Un bimbo di un anno per “testimoniare” contro Donald Trump

A Phoenix,capitale dell’Arizona, un bambino di un anno è apparso davanti a un giudice in tribunale – assistito da un legale -, come testimone della politica “tolleranza zero” voluta dall’amministrazione Trump, che nelle settimane scorse ha portato alla separazione tra genitori e figli al confine tra Stati Uniti e Messico.

Il bambino, che fino a qualche minuto prima giocava con una palla e beveva latte da un biberon nei corridoi del tribunale, ha poi fatto il suo ingresso in aula. Ad attenderlo, il giudice John Richardson che si è detto “imbarazzato perché non so come un bambino possa rispondere a domande sulle politiche di immigrazione”.

E infatti Johan, questo il suo nome, è rimasto in silenzio per quasi tutta l’udienza; a parlare per lui il suo avvocato che ha spiegato a Richardson che il padre del bambino lo aveva portato negli Stati Uniti ma che erano stati separati, “anche se non è chiaro quando”. Al termine dell’udienza Johan è stato prelevato dall’aula e tutt’ora si trova sotto la custodia del Dipartimento di salute e servizi sanitari degli Stati Uniti in Arizona.

Digiuno per gli ultimi: padre Zanotelli da oggi davanti alla Camera

“Oggi, alle ore 12 ci ritroviamo a Roma, in piazza San Pietro, per una giornata di digiuno. Da lì proseguiremo a Montecitorio per testimoniare con il digiuno contro le politiche migratorie di questo governo. E continueremo a digiunare per altri 10 giorni con un presidio davanti a Montecitorio dalle ore 8 alle 14.” Con queste parole Alex Zanotelli, padre dell’ordine missionario dei Comboniani, ha invitato l’opinione pubblica a non spegnere i riflettori sulle politiche di immigrazione del governo gialloverde. Per questo motivo Zanotelli ha deciso di dare un segno tangibile del suo impegno per dire che “non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto e nel Mediterraneo di migliaia di migranti.”

Al termine dell’intervento ha poi aggiunto che questo altro non è che “il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la “patria dei diritti umani”. E ha chiosato: “La Carta della Ue afferma: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata”.”.

Il procuratore Spataro: “Respingere è illecito”

Esistono delle regole internazionali da rispettare e una parte della magistratura lo ricorda a Matteo Salvini. “Nessuno può vietare a un barcone di attraccare. La convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati prevede il diritto al non respingimento”. Lo ha ribadito ieri il procuratore di Torino Armando Spataro illustrando le linee guida con cui vuole aumentare la repressione dei reati connessi alla discriminazione etnica e religiosa e garantire la tutela dei diritti dei migranti. “Se un barcone arrivasse ai Murazzi sul Po e qualcuno impedisse a chi sta sopra di scendere, avvierei degli accertamenti”, ha detto il pm.

