Il Matteo di Calabria, ministro che può permettersi di tutto

Non c’è solo la mamma dei boss nella villa confiscata alla cosca Gallico di Palmi e consegnata ieri mattina al ministro dell’Interno Salvini che adesso dovrà trovare 2 milioni di euro per allestire il nuovo commissariato. Se al primo piano c’è la donna di 92 anni, ergastolana ma a casa per motivi di salute, sulle pareti del futuro ufficio della polizia di Stato ci sono ancora le foto dei figli del mammasantissima Rocco Gallico e addirittura il suo diploma diligentemente coperto da un funzionario dell’Agenzia dei beni confiscati al passaggio dell’esponente del governo.

Salvini torna a Roma dopo una due giorni calabrese che gli ha regalato la sensazione di poter far tutto: dire che “la mafia fa schifo”, che vuole “confiscare anche le mutande agli ’ndranghetisti” e allo stesso tempo di non sapere che fine abbiano fatto i 49 milioni di euro che il suo partito deve restituire allo Stato (“Non ci sono più” ha ribadito). Ma anche chiamare per anni i calabresi “terroni” e oggi farsi applaudire come il “salvatore” della regione. “Faceva bene” dice un ragazzo. Al suo fianco una signora ancora più convinta: “È l’unica persona che può salvare la nazione. Non è più la Lega di Bossi. È la Lega nazionale”. In strada è il delirio.

La polizia è costretta a transennare. Un centinaio di persone per un selfie con il ministro, omaggiarlo di un regalo o stringergli la mano. Salvini li accontenta e quando si avvicina alla folla i suoi ordini sono chiari: “Voglio stare solo con loro”. La sua scorta non batte ciglio, controlla che i giornalisti non si avvicinino troppo e lascia i “terroni e contenti” a godersi l’abbraccio del loro “messia”. “Matteo, Matteo”. Il vicepremier si esalta. I fan calabresi ancora di più. Salvini non si tocca. Una ragazza lo definisce addirittura “il ministro del buonismo, dell’innovazione e del cambiamento”. “Rappresenta il domani – dice – Dopo tanti anni finalmente un governo che lavora”.

“La ’ndrangheta è una merda, è un cancro. Tornerò in Calabria fino a che non gli avremo portato via anche le mutande”. Sfoggia il copione del ministro di ferro (“Lo Stato è meglio della mafia e gli ergastolani devono stare non negli appartamenti confiscati ma in galera”) per poi tornare al suo cavallo di battaglia: “’Ndranghetisti e scafisti sono la stessa merda. Abbiamo tolto dalle grinfie degli scafisti le navi delle Ong. Adesso tocca alle navi delle missioni internazionali, a quelle private e ai mercantili. Come per i mafiosi, gli scafisti devono capire che è finita la pacchia”. L’impossibile l’ha raggiunto alla tendopoli di San Ferdinando. Vuole smantellarla ma non indica una soluzione per i braccianti africani. Figuriamoci una parola sull’omicidio di Soumaila Sacko. “I buonisti che vogliono aprire i porti – dice – dovrebbero venire a San Ferdinando. Non ce la facciamo a garantire i diritti a tutto il mondo”.

“Lui mi piace perché va dritto e non è furbo”. “È venuto per controllare come viviamo. È molto importante questo”. Frasi di due migranti che stonano con le contestazioni avvenute un’oretta prima: “Era meglio lasciarci morire in mare che vivere così”, gli aveva urlato un ragazzo. Ma Salvini era impegnato a ignorare una ventina di magliette rosse che intanto chiedevano di “restare umani”.

Salvini ferma nave italiana. Conte vuole metterlo in riga

Un altro incidente sfiorato in mare deflagra tra i ministri del governo Conte. Perché Matteo Salvini lunedì sera si era messo in testa di negare l’accesso ai porti siciliani anche alla Von Thalassa, nave rifornitrice che lavora per le piattaforme petrolifere Total e batte bandiera italiana. Al comandante, verso le 22, è arrivata l’indicazione dei consegnare a una motovedetta libica i 67 naufraghi soccorsi in acque Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) sotto la responsabilità di Tripoli, ma i migranti si sono accorti che la nave andava a sud e c’è stata tensione, due avrebbero minacciato l’equipaggio, dodici persone in tutto. Il comandante ha chiamato la Guardia costiera italiana che ha spedito la nave Diciotti a recuperare i naufraghi, che sono stati trasbordati e arriveranno oggi in Italia.

Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, fin qui disponibile alle pretese salviniane sui porti che sono di sua competenza, ha preso in mano la situazione. Ha fatto un po’ di confusione su Twitter, chiamando “incrociatore” il rimorchiatore, e annunciando “misure cautelari” contro “i facinorosi” come se spettassero a lui e non all’autorità giudiziaria. E Salvini, che era in Calabria, gli ha lasciato il cerino in mano. “Nessuna indicazione del porto dal Viminale”, ribadivano fino a ieri sera dallo staff del leghista. Ma è chiaro che nessuno può pensare di negare il porto a una nave della nostra Guardia costiera, ma dovrà occuparsene Toninelli. E c’è chi scommette che faranno sbarcare i migranti nella giurisdizione del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, quello della linea dura contro le Ong che fin qui non ha avuto successo con i giudici. Resta il fatto che la Guardia costiera, composta di uomini che salvano i naufraghi prima di ogni altra considerazione, soffre il ministro dell’Interno. E i leghisti sopportano poco la non completa acquiescenza delle Capitaneria.

Ma le regole sono chiare. Con evidenti rischi per le vite umane, l’Italia ha lasciato a Tripoli le sue acque territoriali (12 miglia) e una vasta area Sar. Ma riconsegnare ai libici i migranti, dopo averli salvati a bordo di navi italiane o europee, equivale a un respingimento collettivo vietato dalle Convenzioni internazionali. A Salvini piacerebbe forzare ancora, come ha fatto capire domenica provando a impedire lo sbarco a Messina a una nave irlandese della missione Eunavformed. Ma al resto del governo no. A bordo, ad ogni buon conto, oltre a tunisini, algerini e altri che difficilmente avranno diritto all’asilo, ci sono sudanesi e palestinesi che hanno qualche chance. Ma per le Convenzioni internazionali che la Libia non ha firmato ma l’Italia e la Ue sì, devono essere valutate una per una.

Poi c’è la politica, con la telefonata mattutina tra Salvini e Toninelli che ufficialmente serve per un “chiarimento”. Però la tensione resta. E riaffiora nel vertice pomeridiano convocato a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte. Nei piani ieri si dovevano rivedere solo i tecnici, in vista dell’incontro di domani a Innsbruck tra i ministri della Ue, a cui ovviamente parteciperà Salvini. Ma Conte si preoccupa per il caso della Von Thalassa, così riunisce Toninelli, il ministro degli Esteri Enzo Moavero e quello alla Difesa, Elisabetta Trenta, che domenica aveva esortato il vicepremier a non invadere le competenze altrui. E di questo si parla nel vertice. Con i ministri che chiedono al premier di farsi garante di un maggiore coordinamento, spingendo il leghista a marciare in linea con loro sul tema migranti, “un problema da affrontare in maniera coordinata” come dice alle agenzie Trenta. Insomma, di riportarlo nei ranghi.

Conte ascolta, e promette di intervenire: “Sono il presidente del Consiglio, non resterò inerte”. Ma nel vertice si ripassano anche le posizioni dell’Italia sul presidio delle frontiere e sulla gestione delle missioni internazionali. Si (ri)traccia la linea, che questa mattina Conte esporrà a Salvini. Con l’obiettivo di convincerlo a seguirla, a Innsbruck.

