“È grazie a Carlo se sono un’attrice”

“Mi aveva vista nel programma di Gianni Boncompagni e cercata per un provino. Accettai, ovviamente. Così a 17 anni partii per Roma insieme a mia madre, in totale incoscienza: non avevo studiato neanche le battute del film. Arrivai. Mi presentai. E trovai una persona calma, sorridente che invece di un classico provino mi scelse dopo una sorta d’intervista”. Carlo Vanzina aveva appena scovato nella 17enne Isabella Ferrari la sua Selvaggia di Sapore di mare .

Presa subito.

Non sono più ripartita da Roma, con lui non c’è stata la consumata formula “brava, ti faremo sapere”, ma “va bene, cominciamo tra poco”.

In mezzo a un bel cast.

Il primo giorno di set mi trovo accanto a Gianni Ansaldi, non sono tranquillissima, ma tutto bene; il secondo però ho davanti Virna Lisi, un’emozione assurda.

Il suo personaggio è diventato cult.

Improvvisamente le persone mi riconoscevano per strada, ma solo come Selvaggia, e a un certo punto sono stata assalita da un senso di ribellione, non ne potevo più, mi sentivo ingabbiata, per anni ho quasi rinnegato quel film.

Fino a quando…

Sono cresciuta e lo specchio si è ribaltato: finalmente ho ricominciato a provare affetto per quel personaggio. A Selvaggia e a Carlo devo veramente molto.

È riuscita a dirglielo?

Per fortuna sì. Spesso ci siamo incrociati, in particolare per le partite della Roma e più volte gli ho riconosciuto un merito o demerito: sono diventata attrice grazie a lui.

La sua reazione?

In perfetto stile Carlo Vanzina: un sorriso affettuoso, uno dei suoi, mai sguaiato, mai invadente, sempre leggero; perché riusciva ad associare l’entusiasmo alla calma, in questo modo estraeva il meglio dagli attori. Il suo sguardo tranquillizzava.

Specialmente quando si hanno 17 anni.

Davvero, incontrarlo è stata una fortuna, con qualunque altro regista la mia vita non sarebbe stata semplice; e con il passare degli anni ho compreso sempre meglio il valore di quell’esperienza sul set.

Ora verrà rivalutato o solo chiuso nei Cinepanettoni?

Penso di sì, se lo merita: insieme al fratello hanno creato uno stile di narrazione; uno stile che molti altri hanno tentato di imitare, ma con scarsissimi risultati. In alcuni casi i loro film mi hanno ricordato i racconti di Balzac.

Grazie, perché…

In qualche modo è riuscito a farmi fare pace con i miei tormenti.

Addio Vanzina, per 40 anni l’occhio su uno stile d’Italia

Se n’è andato l’occhio, dei fratelli Vanzina. Il regista dei due, Carlo, classe 1951 e un’altra senza età: “il massimo della snobberia è fare film di Natale, e la sera leggere Maupassant”. Aveva 67 anni, e fino all’ultimo ha avuto l’affetto dei propri cari, la moglie Lisa, le due figlie e il fratello Enrico: “Nella sua amata Roma, dov’era nato, ancora troppo giovane e nel pieno della maturità intellettuale, dopo una lotta lucida e coraggiosa contro la malattia – si legge nella nota della famiglia – ci ha lasciati il grande regista Carlo Vanzina amato da milioni di spettatori ai quali, con i suoi film, ha regalato allegria, umorismo e uno sguardo affettuoso per capire il nostro Paese”. Se ne va con lui un’idea snella, perbene e innocua di cinema, ancor prima un’idea di vita fatta cinema, e viceversa: dici “i Vanzina”, e subito immagini i Parioli, yuppie ante e post-litteram, finte bionde, cafoni smart, viziati e viziosi. Tutto istantaneo, all’impronta, e con talento: difficile forse apprezzare fino in fondo quei film, impossibile trascurarli, a meno di non coprire gli specchi. Non avranno fatto gli italiani, ma proseguendo in altre forme e con differenti sensibilità l’exemplum paterno, il sommo Stefano detto Steno (1915- 1988), Carlo e Enrico hanno massimamente contribuito a fare gli italiani sul grande schermo, con i tic del benessere, la volgarità del privilegio, l’arrivismo a prescindere per campo, controcampo e raccordo.

Sparò a zero Daniele Luttazzi, “preferisco i film porno a quelli dei Vanzina. I film porno sono meno prevedibili”, ma forse il problema non era, non è nella lente, bensì nella realtà: siamo prevedibilmente e prevalentemente cialtroni, deficienti, ignoranti, e Carlo, e Enrico non hanno tolto la camera, non hanno levato la penna e… cui prodest? Tra gli esornativi gradassi e i vezzeggiativi smargiassi del nostro fac-simile stampigliato prima su pellicola e poi su digitale, i fratelli non ci hanno di certo migliorato, elevato, tantomeno “salvato”, ma anticipare, precorrere, prevedere non è già di qualche guadagno? A dar retta allo storico Giampiero Brunetta, nel loro corpus “tutti i peggiori vizi del ritratto dell’italiano vengono dilatati, ma anche colti fenomenologicamente senza alcuna intenzione di giudizio moralistico come l’idiozia fosse un valore e il processo in atto fosse irreversibile”.

Non spiega questa idiozia fatta valore, e deprivata del congiuntivo, la cronaca politica degli ultimi anni, non fotografa lo stato dell’arte tra Palazzo e società incivile?