La procura sabauda ha deciso di adottare delle nuove direttive per gestire i fascicoli che riguardano i casi di discriminazione perché “negli ultimi mesi si è registrato nel territorio del circondario un sensibile aumento dei reati motivati da ragioni di discriminazione e di odio-etnico-religioso”, è scritto nella circolare. Molti sono gli esempi dell’ultimo anno: dalla giovane campionessa di basket insultata sull’autobus, all’aggressione di un sudanese fino ai manifesti di Forza Nuova che invitano i migranti a tornare nei loro paesi di origine. Per tale ragione i pm del Gruppo 9 (Terrorismo, eversione e reati commessi in occasione di manifestazioni pubbliche) dovranno dare priorità a questi casi evitando di chiedere l’archiviazione per i fatti di lieve entità e presenziando alle udienze. Invece i colleghi del Gruppo 7 (Affari dell’immigrazione) dovranno fornire un parere attento alla sezione IX del tribunale civile, incaricata di valutare i ricorsi di quei migranti le cui richieste di asilo sono state bocciate dalle commissione territoriali. “Come procura – ha spiegato Spataro – dobbiamo dare una risposta a questi reati odiosi e insopportabili”. A lui si aggiunge il procuratore generale del Piemonte e della Valle d’Aosta, Francesco Saluzzo, il quale ipotizza che il fenomeno sia dovuto “anche a causa di certe sponde politiche e culturali che si stanno saldando”. “Certi cattivi umori da cui nascono comportamenti di odio razziale prendono il via da disagi che vengono esasperati”, ha aggiunto il procuratore vicario Paolo Borgna. L’iniziativa è “sicuramente uno strumento utile”, afferma la vicepresidente Pd del Senato Anna Rossomando. Via Twitter replica invece Salvini: “Forse il procuratore capo di Torino pensa che l’intera Africa possa essere ospitata in Italia? Idea bizzarra”. Poi aggiunge: “Bloccare i porti ai trafficanti non è un diritto ma un dovere. Se qualcuno la pensa diversamente può presentarsi alle elezioni e chiedere cosa ne pensano gli italiani”. “Non funziona così – gli risponde il dem Andrea Orlando -. O smentisce Spataro in punto di diritto dicendo che quella norma non esiste o la cambia”.

Il governo Conte e i naufragi: di chi sono le responsabilità

Ogni vita che si spegne nel Mediterraneo è una tragedia. Ma proprio per rispetto verso le vittime è necessario chiarire le responsabilità e separare slanci di umana compassione da soluzioni politicamente praticabili. Nelle ultime ore sono intervenuti due scrittori, Roberto Saviano e Sandro Veronesi.

Saviano scrive al Fatto per rispondere a un’intervista al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (M5S) e Saviano sostiene che “l’orientamento del governo di delegare unicamente ai libici la gestione dei salvataggi in mare è folle e criminale, si parla di recupero degli accordi stretti tra Berlusconi e Gheddafi: che bel cambiamento!”.

Il governo Conte, come quello Gentiloni, persegue una politica di state building in Libia: solo quando il governo di Tripoli avrà il controllo del suo territorio si potranno fermare le rotte del traffico di esseri umani, che iniziano a Sud e terminano sulle coste con i migranti caricati sui barconi. Ai libici l’Italia non vuole delegare tutti i salvataggi in mare – visto che le leggi internazionali non solo permettono ma impongono a qualunque nave di salvare chi è in difficoltà, anche a quelle delle missioni militari europee di lotta ai trafficanti e ai mercantili – ma soltanto quelli nella sua area di competenza, acque territoriali e zona Sar (search and rescue).

È un processo lento e faticoso, che prevede di dotare la guardia costiera libica di mezzi e competenze, ma non si vedono grandi alternative a questa politica. Il “trattato di amicizia del 2011” – vale 5 miliardi ma è senza copertura finanziaria – è uno strumento già approvato e utilizzabile per sostenere il governo di Tripoli.

Saviano sostiene poi che “il legame tra traffico di persone e Ong è da rigettare con forza (non c’è una sola prova di legame fra trafficanti e Ong), in special modo dopo il fallimento giudiziario delle elucubrazioni di Carmelo Zuccaro”. Il Procuratore di Catania si era spinto forse troppo oltre nell’ipotizzare una collusione che comprendesse divisione di profitti e business dell’accoglienza. Ma le Ong hanno sempre rappresentato un fattore di attrazione di migranti: potendo avere la ragionevole certezza di un intervento, i trafficanti hanno iniziato ad abbandonare le persone su gommoni fatti per durare poche ore, giusto il tempo di far arrivare le navi private delle Ong (magari preallertate). Le migrazioni non si fermeranno, ma i trafficanti adeguano il loro modello di business al contesto. Solo i corridoi umanitari garantiscono sicurezza ai rifugiati e nessun profitto ai trafficanti.

