Il “conclave” della May, 12 ore per una Brexit soft

A Chequers sembra aver vinto lei, Theresa May, che per una volta ha abbandonato le esitazioni e chiarito ai 22 ministri e 5 sottosegretari convenuti nella residenza di campagna del primo ministro che non avrebbe fatto prigionieri e i ribelli potevano accomodarsi alla porta.

Ha funzionato: malgrado le minacce a mezzo stampa, non si è dimesso nessuno, e dopo due anni di fudge, fumo negli occhi, Londra può finalmente presentare una posizione unitaria per il dopo Brexit. I dettagli si capiranno quando, forse già lunedì, il governo pubblicherà il suo Libro Bianco sulla propria visione dei futuri rapporti con l’Ue, ma intanto c’è una sintesi dei punti principali.

Londra propone un’area di libero scambio fra il Regno Unito e l’Unione europea con un regolamento comune per i beni industriali e i prodotti agricoli, cioè di fatto il mantenimento di questi settori nel mercato unico, come richiesto dal mondo del business. Sembra l’unico modo per uscire dall’impasse nord-irlandese, perché con questa soluzione si eviterebbe il ritorno dei controlli al confine fra l’Irlanda britannica e quella europea.

Ma i Brexiteers storcono il naso. Una delle loro obiezioni è che un’intesa di questo tipo con l’Europa potrebbe rendere impraticabile un accordo commerciale bilaterale con gli Stati Uniti, (che l’ambasciatore Usa a Londra venerdì ha definito “una priorità del presidente Trump”), tarpando le ali al sogno di autonomia commerciale che è al cuore della visione dei Leavers.

Del pacchetto fa anche parte un accordo doganale facilitato e limiti alla libera circolazione delle persone, una delle linee rosse che Bruxelles aveva avvertito di non varcare.

Quanto al settore cruciale dei servizi, l’intento è mantenere la massima autonomia possibile dall’Europa, anche se con l’impegno a rispettare le regole attuali sui limiti agli aiuti di Stato e a non peggiorare standard ambientali, protezione di lavoratori e consumatori. Insomma una proposta un po’ a la carte, che accontenta alcune delle richieste dei Brexiteers ma si avvicina ad una uscita soft.

“Il migliore dei due mondi” è la sintesi del primo ministro.

Il test ora è la reazione di Bruxelles. E qui c’è il rischio concreto di tornare alla prima casella. In pubblico il capo negoziatore Barnier si è detto pronto a valutare i contenuti del Libro Bianco. Ma secondo un’esclusiva del sempre ben informato Alberto Nardelli di Buzzfeed, in privato i negoziatori avrebbero già chiuso una valutazione preliminare della proposta e informato i leader dei 27 Paesi dell’Unione che il piano, com’è formulato, è inaccettabile.

Se Bruxelles dovesse dire no, senza aperture e senza appello, e in assenza di un nuovo accordo fra le litigiose fazioni del governo britannico, gli scenari sono tre: rimpasto radicale, con l’eliminazione politica dei sostenitori dell’hard Brexit; caduta del governo, con l’incubo di nuove elezioni, o “no deal”, uscita dall’Europa senza accordo.

Forse proprio questa prospettiva ha trattenuto i più opportunisti fra i ministri Brexiteers dal dimettersi a Chequers. Più utile sedersi sulla sponda del fiume ad aspettare il cadavere di Theresa May.

Dietro il “caso Xylella”: dai dati nessuna certezza

Sono tutti esperti di Xylella (il batterio sospettato di essere il killer degli ulivi del Salento): dopo le ultime inchieste del Fatto (che dal 2016 evidenziano le molte contraddizioni scientifiche mai chiarite) e un articolo di una giornalista tedesca pubblicato sul blog di Beppe Grillo (che si spinge, a differenza del Fatto, a negare che sia Xylella la causa della malattia degli ulivi, CoDiRO, qualificandola come “bufala”) molti giornalisti si sono cimentati, per la prima volta in carriera, nella difesa di un argomento scientifico: sarebbe dimostrato che è Xylella la causa del CoDiRO. Da Natalia Aspesi (che cura la posta del cuore del Venerdì di Repubblica), a Massimo Gramellini del Corriere. In passato, anche Paolo Mieli. Anche il Cicap (il Comitato Italiano per il Controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze fondato da Piero Angela nel 1989), in un articolo per la rivista online Query sostiene che l’esistenza certa del nesso causale è dimostrato già nel 2016, in un rapporto dell’Efsa, l’agenzia che fornisce pareri tecnici all’Ue su sicurezza alimentare e animale. D’accordo anche Roberto Defez, genetista della Fondazione Veronesi. In un articolo per Il Foglio, ricorda che: “L’Italia è la patria del metodo scientifico galileiano”. Il dibattito scientifico non si fa con le chiacchiere, spiega, “ma portando prove scientifiche”. Cioè le pubblicazioni dei risultati di esperimenti su riviste peer reviewed (cioè revisionate da esperti internazionali), che devono poi essere replicati da altri gruppi per verificare la solidità dei risultati, pubblicati anch’essi, e discussi dalla comunità scientifica. È una questione complessa asserire un nuovo fatto scientifico. Dal punto di vista delle prove, dunque, come stanno le cose sul caso Xylella?

