Massa-Carrara: Lega respinge, M5S accoglie

Storici, cartografi e geografi di ogni tipo: sbrigatevi, c’è bisogno di voi. D’altra parte nel Paese dei campanili, dove da secoli si litiga tra città, quartieri e contrade, stabilire con precisione le linee dei confini è un lavoraccio mica da ridere. L’ultima conferma arriva dalla Toscana, dove Massa e Carrara, oltre a condividere la stessa provincia, aderivano insieme al progetto d’accoglienza per i rifugiati e richiedenti asilo, il cosiddetto Sprar. Ma in tempo di sovranismo le cose cambiano anche nella rossa Toscana, e così a Massa la nuova giunta leghista ha deciso di tirarsi fuori dal programma, spedendo gli ospiti al confinante sindaco 5Stelle di Carrara Francesco De Pasquale.

Un bisticcio tutto giallo-verde che riporta agli equivoci di un vecchio film con Totò e Fernandel (La legge è la legge, 1958), rispettivamente furfante e doganiere in un piccolo paesino diviso a metà dalla frontiera tra Italia e Francia. Quando scopre di essere nato in una stanza che sfora di pochi metri il confine, Fernandel perde cittadinanza francese e posto di lavoro, mentre anche gli italiani lo rinnegano e lo considerano un traditore. A salvargli la vita sarà una vecchia mappa, che chiarirà gli esatti confini e gli restituirà i gradi da doganiere e il passaporto timbrato dall’Eliseo.

Per evitare pasticci del genere, le giunte di Massa e Carrara faranno bene a consultare per tempo le cartine. Occhio a alberghi, ex caserme e ostelli situati nei pressi delle frontiere: non sia mai che qualche migrante ospitato a Carrara si trovi a sua insaputa a sforare di qualche metro e a dormire in territorio massese, dove ormai il vento leghista soffia inesorabile. “Salvini chiude i porti? E io esco dallo Sprar”, ha dichiarato al Tirreno il neo-sindaco Francesco Persiani a pochi giorni dalla vittoria alle urne. D’altronde il programma elettorale parlava chiaro: “Preferiamo che le risorse siano destinate agli italiani e ai problemi dei massesi”. Gli stessi massesi che, grazie alla generosa ridistribuzione, potranno contare su 15mila euro tondi tondi. Un patrimonio restituito alla collettività italiana nonostante nei due anni in cui Massa ha partecipato al bando Sprar sul territorio siano arrivati oltre 300mila euro dal Ministero. Quei fondi, adesso, prenderanno soltanto gli indirizzi di Carrara e della vicina Montignoso, che da qualche mese accoglie una piccola percentuale di richiedenti asilo.

Il 5Stelle De Pasquale si è detto disponibile a continuare il progetto nonostante il passo indietro di Massa, rinnovando la richiesta al Ministero per ulteriori arrivi. Arrivi che, per il momento, non sembrano così ingestibili: due anni fa la provincia aveva fatto richiesta per ospitare venti migranti al netto di una popolazione autoctona di quasi 200mila persone. Tradotto: una media di un richiedente asilo ogni 10 mila abitanti. Le cose non dovevano essere andate male, perché l’anno successivo la provincia aveva dato disponibilità per altri 15 arrivi, portando il totale degli ospiti a 35.

Tutti d’amore e d’accordo fino al 24 giugno scorso – giorno delle elezioni – e al ribaltone massese in salsa leghista, che ha lasciato per strada 15 migranti contando sul fatto che l’adesione allo Sprar da parte dei Comuni sia su base volontaria e, dunque, revocabile al termine della durata del bando. Alla nuova gara, in programma nei prossimi mesi, parteciperanno soltanto Carrara e Montignoso: confini chiari, amicizia lunga.

Dal Tesoro alla Cdp, braccio di ferro sulle nomine di Stato

Altro che migranti e decreto Dignità. Al momento sono le nomine di sottogoverno ad agitare l’esecutivo giallo-verde. Lo scontro è sui vertici del Tesoro e della pubblica Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) su cui è in atto un braccio di ferro dall’esito incerto fino all’ultimo, in una partita a incastri tra 5Stelle, Lega e il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Tutto si tiene e tutto è interconnesso. L’unica certezza è che si dovrebbe chiudere domani, quando sarà definita la lista dei nomi per l’assemblea di Cdp che venerdì eleggerà il nuovo cda. A confermare la scadenza è stato il sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario leghista per il sottogoverno e, ieri, il vice premier Luigi Di Maio. Ma sono molti i nodi ancora da sciogliere.