Tenendo bassa l’immaginazione, persino non frequentandola secondo i detrattori, i Vanzina hanno elevato a potenza iperbolica l’immagine, compilando film dopo film, il seminale Vacanze di Natale (1983) dopo il prediletto Sapore di mare (1983) l’identikit dell’arcitaliano, medio per intelletto, mediocre per gusto, aureo per paradiso fiscale. Ma di questo campionario financo bestiale, di questo ricettacolo di casi umani raramente umanista Carlo di concetto e di concerto col fratello maggiore non ha mai agevolato una copia conforme, al contrario, ha preservato la giusta distanza tra sé e il ritratto: distanza non verticale, ovvero classista, ma orizzontale, ossia artistica. In fondo, il suo è stato il cinema dello scarto, non per le merci antropologiche che trattava, bensì per il disallineamento, la non congruenza tra chi stava dietro e quel che stava davanti la macchina da presa, un distinguo che costantemente e premurosamente faceva avvertire: tra tante poetiche aspirazionali, Carlo ha predicato e praticato in lungo e in largo la sprezzatura, ha fatto del “potrei ma non voglio” il suo atto di contrizione, la sua resipiscenza d’autore.

La commedia sociale per genere, la leggerezza per imperativo categorico, la morale per fuoricampo interno: snob, ovvero sine nobilitate, per vocazione, la sua corposa filmografia vanta una novantina di titoli, un tot di scoperte (il Diego Abatantuno di Eccezzziunale… veramente e Viuuulentemente mia del 1982, ma anche Elio Germano ne Il cielo in una stanza del 1999), una confessione (Sotto il vestito niente, 1985) e qualche ladrocinio (In questo mondo di ladri, 2004; Non si ruba a casa dei ladri, 2016). Come Billo, il Jerry Calà di Vacanze di Natale, attribuiva a Don Backy “Ancora una volta abbiamo rimasti soli”, orfani di un regista che giovinetto si vedeva critico cinematografico ma poi passò oltre, si fece artigiano per immagini, italiano per difetto, signore per virtù, gentiluomo di necessità.

L’affaire della movida milanese tra blitz neofascisti e capimafia

Lame e movida, di mezzo un bel po’ di estrema destra e qualche non rara presenza mafiosa di peso. Il cocktail è robusto. E non manca di preoccupare. Milano si scopre vulnerabile, ferita nel suo brand più noto, quello del divertimento notturno. Non solo spritz, ma anche sangue e coltelli, serviti troppo spesso e troppo volentieri. I locali, nella capitale mondiale del fashion, vengono chiusi con cadenza quasi quotidiana. Dal 2017 a oggi sono ben 152, quelli che per ordine del Questore hanno dovuto tirare giù la cler per diversi giorni. Vari i motivi: presenza di pregiudicati, risse, episodi di sangue. E non parliamo solo dei kriminalbar della periferia, da Quarto Oggiaro al Corvetto, ma anche di discoteche che hanno fatto la storia glamour di Milano. Dai Magazzini generali, al Madison, al Volt, al The Beach di via Corelli. Ultimissima bandierina piantata, solo pochi giorni fa, l’Old Fashion Cafè, a due passi dalla Triennale. Nella nota si legge: “Grave episodio di violenza”. Chiusura per 30 giorni e incassi azzerati.

La decisione è arrivata dopo il ferimento di Niccolò Bettarini, figlio dell’ex calciatore e di Simona Ventura. Caso, comunque, risolto in poche ore dalla Squadra Mobile. Tentato omicidio l’accusa. L’aggressione avviene fuori dal locale. In arresto finiscono 4 persone, due sono albanesi, due italiani, uno pregiudicato per reati specifici, il secondo, giovanissimo, rimonta dalla periferia Nord, zona Affori, alla domenica sale le gradinate della curva Nord, lui ultras dell’Inter, mentre in settimana assiste alle partite dell’Hockey Milano. La passione per l’estrema destra nasce proprio nel palazzetto del ghiaccio. Come lui molti. Al Pala Agorà il proselitismo in chiave neofascista è sdoganato da tempo. In curva compaiono gli stemmi che richiamano da un lato CasaPound e dall’altro Lealtà e azione. La Digos per mesi ha tenuto i fari accesi su questo fenomeno. Tanto da arrivare a incardinare un fascicolo (oggi chiuso e in attesa di rinvio a giudizio) a carico di uno dei leader della curva con l’accusa di estorsione. Durante le indagini, il lavoro informativo ha messo nero su bianco una lunga lista di ragazzi, circa una trentina di nomi, tutti con appartenenza identica: da un lato la curva dell’Inter dall’altro la condivisione dei principi propagandati da CasaPound. Ma non si vive solo di calcio, hockey e neofascismo. Alla sera si esce, una birra, un bel po’ di chiacchiere. E quando si fa serata, la si fa tutti insieme.

Ecco allora che da settimane, la Questura ha alzato il livello dell’attenzione su questi gruppi di stampo neofascista che girano per i locali della movida milanese. Le loro zone sono dichiarate e vanno da corso Garibaldi all’Arco della Pace a corso Sempione. A volte corso Como, mai e poi mai la zona dei Navigli, che resta, a tutt’oggi, ancora di chiaro colore anarchico, se non altro perché in fondo alla ripa di Porta ticinese si anima il suk di via Gola, dove l’area dell’autonomia si mischia con la microcriminalità straniera. Gli episodi di violenza legati alla peggio gioventù neofascista non sono rari e spesso passano sotto traccia, perché i collegamenti vengono fatti a posteriori, ovvero dopo che le volanti sono intervenute. Il più grave si è verificato in corso Garibaldi. Qui, lo scorso 10 marzo, due ragazzi furono aggrediti da 12 persone vicine all’area di CasaPound e di Lealtà e azione. Futili motivi, si disse.

