L’emergenza più grande

 

Sono stimati in diverse decine di migliaia i migranti in fuga attraverso Niger e Libia che sperano di potersi imbarcare per raggiungere l’Europa attraverso l’Italia. Ma, nonostante le polemiche di queste settimane, l’emergenza più grande è altrove: sulla rotta balcanica. Tra la Turchia e il Libano, infatti, ci sono sei milioni di disperati pronti a raggiungere l’Europa attraverso Grecia, Macedonia del Nord, Bulgaria, Serbia e Bosnia. Un percorso ricco di ostacoli, tra i quali le 80 mila mine anti-uomo ancora sul terreno nei Balcani, eredità delle terribili guerre degli anni Novanta del secolo scorso. Da un mese ormai ogni giorni in Bosnia entrano almeno cinquecento migranti, famiglie che cercando di raggiungere nel Nord Europa e in Germania i loro cari che già ce l’hanno fatta precedentemente.

I dimenticati all’inferno della rotta balcanica

Sono almeno settecento, vivono in uno scheletro di mattoni e intonaco. Niente porte, né finestre, non ci sono i bagni e mancano anche i pavimenti. Il centro di accoglienza della Croce rossa bosniaca a Bihaç è un palazzo abbandonato. Il confine con la Croazia dista una manciata di chilometri. Da metà maggio questa zona è diventata la porta di servizio dell’Unione europea. A decine ogni notte tentano la traversata, ma in pochi ce la fanno.

 

“Un agente croato mi ha colpita”

“Ci hanno rimandato indietro, tre volte – Halima Umm Mohammed è irachena, 42 anni tra le mani ha un telefono con lo schermo rotto – un poliziotto croato mi ha colpito, poi se l’è presa con il cellulare”. Si china e apre la sua tenda, l’odore di umidità è pungente. Una coperta fa da materasso, in un angolo, piegati dentro una busta di plastica, i suoi vestiti, tutto quello che possiede. “Mio marito è morto nel 2015 combattendo contro l’Isis, era un peshmerga” dice mentre la sua voce si rompe in pianto. Halima viaggia con i figli, due adolescenti diventati uomini sotto le bombe, che guardano impotenti la disperazione della madre.

 

Un percorso davvero rischioso

Da quasi un mese ogni giorno entrano in Bosnia 500 migranti. Hanno attraversato la Serbia e prima la Bulgaria o la Macedonia e la Grecia. Arrivano tutti dalla Turchia. I numeri non sono quelli dell’estate 2015, ma la rotta sì. La denuncia arriva dal governo di Sarajevo, dove, a inizio giugno, il piazzale antistante alla stazione si è trasformato in una tendopoli. Ma non erano i ragazzini afghani e pachistani che lo scorso inverno vivevano nei depositi ferroviari abbandonati di Belgrado, né i giovani uomini soli originari del Maghreb che saltavano le reti per entrare in Ungheria. Nella capitale bosniaca sono arrivate le famiglie. Ben presto i migranti hanno lasciato la città per venire in zone di confine come Bihaç. Ma l’attraversamento della frontiera è complicato.

I campi sono disseminati di grandi cartelli rossi con un teschio bianco. “Attenzione Mine”, c’è scritto in quattro lingue. Le guerre balcaniche hanno lasciato una pesante eredità: in tutta la Bosnia ci sono 80mila mine antiuomo, ancora sepolte. I rifugiati lo sanno e per evitarle tentano di seguire i fiumi, due giovani pashtun sono morti affogati la scorsa settimana, o si affidano ai trafficanti locali.

