Al mare, in cabina, ho visto le tette di Capitan Tempesta

Racconto inedito di Paco Ignacio Taibo II (traduzione di Pino Cacucci), scritto per il numero di “linus” di luglio.

 

È andata così. O così mi ricordo, che poi è come se fosse andata così, perché chi mai potrebbe giocare con la mia memoria se non io stesso?

Quindi, suppongo che sia andata così e che fosse estate. Il verde delle Asturie sfolgorava in sedici tonalità diverse e le cabine sulla spiaggia brillavano sotto il sole, cosa di cui non me ne fregava niente, perché io, a differenza di tutti gli abitanti di Gijón, non ero un feticista dell’estate e mio zio mi aveva messo sul comodino i romanzi di Salgari che mi mancavano, cioè: Capitan Tempesta, Il leone di Damasco e La galera del Bajá. Stavo riemergendo dalla lunga sfilza di malanni primaverili: tonsillite, raffreddore, parotite.

Fino a quel momento li avevo avuti tutti almeno un paio di volte, e mi stavo persino accingendo a farmi una ricaduta di alcune di quelle malattie che si prendono soltanto una volta, come la scarlattina e gli orecchioni, così da avere più tempo per leggere anziché sprecarlo a scuola. In quel periodo della mia vita avevo già scoperto che la scuola interrompe l’istruzione e non ero disposto a permettere che l’aritmetica o le scienze naturali mi rovinassero le letture di Salgari, Verne, Zévaco e Karl May. Ma mio padre aveva scoperto la ragione delle mie frequenti malattie. E aveva anche trovato una formula di contrattacco: “Se non ti ammali ti regalo tutta la serie su William di Richmal Crompton e L’ultimo dei mohicani”.

L’offerta era allettante. Mentre decidevo cosa fare del mio futuro, dicevano che era arrivata l’estate e io avevo tra le mani Capitan Tempesta assediato a Famagosta sotto lo spietato cannoneggiamento dei turchi, che a detta di mio zio Pepe erano i fascisti dell’antichità, e secondo Rodrigo Artime, grande amico di mio padre, erano “antichi” e basta, perché mio zio Pepe era anarchico fino al midollo e Rodrigo Artime pensava che il mondo fosse iniziato a Firenze durante il Rinascimento.

E Capitan Tempesta era un portento, usciva allo scoperto e sfidava i turchi a singolar tenzone, e sapeva sferrare una stoccata segreta di notevole efficacia e risultato micidiale. E c’era un tipo che andava ficcanasando nella sua vita, un capitano che mi pare fosse polacco, cristiano e polacco, cioè uno dei suoi, ma se la passava a dire fanfaronate e a rompere le scatole. E a un tratto feriscono Capitan Tempesta e, togliendogli la cotta, l’elmo e tutta la ferraglia che aveva addosso, accidenti, si scopre che era una donna. E anche se nel libro non veniva specificato, di sicuro si erano viste le tette. Così uno se l’immaginava. Momento di profonda riflessione. Capitan Tempesta era una femmina. E divoravo pagine su pagine, sotto le lenzuola con la pila, e poi mia madre, nei chioschi sotto lo scarso sole estivo di Gijón, diceva che questo bambino era un po’ strano, e mia zia Sara doveva sospettare che alla mia tenera età di otto anni me lo menassi con eccessiva frequenza, idea del tutto calunniosa, e diceva che in effetti ero mezzo “rincoglionito”. E il/la Capitan Tempesta ne combinava di tutti i colori, era il coraggio personificato, senza eguali al mondo, e poi si sposava con un turco che era sì un rinnegato, ma pur sempre turco. Al che zio Ignacio diceva che quelli erano i migliori, i rinnegati, come Galileo Galilei, del quale non avevo ancora letto niente, ma prendevo nota del nome. E Capitan Tempesta era femmina, diceva quel me stesso ammirato, in quell’estate gijonese immersa nelle mezze parole e le autocensure del franchismo e il sole che quando c’era rincoglioniva e i miei vani tentativi nella cucina di casa di imitare la stoccata segreta, armato di attizzatoio per rimuovere le braci nel camino, che poi mi venne sequestrato perché ritenuto pericoloso e sostituito da zia Ángeles con un pezzo di manico di scopa. E via, due finte di fronte, giravolta, affondo, stoccata sotto l’ascella del nemico, nel punto scoperto tra il braccio e l’armatura. Stoccata di origine veneziana che Eleonora d’Eboli aveva imparato dal suo maestro d’arme, che secondo zio Pepe era uno in gamba e non poteva essere fascista e che secondo Rodrigo Artime era un “fine artista veneziano”. Una stoccata che oggi definirei ascellare.