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Siccome non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire né peggior cieco di chi non vuol vedere, Diego Bianchi in arte Zoro prende mezza frase dal mio articolo piuttosto lungo di ieri sui migranti per segnalarmi alla corte di rottweiler che popolano il suo profilo Twitter. I quali – senz’aver letto una riga del mio pezzo – colgono l’occasione per riempirmi di insulti e dipingermi come servo di questo o quell’altro. Nessun problema: c’è chi pensa di fare informazione a colpi di show, magliette e tweet, e chi prova a farla documentandosi e studiando. Poi ciascuno sceglie quella che preferisce. Ma siccome, se non rispondi entro due minuti al primo che passa per i social, sei subito additato come omertoso o in difficoltà (chissà perché non replica, eh eh), accontento volentieri il nostro spiritoso showman. La sua domanda è questa: “Marco Travaglio sul Fatto scrive: ‘il legame fra alcune Ong e gli scafisti, ormai acclarato e addirittura rivendicato dalle interessate’. Per interesse personale e professionale avrei bisogno di sapere nel dettaglio ‘acclarato’ da chi e ‘rivendicato’ da chi. Grazie”. Gentile Zoro, sul web può trovare i filmati, le fotografie e l’audio delle intercettazioni dei responsabili di un’Ong, la tedesca Jugend Rettet, e della sua nave Iuventa sequestrata un anno fa a Trapani perché – spiegò il procuratore Ambrogio Cartosio – “è accertato che i migranti vengono scortati dai trafficanti libici e consegnati non lontano dalle coste all’equipaggio che li prende a bordo della Iuventa. Non si tratta dunque di migranti ‘salvati’, ma recuperati, consegnati. E poiché la nave della Ong ha ridotte dimensioni, questa poi provvede a trasbordarli presso altre unità di Ong e militari”.

Consegne sincronizzate grazie a comunicazioni dirette o indirette (tramite mediatori e favoreggiatori) con gli scafisti, ai quali veniva poi consentito di smontare e riprendersi i motori dai gommoni (che per legge andrebbero distrutti) e infine venivano graziosamente restituiti tre barconi, subito riutilizzati nei giorni seguenti per altri traffici di esseri umani. Sulla prua della Iuventa campeggiava il cartello “Fuck Imrcc”, simpatico messaggio al Centro di coordinamento Sar italiano. È lo stesso scenario descritto mesi prima dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nelle audizioni in Parlamento, a proposito di altre Ong, e poi immortalato da altre indagini di varie Procure siciliane. Se poi alcune indagini (diversamente da quella di Trapani, che s’è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione) non hanno finora accertato reati, non significa che non abbiano acclarato fatti oggettivi.

Che sono l’uno il replay dell’altro e, anche quando non sono penalmente rilevanti, vanno comunque valutati per ricostruire quel che accade nel Mediterraneo. Tra l’altro, è ciò che spesso rilevavano i satelliti militari puntati sul Mediterraneo: navi di Ong salpavano all’improvviso dai porti europei (soprattutto italiani) e facevano rotta verso un punto X del mare, in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X. Il che, salvo immaginare sistematici casi di telepatia o continue apparizioni dell’arcangelo Gabriele, dimostra un coordinamento fra scafisti (o loro complici) e Ong, sempre nel posto giusto al momento giusto per rilevare il carico umano, spesso al confine delle acque territoriali libiche, o financo oltre. In molti casi, il trafficante “vendeva” a prezzo maggiorato quei viaggi “sicuri”, incrementando i guadagni, riducendo le spese (perché investe molto meno sui natanti e sul carburante) e azzerando il rischio che, avvicinandosi troppo alla costa italiana, qualcuno lo arrestasse. Questo modus operandi è stato più volte rivendicato dalle Ong coinvolte (sorvolando ovviamente sui contatti telefonici: ammetterli sarebbe confessare il favoreggiamento). L’argomento è: “Così si salvano più vite”. Ma non è vero: le consegne sincronizzate avvengono senza pericoli di vita, dunque non sono salvataggi, ma incentivi al traffico di migranti, che infatti fino a un anno fa prosperava indisturbato, mettendo a rischio più vite ancora.

Poi Minniti, che conosceva bene quella trafila, impose alle Ong alcune regole: tenere i transponder accesi (già: perché venivano quasi sempre spenti?) e ospitare un agente di polizia giudiziaria a bordo delle navi (perché, se era tutto regolare, tanta resistenza a far salire la polizia?). Norme di comune buonsenso, che invece molte Ong respinsero sdegnate, dimostrando che proprio tutto regolare non era. Dopodiché, come per miracolo, le partenze dalla Libia (e dunque i morti in mare) crollarono dell’80-90%, anche grazie a nuovi accordi Roma-Tripoli. L’ammiraglio Enrico Credendino, comandante delle operazioni internazionali Sophia e Navfor Med, ha confermato al Corriere della Sera: “Ci sono Ong che lavorano spesso al limite delle acque libiche, la sera hanno questi grossi proiettori: gli scafisti li vedono e mandano il gommone verso questi proiettori”. Il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, ha rivelato al Parlamento: “Attraverso le testimonianze di migranti, abbiamo osservato che in alcuni casi gli scafisti danno telefoni ai migranti con i numeri delle Ong”.