È assodato che Xylella è la causa del CoDiRO? No. Per dimostrare che sia la causa principale della malattia, è necessario che il batterio soddisfi i cosiddetti “postulati di Koch”. A fronte di oltre 20 milioni di euro stanziati dall’Ue e 2 dalla Regione Puglia per la ricerca su Xylella, dopo 5 anni esiste un’unica pubblicazione scientifica in merito, del dicembre 2017, su Scientific Report, una rivista del gruppo Nature. L’esperimento per la verifica dei 4 postulati è stato fatto solo su una quarantina di piante. È un passo avanti importante, ma una sola pubblicazione, su pochi esemplari, con risultati che appaiono tutt’altro che conclusivi, non basta per affermare con certezza che Xylella è la causa del CoDiRO. Figuriamoci i rapporti di agenzie europee come Efsa citati dal Cicap: non sono sottoposte al peer review, che è il minimo sindacale richiesto per una prima scrematura tra cosa può essere considerato scienza e cosa no (e chi meglio del Cicap dovrebbe saperlo?). Dovrebbe saperlo anche l’Accademia dei Lincei, la società scientifica di cui fu membro Galileo. In un rapporto del 2016 si legge che “l’agente causale della malattia è Xylella fastidiosa, una conclusione non più discutibile,” sebbene nel 2016 non ci fosse neanche una pubblicazione scientifica a sostenerlo.

Il primo postulato di Koch non è soddisfatto. Lo studio apparso su Scientific Report dimostra che in 58 piante sintomatiche prese dalla zona infetta ci sia Xylella (nel 100% dei casi, come richiede il primo postulato). Ma lo studio non spiega come mai i dati in mano alla Regione Puglia indichino il contrario. Il monitoraggio sugli ulivi pugliesi nelle zone di contenimento, cuscinetto e infette, per un totale di 350mila piante (alcune migliaia della zona infetta) riporta che solo nell’1,8% dei casi c’è Xylella. Un po’ poco per sostenere che sia per certo la causa del CoDiRO. È falso anche che ci siano 10 milioni gli ulivi infetti in Puglia, come ha dichiarato l’associazione Coldiretti il 16 maggio 2018, dato rilanciato da stampa e tv. Il 4 aprile 2018 la Regione ha dichiarato che nel 2018 il numero si è ridotto dal 2,3% all’1,8% (circa 3mila infette su 350 mila campionate). Non c’è stato alcun boom di casi.

C’è poi il tema dei dati del monitoraggio che non sono stati resi pubblici. Per dirimere la questione chiave della presenza o meno del batterio sulle piante sintomatiche, il Fatto ha più volte chiesto di pubblicarli, visto che la procedura è costata circa 8 milioni di euro di fondi regionali. Solo così la comunità scientifica potrà valutarli e spiegare perché, se si pensa che sia Xylella la causa della malattia, negli ulivi sintomatici (e quanti?) il batterio non si trova quasi mai. Il database esiste: lo ha affermato Domenico Ragno, direttore dell’agenzia Arif incaricata di effettuare i monitoraggi nel corso di un convegno scientifico su Xylella lo scorso giugno. Ma solo a pochissimi soggetti è concessa la password per accedervi. Perché?

Si sente spesso dire che quei dati non sono significativi per la scienza: è vero e falso (a seconda dei casi). Nell’articolo del Cicap, Anna Percoco, direttrice dell’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia, afferma che i dati del monitoraggio “non possono essere chiamati in causa come prova del nesso batterio-malattia”. Ma è proprio a partire dai dati del monitoraggio che i media nazionali e internazionali e la stessa Coldiretti hanno parlato di 10 milioni di ulivi a rischio. Dunque, quei dati sono significativi o no? Perché non esiste ancora una pubblicazione scientifica su un aspetto così importante? In California, quando nel 2014 si riscontrò una malattia analoga degli ulivi, la prima cosa che gli scienziati controllarono fu proprio in quante piante sintomatiche ci fosse Xylella. C’era solo nel 18% dei casi e conclusero che con una percentuale così bassa (ma ben superiore all’1,8% della Puglia) non si poteva affermare che ci fosse un nesso batterio-malattia.

Curiosamente, una quota parziale dei dati del monitoraggio regionale sono utilizzati in una pubblicazione scientifica del 2017 proprio per provare l’esistenza del nesso causale tra Xylella e CoDiRO. L’autore non è un esperto di Xylella né sembra avere alcuna posizione accademica. La Percoco, per il Cicap, cita invece una ricerca commissionata al Cnr su un campione di 500 piante con chiari sintomi da CoDiRO dove si riscontrerebbe la presenza del batterio nel 97% dei casi, come prevede il primo postulato di Koch, e che chiuderebbe la discussione. La ricerca non è però apparsa su una rivista scientifica internazionale peer reviewed, ma sul bollettino dell’Informatore Agrario, mensile dedicato agli agricoltori che pubblica monografie dal titolo “Il Piccolo Pollaio” o “La Capra”. Niente di più lontano dal metodo scientifico.

