Pronti, via: cadute, polemiche, volate e sorprese: il Tour è già show feroce

Primo luglio: Chris Froome persona non grata al Tour numero 105.

2 luglio: riabilitazione lampo del britannico. L’Uci e la Wada ritirano le accuse per la positività al salbutamolo rilevata alla Vuelta lo scorso 7 settembre. 3 luglio: la camera arbitrale dello sport francese annulla il veto. 4 luglio: la Sky ufficializza la partecipazione di Froome. 5 luglio: Grand Départ in Vandea, Froome è travolto da una furibonda salva di fischi alla presentazione delle 22 squadre (176 corridori, 8 per squadra, 13 gli italiani capitanati da Vincenzo Nibali). 6 luglio: si ventila l’ipotesi di uno sciopero dei corridori.

7 luglio: prima tappa, 201 km da Normontier a Fontenay-Le Comte. Piatta ma gruppo nervoso per le polemiche. A 5 chilometri dall’arrivo Froome viene coinvolto in una caduta. Va per prati. Niente di rotto, per fortuna. Però la bagarre dei velocisti ha spezzato il gruppo. Davanti, volata imperiale del colombiano Fernando Gaviria che brucia il campione mondiale Peter Sagan e Marcel Kittel. Nibali è 11°. Dietro, Froome e Richie Porte buscano 51”, Nairo Quintana peggio (ha forato a 3 chilometri dall’arrivo), 1’15”. Della Sky si salva Geraint Thomas, arrivato coi primi. Il Tour è appena cominciato e ha già una classifica feroce.

Archi, mezza squadra col Daspo. E il capitano arrestato per violenza

“E dài Tegano facci un goal”. “Noi gli sbirri non li vogliamo”. “Chi non salta è un celerino”. In un video pubblicato su Facebook qualche settimana fa, sono immortalati i cori dei giocatori dell’Archi Calcio, la squadra reggina che milita in prima categoria e che, tra i suoi calciatori, vanta anche alcuni rampolli della cosca Tegano oltre al figlio di un boss dei De Stefano.

L’anno prossimo, però, rischia di non partecipare al campionato la squadra di calcio di uno dei quartieri a più alta densità mafiosa di Reggio Calabria teatro, negli anni Ottanta, della seconda guerra di mafia. Il questore Raffaele Grassi, infatti, ha decimato la squadra emettendo 10 provvedimenti Daspo nei confronti di 5 giocatori e di altrettanti tifosi uno dei quali minorenne.

La linea dura si è resa necessaria in un territorio dove la ‘ndrangheta utilizza il pallone come strumento per creare consenso. Per la polizia, infatti, da mesi il rettangolo di gioco si era trasformato in un ring dove i sani valori dello sport hanno ceduto il passo all’illegalità e alla violenza tanto da provocare un clima di apprensione per tutti gli avversari che dovevano giocare ad Archi nell’ultimo campionato.

Nonostante la prefettura abbia disposto nelle scorse settimane che le partite si sarebbero giocate su campo neutro, questo non ha impedito il verificarsi di azioni violente come quella del 27 maggio scorso quando un gruppo di calciatori del Vigor Lamezia è stato aggredito con calci e pugni.

Era il giorno dello spareggio play-off che ha spalancato ai lametini le porte della promozione. La sconfitta per 1 a 0 evidentemente ha alterato gli animi dentro e fuori il capo. Basta pensare che, dopo aver acceso fumogeni negli spalti, al termine della partita un tifoso ha addirittura scavalcato la recinzione della tribuna e trovandosi di fronte un giocatore del Vigor Lamezia lo ha colpito con un violento pugno al volto.

Le misure di sicurezza e di ordine pubblico disposte dal questore durante l’anno in occasione delle partite di prima categoria erano pari a quelle della Serie B a causa delle tensioni che si registravano ogni qualvolta giocavano gli “arcoti”.

Un provvedimento di Daspo ha raggiunto anche un calciatore lametino che ha partecipato alla rissa. Tutti quanti, adesso, non potranno assistere più alle partite e hanno l’obbligo di presentarsi in questura ogni volta che l’Archi Calcio sarà impegnata nelle gare ufficiali di campionato.

Un altro duro colpo per la squadra che già nelle scorse settimane aveva perso uno dei suoi giocatori di punta, il capitano 22enne Giovanni Tegano, nipote omonimo del boss ergastolano ed ex latitante. Da alcuni anni protagonista delle risse nei locali della movida reggina assieme ad altri figli e nipoti di boss, il giovane rampollo è finito agli arresti domiciliari per violenza privata aggravata dal metodo mafioso. Spalleggiato da altri “teganini” (così vengono chiamati), il capitano dell’Archi Calcio ha pestato un avvocato che aveva osato dirgli di stare attento a come stava parcheggiando la sua auto. “Ma sai chi sono? Io sono Giovanni Tegano” è stata la sua risposta prima di aggredirlo fuori da un locale nel centro di Reggio.

