Uomo armato spara: storia dell’Arrighi

Il fatto è che Alberto Arrighi, titolare d’armeria, 37 anni, atletico, rasato, sembrava molto ragionevole. Maneggiando la sua Heckler and Koch, caricatore bifilare da 15 colpi, canna poligonale, mi diceva: “Regola numero uno: la pistola non è un pezzo di ferro. È geometria dinamica. È potenza. È potere assoluto. Ti cambia l’assetto, lo sguardo, la percezione dello spazio. Ma è anche un demone. Un drago. Che nel momento di tensione suprema, sputerà fuoco e fiamme. Deciderà chi muore e chi resta vivo”. Aveva occhi socchiusi e muscoli rilassati quando aveva aggiunto: “E il bello e che lei lo sa sempre prima. Tu no”. Sembrava molto ragionevole Alberto Arrighi, armiere della Como bene, addestratore di Corpi speciali di polizia e carabinieri.

Meravigliosamente preparato a maneggiare automatismi: respirare, mirare, colpire a colpo singolo o a raffica, fronteggiare la tensione e l’imprevisto. E tra gli imprevisti, a mettere in guardia dal peggiore: la paura.

Ero andato a conoscerlo un giorno di inverno di dieci anni fa per la ricorrente inchiesta, modello: “Aiuto-arrivano-gli-immigrati-meglio-comprarsi-una-pistola!” pane per i denti di Matteo Salvini che già azzannava gli extracomunitari, tra i quali, allora, annoverava pure i napoletani. E strillava: legittima difesa per tutti, padroni a casa nostra!

Il termometro della paura era più o meno lo stesso di oggi. Con tutti i crimini in calo, ma con la paura che invece raddoppiava. Per colpa di tante cose messe insieme, la paranoia che si autoalimenta, il sangue che diventa rotocalco televisivo, il colpo d’occhio quotidiano che intercetta sconosciuti alla porta di casa, la politica che strilla per trasformare la paura in voti. E naturalmente le lusinghe degli armieri delle armerie che facevano e che fanno affari d’oro.

Eppure questo Alberto Arrighi era proprio speciale. Né ruvido, né invasato. Nella sua bellissima armeria tirata a specchio, proprio al centro di Como, tra Remington a pompa, Winchester cromati e Smith & Wesson 357 con guance di legno, mi diceva: “Vengono da me in processione. Vogliono armarsi perché la moglie la sera prima ha sentito dei rumori. Perché un vicino ha visto gente sospetta. Perché non gli basta più il Pit bull e la telecamera a infrarossi. Perché la tv ripete che siamo tutti in pericolo”.

E lui, l’Arrighi, li spegneva come si fa con le sigarette: “L’arma è un salto, amico mio. C’è un prima e un dopo. Sei sicuro che avrai il coraggio di sparare? Di uccidere? Perché se nel momento fatale scoprirai che non lo sei, che hai troppa paura, la pistola ti si rivolterà contro. Scoprirai che i cattivi sono quasi sempre più cattivi di te. Più svelti a disarmarti, picchiarti, spararti”.

Tutto chiaro?

Parlava con il buon senso dei pacifici, l’Arrighi. O, se volete, degli esperti di armi da fuoco, tipo un colonnello dei carabinieri che avevo incontrato sempre da quelle parti di Brianza ricca, dopo un assalto in villa col morto. E il colonnello mi aveva detto: “La determinazione dei cattivi è infinitamente più efficace della paura delle vittime”.

Con tante buone chiacchiere, cattivi aneddoti e scegliendo, tra cento pistole, due scintillanti Glock calibro 9, adatte ai primi rudimenti, io e l’Arrighi ce ne siamo andati al poligono di tiro, come fosse un pranzo. Nel salone dei bersagli, un potente odore di cordite. E un plotone di bravi commercianti che sparacchiava alle sagome, come fossero a Den Bien Phu, Vietnam, nei giorni dell’offensiva. Tutta brava gente che un’ora dopo, al bar del Tiratore per lo spritz, mi raccontava sempre la stessa storia: finestre in frantumi, allarmi che svegliano di notte, urla, paura. Tra loro un avvocato che era sicuro di saperla lunga: “I più cattivi sono i moldavi. Non hanno paura di niente. Hanno fame di soldi, belle donne e bella vita. Sono predoni sempre in caccia”. I moldavi dice? Aspetti che me lo segno.