E doveva essere sotto quella brutale offensiva femminista, ciò che significò nella mia vita l’ingresso della capitana Tempesta, che sarebbe apparso il sesso. Mia madre mi aveva sequestrato dalle sedute di lettura per portarmi sulla spiaggia senza libri, con i miei amici e le loro mamme, cioè le sue amiche, e facevamo una gran baldoria tutti assieme, con secchielli e palette e palloni. L’acqua era gelata, ci bagnavamo appena la punta delle dita dei piedi.

Per dimostrare che ero un uomo senza pregiudizi, stavo provando la stoccata segreta mentre ero in porta in una partita di calcio nella quale fortunatamente accadeva tutto davanti alla porta degli avversari, quando mia madre, al grido di Pacoignacín, mi mandò alla nostra cabina a prendere una frittata di patate. Lasciai la porta sapendo che non poteva succedere niente in mia assenza e mi incamminai verso la cabina dove eravamo soliti lasciare il vestiario e il mangiare. Questa realtà delle cabine, che essendo variopinte rallegrano una piccola parte della sterminata spiaggia di Gijón, credo abbia origini ottocentesche, alquanto puritane, e segnava una sorta di demarcazione classista tra la zona orientale della spiaggia e quella occidentale, dove la gente si cambiava usando semplicemente un asciugamano, e poi se ne tornava a casa con il culo pieno di sabbia e il costume da bagno sotto i pantaloni.

La porta della cabina era chiusa con il solito chiavistello, quindi lo sollevai e mi infilai dentro.

Il cielo si spalancò davanti ai miei occhi.

Lì dentro c’era la madre di due mie amichette, con il costume da bagno abbassato sui fianchi e due enormi seni bianchi che splendevano. La donna si era infilata la parte inferiore di un costume verde smeraldo, non aveva ancora avuto il tempo di indossare la parte superiore e le spalline penzolavano mentre lei aveva lo sguardo distratto che vagava sul pavimento. Alzò lo sguardo e colse il mio, in stupefatta adorazione, e senza dire una parola si coprì i seni con le braccia mentre io, rosso più di un pellerossa, tipo Winnettou per intenderci, balbettavo qualcosa di assurdo, prendevo la frittata e scappavo di corsa verso la porta del campo di calcio, dove mia madre venne a recuperarmi poco dopo, chiedendosi perché suo figlio fosse così rincoglionito da giocare come portiere con il vassoio della frittata di patate tra le mani.

Dovette strapparmelo con la forza, visto che lo trattenevo neanche fosse il pallone mai arrivato nella mia porta. Avevo il pensiero fisso sui gloriosi seni della madre delle bambine, un paio di tette che dovevano essere come quelle di Capitan Tempesta, senza un solo centimetro quadrato di pelle in meno. Alla fine dell’estate, tornando a scuola, a causa delle mie frequenti assenze venni relegato negli ultimi banchi, perché le prime file erano riservate a quelli che prendevano buoni voti, e dovetti condividere un lungo banco a tre posti con Facciadaculo, così chiamato dai suoi detrattori, perché un asino gli aveva dato un morso in faccia e gli era stato trapiantato sulla guancia un pezzo di pelle preso da una natica. Facciadaculo si sedeva sempre nell’ultimo banco e accanto gli avevano messo il suo unico amico, un certo Fermín, magro come un personaggio dei fumetti, con il naso acuminato quanto un sonetto di Quevedo, e che i soliti detrattori, che non mancavano mai, avevano ribattezzato Facciadacazzo, anche per via della vicinanza con Facciadaculo. Purtroppo né Facciadacazzo né Facciadaculo, che giocavano a calcio piuttosto bene, erano minimamente interessati a Capitan Tempesta o al suo aiutante, l’albanese Moko, e la loro conoscenza del sesso era alquanto primitiva e poco informata. La maestra insisteva a volerci spiegare la differenza tra il diametro, il raggio e la circonferenza. Con un simile addensarsi di nefaste prospettive, decisi che la cosa migliore che potessi fare nella vita era ammalarmi e quindi mi presi un’itterizia che mi permise di leggere l’intera serie di romanzi su Pardaillan di Zévaco, senza essere disturbato. O almeno così ricordo.