Leoni contro guerrieri croati: vittoria in casa di Putin

Solo i rigori potevano fermare l’armata russa, sulla cui cavalcata sono state gettate sospetti e facili ironie di favori casalinghi, ma in realtà si spiega solo come l’ennesima favola di questo Mondiale, stavolta senza lieto fine. Dopo Francia e Belgio, nell’altra semifinale ci saranno la Croazia, miracolata per la seconda volta di fila dal dischetto, di nuovo fra le prime 4 al mondo esattamente 20 anni dopo il grande rimpianto di Francia ‘98, forse per un credito aperto col destino. E l’Inghilterra, che in Russia quasi non voleva andarci: dopo il caso Skripal paragonavano Putin a Hitler, lanciavano accuse di doping e di spionaggio, parlavano apertamente di boicottaggio. E invece proprio a Mosca, anzi ancora più lontano, fino a Samara, gli inglesi non hanno trovato spie, hooligans pericolosi e poliziotti violenti, ma la semifinale che mancava dai tempi di Italia ‘90.

Il sogno di Putin di trionfare anche nel calcio è durato più di 90 minuti. In queste settimane è stato guida, capo spirituale e pure un po’ ct (il suo portavoce non ha mancato di ricordare dopo ogni vittoria le telefonate all’allenatore Cherchesov, che rispondeva sottolineando pubblicamente l’importanza del sostegno presidenziale) di una nazionale quasi imbattibile. Anche ieri, nel quarto contro la Croazia che sembrava perso in partenza, e poi pure sul campo a un paio di minuti dalla fine dei supplementari, la Russia non si è mai arresa: è passata in vantaggio con il gol capolavoro del solito Cheryshev, ha subito la rimonta, ha trovato la rete del 2-2 praticamente a tempo scaduto. Ai rigori è stato decisivo l’errore di Manuel Fernandes, ma i croati anche con un pizzico di fortuna hanno dimostrato la loro forza fisica, tecnica e soprattutto mentale. Forse sono davvero pronti a vincere qualcosa.

In Russia sono contenti lo stesso: avevano organizzato un Mondiale solo per far bella figura davanti al resto del mondo, sperando di non vergognarsi della propria nazionale; sono arrivati addirittura nei quarti e l’obiettivo è più che raggiunto dopo aver eliminato la Spagna. È comunque il miglior risultato del calcio russo nell’era post-sovietica.

Nell’altro quarto, invece, la Svezia ha dimostrato che non era il caso di rivalutare troppo il fallimento dell’Italia di Ventura: bastava fare gol subito per trasformare l’imperforabile retroguardia scandinava in una modesta squadra di provincia. L’Inghilterra ci è riuscita due volte, con altrettanti colpi di testa (prima Maguire, poi Dele Alli). In Russia ha trovato tutto ciò che era mancato per decenni al football britannico, proprio nel Mondiale che era iniziato con il clima di una spedizione militare in terra nemica, avvelenato dal caso Skripal e dai rapporti ai minimi storici tra i due governi.

La nazionale è sbarcata tra brutti presentimenti e timori più o meno infondati, accolta da blindati e guardie giurate. Le istituzioni, dal principe William a Theresa May, passando per il capo della Football Association, hanno disertato il torneo. I tifosi, sconsigliati da media e autorità che avevano diffuso una serie di notizie allarmistiche sui rischi di scontri con gli ultras locali e le violenze della polizia russa, sono rimasti a casa. In piena paranoia da spy story, la Federazione aveva addirittura preteso la costruzione di un muro di 4 metri intorno al piccolo impianto di Zelenogorsk che ospita gli allenamenti, per proteggere i giocatori da osservatori avversari e chissà che altro. Poi qualcosa è cambiato: giorno dopo giorno, partita dopo partita, gli inglesi hanno scoperto che il Mondiale non era poi così male. E nemmeno la Russia.

L’idillio è sbocciato nel ritiro di Repino, paesino da 3mila anime a una cinquantina di chilometri da San Pietroburgo, tra il verde dei boschi e l’azzurro del golfo finlandese, dove i ragazzi di Southgate hanno trovato pace e concentrazione. Sono arrivate le prime vittorie, e adesso pure i tifosi: 3mila per gli ottavi con la Colombia, altrettanti ieri per la Svezia, molti di più ce ne saranno per la semifinale a Mosca, dove si giocherà pure la finalissima. Ora – ammettono – i “russi sono fantastici” e “qui non c’è nessun pericolo”, a maggior ragione visto che i padroni di casa sono stati eliminati e l’imbarazzante incrocio è stato scongiurato. Le scorie dell’incidente diplomatico non sono ancora smaltite, come le tracce del Novichok, il gas responsabile dell’attacco a Skripal che la settimana scorsa nella stessa zona avrebbe avvelenato un’altra coppia di cittadini britannici. Ora, però, la Russia non fa più paura.

