Rivolta contro la May: una Brexit senza rete

L’effetto domino inizia domenica notte, quando le agenzie battono la notizia bomba delle dimissioni di David Davis, il ministro per Brexit, quello a cui, sulla carta, erano affidate le chiavi del negoziato più difficile della storia britannica moderna. Euroscettico, Davis aveva minacciato di dimettersi più volte di fronte al rischio di una soft Brexit, e stavolta a essere decisivo è stato il testo del White Paper concordato venerdì dal governo al completo, chiuso nella residenza di campagna di Chequers da una Theresa May obbligata a chiedere unità e chiarezza.

Un accordo durato poco più di 48 ore. Nella lettera di dimissioni al primo ministro, resa pubblica, Davis chiarisce che: “La direzione generale della politica del governo, nella migliore delle ipotesi, lascerà la Gran Bretagna in una posizione debole nei negoziati (con l’Unione europea, e forse senza via di uscita”. E lui non può combattere per condizioni in cui non crede. Lo segue immediatamente anche il suo sottosegretario Steve Baker.

Malgrado le dichiarazioni rassicuranti della May al termine del conclave di Chequers, che dimissioni pesanti fossero nell’aria era chiaro da giorni, e infatti al primo ministro bastano poche ore per trovare un sostituto: il giovane, ambiziosissimo Dominic Raab, fino a ieri ministro per l’Edilizia Sociale. Un abile negoziatore? Insomma. Strenuo sostenitore di Brexit anche lui, anche se di tradizione liberale, cintura nera di karate, noto per aver definito le femministe, nel 2011, come “insopportabili bigotte”. Scelto, probabilmente, nella vana speranza di tenere buono il fronte dei Leavers. In serata, il ministro della Sanità Hunt viene “spostato” agli Esteri.

Ma è un rimpasto lampo dagli effetti molto temporanei: alle 3 si apre il fronte più ampio, con le inevitabili dimissioni di Boris Johnson, il ministro degli Esteri. Che strategicamente le annuncia a pochi minuti dal Question Time, con la May chiamata a riferire in Parlamento proprio sulle magnifiche sorti e progressive concordate con l’accordo di Chequers. Il primo ministro non può sottrarsi alla facile ironia del segretario del Labour Jeremy Corbyn, che infierisce notando come “la nave sta affondando” e ironizza sulla “ristabilita responsabilità collettiva del governo”.

A metà pomeriggio i più informati cronisti politici fanno circolare l’indiscrezione: i falchi conservatori starebbero raccogliendo i voti per sfiduciare la May, e avrebbero raggiunto le 48 adesioni necessarie. Ma intenderebbero usarle come grimaldello per ricattare il primo ministro, una dimissione alla volta fino al ritiro della proposta di Chequers.

Da Downing Street arriva la conferma che la May è intenzionata a battersi contro un eventuale voto di sfiducia, ma non è chiaro se abbia i numeri per prevalere. E un po’ come per Brexit, non è chiaro nemmeno se i Conservatori, in tanto zelo distruttivo, abbiano una visione e un leader alternativo.

Il mondo della finanza e del business, grandi elettori dei Tories, chiede stabilità, chiarezza e, please, non il Labour di Corbyn al governo. Per ora, e chissà ancora per quanto, hanno a che fare con un governo paralizzato dalle divisioni e la prospettiva, ormai molto reale, che il negoziato con l’Unione europea finisca senza accordo.

“Bisogna reagire al capitale. E ora servono le primarie”

“Ora la sinistra in Italia di fatto non c’è, si è spappolato tutto. Ma si può ricostruire, reagendo al capitalismo e riaprendosi verso l’esterno, anche attraverso le primarie”. L’economista Fabrizio Barca, ex ministro per la Coesione territoriale nel governo Monti, guarda da fuori la caduta di quel Partito democratico di cui è stato un dirigente. Da membro della commissione Riforma due anni fa elaborò un progetto per ridisegnare il Pd. “Ma non se lo è filato nessuno” osservò poi. Ora Barca fa parte del comitato promotore del Forum disuguaglianze, che raggruppa “otto associazioni di cittadinanza attiva” a ricercatori ed accademici. “Ed è in questa veste che vi parlo” precisa.

Cosa significa essere di sinistra nel 2018?

