una drastica alterazione a livello delle relazioni internazionali e in sede domestica. Quanto alla posizione degli Stati Unite e degli alleati europei determinati a tenere sotto pressione la Russia, è evidente il rischio che questo possa comportare un eccessivo prezzo per la popolazione russa. Il boicottaggio indiscriminato di manifestazioni sportive e culturali è di cattivo auspicio perché minaccia di incidere negativamente sulle relazioni da società a società. Una scelta questa che porterebbe a equiparare pienamente la posizione dei cittadini russi a quella del regime, responsabile del corso politico degli ultimi due decenni.
Non armi, ma più sanzioni per ogni bambino ucciso
Inizia da oggi a collaborare con “Il Fatto Quotidiano” Alessandro Orsini, direttore e fondatore dell’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale.
Il blocco occidentale ritiene che lo strumento principale contro Putin siano le sanzioni, che però non stanno funzionando: Putin avanza imperterrito. Che cosa possiamo fare? Quando la guerra infuria, occorre avere una scala di priorità di breve periodo, rinunciando all’idea di ottenere tutto e subito. Ecco la nostra proposta: vincolare l’inasprimento delle sanzioni al numero di bambini uccisi da Putin, piuttosto che all’andamento complessivo della guerra russa. Per ogni bambino ucciso, nuove sanzioni.
Per capire il senso di questa proposta, occorre studiare il modo in cui l’Onu ha utilizzato le sanzioni per ridurre i morti tra i bambini yemeniti. All’inizio della campagna militare in Yemen (2015), i piloti sauditi sganciavano bombe all’impazzata, che colpivano un gran numero di obiettivi civili. Dopo essere stata inserita nella lista nera dell’Onu per il numero di bambini uccisi, l’Arabia Saudita istituì il Joint Incidents Assessment Team (Jlat), un organismo che ha il compito di investigare sugli incidenti e sulle accuse di violazioni del diritto internazionale da parte della coalizione saudita stessa. Come si legge sul sito del governo saudita, il Jlat ha il compito di preparare un report per ogni singolo caso, inclusi i fatti, le circostanze che circondano ogni incidente, lo sfondo, la sequenza degli eventi, le lezioni apprese, le raccomandazioni e le azioni future da intraprendere per evitare nuove vittime civili. Grazie al Jlat, i piloti sauditi sono stati costretti a lanciare i loro missili in modo meno scriteriato, provocando un crollo nel numero dei bambini uccisi sotto le bombe.
Risultato: nel giugno 2020, l’Onu ha rimosso l’Arabia Saudita dalla lista dei Paesi accusati di crimini contro i bambini, in cui era stata inserita il 20 aprile 2016. Siccome i bambini vivono a casa con i genitori e nelle scuole elementari, i piloti sauditi hanno dovuto prestare maggiore attenzione a tutti i luoghi civili in generale. E così l’uso delle sanzioni per difendere i bambini yemeniti ha provocato, almeno fino al 2020, un’attenuazione complessiva delle devastazioni.
Ovviamente la guerra in Yemen continua a infuriare e i dati riportati sopra non devono distogliere la nostra attenzione dalla sofferenza che dilania quel Paese disperato. Tuttavia la disperazione non deve smettere di farci ragionare sul modo in cui salvare i bambini ucraini e i civili in generale. Impiegare il nostro tempo per inventare soluzioni con cui salvare i bambini ucraini è più che mai necessario dopo la decisione dell’Unione Europea di fornire all’Ucraina armi sempre più letali. Le conseguenze prevedibili di una simile scelta sono, infatti, tre.
