Murale No Tav: lo street artist Blu verso il processo

A Bologna i suoi murales dovevano finire in una mostra sostenuta da una fondazione bancaria cittadina. Lui per protesta li ricoprì di vernice grigia prima che le pareti fossero staccate ed esposte contro la sua volontà. A Torino, invece, rischia di finire a processo per “deturpamento e imbrattamento di cose altrui”. Blu, street artist italiano dall’identità misteriosa, autore di opere dall’Argentina alla Palestina, ritenuto dal Guardian tra i dieci artisti più importanti di questo settore, potrebbe finire davanti a un giudice del tribunale torinese. Nei suoi confronti la Procura ha chiuso un’indagine e intende procedere con un decreto di citazione diretta a giudizio, senza passare dalle udienze preliminari.

Blu e altre cinque persone, militanti No Tav della Val di Susa e di Torino, “deturpavano e imbrattavano il sottopasso ferroviario posto sulla strada statale 24 mediante la raffigurazione di un ‘murale’ di grandi dimensioni raffigurante un treno e diverse autovetture e mezzi meccanici e la scritta T’a.v.v.e.l.e.n.a. con vernice bianca”, riassume il sostituto procuratore Enrico Arnaldi Di Balme nell’avviso di chiusura delle indagini. Il fatto è avvenuto a Chiomonte, nella valle a ovest di Torino e a pochi passi dal cantiere Tav, il 27 maggio 2015, a margine di una manifestazione di solidarietà per tre militanti anarchici condannati il giorno stesso. A un certo punto alcuni partecipanti hanno lasciato il corteo e sono andati verso il sottopassaggio: “I sei soggetti hanno posizionato alcune taniche di pittura sotto il cavalcavia ferroviario e il quarto soggetto ha iniziato a tinteggiare il muro sinistro in direzione di Graviere”, si legge in un’annotazione dei carabinieri della stazione di Susa. Realizza così il disegno di un treno che, come il mitologico uroboro, si mangia la coda. All’interno del cerchio, poi, ha raffigurato i carri armati, le camionette delle forze dell’ordine, le ruspe e una montagnola di soldi per rappresentare gli affari, i lavori e il sistema di sicurezza sorto intorno alla Torino-Lione. Al termine dell’opera, Blu e “i suoi sodali” sono stati identificati dai carabinieri di Susa, che li hanno monitorati per tutto il tempo.

A bordo di un’auto un vicebrigadiere riconosce “il ragazzo che nel pomeriggio era intento a effettuare il murale del sottopasso ferroviario poiché si notavano le sue mani ancora imbrattate di vernice”. I militari inviano quindi le loro annotazioni alla Procura dove, dopo quasi tre anni, l’inchiesta è stata conclusa. Nel frattempo però, ha accumulato un precedente. Nell’aprile 2016, dopo aver ricoperto di grigio i suoi dipinti bolognesi per evitare che fossero staccati ed esposti alla mostra “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” sostenuta dalla Fondazione Carisbo, è tornato in Val di Susa per realizzare altri due murales contro la Tav. Su una parete vicino al cantiere ha dipinto “Alta voracità”, in cui degli uomini (politici, imprenditori e magistrati) a carponi mangiano e defecano soldi, mentre nella frazione San Giuliano di Susa, sulla parete di una casa che dovrà essere demolita per lasciare spazio alla stazione internazionale della Torino-Lione, ha raffigurato un albero che spezza delle manette e resiste a un mostro di ruspe.

Per la prima opera Blu era stato denunciato per imbrattamento, ragione per la quale lui, in modo provocatorio, è tornato a Chiomonte a rifinirla. La denuncia ha portato a un decreto penale di condanna, una pena pecuniaria a cui non si è opposto perché era all’estero. Per questo ora Blu, difeso dagli avvocati Valentina Colletta e Claudio Novaro, rischia il processo per quello stesso reato per il quale – nei casi di recidiva – è prevista una pena massima di due anni o diecimila euro di multa. Un processo durante il quale il suo nome sarà rivelato pubblicamente (a meno che la difesa non opti per un patteggiamento, ma questa ipotesi sembra essere scartata) e durante il quale si tornerà a discutere una questione controversa, se realizzare un murale su un parete grigia sia imbrattamento o semplicemente una forma d’arte.