Sulla linea di tiro, davanti ai bersagli, l’Arrighi è pedagogico: impugnatura con le due mani a coppa, la pistola vicino al petto, la canna verso terra, mai il dito sul grilletto, le gambe leggermente divaricate, respiro regolare, lo sguardo mobile a percepire movimenti intorno. Puntare veloce. Un attimo. Per poi tornare nella posizione di attesa.

“Lo sai come si chiama quello che stiamo provando? Si chiama CQB, Close Quarter Battle, battaglia in uno spazio chiuso”.

“Che sarebbe?”

“Come muoversi in un spazio potenzialmente ostile. Per esempio la propria casa durante un assalto”.

Sorride. Mi fa infilare la cuffia, gli occhiali di protezione, mi dice: “Proviamo con tre colpi in sequenza al mio via. Sei pronto?”.

Scarrello il primo colpo in canna. So che il grilletto innescherà il cane colpendo la carica esplosiva facendola passare dallo stato solido a quello gassoso e innescando una spinta di uscita del proiettile da 390 metri al secondo. Prima ci sarà il lampo, e quando sarà già troppo tardi, il tuono.

Tre tuoni, tre centri, proprio come capita ai principianti. Poi mai più per due caricatori. E l’Arrighi, che era molto ragionevole anche in quella circostanza, aveva detto: “Ok, non sei molto tagliato per la difesa personale, ma se vuoi in un paio di settimane ti aggiusto il tiro”.

Come no, gli dissi, ma poi non se ne fece niente. Mai più passato da quelle parti per un anno intero, anche se l’Arrighi due o tre volte s’era fatto vivo, contento di essere stato invitato in tv a fare l’esperto di armi e di legittima difesa, pieno di competenze militari e insieme di civili, anzi civilissime considerazioni sui molti pericoli connessi alle armi in mano ai dilettanti: “Meglio uno spray anti aggressioni – diceva alle golose intervistatrici bionde – Meglio un allarme che suona”.

Poi un giorno mi chiamano da Como. Mi dicono: hai visto cosa ha combinato il tuo amico Arrighi? Arrighi chi? L’armiere. Ah, il ragionevolissimo armiere di Como. Ragionevolissimo mica tanto, mi dicono.

E mi raccontano che un brutto pomeriggio di febbraio, l’Arrighi attese proprio in armeria un tale signor Brambilla, proprietario di pompe di benzina, che gli aveva prestato 80 mila euro e da giorni lo tempestava di telefonate per riaverli. Lo fece entrare nell’ora di chiusura, lo portò nel retro, in laboratorio, gli sparò in testa due volte con una Luger calibro 22, poi un colpo in faccia, “perché ancora rantolava”, con la pistola della vittima, una calibro 40. Immaginandosi furbo gli aveva staccato la testa con un seghetto da caccia, avvolgendola nella plastica. Per poi trascinare il resto del corpo nel Porsche Cayenne della vittima, guidare per 150 chilometri, fino a una discarica a Crevalodossola, in Piemonte. Tornare indietro con un taxi. Recuperare la testa. Chiamare il suocero, proprietario di pizzeria. Mettere in forno la testa “e farla cuocere a lungo per distruggere i connotati”.

Il capo della Mobile e tutti gli sbirri amici di Arrighi ci avevano messo meno di un giorno a identificare la vittima. Che non era stato ucciso da un moldavo. Né da una banda di albanesi. Ma che aveva in agenda un appuntamento in armeria. La più elegante di Como. Che in armeria c’era entrato vivo e ne era uscito diviso in due. E che telecamere, telefonini, testimonianze di moglie e amici raccontavano tutti la stessa storia. Poi c’era il movente del debito. E infine il luminol che steso nel retro dell’armeria si era acceso come fosse la notte di Natale.

L’Arrighi per un po’ tergiversò. Poi si decise. Raccontò che quello lo minacciava. Lo insultava. E che prima di pensare, aveva sparato due colpi in sequenza, al bersaglio piccolo della testa, centrata due volte, come fosse al Poligono. Come fosse al CQB, il Close Quarter Battle. Ma che in realtà aveva deciso tutto la pistola, il drago che sputa fuoco e fiamme, il demone che decide chi muore e chi resta vivo.

Al processo ha ammesso le colpe, la crudeltà, l’idiozia del delitto. Non so se ha ancora stramaledetto le pistole che amava. Ma sono sicuro che nei trent’anni di condanna che sta scontando, prima o poi lo farà.