Ma, onde evitare che il simpatico Zoro faccia un altro tweet per dubitare dei provvedimenti di pm, Gup, Riesame di Trapani, Cassazione e altre Procure, delle immagini dei satelliti, delle parole di un ammiraglio e del capo di Frontex e di altra simile robaccia, gli cito una fonte che potrebbe vincere la sua congenita incredulità. È un articolo di Repubblica del 3 agosto 2017: “La coraggiosa inchiesta di Trapani” si fonda sull’“evidenza incoercibile dei fatti” e “dà un senso, a chi ancora non l’avesse colto, al codice di autoregolamentazione” imposto da Minniti alle Ong. Che “disciplinerà di qui in avanti le attività… delle Ong (fatto proprio dall’Ue)”. Non solo: la “coraggiosa inchiesta… svela in quale infernale meccanismo il nostro Paese fosse finito. Almeno fino a quando – e ne va dato pieno atto e merito – al Viminale non sono arrivati il ministro Minniti e un’idea di governo dei flussi migratori”. E ancora: l’Ong tedesca “non soccorreva migranti sottraendoli alla morte in mare. Li caricava sotto costa, in acque territoriali libiche, con l’accordo dei trafficanti di uomini, per poi depositarli in uno dei tanti porti italiani”. Dunque “ha mentito”: rifiutava il codice Minniti non per difendere la sua “neutralità”, ma per continuare le sue “trastule con i trafficanti di uomini… ritenuti dai giovani tedeschi della Ong assai più ‘neutrali’ dei poliziotti… Ma c’è di più. Si dimostra ora quale oscenità ideologica, questa sì contraria a ogni principio umanitario, nasconda l’idea che il nostro Paese sia parte di un ‘conflitto’ (contro chi?) le cui vittime sarebbero i migranti”. Ergo questa è “l’ultima e definitiva occasione… per fare chiarezza nel mondo delle Ong: Medici senza frontiere e con loro tutte le Ong che non hanno firmato il protocollo devono far sapere da oggi se sono con Jugend Rettet o con Save The Children” e le altre che l’hanno firmato. Parola di Repubblica, non del putribondo Fatto Quotidiano. Nella speranza di avere soddisfatto le legittime curiosità di Zoro, rispondo – già che ci sono – anche alla giornalista Francesca Mannocchi, anche lei piuttosto nervosa, su Facebook, a causa del mio articolo: “Marco Travaglio dice che in Libia ci sarebbero dai 700 mila al milione pronti a partire? Dove ha trovato questo dato? La stima dei migranti PRESENTI in territorio libico NON corrisponde al numero dei migranti pronti-a-partire. Naturalmente”. Il dato di 700 mila-1 milione è frutto delle stime di numerosi osservatori della realtà libica, fra cui Lorenzo Cremonesi del Corriere, uno degli inviati più seri e informati sul Medio Oriente e il Nordafrica. Che quei migranti vogliano partire per l’Europa, invece, lo desumo dal fatto che difficilmente i disperati del Mali, o del Niger, o della Nigeria lasciano le loro case e attraversano il deserto accompagnati da trafficanti senza scrupoli che li pestano e li depredano, per trascorrere le vacanze estive in un campo-lager della Libia. Ma, se la collega Mannocchi ha informazioni di segno contrario, attendo con ansia di conoscere le sue fonti. Naturalmente.

Brexit, senza accordi molla pure Jaguar Land Rover

Non è un bel segnale se dopo diversi player stranieri (giapponesi e tedeschi soprattutto) anche il più grande costruttore d’auto britannico considera l’ipotesi di lasciare il Regno Unito per colpa della Brexit. È stato il numero uno del gruppo Jaguar Land Rover Ralf Speth a rompere gli indugi e dichiarare qualche giorno fa al Financial Times che, in caso di uscita anche dall’unione doganale e dal mercato unico, l’azienda dovrebbe suo malgrado pensare a trasferire altrove le proprie fabbriche. Non certo una mossa indolore: cinque stabilimenti e 40 mila posti di lavoro (più 250 mila nell’indotto). Ma soprattutto un legame forte con l’Europa, da cui importa quasi la metà delle materie prime e verso cui esporta un quinto delle proprie auto. Senza contare i danni per l’erario inglese, a cui i due marchi versano un paio di miliardi di sterline all’anno in tasse.