Occhipinti liberato. Padre vittima: “Noi traditi dallo Stato”

“Oggi, con tutti i benefici già concessi ai componenti di questa efferata banda, come padre di un carabiniere che ha dato la propria vita per difendere la collettività, mi sento tradito da questo Stato”. Sono le parole di Gennaro Mitilini, padre di Mauro, carabiniere ucciso il 4 gennaio 1991 insieme a due colleghi dai killer della Banda della Uno Bianca, nella Strage del Pilastro di Bologna. In una lettera alla stampa il genitore del giovane assassinato interviene sulla scarcerazione di Marino Occhipinti, ex poliziotto componente del gruppo criminale, all’ergastolo per l’omicidio della guardia giurata Carlo Beccari: “È un atto che indigna i familiari e offende le vittime trucidate dalla famigerata banda di assassini”. Scrive sempre Mitilini: “Noi familiari delle vittime non comprendiamo le ragioni che hanno spinto il Tribunale di Sorveglianza a convincersi che il pentimento di Occhipinti sia autentico, riteniamo che senza il perdono dei familiari delle vittime non si possano chiudere gli occhi su tante atrocità. Non bisogna dimenticare che la liberazione è avvenuta senza una fattiva collaborazione con gli inquirenti che indagavano sulla banda della Uno bianca che ha ucciso e ferito centinaia di persone”.

L’uomo di Emiliano e il concorso taroccato

Nel totonomine in Puglia c’era un solo nome dato sicuro verso la riconferma: Vito Montanaro, uomo di punta della sanità locale, commissario dell’Asl Bari in attesa di un ulteriore mandato da direttore generale. Dall’altro ieri Montanaro è agli arresti domiciliari, intorno al suo nome ruota il versante pugliese della concorsopoli della sanità in Basilicata che mette in imbarazzo il governatore Pd della Puglia Michele Emiliano.

Montanaro è ritenuto un fedelissimo di Emiliano ed è accusato di aver partecipato al taroccamento del concorso per dirigente amministrativo dell’Azienda Sanitaria di Matera per favorire Luigi Fruscio, già candidato alle primarie regionali Pd nella lista ‘Democratici pugliesi per Emiliano’ e poi assessore a Barletta. Grazie alla ‘sponsorizzazione’ di Montanaro, che gli avrebbe passato in anticipo le tracce del concorso dopo averle ottenute su input dei dirigenti dell’Asl di Matera, di stretta fiducia del governatore Pd della Basilicata (ora sospeso) Marcello Pittella, arrestato con l’accusa di essere il “deus ex machina” di un sistema di raccomandazioni clientelari e politiche nei concorsi della sanità lucana, Fruscio è passato dal tempo determinato al tempo indeterminato.

Lo ha conquistato attraverso lo scorrimento della graduatoria in ambito interregionale con una convenzione tra l’Asl di Matera e quella di Bari. Fruscio (anche lui domiciliari) è stato in servizio nell’Asl di Bari a tempo determinato dall’inizio del 2015 fino ad agosto dello scorso anno.

L’indagine condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal pm di Matera Salvatore Colella, colloca Montanaro al centro di un colloquio intercettato il 31 marzo 2017 tra Pietro Quinto e Maria Benedetto, manager e direttore amministrativo dell’Asl Matera. I due, finiti in carcere su ordine del Gip Angela Rosa Nettis, sono le rotelle più importanti dell’ingranaggio che truccava i concorsi per ampliare il consenso politico di Pittella.

Nell’ufficio di Benedetto si parla di un concorrente, “quello di Vito” che “è carente pure”, e della necessità di parlare direttamente con il Dg di Bari. L’incontro potrebbe avvenire il 6 aprile, Montanaro è tra gli invitati al pranzo per la festa di laurea del figlio di Quinto. Benedetto e Quinto accennano a un concorrente incaricato di passare le tracce a Fruscio. Benedetto però di Fruscio non si fida: “Secondo me parla… questo è cretino pure…”. Le sorti del concorso si determinano tra il 31 maggio e il 1 giugno. Si moltiplicano i contatti tra Benedetto e Montanaro e tra Quinto e Pittella. Bisogna ‘concordare’ le graduatorie.

Il 1 giugno Quinto è a Potenza e chiama Montanaro per incontrarsi e “per vedere questo accordo di confine come vogliamo strutturarlo… se no poi non la concludiamo mai sta cazzo di cosa”. All’ora di pranzo si svolge un summit in Regione Basilicata: ci sono Pittella, Quinto, Benedetto e il Dg dell’Azienda sanitaria di Potenza, Bochicchio.

