Sono almeno settecento, vivono in uno scheletro di mattoni e intonaco. Niente porte, né finestre, non ci sono i bagni e mancano anche i pavimenti. Il centro di accoglienza della Croce rossa bosniaca a Bihaç è un palazzo abbandonato. Il confine con la Croazia dista una manciata di chilometri. Da metà maggio questa zona è diventata la porta di servizio dell’Unione europea. A decine ogni notte tentano la traversata, ma in pochi ce la fanno.
“Un agente croato mi ha colpita”
“Ci hanno rimandato indietro, tre volte – Halima Umm Mohammed è irachena, 42 anni tra le mani ha un telefono con lo schermo rotto – un poliziotto croato mi ha colpito, poi se l’è presa con il cellulare”. Si china e apre la sua tenda, l’odore di umidità è pungente. Una coperta fa da materasso, in un angolo, piegati dentro una busta di plastica, i suoi vestiti, tutto quello che possiede. “Mio marito è morto nel 2015 combattendo contro l’Isis, era un peshmerga” dice mentre la sua voce si rompe in pianto. Halima viaggia con i figli, due adolescenti diventati uomini sotto le bombe, che guardano impotenti la disperazione della madre.
Un percorso davvero rischioso
Da quasi un mese ogni giorno entrano in Bosnia 500 migranti. Hanno attraversato la Serbia e prima la Bulgaria o la Macedonia e la Grecia. Arrivano tutti dalla Turchia. I numeri non sono quelli dell’estate 2015, ma la rotta sì. La denuncia arriva dal governo di Sarajevo, dove, a inizio giugno, il piazzale antistante alla stazione si è trasformato in una tendopoli. Ma non erano i ragazzini afghani e pachistani che lo scorso inverno vivevano nei depositi ferroviari abbandonati di Belgrado, né i giovani uomini soli originari del Maghreb che saltavano le reti per entrare in Ungheria. Nella capitale bosniaca sono arrivate le famiglie. Ben presto i migranti hanno lasciato la città per venire in zone di confine come Bihaç. Ma l’attraversamento della frontiera è complicato.
I campi sono disseminati di grandi cartelli rossi con un teschio bianco. “Attenzione Mine”, c’è scritto in quattro lingue. Le guerre balcaniche hanno lasciato una pesante eredità: in tutta la Bosnia ci sono 80mila mine antiuomo, ancora sepolte. I rifugiati lo sanno e per evitarle tentano di seguire i fiumi, due giovani pashtun sono morti affogati la scorsa settimana, o si affidano ai trafficanti locali.
“Vieni, ti mostro la fine del genere umano”
“Vieni al piano di sopra devo mostrarti la fine del genere umano”, Said chiede di non rivelare il suo cognome: “Ci sono molti iraniani in Italia e sapendo che sono cristiano possono facilmente risalire alla mia famiglia”. Non vuole raccontare la sua storia, ma quella di Newroz. Lei, 34anni e quattro figli, siede in terra, accanto a una finestra senza vetri, né telaio. Fuori piove, le gocce che passano attraverso l’apertura sul muro finiscono sulle coperte, unico arredo dello stanzone che la donna condivide con un’altra ventina di compagni di sventura. “Mio marito è morto in Siria, poi la polizia di Assad è venuta a cercare il maggiore dei miei figli. Non ho potuto far altro che scappare. Devo raggiungere mio fratello in Germania, lui ci potrà proteggere”. Said parla in farsi con Newroz, sta attento a tradurre in inglese tutto quello dice. Tra le braccia della donna c’è Youssef, il più piccolo dei suoi figli, ha otto mesi. Accanto a loro un ragazzino scalzo, in pantaloncini, nonostante la temperatura sia appena sopra i 10 gradi. I bambini sono sporchi, la mamma guarda le gambe sudice del più grande e dice “ci stiamo ammalando”. Gli occhi azzurri di Newroz sono cerchiati dalle macchie bianche della vitiligine, il suo non è uno sguardo a cui si può rimanere indifferenti. “Youssef è nato in Turchia, mi sono fermata lì per cinque mesi. Ma Erdogan dà la caccia a noi curdi. Siamo arrivati fino in Croazia, al confine ci hanno rubato tutti i soldi che avevamo. È stata la polizia”.
Un panino riscaldato per i bimbi è l’unico pasto
All’imbrunire arrivano tre macchine della Croce rossa. Distribuiscono l’unico pasto della giornata. Per i più piccoli un panino caldo, per gli adulti uno freddo. A gestire la ripartizione degli aiuti c’è Amir Draganovic, un giovane alto quasi due metri che mostra con orgoglio le lampadine e i tavoli installati nel refettorio semiallagato.
“Abbiamo deciso di sistemare qui i migranti perché volevamo isolarli dal resto della popolazione di Bihaç – spiega il volontario –. non è il luogo ideale, ma non potevano stare accampati con le tende in centro città”. Quattro militari, armati e in tuta mimetica, sorvegliano i bambini in coda per il loro panino. “Riescono a entrare in Croazia due su dieci dei migranti che ci provano – continua Draganovic – e chi torna indietro porta i segni della traversata”. La preoccupazione non sta nei respingimenti “da qui non si passa, ma la gente continua ad arrivare, come se qualcuno li stesse spingendo in Bosnia”. Forse per creare un nuovo punto di frizione ai confini europei.
Se in Libia ci sono diverse decine di migliaia di migranti africani pronti a imbarcarsi per l’Italia, tra la Turchia e il Libano ci sono sei milioni di profughi. A tenerli fermi nei campi alle porte del deserto ci pensano i finanziamenti europei: tre miliardi di euro la scorsa primavera per il biennio 2018-19.