Cotarella, il mago del vino: “Salvimaio? Un lambrusco”

Riccardo Cotarella è il più grande inventore di vini al mondo. Fisico asciutto, le sue guance sono insolitamente rotonde. Cotarella gusta e sentenzia centinaia di volte in una settimana. Non può mandare giù ogni assaggio. Così il vino passa da una guancia all’altra e basta. L’enologo italiano viene consultato da una cifra impressionante di aziende: ben centodue. L’ultima frontiera è la Russia di Putin.

Sabato pomeriggio al Cavalieri Rome, nella Capitale. Al congresso annuale della Fondazione Italiana Sommelier c’è la degustazione dei vini dell’Usadba Divnomorskoe, azienda vinicola del miliardario Boris Titov, nominato da Putin difensore civico degli imprenditori. Cotarella ha progettato vari vini per Titov. Altri “clienti” storici che si sono rivolti all’enologo umbro (la sua etichetta di famiglia è Falesco) sono D’Alema, Vespa, i Moratti.

Maestro, i russi sanno che cos’è il vino?

Cominciano a capirlo, come è accaduto agli americani negli anni Novanta.

È vero che dietro il vino di Titov c’è Putin?

Non so nulla, mi creda. Comunque Putin non l’ho mai conosciuto.

Per lei, invece, che cos’è il vino?

È un liquido molto complesso, questo presuppone vita, amore, un coinvolgimento di anima, mente e corpo.

Mi perdoni il gioco di parole: il vino è diventato un culto divino. Non si esagera?

No, un tempo c’era il bere per il bere, oggi si degusta, s’apprezza, le persone vogliono sapere dove è stato fatto, se è un monovitigno oppure no.

Ecco, appunto. Talvolta è un’ossessione.

Quando io ho cominciato, e parliamo degli anni Sessanta, l’enologo era una figura molto limitata e contenuta: si doveva rendere conto alle proprietà, dalla scelta del terreno alla vinificazione, dall’invecchiamento all’imbottigliamento.

Anni grigi.

Si producevano vini anonimi, senza infamia e senza lode. La rivoluzione è avvenuta alla fine degli anni Settanta: territori nuovi, varietà nuove. Tutto è cambiato in meglio.

E l’enologo è diventato inventore.

Io progetto vini, a partire dalla vigna.

Il suo ruolo è cruciale: lei “compone” i vini nella parte finale. Tanto di questo, tanto di quello, e così via.

Però è più difficile fare un vino da un’unica cultivar, cioè con una sola qualità di uva.

I suoi assaggi sono sempre Cassazione. E la sua bocca, come testimoniano le guance, unica e preziosa. Vale oro per cento e passa aziende.

Le papille gustative sono dei muscoli.

Lei decide gusti e tendenze.

Non esiste un trend prevalente, le richieste del mercato sono tante. In ogni caso non dimentichi che il momento biologico della fermentazione è anarchia pura. Lì nessuno può intervenire.

Cotarella s’interrompe. Al Rome Cavalieri, per i vini russi concepiti dall’enologo italiano, è arrivato Massimo D’Alema. L’ex premier si ferma al tavolo della nostra conversazione. C’è anche Massimo Maiorino, che cura le relazioni istituzionali per la Fondazione Sommelier. “Ciao Riccardo, ciao Massimo”: D’Alema passa subito al giudizio tecnico sulla produzione di Titov, tra uve, esposizione e risultato finale. La discussione si concentra sul Pinot Noir, monovitigno che dall’Italia, insieme ad altre varietà, il mago enologo ha trapiantato nella regione di Krasnodar, nella Russia europea e meridionale.

Il Pinot Nero è pure il fiore all’occhiello della Madeleine, la tenuta che Linda e Massimo D’Alema gestiscono in Umbria. Passa infine Franco Maria Ricci, presidente della Fondazione Italiana Sommelier, che ha organizzato l’XI Forum internazionale della Cultura del Vino con il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Per Ricci, il futuro dell’Italia è questo: “Pomodoro, basilico, vino e Colosseo”. L’intervista può riprendere.

Maestro, a destra e non solo, in passato i vini di D’Alema sono stati liquidati con sufficienza.

Credo che questi giudizi risentano del pregiudizio politico nei confronti di Massimo. Invece lui è molto preparato e competente, sa quello che dice e sa tutto sui vini francesi: in sei anni abbiamo fatto quattro “rossi”. Adesso stiamo programmando insieme un viaggio.

Dove?

In Cina.

Un’altra frontiera da conquistare.

Andiamo per vedere e studiare.

Com’è nata la vostra collaborazione?

È stato lui a cercarmi.

È l’unico politico?

Per il momento sì. Ora mi ha chiamato Renato Brunetta, che vorrebbe fare vino nella sua tenuta qui a Roma, al Divino Amore.