L’addio non è ancora deciso, per fortuna, ma il rischio c’è. E non è certo un bel segnale che un gruppo in salute (615 mila auto consegnate nel 2017, +1,7%), ma soprattutto che incarna l’anima a quattro ruote di un Paese, quel Paese sia costretto a lasciarlo. Dopo aver tra l’altro investito massicciamente su impianti ripensati per favorire la transizione verso l’elettrificazione, di cui i primi frutti si sono visti con modelli come Jaguar I-Pace e Range Rover Sport Phev. I numeri, tuttavia, sono impietosi: “In caso di accordi sfavorevoli sulla Brexit perderemmo oltre un miliardo di sterline all’anno”, ha dichiarato Speth. Nessuno se lo può permettere.

Fiat 500 Spiaggina, l’omaggio alla “Dolce vita”

Sessant’anni e non sentirli: è la Fiat 500 Spiaggina, “nata” sulle strade di Capri nel luglio 1958. Per celebrare le 60 primavere del modello, Garage Italia di Lapo Elkann – azienda specializzata in personalizzazioni automobilistiche su misura – ha messo a punto una riedizione “new age” della Spiaggina, realizzata con la collaborazione di Pininfarina.

Partendo dall’attuale edizione di 500, l’atelier milanese ha dotato l’auto di parabrezza nautico ribassato, col rivestimento del pianale di carico in sughero dogato, che ricorda i pavimenti in teak degli yacht di lusso. I sedili anteriori sono stati rimpiazzati da una panchetta creata su misura, foderata in pelle impermeabilizzata bianca e azzurra, mentre lo spazio per i passeggeri posteriori è stato convertito in un vano con doccia integrata. La carrozzeria di questa show car presenta la colorazione “Azzurro Volare e Bianco Perla”, col tocco vintage assicurato dai pneumatici con spalla bianca e dalle finiture cromate di maniglie, specchietti e delle borchie dei cerchi in lega. La Spiaggina by Garage Italia è già prenotabile (anche tramite la rete dei concessionari Fiat) e ulteriormente personalizzabile. I motori sono gli stessi attualmente disponibili nella gamma 500. “Ho voluto celebrare e rinnovare un’altra stupenda icona italiana, disegnando e progettando con il mio Centro Stile la Spiaggina by Garage Italia”, ha detto Lapo Elkann, presidente e direttore creativo di Garage Italia. “Sono certo che questa auto tornerà a far fantasticare, sognare e interpretare la gioia di vivere italiana cui da generazioni si ispira il mondo”.

Ford rilancia la Focus. La sfida della quarta generazione

Vent’anni fa, sulla piattaforma Ford C1, nasceva la Focus. Il compito, stimolante e proibitivo allo stesso tempo, era quello di conquistare spazio e reputazione nella fascia di mercato delle berline compatte, dove a farla da padrone era ed è tuttora la Vw Golf. E dove la concorrenza, visto che si parla di uno dei segmenti più pingui in Europa, non è mai mancata: tedesche, francesi, giapponesi e coreane, in una battaglia commerciale senza quartiere.

Ebbene oggi, dopo 16 milioni di Focus vendute nel mondo, di cui 7 solo nel vecchio continente, quel compito sembrerebbe essere stato portato a termine. Anche in Italia, dove la media compatta dell’Ovale Blu vale il 10% delle immatricolazioni del segmento C. “E vendere in un comparto così agguerrito, e in ridimensionamento nel nostro Paese, è la cartina di tornasole del valore di un marchio”, spiega l’ad di Ford Italia Fabrizio Faltoni.