Gli investigatori sostengono che sia questo il momento in cui si decidono i primi tre posti della graduatoria secondo l’indicazione di Pittella: “Accontentare tutti”. Il secondo scorrerà verso l’Asp, il terzo, Fruscio, verso l’Asl di Bari. Nel pomeriggio Montanaro arriva a Matera. Incontra Quinto e Benedetto.

Approfondisce con quest’ultima la questione concorso. “Allora 28”? È il voto concordato per Fruscio (che poi prenderà 27). Lei sembra imbarazzata: “Eh sì, riceverà quelle indicazioni”. “Eh, ce la manderei tutta” ribatte. La traccia completa. Lei ride. “Maria… sei grande”. L’accordo è chiuso.

Lettera al governo e a Salvini: “Ridate la scorta a Ingroia”

Una lettera al governo e al ministro dell’Interno Matteo Salvini chiede di ripristinare la scorta all’ex pm Antonio Ingroia, oggi avvocato. L’ha scritta Barbara Spinelli, eurodeputata del gruppo Gue/Ngl (Sinistra unita/Verdi nordici) e fra i primi firmatari troviamo Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, l’ex procuratore di Palermo e Torino Gian Carlo Caselli, lo storico dell’arte Tomaso Montanari, il fondatore e i direttori del Fatto Quotidiano e de ilfattoquotidiano.it Antonio Padellaro, Marco Travaglio e Peter Gomez, l’avvocato Alessandra Ballerini che assiste tra gli altri i genitori di Giulio Regeni, il presidente della Federazione della stampa (Fnsi) Beppe Giulietti, l’attore Ivano Marescotti e lo scrittore e musicista Moni Ovadia.

Ieri ha aderito anche Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia, ex presidente del Senato e leader di LeU alle ultime elezioni: “Chi nel suo lavoro ha ricoperto ruoli importanti contro la mafia e ricevuto serie minacce va tutelato. Sappiamo bene che la mafia non dimentica”.

“Da due mesi Antonio Ingroia – si legge nella lettera – il pm che avviò le indagini sulla trattativa Stato-mafia, è privo di scorta. La decisione è stata presa all’inizio di maggio, a pochi giorni dalla condanna in primo grado di boss di Cosa Nostra come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, del mediatore Marcello Dell’Utri e di uomini delle istituzioni come Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe de Donno. Ingroia – prosegue Spinelli – ha subito numerose minacce e due tentativi di attentato, tanto da fargli attribuire una scorta di livello 4. La situazione di pericolo che vive, anche da avvocato, non è cambiata, perché la mafia non revoca le sue condanne a morte”.

Il testo ricorda le lettere di Ingroia al ministro dell’Interno in carica a maggio Marco Minniti, al capo della polizia Franco Gabrielli, al nuovo ministro Matteo Salvini e al neosottosegretario Carlo Sibilia. “Tutte rimaste senza risposta”.

Ingroia, che era sotto scorta dal 1991, è stato ricevuto dal capo della polizia che gli ha illustrato le valutazioni di cessato pericolo provenienti dalle Prefetture di Roma e Palermo sulla cui base l’Ucis, l’Ufficio interforze che si occupa delle scorte, aveva revocato il dispositivo già ridotto negli anni dal livello 2 (auto blindate con due o tre agenti) al 4 (un solo agente su auto comune).

L’ex pm ha riferito a Gabrielli le sue preoccupazioni, legate alle parole intercettate di Totò Riina che poco prima di morire lo chiamava “il re dei cornuti”, alle dichiarazioni recenti di pentiti, alle recenti telefonate mute e a una telefonata giunta al suo studio proprio da parte di una figlia di Riina, ma anche al suo ruolo di avvocato di parte civile in Calabria contro la criminalità locale. Gabrielli ha chiesto un supplemento di istruttoria all’Ucis che è ancora in corso. Da Reggio Calabria non sono stati segnalati particolari pericoli ma è chiaro che la questione, per quanto tecnica, ha assunto un significato politico. Al Viminale peraltro fanno presente che sono senza scorta diversi altri magistrati e poliziotti che hanno una lunga storia di indagini antimafia.