Roberto Saviano attribuisce poi all’Italia la responsabilità dei recenti naufragi, avvenuti dopo il rifiuto da parte del governo di far attraccare la nave Aquarius e quindi il “blocco” dei porti italiani alle Ong. Scrive Saviano che “le Ong hanno più volte effettuato salvataggi in quell’area in passato, anche con il coordinamento della Mrcc di Roma”. L’ultimo naufragio denunciato dall’Unhcr il 29 giugno è avvenuto a sei chilometri dalle coste libiche, cioè entro le acque territoriali della Libia (12 miglia marine, circa 22 chilometri) dove le Ong si sono spinte di rado e comunque in violazione del diritto internazionale.

Sul Corriere della Sera, in una lettera sempre a Saviano, lo scrittore Sandro Veronesi auspica che intellettuali e personaggi famosi “mettano il corpo” nella vicenda migranti. Allo stesso Veronesi viene il dubbio di avere idee confuse – “vaneggio?” – quando immagina Chiara Ferragni che allatta in mezzo al mare e Giorgio Armani che festeggia gli 84 anni su una nave nel tratto di Mediterraneo in cui muoiono migranti. Si può comunque ricordare a Veronesi che molti scrittori in questi anni sono andati dove succedevano le cose, da Erri De Luca ai fumettisti Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso sulla nave Aquarius, a Emmanuel Carrère a Calais, in Francia. E hanno raccontato cosa hanno visto. Ma proprio dai loro reportage si capisce che avere vip a bordo delle navi Ong o militari, con telecamere al seguito, avrebbe il solo effetto di intralciare i soccorsi.

Vertice a palazzo Chigi: “Trenta è presente, anzi no”

Il leader della Lega che gioca sempre a fare il premier annuncia e avverte. E soprattutto assicura: “Sui migranti il governo lavora e agisce con una voce sola, un conto è la forma e un conto è la sostanza”. Ma la forma è spesso l’involucro della sostanza. E allora il gelo con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la collega che domenica lo aveva accusato di “inseguire i titoli dei giornali”, è evidente.

Tanto che Trenta non c’era, al vertice di ieri pomeriggio a Palazzo Chigi con Salvini, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Anche se da Palazzo Chigi avevano assicurato la sua presenza, “probabilmente in collegamento” come era stato fatto scrivere sulle agenzie. E poi c’è il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, che in conferenza stampa alla Farnesina scandisce: “Non c’è nessun rischio che l’Italia si sfili dalla missioni internazionali, non abbiamo nessuna intenzione di muoverci fuori del diritto internazionale”. Per poi aggiungere: “Noi non vogliamo solo bloccare le persone ma anche salvarle”. E sono stilettate contro Salvini e le sue parole di domenica. Ossia contro quel post scritto dopo lo sbarco a Messina sabato sera di 106 migranti portati da un pattugliatore della missione europea a guida italiana Eunavfor Med: “Giovedì porterò al tavolo europeo di Innsbruck con i ministri dell’Interno della Ue la richiesta di bloccare l’arrivo delle navi delle missioni internazionali”. E Trenta non aveva gradito, facendolo trapelare: “Quella è una missione europea di competenza della Difesa e degli Esteri, non degli Interni. E le sue regole di ingaggio si cambiano nelle sedi competenti, non a Innsbruck”. Facilissima traduzione, Salvini non metta bocca su temi che non sono i suoi. Messaggio recapitatogli da un ministro che, dicono, avesse già mal digerito i suoi toni sui migranti e la sua loquacità.

Sta di fatto che nel primo pomeriggio di ieri va in scena il vertice a Palazzo Chigi. Senza Trenta, che di un collegamento con il vertice non sapeva nulla. E che comunque non avrebbe partecipato a un vertice dove si parlava di migranti e non di Libia. Così si sono visti senza di lei, (anche) per preparare la calata di Salvini a Innsbruck, che sarà preceduta da un tavolo bilaterale con il suo omologo tedesco, domani, e da un tavolo a tre in cui giovedì Salvini coinvolgerà anche il collega austriaco. E vicepremier proverà a incontrare anche il suo omologo francese.