 

“Vieni, ti mostro la fine del genere umano”

“Vieni al piano di sopra devo mostrarti la fine del genere umano”, Said chiede di non rivelare il suo cognome: “Ci sono molti iraniani in Italia e sapendo che sono cristiano possono facilmente risalire alla mia famiglia”. Non vuole raccontare la sua storia, ma quella di Newroz. Lei, 34anni e quattro figli, siede in terra, accanto a una finestra senza vetri, né telaio. Fuori piove, le gocce che passano attraverso l’apertura sul muro finiscono sulle coperte, unico arredo dello stanzone che la donna condivide con un’altra ventina di compagni di sventura. “Mio marito è morto in Siria, poi la polizia di Assad è venuta a cercare il maggiore dei miei figli. Non ho potuto far altro che scappare. Devo raggiungere mio fratello in Germania, lui ci potrà proteggere”. Said parla in farsi con Newroz, sta attento a tradurre in inglese tutto quello dice. Tra le braccia della donna c’è Youssef, il più piccolo dei suoi figli, ha otto mesi. Accanto a loro un ragazzino scalzo, in pantaloncini, nonostante la temperatura sia appena sopra i 10 gradi. I bambini sono sporchi, la mamma guarda le gambe sudice del più grande e dice “ci stiamo ammalando”. Gli occhi azzurri di Newroz sono cerchiati dalle macchie bianche della vitiligine, il suo non è uno sguardo a cui si può rimanere indifferenti. “Youssef è nato in Turchia, mi sono fermata lì per cinque mesi. Ma Erdogan dà la caccia a noi curdi. Siamo arrivati fino in Croazia, al confine ci hanno rubato tutti i soldi che avevamo. È stata la polizia”.

 

Un panino riscaldato per i bimbi è l’unico pasto

All’imbrunire arrivano tre macchine della Croce rossa. Distribuiscono l’unico pasto della giornata. Per i più piccoli un panino caldo, per gli adulti uno freddo. A gestire la ripartizione degli aiuti c’è Amir Draganovic, un giovane alto quasi due metri che mostra con orgoglio le lampadine e i tavoli installati nel refettorio semiallagato.

“Abbiamo deciso di sistemare qui i migranti perché volevamo isolarli dal resto della popolazione di Bihaç – spiega il volontario –. non è il luogo ideale, ma non potevano stare accampati con le tende in centro città”. Quattro militari, armati e in tuta mimetica, sorvegliano i bambini in coda per il loro panino. “Riescono a entrare in Croazia due su dieci dei migranti che ci provano – continua Draganovic – e chi torna indietro porta i segni della traversata”. La preoccupazione non sta nei respingimenti “da qui non si passa, ma la gente continua ad arrivare, come se qualcuno li stesse spingendo in Bosnia”. Forse per creare un nuovo punto di frizione ai confini europei.

Se in Libia ci sono diverse decine di migliaia di migranti africani pronti a imbarcarsi per l’Italia, tra la Turchia e il Libano ci sono sei milioni di profughi. A tenerli fermi nei campi alle porte del deserto ci pensano i finanziamenti europei: tre miliardi di euro la scorsa primavera per il biennio 2018-19.

Miss Delcy, la lady di ferro pronta per il dopo Maduro

“Provata in mille battaglie”. Una combattente, bolivariana dura e pura fin dai tempi del presidente Hugo Chávez. Con questo elogio, espresso dal presidente venezuelano Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez è stata nominata la settimana scorsa vicepresidente. Diventando di fatto la lady di ferro del Venezuela. Oltre a essere il numero due del regime, è infatti la presidente dell’Assemblea nazionale costituente (Anc), creata nella primavera dell’anno scorso per volere di Maduro per elaborare una nuova Costituzione e soprattutto per contrapporsi al Parlamento, in mano all’opposizione, e “rifondare” il Venezuela bolivariano.

La mossa si dimostrò vincente. Senza la sponda Parlamentare e sottoposta a una dura repressione, la protesta nelle strade si è estinta; priva della rivolta popolare l’opposizione sì è ulteriormente divisa ed è stata impallinata in due successive elezioni: quella dei governatori e infine, nel maggio scorso, alle presidenziali. In entrambe Maduro e il chavismo hanno vinto. Una vittoria contestata all’interno – senza grande effetto – ma in modo devastante all’esterno da misure economico-finanziarie e politiche sia dagli Stati Uniti che dall’Ue. E di recente anche da dure accuse di violazione dei diritti dell’uomo da parte di una commissione delle Nazioni unite. Non solo, all’inizio del mese scorso la Colombia è diventata “socio globale” dell’Alleanza atlantica. Con gli Usa che sparano a zero contro la fragile economia venezuelana e minacciano un intervento, avere la Nato al confine ha allarmato Maduro. Il quale ha deciso di chiamare a raccolta il nocciolo duro del chavismo.