Sono di sinistra tutti coloro che ritengono possibile reagire alle enormi disuguaglianze sociali ed economiche con un avanzamento collettivo, anziché regredendo, come sta accadendo ora.

La sinistra non sembra in grado o desiderosa di reagire da tempo. E ha spesso sostenuto che bisogna tenere conto delle esigenze dei mercati, della modernità.

Il capitalismo non è riducibile ai mercati, che esistono da migliaia di anni. Il tema piuttosto è conciliare la difesa dei diritti con la concentrazione in poche mani della proprietà, o meglio del capitale cognitivo, quello rappresentato dalla conoscenza e dalle informazioni. E parlo ovviamente di chi controlla il web. Perché il capitalismo non è più solo il controllo dei mezzi di produzione, ossia delle macchine.

Come lo si limita?

Come in ogni altra fase della storia: con il conflitto, cercando di impedire a pochi soggetti di concentrare moltissimo potere e ricchezza. Certo, ora è più complicato per il frazionamento del lavoro. Ma reagire è ancora assolutamente possibile. E lo dimostrano le reazioni scomposte al decreto dignità di alcune organizzazioni che forniscono lavoro saltuario. Bisogna impuntarsi.

Le piace il decreto voluto da Luigi Di Maio?

Sì, rappresenta una delle risposte alle domande poste dalla situazione attuale, ovvero ai “fuochi di indignazione” come li ha definiti il filosofo Salvatore Veca. E la cosa interessante è che dentro questo governo c’è questo, assieme a chi inventa i migranti come altri, come ultimi da mettere contro i penultimi. Una regressione sociale che è funzionale a coprire cose come la flat tax, ossia il fatto che si abbassano le tasse ai ricchi.

Di Maio ha fatto una cosa di sinistra, mentre Salvini è di estrema destra?

Sì. Non parlerei di populismo per Salvini, perché secondo me è una parola che ne copre altre. Direi piuttosto che il segretario della Lega è uno dei politici in Europa che innestano dinamiche autoritarie.

Però i 5Stelle hanno accettato di governare con lui…

Certo, e infatti questo governo è una strana creatura, un ircocervo. E in fondo è normale, essendo venute a mancare le forze di sinistra che tradizionalmente presidiano certi temi.

Torniamo alla domande di partenza: perché la sinistra è in caduta libera?

Dopo il 1989, con il crollo del muro di Berlino, è venuta meno l’alternativa del socialismo. E a sinistra si sono convinti che la storia fosse finita e che il lavoro si autotutelasse. Hanno pensato che bastasse aggiustare un po’, e che fosse legittimo accettare l’indebolimento dei sindacati.

I sindacati hanno fatto molto per indebolirsi da soli…

Alcuni pezzi dello Stato sociale hanno mostrato la corda, incistandosi e creando rendite di posizione. Però da qui a pensare che la battaglia con il capitale fosse finita…

E allora che si fa?

Per adesso non c’è la sinistra, ma ci sono le persone di sinistra. Come quelle che stanno dentro il M5S, e che debbono battersi perché prevalgano determinate istanze sociali dentro il governo. E sono battaglie portate avanti anche dalle associazioni che fanno parte del Forum contro le disuguglianze, e che non aspettano di governare per agire sulla realtà.

Ma per incidere davvero bisogna andare al governo, non crede?

Assolutamente sì. E il Pd per tornare a provarci dovrà dimostrare di avere un’analisi della società, che al momento non possiede.

Magari dovrà anche recuperare i tanti che come lei che sono usciti dal Pd.

Qualcosa si muove, come si è visto nei due municipi romani dove ha appena vinto il centrosinistra. Ci si è organizzati, tornano ad antiche modalità di comunicazione con i cittadini come le primarie. E così i fuochi di indignazione in quei quartieri non sono stati canalizzati contro i neri.

Ergo, le primarie servono.

Beh, c’è un politico che per nove anni ha parlato sempre di primarie e poi appena è andato male, invece di rinnovarsi, le ha abolite (Matteo Renzi, ndr). Si è arroccato. Io non ho mai particolarmente amato le primarie, ma ora bisogna aprirsi. Quindi servono, anche perché dove vengono adoperate funzionano. Sono l’unico modo per rinnovare.

Bisognerebbe anche parlare di nuovi nomi e nuovi leader. Per esempio, di Nicola Zingaretti che ne pensa?