In primo luogo, è lecito aspettarsi una crescita delle morti tra i civili. Armando la popolazione ucraina, i soldati di Putin troveranno più difficile distinguere i civili dai militari. C’è di più: dopo avere fatto strage di bambini, Putin potrà attribuire l’uccisione dei civili al blocco occidentale, affermando che i suoi soldati non riescono più a distinguere le caserme dai teatri perché i combattenti sono dappertutto. In secondo luogo, è questione di statistica: se vengono esplosi diecimila colpi di mitragliatore per le strade di Kiev, anziché cento, le probabilità che una pallottola colpisca un bambino aumentano necessariamente e la guerra in Siria lo conferma. In terzo luogo, la crescita esponenziale delle esplosioni comporterà anche una crescita delle probabilità che la guerra si internazionalizzi, coinvolgendo i Paesi della Nato. Nel caso in cui Putin, sottomesso e umiliato, sia colto da disperazione, potrebbe valutare la possibilità di bombardare gli Stati che fanno da corridoio alle armi destinate all’Ucraina per indurli a rinunciare. Manco a dirlo: i Paesi che confinano con l’Ucraina, tolta la Moldavia e la Bielorussia, sono nella Nato, vale a dire Polonia, Romania, Ungheria e Slovacchia.
Nessuno mette in dubbio la legittimità dei Parlamenti europei di prendere decisioni sulla guerra in Ucraina. Ciò che stupisce è che quegli stessi parlamenti non informino i cittadini sulle conseguenze che l’invio delle armi potrebbe avere nel futuro. Stupisce anche che vi siano così tanti partiti politici che rifiutano categoricamente di interrogarsi sulle tragiche eventualità collegate alla sirianizzazione della guerra in Ucraina. Auguste Comte diceva che il compito più importante della scienza è la previsione razionale, che consente il dominio sulla natura da cui dipende il progresso dell’umanità. Molto di ciò che accadrà in Ucraina è prevedibile.
C’è chi sta dalla parte di Swann e chi di Soros: le lucertole, ad esempio
Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con 5.000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. “Sono solo una ragazzina piena di insicurezze che grazie a un amore non corrisposto ha trovato una parte di sé che ignorava, ma la mia impressione è che questo conflitto si stia trasformando in qualcosa che ricorda molto la guerra di Spagna degli anni 30, che attirò volontari da tutta Europa. Il problema è che alla guerra di Spagna seguì la Seconda guerra mondiale”, ha detto Jessica Selassiè, pronipote dell’imperatore etiope Hailè Selassiè e neovincitrice del Grande Fratello Vip, mentre celebrava la proclamazione tra palloncini, cotillon e baci indirizzati all’occhio elettronico della videocamera. Jessica paragona la guerra nel centro commerciale alla guerra in Spagna perché “c’è una legione straniera che si sta coagulando su entrambi i fronti”. Dalla parte dei Tracchia ci sono 16 mila siriani, Spetsnaz russi, ceceni filo-Tracchia guidati dal sanguinario Ramzan Kadyrov, nonché estremisti italiani di sinistra (internazionalisti anti-Nato, secondo i quali “i Tracchia si sono trovati con le spalle al muro e umiliati, non hanno potuto scegliere altra via”) ed estremisti di destra (sono seguaci di Aleksandr Dugin, il Rasputin di Putin, un politologo che auspica l’unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un impero nazional-bolscevico anti-Usa da creare con l’annessione coatta delle ex Repubbliche sovietiche. Dugin, superando Evola, crede inoltre che le lucertole conoscano il segreto dell’esistenza e non vogliano dircelo, perché pagate da Soros, ma forse cambieranno idea dopo una piccola tortura; sicché, uniti dall’anti-atlantismo, comunisti italiani e fascisti italiani non solo combattono insieme dalla parte dei Tracchia senza imbarazzo, ma al termine di ogni scontro con gli avversari si scambiano le magliette del Che e di Mussolini); dalla parte delle gemelle ci sono invece ex militanti di Avanguardia Nazionale/Terza posizione, ex della Banda