Al fido “scudiero” Delcy – così in ogni occasione Maduro si riferisce alla Rodríguez – è stata affidata anche la “Commissione della verità” della Anc per cercare di tessere un dialogo con una parte dell’opposizione e promuovere una “riconciliazione nazionale”. La prima mossa della neo vicepresidente è stata la liberazione di 43 detenuti che il governo ritiene “responsabili di violenza politica” e l’opposizione denuncia essere “prigionieri politici”. Ma ben pochi si fanno illusioni. Dietro il sorriso che quasi sempre sfoggia, Delcy è un vero mastino. Lo ha dimostrato quando ancora – dal dicembre 2014 al giugno 2017 – era ministro degli Esteri difendendo con veemenza e senza peli sulla lingua le tesi del regime bolivariano in varie sedi internazionali.

“Cancelliere senza diplomazia”, la chiamavano nelle cancellerie dell’America latina. “Cancelliere della dignità” la difendevano i suoi. Lo dimostrò due anni fa quando, seppur non invitata, si presentò a un vertice latinoamericano eludendo la sicurezza. “Se non mi fanno entrare dalla porta, entrerò dalla finestra”, aveva dichiarato. E così fece.

Assieme al fratello, Jorge Rodríguez ministro dell’informazione, la 49enne Delcy forma il nocciolo duro dei difensori del “Socialismo del XXI secolo” a suo tempo proclamato da Chávez. Entrambi i fratelli il radicalismo di sinistra l’hanno nel sangue. Eredità del padre, Jorge Antonio Rodríguez, fondatore del partito Liga Socialista, torturato e ucciso nel 1976 dalla polizia segreta venezuelana che sospettava suoi legami con una formazione guerrigliera guevarista. Delcy allora aveva solo sette anni: ma ne raccolse le convinzioni marxiste rivoluzionarie, prima come dirigente studentesca, assieme al fratello, nell’Università Centrale del Venezuela dove si laureò in legge. Quindi si specializzò in diritto del lavoro, con master in Francia e Gran Bretagna, e proseguì la sua militanza anche nelle file del Partito socialista unito del Venezuela, fondato da Chávez.

Militante di sinistra, ma dei quartieri alti di Caracas, “radicale come sanno esserlo i figli della borghesia”, la accusano gli avversari. Chi la conosce la definisce “molto intelligente, ma dogmatica”. “Venceremos”, ha detto sicura al presidente Maduro quando è stata nominata presidente dell’Anc. E per siglare il patto donò al presidente una replica della spada del Libertador Simón Bolivar. È probabile che Maduro pensi a lei come futuro presidente del Venezuela.

La disponibilità dei musulmani a fare parte della nuova coesione nazionale

Anche i musulmani vogliono essere parte della nuova coesione nazionale. Omar Camiletti, già portavoce della Grande Moschea di Roma, scrive una lettera a Matteo Salvini, il matamoro ancor più che ministro dell’Interno, e ribalta la narrazione corrente. “Davanti ai tentativi di mobilitazione dei musulmani e di strumentalizzazione politicheggiante”, scrive Camiletti nel suo intervento pubblicato su Barbadillo.it, “messa in cantiere contro di lei e l’attuale governo, reo secondo costoro di razzismo, xenofobia e islamofobia, e quant’altro di nefasto, ritengo…”.

Terrorismo, radicalismo, illegalità e perfino l’abusivismo di moschee improvvisate sono gli argomenti proposti in questa lettera dettata da un’urgenza: la disponibilità dei musulmani italiani pronti a “partecipare maggiormente alla coesione nazionale e – cogliendo le novità positive di questo governo – contribuire a un raggiungimento di una intesa con lo Stato, e la società italiana”. C’è la rivendicazione, dunque, degli italiani musulmani con la propria identità di cittadini.