Quando gli sento dire che bisogna aprirsi verso l’esterno sono d’accordo.

E i 5Stelle? Bisogna parlarci per sottrarli a Salvini?

Si è sempre fatto così. Il Pci, a cui sono stato iscritto fino all’ultimo giorno della sua esistenza, dialogava con le forze di sinistra dentro la Dc. Fare l’opposizione non significa far fare gli errori peggiori al governo: è una concezione che fa ridere.

Il ministro Bonafede: “Reperito immobile per la giustizia a Bari”

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede annuncia su Facebook l’individuazione di un immobile in cui saranno trasferiti gli uffici giudiziari di Bari, dopo la dichiarata inagibilità del Palagiustizia di via Nazariantz che aveva portato prima alla costruzione di una “tendopoli” della giustizia, poi vista l’impossibilità di proseguire con quella scelta, di “sospendere” i procedimenti giudiziari del distretto barese. “Abbiamo appena concluso la procedura necessaria per l’individuare dell’immobile che a Bari ospiterà gli uffici giudiziari”, dice il ministro.

Spiega: “In tanti avevano proposto di nominare un commissario straordinario, ma io mi sono rifiutato perché in Italia non si deve più pensare che per fare le cose per bene bisogna derogare alle regole. Dovevamo provare a risolvere la situazione nel rispetto delle regole. Lo abbiamo fatto e ci siamo riusciti. Dobbiamo lavorare ancora a testa bassa per cercare di accelerare tutte le operazioni che dovranno portare materialmente gli uffici giudiziari dentro il nuovo immobile”.

“Giù le mani dalla mia scorta”. Viaggio tra i vip sotto protezione

Raccontano al Viminale che Maurizio Gasparri, parlamentare immarcescibile nelle file del Msi, poi di An e tutt’ora senatore di Forza Italia, abbia fatto il diavolo a quattro, qualche anno fa, quando al ministero dell’Interno c’era Angelino Alfano e i responsabili di Prefetture e Ucis (Ufficio centrale interforze sicurezza personale) pensarono di togliergli la scorta. Così gliel’hanno ridata, livello 3 che prevede un’auto blindata.

Un’altra lamentela arrivò, sempre ai tempi di Angelino, da Francesco Boccia del Pd in nome e per conto della sua signora, Nunzia De Girolamo, oggi non più parlamentare di Forza Italia dopo esser passata anche per il Nuovo centrodestra alfaniano, col risultato di mantenerle un dispositivo di protezione minimo – livello quattro, almeno un agente e un autista su auto comune – nella sua Benevento. Perfino Gianfranco Rotondi, leader indefesso della Democrazia Cristiana per le Autonomie rieletto con Forza Italia in Abruzzo il 4 marzo scorso, ha vittoriosamente resistito al tentativo di privarlo della protezione sempre quando Alfano era ministro dell’Interno. E così Massimo D’Alema quando al Viminale c’era Marco Minniti. C’è una scorta, sempre di livello 4, anche per Lorenzo Cesa, già braccio destro di Pier Ferdinando Casini, eurodeputato e segretario di quel che resta della centrista Udc. A Maria Elena Boschi da quando non è più sottosegretaria è stato abbassato il livello da 3 a 4. Ad altri ex ministri è stata tolta, Piero Fassino invece ce l’ha ancora e anche l’ex ministro Maurizio Lupi e l’onorevole Ernesto Carbone, già nella segreteria del Pd renziano.

Intendiamoci, se hanno la scorta un motivo ci sarà, non spetta certo a noi valutare i pericoli. Ci pensano le Prefetture, i responsabili delle forze dell’ordine e, appunto, l’Ucis, istituito a livello centrale dopo lo scandalo che seguì l’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, freddato dalle nuove Br nel 2002 sotto i portici di Bologna dopo che appunto gli avevano revocato la scorta. Allora il ministro dell’Interno era Claudio Scajola, Forza Italia, quello del G8 di Genova, recentemente rieletto sindaco di Imperia come nel lontano 1982. Nel 2001 avevano fatto un taglio lineare del 30% e Biagi ne restò fuori, pagarono due prefetti.