“Non vogliamo credere – prosegue la petizione – che dietro la decisione di revocare la scorta a Ingroia vi sia stata una rappresaglia nei confronti di un magistrato che ha dato fastidio, né che dietro l’indifferenza del nuovo governo vi sia un’incapacità burocratica di distinguere tra privilegi da tagliare e protezioni che è inconcepibile non garantire. La scorta è un’istituzione che protegge la vita di chi è diventato nemico di oscuri poteri criminali. Toglierla – o minacciare di toglierla, come ha fatto il nuovo ministro dell’Interno con Roberto Saviano – mette a repentaglio non solo la persona minacciata, ma anche la credibilità dello Stato. Già Giovanni Falcone ebbe a subire polemiche sulle scorte e Marco Biagi venne ucciso dopo un provvedimento della stessa natura. Chiediamo – conclude la petizione – che venga urgentemente revocata la decisione di privare Antonio Ingroia di un affidabile dispositivo di protezione”.

Il Riesame: “Civita (Pd) non doveva essere arrestato”

Il 13 giugno scorso l’ex assessore regionale Pd, Michele Civita, non doveva essere arrestato. Non doveva andare agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma che ha messo nel mirino Luca Parnasi e le sue relazioni. Lo ha stabilito il tribunale del Riesame accogliendo un’istanza dei difensori. Il tribunale della Libertà ha, invece, confermato i domiciliari per Adriano Palozzi, ex vice presidente del Consiglio regionale del Lazio di Forza Italia, accusato di corruzione. Per Civita i giudici hanno disposto l’obbligo di firma, misura già applicata dal gip il 21 giugno. Ad “alleggerire” la posizione dell’ex assessore Pd – accusato di aver ottenuto da Luca Parnasi la promessa di un lavoro per il figlio in cambio dell’asservimento della funzione pubblica – sono state le parole dell’imprenditore: “Ha sempre fatto gli interessi dell’amministrazione – ha detto Parnasi ai pm – La conferenza di servizi sullo stadio era già chiusa e già c’erano state le elezioni quando, con imbarazzo, mi ha chiesto di trovare un lavoro per suo figlio”. Diversamente, su Palozzi, Parnasi ha ammesso: “Abbiamo concordato il contratto con la Pixie (società riconducibile al forzista), per giustificare la dazione della somma di denaro.”

“Esami rifiutati”, rischio “infarto”: ecco le perizie dei medici di Rebibbia

Due relazioni mediche – del 28 aprile e del 9 giugno – e la nuova perizia di un cardiologo dell’ospedale di Roma San Filippo Neri, sono alla base della decisione del Tribunale di Sorveglianza di differire la pena e concedere i domiciliari a Marcello Dell’Utri, l’ex senatore di Forza Italia che a Rebibbia stava scontando sette anni per concorso esterno in Cosa Nostra.

Da più di un anno, i legali di Dell’Utri chiedevano la scarcerazione per motivi di salute e dopo tre no, due giorni fa sono stati accontentati: ieri l’ex senatore ha lasciato la cella dove era detenuto dal 2014 e ha raggiunto la casa di suo figlio, a Roma. Lì starà almeno fino al prossimo 28 settembre, data in cui è fissata l’udienza per discutere la perizia sul suo stato di salute.

Nel frattempo, potrà avere rapporti solo con i parenti stretti, i figli e la moglie, che con i suoi avvocati, Alessandro De Federicis e Simona Filippi, lo hanno accolto ieri all’uscita dal carcere. Non potrà per ora incontrare il fratello Alberto, ma nelle prossime settimane i legali faranno richiesta; mentre ha la possibilità di uscire di casa, informando gli uffici competenti, per sottoporsi ad accertamenti e cure sanitarie. Sono queste le condizioni poste dai giudici della Sorveglianza, i quali hanno stabilito che il sistema carcerario non è più adeguato al quadro clinico dell’ex senatore, affetto da una “patologia cardiaca” che “ha subito un recente e significativo aggravamento rispetto alle pregresse condizioni”. Vi è insomma “il rischio di una morte improvvisa per eventi cardiologici acuti”.

Ha pesato su questa decisione anche lo stato psicologico dell’allora detenuto: “Indicano fragilità e sentimenti di sfiducia – è scritto nel nuovo provvedimento – su cui incidono l’età e la recente conclusione del ricovero ospedaliero con piantonamento, protratto dal 14 febbraio al 18 aprile, che lo ha emotivamente provato”.

Così i giudici hanno ribaltato una precedente sentenza, quella del 5 dicembre scorso quando il Tribunale di sorveglianza (con un collegio diverso dall’attuale) aveva invece rigettato la richiesta di scarcerazione. A marzo, la Cassazione ha rinviato gli atti chiedendo di valutare di nuovo il caso.

