Milan a Elliott, finisce l’èra cinese

Tempo scaduto. Fallito ogni tentativo di trovare un acquirente, il presidente del Milan Yonghong Li non è riuscito a restituire a Elliott i 32 milioni di euro dell’ultimo aumento di capitale e adesso la proprietà della lussemburghese Rossoneri Lux, che controlla i rossoneri, passerà al fondo americano.

Elliott potrà avviare nuove trattative per la cessione della società, tenendo conto che lo scorso anno Fininvest valutò il club circa 500 milioni e che il passaggio di consegne fu possibile proprio grazie al prestito da 300 milioni che il fondo concesse a Li. Fondo che, in cambio, ottenne in pegno la società: con Li che non ha rispettato le scadenze per restituire il prestito, adesso diventerà a tutti gli effetti il proprietario del Milan.

Cosa aspettarsi dal fondo attivista? Ieri la squadra di Rino Gattuso si è ritrovata a Milanello per l’inizio del raduno, ma la testa, più che in campo, è alle vicende societarie. Due settimane fa era arrivata l’esclusione dalle coppe europee da parte dell’Uefa e ora ecco l’abbandono di Li. Elliott, forte delle condizioni scritte nello statuto della Rossoneri Lux, ha già provveduto a nominare tre suoi consiglieri e potrà esercitare i diritti di voto in assemblea al posto del debitore (Mr Li), decidendo in maniera autonoma sull’eventuale cessione della società.

In pole, in caso di asta, ci sarebbe Thomas Ricketts, imprenditore americano proprietario della squadra di baseball Chicago Cubs che nelle settimane scorse era uscito allo scoperto dichiarandosi “interessato a diventare stakeholder di controllo nell’Ac Milan”. Ma sullo sfondo resta anche Rocco Commisso, uomo d’affari italoamericano attivo nelle telecomunicazioni e presidente dei New York Cosmos. A lui si era rivolto Li nella speranza di trovare acquirenti, ma le trattative si erano fermate a pochi metri dall’arrivo.

Ma ora che al tavolo siederà Elliott potrebbe tornare in gioco anche il miliardario russo Dmitrij Rybolovlev, attuale proprietario del Monaco, l’ultimo in ordine di tempo a dire no a Li lo scorso fine settimana.

In ogni caso, entro le prossime 48 ore il fondo di Paul Singer dovrebbe completare le pratiche di escussione del pegno, ottenendo anche dal punto formale la proprietà del Milan. Poi il consiglio d’amministrazione – dove già erano presenti uomini di fiducia di Elliott, come l’ex amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni – approverà un aumento di capitale. Circa 150 milioni che porterebbero aria fresca in casa Milan e che farebbero decollare il calciomercato, al momento assai carente, in attesa di capire chi sarà il prossimo socio di riferimento. Sempre che Elliott, a sorpresa, non decida di tenere le redini della società guidandola in prima persona.

Mail Box

 

Il governo Conte è il primo a fare cose di sinistra

Quando prima delle elezioni Di Maio presentò il suo programma, pensai: queste sono cose di estrema sinistra. Per me la sinistra, almeno quella italiana, rappresenta i diritti e il benessere di tutto il popolo, soprattutto quello debole. Bene, avendo letto il Fatto ho saputo del decreto governativo “Dignità”. Mi piace quello che vogliono fare. È finalmente l’inizio di un duro colpo ai furbacchioni mangiasoldi. E che dire della riduzione dei vitalizi? Non sono cose di sinistra? Finalmente Nanni Moretti potrebbe dire: “Ah Conte, hai detto (più di una) cosa di sinistra!”

Roberto Calò

 

Nuova adesione all’appello per ridare la scorta a Ingroia

Condivido del tutto le ragioni dei promotori ed aderisco all’appello per la reintegrazione del servizio di tutela a favore di Antonio Ingroia.