Sotto gli affreschi di Villa Falconieri i giovani “ovidiani” discettano in latino

Dalla stazione Termini, il taxi si avvia verso i Castelli. A grado che ci avviciniamo, l’aria si fa fresca e tersa. Un verde delizioso, con le sfumature scure del bosco, rinfranca gli occhi. Si sale. Dal bosco giungono fragranze. Si costeggia l’imponente monumento della Villa Aldobrandini. Era appartenuta al vescovo cinquecentesco Alessandro Rufini. Costui doveva essere ricchissimo, se, continuando a salire verso la sinistra, si arriva a un’altra villa da lui fatta costruire, la Falconieri.

Passata al cardinale Gian Vincenzo Gonzaga, pervenne subito ai Falconieri, che ne furono proprietarî fino al 1859. Orazio, che l’acquistò, la fece rifare dal Sangallo e da Borromini. Più piccola, più svelta, ma anche più elegante della Villa Aldobrandini, la delizia, secondo quella tradizione dei successivi depositi stilistici dai quali sortono affascinanti risultati, subì interventi settecenteschi. Alcuni affreschi sono di Pier Leone Ghezzi, al quale, come disegnatore, dobbiamo i soli ritratti autentici di Vivaldi e Pergolesi.

Gli affreschi di quattro grandi sale sono dedicati al ciclo delle Stagioni e sono densi di riferimenti mitologici. Luigi Miraglia, che con la sua Accademia da due anni la occupa, spiega che nei suoi agi e riposi si riuniva un’altra Accademia, l’Arcadia: e Gravina, Metastasio, Crescimbeni, vi conversavano e discettavano.

Miraglia, negli occhi del quale vedi un fuoco sacro con una venatura di disperazione, ha creato una delle imprese più utopiche, più folli – e più belle. Il Vivarium Novum: per insegnare ai ragazzi il latino (e, mi sono accorto, pure il greco). Si tengono corsi universitarî: giovani di tutto il mondo, lì soggiornanti, imparano la più bella lingua che l’uomo abbia avuta. Non solo a leggerla, a possederne la letteratura: fra loro debbono parlare latino. Chiusura dell’anno accademico. Un convegno su Ovidio, una delle poche iniziative che la Patria abbia fatte per il bimillenario di uno dei più grandi poeti nostri. E sono restato a bocca aperta. Dopo ogni lezione, tenuta in italiano, uno degli allievi (tra i diciotto e i venticinque, all’apparenza) riassumeva in latino per gli altri, aprendo una discussione, il contenuto della lezione.

Ho dovuto pregare qualcuno di loro di parlare a ritmo più lento, ché il discorso era così fluido che non riuscivo a seguirlo.

La sintesi delle lezioni, compresa la più difficile per il tema, la mia, era esemplare per – innanzitutto – comprensione di quel ch’era stato detto; poi per chiarezza di esposizione; infine – ma è la stessa cosa – per eleganza. I ragazzi hanno fatto anche una rappresentazione mitologica e un concerto: e mi pareva di essere in un’università della prima rinascenza europea, dopo la carolina, quella del dodicesimo secolo; non a caso definita aetas ovidiana, perché Le Metamorfosi e i Fasti sono stati il principale mezzo per trasmettere poeticamente la cultura dell’Antico. Mentre l’Ovidio erotico suggeriva l’amore a un’epoca che, tra ecclesiastici e laici, non chiedeva di meglio.

La più bella delle lezioni del convegno è stata tenuta da un ottantasettenne: su La tellus in Virgilio e in Ovidio. È Gerardo Bianco, che avevo conosciuto nel 1990 da ministro della Pubblica Istruzione. Di fronte a tanta dottrina, semplicità, amore per la poesia, mi sono sentito smarrito. La Prima Repubblica – il caso supremo è Moro – aveva dato anche politici duri, operosi, scaturiti da una rigida selezione, ch’erano pure grandi uomini di cultura.

Il confronto cogli ultimi due decennî è atroce.

Addio a Steve Ditko, vero padre dell’Uomo Ragno

La maledizione di Steve Ditko continua nei necrologi sui siti web che lo ricordano come “il disegnatore di Spider Man”. No, Ditko è stato il vero creatore di uno dei personaggi di maggiore successo della storia del fumetto. È morto a 91 anni nel suo appartamento di New York il 29 giugno, pare, anche se la notizia è stata diffusa soltanto ieri. Professionalmente, però, era già scomparso nel 1968 quando abbandonò la Marvel col numero 38 di Amazing Spider Man. Da allora si è guadagnato la reputazione di “Salinger dei comics”, introvabile, non intervistabile, fermo nel rifiuto di autografare i fumetti che aveva pubblicato, impegnato in alcune auto-produzioni sconosciute ai più ispirate ai romanzi filosofici di Ayn Rand, la scrittrice dell’individualismo liberista. Eppure, lui di liberista aveva ben poco: secondo un articolo del New York Post del 2012, la sua casa era piena di tavole originali di Spider Man, disegni che sul mercato dei collezionisti valgono oggi centinaia di migliaia di dollari ciascuno. Ma Ditko non solo rifiutava di venderle, ma le usava come taglieri in cucina. Perché per lui i fumetti andavano scritti, disegnati, stampati e letti. Non erano oggetti da collezione o strumenti d’investimento.