La decisione di due giorni fa però si basa anche su due relazioni dei medici del carcere di Rebibbia, finite nel fascicolo sull’ex senatore ed entrambe richieste dai giudici di Sorveglianza per valutare lo stato di salute del detenuto dopo il ricovero (dal 14 febbraio al 18 aprile) al Campus Biomedico di Roma dove ha affrontato 40 cicli di radioterapia.

La prima relazione risale al 28 aprile scorso. “Attualmente il paziente è fragile – scrivono i medici di Rebibbia – presenta dispnea da sforzo e forti fattori di rischio cardiovascolare (…), presenta ansia reattiva, vissuto di sconfitta per l’attuale situazione detentiva, condizioni queste che influiscono negativamente sul sistema cardiovascolare e immunitario”.

“Il medico di reparto – aggiungono – unitamente al dirigente sanitario evidenziano che le condizioni del paziente di 76 anni sono mediocri, suscettibili di aggravamento improvviso e imprevedibile. (…) Vi è pertanto il rischio di arresto cardiocircolatorio improvviso, infarto acuto del miocardio e di ischemia cerebrale”. Per questo, concludono, “le condizioni di salute non risultano compatibili con il regime carcerario”.

Dello stesso contenuto è la seconda relazione, quella del 9 giugno. Qui si parla anche del diniego di Dell’Utri a “eseguire indagini analitiche e strumentali per una migliore valutazione della condizione cardiologo” e della decisione “di essere dimesso (…) contro il parere dei sanitari” ai quali l’ex senatore chiedeva “di riprogrammare un ricovero”.

Almeno fino al prossimo 28 settembre Dell’Utri quindi sarà a casa del figlio. Quel giorno, si terrà un’udienza per stabilire se potrà finire di scontare la sua pena, fino all’autunno del 2019, ai domiciliari o dovrà tornare in carcere. Nel frattempo dovrà sottoporsi a un’operazione al cuore.

Dell’Utri a casa, la protesta delle vittime delle stragi

Dell’Utri ai domiciliari? “Tanta solerzia intorno a noi non la vediamo, neppure tanti dottori disposti a capire, oltre ogni ragionevole dubbio, che la strage terroristica eversiva lascia segni indelebili, i nostri sopravvissuti fanno ogni giorno il conto con la causa effetto di 277 chili di tritolo”. È la reazione “a caldo” di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione di via dei Georgofili, che in una nota sottolinea come “in Italia il senso di giustizia è molto ampio quando si tratta del reo e finisce là dove iniziano i calvari delle vittime”.

Dopo tre rigetti e un pericolo di fuga paventato nell’ultimo provvedimento, la scarcerazione dell’ex senatore condannato per concorso esterno in Cosa Nostra (e in primo grado per la Trattativa Stato-mafia) scatena polemiche per il ruolo specifico di Dell’Utri, che al di là dei suoi malanni è tuttora al centro di una trama investigativa, come ricorda la stessa Chelli: “Il 26 maggio scorso, al convegno sulla giustizia in ricordo della strage di via dei Georgofili, la magistratura ha parlato di ‘significativi indizi’ sui concorrenti della mafia nella strage di via dei Georgofili, e uno degli indiziati è giusto Marcello Dell’Utri”.

Le fa eco la presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Sarti (M5S) ricordando che è “un dato di fatto che un personaggio, già stato latitante nel 2014, ritenuto garante ‘decisivo’ dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra fino al 1992 e poi ancora portatore del ricatto di Cosa Nostra allo Stato, cinghia di trasmissione tra la mafia e il primo governo Berlusconi del ‘94, ora potrà tornare a scontare il resto della sua pena non in una struttura carceraria, bensì nella propria casa”.

La scarcerazione di Marcello Dell’Utri è stata accolta invece con “gioia” dai senatori azzurri, con Francesco Giro che ricorda le premure di Berlusconi nei confronti dell’amico palermitano (“ha sofferto e soffre moltissimo per questa vicenda, un dolore per lui costante, ci teneva che andassi a visitarlo perché soffriva questa sua condizione”) e c’è chi, come la senatrice Maria Rizzotti, vicepresidente del Gruppo di Forza Italia, gli augura “davvero di cuore che, attorniato dall’affetto dei suoi familiari, possa riacquistare finalmente serenità di spirito che lo aiuterà certamente per affrontare cure adeguate e per ristabilirsi sul piano fisico e psicologico”.