Oggi di tagli lineari non vuole sentir parlare nessuno ma il tema delle scorte inutili esiste. Il ministro degli Interni Matteo Salvini dovrebbe occuparsene dopo l’estate. Qualcuno, intanto, prova a dare il buon esempio: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiesto di ridimensionare il suo dispositivo dal livello 1, tre auto blindate, al 2, e a quanto pare si farà. Il capo della Polizia Franco Gabrielli non ha la scorta.

Ad Antonio Ingroia, l’ex pm palermitano che indagò sulla Trattativa Stato-mafia, oggi avvocato, manager e politico, la scorta l’hanno tolta un paio di mesi fa dopo che negli anni il dispositivo era passato dal livello 2, che prevede due auto blindate, al 4. Hanno deciso le Prefetture e le Questure interessate, Palermo in primis e gli specialisti del Viminale si assumono la responsabilità tecnica della valutazione di cessato pericolo, che risale ai tempi di Minniti: “Le scorte è molto più facile darle che toglierle”, osservano. Per Ingroia, dopo che il suo ex collega Nino Di Matteo ha sollevato il caso, c’è anche una petizione promossa dall’europarlamentare Barbara Spinelli alla quale hanno aderito tra gli altri Gian Carlo Caselli, Pietro Grasso e i vertici del Fatto Quotidiano. L’ex magistrato comunque ha chiesto un supplemento di istruttoria e lo stanno facendo.

Certo le scorte sono tante, come rilevato di recente anche dal Messaggero. Attualmente 560, per quasi metà proteggono magistrati. Alcuni, però, sono protetti solo fino alle 19 dei giorni feriali e restano senza tutela nel weekend. Complessivamente le scorte impiegano circa 2.100 uomini della polizia, dei carabinieri e della Guardia di finanza, più altri 300 per gli obiettivi fissi legati alle personalità sotto protezione. Numeri e spese rilevanti se si tiene conto che in altri Paesi dell’Europa occidentale, secondo i dati di cui dispongono al Viminale, gli scortati sono molti di meno: 165 in Francia, 40 in Germania, 20 nel Regno Unito. C’è anche chi, potendoselo permettere, viene incontro allo Stato: Claudio Lotito, il presidente della Ss Lazio protagonista anni fa di un conflitto con gli ultras estremisti della Curva Nord, l’auto blindata la paga di tasca sua.

Tra le 560 persone sotto scorta in Italia, dopo i 260 magistrati, ci sono una settantina politici, poco più di 30 di imprenditori, una trentina di dirigenti pubblici, una decina di pentiti e testimoni di giustizia che godono di misure più rigide rispetto ai circa 6.000 inseriti nei programmi di protezione e una ventina di giornalisti. Alcuni sono notoriamente entrati nel mirino della criminalità organizzata, dal vicedirettore dell’Espresso Lirio Abbate a Paolo Borrometi, ragusano, collaboratore dell’agenzia Agi e responsabile del sito www.laspia.it, oggi presidente di Articolo 21, vittima di minacce mafiose, aggressioni fisiche e per fortuna non del tentativo di attentato che pure è stato ricostruito nei processi: recentemente gli hanno potenziato il dispositivo, dal livello 3 (un’auto blindata) al 2 (due). È nota anche la storia di Federica Angeli di Repubblica entrata in rotta di collisione con gli Spada e gli altri clan di Ostia; un po’ meno quella di Michele Albanese del Quotidiano del Sud, minacciato dalla ’ndrangheta. Si muovono tutti su auto blindate.

Ma corrono pericoli, evidentemente più gravi di Ingroia e tali da giustificare il più modesto livello 4 tolto all’ex pm, anche il fustigatore di islamisti e islamici Magdi Cristiano Allan, l’ambasciatrice mancata di Israele Fiamma Nirenstein, il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il direttore di Repubblica Mario Calabresi, il direttore della Stampa Maurizio Molinari, l’editorialista ed ex direttore di Libero Vittorio Feltri, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti e il conduttore di Porta a Porta Bruno Vespa.