Nell’attesa nel vertice si parla anche di economia, assieme a Tria. Con il ministro che predica cautela su flat tax e reddito di cittadinanza. E si discute di nomine. Poco dopo, dalla Lega fanno sapere che nella riunione sono state ribadite tutti i totem del governo sui migranti: dal rafforzamento della protezione delle frontiere esterne fino a un ripensamento delle missioni europee. E soprattutto giurano che non c’è alcun problema con il ministro Trenta. Di cui Salvini smentisce così la partecipazione: “Non c’era neanche in spirito”. In serata batte un colpo anche di Di Maio su La 7: “La presenza del ministro della Difesa non era prevista”. Precisando poi: “Nel vertice non si è parlato di migranti: poi me ne sono andato e ho lasciato Conte e Salvini che ne parlavano a margine”. E l’effetto è di caos incrociato, anche per le tensioni interne. E non solo quelle sull’asse Viminale-Difesa. Perché la partita del decreto dignità è scivolosa, e lo ricorda proprio Di Maio: “Se si vogliono reintrodurre i voucher per sfruttare la gente il M5s voterà contro”. Tradotto, la Lega non chieda troppo per votare il decreto.

Salvini, mezz’ora al Colle ma torna giù a mani vuote

La monumentale propaganda salviniana stavolta ha partorito davvero il proverbiale topolino. L’appuntamento al Quirinale con Sergio Mattarella si è risolto in una conversazione “molto cordiale” e “costruttiva” che è durata appena mezz’ora e non ha contribuito a mitigare l’angoscia leghista per i 49 milioni sequestrati dalla magistratura. Per giorni Matteo Salvini aveva insistito sull’ “emergenza democratica” causata dalle toghe genovesi e dalla pronuncia della Cassazione: “Sarà Mattarella a decidere se ci sono in ballo la libertà di espressione e la democrazia o se è tutto normale”. Dal Quirinale avevano assicurato invece che nell’incontro col ministro dell’Interno non si sarebbe parlato di giustizia, ma di questioni inerenti al Viminale. Così è stato.

Salito al Colle a mezzogiorno e ridisceso trenta minuti più tardi, Salvini e il suo staff hanno glissato sui dettagli della conversazione, limitandosi a rimarcarne i toni cordiali e “costruttivi”. “L’incontro con il presidente Mattarella è stato utile ad entrambi e proiettato verso il futuro”, ha detto il capo della Lega. Si è effettivamente parlato dell’attività del ministero: immigrazione, sicurezza, terrorismo, confisca dei beni dei mafiosi e Libia. Solo un accenno da parte di Salvini alla questione dei soldi leghisti confiscati dopo le condanne per truffa di Umberto Bossi e Francesco Belsito. Mattarella si sarebbe limitato ad ascoltare.

Sul tema, peraltro, le preoccupazioni del vicepremier sono destinate a crescere. I pubblici ministeri genovesi che hanno mandato di cercare “ovunque e presso chiunque” (parole della Cassazione) i 49 milioni della Lega, stanno per essere affiancati dalla Banca d’Italia. I pm hanno nominato come consulenti gli ispettori della Uif, Unità di informazione finanziaria, per verificare se ci sia stato un trasferimento all’estero dei fondi del partito, e in particolare ricostruire se i soldi spostati in un fondo fiduciario lussemburghese dalla banca Sparkasse siano riconducibili o meno al Carroccio.