Ma per l’ex magistrato Antonio Ingroia, infine, “se i tempi della giustizia fossero accorciati con una riforma non si arriverebbe a scontare le pene in tardà età”. E per il pm Nino Di Matteo “Dell’Utri resta uno degli elementi cardine dei più recenti rapporti fra la mafia e la politica, ed è potenziale conoscitore di retroscena importanti anche per completare il percorso di conoscenza sulle stragi”.

Correnti (d’aria)

Si pensava che, fra i due contraenti del patto di governo giallo-verde, i più predisposti alla cazzata e all’autogol fossero i 5Stelle, che non hanno mai governato. Viceversa la Lega l’ha fatto già tre volte su scala nazionale e molte di più nelle regioni del Nord, essendo il partito più anziano su piazza, fin troppo incistato nei palazzi di quella che un tempo chiamava “Roma ladrona”: il che la priva di ogni carica di novità, ma dovrebbe almeno garantirle un surplus di esperienza (“Il buonsenso al governo” era lo slogan di Pontida). Invece, in questo primo mese di governo, le cazzate più supersoniche sono arrivate proprio dai leghisti, con i pentastellati costretti ad arginarli, improvvisando un insospettato bon ton istituzionale. Non parliamo tanto del Cazzaro Verde, che studia le sue uscite a tavolino al ritmo di una al giorno per stare sempre in prima pagina sui temi più sentiti dalla “gente”, così arrabbiata e disinformata da accontentarsi delle sue flatulenze verbali (anche quando, se tradotte in pratica, produrrebbero l’effetto opposto a quello sperato, tipo: la dichiarazione di guerra alla Tunisia, uno dei pochi Stati africani che si riprendono indietro i propri migranti; l’alleanza con Orbán e i suoi compari del gruppo Visegrad, che i migranti non li vogliono a casa propria, dunque li lasciano a casa nostra; la “stretta” sui permessi umanitari, che aumenterebbe i ricorsi, bloccherebbe molti rimpatri, produrrebbe 10 mila clandestini in più con una spesa aggiuntiva di 100 milioni). Parliamo piuttosto di quelle in ordine sparso dei suoi giannizzeri.

Prima Lorenzo Fontana, il cosiddetto ministro della Famiglia che straparla di coppie gay e legge sull’aborto. E ora l’avvocato forlivese Jacopo Morrone, sedicente sottosegretario alla Giustizia, che arringa un gruppo di uditori giudiziari senza funzioni, li invita a “liberarsi delle correnti e in particolare di quelle di sinistra”, poi spiega: “Parlo così perché il mio partito ha una questione aperta con le toghe”. Lo statista di Forlì trascura alcuni dettagli. 1) La Costituzione tutela il diritto dei cittadini, magistrati compresi, ad associarsi liberamente. 2) Anche se tornasse Mussolini e sciogliesse le correnti togate per decreto, i giudici di sinistra continuerebbero a essere di sinistra, quelli di centro di centro, quelli di destra di destra, quelli leghisti leghisti, quelli grillini grillini. 3) Le correnti non c’entrano nulla con i processi (che coinvolgono nei vari gradi di giudizio almeno una quindicina di magistrati dei più diversi orientamenti), mentre incidono molto, anzi troppo, nel Csm per nomine, promozioni e punizioni dei magistrati.

Ma lì il problema si risolve cambiando la legge elettorale e le regole di funzionamento del Csm, per impedire lottizzazioni, cordate e scambi di favori. 4) La Lega “ha una questione aperta con le toghe” non perché le toghe ce l’abbiano con la Lega, ma perché la Lega aveva un tesoriere che rubava i rimborsi pubblici e un segretario che partecipava al banchetto con la sua “Family”. Fra indagini e processi dalla Calabria a Napoli, da Milano a Genova, in quattro procure, due tribunali (più i Riesami) e la Cassazione, lo scandalo Bossi-Belsito è passato per le mani di una trentina di magistrati di sedi, funzioni e gradi differenti: impossibile che fossero tutti di sinistra. Fermo restando che non occorre essere di sinistra per riconoscere, indagare e condannare ladri e truffatori: basta vederci bene. 5) Il fatto poi che uno dei pm più impegnati in quell’indagine fu, a Milano, il pm Robledo, poi entrato in rotta di collisione col suo procuratore Bruti Liberati, leader storico della sinistra giudiziaria, dà l’idea del livello stratosferico della cazzata morroniana. 6) Oggi i circa 9 mila magistrati italiani vanno al voto per eleggere i membri togati del Csm e fino a due giorni fa si prevedeva una discreta débâcle delle correnti progressiste, riunite nella sigla Area e ritenute da molti troppo corrive con gli ultimi governi: mentre passavano leggi contro i giudici (sulle ferie e l’età pensionabile) e contro la giustizia (condoni fiscali mascherati, premi all’evasione, bavagli sulle intercettazioni), mentre Napolitano dichiarava guerra ai pm più scomodi (dall’Ilva alla Trattativa), mentre Renzi bullizzava chi osava indagare sui suoi amici e parenti (lo scandalo Consip, definito “colpo di Stato per rovesciare il governo” e “complotto con false prove” dal partito di governo, nel silenzio generale) e premiava chi avrebbe dovuto indagare su Etruria (il procuratore di Arezzo consulente di Palazzo Chigi), la magistratura associata taceva o acconsentiva. Soprattutto Area, così vibrante quando le stesse cose le faceva B. (e così improvvisamente garrula ora che le stesse cose le dice Salvini).