Quella di Ditko è una scelta di ripiego come autore di Spider Man. Nel 1962 Stan Lee ha l’idea di un nuovo supereroe, un ragazzo-ragno, un po’ rachitico e poco affascinante come, appunto, i ragni. Si rivolge al suo disegnatore di riferimento, il solito Jack Kirby, che di lì a poco sarà il principale artista dell’Universo Marvel (da Capitan America ai Fantastici Quattro). Kirby però ha un approccio troppo spettacolare, Spider Man risulta troppo eroico. E allora Lee lo passa a Steve Ditko, autore più attento alla caratterizzazione dei personaggi senza i costumi che alle scene d’azione, che darà vita anche al Doctor Strange. Spider Man debutta nella collana Amazing Fantasy, poi si merita una testata tutta sua. Come funzionasse il processo produttivo delle storie lo ha raccontato lo stesso Ditko in appendice al primo speciale annuale di Spider Man, nel 1964: tre paginette che volevano essere una parodia del rapporto con lo scrittore Stan Lee ma che finiscono per risultare uno sfogo. Si vede Lee, circondato da tutti i suoi personaggi, che si sveglia nel cuore della notte e subito chiama Ditko per raccontargli l’idea che ha appena avuto per l’Uomo Ragno: “Cosa ne dici, caro Steve? E tanto per divertirci faremo dodici vignette per ogni pagina!”. Risponde Ditko: “Come sarebbe a dire faremo? Io disegno mentre tu non fai altro che esercitarti a mettere la firma!”.

In effetti, Ditko lavorava da autore completo. Lee magari aveva avuto l’intuizione, ma poi era Ditko a fare tutto, incluse le chine, senza quella divisione delle mansioni che è tipica del fumetto americano e che serve a rispettare i tempi di consegna. Ma il merito, alla fine, lo ha sempre preso Lee.

Oggi Ditko è ricordato, nella galleria degli autori di Spider Man, soprattutto per la sua capacità di raccontare i drammi adolescenziali di Peter Parker, il ragazzo sotto la maschera, tra fidanzate gelose, insegnanti esigenti e la vecchia e fragile zia May. Ma chi rilegge oggi le storie di Ditko – ristampate a ciclo continuo da Panini e, di recente, nella collana da edicola Marvel Classic della Rcs – può osservare alcune delle trovate grafiche che, quando applicate da altri autori come Will Eisner, hanno fatto gridare al capolavoro. Per esempio le tavole a tutta pagina in cui Spider Man si lancia tra i grattacieli: in un unico disegno Ditko riesce a inserire diversi piani narrativi, spaziali e temporali, attraverso cui il lettore si muove seguendo le acrobazie di Spider Man. Fumetto allo stato puro che solo pochi, perfettamente padroni della tecnica narrativa e del talento artistico necessario, riescono a realizzare.

“Io, Zero, Bertè e la Pravo: così da reietti ci siamo presi la rivincita sulla vita”

“Mica vorrà parlare dei miei 70 anni”. Un po’. “Questo tipo di chiacchierate rischiano di diventare sgradevoli”. Perché? “Alla fine sei costretto a stilare un bilancio della vita, e i bilanci sono sempre pesanti, tra attese iniziali e risultati finali; tra castelli di sabbia e realtà di cemento. Non quadra mai tutto”, riflette Roberto D’Agostino mentre si accende un sigaro, si sistema la camicia bianca aperta quasi fino all’ombelico, si accomoda in poltrona. Con lui i tatuaggi sono solo l’apparenza più esplicita, ultima traccia di un’esistenza giocata su note simili a un romanzo di avventura, con venature da saggio esistenziale, o satira di costume. È una sorta di rigattiere delle esperienze, le più diverse; una lavatrice assemblata senza la classica attenzione al bianco o alle tinte: non importa, va benissimo il color-Dago.

Il suo ufficio è come un quadro pop-art: Elvis è appeso al muro e suona a ogni cader di ora; la foto con Renzo Arbore, o quelle nude di Patty Pravo. Forme falliche ovunque. Santini. Falce e martello, il vecchio computer della Apple diventato un soprammobile. Una Simmenthal gigante come tavolino.

Ieri sono diventati 70.

La differenza con i 30 o i 40 anni è la consapevolezza di essere diventati giovani. E reinventarsi è l’unico modo di stupire sempre se stessi.