Mario Serio, Ordinario nell’Università di Palermo, Dipartimento di Giurisprudenza

 

I dem ammettano i loro errori invece di criticare

A proposito del vertice del consiglio d’Europa a Bruxelles, e di ciò che potremmo aver ottenuto come paese Italia, fa veramente rabbia sentire i commenti delle opposizioni, Pd e parte di Forza Italia, che hanno come unico scopo quello di confondere l’opinione pubblica, come se fossero apparsi sulla scena politica ieri. È troppo facile rispondergli: caro Pd e compagni di sventura, se eravate così bravi perché in tutti questi anni anche quando avete avuto la presidenza dell’Europa non avete fatto nulla? Non illudetevi che sia sufficiente denigrare gli avversari che noi italiani in maggioranza abbiamo voluto al governo, per farci cambiare idea. L’unico modo che avete per convincere gli italiani che siete cambiati è quello di avere il coraggio di ammettere i vostri limiti del passato, e di non denigrare più tutto ciò che viene fatto ora dall’attuale governo.

Corradino Leandro

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo a firma Giuseppe Lo Bianco, pubblicato venerdì 6 luglio 2018, dal titolo “Posto in caldo all’università: bando su misura per l’ex direttore (deputato)”, ritengo doveroso rettificare alcuni contenuti:

“L’autore dell’articolo disegna uno scenario secondo cui il sottoscritto, Direttore Generale e docente dell’Università degli Studi di Messina fino a novembre dello scorso anno, in aspettativa dopo l’elezione a deputato regionale, potrebbe in ogni momento riassumere il proprio incarico di DG.

Tutto ciò grazie a un bando che garantirebbe un ‘feudalesimo di ritorno’.

Ciò non risponde assolutamente al vero, visto che il mio contratto da Direttore Generale scadrà comunque nel prossimo mese di novembre. Godere come DG dell’aspettativa (non retribuita) sino a quel termine, è un diritto che la legge garantisce a tutti i dipendenti pubblici.

Per questo il bando per la mia sostituzione aveva una scadenza coincidente con la fine del mio mandato ed era comunque vincolato alla mia aspettativa.

L’affermazione secondo cui la collega attualmente in carica come DG dell’Ateneo stia ‘tenendo il posto in caldo’ è, pertanto, priva di fondamento, irriguardosa nei confronti miei e del mio successore, offensiva nei riguardi dell’Università degli Studi di Messina.

Nonostante l’ironia sul mio messaggio di saluto alla comunità accademica, vorrei inoltre evidenziare come – sempre in base a un diritto sancito dalla legge – una volta concluso il mandato parlamentare, rientrerò nei ruoli dell’Università come docente, al pari di quanto avviene per tutti i docenti delle università italiane che ricoprono una carica politica (dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in giù).

Si tratta, tra l’altro di procedure assolutamente trasparenti, i cui atti sono facilmente rintracciabili sui siti delle pubbliche amministrazioni che le gestiscono (nel mio caso, naturalmente, l’Università di Messina).

Sarebbe bastato un veloce controllo, o meglio ancora sentire l’interessato, per evitare di scrivere inesattezze.

Tutte le considerazioni legate alle circostanze erroneamente riportate, pertanto, sono gratuite e immotivate. Così come appaiono fuorvianti le incongruenze tra titolo e articolo (nell’occhiello si fa riferimento alla cattedra, nel pezzo alla carica di DG…).

Infine, preferisco soprassedere sulle considerazioni dell’autore dell’articolo riguardo al ricorso presentato contro la mia elezione, visto che saranno le risultanze dell’iter giudiziario a fare chiarezza sulla mia eleggibilità”.

Francesco De Domenico

 

Prendo atto delle precisazioni dell’on. De Domenico, che non smentiscono la sostanza del pezzo: ho infatti fatto notare come il suo successore alla carica di direttore generale abbia concorso ad un bando vincolato ai destini del predecessore, come conferma lo stesso De Domenico, che prevedeva un periodo inferiore al normale arco di tempo previsto dalla legge, e che coincideva con il termine del suo mandato di dg.

Per quanto riguarda le ”inesattezze gratuite e immotivate” sul suo rientro in ateneo, la citazione di Coelho ci pare faccia chiarezza di ogni dubbio: il ritorno nei ruoli di docente non è certamente la ”ricompensa” attesa ma solo il riconoscimento di un diritto acquisito.