La metà delle società quotate è controllata ormai da fondi esteri

Nuova batosta per la Borsa italiana. Secondo un rapporto del Centro studi di Unimpresa, non si ferma l’avanzata degli investitori esteri in Italia, con più della metà delle aziende quotate stabilmente in mano agli stranieri. Anche se, complessivamente – segnala lo studio – il sistema imprenditoriale del nostro Paese è a trazione familiare, in Borsa non comandano gli italiani.

Oltre il 41% delle quote delle società per azioni made in Italy è posseduto da famiglie, mentre sui listini della Borsa finanziaria dominano gli azionisti internazionali titolari di oltre il 51% delle Spa quotate.

“È uno degli effetti della crisi: l’impoverimento dei nostri capitali ha favorito l’acquisto delle aziende da parte di colossi esteri”, ha commentato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, che ha poi aggiunto: “Non è necessariamente un fattore negativo. Dipende, però, dalle intenzioni: se si tratta di investimenti di lungo periodo va bene, mentre se le operazioni sono dettate dalla speculazione, allora c’è da preoccuparsi”.

A vela nell’Artico per il dirigibile Italia

À la recherche du ballon perdu: sono passati 90 anni dalla scomparsa del dirigibile Italia tra i ghiacci del Polo Nord. Ora una spedizione internazionale, la PolarQuest 2018, in partenza a metà luglio, si metterà sulle sue tracce, scandagliando i fondali artici.

Promosso dal Cern, dall’Istituto nazionale di fisica nucleare, dal Centro Fermi, dal Cnr, dalla Società geografica italiana, dall’Università europea di Roma (e altri), il progetto ha due obiettivi: uno squisitamente scientifico, di ricerca e osservazione, e uno culturale, di comunicazione e divulgazione dei risultati ottenuti. “Non sarà facile trovare tracce del relitto”, spiega il geografo Gianluca Casagrande, tra i membri dell’equipaggio della Nanuq, un natante a vela di 18 metri. “Per farlo sperimenteremo un sonar di ultima generazione, che scansionerà in 3d il fondale. Il risultato sarà già di per sé importante perché mapperà nel dettaglio un’area del mondo ancora poco conosciuta”.

A bordo della Nanuq (“orso polare” in lingua inuit) viaggerà una decina di persone, tra scienziati e professionisti della comunicazione, a rotazione, più una equipe di terra. La spedizione partirà il 21 luglio ed è articolata in tre tratte: la prima va dall’Islanda alle Isole norvegesi Svalbard; la seconda, che occuperà tutto agosto, è la circumnavigazione dell’arcipelago; la terza, da fine agosto al 4 settembre, salperà per la Norvegia, attraverso il mare di Barents.

Era il 25 maggio 1928 quando l’aeronave sparì tra i ghiacci, un giorno dopo aver conquistato il Polo Nord: perse quota per cause misteriose, strisciando sulla banchisa e lasciando a terra uomini e rottami per due tonnellate di peso. Poi si risollevò, e volò chissà dove con a bordo altri uomini: tutti morti. Quelli scaraventati fuori, invece, si salvarono, anche se non tutti sopravvissero per 48 giorni fino all’arrivo dei soccorsi russi. Fu una tragedia, per i sommersi e per i salvati: Marco Paolini ci ha fatto anche un monologo teatrale, su canovaccio di Andrea Camilleri (Skira), intitolato Quanto vale un uomo e dedicato a quei superstiti, vivi per miracolo, che dovettero difendersi dall’accusa di abbandono, omicidio e persino cannibalismo.

Oltre a cercare l’Italia, la missione avrà altri scopi: “Misurare i raggi cosmici, a latitudini altissime, mai finora monitorate così precisamente. Un altro obiettivo è il campionamento delle microplastiche galleggianti, che si stanno accumulando pericolosamente nell’Artico: una forma di inquinamento molto grave, una massa di spazzatura che viaggia velocemente e si ingrossa, mettendo a repentaglio la catena alimentare poiché queste plastiche possono essere ingerite dai pesci. Infine, c’è un progetto di osservazione geografica di aree remote attraverso i droni”.

Navi care e niente voli scontati, così la Sardegna resta un’isola

Sardegna bella e irraggiungibile. Difficile arrivarci per i turisti. Più difficile ancora per i sardi muoversi dall’isola verso il continente. Per i primi il problema è l’accessibilità dei prezzi nei mesi estivi più richiesti. Per i secondi la questione è il diritto alla mobilità, che si vorrebbe garantito 364 giorni l’anno con tariffe eque e frequenze costanti. Non è un problema di finanziamenti dallo Stato centrale: sin dall’accordo Prodi-Soru del 2008, la Sardegna paga da sé la continuità territoriale che garantisce i collegamenti con Roma e Milano. È Bruxelles, piuttosto, che con la scadenza ormai prossima del vecchio bando, continua a frenare sull’approvazione del nuovo modello di continuità territoriale 2018-2022 proposto dalla Regione: troppo ampio, a detta dei burocrati europei, preoccupati di non turbare le magnifiche sorti progressive del libero mercato e gli interessi legittimi degli operatori del settore. Il braccio di ferro va avanti ormai da mesi, tra rinvii e raccomandazioni, l’ultima delle quali poche settimane fa è giunta a mettere in discussione anche gli scali tradizionali dei voli provenienti dall’isola: non più (o non solo) Linate o Fiumicino, ma anche Orio al Serio e Ciampino, che comporterebbero un notevole aggravio di tempi e di costi per chi viaggia.