Quante volte ci è riuscito?

In tre o quattro casi: l’obiettivo era trovare un lavoro piacevole, costruito intorno a una passione, solo così la fatica non arriva.

Ha iniziato in banca…

Entrato nel 1968, felicissimo: la certezza di mettere insieme il pranzo con la cena, e ben 16 mensilità.

Dove viveva?

A San Lorenzo, quartiere unico e proletario, ma solo prima dell’arrivo dei barbari.

I barbari, sono?

Gli studenti universitari. Lì sono cresciuto in una realtà particolare, chiusa, ci conoscevamo tutti e tutti eravamo alle prese con lo choc dei bombardamenti: i miei non andavano da Pommidoro (ristorante noto anche per Pasolini), perché il cantinone era stato un rifugio dove avvenne una carneficina.

Una sorta di paesone.

Ognuno con un soprannome.

Il suo?

A 14 anni avevo gli occhiali ed ero balbuziente: mi chiamavano Quattrocchi o Tartaja.

Deriso.

Fino a quando ho pregato mia madre di portarmi dal logopedista e ho impiegato anni per risolvere il problema, o almeno arginarlo: ancora oggi dico “pissicologia”.

La sua fuga dalla balbuzie?

Mi rifugiavo nelle letture e quando i libri non bastavano, “comunicavo” con i pugni. Questione di sopravvivenza.

Il primo rapporto sessuale.

Un’impresa a metà degli anni Sessanta. Con un gruppo di amici siamo andati al Mandrione (periferia romana), dove c’erano le baracche delle prostitute, tutti armati di profilattici simili a copertoni di camion. Quando scopavi sentivi il battistrada, ma già l’idea e la vista di una donna nuda, bastavano.

Così difficile avere un rapporto?

A bocce ferme, lo possiamo dire: l’unica rivoluzione che è diventata realtà non arrivò dalle ideologie ma dalla farmacia, dalla scienza, a partire dagli anni Settanta grazie alla pillola, e poi con il Viagra.

Torniamo a San Lorenzo e gli studenti…

Un giorno mi fottono la 500, vado al bar da Er Patata, entro incazzato: ‘Ma questi che vojono rubà a casa dei ladri?’.

E il Patata?

Affranto, risponde: ‘Si sono sbagliati, scusa’. Poco dopo ritrovo l’auto.

(Scocca l’ora, Elvis canta “Hound dog”)

Cosa leggeva?

Io e il mio amico Paolo Zaccagnini (critico musicale), nel 1964/65, eravamo prigionieri felici dei libri della Beat Generation, il nostro manifesto era l’introduzione di Fernanda Pivano a On the road di Kerouac, poi fui stregato dal profetico La società dello spettacolo di Guy Debord.

Come ha conosciuto Zaccagnini?

Nel 1965 frequentavamo gli stessi due posti: lo studio radiofonico di Bandiera gialla e il Piper; in particolare al Piper si è formato un gruppo di “reietti sociali”, capelloni con abbigliamento considerato perfetto per il gay pride, tra cui brillavano Nicoletta (Patty Pravo), Renato (Zero) e Loredana (Bertè).

Chi era il più talentuoso?

Nessuno. Ma non per mancanza, solo perché tutto il mondo attorno a noi era lontanissimo dalla nostra sottocultura pop.

Innamorato della Pravo?

No.

Della Bertè?

Aveva le gambe più belle, uno stacco di coscia che accendeva sogni proibiti: quando entrava al Bandiera gialla gli occhi erano solo per lei.

Chi era il leader?

Paolo era trascinante, mentre io, ancora balbuziente, ballavo, tanto da finire tra i Collettoni di Rita Pavone, e poi comparsa in un paio di film di Lina Wertmüller. E sempre con Paolo nel 1965, vado a Londra senza il becco di un quattrino: dormivo per terra nella sua stanza.

Conosceva l’inglese?

Mi arrangiavo con un vocabolario circoscritto ai testi dei Beatles, Bob Dylan e Rolling Stones: compravo Sorrisi e Canzoni e traducevo i loro pezzi… Fino al 1968 è stato un periodo felice, culturalmente effervescente, ogni giorno una sorpresa; poi dal ‘68 al ‘78, dieci anni folli, salvati solo dalla liberazione sessuale.

Il primo film porno?

A casa di un collega di banca, era organizzato con il proiettore sparato su una parete bianca; all’epoca esisteva un contrabbando di pellicole hard, visioni che riservavano dei coccoloni ormonali, mentre per scopare dovevi frequentare i gruppi politici.

Il più fecondo?

Lotta continua, il migliore per promiscuità, mentre Potere Operaio era zeppo di maschietti picchiatelli. In Lotta continua alla fine comandavano le donne.

La prima volta si è sposato nel 1972.

A 24 anni con Tina Semprini. Mia madre morì a 50 anni per un tumore, mio padre, saldatore alla Breda, la pagò con un cancro al polmone. Volevo una famiglia.