Nel frattempo che il cristianissimo Vladimir Putin, certamente un modello per Salvini, mostra con orgoglio a Mosca la più grande moschea del continente europeo, da lui fortemente voluta, il “sovranismo” non può certo prescindere da una realtà che si forgia in valori “forti”, coerenti con i principi metafisici e religiosi. E questo è il senso di un invito rivolto da Camiletti in seno alla comunità “di immettere elementi di spiritualità negli affari correnti di questo mondo” a dispetto delle “militanza” in un qualunque schieramento quando al fraintendimento cui si costringono tutti, si sovrappone l’ignoranza che porta a clericalizzare l’islam, con gli imam equiparati ai vescovi o, ancora peggio, “con la mancanza di una vera amalgama fra le comunità con la relativa frantumazione su fattori etnici”.

Il primo fondamentale passo è quello di separare non già lo Stato e la Chiesa come nella questione cattolica, ma il tema dell’immigrazione da quello della religione. Quello che i musulmani chiedono al ministro matamoro è, innanzitutto, questo: “Bisogna essere reciprocamente, noi e lei, ministro, consapevoli che deve essere sviluppato l’Islam d’Europa che sappia essere in grado di discernere tra ciò che costituisce l’autentico messaggio religioso e ciò che fa parte di culture locali, consuetudini e modi, retaggio dei paesi di provenienza, abbigliamento incluso, ma che poco hanno a che fare con l’islam”.

Ritiene, dunque, Camiletti. E si attende, adesso, la risposta di Salvini: “Non sono così ingenuo da pensare”, conclude il saggio Omar, “che tutte le cose andranno a posto, ma neanche così cinico da sottrarmi all’impegno… e tutto sta poi nella volontà dell’Altissimo”.

Moderazione e giustizia sociale: la ricetta antipopulista dei cattolici

Giustizia sociale. Etica ed economia. Alle prese con lo strano bestione populista – non solo di estrema destra – in tutta Europa, i cattolici si trovano a fare di nuovo i conti con le ragioni del loro impegno in politica, soprattutto nell’Italia gialloverde o gialloblu di Salvini e Di Maio.

La Terza Repubblica vale anche per loro. Nella Prima c’era la Dc con la sua dottrina sociale (via via smarrita per la mera gestione del potere) contro il capitalismo selvaggio del liberalismo più hard e naturalmente contro marxismo e comunismo. Indi, nella Seconda, il realismo ruiniano del compromesso clericale sui cosiddetti valori non negoziabili con il centrodestra berlusconiano, talvolta con incursioni trasversali (si pensi ai teocon di Rutelli oppure al pragmatismo bipartisan dei ciellini). E adesso?

Cosa fare di fronte al cupo salvinismo xenofobo che agita il Rosario e che rievoca – lo ha ricordato Alberto Melloni – il Mussolini “cattolico e anticristiano”? Da giorni se lo chiedono professori e studiosi su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Il dibattito ha sinora messo in rilievo due tratti. Il primo è di metodo: riscoprire “la moderazione” (il direttore Marco Tarquinio) ben distinta dal sanguigno fondamentalismo della destra cattolica (e anti-bergogliana).

Il secondo incide sul mainstream dominante: “Giustizia sociale e meno enfasi sui diritti civili”. come ha scritto il filosofo Vittorio Possenti. Tornare in pratica al pensiero di “Dossetti, La Pira, Moro, Mortati, Lazzati, Fanfani”. Basterà questo a far ritrovare un minimo di unità cattolica in politica? In questa scia si colloca la biografia di Giuseppe Toniolo uscita da poco e scritta da Salvatore Falzone, avvocato siciliano (Toniolo senza baffi. Una biografia del maestro dei cattolici italiani, Ecra, 178 pagine, 18 euro).

Nato a Treviso nel 1845, poi professore ordinario a Pisa (Veneto e Toscana furono le sue regioni del cuore), Toniolo fu decisivo nel forgiare il pensiero sociale cattolico nella fase cruciale della Chiesa post-unitaria: “So che l’uomo non vive di solo pane e che la crisi sociale non è soltanto una questione di ventre”. Ma Toniolo fu anche il primo a parlare del “candidato vessillo della Democrazia Cristiana” in una “tenzone” tra socialismo e cattolicesimo. Era il 1897.