Tra le sue aziende ci sono anche quelle di Bruno Vespa e dei Moratti. Lei va d’accordo con tutti?

Sempre.

Lei ha collaborato con il governo Gentiloni. A che vino lo paragonerebbe?

Il Chianti.

Un vino fermo.

Dava più certezze, Gentiloni.

E i giallo-verdi di Conte, Salvini e Di Maio?

Un Lambrusco, un vino dal carattere scomposto.

Diciamo così.

Però il Lambrusco fa il botto, speriamo che pure questo governo possa fare il botto per il bene dell’Italia.

A proposito, Berlusconi l’ha mai contattata?

L’ho conosciuto, ma lui è astemio. Non beve.

Mentana: “Lancio un nuovo giornale fatto solo da giovani”

Enrico Mentana è pronto a lanciare un suo giornale, affidato a una redazione di giovanissimi. Il direttore del Tg La7 l’ha annunciato su Facebook: “È giunto per me il momento di fare qualcosa di tangibile: far nascere un quotidiano digitale realizzato solo da giovani regolarmente contrattualizzati, magari con la tutela redazionale di qualche ‘vecchio’ a titolo amatoriale (ribaltando la logica dello stage!) che possa riaprire il mercato della scrittura e della lettura giornalistica per le nuove generazioni”. Mentana vuole ribaltare il paradigma dell’editoria italiana, occupata dalle “generazioni degli anni 50 e 60” e inaccessibile ai nuovi professionisti, se non dopo un precariato lungo e spesso sottopagato. “Il risultato – sottolinea – è che noi (i “vecchi” giornalisti, ndr) siamo ancora seduti, tutelati da contratti che ci tutelano, ben pagati, con una cassa sanitaria autonoma e una pensione che ci aspetta. Fuori tanti giovani, potenzialmente più che meritevoli, aspettano in piedi e senza garanzie”. Mentana è pronto a farsi carico personalmente dell’impresa: “Se – come inevitabile almeno all’inizio – sarà in passivo, ci penserò io. Se diventerà profittevole, tutto l’attivo sarà usato per nuove assunzioni e collaborazioni”.

Salvini ottiene l’appuntamento al Colle (e proverà a parlare dei soldi della Lega)

Alla fine, l’incontro ci sarà: dopo tre giorni di trattative il capo dello Stato e il ministro dell’Interno hanno fissato l’appuntamento al Colle. Salvini è atteso da Mattarella domani a mezzogiorno. Il presidente della Repubblica però ha stabilito regole d’ingaggio inflessibili: “Sono, ovviamente, escluse dall’oggetto del colloquio valutazioni o considerazioni su decisioni della magistratura”, specifica la nota diffusa dal Quirinale ieri mattina.

Il linguaggio un po’ stizzito sottolinea quanto sia irrituale la situazione: Mattarella si sente costretto a mettere nero su bianco di non essere disposto ad ascoltare un vicepremier che si lamenta della sentenza di un tribunale. Salvini comunque incassa l’appuntamento di buon grado e finge di stare al gioco: “Avrò il piacere di spiegargli le tante cose fatte nel mio primo mese da ministro, per mantenere le promesse, per difendere i confini, per proteggere gli italiani e riportare ordine, rispetto e tranquillità in Italia”.

In verità però il capo della Lega ha intenzione di provarci lo stesso, con un po’ di furbizia, a portare il discorso sui 49 milioni che i pm di Genova vogliono sequestrare al suo partito (eredità delle condanne di Umberto Bossi e Francesco Belsito per truffa aggravata).

In questi giorni Salvini ha parlato pubblicamente, a più riprese, di “emergenza democratica” e di una parte della magistratura che vuole “mettere fuorigioco” il Carroccio. In privato, invece, è stato Giancarlo Giorgetti a tessere la trattativa con il Quirinale per fissare un appuntamento con il ministro dell’Interno. Ed è lo stesso Giorgetti – sicuramente più sensibile alla forma dei rapporti istituzionali – a consigliare la strategia per il colloquio con Mattarella. Nessuna polemica con le toghe, nessuna aggressività, nessuna volontà di mettere in discussione la sentenza o le motivazioni della Cassazione, ma la semplice osservazione di un fatto: se la Lega viene spogliata della possibilità di raccogliere fondi, le viene impedito di fare politica. Che tipo di risposta Salvini e Giorgetti sperino di ottenere da Mattarella non è chiaro, visto che il capo dello Stato ha già messo le mani avanti pubblicamente. Ma già il fatto di aver scongiurato un clamoroso rifiuto dalla presidenza della Repubblica può essere salutato con sollievo: anche se dal colloquio la Lega dovesse ottenere niente, non mancheranno tweet e selfie (auto)celebrativi di fronte al Quirinale.