Vigilanza e Copasir, niente accordi: Pd e Fi le fanno rinviare

Ancora tutto fermo sulle nomine per le commissioni parlamentari di garanzia, in particolare sulla Vigilanza Rai e il Copasir (servizi segreti). Il Partito democratico e Forza Italia non forniscono alle presidenze di Camera e Senato i nomi dei loro delegati e dunque causano lo slittamento delle scelte. Segno che i tempi per l’accordo non sono ancora maturi. I dem rivendicano la poltrona più importante in palio, quella del Copasir, mentre i forzisti non hanno ancora deciso se andare sulla Vigilanza Rai o lasciarla ai Dem per poi rientrare nei giochi per Viale Mazzini durante le elezioni per i membri del Cda. Camera e Senato, la settimana prossima (o dopo ancora, visto l’andazzo), devono eleggere quattro componenti del Cda, due a testa. Ciascun partito esprime solo una preferenza e si vota in un’unica tornata dunque servono degli accordi tra la maggioranza di governo (M5S-Lega) e un partito di opposizione, o il Pd o Forza Italia. Lo stesso schema, poi, va replicato per la commissione di Vigilanza, dove il presidente – investito dal Cda – deve ottenere i due terzi dei votanti.

Ilva, lo stallo continua: Di Maio contro Mittal

L’incontro di ieri tra Luigi Di Maio e Arcelor Mittal, acquirente dell’Ilva, non ha permesso passi in avanti. Il colosso dell’acciaio ha portato nuove proposte però ritenute, dal ministro dello Sviluppo economico, “poco entusiasmanti” per quanto riguarda la questione ambientale e per nulla soddisfacenti sul versante occupazionale, visto che vengono confermati i 4 mila esuberi già dichiarati durante lo scorso autunno e fortemente contestati dai sindacati.

Si aspettano nuovi miglioramenti: “Io ho dato mandato immediato ai commissari di confrontarsi tecnicamente sulle proposte migliorative che ci ha fatto Arcelor Mittal – ha detto Di Maio a margine del vertice – ma prima di esprimermi dobbiamo necessariamente analizzare tecnicamente le loro proposte, fermo restando che ci aspettiamo di più sul piano occupazionale”. Il ministro ha anche voluto marcare le differenze tra l’opinione di questo governo e quella del precedente, che con Arcelor Mittal aveva già un accordo: “Una cosa è certa, ci si aspetta di più sulle proposte che sono state fatte al precedente governo, che, io ricordo, ha già firmato il contratto, autorizzando e accettando questi livelli”. Insomma, le condizioni che hanno ottenuto negli scorsi mesi il lasciapassare di Carlo Calenda, predecessore di Di Maio, non saranno accettate dal nuovo esecutivo.

Il vecchio accordo, bocciato dai sindacati, prevedeva che la nuova proprietà dell’Ilva assumesse subito 10 mila dei 14 mila dipendenti attualmente impiegati a Taranto e negli altri stabilimenti. I 4 mila rimasti fuori sarebbero stati inseriti in un percorso parallelo che avrebbe previsto, innanzitutto, la creazione di una società, con l’aiuto dell’agenzia pubblica Invitalia. In questa newco sarebbero confluiti 1.500 lavoratori, un livello occupazionale che avrebbe garantito proprio i nuovi proprietari dell’Ilva attraverso le commesse. Il resto sarebbe stato gestito con ammortizzatori sociali e altri strumenti come incentivi alle dimissioni o accompagnamento alla pensione. Comunque, parliamo di uno schema che, come detto, è rigettato sia dai sindacati sia dal nuovo governo, che il 26 giugno ha prorogato il commissariamento dell’Ilva fino al 15 settembre.

Nel frattempo, Arcelor Mittal dovrà convincere Di Maio con una nuova proposta. I sindacati vorrebbero garantire continuità lavorativa per tutti, almeno partendo con la riassunzione di 10.500 lavoratori (sui 14 mila totali): 10.100 subito e altri 400 entro il primo anno o alla prima risalita produttiva. Altra questione sensibile è quella ambientale. Il governo Gentiloni, a settembre del 2017, ha approvato il decreto con il piano che ha spalmato le opere di risanamento previste in capo alla nuova proprietà fino ad agosto 2023. Un provvedimento che ha creato la rottura con il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, il quale lo ha impugnato al Tar. “Luglio – dicono la segretaria Fiom Francesca Re David e il suo predecessore Maurizio Landini – è per noi il tempo nel quale verificare l’esistenza delle condizioni per la ripresa della trattativa”.