Sotto la maglietta

Fra i testimonial in maglietta rossa della campagna lanciata da don Luigi Ciotti, trovo decine di amici che hanno partecipato a tante battaglie del Fatto. E, se hanno aderito all’appello per non dimenticare – come scrive il fondatore del Gruppo Abele e di Libera – “il colore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo” e “per fermare l’emorragia di umanità”, mi sento solidale con loro. Del resto, il Fatto è stato pressoché l’unico quotidiano a pubblicare in prima pagina fin dal primo giorno la foto choccante dei bambini morti vestiti di rosso. Un’immagine che strideva con le parole disumane e miserabili del cosiddetto ministro Salvini sulla “pacchia” e le “crociere” dei migranti. Se però alcune “magliette rosse” collegano quell’ultimo naufragio alle politiche del governo italiano, avverto un rischio: quello che una bella iniziativa per non dimenticare una tragedia quotidiana che dura da anni diventi non tanto uno strumento di propaganda politica (sempre legittimo), ma un’arma di distrazione di massa dai veri responsabili. Che – se vogliamo provare a ragionare sui fatti, andando oltre le commemorazioni dei defunti e il derby fra tifoserie buoniste e cattiviste – non sono questo o quel governo, ma i trafficanti di esseri umani. Quelli che prelevano i disperati nei villaggi dell’Africa nera e subsahariana, spesso convincendoli a partire con false promesse, li maltrattano durante il viaggio nel deserto, li depredano dei pochi averi o addirittura li costringono a indebitare le proprie famiglie, e gli scafisti che rilevano le carovane in Libia per organizzare le traversate nel Mediterraneo verso l’Italia, dopo avere spogliato i migranti degli ultimi spiccioli.

Parliamo di organizzazioni malavitose gigantesche, potentissime, ricchissime e attrezzatissime, che fanno, disfanno e ricattano i governi locali, dispongono di milizie armate e l’anno scorso, in pochi giorni, riuscirono a organizzare un ponte aereo dal Bangladesh alla Libia per traghettare quasi 10mila cittadini bengalesi da Dacca a Tripoli e poi, via mare, alla Sicilia. Sono loro i responsabili del traffico, degli imbarchi e dei naufragi. Anche di quello che ha commosso il mondo per le foto dei tre bambini vestiti di rosso, che una certa disinformatija alimentata da un’Ong sta provando a imputare al governo italiano e/o a quello di Tripoli. Da quel poco che si sa, quella tragedia con i 114 dispersi è avvenuta a 6 km dalla costa, cioè dentro le acque territoriali della Libia, dove le navi delle Ong non sono mai potute entrare.

E, se l’han fatto, hanno violato il diritto internazionale (o vogliamo tornare alle colonie e ai protettorati di “Tripoli bel suol d’amore”?). E operato assolutamente fuori dal coordinamento della Guardia costiera italiana, che ovviamente non può sconfinare in acque altrui. Insomma, purtroppo esistono anche le tragedie inevitabili, senza colpevoli. A parte appunto gli scafisti, che negli ultimi anni, grazie al progressivo avvicinarsi delle navi delle Ong alle acque territoriali libiche, hanno impiegato natanti sempre più pericolanti, proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato prima della “consegna” sincronizzata (il “salvataggio” è tutt’altra cosa) del carico umano alle imbarcazioni private. Così, non mettendo più piede in acque internazionali e tantomeno in quelle italiane, gli scafisti hanno ridotto a quasi zero non solo il rischio di (turpe) impresa, ma anche quello giudiziario: se nessuno li vede, li intercetta, li identifica, è impossibile incriminarli e arrestarli. È ciò che segnala da due anni il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, che poi si vede imputare il fallimento delle indagini, come se non fosse stato lui a segnalare al Parlamento il meccanismo infernale che impedisce ai giudici di colpire i trafficanti di esseri umani. Il legame fra alcune Ong e gli scafisti, ormai acclarato e addirittura rivendicato dalle interessate, non è di tipo economico, ma fattuale: le Ong agiscono, anche con le migliori intenzioni, come “pull factor” che rende i viaggi meno costosi e rischiosi, dunque più appetibili e redditizi. E questa non è necessariamente materia penale, perché i reati presuppongono il dolo, cioè l’intenzione di sostenere i trafficanti, che non è il movente delle Ong. Ma, se un fatto non è reato, non vuol dire che non sia vero.