Intanto il Csm, anziché difendere i pm minacciati e vilipesi, si dedicava a fucilarli e a promuovere capi degli uffici più graditi al potere. Infatti molti giudici senza padroni né collari, stufi dei collateralismi delle vecchie correnti e delle loro pastette al Csm, si erano buttati nella nuova componente Autonomia e Indipendenza, fondata da una bandiera della giustizia che non guarda in faccia nessuno: Piercamillo Davigo. Ci voleva giusto quel genio di Morrone per trasformare in vittime i vertici di Area, proprio alla vigilia delle elezioni per il Csm. Per restituire loro un’insperata verginità. Per farli gridare alla turbativa del voto sul Csm (che non è affatto turbato perché gli uditori arringati dal sottosegretario non votano). E per indebolire Salvini alla vigilia dell’incontro con Mattarella (che del Csm è presidente) dopo la sentenza della Cassazione sui soldi della Lega. Le correnti che minacciano i leghisti non sono quelle della magistratura, ma quelle d’aria che si scatenano appena uno di loro apre bocca. O altri orifizi a caso.

Il lato oscuro dei rangers nel cupo “Texone”

Dal 2012 Mauro Boselli è il curatore di Tex, testata alla quale ha impresso una svolta più cruda e realistica, pur nel rispetto rigoroso dei canoni della Bonelli. Questa sua caratteristica si nota soprattutto negli albi speciali con storie lunghe, come I rangers di Finnegan, il “Texone” 2018 (l’albo speciale annuale di 240 pagine in grande formato) affidato ai disegni di Majo, cioè Mario Rossi, noto soprattutto per i suoi cicli di Dampyr.

Boselli schiera tutti e quattro i “pard” di Tex Willer per indagare su misteriose stragi nei villaggi indiani già pacificati. I sospetti cadono sui rangers del Texas, lo stesso corpo di cui fanno parte anche Tex e i suoi compari (sia pure con uno status particolare, “a riposo”, apprendiamo ora).

Negli utili apparati redazionali che accompagnano il fumetto si ricorda che i ranger benvestiti e idealisti che hanno animato per decenni il fumetto popolare italiano (su tutti Il piccolo ranger della Essegesse) sono un’invenzione letteraria. I veri ranger erano molto più simili a quelli che racconta Boselli nel Texone e, tutto sommato, anche al primissimo Tex: un corpo di contractor, come li chiameremmo oggi, mercenari irregimentati ma con moralità e predisposizione alla violenza simile a quella dei loro avversari. Il tratto di Majo, che lesina troppo sui dettagli per un fumetto con tavole di così grande formato, è particolarmente efficace nel descrivere le stragi negli accampamenti indiani, o i massacri da parte dei coloni di nativi che, da parte loro, sono assai lontani dal mito del “buon selvaggio”.

Tex, i due Kit (Carson e Willer, protagonisti di una memorabile rissa) non sono mai sembrati così impotenti nel loro tentativo di garantire giustizia (o almeno giusta vendetta) in una società cinica e spietata che, anche senza indiani e pistole, non è poi molto diversa dalla nostra.