Poi tradotti in frasi come “voi siete dei compagni”. Per quell’episodio i 12 sono stati indagati per lesioni. Erano “armati” di caschi e spranghe. Coltelli, ma anche tirapugni e tutto il triste armamentario saranno poi trovati durante le perquisizioni. Ma c’è di più. Alcuni dei 12 sono legati alla curva dell’Hockey Milano. Il fenomeno delle aggressioni, che mischiano politica e logica ultras, è in aumento. La Questura lo tiene monitorato. Questi ragazzi non girano armati di coltelli, ma di caschi e spranghe. L’onda nera aumenta in modo parallelo alla diffusione di CasaPound sul territorio. Quartieri di periferia una volta di sinistra, ora risentono dell’influenza neofascista che cavalca il disagio sociale. Succede nella zona di via Mac Mahon. Una rinascita che per gli investigatori è legata anche al fatto che da oltre un anno il leader maximo del movimento vive in città. Gianluca Iannone si è trasferito a Milano per motivi personali. E la sua presenza regala fiducia.

L’obiettivo, ragionano gli analisti, è quello di trasformare Milano nella roccaforte nordista dell’estrema destra. Qui sono stati aperti diversi punti vendita di abbigliamento e qui Iannone e altri progettano di aprire locali, anche grazie ai consigli di Marco Clemente, personaggio dalla dichiarata fede politica, ma soprattutto uomo d’affari con interessi romani e milanesi. E che la movida sia un affare, lo sanno anche i manager vicini ai boss della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Corso Como è l’ultima frontiera. Recentemente, come svelato da il Fatto, il Comune, su indicazione della Prefettura e della Dia, ha sospeso la licenza al Ballarò. Tra i soci della srl Davide Lombardo, il quale, mai condannato per mafia, oltre ad avere legami con il clan Barbaro-Papalia, fino al 2009 è stato amministratore di un centro estetico a Sesto San Giovanni. Centro che Lombardo poi passerà alla moglie di Saverio Gualtieri braccio destro di Giuseppe Calabrò detto u Dutturicchiu, vicino alle cosche di San Luca a Milano. Legami e rapporti. Questo il lavoro della Dia. Sul tavolo dell’antimafia decine di informative su noti locali notturni. Un vero tsunami. Due conducono ancora in corso Como. Insomma, lame ma non solo. Oggi, tra blitz neofascisti e affari mafiosi, la movida più famosa d’Italia è sotto commissariamento.

Tasso di ricambio, parità di genere ed età delle squadre

Neanche il tempo di finire il giuramento, lo scorso primo giugno, e il governo Conte aveva già battuto un record. Dalle elezioni del 4 marzo erano passati 89 giorni: mai era servito così tanto tempo per la formazione di un governo nella storia della Repubblica italiana. Quasi tre mesi esatti, per un’attesa che ha superato di circa una settimana il precedente record fissato dal governo Amato nel 1992, quando di giorni ce ne vollero 83. E siamo lontani dai sei mesi necessari lo scorso anno per simili trattative in Germania, ma la mediazione tra Lega e Movimento 5 Stelle è stata comunque un’anomalia per il nostro Paese. Il risultato, come si legge da un rapporto di Openpolis, è un governo ampio, giovane ma con scarsa parità di genere.

Tra ministri, viceministri e sottosegretari siamo a 64 membri, due in più dell’esecutivo di Letta e tre in più di quello Renzi. A fare la differenza sono i 40 sottosegretari, che contribuiscono anche ad abbassare di molto la media anagrafica degli incaricati. Se l’età media dei soli ministri (50,27) era più alta di quella dei tempi renziani (47,27) e dell’ultimo Berlusconi (50), considerando anche i sottosegretari e i viceministri il dato scende a 46, infrangendo per la prima volta la barriera dei 50 anni. Si pensi, a questo proposito, che 14 di loro hanno meno di 40 anni e che 32 non arrivano ai 50. La giovane età del governo Conte fa il paio con un altro dato riportato da Openpolis: dei 64 membri nominati, soltanto due avevano avuto precedenti esperienze nell’esecutivo. Si tratta di Paolo Savona, ministro per gli Affari Europei già ministro dell’Industria con Carlo Azeglio Ciampi, e di Enzo Moavero Milanesi, agli Esteri con Conte dopo essere stato agli Affari Europei con Mario Monti e Enrico Letta.

Il tasso di ricambio, ovvero la percentuale di ministri che non avevano avuto incarichi simili in passato, supera l’89 per cento ed è dunque tra i più alti della seconda Repubblica, secondo soltanto al governo di Mario Monti, composto interamente da tecnici alla loro prima esperienza. Per rimanere all’ultima legislatura, Letta portò il 77,30 per cento di volti nuovi nell’esecutivo, Renzi il 70,60 e Gentiloni, che ricalcò in gran parte le nomine di Renzi, si fermò al 21,10.