Luigi Di Maio non s’imbarazza – o almeno finge di non farlo – per l’ennesima iniziativa mediatica dell’alleato di governo: “Chiedere un incontro al Presidente della Repubblica è legittimo”, dice su Sky a Maria Latella. E aggiunge: “non si parlerà di magistratura” e quindi “è giusto che il Presidente conceda un incontro a una forza politica”. La linea sui soldi della Lega è sempre la stessa: “Non ho niente da dire perché la vicenda riguarda i tempi di Bossi. Se i soldi ci sono la magistratura può andare a prenderli”.

Il Matteo di ieri uguale a Maurizio Crozza: “Dedicherò il resto della vita alla vendetta”

Quando la realtà copia la fantasia, quindi l’arte. Quella di Maurizio Crozza, che due anni fa, nel dicembre 2016, fece una strepitosa imitazione del Matteo Renzi furibondo dopo la sconfitta nel referendum costituzionale. Uno sketch andato in onda a DiMartedì alla presenza di Pier Luigi Bersani, che per molti aspetti ricorda l’intervento dell’ex premier nell’assemblea di ieri del Pd. Un Renzi incupito e reattivo, come quello che Crozza cheritrasse quel giorno di dicembre. “Forse dedicherò il resto della mia vita alla vendetta, bastardi tutti” sibilava il Crozza-Renzi. Minaccioso: “Avete fatto un errore, mi avete lasciato vivo. Sarò il vostro incubo, nascosto dietro un Mac Book, e mi riprenderò gli 80 euro”. Ma la chiosa era spettacolare, con il simil-leader del Pd che alla fine tirava fuori un’ascia e avvertiva: “Bersaniiii, io non me ne vado Bersani”. Risate generali. Pareva un’eccellente imitazione. E invece era altro: una predizione.

Renzi al Pd: “Riperderete”. L’ultimo show contro tutti

“Smettiamola di considerare nemici quelli accanto a noi. Ci rivedremo al congresso, riperderete il congresso e il giorno dopo tornerete ad attaccare chi ha vinto”. Matteo Renzi alza il livello del conflitto. Il clima dell’Assemblea Pd si surriscalda, una buona parte della sala lo applaude, la minoranza lo contesta. Qualcuno in sala urla: “Basta, basta”. Il sottotesto implicito del suo intervento evoca la parafrasi di una battuta del Marchese del Grillo: “Io ero io e voi non sarete un cazzo”.

In prima fila, Paolo Gentiloni non applaude mai, Marco Minniti poco. Il tavolo della presidenza è diviso. Francesco Bonifazi al centro, applaude convulsamente, Andrea Marcucci anche, ma con più compostezza, Maurizio Martina e Matteo Orfini, rigorosamente in maglietta rossa, alternano perplessità a battimani. Graziano Delrio non applaude mai ma, alla fine, è lui che l’ex segretario abbraccia più calorosamente. Ancora spera di convincerlo a candidarsi al congresso contro Nicola Zingaretti, che ascolta in disparte. “Anche se non lo ha detto, si è vinto anche nel Lazio alle Amministrative”, commenta a caldo. “La relazione? Ora la sentiamo”. Ma come? “Sì, ora sentiamo Martina”. Non interviene, ma poi, davanti alle telecamere, dice: “Il problema di Renzi è che non ascolta mai”.

Quando l’ex segretario finisce di parlare, l’Assemblea si svuota, l’attenzione cala, il brusìo sovrasta l’intervento di Martina. Copione noto: l’ex segretario con l’intervento di apertura, si prende tutta la scena. Il segretario – che la platea eleggerà di lì a poco, con i voti anche dei renziani (7 contrari, l’area Emiliano, e 13 astenuti) – sembra una comparsa nel ruolo di attore protagonista. L’accordo fotografa lo stato dell’arte e di fatto congela il partito almeno per qualche altro mese. Si “avvia il percorso congressuale straordinario, da definire da un’assemblea entro fine anno, in vista delle Europee del 2019”, è il passaggio chiave dell’Odg unitario (prima firma Orfini, Orlando, Sereni e Guerini). E mentre qualcuno ipotizza date possibili per le primarie, l’ufficio stampa del Pd precisa che tali date non ci sono. Un segnale tra gli altri che l’accordo per cui saranno prima delle Europee non è così blindato.