Giuseppe Lo Bianco

Errori. La velocità quotidiana a volte fa soccombere grammatica e sintassi

 

Vi compro tutti i giorni e non mi abbono per darvi più soldi a titolo di sostegno. Ora che anche Travaglio si è (parzialmente) redento e scrive “romeni” invece di “rumeni” (scusate, gli abitanti di Roma si chiamano “rumani”? E allora che anche quelli della Romania siano “romeni”), vorrei che faceste un altro piccolo passo avanti.

1) Via gli orrendi “c’ho”, “c’abbiamo”, “c’avete”, voci di un verbo “ci avere” che non esiste, e che poi andrebbero pronunciati “co” “cabbiamo” “cavete”. Usiamo “ho” “abbiamo”, “avete”, per favore.

2) Io mi chiamo Martini, tutti gli italiani sono in grado, leggendo “Martini”, di pronunciare “Martini”. I francesi no! I francesi sono costretti a storpiare la grafia dei nomi per pronunciarli correttamente, con le assurde regole di pronuncia che hanno. “Martini” lo leggono “Martinì” con l’accento sull’ultima “i”, a meno di non aggiungere une “e” finale, che conta come una sillaba anche se non si pronuncia. E allora perché se i francesi sono fessi noi dobbiamo esserlo due volte e copiare le loro storpiature? Barbacetto che stimo e a cui guardo con affetto, casca in quanto sbagli. Quando come nell’articolo sul Ruby Ter, scrive “Karima El Mahroug” invece di “Marug”, “Imane” invece di “Iman”.

Per favore, vi voglio perfetti, esauditemi. Grazie. Per tutto il resto tirate dritto. Vi abbraccio in amicizia.

Enrico Martini

 

Gentile lettore, sono non solo d’accordo, ma addirittura felice che lei, oltre a comprare “il Fatto quotidiano” tutti i giorni in edicola, ci bacchetti per gli errori che a volte commettiamo. Il giornale – lo dice la parola stessa – si fa ogni giorno, e spesso di fretta, dunque qualche errore può capitare. I più odiosi, comunque, sono quelli che si commetterebbero anche se ci fosse tutto il tempo per pensarci: perché non sono imputabili alla fretta. Ha ragione: gli abitanti della Romania sono romeni, e non “rumeni”. Le forme verbali “c’ho”, “c’abbiamo” e “c’avete” sono sbagliate e insopportabili. Come “qual è” con l’apostrofo e “po’” con l’accento. La anticipo, segnalando un’altro errore che a volte commettiamo e che lei caro lettore potrebbe presto contestarci: la virgola tra soggetto e predicato. Orrore! Non ci va! Invece devo deluderla sul punto 2) della sue gentile lettera. Quando scriviamo di personaggi entrati a vario titolo nelle cronache giudiziarie e citati nei documenti delle Procure e nelle sentenze dei giudici, riportiamo fedelmente la grafia delle carte ufficiali: dunque Karima El Mahroug, Imane Fadil eccetera.

Gianni Barbacetto

Giudici: l’età pensionabile e l’indipendenza

La ormai collaudata tendenza a basare le conoscenze in chiave critica dei diritti nazionali alla luce del confronto con esperienze maturate in altri ordinamenti europei produce utili effetti sul piano della più profonda riflessione in ambito nazionale. È tuttora in corso di svolgimento, e se ne profila un epilogo controverso ed allarmante, in Polonia una delicatissima contrapposizione istituzionale che si sviluppa attorno alla legittimità e compatibilità con i principii propri dello Stato di diritto generalmente accettati in sede comunitaria della modificazione dello stato giuridico magistratuale sotto forma di improvvisa modificazione al ribasso dell’età pensionabile con conseguente collocazione d’imperio in quiescenza di un elevato numero di alti Giudici.