E oggi so, a quasi sessant’anni di distanza, che la mia indole egualitaria e profemminista ha origine in quell’estate segnata da Capitan Tempesta, che sarebbe stata confermata in un’altra estate, quella del ’68, durante il grande sciopero universitario. E che i candidi e immacolati seni delle mamme dei miei amici di infanzia sono il patrimonio comune della memoria dei romanzieri; che sanno bene di condividere con i loro lettori gli amori in quel territorio comune rappresentato dalla nostalgia dell’infanzia.

 

Zerocalcare, di nuovo negato il visto per entrare negli Usa?

Gli stati Uniti potrebbero (di nuovo) negare il visto per entrare nel paese al fumettista Zerocalcare. L’autore dovrebbe recarsi per lavoro – come ha dichiarato lui stesso – al San Diego Comic-Con, il più importante festival americano dedicato al fumetto e all’intrattenimento, che quest’anno si tiene dal 19 al 23 luglio. Il fumettista ha messo in rete una storia per raccontare cosa gli sta succedendo. Si tratterebbe della seconda volta che a Zerocalcare viene negato il visto. Già nel 2016, infatti, aveva tentato di recarsi a New York per partecipare al New York Comic Con, ma all’ultimo momento gli era stata rifiutata l’autorizzazione ESTA per entrare negli Stati Uniti. Il problema, come al tempo l’autore aveva spiegato – sempre con un fumetto –, erano i suoi precedenti viaggi del 2015 in Siria e in Iraq, dove si era recato per documentarsi e in seguito realizzare il libro Kobane Calling, uno dei suoi lavori più famosi.

Nelle nuove strisce Zerocalcare racconta come sono andate le cose questa volta e di come stia ancora aspettando una mail dall’ambasciata degli USA.

Università di Brescia, il pasticciaccio brutto del concorso sospetto (ma mai annullato)

Il mondo universitario investito dallo scandalo, sette professori ordinari arrestati per corruzione, altri 22 interdetti dalle funzioni per aver manipolato la commissione per l’abilitazione scientifica nazionale all’insegnamento del diritto tributario. Ma se la Procura di Firenze nel settembre scorso ha scoperchiato il vaso di Pandora dei concorsi truccati secondo la logica del “vile commercio dei posti” (come sintetizzato da un docente in una conversazione agli atti dell’indagine: “Non è che si dice – è bravo, non è bravo – no, si… si fa – questo è mio, questo è tuo, questo è coso, questo deve andà avanti per cui…”), il Miur non ha mai sospeso gli effetti del concorso che nel 2015 ha abilitato tredici docenti.

Ora, per la prima volta dagli arresti, un’università italiana si sta muovendo per richiedere un posto di professore ordinario del settore disciplinare “Ius 12” (diritto tributario) e tra i candidati rientreranno anche i docenti abilitati nel 2015. Il consiglio del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Brescia, diretto dal professor Antonio Saccoccio, il 28 giugno ha infatti deliberato la chiamata di un docente di prima fascia “formulando auspici” al Senato accademico affinché venga garantita la copertura senza prevedere restrizioni per i docenti coinvolti nell’inchiesta di Firenze.

Il concorso, se avrà il via libera del Senato, sarebbe aperto quindi anche al candidato interno Giuseppe Corasaniti (abilitato con la commissione del 2015, ma non indagato), già professore associato di tributario nell’ateneo bresciano dal 2010 e allievo di Victor Uckmar. Il docente, contattato dal Fatto, preferisce non commentare: “Chiamate il direttore di dipartimento – risponde Corasaniti – a me non risulta che sia stato ancora bandito nulla”. Il direttore Saccoccio conferma di aver avviato la procedura di chiamata “per coprire un settore disciplinare in sofferenza da anni e per il quale avevamo già in programmazione la copertura di un posto”. Rispetto al rischio che a vincere sia uno dei candidati abilitati dalla commissione poi arrestata? “Non lo posso escludere – prosegue il docente – ma oltre ai candidati di quella tornata potrebbero partecipare anche quelli dell’abilitazione 2016-2018 e, ovviamente, coloro che sono in ruolo già da tempo, per trasferimento”.