Per questo non Matteo Salvini, ma il suo predecessore Marco Minniti impose alle Ong un codice di condotta che alcune firmarono, altre respinsero con orrore, altre ancora accettarono e poi tradirono. E, come per incanto, le partenze diminuirono, e con esse gli affogati. Quello che molte “magliette rosse”, in buona fede ma vittime di cattiva informazione, non capiscono è che nessuno ha delegato in esclusiva ai libici i salvataggi (quelli veri, dai naufragi) in mare, vietandoli a tutti gli altri. Il governo Conte – al netto delle sparate di Salvini, sempre più spesso zittito dai suoi colleghi Moavero, Toninelli e Trenta – sta tentando di delegare ai libici le operazioni nella loro zona Sar (ricerca e soccorso), fermo restando che tutte le navi (Ong incluse) che trovano profughi su barconi li possono e anzi li devono salvare e tutte le navi militari (in missione per l’Ue o per l’Italia) che contrastano i trafficanti salvano pure i migranti nelle acque di rispettiva competenza (dunque non in quelle libiche). La nuova sfida, difficile e faticosa nel campo minato libico, ma un po’ più praticabile dopo il recente accordicchio al Consiglio d’Europa, è aiutare il governo di Tripoli ad affermare e perimetrare la sua sovranità, unica premessa per operazioni efficaci di controllo del mare e dei flussi.

Ora in Libia premono per partire chi dice 700 mila, chi dice 1 milione di persone, di cui già sappiamo due cose: solo 1 su 10 avrà diritto di asilo in Europa e le altre 9 dovranno (sulla carta) essere rimpatriate; l’Italia non può accogliere 700mila o un milione di nuovi migranti, e nemmeno un quinto di essi, pena conseguenze sociali e politiche che potrebbero addirittura farci rimpiangere Salvini. Indossare magliette rosse è bellissimo: ma chi governa deve anche tentare di risolvere i problemi, e i teorici dell’“accoglienza-e-basta” non hanno mai proposto una soluzione seria e praticabile. Convinti che sia sufficiente lavarsi la coscienza strillando “porti aperti a tutti” e lavarsi le mani dimenticando quel che accade subito dopo: il destino di quei disperati fra le gabbie dei Cie, le grinfie dei ladroni della solidarietà (finta) che intascano 35 euro a migrante in cambio di pasti da fame, le spire della criminalità più o meno organizzata e le zanne dei nuovi schiavisti tipo Rosarno.

Se la storia dei migranti si potesse dividere in un’èra paradisiaca “avanti Salvini” (o Minniti) e in un girone infernale “dopo Salvini” (o Minniti), sarebbe tutto più semplice. Ma i fatti dicono che non è così. Quando le navi delle Ong scorrazzavano nel “Mar West” Mediterraneo e i porti italiani (e solo quelli) erano sempre aperti e tutti, si registrò il triste record di 35mila affogati in 15 anni. I morti cominciarono a calare, e di parecchio, quando Minniti smise di ululare all’egoismo dell’Europa e si rimboccò le maniche: impose quelle regole alle Ong e provò a stabilizzare la Libia, aiutando Tripoli a riaffermare uno straccio di sovranità sul suo territorio e le sue acque. Il governo Conte prosegue su quella strada, vedi la missione di Moavero a Tripoli per rinnovare un patto che era vergognoso col tiranno Gheddafi, ma potrebbe essere proficuo col governo al-Sarraj. L’equazione “più Ong, meno morti” è falsa: è vera invece quella “meno sbarchi, meno morti”. E questa passa da due strettoie obbligate. 1) Un ruolo più attivo e autonomo delle autorità libiche, per terra e per mare, con l’aiuto di Italia e Ue e una stretta vigilanza sui campi profughi spesso ridotti a lager. 2) Una campagna di controinformazione nei paesi di partenza sui rischi che i migranti corrono nell’attuale situazione: come ha scritto Antonio Padellaro, “informiamoli a casa loro” contro le false promesse dei trafficanti. Sarà meno affascinante e consolatorio che indossare una maglietta rossa, ma potrebbe essere persino più utile.