Dalle scelte sul Tesoro dipendono i nomi della Cassa depositi. Appena arrivato al ministero, Tria ha deciso di confermare le prime linee ereditate da Pier Carlo Padoan, dal ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco al capo di gabinetto Roberto Garofoli. Per stringere la presa sulla struttura, però, l’economista 70enne diventato ministro su indicazione del “retrocesso” Paolo Savona vuole scegliere anche il direttore generale del Tesoro, poltrona vacante da più di un mese dopo l’uscita di Vincenzo La Via. I 5Stelle avevano proposto per quel ruolo Antonio Guglielmi di Mediobanca, che ha tanti estimatori quanti detrattori, soprattutto per le sue posizioni eurocritiche. Tria, con la benevolenza di Giorgetti, ha invece optato per Alessandro Rivera, esperto capo della Direzione che si occupa di banche, trovando però nelle ultime ore la forte opposizione dei 5Stelle, intenzionati a bloccare la nomina, che peraltro spetta al Consiglio dei ministri. I pentastellati considerano Rivera troppo legato a Padoan e alle non esaltanti performance bancarie del governo Renzi nelle trattative europee. Probabile che lo stallo possa risolversi con un nome terzo, anche se i candidati interni al Tesoro non mancano, a partire da Stefano Scalera.

Le mosse di Tria hanno una loro logica. Per legge al Tesoro spetta la nomina dell’amministratore delegato della Cdp (il presidente va alle fondazioni azioniste), ma la partita è gestita dai due alleati di governo. Il ministro, esautorato e infastidito, ha deciso di rivendicare il direttore generale. Di riflesso sono in stallo anche le nomine in Cdp, dove l’accordo di massima era che l’amministratore delegato lo indicasse la Lega, mentre ai 5Stelle spettava il direttore generale (e in cambio ottenevano anche la casella lasciata da La Via al Tesoro). Le fondazioni bancarie hanno già indicato alla presidenza Massimo Tononi, ex Mps. Come direttore generale ai grillini non dispiacerebbe l’attuale Cfo Fabrizio Palermo. Come ad, l’ultimo nome della Lega è quello di Marcello Sala, brianzolo che non dispiace a Guzzetti, ed è legato a Giorgetti: si è guadagnato i suoi quarti di leghismo come liquidatore di Credieuronord, la banchetta creata dagli onorevoli padani e finita malamente nel 2006. Fu lui a traghettare quel che ne restava verso la Popolare di Lodi (quella di Giampiero Fiorani) poi confluita nel Banco popolare, evitando dissesto e guai peggiori. Manco a dirlo il suo nome non è gradito ai 5Stelle, che peraltro hanno già fulminato sulla via della nomina anche Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei, reo di volersi poi nominare un dg senza farselo imporre dalla politica.

Le mosse di Tria hanno incrinato lo schema iniziale. Che ha un riflesso sull’intera operatività del Tesoro, visto che nell’attesa il ministro ha deciso di non assegnare ancora le deleghe a viceministri e sottosegretari. Tutti giurano che lo stallo si risolverà entro domani. Poi si passerà all’altra decina di controllate di peso. L’unica dove i giochi sembrano fatti è il Gestore dei servizi elettrici (Gse), dove è in pole, indicato dalla Lega, l’ex ad di Sogin, Giuseppe Nucci, coinvolto nell’inchiesta sugli appalti Expo da cui poi è stato prosciolto.

Di Maio promette: “Entro quest’anno le riforme principali”

Reddito di cittadinanza, vitalizi, pensioni d’oro, decreto dignità: Luigi Di Maio ha fatto il punto su diversi temi dell’attività di governo, ospite a L’intervista di Maria Latella su Sky Tg24. Un governo, secondo il leader grillino, che “può durare 5 anni, perché c’è tanto da fare”. La grande battaglia del ministro del Lavoro è quella sul reddito di cittadinanza: “Va fatto subito, entro quest’anno, perché è la nostra priorità – ha detto Di Maio – ma lavoreremo giorno e notte per raggiungere anche Flat tax e abolizione della legge Fornero, visto che abbiamo firmato un contratto e siamo persone leali”.

Poi un altro cavallo di battaglia dei 5Stelle: “Credo che in questa settimana alla Camera si aboliranno i vitalizi agli ex parlamentari. Sarebbe strano che il Senato arrancasse su questo punto”.