Renzi fa l’analisi della sconfitta ben 3 mesi dopo in 10 punti. “Sembravamo establishment, anzi lo eravamo”, dice. Uno della platea gli urla: “Colpa tua”. Lui non si scompone. La sala – per la verità non pienissima – fa il tifo. Capitolo rivendicazione: “È vero che non c’è leader senza la sua comunità, ma non c’è comunità che non esprima un leader”. Poi passa agli attacchi diretti: “Sullo ius soli dovevamo decidere, o si metteva la fiducia a giugno o si smetteva di parlarne”. Ogni riferimento a Paolo Gentiloni, seduto in prima fila, sempre più scuro, non è puramente casuale. Ancora: “I vitalizi: se approvi la legge Richetti alla Camera, poi non è che al Senato non l’approvi”. Altro affondo contro l’ex premier e contro il resto del partito: “I toni e i tempi della campagna elettorale. Non è l’algida sobrietà che fa sognare un popolo”. Tra i bersagli c’è pure Repubblica: “Aver seguito per mesi l’operazione di Pisapia, impostaci da una stampa amica, è un errore clamoroso”. E ancora: “Siamo stati poco sui social dove si è sviluppata una campagna che ha mostrificato i nostri”. Poi l’altolà: “Non si torni al Pds e all’Unione”. E blocca le fughe in avanti di chi – anche tra i suoi – guarda ai Cinque Stelle: “Sono una corrente della Lega”.

Dopo di lui Martina prefigura un allargamento del centrosinistra: “Noi siamo fondamentali per costruire l’alternativa ma non basteremo a noi stessi”. C’è Pina Cocci, la delegata di Tor Bella Monaca in sedia a rotelle, che a maggio aveva scaldato la platea protestando. Stavolta, la porta sul palco. Suona stonato.

Renzi scivola via dopo l’intervento di Martina. Poi parlano Orlando e Cuperlo, che sta riflettendo se correre. Pure l’area Emiliano pensa a un suo candidato. “Noi prendiamo tempo, non sappiamo bene che fare”, confida uno dei vicinissimi a Renzi. “Un candidato non ce l’abbiamo, a meno di non convincere Delrio”. Tra i nemici, qualcuno è convinto che Orfini voglia provarci lui. Nel frattempo, i renziani vagamente galvanizzati cercano il vice segretario per condizionare Martina: si pensa a Teresa Bellanova.

Una delegata sviene mentre sta intervenendo. Orfini la prende al volo. Delrio, in veste di medico, la soccorre, Martina e la Pollastrini chiedono di fermare il “colpevole” brusìo. Metafora perfetta dello stato di salute di un partito in confusione.

I giudici: “Revocare l’obbligo di firma per Lady De Mita”

Il Tribunale del Riesame di Napoli ha revocato la misura dell’obbligo di firma per Anna Maria Scarinzi, moglie dell’ex presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, disposta dal gip di Avellino nell’ambito dell’inchiesta su “Aias” e “Noi con Loro”, le due onlus sono due onlus che si occupano di riabilitazione e disabilità e hanno ricevuto milioni di euro di finanziamenti pubblici. Il difensore della donna, l’avvocato Anton Emilio Krogh, due giorni fa ha discusso davanti al Tribunale del Riesame il ricorso con cui ha chiesto la revoca della misura per “assoluta mancanza di esigenze cautelari” con riferimento all’insussistenza del pericolo di reiterazione del reato. Richiesta che è stata accolta. Anna Maria Scarinzi, classe 1930, è tra gli indagati nell’inchiesta della Procura avellinese che ha portato anche alcune persone agli arresti domiciliari. I reati contestati a vario titolo agli indagati dell’inchiesta sono la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione ai danni dello Stato, riciclaggio e peculato.

Dalle “toghe rosse” di B. al sottosegretario leghista: “Eliminiamo le correnti”

“Sono toghe rosse”, diceva Silvio Berlusconi quando i magistrati lo mettevano sotto inchiesta. “È una sentenza politica”, dice Matteo Salvini quando i giudici ammettono il sequestro dei milioni di finanziamento pubblico che la Lega è accusata di aver ricevuto illegittimamente. “La magistratura si liberi delle correnti, specialmente quelle di sinistra”, dichiara il leghista Jacopo Morrone, sottosegretario alla Giustizia.