Gli intrugli della Marchi venduti in tv

Sono davanti alla televisione imbambolata a guardare su Rete A Wanna Marchi show, la regina delle televendite. La signora Marchi ha uno stile inconfondibile, urla con voce stridula ripetutamente una parolina magica, per ottenere l’attenzione di noi telespettatori: “Drsquo;accoordo?”. Ma perché dovremmo essere d’accordo con Wanna Marchi? Io a volte non sono d’accordo nemmeno con il Papa, che pure dice cose sensate. Pensa se il Papa al termine dei suoi discorsi ecumenici dicesse al popolo dei suoi fedeli “Drsquo;accoordo?”, gran parte di loro sceglierebbe di colpo un’altra religione. La fede ha bisogno di certezze, invece quel “Drsquo;accoordo?” della signora Marchi potrebbe esprimere un dubbio, o comunque una richiesta di conferma dell’efficacia dei suoi prodotti. Temo che non sia così, le sue sono verità indiscutibili, tipo dogmi. Certo, la differenza tra i due è che il Papa è cauto nell’accettare come miracolo qualsiasi manifestazione soprannaturale, Wanna Marchi invece non esita a definire miracolosi i suoi intrugli a base di alghe.

Ma questi intrugli perché sarebbero miracolosi? Non si sa, io non ho gli strumenti per giudicare. Però lei insiste a proporre creme prodigiose in vendita a 100.000 lire. Ma un miracolo può costare così poco? Io farei almeno 250, 300 mila lire. Lei invece si ostina in questa vendita straordinaria a prezzi stracciati, miracoli a buon mercato! Chissà, forse ha un rapporto privilegiato con il trascendente. Magari punta in alto, molto in alto, se non al soglio pontificio almeno a un cardinalato o un arcivescovato. “Pronto buongiorno, sono l’arciveeescovo Marchi! D’accooordo?”. Non si sa mai, meglio tenersela buona una che fa i miracoli, ora chiamo subito e compro tre barattoli. Ma anche no.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Catone come Salvini: l’ossessione per il “nemico”

Si racconta che Catone il censore fosse ossessionato da Cartagine, tanto ossessionato dalla mortale nemica di Roma. Eppure, ai suoi tempi (metà II secolo a.C.) la potenza punica era ormai sostanzialmente inoffensiva, dopo la seconda sconfitta a opera di Scipione l’Africano. Ciononostante, il leader conservatore, continuava a porre la questione all’assemblea senatoria, tanto da concludere ogni suo intervento, e a prescindere dal merito, con la frase ceterum censeo Carthaginem esse delendam (Infine credo che Cartagine debba essere distrutta). Senonché, vista l’indifferenza dei colleghi che tanta animosità incontrava, Catone un giorno ricorse a un efficace espediente; ce lo racconta Plinio il Vecchio: “Catone, bruciando di rovinoso odio per Cartagine e ansioso della sicurezza dello Stato, gridando spesso in senato che Cartagine doveva essere distrutta, portò un giorno in curia un cesto di fichi da quella terra e mostrandoli ai senatori gli chiese “Quando pensate che questi frutti siano stati colti dall’albero?”. Affermando tutti, ammirati dalla bellezza, che i frutti erano recenti, disse “Sappiate che sono stati colti tre giorni fa a Cartagine: abbiamo il nemico così vicino alle mura!”. Tale cosa mosse gli animi dei senatori e subito venne proclamata la terza guerra punica in cui Cartagine fu distrutta”. (Storia naturale 15.4). Ora, dopo più di un mese di governo, con i problemi gravissimi che affliggono il nostro Paese, con le urgenze di una manovra finanziaria complessa e dura, è possibile e tollerabile, che l’unico tema declinato in maniera ossessiva-compulsiva sia quello dei migranti? Per Giove Pluvio, Cartagine non c’è più e Salvini non è mica Catone!