Nessuna considerazione sull’inopportunità di aprire nonostante l’inchiesta e il rischio che gli effetti di quell’abilitazione vengano sospesi dalla magistratura? “Al consiglio di dipartimento non è apparso affatto inopportuno – conclude Saccoccio – abbiamo deciso quasi all’unanimità. Non possiamo non corrispondere a un’esigenza che abbiamo per paura di un potenziale e del tutto ipotetico danno futuro. E magari l’inchiesta verrà archiviata”. In realtà qualcuno aveva ritenuto inopportuno aprire un posto per diritto tributario: il professor Saverio Regasto, ex direttore di Giurisprudenza a Brescia, dimessosi nell’ottobre del 2017. “Sono stato fatto dimettere perché mi sono opposto ad alcune richieste, tra cui questa – spiega Regasto – che mi pare irrispettosa del lavoro investigativo della Procura di Firenze. Non volevo finire sui giornali come primo dipartimento italiano a chiamare un candidato idoneo a quelle abilitazioni, con la spada di Damocle di un annullamento dell’intero procedimento. Ma evidentemente con la nuova direzione del dipartimento questa strada si è subito riaperta”.

Monnezza Italia: una scia tossica lunga 2.500 km

Sono ancora tutti lì, i trafficanti di rifiuti. Volti spigliati di imprenditori, parlantina veloce da broker, pronti a trovare la soluzione giusta. Costi quel che costi. L’Italia delle ecomafie che esce fuori dall’ultimo rapporto di Legambiente ha il volto di sempre, quello di un paese canaglia. E la nuova legge sui reati ambientali, approvata durante la scorsa legislatura, ha avuto il merito di far emergere ancor di più quanto forte sia il settore criminale che traffica, inquina, sversa, maneggia scorie con profitti milionari.

Immaginate una fila di camion, da Trapani fino a Berlino. Per ogni Tir un carico tossico. È la quantità incredibile dei rifiuti passati nel mondo criminale sequestrati nel nostro paese, secondo i dati raccolti dall’organizzazione ambientalista. Cinquantadue milioni di tonnellate, gestiti illegalmente dal 2002 ad oggi. Una montagna di discreta altitudine. Anche il numero delle inchieste della magistratura mostra che l’Italia dei traffici non è finita. Per il reato più grave (l’ex articolo 260 del codice ambientale, divenuto 452-quaterdecies del Codice penale, ovvero il traffico organizzato di competenza delle Direzioni distrettuali antimafia) i fascicoli aperti lo scorso anno sono stati 76 (contro i 35 del 2016), con 177 custodie cautelari, 992 denunce e 232 aziende coinvolte. Strutture criminali italiane, ma pronte ad allearsi con chiunque nel mondo: sono 46 i paesi esteri coinvolti (18 europei, 12 asiatici, 15 africani e 1 americano) nella rete internazionale dei trafficanti.

L’illegalità parla tanti dialetti nel nostro paese. La Campania, certo, sempre in cima alle classifiche, divenuta simbolo della Gomorra dei rifiuti. La Sicilia, dove il ciclo dei rifiuti è eternamente in bilico. Ma anche il Lazio, con la provincia di Roma divenuta la seconda in Italia per concentrazione di reati ambientali nel campo della monnezza. Non solo quella urbana, ma anche i rifiuti speciali, le plastiche, i residui della differenziata e le scorie pericolose. Rispetto al passato cambiano, almeno in parte, le tipologie di materiali trattati dal settore criminale.

Oggi i settori più delicati sono i Raee – i rifiuti elettronici e di elettrodomestici – la plastica, la carta, i metalli, il vetro. Materie preziose, ma che la mancanza di impianti di trattamento adeguati in Italia trasforma in flussi del mercato illegale, con rischi di incendio e danni ambientali ingenti. Accanto alle materie derivanti dalla raccolta differenziata, una vera emergenza è la gestione dei fanghi industriali e della depurazione delle città, prodotto “facile da far passare, illegalmente, come innocuo ammendate agricolo”. I reati ambientali – non solo nel campo dei rifiuti – sono il sintomo di una malattia profonda, che vede l’economia industriale al centro. Prima di tutto per i soldi in gioco: 23 sono i miliardi di euro del mercato legale (dati dalla Fondazione sviluppo sostenibile), mentre il nero gestisce almeno 3 miliardi. “Una selva di società, soprattutto Srl, si adopera in questo mondo nel tentativo di fare soldi facili”, commenta il rapporto di Legambiente. Ditte spesso composte da un ufficio e un indirizzo email, intermediari in grado di mettere in contatto i grandi produttori di rifiuti – le città, ma anche le industrie – con chi ha trovato il sistema troppo economico e veloce per far sparire la monnezza.