Alla fabbrica tedesca di Saarlouis, nondimeno, hanno deciso di rilanciare. Proprio da lì, infatti, parte la sfida della quarta generazione di Focus, la prima Ford che nasce sulla nuova architettura C2: stesso spirito del primo modello ma più spazio interno per i passeggeri (un po’ meno nel bagagliaio) nonostante una lunghezza pressoché invariata di 4,38 metri (ma a fare la differenza è il passo di 2,70 metri, oltre 5 centimetri in più), una cura dimagrante di 90 kg e una rigidità torsionale aumentata del 20%. Migliorie che nell’esperienza di guida si sentono tutte: sia in versione berlina che wagon, nuova Focus si affranca dalla nomea di vettura (solo) razionale, e aggiunge un pizzico di emozione al commuting quotidiano. Pronta e dinamica, con uno sterzo preciso e diretto e una distribuzione dei pesi ottimale, che le dona comfort in autostrada unito a una buona dose di sportività nel misto. E un parco motori in equilibrio tra le esigenze prestazionali e quelle di contenimento di consumi ed emissioni. A partire dal 1.0 tre cilindri EcoBoost benzina, disponibile nelle varianti di potenza da 100 e 125 cavalli, a cui si aggiungono il 1.5 Ecoblue (da 95 e 120 Cv) e il 2.0 da 150 cavalli, entrambi a gasolio. Nella seconda metà del prossimo anno, poi, è anche previsto l’arrivo di una variante ibrida.

Non mancano poi gli Adas, i cosiddetti sistemi di assistenza alla guida. Che a citarli tutti si perde il conto. Basti sapere che l’auto è in grado di riconoscere la segnaletica stradale e adattare di conseguenza l’andatura ai limiti di velocità. Mantiene inoltre la propria corsia e la distanza dal veicolo che precede. E quando c’è da parcheggiare, una volta individuato il posto, lo fa da sola. Gli allestimenti previsti sono Plus, Business, Titanium, St-Line, Vignale ed Active (che arriverà a dicembre), mentre il listino parte da 20 mila euro.

Basta un biglietto, e gli stranieri entrano nella blindata Russia

Facile seguire la propria squadra, se si chiama Brasile o Argentina. Quasi obbligatorio esserci, quando la tua piccola nazionale si qualifica dopo decenni o per la prima volta, come Perù, Panama o Egitto. I veri tifosi del Mondiale sono quelli che non tifano nessuno: arrivati da ogni angolo del pianeta, per puro amore del pallone. O altre valide ragioni. Da quando è iniziato il torneo, il governo ha registrato 3,9 milioni di stranieri. Navin viene dalla Malesia: 2 giorni di viaggio e tre mezzi diversi da Kuala Lumpur. “Gli altri se vincono sono contenti, se perdono tristi: per noi è festa comunque”. Di indiani se ne contano a centinaia, Siddath è di Mumbai: “Ho speso 2 mila dollari ma ne valeva la pena”. Nella folla, persino americani: “Di solito non è facile ottenere il visto, tra burocrazia, controlli e timori di incidenti. Ora basta comprare il biglietto per avere diritto d’ingresso”. All’appello mancano gli italiani, pochi e poco interessati: semplici turisti, qualcuno per lavoro o a caccia di fortuna o ragazze.

La caduta degli dei: tutta colpa di Platone

Quando gli dei cadono è colpa del pensiero. Una storia ultramillenaria. E che si è ripetuta pure sui campi di Russia 2018. Una sequenza micidiale. Fuori Messi, Neymar e Cristiano Ronaldo, quasi come tre religioni monoteiste. Argentina, Brasile e il più modesto Portogallo. Ma il calcio è non mai monistico, non può mai essere il dominio dell’Uno. Il calcio è pluralistico, presuppone sempre l’Altro e al massimo può aristotelicamente tendere all’Uno.

Ma il primo indiziato del capitombolo stellare dei Mondiali di Eupalla (sia lode sempre a Gianni Brera) è il francese Renato Cartesio, quello del cogito ergo sum. “Penso dunque sono”. Che guaio quando i filosofi salgono in cattedra e il sapere non è libertà (l’immortale Socrate) ma si trasfigura in dottrina. Ché, nel caso di Cartesio, la vita e il calcio funzionano nel modo opposto: sum ergo cogito. “Sono quindi penso”. E ancora: “Sono quindi gioco”. Si parte sempre dall’Essere, con la maiuscola, ed è il pallone, cioè il gioco, che fa il giocatore e non viceversa.