I passeggeri sardi, insomma, e più in generale chi va e viene tutto l’anno verso l’isola da Roma e Milano dovrebbe avere a disposizione meno voli e meno posti “calmierati”, per non alterare il business stagionale delle compagnie low cost. E che business, considerato che la Sardegna si può raggiungere solo per mare o in aereo. Nelle due settimane a cavallo di Ferragosto, ad esempio, viaggiando con la vecchia Tirrenia una famiglia di quattro persone con auto e cabina spende in media 600 euro per andare da Civitavecchia a Cagliari, se l’approdo è Olbia si sale fino a 1.143 euro. Non va molto meglio con la Grimaldi Lines negli scali di Porto Torres e Olbia, dove il costo si aggira sui 1.000 euro. Per la nostra famiglia tipo, invece, volare verso la Sardegna da Roma e Milano costa intorno ai 650 euro. Va un po’ meglio nei voli del settore turistico: secondo uno studio della Cna, per arrivare in Sardegna a cavallo della settimana di Ferragosto dai principali scali d’Europa la nostra famiglia spende complessivamente 925 euro tra andata e ritorno, 100 euro in meno rispetto al 2017 (-15%). Decisamente meno di un viaggio in Corsica (1.045 euro), in Croazia (1.239) o in Sicilia (1.430), ma più dispedioso delle Baleari (511 euro) e dell’Algarve (875 euro).

Il punto è però che Baleari e Corsica godono di un regime di trasporto pubblico molto più ampio con agevolazioni e frequenze maggiori rispetto alla Sardegna. Com’è possibile? “Dicono che la nostra continuità territoriale è troppo grande, ma la verità è che se dovessimo rapportare tutti i numeri di questa continuità ai soli sardi verrebbero circa 2 voli-residente per anno. In Corsica i voli sono circa 9 l’anno a testa”, spiega l’assessore regionale Carlo Careddu (Pd), che ha ereditato la grana dopo il fallimento degli ultimi due bandi per l’assegnazione delle rotte in regime di continuità territoriale. “I numeri che indichiamo non sono casuali. Un’analisi condotta all’Università di Cagliari ci ha consentito di stabilire la necessità di posti e frequenze. Siamo anche riusciti a ottemperare alle richieste della Commissione che ci chiedeva di abbandonare la tariffa unica per residenti e non – prosegue Careddu –. Ma non possiamo comprimere il diritto alla mobilità dei sardi che è la premessa di molti altri diritti fondamentali, come quello alla salute”. Secondo l’assessore “è giusto garantire un posto per motivi sanitari urgenti, con diritto di prelazione entro 48 ore dalla partenza, ma l’Ue appare disturbata da questo principio, perché pensa che possa turbare il mercato”. La burocrazia di Bruxelles continua ad appellarsi al regolamento del 2008 che stabilisce che le isole come la Sardegna non debbano avere, come in passato, “servizi adeguati di continuità territoriale”, ma “servizi minimi di continuità territoriale”. Per Careddu il problema è solo politico. “Com’è possibile – dice – che la Sardegna che fa i compiti a casa venga penalizzata a tal punto, mentre per altri non è così? L’Italia ha meno peso politico della Francia? La verità è che l’Ue molto spesso antepone interessi economici legittimi ai diritti fondamentali”.

Intanto si accelerano i tempi per il varo del nuovo bando sulla continuità territoriale: il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha incontrato a Roma sia Careddu che il governatore Francesco Pigliaru, convocando la conferenza dei servizi. Un’accelerazione attesa a lungo, che fa ben sperare sulla presa in carico del “dossier”, già presentato due anni fa al governo Renzi.

Salvini il bracconiere finirà nella sua stessa trappola

 

“Noi non possiamo dire che non ci sono le buche, caro Beppe. Sarebbe da incoscienti, e noi non lo siamo. Dobbiamo dire la verità: a Roma c’è una situazione difficilissima”.

Roberta Lombardi, capogruppo del M5S in Regione Lazio risponde a Beppe Grillo

 

Vivo stupore nella cosiddetta grande stampa scavalcata a sinistra: ma come un’esponente di primo piano del movimento che osa rimproverare apertamente il Fondatore, il Garante, il Supremo? Tutto per quel video – uno sketch riuscito male, può capitare – che non ha fatto per nulla “sorridere” la Lombardi. Al di là della questione buche (eterne come la città), un esempio di come oggi l’esercizio critico (e autocritico) più credibile vada spesso ricercato dentro e non fuori il perimetro giallo-verde.