Cdp, l’ultima trincea di Tria e salta l’intesa tra M5S e Lega

Il meccanismo con cui Cinque Stelle e Lega vogliono gestire le cariche pubbliche s’è inceppato. E così la partita per i vertici del Tesoro e di Cassa depositi e prestiti tra gli alleati e il ministro Giovanni Tria resta aperta e si spinge verso i supplementari. Nonostante le rassicurazioni ieri non è arrivata la lista dei nomi per la Cdp, che dovrà eleggere il nuovo Cda nell’assemblea di venerdì. Al momento è presto per capire se lo stallo durerà a lungo e dovrà essere rinviata ancora. Tria ne ha discusso ieri a Palazzo Chigi assieme a Matteo Salvini, Luigi Di Maio e al premier Giuseppe Conte senza trovare una soluzione immediata.

Non c’è accordo su nessuna delle caselle chiave e molti dei nomi circolati in queste ore vengono impallinati dai veti incrociati. Su Cdp l’ultimo profilo a perdere consistenza è quello di Marcello Sala come amministratore delegato. Il brianzolo, ex Intesa Sanpaolo, in orbita Lega, non è gradito ai Cinque Stelle, ma soprattutto ha uno scarno curriculum, impreziosito – chissà – agli occhi dei leghisti per la parentesi da liquidatore della Credieuronord, la banca degli onorevoli padani salvata dal dissesto nel 2006.

Di certo c’è soltanto il presidente di Cdp, Massimo Tononi indicato dalle fondazioni bancarie, azioniste di minoranza della Cassa a cui spetta la guida del Cda. Per l’ad il primo ostacolo è superare la terna di nomi consegnata ieri a Tria dall’advisor del Tesoro – i cacciatori di teste di Spencer Stuart – come impone la procedura: Domenico Arcuri di Invitalia; Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca europea degli investimenti; e Flavio Cattaneo, ex Tim oggi in Italo. Cattaneo ha smentito l’interessamento, su Arcuri c’è il veto dei Cinque Stelle e neanche Scannapieco, che ha un’esperienza adatta per Cdp, gode dello stesso consenso che aveva presso il governo di Paolo Gentiloni (con la benedizione del Quirinale).

Siccome il quadro è confuso e la vicenda è complessa, adesso si fa strada l’ipotesi di un’alternativa interna a Cdp: promuovere l’attuale direttore finanziario Fabrizio Palermo, l’uomo inizialmente indicato dai Cinque Stelle come direttore generale. Una scelta di compromesso potrebbe spingere la Lega a mollare la presa sull’ad e puntare così sull’altra casella chiave delle Ferrovie di Stato. Il renziano ad Renato Mazzoncini è stato rinviato a giudizio per truffa, il cda gli ha rinnovato la fiducia, ma da statuto si dovrà esprime l’assemblea entro agosto.

Molto difficile che il Tesoro lo confermi, anche perché sia il Movimento che la Lega di Salvini sono contrari al progetto di fusione delle Fs con l’Anas portato avanti da Mazzoncini, peraltro usato come escamotage per rinnovargli l’incarico per altri tre anni a dicembre scorso. Per le Fs (ma anche per Cdp) il nome della Lega è Giuseppe Bonomi, oggi alla guida di Arexpo ed ex presidente di Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi. Tra l’altro, la Lega presiede già il Cipe – da cui partono i fondi per le grandi opere – con l’abile sottosegretario Giancarlo Giorgetti, l’altra mente leghista.

Le nomine in Cdp sono strettamente legate a quelle ai vertici del Tesoro, dove è vacante da più di un mese la poltrona di direttore generale dopo l’uscita di Vincenzo La Via. Tria ha già formalmente investito Alessandro Rivera, che dirige la Divisione banche, un nome fortemente osteggiato dai Cinque Stele perché considerato troppo vicino all’ex ministro Pier Carlo Padoan. A Rivera, tra l’altro, gli imputano i disastri bancari del governo Renzi. I pentastellati spingono sempre per Antonio Guglielmi di Mediobanca, ma è probabile che il cerchio si chiuda con un nome terzo (l’altro candidato interno è Stefano Scalera, che dirige il patrimonio pubblico).