A questo disegno hanno reagito, con prese di posizione scultoreamente contrarie nei loro profili costituzionali, alcuni di essi, tra cui la Presidente della Corte Suprema indisponibile alla rinuncia a criteri di stabilità, prevedibilità ed equità nello stato giuridico degli appartenenti all’ordine giudiziario, altrimenti minacciati da provvedimenti di natura eminentemente politica. Come appare indiscutibile, la questione è serissima: non solo perché tocca consolidate aspettative fondate sul non irragionevole esercizio del potere legislativo a scapito di situazioni soggettive ma soprattutto perché certamente incide, in forma tanto più pericolosa quanto più subdola, sull’indipendenza giudiziale, che viene minata in radice da provvedimenti inopinati ed imprevedibili il cui risultato ultimo è quello di rimuovere magistrati, porre a rischio l’assetto organizzativo, determinare nuovi organigrammi al di fuori della normale e preventivabile evoluzione dei precedenti. In parole povere, interventi che conducano al sovvertimento repentino ed arbitrario di regole poste non solo a garanzia dei singoli appartenenti alle carriere giudiziarie ma della credibilità dell’intero sistema sono nemici giurati della rule of law, dei cardini dello Stato di diritto, della correlata, insopprimibile libertà dei magistrati da timori o speranze indebitamente riposti nell’azione di legislatori e governanti. Questi, infatti, potrebbero in ogni momento agitare la leva punitiva o premiale, attraverso la rimodulazione delle carriere, nei confronti di Magistrati a causa dei loro atti, camuffando questa volontà con esigenze superiori. Purtroppo la grave situazione polacca, che sembrerebbe esser sul punto di venir emulata anche in altri Stati europei, è tutt’altro che sconosciuta all’Italia. Nel nostro Paese, infatti, in appena poco più di un biennio, si è realizzato un progetto destrutturante dell’organizzazione giudiziaria e della vita dei magistrati, tenuti in un’altalena sfrenata che ne ha visto ridotta, riespansa, parzialmente ridotta e parzialmente riespansa l’età pensionabile, sotto l’egida di parole, metodi ed argomenti né chiari nei presupposti né intellegibili nei fini.

In fondo, si è trattato di una triste replica di quel che era avvenuto nel decennio precedente, allorché con altrettanta improvvisazione ed in assenza di franchezza nell’esplicitazione delle ragioni sommerse, schizzò verso i 75 anni il tempo della pensione. I due movimenti legislativi contraddittori ed incongrui hanno prodotto alternativamente e senza alcun ordine logico o vantaggio per la collettività dei cittadini in cerca di Giustizia, umiliazioni ed inattese fortune personali, disarticolando un intero sistema e rendendolo plasmabile ai desideri politici. Che questi negativi precedenti, italiani e stranieri, siano inappellabilmente estromessi dall’attuale stagione del cambiamento e che in questo senso vi siano rassicurazioni affidabili! Ciò reclama, nelle sue variegate ma coerenti esplicazioni, la libertà dei magistrati da condizionamenti esterni ed il rifiuto del loro assoggettamento ad obiettivi puramente opportunistici.

Renzi resta nel Pd per fare il becchino dei consensi persi

C’è del metodo, e per certi versi del fascino, nella smisurata efferatezza con cui Matteo Renzi e i suoi giannizzeri infieriscono sulle mortali spoglie del Pd. Ormai non è neanche più vilipendio di cadavere: siamo oltre, là dove un partito esiste (si fa per dire) solo perché se ne faccia diuturno scempio. Sabato c’è stata l’ennesima adunanza inutile del Pd, bravissimo nel ritrovarsi e discutere all’apparenza tanto, salvo poi non decidere nulla. Lo spettacolo è stato tale che merita parlarne ancora.

Come noto il Pd è nato morto, e a certificarlo è stato Cacciari, ma negli anni è persino riuscito a peggiorare. Ha pure sfiga, perché anche quando prova a riparlare – per interesse personale – di questione morale, magari citando i 49 milioni della Lega, puntualmente gli mettono in galera un pezzo grosso come Pittella. E allora ciao. In un tale contesto allegramente post-apocalittico, Matteo Renzi è arrivato per svolgere l’unica funzione politica in cui eccelle: quella del curatore fallimentare, o se preferite del becchino di consensi.