Peggio il Sud che ha deciso di omaggiare la Lega a Pontida

Caro Coen, li ho visti sul pratone di Pontida. Erano lì, con le loro bandiere, i volti sorridenti, le loro bancarelle. ‘Nduja e soppressate. Raffinati babà portati da Napoli, cipolle rosse di Tropea, mozzarella di bufala, quella dell’agro aversano e quella della Piana di Eboli. E poi tarantelle, putipù, scetavaiasse. Li ho visti i meridionali arrivati su al Nord a rendere omaggio al loro nuovo padre-padrone Matteo Salvini. Lui li ha chiamati “puzzolenti” anni fa proprio a una festa della Lega, brandendo una pinta di birra gli ha cantato che sono pure “colerosi”. Ma loro no, del vibrione se ne fottono, ora son leghisti. E passi se il vecchio Umberto Bossi li chiama “Africa”.

Rocco e i suoi fratelli sono vecchi e molto stanchi. Rocco, poi, “è un santo. Ma nel mondo in cui viviamo, nella società che gli uomini hanno creato, non c’è più posto per i santi come lui: la loro pietà provoca dei disastri”. Viva la Lega, viva il suo lider maximo, Matteo Salvini, ‘o ministro che tutto sa, a tutto provvede e tutto governa. Il Sud, si sa, ama farsi fregare. La sua storia è piena di grandi predoni che sono calati giù e hanno preso tutto quello che potevano e poi sono scappati tradendo speranze e fiducia. Ma i peggiori traditori sono stati da sempre i “meridionali da cortile”. Malcom X, il celebre leader afroamericano degli anni Sessanta, riferendosi al periodo schiavista, distingueva i neri in “negri da cortile” e “negri da campo”. I primi erano vicinissimi al padrone, vivevano con lui e portavano la sua voce agli altri, i “negri da campo”, convincendoli che il padrone era buono, che non bisognava ribellarsi. Quanti “meridionali da cortile” affollano il triste panorama della politica di questi tempi. Vogliono convincerci che Matteo è buono, che grazie a lui il pericolo che viene dall’altra sponda del Mediterraneo è scongiurato, che metterà le cose a posto in questa Italia sgangherata. E il Sud? Che porti mozzarelle e ‘nduja a Pontida.

L’autoanalisi della sinistra a Milano diventa un’ammucchiata

La sinistra sul lettino dello strizzacervelli. Sabato 14 luglio, giorno della Bastiglia e dell’attentato a Togliatti, all’ex ospedale psichiatrico milanese Paolo Pini di via Ippocrate ci sarà dalle 18 alle 23 “E ora?”, sorta di lunga autoanalisi “per ritrovarsi dopo un naufragio elettorale e culturale e cercare insieme le traiettorie per ricominciare a parlarsi e per uscire dal fastidioso senso di isolamento e abbandono che in tanti cominciamo a sentire”. E come? “Utilizzando un metodo innovativo e persino giocoso, per sperimentare nuove forme orizzontali di coinvolgimento di ciascuno”. Ohibò. A leggere in senso letterale questa dichiarazione d’intenti, si potrebbe cadere nell’equivoco: più che un incontro per discutere sulle ragioni di un fallimento politico, ci attende forse una grande ammucchiata? La gente (che la sinistra si ostina a trascurare) pensa infatti che la superficie orizzontale più comoda e “gioiosa” per socializzare sia quella del letto, della camporella o della spiaggia (di notte, un soognoo direbbe Briatore). È proprio il linguaggio, il primo degli ostacoli, come ben sa chi fa politica “sul territorio”. Le parole giuste smuovono le montagne. I concetti astrusi provocano frane.

Premessa dell’evento. “Se oggi la destra chiude i porti è perché noi ieri abbiamo chiuso i ponti”. Mea culpa. Perciò, riapriamo i ponti: “È necessario un generoso percorso di rimescolamento e contaminazioni senza certezze né risposte predeterminate”. Con un’avvertenza: “Non stiamo proponendo la formulazione di un appello all’unità delle forze della sinistra”. Sarebbe invece il caso di farlo. Ad Abbiategrasso, poco fuori Milano, il sindaco Nai ha concesso uno spazio per la “Festa del Sole” di Lealtà e Azione (6-7 luglio), organizzazione dichiaratamente nazifascista e antisemita. Ospiti, alcuni parlamentari e consiglieri regionali di Lega e FdI. Il cappio del sovranismo in salsa fascio-leghista si sta stringendo al collo di Milano. Dove non possiamo più appendere il cartello “qui non ci sono problemi”.