Scarsa invece la presenza delle donne: se si considerano i soli ministri, il governo Lega-5 Stelle è in linea con i predecessori, ma la percentuale cala in maniera drastica se la ricerca si allarga ai viceministri e ai sottosegretari. Nel governo Conte ci solo due ministre con portafoglio: Giulia Grillo alla salute e Elisabetta Trenta alla difesa. Entrambe succedono ad altre 2 donne che avevano ricoperto l’incarico sia nel governo Renzi che in quello Gentiloni. Mentre le donne nel consiglio dei ministri sono cinque (a Grillo e Trenta, si aggiungono Giulia Bongiorno, Barbara Lezzi ed Erika Stefani), ovvero il 27,78 per cento del totale, stessa cifra del governo Gentiloni, di poco inferiore a quella di Enrico Letta (33,33 per cento) e superiore a quella dei temi di Monti (16,67) e Berlusconi (19). Sul totale dei 64 nominati, invece, le donne sono soltanto 11 (17,19 per cento): ancora meglio dei governi Monti e Berlusconi, ma lontano dal 30 per cento sfiorato da Renzi, Letta e Gentiloni.

I governi a confronto nei primi 30 giorni

Ogni governo, nei suoi primi trenta giorni, sa di poter contare su una forte spinta popolare. Una luna di miele. Che si tratti di larghe intese, che abbiano o meno una legittimazione elettorale, o che siano frutto di un contratto, tutti sanno di dover capitalizzare l’iniziale fiducia dei cittadini, mettendo a segno qualche manovra di impatto in grado di addolcire gli animi in vista delle inevitabili grane future. Da Berlusconi in avanti – con l’eccezione del governo tecnico di Monti con le sue “decisioni impopolari” per evitare che “il Paese andasse a sbattere” – la strada scelta dai governi è stata quella di sfruttare l’onda lunga della campagna elettorale, aumentando il consenso su temi cari ai propri elettorati grazie a cavalli di battaglia di lunga data come la casa, il lavoro o la lotta alla casta. Colpi ad hoc che, tuttavia, alla prova dei fatti non si sono rilevati tali.

 

Governo Berlusconi: abolizione Ici e Alitalia

Crollato il governo Prodi, nel 2008 Silvio Berlusconi (quater) torna a Palazzo Chigi e si ricorda della promessa-spot già lanciata nel confronto tv con il Professore di due anni prima. “Aboliremo l’Ici”, annuncia l’ex Cav, riferendosi all’odiata tassa sulla casa che l’anno precedente aveva garantito all’erario 3,3 miliardi di euro. E in effetti il primo provvedimento va in questo senso: il 21 maggio, una settimana dopo aver ottenuto la fiducia alle Camere, il governo abolisce l’Ici sulle prime case ad esclusione di ville e castelli. La cosa non piace ai Comuni, che protestano per il mancato gettito. Tanto che il governo Berlusconi nel marzo 2011 sarà costretto a stabilire l’introduzione, a partire dal 2014, dell’Imu (Imposta municipale propria). Ad attuarla, e a fare cassa, sarà però il governo Monti, subentrato a fine 2011. Ma il tema più scottante è un altro: Alitalia è sull’orlo del fallimento e Berlusconi, dopo aver fatto saltare la trattativa con Air France, decide di trasformare il prestito ponte di 300 milioni in patrimonio netto della compagnia, manovra poi dichiarata illegittima dalla Commissione europea, che bolla il provvedimento come “aiuto di Stato”. Nel giro di poche settimane la guida di Alitalia (che poi diventerà Cai, Compagnia aerea italiana) viene affidata a Corrado Passera, allora advisor di Intesa San Paolo, mentre Berlusconi tenta di rilanciare l’azienda puntando sui Capitani Coraggiosi (dalla famiglia Benetton a Marco Tronchetti Provera, passando per Emma Marcegaglia) che avrebbero rilevato la parte sana dell’azienda per garantirle un futuro, a cifre però molto meno vantaggiose dell’accordo – saltato – con Air France, versando solo 427 milioni di euro. Una scelta scellerata, i cui danni si fanno ancora sentire per le casse pubbliche: per non lasciare a terra gli aerei, sono state accordate alla compagnia numerose iniezioni di contante tra il 2008 e il 2014 (che ha portato Alitalia in regalo gli arabi di Ethiad).

 

Governo Letta: stop (spot) finanziamento ai partiti

Dopo la parentesi Monti e uno stallo di due mesi, Enrico Letta giura da presidente del consiglio il 28 aprile 2013, forte di un’ampia maggioranza che va dal Partito democratico a Forza Italia. Mentre la Camera approva il decreto sui pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione (varato da Monti), il 17 maggio il governo si smarca dall’impopolare predecessore sospendendo la prima rata dell’Imu che avrebbe procurato un gettito di circa 2 miliardi di euro. Nello stesso Cdm arriva il rifinanziamento della cassa integrazione con un miliardo di euro, assieme a un decreto per prorogare di sei mesi i contratti a termine della pubblica amministrazione e al taglio delle indennità di carica dei ministri. Un tema, quello dei costi della politica, di cui Letta ha fretta di fregiarsi: nei primi 30 giorni di governo mette in cantiere il decreto per l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, il cui disegno di legge verrà approvato il 31 maggio. Tutto facile? Macchè: il disegno di legge si impantanerà in Parlamento e a dicembre Letta sarà costretto a un decreto, convertito dalle Camere a febbraio dell’anno successivo.