Poi sul decreto dignità, emanato di recente dal consiglio dei ministri: “Non siamo disposti ad arretrare. Ci ha causato molti nemici: i concessionari del gioco d’azzardo, qualche multinazionale che prende i soldi dello Stato e poi va all’estero”.

Magliette rosse in piazza e sul Web. Ma la Lega fa il solito controcanto

Si è tinta di rosso, ieri, l’Italia dell’accoglienza, che ha aderito all’iniziativa del fondatore di Libera, don Luigi Ciotti. Il prete aveva infatti chiesto a chiunque volesse lottare contro “l’emorragia di umanità che è in corso nel nostro Paese” di manifestarlo indossando indumenti rossi, lo stesso colore con cui le madri migranti vestono i propri bambini prima di partire, in modo che siano ben visibili ai soccorritori in caso di naufragio.

I promotori dell’iniziativa (Libera, Legambiente, Arci, Anpi e il giornalista Francesco Viviano) hanno organizzato flash mob in tutta Italia. Il fondatore di Libera, a Roma, ha chiesto perdono ai migranti e criticato non solo chi vuole chiudere le porte a chi scappa dalle guerre e dalla disperazione, ma anche l’Europa che non può essere solo delle banche, ma deve anche noccuparsi dei migranti. Ciotti ha infine concluso incoraggiando tutti a trasformare la propria indignazione in aiuto concreto nei confronti dei meno fortunati e dicendo che “l’emigrazione non è reato, ma speranza”. Non ha mancato di farsi sentire il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ridicolizzando su Facebook l’iniziativa: “Peccato, in casa non ho trovato neanche una maglietta rossa…”. “Gliela porto io al Viminale”, ha ribattuto don Ciotti. Quella di Salvini non è stata l’unica reazione social. Se, infatti, a postare foto in maglietta rossa sono stati in tanti, fra cui Gustavo Zagrebelsky, Roberto Saviano, il deputato M5S “fichiano” Luigi Gallo e il segretario del Pd Maurizio Martina c’è anche chi si è attirato le ironie feroci del web: Gad Lerner, più che per la t-shirt, si è fatto notare per il Rolex al polso. Giorgia Meloni si è messa la maglietta e ha scritto: “Mi mancano solo un Rolex e un attico a New York”. Anche Salvini non ha perso l’occasione per commentare. Il giornalista ha replicato: “L’ho comprato nel ‘92. Tranquillo, costa meno dei suoi numerosi cambi d’abito quotidiani”.

Critiche anche ai giornalisti di RaiNews che hanno aderito all’appello da parte del deputato leghista Alessandro Morelli: “Vergognosi”. E sempre un leghista, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, è intervenuto sul tweet (poi rimosso) del Consolato Usa di Firenze in favore delle magliette rosse: “Sorridiamo di fronte a una mano, forse troppo giovane e inesperta, che ha ritwittato, un po’ ingenuamente probabilmente, un messaggio politico evidentemente partigiano. Rassicuriamo tutti: i nostri rapporti con gli Usa non sono mai stati così buoni”.

“Non abbiamo virato a destra. Riportiamo soltanto la legalità”

“Chi dice che siamo un governo di destra sbaglia. Questo non è l’esecutivo dell’immigrazione, ma quello del reddito di cittadinanza, dell’equità sociale e di tante altre cose. I nostri aiuti alla Libia miglioreranno la situazione, e spero che da qui all’autunno le polemiche si possano sgonfiare”. Dopo il suo primo mese al governo il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti il 5Stelle Danilo Toninelli ostenta fiducia.

Quanto è difficile convivere con Salvini? Con l’annuncio sui porti chiusi le è scappato in avanti.

L’immigrazione è solo uno dei compiti del mio ministero. Ma io ho avuto un’interlocuzione immediata e fluida con Salvini. La Guardia costiera risponde a me, e si coordina con il mio ministero e il Viminale.

Quando il vicepremier disse “chiudiamo i porti” lei precisò due giorni dopo che “non c’era stata nessuna ipotesi di chiusura”. Bella differenza, non crede?

I porti si chiudono per motivi di ordine pubblico, e quella è una materia di competenza del ministero dell’Interno. Quei motivi non ci sono stati, e gli scali non sono stati chiusi. Invece sono stati aperti altri porti, a Valencia e Malta. Ed è un grande risultato di questo governo.