Dopo il trionfo del 2014, egli si è alacremente adoperato per rottamare il partito dalle fondamenta e, quindi, per consegnare il paese a Di Maio e Salvini. Sabato Renzi è riapparso dinnanzi alla plebe, dopo alcune uscite mediaticamente stitiche (dirette Facebook) in cui giocava coi modellini degli aerei e faceva battute rubate al Poro Asciugamano. Gonfio, livido e malinconicamente appesantito, Renzi ci ha fatto sapere con consueto eloquio irrisolto che non se ne andrà dal Pd. E subito Lega e M5S hanno fatto cortei, perché con lui a far da trojan horse dentro il maggiore partito di opposizione (teorica), il governo può vivere fischiettando.

Va da sé che Renzi resta dentro il Pd non per scelta, ma perché i sondaggi gli hanno detto che un suo “partitino Micron” arriverebbe giusto al 4%. Quindi tanto vale volare bassi. Arringando le Ascani e gli Orfini, cioè niente, la Diversamente Lince di Rignano ha regalato perle a raffica. Ascoltiamolo. “Il Pd è l’unica alternativa alla destra”. Cioè il Pd è l’unica alternativa a se stesso: una sorta di meta-partito, di entità filosofica a sé stante. Me cojoni. “L’alternativa al Pd non è la sinistra scissionista ma la destra estremista”. Ovvero: votate noi o arriverà Goebbels. Con questa nenia dell’“o me o il diluvio” ha già perso il 4 dicembre (vamos) e il 4 marzo, ma è ancora convinto che qualcuno gli creda. Renzi dice sempre le stesse cose: è così banale che in confronto i Modà paiono i Jethro Tull. “Ci vedremo al Congresso, perderete!”. Questo lo ha detto alla minoranza del partito. E il bello (?) è che forse ha ragione. Pensate come sta messo il Pd: non vince più neanche a pagare, ma la parte migliore del partito rischia ancora a perdere contro ciò che era e resta l’espressione peggiore della politica italiana contemporanea. Ancora: “Il M5S è la vecchia destra”. Gira roba buona, nel giglio magico (anche se a guardare Nardella non sembrerebbe). “Questa non è la Terza Repubblica, ma la terza media”. Battutone. “Volevano scrivere la storia. Stanno cancellando il Risorgimento”. Quando le sinapsi ti lasciano, poi è un casino. “Mi chiamo Matteo, lo so. Ma per un Matteo che lascia in mare 600 ostaggi con l’unico obiettivo di vincere due ballottaggi, c’è un Matteo che ha fatto di tutto per salvare vite”. Renzi nuovo Gandhi. Gran finale: “Per 4 anni il Pd è stato l’argine al populismo in Italia. Se non ci fosse stato il Pd sarebbero arrivati nel 2014”. E qui è arrivata l’ambulanza, che poi però è ripartita senza di lui perché quando non c’è speranza non c’è speranza.

Salvini, lei ha doveri verso gli altri

Il richiamo a Simone Weil fatto dal ministro Salvini durante il suo discorso di domenica a Pontida è frutto di un uso perverso e mistificatorio del linguaggio dei doveri e di un’evidente ed inaccettabile manipolazione del pensiero di una delle più grandi pensatrici del Novecento. Quando Simone Weil, nella sua opera L’enracinement, parlava della priorità dei doveri sui diritti si riferiva al fatto che solo i doveri hanno la capacità di garantire i diritti, i quali altrimenti hanno bisogno della forza per essere attuati. Ciò che la filosofa francese voleva sottolineare è che soltanto in una società pervasa da una diffusa cultura dei doveri i diritti possono essere davvero concretizzati: “L’adempimento effettivo di un diritto non viene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa”. Nella sua visione del mondo, i doveri avevano la funzione fondamentale di legare gli uomini tra di loro, non di dividerli. Ella riconosceva che i doveri sono radicati nell’animo umano e che essi – a cominciare da quelli dei governanti nei confronti dei governati — costituiscono l’elemento essenziale per ogni ordinamento legittimo e per ogni relazione sociale nella quale si voglia realizzare la giustizia.