 

Governo Renzi: riordino Province e tante slide

Scalzato il serenissimo Letta nel giorno di San Valentino del 2014, Matteo Renzi non fa in tempo a ricevere l’incarico da Napolitano che è già ora di annunci: a febbraio le riforme costituzionali e elettorali, a marzo il lavoro, ad aprile la pubblica amministrazione e a maggio il fisco. Il 12 marzo ci sono tanto di slide ed effetti speciali per presentare il programma dei primi 100 giorni, favorito da un’attività parlamentare già avviata da quasi un anno: una prima versione dell’Italicum è già approvata alla Camera e presto diventerà legge il decreto Delrio sul riordino (e non l’abolizione) delle Province. Sullo sfondo c’è poi il traino delle imminenti elezioni europee di maggio. Il decreto legge per l’abbattimento dell’Irap e l’aumento degli 80 euro in busta paga arriverà il 18 aprile, ma intanto a fine marzo cento auto blu finiscono all’asta su Ebay. L’incasso non cambia le sorti dei conti pubblici, ma è una bandierina niente male per la campagna anti-privilegi del rottamatore, che intanto alza le aliquote della Tasi su richiesta dei Comuni, rimasti in ginocchio dall’abbattimento delle tasse sulla casa. Nei primi trenta giorni di governo il Consiglio dei ministri approva anche il decreto Poletti sul lavoro, che aumenta il termine consentito per i rinnovi dei contratti a tempo determinato (prima era 12 mesi, adesso passa a 36) e stabilisce che i contratti a termine nelle aziende con più di cinque dipendenti non possano superare il 20% di quelli a tempo indeterminato. Nello stesso provvedimento sparisce l’obbligo di indicare le esigenze che inducono il datore di lavoro ad attribuire una scadenza al contratto.

 

Governo Gentiloni: salva-Mps e Popolari

Il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 boccia la riforma Renzi-Boschi e il governo avvia il restyling. I ministri restano (quasi) tutti gli stessi, ma a Palazzo Chigi va Paolo Gentiloni. La prima grana riguarda le banche e il provvedimento del nuovo governo fa discutere: il premer vara il Salvarisparmio, ma con 20 miliardi di euro viene avviato il salvataggio del sistema bancario italiano (leggasi: Monte dei Paschi di Siena e Popolari), messi a disposizione con nuovo debito pubblico. Decreto blindato un mese più tardi anche in Parlamento, dove l’esecutivo pone la fiducia e incassa il sì. Intanto proprio a fine anno c’è tempo per il Milleproroghe, decreto che rinvia alcune scadenze imminenti: salta il tetto alle spese per le consulenze dell’Anas, viene prorogata la detrazione Iva al 50% per l’acquisto di case in classe energetica A e B (a basso impatto energetico), slitta l’obbligo di adeguarsi alle disposizioni antincendio per asili nido e alberghi, è confermato il bonus di 500 euro ai neo 18enni, viene rimandato il termine per il Piano ambientale dell’Ilva e avviene una blanda regolamentazione del noleggio di auto con conducente. Il primo mese di Gentiloni si conclude con la firma sui nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza), ovvero l’elenco delle prestazioni sanitarie che le Regioni devono fornire ai propri assistiti; una misura ritenuta insufficiente da alcune associazioni del settore ma che mancava da 17 anni. Negli stessi giorni il ministro dell’Interno Marco Minniti incontra in Libia il capo del governo Fayez al Serraj per porre le basi degli accordi sull’immigrazione, che porteranno nei mesi successivi a un forte calo degli arrivi in Italia, al fronte del rafforzamento dei centri di detenzione libici.

 

Governo Conte: decreto dignità e migranti

Immigrazione e lavoro. Su questo si è concentrata l’attività di governo nei primi 30 giorni dell’esecutivo di Giuseppe Conte, cavalcando i temi attorno a cui Lega e Movimento 5 Stelle hanno riscosso i maggiori consensi in campagna elettorale. Otto consigli dei ministri, 5 decreti legge – già in vigore, in attesa dell’approvazione in Parlamento – e due disegni di legge: abbastanza per far dire a Matteo Salvini che “ha fatto più il nuovo governo in un mese che la sinistra in cinque anni”. Il riferimento, almeno dal punto di vista del Carroccio, è alla chiusura dei porti alle navi delle ong e all’intesa per mandare in Libia motovedette e navi per il pattugliamento del Mediterraneo. Una spilla sul petto di Salvini che ha imposto un’accelerata sui temi sociali da parte dei Cinque Stelle portando all’approvazione nell’ultimo Consiglio dei ministri del decreto dignità, un insieme di norme contro il precariato e il gioco d’azzardo. Che fosse lecito attendersi qualcosa di più o meno, l’esecutivo Conte porta con sé la mediazione di due forze politiche una volta rivali e con diversi elettorati di riferimento, condizioni che hanno tardato la sua formazione e il completamento delle nomine governative.

“Toninelli non studia: è solo un burattino nelle mani della Lega”

Gentile direttore, ho letto l’intervista rilasciata al vostro quotidiano dal ministro Danilo Toninelli, che ogni giorno di più mostra il suo vero volto di burattino nelle mani di Matteo Salvini.

Non esiste più per questa politica degenerata alcuna differenza tra vita e morte, tra dignità e mancanza di diritti, tra legge e illegalità. Parlano delle prime e dei secondi come se tutto si equivalesse.

Tre questioni secondo me vanno chiarite:

1) L’orientamento del governo di delegare unicamente ai libici la gestione dei salvataggi in mare è folle e criminale, e non a caso si parla di recupero degli accordi stretti tra Berlusconi e Gheddafi: che bel cambiamento!

2) Il legame tra traffico di persone e Ong è da rigettare con forza (non c’è una sola prova di legame fra trafficanti e Ong), in special modo dopo il fallimento giudiziario delle elucubrazioni di Carmelo Zuccaro, ma a Toninelli e al suo burattinaio (Lei lo definisce non a torto “Cazzaro Verde”) fa comodo fare disinformazione e continuare ad alimentare falsi sospetti verso chi salva vite e in più è testimone degli esiti criminali degli accordi tra Italia e Libia

3) (e rispondo su ciò per cui mi si chiama in causa) le Ong hanno più volte effettuato salvataggi in quell’area in passato, anche con il coordinamento del Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma, visto che i libici non erano in grado di farlo e non lo sono neanche adesso.