Avete dichiarato guerra alle Ong, eppure salvano vite umane. E questo è di destra.

Non è affatto così. Abbiamo scoperto dopo due settimane che due navi di Ong, tra le più attive, battevano bandiera olandese in modo illegale, e che oltretutto non avevano le caratteristiche tecniche per poter soccorrere il numero di persone su cui normalmente intervenivano. Quindi violavano il codice di condotta varato dal precedente governo. Abbiamo fatto rispettare la legalità, e non vedo perché debba farci definire di destra.

Ma le Ong nel loro complesso sono una risorsa, no?

Ringrazio quelle che hanno salvato vite, spesso in coordinamento con la nostra Guardia costiera. Ma certo è che la presenza di queste imbarcazioni a poche miglia della costa libica è un richiamo per i trafficanti. E ciò crea un incentivo alle partenze. Quindi bisogna evitare che i migranti partano.

E come?

La prima cosa da fare è dotare la Libia di mezzi per rafforzare i controlli. E infatti il governo italiano ora fornirà 12 nuove motovedette, a cui se ne aggiungeranno altre 17. E questo renderà molto più difficile partire verso l’Italia.

Quanto costeranno?

Le prime 12, compreso trasporto e addestramento, attorno ai 2 milioni e mezzo. Aggiungendo anche le altre 17, spenderemo nel complesso tra i 5 e i 7 milioni. Ma riducendo gli sbarchi risparmieremo infinitamente di più.

Le motovedette servono, ma i libici non hanno un comando di Guardia costiera dotato di radar che controlli le loro coste.

Se parliamo dell’Rmcc libico (centro di coordinamento marittimo per il salvataggio, ndr) tra non molto interverremo anche su quello. Ora sulle rotte li aiuta la nostra Guardia costiera, e i dati migliorano. Nel 2017 i libici erano intervenuti su circa 15 mila imbarcazioni con migranti, e nel 2018 sono già a 12 mila, grazie anche ale sette motovedette già ricevute dall’Italia.

Salvini ha proposto ai libici di creare dei centri di smistamento sul loro territorio e si è beccato un no. Ma senza gli hotspot non si va lontano, no?

La Libia è ancora un Paese in stabile ed è un lavoro complesso.

Roberto Saviano accusa lei e il ministro dell’Interno per i cento annegati nel Mediterraneo di pochi giorni fa. “Non hanno permesso alle Ong di intervenire” sostiene. Grave no?

Temo che Saviano abbia smesso di studiare. Quei due naufragi sono accaduti nelle acque della Libia, dove nessuno può intervenire, compresa l’Italia. Saviano dovrebbe tacere, questa è solo speculazione.

Ma l’emergenza migranti nei numeri non c’è.

Un milione di persone è pronto a partire dalla Libia. Ed è un problema epocale, da affrontare.

Cosa pensa della circolare di Salvini sui permessi umanitari? Pare accanimento.

Se ha come obiettivo lo snellimento delle procedure, com’era nel programma del M5S, non vedo il problema.

La Lega grida al complotto contro i tribunali per i 49 milioni da restituire. Non è imbarazzante per voi?

Non ho letto le carte giudiziarie, ma le sentenze vanno rispettate.

E le correnti della magistratura? Il sottosegretario leghista Morrone vuol far scomparire quelle di sinistra.

Ci deve essere piena libertà di interlocuzione nella magistratura, ma le correnti non portano mai lontano. Sono autoreferenziali, e credo che un’autocritica su questo si possa fare.

Gay Pride, il bacio alla legale minacciata e il cartello del sindaco

Hanno riempito le strade di Bologna, ieri, per il Gay Pride. E in apertura della manifestazione, la giunta guidata dal Pd Virginio Merola ha voluto dire da che parte stava. Un bacio di solidarietà tra l’assessore comunale Matteo Lepore e la legale dei diritti lgbt, Cathy La Torre, entrambi minacciati di morte su Facebook più volte nei giorni scorsi.

In corteo, anche il sindaco, la senatrice del M5S Michela Montevecchi, lo storico attivista gay ed ex parlamentare Franco Grillini. Il sindaco Merola si è presentato con in mano un cartello che recitava: “Love is the answer”. Ha spiegato così le sue ragioni: “La comunità gay sta interpretando un sentimento molto forte, ovvero che non bisogna dimenticarsi che ci sono delle persone che muoiono affogate e l’atteggiamento non può essere quello del nostro governo. Bisogna saper accogliere, integrare, e tenere presente che la vera forza è in questa risposta”. Ieri il sindaco ha ricevuto un “regalo” da Forza Nuova, una scatola con dentro un paio di scarpe da donna. “Non voglio commentare – ha detto Merola – così non va sui giornali ma finisce nelle fogne”.