Nel caso in questione, nello stesso M5S e ai piani più alti. Un discorso che si può estendere al ruolo esercitato dall’opposizione. Inesistente in Parlamento. Ininfluente nel dibattito pubblico, soprattutto se affidata al Pd. Macchiettistica nei pollai televisivi. Infatti, è stato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (Cinque Stelle) a mettere in riga (“le sentenze si rispettano”) l’alleato salvinista (e lo stile berlusconismo da “seconda repubblica”), in rivolta contro la sentenza-sequestro sui soldi della Lega. Infatti, una voce ferma e autorevole sugli eccessi anti-Ong e anti-migranti del ministro dell’Interno è venuta dal presidente della Camera Roberto Fico (Cinque Stelle).

Infatti, prossimamente davanti alle Camere, sarà il vicepremier Luigi Di Maio (Cinque Stelle) il perno difensivo contro l’annunciato tentativo leghista di smontare il decreto Dignità. Se poi volessimo spingerci a dare una forma più compiuta ai due poli che convivono (per ora) dentro il governo non sarebbe difficile. Se sulla propaganda spinta il ministro “selfie” appare imbattibile, sulla sostanza il quadrato moderato formato da Conte (premier), Di Maio (vicepremier), Tria (Economia), Moavero (Esteri), con la supervisione di Sergio Mattarella è quello che al di là della grancassa demagogica detta la linea. Dai vertici internazionali alle politiche sociali, ai vaccini. E la fu opposizione che fine ha fatto? Firma appelli. Strilla. Si straccia le vesti. Insomma, lavora per Salvini. Fateci caso, ogni giorno (anche più volte al giorno) lo spot travestito da ministro fa o dice (apposta) qualcosa che suona come una mascalzonata. Tipo: la pacchia è finita o i rom ce li dobbiamo tenere. Quindi, come un bracconiere, si apposta dietro ai cespugli per vedere chi ci casca. Infatti, seguono titoloni e reazioni sdegnate. L’altro giorno, durante l’inutile incontro con un vicepremier libico, ha buttato là una frase laida sui campi di detenzione dove gli esseri umani sono trattati peggio delle bestie. “Aiuteremo le autorità a rendere più gradevole la permanenza dei migranti”. Poi, tutto soddisfatto, è corso a vedere l’effetto che fa.

Una soluzione ci sarebbe: ignorarlo, non dargli spago. Una volta che avrà raschiato il fondo degli slogan dei peggiori bar padani, senza costrutto alcuno, anche i suoi fan, vedrete, lo manderanno a… lavorare. Questione di tempo.

Mail Box

 

Dov’era chi ora critica Renzi mentre il Pd diventava suo?

Sarà l’età o aver letto Repubblica per 35 anni che non riesco più a sopportare questi intellettuali del giorno dopo. Piero Ignazi editorialista di Repubblica che afferma ora che Renzi ha sbagliato tutto e che avrebbe dovuto favorire una alleanza col M5S. Ora vi prego di andare a rileggere tutte le sue interviste e dichiarazioni scarsamente benevole sul M5S e capire perché Renzi avrebbe dovuto fare il contrario? La colpa non è di Renzi, ora è facile scaricare su di lui tutte le responsabilità del fallimento del Pd.

Dove erano Repubblica e le sue penne di punta tra cui il prof. Ignazi quando solo in pochi e il Fatto mettevano in guardia per la politica scellerata e padronale del Pd?

Michele Lenti

 

Rompiamo il silenzio pesante sulla crisi dei metalmeccanici

Il mio pensiero va al mondo operaio metalmeccanico così colpito in questi anni da una grave crisi occupazionale: cassa integrazione, siti industriali chiusi o comunque vedi in particolare Taranto e Piombino, in forte difficoltà. Mi auguro che si possa amplificare la voce di questa realtà è delle persone che grazie a essa vivono e lavorano, rompendo un silenzio troppo vasto e pesante.

Massimo Aurioso

 