I suonatori cambiano, ma la musica è sempre quella: i politici di destra e di sinistra, pronti ad applaudire i magistrati quando mettono sotto inchiesta un loro avversario, poi sparano sulle toghe quanto a essere indagati tocca a loro. Lo facevano anche quelli del Pd-Pds dopo i primi mesi di Mani pulite. E Matteo Renzi ha chiamato “fango” l’inchiesta Consip, “una vicenda di inaudita gravità, ordita per colpire un presidente del Consiglio”. Quello che gli uomini dei partiti oggi calcano di più è la critica delle correnti della magistratura. Approfittano di un diffuso malumore contro le degenerazioni correntizie che è ben presente ormai anche (e forse soprattutto) dentro la magistratura stessa.

Il sottosegretario Morrone indica chiaramente “le correnti di sinistra” come il nemico da cui liberarsi. Era già il ritornello di Berlusconi, che se la prendeva con Magistratura democratica “che 1968 si divise in due: una parte andò con il Partito comunista, l’altra sposò le tesi delle Brigate rosse”. L’house organ della famiglia Berlusconi, il settimanale Panorama un tempo glorioso, fece addirittura il calcolo che, “nei 34 processi in cui è stato imputato” il fondatore di Forza Italia, “almeno venti pubblici ministeri (ma il dato è molto approssimato per difetto) fanno parte delle due correnti di sinistra: Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, dal 2011 federate nell’alleanza elettorale Area”.

Un momento caldo dell’attacco della politica alla magistratura è stato quello della presentazione, nel 2002, del nuovo ordinamento giudiziario (poi approvato nel 2005) da parte dell’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli, leghista. Allora l’intera magistratura si oppose a norme che venivano giudicate un tentativo di ridurre l’autonomia e l’indipendenza delle toghe. Ma Castelli arrivò a dichiarare non solo che la magistratura era politicizzata, ma che in particolare Magistratura democratica era legata al Partito comunista e agli altri partiti della sinistra, da Rifondazione comunista fino al Pd. Gli rispose a suo modo il magistrato Armando Spataro, leggendo durante un confronto televisivo una pagina di storia: il resoconto dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 1940 a Palazzo Venezia, alla presenza del Duce, quando i giudici “hanno prorotto in una invocazione altissima” a cui Mussolini ha risposto “sorridendo e levando romanamente il braccio”. A quel punto “rimbombò l’A noi! e scoppiò tonante un’alta manifestazione di devozione, di fede e di entusiasmo”.

Devozione, fede ed entusiasmo per i partiti difficili da trovare oggi nelle file dei togati (salvo, naturalmente, vistose eccezioni di magistrati che servono la politica o diventano politici essi stessi). È sempre Spataro a ricordare che nel 1925 l’associazione dei magistrati, che allora non si chiamava Anm ma Agmi, decise di sciogliersi, piuttosto che trasformarsi in sindacato corporativo fascista.

Davigo sfida centristi e sinistra. Ecco come può cambiare il Csm

Oggi e domani magistrati alle urne per rinnovare la componente togata del Csm. Il 19 comincerà l’altra partita che cambierà il volto del Consiglio: prima seduta del Parlamento per eleggere 8 componenti laici, uno di loro sarà il nuovo vicepresidente. Alla luce del voto del 4 marzo, tre saranno in quota M5S, due Lega, due Pd e uno FI. Il vicepresidente dovrebbe essere indicato dal M5S, in cambio la Lega avrebbe un giudice di marchio federalista alla Consulta, Luca Antonini.

La campagna elettorale delle toghe si è incentrata sulle polemiche legate alle modalità delle nomine dei vertici degli uffici giudiziari, quindi sulla deriva del correntismo. È l’accusa della base dei magistrati: la lottizzazione delle correnti. Le nomine a pacchetto: uno a te, uno a me.

Correnti divise fra loro in questa campagna ma unite contro il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone, che venerdì ha parlato come un leghista a Pontida durante un seminario al Csm con i giovani magistrati. Ha auspicato la fine delle correnti, soprattutto di sinistra. Un’affermazione esorbitante che potrebbe pesare su queste elezioni, così come le sparate contro i giudici di Salvini, manco fosse Silvio Berlusconi

La differenza tra correnti e correntismo a Morrone l’ha spiegata il presidente dell’Anm, Francesco Minisci: “C’è confusione, l’adesione a un gruppo non c’entra nulla con l’imparzialità dei magistrati”, è una ricchezza.