Sahel, gli abusi dei governi alimentano il jihad

Se la Libia è l’avamposto dell’Europa, il Sahel è l’avamposto della Libia. Prima ancora dello “scatolone di sabbia” – ritornato prepotentemente al centro del dibattito politico italiano ed europeo dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 – le porte del deserto si spalancano sul ventre molle dell’Africa, ovvero la prima fascia subsahariana, terra di transito per i migranti e fucina dell’estremismo violento. Non a caso almeno dal 2014 gli occhi della comunità internazionale sono puntati sulle Paesi come Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad – raggruppati da allora sotto la dicitura di G5 Sahel – un coordinamento regionale nato per favorire le operazioni di contro-terrorismo patrocinate principalmente dalla Francia, proprio nella sua mai abbandonata area d’influenza nel continente.

Non direttamente dei flussi migratori, tema al centro del Consiglio europeo che si è svolto a Bruxelles, quanto piuttosto delle cause dell’estremismo violento si occupa il rapporto appena pubblicato da International Alert, ong con sede a Londra. Scritto da Luca Raineri, ricercatore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e coordinato da Marco Simonetti, responsabile per l’Africa occidentale dell’organizzazione non governativa, lo studio dal titolo If victim become perpetrators indica come la crescita dell’estremismo violento in alcuni regioni del Sahel centrale (ovvero Mali, Burkina Faso e Niger) rappresenti la reazione all’incapacità dei governi di fornire sicurezza e servizi alle popolazioni locali. La ricerca si basa su numerose interviste a persone di etnia Fulani, gruppo di pastori semi-nomadi diffuso in tutto il Sahel occidentale. I giovani Fulani sempre più si uniscono ai gruppi armati jihadisti, che rappresentano da parte loro il maggior problema per la sicurezza di molte importanti aree di questo territorio.

“Abbiamo analizzato diverse ipotesi, che possono spiegare il perché molti di questi ragazzi si uniscono agli estremisti armati”, spiega Raineri. “Ci siamo chiesti se possa trattarsi della povertà, oppure della radicalizzazione religiosa, o ancora dei conflitti interetnici”.

Lo studio arriva alla conclusione che tutti questi fattori sono spesso irrilevanti, tanto che a volte è la parte più ricca o la meno religiosa della popolazione ad aderire ai gruppi jihadisti. “In tutti i casi presi in esame”, continua il ricercatore della Scuola Sant’Anna, “si osserva come la risposta dello Stato non è sufficiente. Il fattore determinante che spinge i giovani all’estremismo violento è rappresentato dalla percezione di abusi talvolta banali talvolta drammatici da parte dei governi. Avendo fatto questa scoperta – che conferma risultati di ricerca di altre aree in Africa come quelle interessate da Boko Haram e al-Shabaab – ne consegue che dare assegno in bianco a forze di sicurezza percepite dalle popolazioni locali come abusive rischia di aggravare problema e non di risolverlo”. Come sintetizza un rappresentate della società civile nigerina citato nel rapporto Alert, le ingiustizie “generano maggior frustrazione del jihadismo stesso”.

Si tratta di un atto d’accusa contro un approccio esclusivamente securitario e al tempo stesso di un invito alla cautela rivolto alla comunità internazionale che finanzia i G5 Sahel. A parziale conferma delle indicazioni contenute nel rapporto, le Nazioni Unite hanno ripetutamente denunciato decine di casi recenti di esecuzioni sommarie da parte delle forze armate governative del Mali, impegnate nelle repressione anti-islamista. “L’estremismo violento tocca la vita di milioni di persone nel Sahel, ma essenzialmente la risposta militare ha finora fallito nel tentativo di ridurre la violenza e ha invece indebolito le comunità tradizionali nel loro tessuto sociale”, ribadisce il responsabile dell’area West Africa di Alert Marco Simonetti. “L’opzione militare e repressiva non ha fatto che aumentare la violenza. Se vogliamo stabilizzare la regione è necessario che i governi offrano servizi e sicurezza alle popolazioni locali”.