Queste le informazioni che ho riportato per mostrare quanto il ministro ignori colpevolmente la storia recente dei salvataggi in mare e le dinamiche che l’hanno governata. Mi rendo conto di quanto sia inutile chiedere a Toninelli di studiare, poiché l’obiettivo suo, e del suo compare, è mantenere un potere nella maniera più becera possibile, creando paura e armando disperati contro altri disperati.

Per questo non posso che concludere manifestando il più profondo disprezzo, umano e politico, per questa caricatura di ministro.

Sbarca una nave militare. Salvini fa infuriare la Difesa

Dopo le ong, ora tocca alle nave militari. L’arrivo, sabato sera, del pattugliatore irlandese Samuel Beckett, nel porto di Messina, con a bordo 106 migranti quasi tutti del Sud Sudan, ha provocato l’ira di Matteo Salvini che su Facebook ha dettato l’agenda che porterà sul tavolo europeo di Innsbruck, dove giovedì 12 luglio si svolgerà il primo vertice dei ministri degli interni Ue nel corso del semestre a presidenza austriaca. “La richiesta italiana è di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo. Purtroppo – ha scritto Salvini nel post – i governi italiani degli ultimi cinque anni avevano sottoscritto accordi (in cambio di cosa?) perché tutte queste navi scaricassero gli immigrati in Italia, col nostro governo la musica è cambiata e cambierà”. Una stretta sugli sbarchi che però dovrà convincere Germania e Austria che vorranno invece proporre a Salvini di sottoscrivere un’intesa bilaterale con Berlino per riprendersi i migranti che, sbarcati nei porti italiani, hanno poi raggiunto la Germania.

La priorità di Salvini, invece, è stoppare gli accordi europei già stipulati, facendo sbarcare altrove (Malta, Nord Africa o in altri Paesi Ue) i migranti salvati in acque Sar libiche. Posizione condivisa anche dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli che, dopo l’intervista rilasciata al Fatto – in cui ha spiegato che l’Italia continuerà ad aiutere la Libia per riportare la legalità – ha commentato: “Abbiamo accolto a Messina 106 migranti salvati dalla nave Eunavformed. Ce lo impone il folle accordo europeo Sophia con cui Renzi ha svenduto gli interessi dell’Italia. Rispettiamo la regola, ma ora va cambiata. Quello migratorio non può più essere solo un problema italiano, sennò rischia l’Europa”.

Il riferimento di Toninelli e di Salvini è alle missioni internazionali che vigilano sul Mediterraneo nell’ambito degli accordi Ue, come l’operazione navale Eunavformed Sophia, al cui comando dal 2015 c’è l’ammiraglio Enrico Credendino, dispositivo di cui fa parte la nave militare irlandese che ha attraccato a Messina. L’operazione, che fu lanciata dall’Ue in seguito ai naufragi dell’aprile 2015 ed è stata rinnovata il 25 luglio 2017, ha lo scopo di neutralizzare le consolidate rotte della tratta dei migranti nel Mediterraneo e la sede operativa è situata a Roma. Vi partecipano tutti gli Stati membri ad eccezione della Danimarca, che forniscono attività militari e personale. Finora le navi che sono intervenute lo hanno fatto solo in casi di grave emergenza per soccorrere i migranti in difficoltà; una procedura seguita anche per lo sbarco di Massina.

Dai riscontri sembra, infatti, che il primo soccorso dei migranti sia avvenuto in zona Sar libica nella notte fra il 4 e il 5 luglio, dopo che un mercantile – che ha avvistato un gommone con a bordo 93 uomini, due donne incinte, 11 minorenni – ha dato l’allarme. Il pattugliatore Beckett si è così rivolto al centro operativo di Roma che ha indicato il porto di Messina come quello dello sbarco, dove ad accogliere i 106 migranti c’erano centinaia di magliette rosse che aderivano all’iniziativa sull’accoglienza promossa dal fondatore di Libera, don Luigi Ciotti.

L’ulteriore giro di vite annunciato da Salvini non è però piaciuto al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Tanto che ieri sera, fonti del suo ministero hanno sottolineato che la competenza sulle missioni internazionali non è del Viminale. “Eunavformed è una missione europea ai livelli Esteri e Difesa, non Interni. Quel che vanno cambiate sono le regole di ingaggio della missione” e occorre “farlo nelle sede competenti, non a Innsbruck”. L’azione, spiegano ancora le fonti, “deve essere coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali, fermo restando che la guida italiana per noi è motivo di orgoglio”.

Intanto oggi Salvini sarà ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e poi vedrà il premier Giuseppe Conte per mettere a punto la proposta dell’Italia al vertice di Innsbruck.