Non solo Ronaldo, il reddito va redistribuito tra i lavoratori

Ronaldo è sicuramente un ottimo atleta e giustamente gli vengono tributati onori. È successo sempre così, in tutte le società che disponevano di tempo e risorse da dedicare ad attività ludiche: chi eccelleva in esse, veniva socialmente considerato meritevole di ammirazione e apprezzamento. Apprezzamento, appunto: oggi più di ieri, il valore di una persona si misura in base suo “prezzo”. E quello del calciatore è assai salato: 21 milioni di euro l’anno, quanto 21 vite lavorative di una persona “normale”. Non solo: per ottenerlo, una società sportiva dovrebbe sborsare 150 e più milioni al Real Madrid, dove attualmente è ingaggiato. I più ritengono che si tratti di una questione privata che nulla a che fare con la fatica di arrivare a fine mese e magari di combinare il pranzo con la cena; il problema è lo Stato che ci tassa e tartassa, gli stipendi e i vitalizi dei “politici”, gli immigrati che ci costano, ci rubano il lavoro e vogliono imporci le loro regole. Già: lo stipendio di Ronaldo non ci tocca e beato lui che può. Ma se pensassimo in termini complessivi, ci renderemmo conto che quanto produce un sistema economico va distribuito fra i partecipanti alla produzione e che quello che viene dato a qualcuno non può essere dato ad altri, che l’accumulo di ricchezza è causa di povertà. Quanti Ronaldo ci sono nel mondo dello sport e dello spettacolo, in quello del management privato e fra i detentori di immensi patrimoni raramente guadagnati? Gli Stati ormai hanno abbandonato le politiche di redistribuzione del reddito a favore dei meno abbienti; anzi, hanno imboccato la strada contraria, che prevede imposte più alte per i redditi medio bassi al fine di attirare apolidi e perciò volatili capitali votati alla pura speculazione e sempre meno interessati alla base materiale della produzione. Anche per questo si susseguono bolle borsistiche, fallimenti di banche e crisi dei debiti sovrani; allora sì che gli Stati intervengono: impongono tagli ai servizi, aumenti di aliquote sui beni essenziali, riduzioni del cuneo fiscale a favore delle imprese contraendo così la quota di reddito per i consumi delle famiglie, che a sua vota causerà la crisi delle imprese in una spirale da cui difficilmente usciremo. E allora non ci resta che goderci la partita, novanta minuti più recupero.

Sergio Torcinovich

 

Il caso Dell’Utri evidenzia il collasso della giustizia italiana

Il differimento della pena per associazione mafiosa esterna di Marcello Dell’Utri è l’ennesimo caso che, oltre che scandaloso, fa capire perché i delinquenti come più volte ripetuto dal magistrato Davigo, vengono tutti a delinquere in Italia, con la sicurezza, se beccati, di passarla relativamente liscia.

Se neppure con una condanna così grave passata in giudicato un mafioso riesce a rimanere in carcere per più di 2 o 3 anni, (e a volte meno) e non parliamo di stupratori e rapinatori che, quando vengono scoperti pare quasi siano dei benefattori, si comprende perché la giustizia italiana sia al collasso, mentre nel loro paese questi signori si beccherebbero condanne pesanti e non differibili. Ma la colpa non è dei magistrati, ma spessissimo delle leggi demenziali che sono costretti ad applicare, codice alla mano, e delle strutture inadeguate. Speriamo il nuovo governo gialloverde ponga mano a legislazioni sulla giustizia meno demenziali. Sarò tacciato di giustizialismo? Se questo è lo scotto da pagare, lo pago volentieri.

Enrico Costantini

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri a pagina 3, per illustrare la notizia dell’inchiesta per peculato sul portavoce della sindaca di Torino Chiara Appendino, Luca Pasquaretta, abbiamo pubblicato la foto del consigliere comunale Silvio Magliano anziché quella dell’interessato: ci scusiamo con entrambi e con i lettori.

Fq

Gesù con i miracoli risponde al bisogno di sincerità dell’uomo

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità (Marco 6,1-6).

La liturgia ci invita a meditare sulla relazione tra il dono della profezia e l’opzione della fede. Gesù visita Nazaret, dove era stato allevato e vi aveva trascorso la parte più notevole della vita. Qui ha condotto un’esistenza ordinaria, era conosciuto perché ha condiviso la vita semplice e laboriosa dei suoi concittadini. Essi sono incuriositi da questo loro compaesano che, dopo il primo miracolo compiuto a Cafarnao, era diventato importante: La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. Lo stupore cresce a dismisura quando lo sentono leggere e spiegare le Scritture in sinagoga nella celebrazione comunitaria del sabato: Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? La mediocrità dei nazaretàni, però, scoppia in quella grettezza che alberga, alle volte, al fondo dell’animo nostro e si riscontra nei nostri paesi e nelle relazioni tra noi quando qualcuno, meritatamente, eccelle, ma tale dono suscita invidia, viene mortificato a vantaggio di una rassicurante tendenza al ribasso: in fondo, anche Lui è uno di noi! Così, all’orgogliosa meraviglia iniziale che si fonda sul senso di appartenenza e d’identificazione, fa seguito un atteggiamento di scetticismo, di sospetto e d’incredulità: Ed era per loro motivo di scandalo. Non perché Gesù è un falegname, ma perché è uno di noi, lo conosciamo! È il pregiudizio di quanti ritengono che l’agire di Dio non possa conciliarsi con un umano “così umano”. Gesù è l’inedito dell’uomo, ma scandalizza di più che sia l’inedito di Dio! Queste origini modeste e la presunta conoscenza esaustiva della vita di Gesù da parte dei conterranei sono l’ostacolo che impedisce loro di andare oltre, di aprirsi al di più e alla novità della Promessa di Dio. Per Cristo il rifiuto dei suoi non è una sorpresa e ne è prova l’antico proverbio che cita a riprova della storia dei Padri: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua! Dio è dalla parte dei profeti! Essi e gli uomini di Dio sono spesso tolti di mezzo, salvo che poi dedichiamo loro tardivi monumenti. Anche la fede è messa alla prova, scandalizzata. Tocca a scribi e farisei, al popolo tranquillo e pretenzioso di Nazaret, ma anche ai discepoli e ai piccoli che vedono venir meno certe speranze tra l’indifferenza di molti, persino di Dio: E lì non poteva compiere nessun miracolo! Là dove l’incredulità è così ostinata a che servirebbero?