Grandi festeggiamenti?

In chiesa con i familiari e serata in casa con gli amici. Bisboccia “rovinata” dalla mitica Pivano; a un certo punto, chiede silenzio: ‘Ora i maschietti vanno in cucina a lavare i piatti, pulire i bicchieri, mettere a posto. Noi restiamo qua a chiacchierare’.

Anche Zero in cucina?

Non c’era, ma con Renato ho condiviso molto altro.

(Abbassa la testa e mostra una cicatrice sul cranio)

Cosa è successo?

Anno 1965, correvamo con la 500 di un amico. All’incrocio di via Sicilia, una precedenza non rispettata e veniamo travolti da un’altra vettura: entriamo direttamente dentro un negozio di pompe funebri. Ci spacchiamo la testa. Sanguinanti, arriviamo in ambulanza al Policlinico e lì accade un altro incidente: io al reparto maschile mentre Renato, in panta-collant glitterato, capelli sulle scapole, lo portano dalle donne.

Roba da scenetta comica.

Urlo: ‘Cosa fate! Non lo vedete che ha il cazzo?’. Gli infermieri erano davvero convinti del fascino femminile di Renato, che era bellissimo, usciva di casa vestito “normale”, arrivava da me, si cambiava nel portone, e prendevamo la circolare direzione Piper.

Matrimonio finito per…?

Anche per eccessi sessuali: allora è successo di tutto.

Vuol dire?

Totale sregolatezza, comprese le droghe: c’erano persone che tornavano dall’India con le palline di oppio in tasca, i finanzieri neanche capivano.

In banca come la guardavano?

L’agenzia era a Centocelle, quartiere inzeppato di immigrati del sud; dopo un anno si erano abituati alle mie stravaganze, compresi i capelli lunghi; l’unico accenno di insofferenza, per gli zoccoli olandesi: troppo rumore.

In quegli anni a Centocelle viveva Enrico Nicoletti, poi cassiere della Banda della Magliana.

Lo conoscevo benissimo, in teoria aveva una concessionaria d’auto, in realtà prestava soldi a chi non otteneva fidi dalla banca: uscivano da me con un “no” e si rifugiavano da lui che staccava assegni.

Tipo losco…

Simpatico, come capita spesso ai delinquenti. Un giorno lo accompagno nel caveau: ‘Come mai hai due pareti di cassette di sicurezza?’. E lui: ‘Apri’. Obbedisco, e mi ritrovo davanti a una distesa di sterline oro: unica valuta non tracciabile.

Vero professionista.

Ribadisco, uno simpatico e con regole: una mattina ero allo sportello, servivo un cliente, arriva il figlio, mi interrompe. ‘Un attimo e ti do retta’. Il ragazzo inizia a insultarmi e Nicoletti parte con due schiaffoni al figlio: ‘Porta rispetto’.

Nicoletti è stato carabiniere.

L’ho visto accompagnato da un generale dell’Arma tutto impennacchiato: ‘Ti hanno arrestato?’ ‘È il mio autista’. Così nessuno lo fermava.

Passo indietro: Bandiera Gialla. Lei ha dichiarato: “Arbore non si tocca, un mito, mentre con Boncompagni non ho mai legato troppo”.

A quei tempi Gianni era già straordinario e forse noi sbarbatelli gli risultavamo noiosi, fragili culturalmente; è andata meglio quando a metà degli anni Ottanta ho partecipato alle sue Domenica In: ero cresciuto e abbiamo legato.

Si sente un numero uno?

In assoluto no, però in alcune occasioni ho dimostrato coraggio e incoscienza, specialmente nel 1978 quando mi sono licenziato dalla banca.

Partecipò all’Estate romana dell’allora assessore Nicolini…

Renato è stato fondamentale per uscire da quegli anni Settanta di paura e morte, dove la gente la sera restava in casa, atterrita da pallottole volanti e scontri con la polizia. Ha permesso ai romani di riconciliarsi attraverso la cultura: sola e unica politica.

Ha sentito la paura?

Una mattina, con l’eskimo d’ordinanza, passo in piazzale Clodio e vedo uscire dal tribunale un gruppo di fascisti. Non scappo, tranquillo della presenza delle forze dell’ordine. Col cazzo. Mi circondano e iniziano a sputarmi, uno schifo non descrivibile.

Partecipava alle manifestazioni?

Una volta con mia moglie Tina per scappare dalle cariche e dalle molotov in piazza Santa Maria Maggiore ci rifugiamo con altri compagni all’interno dell’Upim; fuori ci aspettavano i celerini, mia moglie era disperata, ‘ti buttano fuori dalla banca’, così prendo al volo un completo grigio, entro nel camerino, lo indosso, pago. Esco. Sembravo davvero un bancario….

Si ritiene sopravvissuto?