della Magliana, neo-nazisti del battaglione Azov, e una legione internazionale composta da volontari americani, canadesi inglesi, azerbaigiani, portoghesi brasiliani, e ceceni anti-Tracchia guidati dal dolce Adam Osmaev (“Dolce? DOLCE?! Sono sanguinario più di Ramzan!” s’incazza Adam, staccando la testa a un topo con un morso, il suo snack mattutino; poi spinge giù da una scalinata una vecchietta in carrozzella; quindi, non convinto di aver fatto abbastanza impressione, prende un seghetto da traforo e si taglia via un mignolo, mentre i suoi uomini, per dargli soddisfazione, fingono di svenire) (avete mai stretto la mano a uno senza un mignolo? È imbarazzante, perché non puoi metterti a urlare dallo spavento “Aaaaah!” finché non ti infili in un cesso, a trovarlo); dalla parte di Swann, infine, ci si corica presto la sera, e a volte, non appena spenta la luce, ti si chiudono gli occhi così rapidamente che non fai in tempo a dire a te stesso: “M’addormento”. “L’ingresso di forze non regolari ha fatto scivolare i combattimenti verso l’imbarbarimento”, spiega Jessica. “Stanno combattendo corpo a corpo. Nel negozio Sephora si sono visti combattimenti cruenti che non si vedevano da 70 anni: pressoché inevitabile, quando metti uno sconto del 33% su una crema anti-età Shiseido. Una crema soffice e lussuosa che contrasta perdita di elasticità e rughe con un’idratazione profonda che rassoda la pelle e la rende radiosa”. Rassodata e radiosa anche la Camera, che ieri ha aumentato di 13 miliardi le spese militari tra palloncini, cotillon e baci indirizzati all’occhio elettronico della videocamera. 13 miliardi perché le risorse non sono infinite.
(14. Continua)
L’unica via è la mediazione con l’aiuto di cina e usa
Le immagini di ospedali e scuole bombardate ci restituiscono un orrore che non vedevamo dai tempi della Siria, una guerra dimenticata dove sono morti mezzo milione di civili. Il dovere della politica è far sì che in Ucraina non si replichi ciò che è accaduto in Siria, perché quando le pallottole prendono il posto delle parole significa che la politica ha fallito. E noi non possiamo permetterci un fallimento dato il potenziale degli attori coinvolti.
Uno studio dell’Università di Princeton ha effettuato una simulazione degli effetti di un conflitto nucleare tra Russia e Nato. Nei primi 45 minuti di conflitto, ci sarebbero 85 milioni di morti. Per non parlare dei decessi successivi per gli effetti delle radiazioni.
Uno scenario apocalittico che dobbiamo prevenire perché quando inizia una guerra che coinvolge la potenza nucleare con il maggior numero di testate al mondo, la Russia, e che è guidata da un leader che sta dimostrando di non avere scrupoli, la degenerazione è possibile e sarebbe rapida.
L’Ue e molti altri Paesi hanno sostenuto l’Ucraina, incrementando i loro sforzi anche nei mesi precedenti all’attacco, data l’imponente mobilitazione di truppe russe ai confini. E hanno continuato a farlo dopo l’aggressione. Tuttavia, seppur comprensibile, la richiesta di una no fly zone
è un’opzione da non tenere neanche in considerazione perché farebbe scivolare il conflitto in una guerra totale. L’unica via d’uscita è la mediazione e gli attori principali per ricoprire questo ruolo sono Usa e Cina.
Come ho già avuto modo di dire in Senato prima che scoppiasse il conflitto, una via di uscita sarebbe una garanzia di neutralità dell’Ucraina nel senso di una rinuncia, anche temporanea, all’ingresso nella Nato, che andrebbe a superare la sindrome di accerchiamento e le conseguenti arroganti pretese russe di mettere un regime fantoccio a servizio di Mosca. La recente apertura del presidente Zelensky va verso questa direzione. Dispiace constatare che troppi colleghi avevano già indossato l’elmetto, dimenticando che anche la storia recente (vedi Afghanistan, Iraq, Libia) ha palesato che a pagare il conto delle guerre sono principalmente donne e bambini e non coloro che hanno interesse ad innescarle.