Queste idee sono condivise nella tradizione repubblicana e democratica. Autori come Giuseppe Mazzini e Guido Calogero, ad esempio, hanno insistito sul fatto che i diritti degli altri sono sempre il riflesso dei nostri doveri nei loro confronti. Mazzini ne I doveri dell’uomo si rivolge agli operai italiani per ammonirli che anche per loro prima della patria ci sono i doveri verso l’umanità, in particolare verso l’umanità che soffre perché oppressa da poteri dispotici, straziata da guerre, umiliata dalla povertà.

A chi poi volesse obiettare che Mazzini si rivolge agli operai italiani, ricordiamo che per Mazzini “Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base” e che “Lavorando, secondo i veri principi, per la Patria, noi lavoriamo per l’Umanità”. Chi non capisce che la nostra Repubblica è nata per servire il principio che patria ed umanità non si possono dissociare, pena ricadere nell’orrore del nazionalismo fascista, non può essere leale alla Costituzione e quindi non ha la dignità morale per essere un rappresentante, per di più con poteri di governo. La Costituzione sulla quale Salvini ha giurato, all’articolo 2 prescrive che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” (non dei soli italiani, non dei soli bianchi, non dei soli cattolici, non dei soli eterosessuali) e “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”; all’articolo 10 afferma che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Dalla tradizione di emancipazione mazziniana hanno tratto ispirazione molte fra le migliori donne e i migliori uomini che contribuirono con il loro pensiero, la loro azione e il loro sacrificio a liberare l’Italia dai nazifascisti. A differenza però di quanto avviene nella tradizione autoritaria alla quale si iscrive a pieno titolo il discorso di Salvini, in questa tradizione — che include Simone Weil, anch’ella combattente per la libertà dal totalitarismo — il richiamo ai doveri non è mai motivato dalla volontà di ‘mettere a posto’ qualcuno e di escluderlo dal consesso civile, bensì per sottolineare che, di fronte all’altro — soprattutto quando l’‘altro’ è lo sventurato che, senza voce, implora di essere aiutato — abbiamo dei doveri irrinunciabili e non derogabili. Mentre nella tradizione autoritaria i doveri (degli altri) vengono invocati per rafforzare la struttura verticale del potere e per opprimere i deboli (ed è questo che li ha spesso screditati agli occhi della sinistra), nella tradizione repubblicana e democratica essi sono al centro di una visione egualitaria della società, nella quale ognuno si fa carico dei bisogni dell’altro e se ne prende cura responsabilmente.

Sono questi bisogni che per la Weil generano i nostri doveri, i quali vanno al di là della legge, e se necessario anche contro la legge: ad esempio, “far sì che un uomo non soffra la fame quando si ha la possibilità di aiutarlo è un obbligo eterno verso l’essere umano”.

C’è dunque un’ideale di fraternità alla base dell’etica dei doveri, ed è bene ricordarlo a chi invece vuole strumentalizzarla per le sue politiche di odio e di esclusione. Quando parlate dei doveri, caro ministro dell’Interno e cari amici che ne apprezzate le opere e le parole, ricordatevi che siete voi, innanzi tutto, ad avere dei doveri nei confronti degli altri.

Madrid e Barcellona si riparlano: “Ma no all’autodeterminazione”

Riparte il dialogo fra Madrid e Barcellona. Al termine del loro primo incontro, il premier spagnolo Pedro Sanchez e il capo del governo autonomo catalano, Joaquim Torra, hanno convenuto di riattivare la commissione bilaterale governo-Generalitat, che non si riuniva dal 2011. I due leader vogliono mantenere “una comunicazione fluida, in modo normale, senza cortocircuiti”. Durato oltre due ore e mezza, il colloquio segna una svolta rispetto alla politica di chiusura totale adottata dal governo conservatore di Rajoy. Il socialista Sanchez è anche lui contrario all’indipendenza, ma favorevole a concedere ulteriori autonomie. E a Torra che gli confermava la volontà di autodeterminazione, ha risposto che la Catalogna gode già di una forma “altissima di autogoverno”. Sanchez ha inoltre negato che i leader catalani arrestati siano “prigionieri politici”.