Un flusso di 160 milioni di tonnellate prodotti ogni anno, che la criminalità – soprattutto economica – cerca di intercettare. E ad oliare i meccanismi, evitando i controlli, favorendo autorizzazioni compiacenti, c’è l’altra faccia degli ecoreati, la corruzione. Se c’è un camion che porta illecitamente scorie illegali, da qualche parte c’è un dirigente, un assessore, un politico che ha autorizzato, chiudendo due occhi. Dal 1 gennaio 2010 al 31 maggio 2018 Legambiente ha censito 449 inchieste dove si incrociano tangenti e danni ambientali. La maglia nera, in questo caso, spetta al Lazio (61 indagini), seguito dalla Sicilia (60 indagini), dalla Lombardia (52 indagini), dalla Campania (51 indagini) e dalla Calabria (40 indagini).

Abusi su minori, condannato a 15 anni è uscito dopo 6 mesi

Scarcerato perché la condanna a 15 anni e 10 mesi non può ancora essere considerata definitiva. Rodolfo Fiesoli, fondatore della Comunità agricola “Il Forteto” e reo di numerose violenze e abusi sessuali su minori, dopo sei mesi di carcere è già tornato nel Mugello (la località è ancora segreta) e adesso le sue vittime hanno paura: “Siamo sconcertati – dice il Presidente dell’Associazione Vittime del Forteto Sergio Pietracito – chi ha subito violenze da Fiesoli adesso ha paura ad uscire di casa per non trovarselo davanti”. Il 77enne “profeta” del Forteto è stato scarcerato dopo che la Cassazione lo scorso 5 luglio ha accolto il ricorso dei suoi avvocati sulla riformulazione di una pena relativa ad un caso di violenza sessuale. Il nuovo appello su un unico capo di imputazione è stato fissato per il prossimo 16 novembre e fino ad allora Fiesoli può aspettare fuori i futuri giudizi. Nel frattempo la scarcerazione del fondatore del Forteto ha provocato lo sdegno di tutto il mondo politico: dopo il fallimento della scorsa legislatura, adesso tutte le forze politiche chiedono di istituire una commissione d’inchiesta parlamentare per far luce sulle oscure vicende del Forteto.

Luca Rastello che sopravvisse al domani

Pubblichiamo stralci dell’introduzione a “Dopodomani non ci sarà” di Luca Rastello, scomparso il 6 luglio 2015.

 

Il 5 luglio 2015, il giorno prima di morire, Luca apre il file del nuovo romanzo a cui sta lavorando e, con un gesto profetico, cambia il titolo da La luce a Dopodomani non ci sarà. Malato da dieci anni, sente l’imminenza della morte, ma proprio la condizione di lungodegente gli ha consentito di osservare, nella frequentazione dell’ospedale e nella lunga trafila delle operazioni e della chemioterapia, il mondo dedicato alla cura.

Ha guardato, ha riflettuto e ha alcune cose da dire: quella esperienza della malattia e della morte che, come dirà nella lettera di commiato alle figlie, “si può fare”, è un’esperienza complessa, per la quale si è “preparato” (se mai è possibile prepararsi) con i modi che sono i suoi: si è confrontato con i testi letterari e filosofici, con la tragedia greca e con George Steiner, ha riassunto le sue idee nel testo Del morire, ha creato un sarcastico blog immaginario del “Malato Riottoso” e ha cominciato a scrivere un romanzo difficile, ambientato in ospedale, in cui avrebbero dovuto agire personaggi tratteggiati con cura: Beniamino/Ottavio, il clochard dal passato politico che vive all’interno della struttura ospedaliera; il dottor Faini, in cui è adombrata la figura del suo medico e amico Francesco Leone; Iris, la moderna Antigone che deciderà di dare la morte a Bruno, il fratellino malato.

Il tutto nell’ambiente in cui “il mondo di fuori” vuole esibire i suoi totem e imporre il suo potere, attraverso le incursioni di personaggi mediatici come i calciatori, i clown, i volontari, i “buoni”.