Come scrisse Hans- Georg Gadamer, il Platone del ventesimo secolo, in Verità e Metodo: “Il soggetto del gioco non sono i giocatori, ma è il gioco che si produce attraverso i giocatori”. La degenerazione cartesiana del football conduce alla logica rovinosa del piedistallo, necessario alla costruzione scientifica. Ecco con quali risultati: “Persino il cosiddetto uomo-leader, il giocatore che in campo fa la differenza, quello che trascina la squadra, che detta il passaggio o che chiede palla, persino questo tipo speciale di giocatore non può permettersi di comandare. (…). Il suo daimonion (demone, ndr) è il desiderio di possedere il gioco. Desiderio, desiderio, desiderio che non potrà mai essere possesso perché il gioco trascende il giocatore”.

Questo vale per il leader che diventa eterno e immobile e decisivo come l’Essere del terribile Parmenide in un preciso minuto – si pensi al gol di Pelè nella finale di Messico ’70 oppure alla rovesciata dello stesso CR7 contro la Juve – e soprattutto per il campione che invece sprofonda nel non essere, come accaduto ai tre dei mancati di Russia 2018. A questo punto bisogna per forza tornare all’origine di tutto: Platone. Ossia il centro di Essere e gioco, che raduna tutti gli scritti “calcistici” di Giancristiano Desiderio, robusto filosofo sannita e autore di oltre venti libri, tra cui una bellissima biografia del suo amato Benedetto Croce.

Pur essendo un tomo pelècentrico, per Desiderio Platone è il calcio, grazie alla sintesi tra essere e divenire. Solo il grande discepolo di Socrate può farci capire perché il calcio non può essere solo ragione assoluta (io so tutto e sono padrone del gioco) o desiderio infinito (io voglio fare tutto e posso fare tutto). Piccola parentesi sulla ragione del citato Cartesio: la razionalità estrema, cioè l’Assoluto, può uccidere la verità e questo spiega anche l’ottusità della gestione sarriana del Napoli nella fase cruciale dell’ultimo campionato. Chiusa parentesi e riprendiamo il cammino platonico. La visione trascendente (il mondo delle Idee) è come la visione di gioco che aveva Falcao, autentico Demiurgo: “Giocatori si nasce, ma numero 10 si diventa. La visione di gioco si acquista con sforzo e fatica, proprio come la visione delle Idee, perché la condizione umana è un intreccio di essere e non essere, memoria e oblio, luce e buio”.

Il libro di Desiderio non è un divertissement, ma una solida opera divulgativa che fa coincidere filosofia e calcio ché il gioco è “la rappresentazione della nostra umana condizione”. Un gioco per definizione anti-totalitario (lo capirono pure Hitler e Stalin), in cui il controllo della partita (a parte Moggi, Juve e Calciopoli) non può mai essere completo. E se Heidegger amava il calcio e Beckenbauer; mentre l’Olanda di Cruyff corrispondeva alla filofia della storia di Hegel in quanto figlia di quel tempo, le ultime righe non possono essere che per Diego Armando Maradona, il più grande di tutti. L’autore lo “riduce” vichianamente alla Scienza nuova che dice che “gli uomini prima sentono senz’avvertire”. In pratica, un poeta mai uscito dalla dimensione del sogno.

Quel 4 a 3 tra Italia e Germania oggi stracult

Cinema e Mondiali che passione. Correva l’anno 1970, a Città del Messico si giocava la semifinale Italia-Germania passata alla storia come “la partita del secolo”. Vent’anni dopo il cinema italiano vi dedicava un film, naturalmente una commedia, dall’altisonante titolo Italia-Germania 4:3. Ma bando agli equivoci perché la trama nulla aveva a che fare con la cine-cronaca dell’eroico evento calcistico, bensì era il racconto di una reunion fra ex compagni di liceo, una sorta de Il grande freddo all’italiana. Alla regia firmava Andrea Barzini – oggi pressoché dedito alla fiction tv buonista – mentre davanti alla cinepresa si muovevano i poco più che trentenni Massimo Ghini, Fabrizio Bentivoglio e Giuseppe Cederna accanto a una fulgida Nancy Brilli, allora appena 26enne, e un post-adolescente Giuseppe Battiston.