Le scie del veleno russo portano fino a Trump

Il precedente degli Skripal, sopravvissuti alla contaminazione da Novichok, aveva fatto sperare anche per Dawn Sturgess e Charles Rowley, la coppia contaminata venerdì 30 giugno. Charles è ancora ricoverato in condizioni gravissime all’Ospedale di Salisbury, ma la morte di Dawn, domenica, rende ineludibili una serie di chiarimenti. I due britannici sono entrati in contatto con lo stesso lotto di agente nervino che ha avvelenato Sergei e Yulia Skripal? È “molto probabile”, secondo il capo dell’antiterrorismo Neil Basu. L’ipotesi è che i due abbiano maneggiato il contenitore (una fiala?) del Novichok destinato agli Skripal. Gli investigatori hanno transennato e stanno analizzando i luoghi frequentati dalla coppia venerdì, ma dell’oggetto contaminato ancora nessuna traccia, tanto che i responsabili sanitari hanno dovuto chiedere alla popolazione, “di non raccogliere e maneggiare siringhe, aghi o strani contenitori”. Questioni aperte: perché a trovare la “fialetta”, se è andata proprio così, sono stati Dawn e Charles e non le centinaia di agenti impegnati per mesi nella bonifica? Perché, se davvero il Novichok è letale, sia Sergei che Yulia si sono salvati? La coppia è vittima della sfortuna o c’è una relazione con gli Skripal?

La sfiducia generale nella gestione della vicenda da parte delle autorità rimette in circolo spiegazioni alternative a quella del coinvolgimento russo, sostenuto dal governo. Riemerge un’ipotesi circolata subito dopo il ricovero degli Skripal, il 4 marzo. E cioè che Sergei avesse collaborato al dossier dell’ex agente dell’Mi6 Christopher Steele sui compromettenti rapporti fra Trump e la Russia di Putin. Il contatto fra Skripal e Steele sarebbe Pablo Miller, residente proprio a Salisbury, ex agente Mi6 nell’Europa dell’est, primo reclutatore di Sergei e poi collaboratore di Orbis, l’agenzia d’intelligence di Steele. Notizia uscita sul Telegraph il 7 marzo. Quel pomeriggio, e ancora il 14 marzo, ai media arriva una D-Notice, la richiesta ufficiale del comitato editori-funzionari governativi, di non rivelare informazioni sensibili per la sicurezza nazionale. Richiesta non vincolante, ma a cui i media mainstream si sono adeguati. Miller scompare da LinkedIn e il link Skripal-Steele dalle cronache. Nell’interesse di chi?

L’avviso di Draghi alla Germania: “È ora di iniziare a condividere i rischi”

Il segnale è eloquente, specie se arriva dal presidente della Bce: è ora che l’Europa faccia un passo avanti nella “condivisione dei rischi”, soprattutto nel settore bancario. Intervenendo ieri al Parlamento europeo, Mario Draghi ha lanciato un avviso alla Germania, rinnovando la richiesta che venga realizzato lo schema di assicurazione unico per i depositi bancari nella zona euro (Eids). È il pilastro mancante dell’Unione bancaria, nata monca visto che al momento esiste solo la vigilanza unica e il meccanismo comune per le “risoluzioni” (i fallimenti pilotati) delle banche. L’Edis è il primo passo per evitare crisi finanziarie, ma Berlino ne ostacola la creazione. Per la Germania prima devono essere ridotti i rischi, cioè i crediti deteriorati delle banche, in gran parte accumulati dagli istituti italiani. Una distinzione ormai inutile per Draghi, che ha spiegato come oggi le banche hanno già sostanzialmente ripulito i loro bilanci (quelle italiane hanno ceduto 140 miliardi di crediti deteriorati, dissanguando i conti).