Pace vigilata, ecco chi sono gli alleati della guerra
Cominciamo dalle campagne.
Nelle campagne italiane ci sono gli schiavi.
Le imprese agricole devono vendere ai supermercati
a prezzi bassi, dunque debbono pagare pochissimo
chi lavora e questo pochissimo lo può accettare
solo chi scappa da paesi poverissimi
e senza democrazia, senza possibilità di lottare
per trasformarli.
Chi tiene in mano i grandi supermercati?
I ricchi. L’agricoltura industriale fa danni al pianeta,
produce prodotti scadenti e produce feudalesimo.
Chi costruisce le armi nel mondo?
Non le producono certamente i poveri.
Il mondo è pieno di criminali e Putin
ne è un fulgido esempio
ma il criminale con cui tutti dobbiamo fare i conti
è il capitalismo e il capitalismo è ovunque,
ma ha un centro e si chiama Stati Uniti.
La centrale del disordine mondiale si chiama Pentagono.
Cosa farebbero gli Stati Uniti se il Messico decidesse
di ospitare sul suo territorio esercitazioni militari
della Russia o della Cina?
Se scoppiano le guerre è anche per il fatto
che ci sono delle armi da vendere
e dovrebbe suscitare qualche sospetto
una nazione che da sola ha le stesse armi
di tutto il mondo messo insieme.
Allora l’Ucraina deve essere libera e sovrana,
ma questo deve valere per tutte le nazioni del mondo,
è una infamia senza fine anche solo una goccia di sangue
sulla fronte di un bambino.
Non è un cattivo compromesso che
qui ed ora l’Ucraina si accontenti di essere neutrale,
almeno fino a quando non vengono smantellati
gli arsenali atomici.
Dunque una pace vigilata si può fare già da domani.
Se non accade la colpa è di Putin e noi siamo tutti
suoi alleati, a cominciare dagli americani.
La guerra a Putin ci fa stare più uniti
• Ecco l’union sacrée Come è noto, una vastissima maggioranza – quasi l’unanimità – della Camera ha votato a favore dell’aumento (tendenziale) delle spese militari fino al 2 per cento (…)il suo valore simbolico è evidente (…) il Parlamento conferma di voler essere unito sui temi della politica estera e della difesa (…) con la guerra che investe l’Europa e rischia di lambire i nostri confini nazionali, hanno saputo mettere da parte la pigra indifferenza. L’aumento delle spese militari è da tempo un obiettivo dell’alleanza occidentale e il conflitto in Ucraina sembra aver incrinato le vecchie resistenze: non solo italiane.
Stefano Folli (Repubblica )
• I resistenti de ‘noantri (…) che cosa siamo disposti a perdere per difendere la nostra libertà? (…) la parola chiave da maneggiare con intelligenza sarà una parola sdoganata mesi fa dal presidente americano Joe Biden: la “friendshoring”. La capacità cioè di costruire un nuovo modello di globalizzazione all’interno di una cornice diversa, tra amici, friends, dove la condivisione dei princìpi non negoziabili di una democrazia liberale diventa il motore di un nuovo mercato e di una nuova stagione. Resistere, resistere, resistere.
Claudio Cerasa (Il Foglio)
• Guai a distrarsi La prospettiva della pace deve quindi tradursi sia in un impegno incondizionato a perseguire il negoziato, ma anche – e purtroppo soprattutto – a non abbassare la guardia: la guerra rischia di essere ancora lunga e sempre più cruenta e pericolosa. Importante, dunque, incoraggiare il dialogo, continuando tuttavia sia a sostenere militarmente la difesa ucraina sia inasprendo le sanzioni contro Mosca. Ogni distrazione dettata da un eccessivo entusiasmo per lo spiraglio apertosi ieri potrebbe paradossalmente rendere la pace più lontana.
Nathalie Tocci ( La Stampa)