Solo uno che ha vissuto, con i suoi errori, e con la fortuna di essere nato nel 1948 e di aver goduto di decenni fantastici, compresa l’attuale rivoluzione digitale.

I suoi anni Ottanta…

Grazie a Quelli della notte, sono entrato nei famosi salotti romani, ho iniziato a frequentare persone in grado di maciullarti con una sola battuta, personalità come Ettore Scola o Paolo Villaggio, Sergio Corbucci e Achille Bonito Oliva. La prima regola? Dissacrare il banale e la retorica.

Sempre, chiunque.

Una sera arriva Liza Minnelli, girava a Roma un film e doveva restare in città almeno tre mesi. Finita la cena le chiediamo di cantare, lei ci rivolge uno sguardo semi-schifato. Torna qualche giorno dopo, stessa scena. Alla terza cede, va al pianoforte e intona qualche pezzo.

Scalpo ottenuto…

Dalla volta successiva inizia a cantare a ripetizione, e noi pronti a sciabolare cinismo: ‘Che palle, questa ricomincia…, vedi, ora fa Money Money, non c’è nulla in Tv?’; quando Scola appariva sulla soglia del salotto di Irene Ghergo, esclamava: ‘Quanta brutta gente…’. E tra i presenti c’erano Alberto Moravia, i Rosi, Ruggero Guarini, ecc.

Quanti anni ha impiegato per sentirsi a suo agio?

Avevano una cultura strepitosa: uno come Federico Fellini mi intimoriva, così come Enrico Lucherini o Sergio Corbucci.

Corbucci non amava Sergio Leone.

Rivali di spaghetti western. L’aveva soprannominato: “Francis Ford Caccola”. Ma le cene erano battaglie: chi partecipava si preparava a casa con aneddoti e battute, non si andava impreparati, mangiare era un optional.

Lei timido…

Da trentenne, da adulto solo con Alberto Arbasino e Federico Zeri.

Insieme a Zeri ha scritto un libro.

Un lavoro di sei mesi, e vivere con lui è stata un’esperienza non replicabile. Un genio. Magari parlava in inglese, la barzelletta in tedesco, la battutina in francese, la calata in romanesco.

Quanto ha lottato con la calvizie?

Colpa dei capelli verticali.

Eh?

Fine anni Settanta, parto per New York, dovevo assolutamente vedere lo Studio54. Ci riesco. E incontro John Sex (performer) con il suo grattacielo tricologico.

Un’illuminazione.

Per anni ho mantenuto la stessa acconciatura e con degli sforzi improbi, coadiuvati dalla lacca Cielo Alto. Potentissima. Credo di essermi bucato pure il cervello. E per mantenere la forma dormivo con i piedi fuori dal letto.

Una mandrakata.

Quando mi rendo conto di non poter più tamponare il crollo, mi affido a un guru statunitense. Arrivo nel suo studio e scopro che è pelato. Boh. Si presenta il figlio, anche lui calvo. Altro boh. Ma il meglio è stata la moglie: aveva quattro capelli in testa.

Se n’è andato…

No, ho provato lo stesso, mi hanno spalmato in testa dei prodotti osceni e puzzolenti; alzo la testa e accanto a me c’era Federico Fellini.

Del gruppo anni Sessanta, chi frequenta ancora?

Sono legato a tutti, insieme abbiamo attraversato l’ostilità della società: quegli anni valgono più di un grado di parentela. (Si ferma, sorride) Con Paolo sono stato cacciato di casa.

Per cosa?

Nel 1967 andiamo al concerto dei Rolling Stones e restiamo folgorati dall’abbigliamento di Brian Jones: pelliccia di lupo e scarpine rosa.

Impossibile non imitarlo.

Torno a casa, apro l’armadio di mamma e le prendo una orribile pelliccia di astrakan, lastricata di vermoni pelosi; Paolo fa lo stesso, con un visone. Usciamo, direzione Piper. Al ritorno trovo i miei sul balcone e in lacrime: ‘Abbiamo il figlio frocio’.

Negli anni le hanno dato spesso del gay.

In particolare ai tempi di Quelli della notte.

Si piace?

Se mi piacessi intellettualmente, raggiungerei il massimo dell’imbecillità.

(Sulla parete ha affisso al neon una frase dei Nirvana: “Nessuno muore vergine, la vita fotte tutti”. Auguri)

Torna la pioggia: pronto il blitz per i 12 ragazzini nella grotta

Dalle 21 di ieri (le 16 in Italia) è arrivata la perturbazione monsonica tanto temuta dai soccorritori dei 12 ragazzi da 14 giorni nella grotta, e che è prevista duri fino a mercoledì. In tal caso il livello dell’acqua nella grotta tornerà a salire in fretta, col rischio di intrappolare i giovani calciatori e il loro allenatore per mesi. In attesa di annunci ufficiali, sembra che la finestra utile per i soccorsi si stia rapidamente chiudendo. Il peggioramento del tempo costituisce una delle due variabili che governatore Narongsak Osatanakorn aveva menzionato come fattore che avrebbe fatto accelerare i tempi. In tarda serata, al campo base delle ricerche i soldati hanno installato un lungo telo di plastica che copre ai giornalisti la visuale dall’entrata della grotta al parcheggio dove attendono le ambulanze che trasporteranno i 13 intrappolati in ospedale.