Il sociologo De Masi, ex consulente M5S, tra i promotori di Leu

È stato consulente dei Cinque Stelle, che gli avevano commissionato una ricerca sul mondo di lavoro. Ora, il sociologo Domenico De Masi entra tra i 36 componenti del comitato promotore di Liberi e Uguali, che da lista elettorale diventa partito: “Cerco la sinistra dove spero di trovarla, con la stessa curiosità che mi spinse a cercare nei Cinque Stelle”, ha spiegato il professore. In serata De Masi ha precisato che non si tratta di “delusione per il M5S”: “Come sociologo del lavoro son ben felice di dare una mano sulle tematiche del lavoro per redigere un documento di base a beneficio di Leu, come avevo già fatto per i Cinque Stelle. Per questo ho accolto l’invito di Pietro Grasso”. A margine, De Masi ha detto la sua sul decreto dignità firmato dal ministro Luigi Di Maio: “È un timidissimo tentativo di contrastare il Jobs Act, anche se alcuni aspetti di quello li contrasta – dice De Masi -. È bastato per scatenare l’ira di dio a destra, dove sono attentissimi alle proprie conquiste, non come la sinistra con lo Statuto dei lavoratori”.

Renzi prepara l’esordio in tv su Mediaset

Lo stesso Silvio Berlusconi sembra sia molto divertito dalla faccenda. E sarebbe contento se la trattativa andasse in porto. Profetiche, d’altronde, risultano le sue parole di due anni fa. Si era a fine novembre 2016, nel pieno della campagna sul referendum costituzionale. E il leader di Forza Italia disse: “Renzi? È un gran lavoratore, però ha sbagliato mestiere: doveva fare il conduttore televisivo e l’avrei assunto sicuramente”. Ecco, ora l’ex Cavaliere è a un passo dal far seguire i fatti alle parole. Perché la trattativa per portare Matteo Renzi sulle reti Mediaset (Rete 4 o Focus) con un programma culturale su Firenze sarebbe in dirittura d’arrivo. La trasmissione potrebbe partire già il prossimo autunno, prima di Natale. Con il benestare divertito di Berlusconi. Perché Renzi su Mediaset ha il sapore antico di un secondo tempo del Patto del Nazareno, di un inciucio Pd-Forza Italia in salsa televisiva, di una liaison tra Silvio e Matteo che si rinnova in favor di telecamere. Secondo Huffington Post, l’ex premier avrebbe un paio di mesi di “girato” che Lucio Presta – il manager televisivo patron di Arcobaleno 3 cui l’ex sindaco si è affidato per trovare compratori – sta facendo visionare ai possibili acquirenti.

All’inizio si parlava anche di Sky e di Discovery. Ora però l’attenzione, per l’Italia, si è concentrata su Mediaset. “Ci hanno contattato, stiamo valutando, siamo molto interessati”, aveva detto Pier Silvio Berlusconi mercoledì scorso alla presentazione dei palinsesti televisivi Mediaset della prossima stagione. A Cologno, però, spiegano che, rispetto a quelle parole, non ci sono novità. “Il programma interessa e anche parecchio, ma non ci sono ulteriori sviluppi e soprattutto non è stato ancora visionato alcun materiale”, fanno sapere. Insomma, non c’è una puntata-pilota. Fatto che viene confermato anche dal portavoce di Renzi, Marco Agnoletti. “Matteo ha girato molto poco, due o tre giorni al massimo, a giugno, prima del 24, quando a Firenze c’è stata la rievocazione del calcio storico. Non credo abbia materiale per mettere insieme una puntata”, fa sapere Agnoletti. Da Arcobaleno 3, la società di Presta, invece, bocche cucite. Quel che è certo, però, è che non ci sarà solo Mediaset: Presta è in trattativa per vendere il programma anche ad altri 7-8 Paesi europei.

Più sicura è invece la natura del programma: Renzi andrà in giro per la città facendo da divulgatore e illustrando i tesori artistici e monumentali. Prenderà per mano il telespettatore per accompagnarlo alla scoperta della città dei Medici. Con uno stile che potrebbe ricordare Alberto Angela, ma anche Philippe Daverio. “Non so davvero a che punto sia la trattativa, ma se me lo ritrovassi in palinsesto sarei contento, perché ci sarebbe molta curiosità da parte dei telespettatori”, osserva Sebastiano Lombardi, direttore di Rete 4, canale che il prossimo autunno subirà un forte restyling con prime serate tutte dedicate a informazione e attualità.