Purtroppo questo romanzo resta appena abbozzato, disperso in un gran numero di file lunghi, brevi o brevissimi (una sola riga), in una fase di progettazione ancora acerba e segnata dall’incalzare della malattia. Per il suo tempo residuo Luca aveva messo insieme succhi di frutta e libri e computer per scrivere fino all’ultimo, nella casa di Pianrastello, per morire in piedi, per non cedere alla logica della malattia che voleva, secondo le sue parole, che lui si occupasse di lei più che di sé stesso. (…). Al primo capitolo, “La luce”, Luca era riuscito a dare una forma più definita. Seguono quindici capitoli che presentano una forma embrionale, ai quali abbiamo assegnato un ordine arbitrario o dettato da affinità tematiche. Il testo inserito in apertura, intitolato “Del morire”, costituisce un’intensa riflessione a latere del romanzo, scritta fra il maggio e il giugno del 2015. (…). Pur nel loro carattere frammentario, i capitoli di questo libro compongono un quadro preciso del rapporto con la malattia e svelano una forte continuità con altri scritti, in cui Luca aveva messo a punto temi cruciali, in primo luogo la critica alla istituzione “totale” dell’ospedale, ma anche il rifiuto delle tecniche di “autoguarigione” e delle cure alternative e “naturali”, (…). O il tema della resistenza al male attraverso la dilazione, sul modello di quella messa in atto da Sheherazade ne Le mille e una notte: esemplari in questo senso la sua lettura del Tristram Shandy di Laurence Sterne (…). Chiude questo volume la lettera alle figlie, scritta pochi giorni prima della morte e a me consegnata: l’attore Marco Gobetti la lesse nel giorno del suo funerale, l’8 luglio 2015, vigilia di un cinquantaquattresimo compleanno mai festeggiato.

Caso Matacena, Dell’Utri rischia di tornare sotto indagine

Da testimone a indagato il passo è breve. Soprattutto se il terreno in cui si cammina è scivoloso quanto quello che deve percorrere l’ex senatore Marcello Dell’Utri a Reggio Calabria. Appena uscito dal carcere per motivi di salute, ieri il fondatore di Forza Italia doveva essere interrogato nel processo “Breakfast” contro l’ex ministro Claudio Scajola, oggi sindaco di Imperia, accusato di aver aiutato l’ex parlamentare Amedeo Matacena nel tentativo di trasferirsi da Dubai, dove ancora oggi è latitante, in Libano.

Al suo posto, in riva allo Stretto sono arrivati alcuni certificati medici. Udienza rinviata al 18 luglio. Non prima, però, che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo abbia ribadito la sua intenzione di interrogare Dell’Utri su alcuni temi delicati. In base alle sue risposte, però, l’ex senatore potrebbe finire indagato per reato connesso a quello del suo compagno di partito Scajola.

Il pm, infatti, vuole sentire Dell’Utri su quanto emerso nell’informativa Dia sul cosiddetto “stato parallelo”. In particolare, l’ex senatore di Forza Italia dovrebbe spiegare cosa sa in merito a determinati ambienti massonici e “sui potenziali legami di soggetti, come Scajola, con questi ambienti” che si occupano delle “latitanze eccellenti”.

“Ci sono attività di indagine che ancora si stanno svolgendo – ha affermato il procuratore Lombardo –. Se nel corso dell’esame dovessero emergere temi ulteriori, la veste del Dell’Utri potrebbe mutare. Occorre chiarire le ragioni per le quali Dell’Utri è andato in Libano e la stessa destinazione aveva Matacena”. Sullo sfondo un sistema che ruota attorno a due soggetti: il calabrese Vincenzo Speziali e il suo parente acquisito Amin Gemayel, leader delle falangi libanesi e “protagonista assoluto” delle cene romane organizzate a casa del segretario della nuova Dc Pino Pizza.

Montante, il presidente decaduto ma non troppo

In carcere per dossieraggio e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, l’ex Presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, decade dai suoi incarichi ma non troppo.

Rivela infatti La Sicilia di ieri che l’ex paladino dell’Antimafia siciliana si è dimesso dalla camera di commercio di Caltanissetta, della quale era Presidente, ma non dal vertice di Unioncamere, l’organizzazione che raggruppa le camere di commercio siciliane.