Vergine: il tuo partner ti deprezza. Leone, smettila di fare il rivoluzionario

 

ARIETE – Fatti il letto! È un ordine dell’Ammiraglio William H. McRaven (Piemme), e c’è da obbedirgli: non per masochismo, ma per imparare le “piccole cose che cambiano la vita e il mondo”, tipo “non abbiate paura del Circo”, l’arte dei salti mortali in amore.

 

TORO – “Come sempre quando mi annoiavo, stavo sprofondando nell’autocommiserazione e nell’apatia”: tra I più grandi casi di Sherlock Holmes c’è anche quello di darsi una mossa! Questa settimana Irene M. Adler (Il battello a vapore) ti impone di uscire tutte le sere.

 

GEMELLI – Secondo Filomena Pucci (Fabbri), Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio: sbrigati a portare a termine quel lavoretto all’uncinetto o qualsiasi altro capolavoro tu abbia per le mani. Ricorda che il “successo è una voce del verbo succedere”.

 

CANCRO –Non è colpa della luna (Frassinelli): è proprio colpa tua se quello/a se la sta svignando! Ti consola M. L. Rio: “Si può giustificare qualsiasi cosa se la si rende abbastanza poetica”. Perciò, se sei capace, fai bei versi sul tradimento e vediamo se quello/a torna.

 

LEONE – Karl Marx dal barbiere, ovvero nella vita privata, non era poi così progressista: “Della sua predilezione per i figli maschi non aveva mai fatto mistero”. Di voi sentenzia Uwe Wittstock (Edt): smettila di fare il rivoluzionario in ufficio e il reazionario a casa.

 

VERGINE – Ilaria Palomba snocciola i tuoi Disturbi di luminosità (Gaffi): “Hai paura di essere solo una terra di passaggio, in cui ciascuno semina fiori che nessuno raccoglie”. A pensar male, ti stai accompagnando con un partner che ti deprezza: puoi cominicare a pensare cje sia arrivato il momento di ripagarlo con la stessa moneta.

 

BILANCIA – In un siparietto di Pornage (il Saggiatore), Barbara Costa descrive i “frati che fanno sesso via Skype, interrotti sul più bello perché tra 5 minuti hanno un funerale”. Godi anche tu del lato comico dell’amplesso, che con quello/a lì è già abbastanza ridicolo.

 

SCORPIONE – Nella Guida tascabile per maniaci dei libri (Clichy) compaiono un sacco di addetti ai livori: “Crudo, immorale, volgare e insensato”, scrisse Tolstoj di Shakespeare. Tu e il tuo collega, però, non siete né l’uno né l’altro, perciò evita di fare commenti luciferini in ufficio.

 

SAGITTARIO – “Non sai che sollievo è stato smettere di essere buono”: se vuoi sprofondare in Sweet Dreams, come Michael Frayn (Atlantide), lascia perdere di ricucire i rapporti con l’ex. La rabbia altrui è incontrollabile, e prima o poi passerà senza il tuo risibile contributo.

 

CAPRICORNO –“Dopo che Michelangelo morì, qualcuno trovò un pezzo di carta per il suo apprendista: Disegna Antonio, disegna e non perder tempo!”. Vale anche per te. Ogni giorno è un Dio, dice Annie Dillard (Bompiani): rendigli onore sgobbando di più.

 

ACQUARIO – Manu Larcenet immagina sulla Linea del fronte (Coconino) un pittore, di cui i mediocri bisbigliano: “Mi chiedo se questo Van Gogh non sia ampiamente sopravvalutato”. Lasciali parlare, insieme ai colleghi: la bontà del tuo progetto sarà presto riconosciuta.

 

PESCI – “Cara T., penso molto a te… non penso quasi ad altro… penso solo a te… Quindi, alla fine, non le scrisse”. E bravo lui! Cerca di imitarlo, se non vuoi “far scappare una ragazza”. Consiglia Clémentine Beauvais(Rizzoli): Pensa alla dolcezza, non alla svenevolezza.