NordCorea e Usa già agli antipodi sull’accordo nucleare

Ai “passi in avanti” sul nucleare si sono contrapposti “dispiacere” e “delusione”: le interpretazioni opposte del segretario di Stato Mike Pompeo e della Corea del Nord ai due giorni negoziali sulla denuclearizzazione a Pyongyang sono la spia di un meccanismo già vicino all’usura. “Sono problemi complicati, ma abbiamo fatto progressi su quasi tutte le questioni centrali. In alcune parti molti progressi, in altre c’è ancora molto lavoro da fare”, ha detto Pompeo prima di lasciare il Nord e spostarsi a Tokyo dove informerà gli omologhi nipponico e sudcoreano. A poche ore dalla partenza, la Corea del Nord ha espresso “dispiacere”: il ministero degli Esteri ha accusato Washington di “premere unilateralmente” per l’abbandono del nucleare tradendo lo spirito della Dichiarazione di Singapore del 12 giugno firmata da Trump e Kim Jong-un.

La mafia internazionale delle protesi

Operazioni chirurgiche non necessarie consigliate a pazienti angosciati e sofferenti solo per ottenere laute commissioni da fabbricanti e distributori di protesi mediche internazionali. È ciò che accade da anni (anche) in Brasile dove non si ferma lo tsunami della polizia federale brasiliana, contro gli uomini della “mafia delle protesi”. Martedì la polizia ha sgominato un’organizzazione che operava attraverso la complicità di funzionari governativi, giudici, medici, aziende, soprattutto multinazionali.

L’operazione è stata chiamata “Risonanza” originatasi da un’importante indagine, la cosiddetta “Frattura esposta”, sorta dalla Lava Jato, la famosa tempesta investigativa della magistratura che indaga la tangentopoli della società petrolifera pubblica Petrobras. “Frattura esposta” ha sgominato un’organizzazione che guadagnava milioni di dollari con la vendita di protesi sovrafatturate. La giustizia ha autorizzato l’arresto di 22 presunti membri dell’organizzazione criminale, tra cui il direttore dell’Istituto Nazionale di Traumatologia e Ortopedia, André Loyello. Sono state condotte perquisizioni anche presso gli uffici della multinazionale Philips a São Paolo, società della quale sono sotto inchiesta almeno due dirigenti.

Agenti di polizia e procuratori si sono recati a Rio de Janeiro nelle residenze del medico Sergio Cortes, ex segretario della Salute pubblica dello Stato di Rio de Janeiro e degli imprenditori Miguel Skin e Gustavo Estrellita, entrambi sotto arresto. Secondo il ministero federale, è stato identificato un cartello che operava dal 1996 al 2017 con Oscar Iskin, il leader del gruppo formato da almeno 33 imprese organizzate sotto il nome del “Club commerciale internazionale”.

Il club era formato dai principali manager che lavorano per fabbricanti multinazionali di attrezzature mediche, le quali ottenevano appalti pagando commissioni del 13% sul valore totale dei contratti. Per eludere il fisco, l’imprenditore avrebbe montato una complessa rete di riciclaggio di denaro, utilizzando imprese offshore e in Brasile, dove entravano e uscivano fiumi di dollari usati per pagare anche i medici che ricevevano tangenti del 20 o 30%, per indicare chirurgie protesiche negli ospedali pubblici e cliniche private. Gli imputati sono accusati d’organizzazione a delinquere, corruzione, frode e riciclaggio.

L’inchiesta sulla mafia delle protesi ha avuto origine nel 2015, dopo che Giovani Grizotti, reporter del programma televisivo Fantastico, rivelò al pubblico la presenza della mafia che frodava non solo il sistema sanitario pubblico, ma anche le assicurazioni mediche private gestite dalle banche brasiliane.

Lo scandalo approdò a Brasilia, dove lo stesso anno il governo istituì un’inchiesta parlamentare che mostrò l’ampiezza della corruzione del nel sistema sanitario. Dopo che l’indagine appurò che 8 multinazionali americane fabbricanti di protesi frodarono il mercato e causarono un danno di circa 100 milioni di dollari alle assicurazioni mediche, la Abramge (Associação Brasileira de Planos de Saúde), secondo la Folha de São Paulo, ha mosso negli Usa azioni collettive per danni materiali e morali contro la Boston Scientific, Arthrex, Zimmer Biomet Holdings, Abbott, Biotronik, Orthofix, Stryker Corporation e St Jude Medical.