Italia-Libia tornano amiche. Riecco i respingimenti

Italia e Libia riattivano il Trattato d’amicizia a dieci anni dall’ultimo accordo tra il rais, Muhammar Gheddafi, e l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. C’è voluta la visita di ieri a Tripoli del nuovo ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, per riallineare ufficialmente le relazioni bilaterali tra i due Paesi, attraversate da crisi e riappacificazioni nel corso di quasi un secolo. Dalle violenze del generale Graziani negli anni 30 alla confisca dei beni a imprese e persone italiane nel 1970, passando per l’attacco americano – con l’appoggio dell’Italia – a Tripoli e Bengasi del 1986 e la replica libica coi missili su Lampedusa.

È il 3 agosto 2008, tuttavia, la data-chiave, con la stipula del Trattato di Bengasi, sospeso nel 2011 a causa della rivoluzione libica. In mezzo, la visita di Gheddafi in Italia, tra tende piazzate nelle sedi istituzionali italiane, belle ragazze e polemiche. In questi dieci anni molte cose sono successe, sia in Italia che in Libia, e adesso i due Paesi riattivano quel trattato che consente, tra le altre cose, il respingimento dei migranti verso il territorio libico.

L’annuncio è arrivato ieri pomeriggio al termine della visita ufficiale del nuovo capo della Farnesina, da parte dell’omologo, Mohamad Siyala. Il tempo ha cristallizzato quell’accordo firmato dai due grandi amici, Gheddafi e Berlusconi, il primo ucciso a Sirte dai ribelli, il secondo ormai ai margini della politica italiana.

Con quella firma del 2008, oltre ai respingimenti, tornano operativi gli investimenti italiani in Libia, per circa 5 miliardi di dollari, storica compensazione dei danni coloniali per ottenere dall’altra sponda del Mediterraneo un aiuto concreto per arginare l’arrivo dei migranti.

Dialogo, sicurezza e sostegno alle istituzioni libiche. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha scelto la strada della diplomazia e della politica per la sua prima visita in Libia. Migranti, ma anche stabilizzazione di una sponda privilegiata sul Mediterraneo, questo l’obiettivo del capo della Farnesina. La strategia morbida di Moavero contro gli slogan taglienti del capo del Viminale, Matteo Salvini: “La Libia _ ha commentato Moavero Milanesi _ condivide con l’Unione europea la responsabilità e il dovere di far fronte ai flussi di migranti. La collaborazione tra Libia, Italia e Ue è essenziale per risolvere la questione ed evitare drammi umani”. La risposta della controparte libica, dettata da una generale comunione d’intenti, non si è fatta attendere “Siamo grati all’Italia per i numerosi e apprezzati interventi di assistenza umanitaria attuati su richiesta del Consiglio presidenziale, a sostegno delle municipalità libiche” ha replicato il Ministro degli Esteri della Tripolitania, Taher Siyala. Sul tavolo una serie di questioni aperte. A partire dal nuovo contratto di fornitura delle motovedette per la Guardia costiera libica, il principale alleato dell’Italia anti-ong nelle acque del Canale di Sicilia. Primi contatti anche sul fronte della creazione dei famosi hotspot nei Paesi nordafricani e del Sahel, opportunità poco gradita a tutti i leader coinvolti. Moavero, tuttavia, ha deciso di puntare sul dialogo e sulla ricerca di un piano di avvicinamento tra i leader delle due anime preponderanti della Libia frammentata, al-Sarraj da una parte e il generale Haftar dall’altra.

Studios di Cinecittà, un incendio distrugge il set di Roma antica

Era luglio,anno 64 dopo Cristo, Roma bruciava, e la leggenda racconta di come Nerone si godesse lo spettacolo accompagnandosi con una cetra. Stavolta, però, non c’è nessun Nerone, e a bruciare è stata la Roma antica in cartapesta, quella ricostruita negli Studios di Cinecittà. Un vero incendio che, nella notte di ieri, ha distrutto la scenografia protagonista di tanti film conosciuti in tutto il mondo che hanno fatto la storia del cinema. Le fiamme, raccontano i testimoni, erano altissime e la colonna di fumo nero si è sollevata rapidamente sul quartiere. A dare l’allarme, intorno alla mezzanotte, gli addetti alla vigilanza. Sul posto, sei squadre dei vigili del fuoco, che hanno lavorato fino all’alba per domare le fiamme, poi il lavoro è continuato per la rimozione di parti pericolanti. Ancora da chiarire le cause dell’incendio che ha distrutto il set della Basilica Giulia, una struttura in vetroresina, lasciando integre le scenografie vicine. Al momento non si esclude nessuna ipotesi, da quella di un incidente al rogo doloso.