Cristo con i miracoli risponde all’indigente domanda e al bisogno di sincerità dell’uomo che cerca la verità. Mai e in nessun modo essi sono il tentativo di forzare il cuore dell’uomo. Come Gesù non fa miracoli a favore delle pretese dei nazaretani, né a favore di progetti di qualcuno o a riprova di alcunché, così Dio lascia sempre nei segni di Gesù un deficit di evidenza e una penombra d’incertezza che non impediscono di sottrarci al rischio della fede e della libertà di esercitarla. La ragione stessa, quando si eléva a misura esclusiva di tutto, rischia d’impedire alla nostra intelligenza di stupirsi in modo sempre più problematico e aperto, particolarmente quando contempliamo il mistero dell’uomo sofferente. Anche Gesù, si corregge Marco, nonostante la decisa e compatta incredulità dei suoi, ritornò sulla sua decisione: impose le mani a pochi malati e li guarì!

*Arcivescovo di Camerino-San Severino Marche

Confindustria ciao, anche Marcegaglia scopre che è inutile

L’uscita del gruppo siderurgico Marcegaglia dalla Confindustria andrà custodita dall’Unesco e dalla memoria nazionale come monumento della crisi italiana, dominata dal disfacimento culturale ed etico della classe dirigente. Lo strappo in casa degli industriali avviene mentre il governo giallo-verde affronta il problema del lavoro con un balbettio propagandistico chiamato “decreto Dignità” che, al di là delle condivisibili intenzioni, non servirà a niente. Non creerà nuova disoccupazione, come strombazzano gli industriali e i loro amici politici. Però gli uomini nuovi – epigoni di una politica analfabeta che vorrebbe governare a colpi di slogan e tweet – come molti predecessori non praticano la disciplina mentale che fa convertire i buoni propositi in un testo normativo efficace. Ci ha pensato un loro simpatizzante tecnicamente evoluto come Giulio Tremonti a metterli in guardia con paterna ironia sui pericoli di una norma scritta come un post di Facebook: “Che cos’è un investimento produttivo? Che cos’è l’attività economica interessata ovvero l’attività analoga? Che cos’è la conclusione dell’attività agevolata? È il collaudo del macchinario, la messa in funzione, il taglio del nastro, o il rinfresco per i festeggiamenti?”.

Mentre il Paese affronta così il dramma dei milioni di posti di lavoro che mancano e la frenata dell’economia getta luci fosche sull’autunno, il Gruppo Marcegaglia esce dalla Confindustria. Il punto non è l’ingratitudine di Antonio Marcegaglia, che dieci anni fa patteggiò una pena per corruzione (tangenti a un dirigente Eni in cambio di appalti) ma non fu cacciato dalla Confindustria perché la presidente (sua sorella Emma) era sollecitata dall’amico Antonello Montante a espellere chi pagava il pizzo alla mafia e non chi allungava le stecche all’Eni. Non conta che il Gruppo Marcegaglia sia anche di Emma, oggi presidente dell’Eni, una delle maggiori associate di Confindustria. E neppure che se ne va la ex presidente e attuale presidente della Luiss, l’università della casa.

Il punto è proprio nei motivi dell’uscita. Sostiene l’azienda di Mantova che nella discussione sui dazi l’associazione di categoria Federacciai (quella che viene tecnicamente abbandonata) si è schierata dalla parte dei produttori di acciaio contro i trasformatori come Marcegaglia, provocandogli “particolare amarezza e un profondo senso di isolamento”. Ogni amarezza ha la sua dignità, penserà magnanimo il padre di famiglia in cerca di lavoro che da anni sente lo stesso senso di isolamento ogni volta che gli dicono no. Ma restiamo al fatto che i siderurgici sono divisi, talmente divisi da divorziare, manco fossero il Pd. Del resto l’esempio lo dette Sergio Marchionne il 3 ottobre 2011 annunciando l’uscita della Fiat dalla Confindustria perché l’accordo sindacale del 21 settembre smentiva quello del 28 giugno, e quindi rischiava di “limitare fortemente la flessibilità gestionale”. La presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia amabilmente gli rispose: “Motivazioni che non stanno in piedi”. Marchionne, cocciuto, se ne andò lo stesso.

La morale della storia è spietata. Questi industriali pieni di sé e del ruolo autoassegnato di salvatori della Patria, mostrano di non avere la minima idea di che cosa sia l’interesse generale con cui amano sciacquarsi la bocca. Fronteggiano le difficoltà presenti pensando solo a se stessi, qualcuno cercando la soluzione pagando tangenti, qualcun altro impegnandosi in liti da ballatoio per piegare ai propri interessi la forza lobbistica della Confindustria. Talmente accecati dal loro infantile egoismo da non accorgersi che quella forza non esiste più.