Il quesito è il seguente: queste bordate sposteranno voti verso Unicost, la corrente centrista più “rassicurante” per i magistrati e maggioritaria se si guarda all’ultimo voto per l’Anm? Convincerà quei magistrati che si sono detti delusi da Area a votarla comunque? (al Csm attuale ha la maggioranza). Autonomia e Indipendenza di Piercamillo Davigo, la corrente che ha costretto le altre a una rincorsa sull’anticorrentismo, sarà premiata o siccome viene accusata di essere troppo vicina ai grillini, pur non avendo occupato il ministero di Via Arenula (come volevano indiscrezioni malevole) sarà penalizzata? I componenti da eleggere sono 16. La vera partita è quella della Cassazione: due posti per quattro candidati. E che candidati. Due in particolare si pestano i piedi, elettoralmente parlando: Davigo, presidente di sezione, e il sostituto procuratore generale Rita Sanlorenzo di Area, la corrente che ha perso finora una parte di consensi (vedi elezioni Anm) migrati verso AeI, corrente nata da toghe di destra, di Magistratura Indipendente, ma divenuta trasversale. È alla sua prima elezione per il Csm.

Gli altri due candidati sono Carmelo Celentano, Unicost, sostituto pg e Loredana Miccichè, Mi, consigliere. Su Mi il peso vero ce l’ha sempre Cosimo Ferri, nemico di Davigo e parlamentare del Pd, pur essendo magistrato (in aspettativa) della corrente più a destra. I maligni dicono che pur di ostacolare l’elezione di Davigo fa il tifo anche per la Sanlorenzo. Partita già chiusa, invece, per i pm: quattro posti, quattro candidati: Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto di Roma, ex segretario dell’Anm, Area; Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania, AeI; Luigi Spina, sostituto a Castrovillari, Unicost; Antonio Lepre, sostituto a Paola, Mi. Sono, invece, 13 i candidati giudici di merito per dieci posti.

Il bubbone elettorale sul criterio delle nomine l’ha fatto scoppiare AeI facendo infuriare la stragrande maggioranza del Consiglio.

“L’assenza di reali regole oggettive e predeterminate nelle scelte consiliari – scrive AeI – è la ‘chiave’ di questo super-potere (delle correnti, ndr) che ha creato un solco profondo tra autogoverno e ‘base’ dei magistrati”. È pure aumentato il peso della politica: “Spesso i componenti laici hanno avuto un peso decisivo e quasi sempre una parte di essi ha votato insieme a un gruppo consiliare (i laici del centrodestra con Mi)”.

Ma secondo Area “nessun gruppo può pretendere di presentarsi come unico estraneo al ‘sistema’… Abbiamo più volte ribadito la necessità di un deciso cambio di passo nella gestione delle nomine, come condizione necessaria per restituire autorevolezza e credibilità all’istituzione consiliare… Vi è la necessità di una assunzione di responsabilità condivisa, in chiave critica e autocritica”. In questo contesto si inseriscono due appelli con decine di adesioni. “Liberiamo il Csm dalle correnti”, primo firmatario Andrea Mirenda, chiede l’adozione di misure “per scongiurare che le decisioni del Csm siano determinate da logiche correntizie, anziché dai criteri oggettivi e trasparenti”. Un altro appello, di toghe vicine ad Area, lancia “un patto fra elettori”: che tutti i magistrati della base si impegnino a “ripudiare scorciatoie, logiche clientelari e contatti privilegiati”.

Piano per partite Iva, il taglio fiscale costa un miliardo

È sempre più ampio il fronte politico favorevole a misure di alleggerimento fiscale per le Partite Iva. Dopo la Lega anche il Movimento pensa ad alzare il tetto per i regimi forfettari semplificati che consenta una tassazione sostitutiva al 15% da 50 a 80 mila euro di guadagni annui.

Una misura che arriverà con ogni probabilità nella legge di Bilancio e che, come ha spiegato il vicepremier Luigi Di Maio, sarà resa possibile, assieme a quelle su “imprese, lavoratori e pensionati” alle quali sta lavorando l’esecutivo grazie ai margini in più che l’Italia chiederà alla Ue. Le riforme fiscali (e quelle del sostegno al reddito) secondo i pentastellati, devono diventare riforme che l’Europa non può legare al rapporto deficit/Pil. La misura per le partite Iva, che ha già ricevuto il plauso di Forza Italia e può contare quindi su un’amplissima maggioranza in Parlamento, sarebbe una sorta di “anticipo di quella flat tax” (che invece non arriverà subito e comunque si tradurrà in una semplificazione fiscale invece che una sola aliquota). Anche questo provvedimento tuttavia non è a costo zero. Secondo alcune stime potrebbe gravare sulle casse dello Stato per 1 miliardo di euro.