Il presidente della Bce ha poi ribadito che lo stimolo monetario di Francoforte continuerà a lungo, anche dopo la fine degli acquisti di debito pubblico (Quantitative easing) a fine anno: i titoli in scadenza saranno reinvestiti e i tassi rimarranno bassi fino “all’estate del 2019”. Sulla politica di bilancio del governo gialloverde in Italia ha invece sospeso il giudizio: “Giudicheremo solo i fatti – ha spiegato – finora ci sono state parole, e le parole sono cambiate”. E non vede rischi finanziari per Roma dalla fine del Qe: “Il nostro mandato non è volto a proteggere i bilanci nazionali. Ma a Francoforte siamo fiduciosi che l’economia si stia rafforzando”.

L’ultimo messaggio è per rafforzare il processo d’integrazione europeo, dopo il consiglio Ue di fine giugno con lo scontro sui migranti: “In questi tempi di aumentate incertezze globali (il riferimento è ai dazi imposti dal presidente Usa Donald Trump, ndr), è più importante che mai che l’Europa resti unita”.

Boris Johnson, l’istrione anti-Ue balla sul baratro

È il primo pomeriggio di ieri quando Boris Johnson si dimette da ministro degli Esteri, in polemica con il piano della May sui rapporti con l’Unione europea post-Brexit. BoJo lo aveva approvato venerdì, salvo poi definirlo “una merda ripulita”. E nella lunga lettera di dimissione parla della sua idea di Regno Unito “come economia globale e aperta, un sogno soffocato da inutili dubbi”.

Del resto le dimissioni di ieri sono l’ultimo atto di una guerra contro la May che Johnson ha intrapreso all’indomani del referendum su Brexit, quando, nella corsa per sostituire David Cameron, fu battuto dall’allora ministro degli Interni, considerata all’unanimità una seconda fila.

Smacco tremendo per uno che vuole fare il primo ministro – anzi, “Il re del mondo”- da quando era bambino.

In comune i due hanno la militanza nei Tories e la laurea ad Oxford. E basta. Boris, figlio di genitori colti ed eccentrici, appartiene all’élite britannica, come i compagni di liceo (Eton, ovviamente) e di università David Cameron e George Osborne. Gente destinata al potere, fra conoscenze altolocate, incarichi prestigiosi, rapporti disinvolti con altri potenti del mondo. Corrispondente del Telegraph a Bruxelles negli anni Novanta, ha fondato il fortunato genere “dagli all’euro-burocrate”, fatto di articoli tanto coloriti quanto poco accurati, che tanto ha contribuito all’affermarsi dell’euroscetticismo nel Regno Unito. Si è poi dato alla politica, prima da parlamentare e ministro ombra della Cultura, poi, nel 2008, da sindaco di Londra, ruolo in cui si è costruito una base di consenso principalmente fra banchieri e costruttori e infine da ministro degli Esteri.

Theresa è la figlia di un vicario di campagna, educata alla fede e al duro lavoro: perfetta per gestire la rogna di Brexit, con Johnson nel suo ruolo preferito di spina nel fianco. Alla vigilia di ogni annuncio importante su Brexit, Boris attiva i suoi ottimi alleati nel partito e nella stampa conservatori e anticipa la May con editoriali o dichiarazioni alternativi all’azione del Primo Ministro. Sono visioni grandiose e teoriche, richiami alla grandezza dell’impero, appelli alla sovranità perduta, ma nessun progetto concreto, nessuna soluzione negoziale pragmatica. Un salto nel vuoto. Boris è così: un istrione carismatico facile a gaffes e vigliaccherie. Come quella, clamorosa e recente, sulla terza pista dell’aeroporto di Heathrow.

Aveva dichiarato che per impedirla si sarebbe steso davanti ai bulldozer e invece, il giorno del voto parlamentare decisivo, non si è nemmeno presentato alla Camera del Comuni, preferendo una oscura missione diplomatica in Afghanistan.

Una costante caratteriale in un predestinato per nascita e formazione che però si sottrae agli appuntamenti decisivi. Le sue esitazioni ne hanno, in questi due anni dal referendum, ridotto la statura politica: è popolare fra i membri del partito ma non fra i colleghi, che di lui non si fidano. E non è affatto detto che, in caso di sfida alla leadership, lo appoggerebbero. Ma tanto Boris è pieno di risorse: ha anche la cittadinanza Usa.