CR7, il Terminator della Real Casa

Se nel famoso film Terminator (James Cameron, 1984) a dare volto e fattezze umane al cyborg programmato per uccidere e giunto dal futuro era Arnold Schwarzenegger, nel film della Champions League 2018-2019 (più eventuali sequel) a dare fattezze da androide all’Umano programmato per vincere e giunto dal passato sarà CR7, al secolo Cristiano Ronaldo. Che a differenza del robot con endoscheletro metallico nascosto sotto uno strato esterno di tessuto simil-umano è un uomo in carne e ossa di anni 33, mesi 5 e giorni 4, un umano che dopo aver sgominato nelle sue scorrerie in terra d’Europa qualsiasi avversario pare intenzionato a proseguire la sua campagna di conquista sotto lo stemma di un club italiano, la Juventus, che non sapendo più come fare per togliersi di dosso l’etichetta di Grande Perdente d’Europa dall’alto delle 7 finali di Champions perse (record assoluto), ha deciso di provare a sovvertire il destino nel modo più semplice: per l’appunto ingaggiando lui, il Terminator del Pianeta Pallone.

Quando a 23 anni Cristiano Ronaldo conquista col Manchester United del generale Ferguson la prima Champions della sua collezione, i meccanismi dell’uomo-macchina non sono ancora del tutto perfezionati: con 8 gol l’attaccante cresciuto a Lisbona, nello Sporting, si laurea capocannoniere del torneo lasciandosi alle spalle Messi, Torres, Drogba e Gerrard, fermi a 6 gol, ma nella finale col Chelsea, vinta 6-5 ai rigori, Cristiano sbaglia la sua esecuzione. Non succederà più. Dall’Inghilterra CR7 vola a Madrid. Dove nel 2014 vince la sua seconda Champions ancora da capocannoniere (17 i gol segnati contro i 10 di Ibrahimovic, secondo) mettendo il sigillo al trionfo con il gol del 4-1 nella finale Real-Atletico finita ai supplementari. Nel 2016 ancora l’Atletico in finale, ancora un trionfo (questa volta ai rigori), ancora il suo sigillo (segna il penalty decisivo) e sempre da capocannoniere con 16 gol davanti a Lewandowski, secondo con 9. Ma il portoghese è insaziabile: e infatti l’anno dopo si prende la sua quarta Champions trascinando il Real al successo (4-1) nella finale contro la Juventus, cui infligge i gol dell’1-0 e del 3-1, sempre da capocannoniere con 12 gol, uno più di Messi; e l’anno dopo ancora, che poi sarebbe quello in corso, eccolo mettere le mani sulla sua quinta Champions, sottratta al Liverpool nella finale di Kiev vinta 3-1 stavolta senza un suo gol; e tuttavia, con CR7 nuovamente capocannoniere del torneo con 15 gol, sufficienti a tenere a distanza Salah e Firmino del Liverpool fermi a quota 11 e 10.

Cinque volte Pallone d’Oro e 5 volte secondo (4 dietro Messi, una dietro Kakà), con 121 gol segnati in 153 partite, alla media di 0,79 gol a partita, CR7 è il più forte cannoniere della Champions League di tutti i tempi. Dopo di lui ci sono Messi (100), Raul (71), Van Nisterlooy (60), Shevchenko (59) e per trovare i primi italiani dobbiamo scendere all’8° posto di Pippo Inzaghi (50) e al 13° di Del Piero (44). Per capire il valore di CR7: il pompatissimo Higuain, tra Real Madrid, Napoli e Juventus di gol in Champions ne ha segnati 23 in 77 partite alla media di 0,27 a partita. E insomma, diciamolo, se nemmeno CR7 basterà per riconquistare la Champions, alla Juve non resterà che un’ultima carta: chiedere all’Uefa di giocare una finale a Lourdes.