Pd ai ferri corti. Renzi: “Sbagliate Matteo…”

Alla fine di una giornata parecchio impegnativa, Matteo Renzi si affida ai social per parlare con i compagni di partito: “Mi spiace per chi insiste a polemizzare sempre e comunque con me. Prima o poi sarà chiaro anche a quelli che insistono con le divisioni interne e le lotte fratricide che stanno attaccando il Matteo sbagliato”. Dice l’ex premier, che anziché concentrarsi sulle liti tra correnti, i democratici dovrebbero concentrarsi nell’opposizione al governo gialloverde. Eppure, sabato durante l’assemblea Pd, è stato proprio lui a rinfocolare la guerra interna, attaccando duramente chi dentro al partito non è stato, né prima né adesso, dalla sua parte. Il giorno dopo, comunque, il pezzo di discorso che ha lasciato più feriti è quella che ha riguardato Paolo Gentiloni. Renzi non ha avuto toni morbidi nei confronti dell’ultimo presidente del Consiglio espresso dal Pd, accusandolo di essere una delle ragioni della sconfitta elettorale. Ieri mattina, il segretario appena rieletto, Maurizio Martina ha bollato le critiche a Gentiloni come “sbagliate e ingiuste”. E anche il sindaco di Milano Beppe Sala, un tempo vicino a Renzi, ha detto che l’ex segretario gli è sembrato “inutilmente polemico” e che “non è più la guida giusta” per il partito: “Stando anche a quello che aveva detto lui, cioè ‘per due anni sto zitto’, mi pare che abbia voluto lui fare un passo indietro – ha detto Sala – quindi non credo che debba essere un candidato per la prossima segreteria, ma francamente non credo nemmeno voglia”.

Non la pensa così la deputata ligure Raffaella Paita che ieri è intervenuta nella discussione con una accorata difesa dell’ex segretario: “Non capisco in cosa il discorso di Renzi abbia potuto scatenare tante inutili polemiche. Forse perché quello che abbiamo ascoltato ieri era il discorso di un leader? Se questo è il punto, fatevene una ragione. Purtroppo il carisma, la dialettica e l’analisi politica – la leadership per intenderci – non si inventano”. Sarebbe la minoranza, insomma, a soffrire per il senso di inferiorità rispetto all’ex segretario. Risponde a lei e ai renziani un altro ligure, l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Il Pd ha giustamente sollevato per primo il tema delle fake news. Tutti i suoi dirigenti e militanti dovrebbero anche per questo astenersi dal loro uso. Quella per cui ‘si è perso per le polemiche delle minoranze’ è una fake news. Tre milioni di voti non si perdono per le polemiche interne”. Tira le somme l’ex ministro Carlo Calenda: “L’Assemblea di ieri è riassumibile in questo modo. Siamo fermi al ‘chi ha sbagliato’. Renzi dice Gentiloni, la minoranza dice Renzi. Così non si va da nessuna parte”.

Decreto dignità, scontro Di Maio-B. La Lega resta zitta

Il silenzio non è rassicurante. Nel giorno in cui Silvio Berlusconi occupa una paginata del Corriere della Sera per attaccare le politiche del lavoro del governo gialloverde, la Lega non fiata. Nemmeno un sibilo per replicare al loro (ex) alleato che usa toni violentissimi contro il decreto dignità firmato dal ministro Luigi Di Maio. “Norme che scontentano tutte le categorie produttive”, dice Berlusconi, “soluzioni vetero-comuniste” che saranno una “zavorra per l’occupazione” scritte tra l’altro da uno “che non ha mai conosciuto il mondo del lavoro”.

Lancia l’appello a chi “è stato eletto con il comune programma del centrodestra”, il leader di Forza Italia. E alla vigilia dell’approdo in Parlamento del testo “bandiera” dei Cinque Stelle, tutto sembra tranne che un biglietto di auguri. Eppure, nel Movimento, sono convinti che il silenzio dei leghisti stia nel gioco delle parti. Così come i Cinque Stelle hanno lasciato campo libero a Matteo Salvini sull’immigrazione (anzi, a lui è arrivato il continuo sostegno del ministro Danilo Toninelli) altrettanto supporto arriverà dai leghisti al provvedimento che Luigi Di Maio si è cucito addosso.

Domani il testo verrà incardinato in commissione e comincerà il suo iter parlamentare, anche se non è ancora chiaro quali tra le commissioni Lavoro, Attività Produttive e Finanze verranno riunite per la discussione. Le prime due sono a presidenza leghista, la terza è guidata dalla grillina Carla Ruocco. Come ovvio, in tutti e tre i casi, se la Lega volesse provare a fare quelle “modifiche” di cui Matteo Salvini ha parlato all’indomani dell’approvazione in consiglio dei ministri, potrebbe farlo con l’appoggio del resto del centrodestra: in nessuna commissione i 16 deputati in quota Cinque Stelle potrebbero fare “da argine” ad eventuali “annacquamenti”, come li ha chiamati Di Maio.

Tra mercoledì e giovedì il ministro sarà sentito in audizione e lì, spiegano, avrà modo di rassicurare anche il nervoso fronte degli imprenditori: nei decreti attuativi della nuova legge sul lavoro verranno chiariti i nodi che più agitano le associazioni datoriali. Sono convinti, Di Maio e i suoi, che le novità sui contratti a termine vadano nella direzione in cui già si trovano Francia, Spagna e Germania, in particolare per quanto riguarda la durata massima consentita (il decreto dignità la abbassa da 36 a 24 mesi) e gli obblighi di “causalità” (viene reintrodotta la necessità di esplicitare i motivi per cui l’impiego è a scadenza).

Più che delle norme sull’occupazione, secondo i Cinque Stelle, Berlusconi è preoccupato dal divieto della pubblicità al gioco d’azzardo che andrà direttamente a incidere, come ovvio, anche sugli introiti delle sue aziende: questione, la stretta agli spot sulle scommesse, a cui nella lettera al Corriere non si fa cenno. Berlusconi si agita “perché abbiamo tutelato gli interessi delle fasce più deboli e non quelli delle lobby del gioco d’azzardo tanto care alle sue tv – dice Di Maio – Se ne faccia una ragione, noi continueremo a lavorare nell’esclusivo interesse delle famiglie”. Oggi, il ministro interverrà nuovamente sul tema, probabilmente attraverso l’ormai rodata diretta Facebook.