Tutto ciò grazie ad una “provvidenziale” modifica dello statuto regionale realizzata nel marzo scorso, due mesi prima il suo arresto, che consente al Presidente di restare in sella anche in caso di perdita della guida di una delle camere di Commercio provinciali: nel caso di Montante, quella, appunto, di Caltanissetta. Un “nonsense” secondo una nota inviata dal Presidente nazionale di Unioncamere Giuseppe Tripoli, che oltre a stigmatizzare la moltiplicazione della durata del mandato del presidente siciliano a quattro anni (“non è affatto in linea con gli indirizzi nazionali che fissano il limite a due mandati”), sostiene che “tutto il sistema nazionale è costruito intorno alla figura del presidente camerale e, a regime, anche i presidenti delle unioni regionali devono essere presidenti camerali”.

Scaduto il primo mandato il 19 aprile del 2016, quando già l’indagine per mafia nei suoi confronti era stata resa nota, e vista l’indisponibilità degli altri presidenti ad assumere il mandato, Montante è stato confermato alla presidenza di Unioncamere fino al completamento del percorso di fusione degli enti regionali. Ma dopo il suo arresto, cinque consiglieri della Camera di commercio si sono dimessi dall’incarico e lo stesso Montante è stato dichiarato decaduto da Presidente dell’ente, affidato ad un commissario nominato dalla Regione, l’ex giudice istruttore del pool antimafia di Palermo Gioacchino Natoli.

Alfiere di un progetto di legalità inquinato dall’occupazione del potere politico ed economico ed infranto sul muro di una rete di rapporti obliqui con magistrati e forze dell’ordine costruiti per rafforzare, secondo l’accusa, quel potere attraverso attività di dossieraggi, Montante è finito agli arresti domiciliari il 19 maggio scorso con l’accusa di corruzione: per i magistrati aveva messo in piedi una “rete tentacolare di rapporti” tra “apicali esponenti delle istituzioni” legati “a doppio filo dallo scambio di favori” e accomunati da un unico obiettivo, quello di “ostacolare le indagini della procura”.

Dopo dieci giorni Montante venne poi trasferito in carcere quando la procura valutò il suo comportamento anomalo nelle ore dell’arresto: Montante, come scrisse il gip, “si barricava in casa per quasi due ore, non aprendo ai poliziotti e distruggendo documenti e circa ventiquattro pen drive”.

Non è stato possibile, infine, raccogliere commenti di Unioncamere Sicilia, poiché ieri pomeriggio il telefono ha squillato a lungo a vuoto.

L’Antitrust libera i tassisti: via l’obbligo di esclusiva con le coop

L’Antitrust ritiene illegittime le clausole di esclusiva applicate dai 6 servizi di radiotaxi a Roma e Milano “nella misura in cui vincolano ciascun tassista a destinare tutta la propria capacità operativa, in termini di corse per turno, a una singola sigla”, perché costituiscono “intese verticali restrittive della concorrenza”. E devono quindi cessare. Ma Radiotaxi 3570, Pronto Taxi 6645, Samarcanda, Taxiblu, Yellow Tax e Autoradiotassì taxi non saranno multate: il garante ha, infatti, riconosciuto che la restrizione “è emersa solo con lo sviluppo di nuove tecnologie”. In pratica una decisione che spiana la strada a Mytaxi , la piattaforma di prenotazioni online di casa Daimler, sbarcata in Italia tre anni fa e ribattezzata l’anti Uber, che permette ai clienti di chiamare e prenotare un taxi, fornendo la costante geolocalizzazione del veicolo. In cambio Mytaxi prende una percentuale: il 7% sulla corsa. Un servizio che fino ad oggi era stato vietato ai tassisti aderenti alle sei cooperative. Ora le coop presenteranno ricorso al Tar convinti “della liceità delle clausole che disciplinano i rapporti con i propri soci” che, in media, ogni mese pagano un canone tra i 150-170 euro.

Malagò non molla il pallone. Le trame per tenersi la Figc

Più che un Commissariamento, quello della Figc si sta trasformando in un’occupazione, per mano del Coni. Con i vecchi sodali Franco Carraro e Franco Chimenti (a proposito di facce nuove) pronti a sostenere le ambizioni e le mire di Giovanni Malagò, numero uno del Comitato Olimpico, indagato nell’ambito dell’inchiesta Parnasi e sempre più inquieto perché i magistrati non gli consentono di chiarire la propria posizione, rinviando l’interrogatorio e creandogli un oggettivo danno di immagine.