Il protezionismo americano è vecchio quanto gli Stati Uniti

Il declino relativo degli Stati Uniti inizia subito dopo la Seconda Guerra mondiale, il solo momento in cui la potenza americana ha goduto di una supremazia assoluta e senza rivali: ma è una legge inesorabile della vita (e non solo della vita politica) che il declino cominci sempre un attimo dopo l’apoteosi. Durante la guerra fredda, la Russia ha svolto in parte il ruolo bifronte che era stato della Gran Bretagna nella fase precedente: prevalentemente alleata nel “tenere sotto” l’Europa, e prevalentemente antagonista nel resto del mondo. Ma, a differenza della Gran Bretagna, la Russia non è mai stata un competitore da scalzare né un rivale in grado di contestare la supremazia degli Usa, a dispetto di quel che le ideologie del periodo lasciavano credere. Il crollo dell’Unione Sovietica ha accelerato il declino relativo degli Stati Uniti perché ha esteso le loro responsabilità nel mondo, contribuendo così ad aggravare la loro sovraestensione, e perché tutti gli altri rivali ne hanno approfittato per rafforzarsi.

Per il futuro immediato degli Stati Uniti non ci sono scenari alternativi a quello del declino: un declino che è relativo, ma che la presidenza Trump potrebbe rallentare o, molto più probabilmente, accelerare, ma di sicuro non invertire. Parlare di “declino” degli Stati Uniti, però, senza aggettivi, non ha senso. Infatti, in tutta la fase del loro declino relativo, il paese ha continuato a crescere: il suo prodotto reale, calcolato in dollari 2009, è passato da 2.218 miliardi nel 1945 a 16.716 nel 2016. Il declino relativo significa che il prodotto dei suoi rivali e competitori è cresciuto a ritmi più rapidi. Tra il 1945 e il 2016, il Pil americano è cresciuto di 7,5 volte ma, nello stesso periodo, il prodotto mondiale è cresciuto di circa venti volte; la crescita americana è stata quindi 2,5 volte e mezzo più lenta.

Paul Kennedy, che ha studiato l’ascesa e la caduta delle grandi potenze, avverte che esiste una “distinguibile relazione” tra i mutamenti degli equilibri economici e produttivi e “la posizione occupata dalle singole potenze nel sistema internazionale”; a una diminuzione, ancorché relativa, del potere economico di una potenza corrisponderà, presto o tardi, un indebolimento del suo peso politico. Kennedy, che scriveva nel 1987, sosteneva che, a causa del loro declino relativo, gli Stati Uniti non avrebbero più potuto permettersi di mantenere gli “interessi e gli obblighi globali” accumulati fino ad allora. Ben sapendo che quella indispensabile ritirata avrebbe ulteriormente diminuito il peso politico degli Stati Uniti; e che meno peso politico avrebbe significato anche meno prerogative e meno privilegi.

L’inquietudine è originata proprio da quel venir meno di prerogative e di privilegi; di tutti i vantaggi, insomma, che derivano dallo stare sulla plancia di comando del mondo. Il timore è che quel meccanismo di promozione sociale – la sostanza dell’American way of life – si sia inceppato. Per ora, le ansie precorrono la realtà: gli americani del 2016, mediamente, non vivevano peggio di come vivessero nell’ultimo decennio del secolo scorso, il più prospero del dopoguerra dopo gli anni 1960.

Rispetto alla Cina, invece, nel 2000 il Pil pro capite era 12,5 volte superiore a quello cinese, mentre nel 2016 la differenza si era ridotta a 3,7 volte soltanto. Se il prodotto lordo non spiega tutto, ancora meno spiega il prodotto pro capite che resta un buon rilevatore di ciò che è successo in questa prima porzione del XXI secolo, e soprattutto di dove si trovi la sorgente principale delle inquietudini americane.