M come il #MeToo schivato. Abbecedario dello Strega ’18

In medias res, o in media stat virtus: iniziamo dalla m, o meglio, dalla #m. Il 2018 doveva essere l’anno del #MeToo anche per il Premio Strega. Tre donne in cinquina. Cinque protagoniste dei libri finalisti. Il secondo classificato, Marco Balzano nel suo romanzo, Resto qui (Einaudi), ci ha messo anche una Mamma con la maiuscola. Anche se poi lì è rimasto. Secondo. Al primo posto, Helena Janeczek (La ragazza con la Leica, Guanda) con 196 voti Eppure durante la serata di premiazione di femminismo se n’è visto poco. Né spille, né vestiti neri, né movimento. Tutte e tutti seduti ai tavoli – tanti – zeppi di invitati – che riempivano, mai come in questa edizione, l’intero Ninfeo di Villa Giulia a Roma. Donne ognuna per sé – da Helena Janeczek a Sandra Petrignani, a Lia Levi. La prima a ribadire che il suo è un romanzo (La corsara, Neri Pozza) che racconta la vita di Natalia Ginzburg non è una rivendicazione, semmai un tassello per la memoria dei lettori, la seconda a sottolineare che la sua “non è una vittoria al femminile”. La terza a “ricordare una storia” troppo grande per essere solo un #MeToo. Così chi si aspettava una unanime levata di scudi è rimasto deluso. Si sono levati soltanto i vassoi.

A come affamati e folli Piacere Janeczek

“In alto, dovete tenerli in alto i vassoi”. Arriviamo direttamente alla V, ma in pochi hanno mangiato. La polemica è stantia, si sa. Ma ogni anno è declinata in modo diverso. Per la 72esima edizione la Fondazione Bellonci deve essersi fatta prendere la mano con gli inviti, salvo poi rendersi conto – a serata già iniziata – che non ci sarebbero stati tutti seduti, e quindi alla metà di loro ha concesso lo status di cocktailer (solo posti in piedi e bevanda – Strega, ovvio – in mano). Fa chic e non impegna. Soprattutto perché – come è costretto a far notare mister Strega uscente Paolo Cognetti dalla giuria – “questo non è un ristorante, ma un premio letterario”.

Oddio, chi avvisa le signore che si presentano con mano languida appoggiandosi al solo cognome, tutte intente a mangiare senza sapere chi sia quell’aliena con ciocche di capelli verdi in tinta con le scarpe che si sta scolando l’agognata bottiglia di liquore della casa in ginocchio di fronte ai fotografi. Lei, Helena Janeczek è la prima donna dopo 15 anni a vincere lo Strega. “Pare abbia scritto un romanzo sulla moglie di Frank (sic!) Capa” (sic!). Piacere Janeczek.

 

S come schivi: cosa ci siamo venuti a fare

Porgitrici di mani a parte, l’edizione 2018 del Premio, si diceva, ha registrato il pienone. Così non è mancato chi si appartava per trovare pace. Come Marco Balzano, che nel giardino degli etruschi si lascia intervistare: “Se vinco, come prima cosa compro un bel regalone ai miei bambini”, confessa normale, quotidiano “sì, normale, e che c’è di male?”.

Paolo Cognetti, intanto si gode “un’oasi di tranquillità”, “un’area chill out” come la definisce, anche se, certo, non è la montagna. Ma quest’anno Cognetti da giurato sembra essere più in parte dell’anno scorso, quando con il verde nel taschino sfuggiva anche agli sguardi degli astanti. Al suo posto ora c’è Sandra Petrignani: “Questo genere di cose non sono per me”, confessa. “Stare qui, con tutta questa gente… lo si fa, ma non è una cosa da me”. Non si può dire lo stesso della di lì a poco proclamata vincitrice. Helena Janeczek si offre da subito a cameraman e fotografi. Senza ansie. “Aspettare il verdetto non è una tortura”, spiega. “Le torture sono ben altre. Anzi, momenti come questi bisogna goderseli”. Anche perché, tolto questo dente (premiare una donna e una piccola casa editrice), per la prossima bisognerà aspettare altri 15 anni.

 

T come telecamere Le belle della diretta Rai

Ma Janeczek non è la sola a concedersi volentieri ai giornalisti. Carlo D’Amicis discute, si autocita, fa la morale a chi l’ha letto e a chi no (!). Non si sottrae ai flash, senza inibizioni, anche lui in parte (Il gioco, Mondadori). A proposito di telecamere, “la diretta Rai non è mai stata così invasiva”, commentano dai tavoli sotto luce. “Bisogna aspettare i tempi televisivi, ma questo è un premio letterario”.

In effetti le interviste a Franca Leosini e Dacia Maraini allungano il brodo (che poi vista la microzuppa di cernia, non guasta). Ma vuoi mettere sentir parlare qualcuno che ha letto dei libri e che addirittura ne ha scritti? Pericolo. Buio in sala. “È andata come doveva andare – commenta Petrignani – ma non siate tristi, altrimenti mi sento in colpa”.