Rimangono da quantificare con esattezza i danni, che sarebbero comunque nell’ordine delle decine di migliaia di euro.

JuicePlus: “Siamo social ma seguiamo la legge”

 

Spettabile Direttore,

Le scrivo in nome e per conto della società The Juice PLUS+ Company Italy S.r.l. (la “Società”) con riferimento ad un articolo apparso sul vostro giornale lunedì 7 luglio c.a. con richiamo in prima pagina.

L’articolista Dott.ssa Sevaggia Lucarelli, facendo riferimento proprio al marchio delle Società già nel titolo di apertura, afferma senza mezzi termini: “Juice plus il marchio di beveroni invade il Social – marketing – FB, tutti rincretiniti e truffati”. E nell’articolo rincara la dose affermando, facendo riferimento ai sistemi di vendita porta a porta “ … la storia si è evoluta ed è nata Juice Plus che usa i social per espandersi rincretinendo le Cristine sparse per il mondo ovviamente, guadagnare un sacco di soldi spillandoli a chi vuole dimagrire”. (…)

Vengono dunque espressi giudizi non certo lusinghieri su alcuni incaricati alle vendite della Società “… un orda di casalinghe che si improvvisano nutrizioniste un’orda di invasati che si fomentano reciprocamente a meeting motivazionali”.

L’articolista peraltro si scaglia contro la Società riportando che le provvigioni agli incaricati sarebbero pagati da una società svizzera e che quest’ultima non richiederebbe alcuna fattura o documento contabile! Dulcis in fundo, l’articolista afferma che il sistema di vendita della Società è un meccanismo piramidale.

Sul punto occorre svolgere le seguenti precisazioni.

The Juice PLUS+ Company, società di matrice statunitense che opera da 40 anni, ha la propria sede centrale europea a Basilea. Tale sede è responsabile del coordinamento delle attività del gruppo in tutti i paesi europei. In Italia, The Juice Plus + Company opera tramite la propria controllata The Juice PLUS+ Company Italy S.r.l. con uffici a Vimercate (MB). La filiale italiana gestisce l’attività nazionale ed è responsabile, tra le altre attività, del pagamento delle commissioni per tutti gli incaricati alle vendite (“Incaricati”) che operano sul territorio nazionale. A tale riguardo va rilevato che Società opera nel rispetto della normativa fiscale italiana, ottemperando regolarmente a tutti gli oneri fiscali, contributi e previdenziali. È dunque falso quanto affermato dall’articolista secondo cui ci sarebbe del nero. The Juice Plus + Company non remunera in alcun modo il mero reclutamento di nuovi incaricati alla vendita, ma riconosce delle commissioni esclusivamente sul volume di vendite generato presso clienti che utilizzano i prodotti. È dunque falso che Juice plus adotti un sistema di tipo piramidale.

Riteniamo che siano del tutto fuorvianti e capziose le affermazioni riferite agli incaricarti della Società (150.000 incaricati alle vendite presenti a livello mondiale, e più di 25.000 in Italia), riportando alcune affermazioni e fatti episodici ed occasionali, bollando tutte queste persone come invasati o come da povere casalinghe che si scoprono nutrizioniste.

La Società adotta un rigido Codice di Condotta interno che definisce gli standard di comportamento ai quali gli Incaricati alle vendite devono attenersi.

Troviamo infine del tutto discutibile l’attacco dell’articolista ai nostri prodotti, che riteniamo oltre ad essere buoni ed efficaci, sono commercializzati nel rispetto della normativa comunitaria e nazionale anche in tema di claim nutrizionali. I nostri prodotti sono regolarmente registrati in Italia e conformi alle severe regole prescritte per gli integratori alimentari nelle diverse normative nazionali ed europee.

Tutto ciò premesso, rileviamo come la diffusione dell’articolo sta ingiustamente ledendo in maniera gravissima la reputazione della Società. Da rilevare come l’articolo, diffuso dall’articolista usando i social media, sta avendo un impatto economico gravissimo sull’attività della Società, danno quantificabile in almeno 350.000 Euro di fatturato giornaliero solo per l’attività italiana della Società.