L’esperienza degli Stati Uniti è interamente attraversata dal mito dell’insularità e dell’inviolabilità del loro territorio; gli attacchi dell’11 settembre sono stati più traumatizzanti per aver infranto quel mito che per il numero di vittime che hanno provocato. L’ideologia isolazionista è nata con la nascita degli Stati Uniti. Fin dal 1787, Alexander Hamilton riconosceva che il nuovo paese avrebbe dovuto godere di un “advantage similar to that of an insulated situation”. É proprio ad Hamilton, primo segretario al Tesoro del Paese, che si fa risalire la lunga storia del protezionismo americano, un compagno di viaggio pressoché costante nella storia del paese: la prima sostanziale apertura al commercio estero è stata varata solo alla fine della Seconda Guerra mondiale, quando gli Stati Uniti dominavano ormai incontrastati la produzione e il commercio mondiale.

L’isolazionismo era uno dei punti qualificanti della campagna elettorale di George W. Bush. Durante la presidenza di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno adottato 317 misure protezioniste in media ogni anno, cioé il 20 per cento di tutte le restrizioni al commercio adottate nel mondo, quasi sei volte di più del secondo paese più protezionista, l’India. Durante la campagna 2016, entrambi i candidati si erano espressi in favore del ritiro degli Stati Uniti dai due trattati di libero scambio nel Pacifico e nell’Atlantico, negoziati dall’amministrazione uscente; una posizione sostenuta con ancora maggior vigore dal “socialista” Bernie Sanders.

Donald Trump ha vinto perché ha incarnato la versione più aggressiva di una ideologia largamente condivisa. Ma l’America di Donald Trump, quella di Hillary Clinton e quella di Bernie Sanders sono esattamente lo stesso corpo politico imbevuto dello stesso comune sentire.

Anna Foa, ritornano i confini. Torna la punizione del confino

Improvvisamente, in una Europa che avrebbe dovuto essere rasserenata da 70 anni di pace, un’Europa dove abbiamo girovagato, liberi e felici come bambini, nell’area di Schengen (niente passaporti, niente soldati, niente controlli, niente limiti, sembrava una favola), è tornata una voglia di frontiera, l’invocazione mortuaria dei sacri confini (nel senso che tale invocazione ha generato più morti delle ricorrenti epidemie nel corso dei secoli), con gente armata, trappole, fili spinati a lama di rasoio, espedienti di blocco e di esclusione di tutti i tipi, fingendo emergenze inesistenti. Invano molti hanno parlato e scritto contro questa turpe invenzione, ben sapendo che la pretesa invasione dell’immigrazione era un falso. Ma una buona idea, storica e pedagogica, è stata realizzata da Anna Foa nel suo libro Andare per i luoghi di confino (Il Mulino Editore). L’autrice vuole che il lettore si renda conto che “il confino”, come pena e come forma di correzione (una misura di polizia per dissenzienti, che sembrava benevola, era crudele e negava ogni diritto fondamentale) può esistere solo (e anzi è inevitabile che esista) in un Paese circondato da confini armati, dove si possono chiudere illegalmente i porti, stabilire divieti arbitrari e decidere sul rischio delle persone che viaggiano e sul pericolo che, come i dissidenti, gli stranieri automaticamente portano di qua dal confine violato. La minaccia di togliere la scorta all’oppositore Saviano, non perchè si voglia profittare di un errore burocratico o di una inadeguata motivazione ma, senza discutere il suo pericolo, come forma di punizione del dissenso, corrisponde al confino (ti tolgo diritti e non ne rispondo a nessuno) e richiede un mondo di confini chiusi e la vita nel mondo claustrofobico di poche persone che sanno da sole che cosa vuole il popolo. Ammetto che sto forzando il senso del libro che è, in apparenza, soltanto un visita guidata nei luoghi non felici che sono stati per molti coraggiosi e disubbidienti italiani il luogo della vita separata e isolata, sotto il fascismo. Ma ho detto “in apparenza”. Un libro sul confino come punizione è anche, e per forza, la storia di un mondo di confini da difendere col sangue, dove è necessario isolare e respingere sia il disubbidiente che lo straniero. Entrambi sono “fuori” e devono restare “fuori”. Lo Stato vuole abbandonare Saviano alla camorra, come ormai si abbandonano regolarmente i migranti nel mare in tempesta. Ti spiegano che il loro destino non deve interessare il regime, o disturbare un Paese impegnato nel cambiamento.