Ma mi faccia il piacere

L’economista di riferimento. “Tutti in tv si chiedono dove troverà questo governo i soldi per mantenere le promesse elettorali. Basterebbe che il precedente governo gentilmente svelasse dove ha preso tutti quei miliardi per salvare le banche…” (Jerry Calà, Twitter, 5.7). “Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!” (Luigi Di Maio, capo politico M5S, vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo, retwitta Calà, 5.7). E poi dicono che i 5Stelle non hanno consiglieri economici di valore.

Voce del verbo. “Bancarotta e truffa, Verdini condannato in appello. Crac del Credito cooperativo fiorentino, pena ridotta a 6 anni e 10 mesi. I legali: ricorriamo” (Corriere della sera, 4.7). Lui intanto, più che ricorrere, comincia a correre.

Allergia al carcere. “’Si è aggravato, rischia un infarto’. Oggi Dell’Utri uscirà da Rebibbia” (Corriere della sera, 7.7). Il famoso infarto da cella.

Peggio la toppa del buco. “Per ricordarmi ogni giorno che le fake news sono un problema, mi sono portato in ufficio il modellino dell’Air Force Renzi, come l’hanno chiamato i nostri amici che ora sono al governo. C’hanno fatto tutta la campagna elettorale… ecco il modellino, guardatelo. Io su questo aereo non ci sono mai salito” (Matteo Renzi, ex premier ed ex segretario Pd, Facebook, 5.7). Quindi, oltre che costoso, l’Air Force Renzi era pure inutile. Ora i 150 milioni per l’affitto li mette lui?

Facce. “Berlusconi riappare e chiede subito la Vigilanza Rai. E poi voglio in campo facce nuove” (Repubblica, 5.7). La sua è fuori concorso: è di bronzo.

Lo stratega. “Basta buonismo, sicurezza decisiva. La ruspa non è di Salvini, ho abbattuto 150 insediamenti (Rom, ndr) abusivi. Lui chiacchiera, mentre noi le cose le facciamo davvero” (Dario Nardella, sindaco Pd di Firenze, Corriere della sera, 5.7). Per battere la Lega, basta essere più leghisti di Salvini. Come non averci pensato prima?

Per la barba del profeta. “Bene la corsa di Zingaretti, ma ci sono anche altri nomi: oltre a Nicola e Martina, ci sono Orlando, Pinotti, Mogherini. Li lanciai io da segretario dei Ds” (Piero Fassino, deputato Pd, Corriere della sera, 3.7). Ecco perchè Zingaretti, Martina, Orlando, Pinotti e Mogherini non fanno che grattarsi da una settimana.

Il Ballottoliere. “M5S e Lega ci sono già costati più di 5 miliardi” (Paolo Gentiloni, Pd, ex premier, La Stampa, 4.7). “Ecco i successi del M5S. Soldi in fuga. In due mesi (sic, ndr) di governo Conte, via dall’Italia 55 miliardi” (il Giornale, 7.7). Ancora 150 anni ed eguagliano Pd e FI.

Il format. “Il format di Renzi ci interessa. Abbiamo contattato il suo manager per capire di che si tratta” (Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente e ad di Mediaset, 5.7). Nazareno of Cards.

Quarto grado. “Il Quirinale irritato per la richiesta (di Salvini per un incontro con Mattarella, ndr) sui media. E non è disposto a fare il quarto grado di giudizio” (Corriere della sera, 6.7). Mattarella non si chiama Napolitano e Salvini non si chiama Mancino.

Italiani infettivi. “Il cordone sanitario che in Europa si sta stringendo contro l’infezione italiana, potrebbe scattare con grande anticipo” (Andrea Bonanni, Repubblica, 23.6). Un altro vaccino obbligatorio?

Ritorno alle origini. “Ora il mio sogno è tornare ancora in Mongolia. Quando rivedo le tende nelle praterie sconfinate, piango” (Carlo Tavecchio, ex presidente Federcalcio, Gazzetta dello sport, 30.6). Mi raccomando: che nessuno provi a trattenerlo.

L’esperto. “La commessa di Sala (sulle Olimpiadi invernali del 2026, ndr): contenere le spese e progettare per il futuro” (La Stampa, 7.7). Come per l’Expo del 2015. Stavolta però gli alberi li porta lui da casa.

Agenzia Sticazzi. “In morte dell’opinione pubblica. Reagire all’agenda fuffa” (rag. Claudio Cerasa, il Foglio, 3.7). “Salvare le imprese dalla gogna populista. Mobilitarsi” (rag. Cerasa, il Foglio, 4.7). Certo, come no. Mo’ me lo segno.

Il titolo della settimana. “Il decreto dettato dalla Cgil. Forza Italia s’indigna: ‘I 5Stelle sono il nuovo Pci’” (il Giornale, 4.7). “La svolta ‘comunista’. Di Maio spaventa le imprese” (Il Dubbio, 4.7). Uahahahahahah.

I titoli della settimana. “Declino della Merkel. La culona sgonfiata” (Libero, a proposito delle difficoltà della cancelliera tedesca Angela Merkel, 2.7). “Chi è il Salvini tedesco che manda la Germania a ‘culona’ all’aria’” (Libero, 3.7). Ma quindi, fateci capire: era tutto vero?