“Il popolo” è uno solo, “i popoli” sono guerre

Prendetevi tutti i canti popolari di identificazione e di orgoglio che hanno a che fare con la solidarietà. Il popolo è sempre uno. Quale popolo? È il popolo di cui fai parte tu e di cui facciamo parte tutti. L’umanità è una sola. Persino se ci sono confini (nella mente di alcuni le condizioni del mondo sono ancora arretrate), la gente di là è la stessa della gente di qua. È il popolo, che vuole pace, giustizia e – quando c’è un po’ di smobilitazione dalla celebrazione del popolo in quanto luogo giusto per proteggere ed essere protetti – fare l’amore.

In questa versione, che è stata sul punto di prevalere, dopo la Seconda guerra mondiale e la fondazione dell’Unione europea, “popolo” significa noi. Popolo non è chi chiede o chi implora. E non è chi serve e obbedisce. Popolo è chi dignitosamente si definisce (noi, tutti insieme, che mandiamo avanti la baracca) consapevole del suo peso e del suo valore, e parla (nelle canzoni popolari e nelle poesie della cultura alta) come chi sa che deve essere rispettato. Un popolo non è i popoli perché non ha nessuno a cui fare la guerra, nessuno da far soffrire, nessuno da mettere sotto, nessuno da servire, nessuno da abbandonare, respingere o disprezzare. A volte si dice, come nella grande marcia del G8 (2001) “A nome di tutti i popoli”. Quella frase ammette la lontananza ma non la differenza, e non intende altro che inclusione. È vero che la frase “proletari di tutto il mondo unitevi” si è sprigionata, nell’altro secolo, come canto di guerra (guerra di classe). Ma la persuasione e la motivazione di fondo era la stessa: una sola gente, un solo popolo, e bisognava, semmai, liberarsi da chi ci divide per interessi propri. Il grido, benché guerresco, invocava inclusione. L’inclusione è il vivere insieme.

I concetti di globalismo o mondialismo come opposti alle frontiere e dunque come apparente invito a una collaborazione universale, è un rovesciamento del gioco. Sono cambiate le modalità dei profitti e degli incassi, e “mondializzazione” va bene per pagare dovunque un po’ meno e tener ferma la gente abbassando l’orizzonte del mondo che si fonda di nuovo sull’esclusione. L’esclusione serve per non creare disordine di razze, di culture, di religioni. Ricordate le immense carovane di ragazzi che a suon di musica sacra, di musica libera e di canti politici, hanno fatto di Genova, nel 2001, la capitale di una corsa giovane verso un mondo di tutti con mille culture, una corsa fermata risolutamente nel sangue? Una domanda pesante resta senza risposta. Perché tanta violenza e vero odio di Stato verso i ragazzi che allegramente gridavano “No global” (e intendevano dire “tu accetti la mia cultura e io accetto la tua”) a opera di una polizia speciale che celebrava con furia e con crudeltà il passato (confini chiusi, respingimenti, morti per abbandono) e preannunciava un mondo rigorosamente diviso da confini e fili spinati difesi dai “popoli”? La pesante rivelazione di oggi (dall’Italia a Orbàn, dal gruppo di Visegrad a Trump) è che tutto è avvenuto e sta avvenendo in un grande gioco a carte truccate. Ma qualcosa siamo costretti a capire. Il sintomo chiave è quando il popolo diventa “i popoli”. I popoli (anche questo insegnano le canzoni, ma parliamo di un altro tempo e di un regime che credevamo finito per sempre) sono legioni in marcia. Le legioni sono sempre dirette a una conquista e a una guerra, che non vuol dire vittoria. Non c’è da vincere niente. Vuol dire l’eliminazione dei deboli. I popoli non sono l’altro te stesso. Sono il nemico che ti fa chiudere la frontiera, in attesa di attacchi per cui devi tenerti pronto.

Dove, quando è avvenuto un cambio di economia che ci ha portati di colpo a vivere in una Repubblica di Weimar senza saperlo, e ci ha reso pronti a disprezzare (qui da noi, in tutta Europa, negli Usa, in quello che chiamavamo il mondo libero) costituzioni e democrazia, in cerca di gogne, condanne, leggi razziali e punizioni? La storia delle vaccinazioni è una buona metafora. Il virus che ci ha colpiti è la corruzione, fondata sulla persuasione che la ricchezza, se non è grande non conta, se non è mia non serve. Rubano giudici, guardie, ladri e politici, come se tutti fossero pervasi dal febbrile timore che resti ormai poco tempo. O rubi adesso o mai più. La corruzione porta tutti, a cominciare dai media più potenti, a tacere, a non denunciare. Ha travolto un mondo benestante, lo ha separato con disprezzo dalla povertà e da chi, migrando e rischiando, ha pensato (persino il presidente dell’Inps si era sbagliato), che il lavoro sia la salvezza, e che tutti contano, fino all’ultimo annegato. Ci dicono che è tempo di smetterla con questa superstizione della salvezza degli altri. È l’ora di capire che sono salvo solo se sono ricco, molto ricco, ancora più ricco. È lì, a questo punto (se ne renda conto Cantone) che finisce la Storia. Avrete notato che la corsa si è accelerata.