I tre si danno appuntamento con la scusa di rivedere il mitico match riproposto dalla Rai ma ben altro li attende, fra antichi rancori e rinnovate gelosie. In linea con il filone “amici & compagni” di tendenza dell’epoca inaugurato da Gabriele Salvatores (Marrakech Express su tutti), la commedia intrecciava amicizia maiuscola a militanza politica, quella pasionaria fra il Sessantotto e i primi Settanta. Per discreta qualità, uscita azzeccata (dicembre) e soprattutto il riferimento non banalizzato a quanto di più caro giace nel cuore del maschio tricolore (calcio, amicizia, politica) la commedia ebbe un ottimo successo al botteghino (circa 2 miliardi di lire) diventando istantaneamente meritevole dell’etichetta cult, oggi senza dubbio innalzata a stracult. Il calcio, seppur poco visibile nella pellicola, si palesava da collante estivo visibilissimo, metafora pop di ogni battaglia, anche di quelle assai più sotterranee e di nostalgiche resistenze.

Leonardo in una sala. Agli Uffizi ritorna anche l’Adorazione

Dalle prime opere precedenti alla partenza per Milano al servizio di Ludovico il Moro, a quelle successive al rientro a Firenze nel 1503. La presenza di Leonardo da Vinci agli Uffizi è ora visibile in un’unica sala, quella a lui dedicata nel nuovo allestimento che segue il principio cronologico della galleria, voluto dal direttore delle Gallerie Eike Schmidt.

Così, come per la Sala Raffaello e Michelangelo aperta a giugno, che questa numero 35 precede, anche per il genio da Vinci, le opere dipinte alla bottega del Verrocchio e quelle della sua giovinezza passano dalla dispersione in tre ambienti diversi ad essere visibili in un unico spazio.

Entrando a sinistra, il visitatore trova il Battesimo di Cristo, eseguito per la chiesa di San Salvi nel 1475-78, mentre l’artista ancora collaborava con il Verrocchio. Da qui la divisione dei compiti nella bottega perfettamente rintracciabile nell’opera. A Leonardo si deve la pittura a olio, con gli effetti di sfumato poi divenuti celebri. Così come a lui si deve anche l’elegantissimo angelo di profilo che regge la veste di Cristo.

Di fronte, l’Annunciazione, proveniente dalla chiesa di Monteoliveto, che riprende proprio l’angelo che in questo caso proietta la propria ombra sul prato mentre atterra. Qui visibile anche lo studio delle ali calibrate su quelle degli uccelli che contraddistinguono lo studio dell’autore della Gioconda.

A dividere i due quadri, al centro della sala, l’Adorazione dei Magi, dipinta per i canonici regolari agostiniani per la chiesa di San Donato a Scopeto, e poi lasciata incompiuta dalla partenza di Leonardo per Milano nel 1482. È questa la protagonista della sala. Uscita come nuova nel 2017 dal restauro dell’Opificio delle Pietre Dure, con il finanziamento degli Amici degli Uffizi. Restauro durato cinque anni e destinato a restare nella storia per l’innovazione messa in campo dai restauratori e i risultati ottenuti. La pala dell’Adorazione in realtà appare come un’enorme pagina di appunti che apre le porte ai visitatori sul processo creativo di Leonardo. Un miracolo di immedesimazione che da oggi sarà possibile ammirare in ogni suo dettaglio.

I tre dipinti presenti nella sala numero 35 hanno in comune anche il motivo dell’esecuzione: decorare edifici di culto. Ed è per questa ragione che, nel nuovo allestimento, il colore dei muri è stato realizzato con la tecnica della spatola, riprendendo quella antica e con un colore – il grigio pallido – che dovrebbe rievocare nel visitatore quello delle pareti delle chiese dell’epoca.

A proteggere le opere, invece – come è già accaduto per le Sale di Caravaggio e quelle di Michelangelo e Raffaello – delle teche che ne garantiscono la conservazione del clima, riducendo al minimo umidità e calore deleterie per i dipinti. Davanti a esse, poi, la rifrazione è minima e l’opera diventa ammirabile nella sua interezza, senza vedere riflessi nel quadro la propria immagine (insieme a quella di decine di altri visitatori).