Ed è stato proprio l’infaticabile “consigliori” Franco Carraro a lanciare nelle ultime ore una proposta che con una definizione a lui tanto cara quanto abusata, “stravagante”, è già stata respinta al mittente: presidente di transizione per due anni l’attuale Commissario straordinario Roberto Fabbricini, che per effetto della legge Madia sugli incarichi pubblici dovrà lasciare il vertice della Coni Servizi tra qualche mese, quando scadrà la deroga di un anno prevista per i pensionati e con la condizione che l’incarico sia svolto a titolo gratuito. Stretto tra le diffide incrociate, a fare le spese di questo stallo alla Federcalcio è proprio il povero Fabbricini, in attesa di eventi, interpretazioni giuridiche e legislative, ma sempre più preoccupato di pagare con una denuncia per abuso d’ufficio la devozione a Malagò. Tanto da far muovere il suo vice commissario, il noto amministrativista romano Angelo Clarizia, che si è già messo in contatto con i legali dei “rivoltosi”, larga maggioranza in Figc e decisi a non mollare.

Da un lato, infatti, c’è uno schieramento partito con il 73% dei voti (Gravina per la Lega di Serie C; i Dilettanti del deputato di Forza Italia Cosimo Sibilia; i calciatori guidati da Damiano Tommasi e gli arbitri di Marcello Nicchi) ma appoggiato anche da larghe frange di Serie A e B, che sollecita le nuove elezioni in Federcalcio e ha dato un ultimatum a Fabbricini perché fissi entro il 31 luglio la data dell’Assemblea. Sul fronte opposto, Malagò ha puntato la stessa arma contro il suo braccio destro: una diffida al Commissario Fabbricini perché non convochi l’Assemblea della Federcalcio e rinvii – nonostante il mandato della Giunta esecutiva del Coni – la ricostituzione degli organi ordinari, con l’elezione del nuovo presidente e del nuovo Consiglio federale.

Come si è capito subito, il Coni punta a “espugnare” la Figc facendo slittare tutto di altri 4/5 mesi. Anche per dare tempo a Malagò di individuare un candidato presidente di sua fiducia e gradimento, replicando il meccanismo che ha portato al vertice della Lega di Serie A il banchiere Gaetano

Micciché: come clienti attuali o potenziali di Banca Imi, di cui Micciché è il numero uno, i presidenti di club lo hanno eletto all’unanimità. Ma il vero vincitore, in quel caso, è stato Claudio Lotito che ha scambiato il voto favorevole dei suoi alleati con il posto nel prossimo governo della Figc, contro il parere di Malagò.

E il futuro candidato di Malagò alla Figc dovrà cercarsi e raccogliere i voti tra le varie componenti del calcio, visto che si tratta di un’elezione (per di più a scrutinio segreto).

Archiviata la Lega di A, è per la poltrona di presidente della Figc che adesso Malagò mastica amaro. Da quando l’alleanza Gravina-Sibilia-Tommasi-Nicchi ha deciso di rispolverare l’“usato sicuro”, un suo antico oppositore, refrattario ai salotti romani, appassionato collezionista di verbali e documenti: Giancarlo Abete, dal 2007 al vertice della Figc fino alle dimissioni del 2014, dopo il flop della Nazionale ai Mondiali in Brasile.

La partita Malagò-Abete si gioca anche sul piano legislativo: confortato da qualche amico, zelante avvocato, il presidente del Coni ha fatto sapere attraverso i suoi trombettieri che Abete non è candidabile in base a una legge del gennaio scorso che impedisce di andare oltre i tre mandati. Sono in corso vivaci consultazioni tra giuristi e avvocati sulla corretta interpretazione della legge che potrebbe finire all’esame del Consiglio di Stato, soprattutto per la pretesa retroattività.

Ma negli ultimi giorni lo stesso Malagò ha frenato, quando si è reso conto di aver innescato un boomerang: quella legge riguarda non solo i presidenti delle Federazioni sportive, ma anche i dirigenti del Coni. E ai due mandati da presidente, andrebbe aggiunto un suo doppio mandato da membro della Giunta, dal 2001 al 2003 e poi nel 2009 sotto la gestione Petrucci. Se passasse l’interpretazione restrittiva della legge, non distinguendo tra mandati e funzioni, anche Malagò rischierebbe di scansare definitivamente a fine quadriennio. Tra Lega (questa volta di Salvini), Movimento 5 Stelle e critici sempre più numerosi, in pochi si vestirebbero a lutto.