Del programma, qualche giorno fa, ha parlato lo stesso Renzi in una e-news. “Questo progetto televisivo su Firenze ha l’ambizione di parlare ai cuori delle persone, cercando di raggiungerle anche oltre i confini nazionali. Sono emozionato al pensiero di lavorare a una sfida così affascinante”, ha scritto l’ex segretario del Pd. Di sicuro il compito di Presta è soprattutto quello di strappare un buon contratto.

Scegliere il bullo o gli indecisi: il Pd frantumato dal dilemma

Sabato mattina, in auto direzione Argentario provo ad ascoltare la radio ma le frequenze saltano tra scariche e fruscii. Poi, improvvisamente, una voce inconfondibile, arrogante, bullesca irrompe da Radio Radicale (la sola, con Radio Maria, udibile perfino nelle caverne thailandesi). Si, è proprio lui Matteo Renzi che all’assemblea del Pd interviene con la grazia di un lottatore di sumo incazzato. È nella sua forma abituale. Insopportabile. Non esprime concetti, li mitraglia. Non critica, latra. Non polemizza, sbrana. Come sempre è pericolosamente contagioso.

Mi sorprendo a imprecare da solo. Brutto bischero, hai perso tutto quello che c’era da perdere, hai ammazzato un partito, devastato una storia, ma sei sempre lì che dai lezioni a tutti, bla bla bla. Ma perché ti fanno ancora parlare? (e aggiungo altro che mi vergogno a riferire). Davvero un brutto alterco ma porca miseria finalmente c’è vita sull’autostrada Roma-Civitavecchia, uno squarcio nella noia accaldata dei limiti di velocità, una botta di rabbia e si va su di giri. La parola passa a Maurizio Martina che mi predispongo ad ascoltare con la stessa compunta devozione di un peccatore dopo una notte brava con Nina Moric. Infatti, il tono torna misurato, civile. Poi sempre più quieto, pacato, disteso, distensivo, rilassato, lento, lentissimo, monocorde, ronf ronf. Mentre le palpebre pericolosamente calano percepisco lo sforzo generoso e addolorato del segretario reggente che sicuramente esprime concetti di grande buon senso anche se non capisco quali. Mi perdo in un groviglio lamentoso di “analisi”, “percorsi”, “paesi reali”, “corpi vivi”, “ricerche”, “pluralità” e “sfide”, “sfide” e ancora “sfide” che imbambolato confondo con la doppia sfida bianca al centro dell’asfalto. Che in realtà è la doppia striscia oltre la quale mi sta arrivando addosso un tir.

In fondo, sabato mattina anch’io ho vissuto il dilemma che sta frantumando il Pd. Continuare a subire la prepotenza pubblica (e privata) di un leader disarcionato, e che malgrado tutto continua ad agitarsi nella polvere imprecando frasi sconnesse. Il primo responsabile dello smembramento di quello che un tempo fu un grande partito. Eppure ancora oggi forse il solo capace, con l’arma della paura, di tenere insieme ciò che resta di quel popolo smarrito. Gridando la propria ossessione contro i Cinque Stelle perché usurpatori colpevoli di ciò che il Pd ha smesso di essere. Nella solitudine, nella vendetta, nella rabbia, nell’assenza stessa della politica. Oppure affidarsi a un ceto politico di survivor.

Prese individualmente – Zingaretti, Delrio, Calenda, Orlando – tutte persone rispettabili e con solide esperienze di vertice. Come collettivo una squadra scombiccherata e indecisa a tutto. Che nella sarabanda di fronti repubblicani, fasi costituenti e comitati per l’alternativa non sa più come farsi capire. Un gruppo dirigente che non dirige più e incapace di applicarsi alla grammatica dell’opposizione. Che sul tema decisivo dell’immigrazione sceglie di non scegliere: paralizzato tra il richiamo ai tradizionali valori dell’accoglienza e il timore per la canea montante. Che si fa tranquillamente insultare da un signore che nessuno ha il coraggio di prendere per il bavero dicendogli ciò che merita (l’“imbarazzante” di un maltrattato Paolo Gentiloni resta la reazione più sanguigna). Immaginare cosa sarà la campagna congressuale nei prossimi mesi è roba da brividi. Prudente non farlo mentre state guidando.