Tre sbirre che sanno vendicarsi. E l’amore non c’entra nulla

Pubblichiamo un estratto da “Senza sapere quando”, racconto di Massimo Carlotto da “Sbirre”, raccolta di racconti con Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni.

Anna arrivava sempre per prima. Voleva prendersi il tempo di un bagno caldo, per avere la mente libera da pensieri e preoccupazioni, quando lui avrebbe aperto la porta. Una volta ogni tre settimane saltava nel vuoto con quell’uomo che le si era conficcato nella mente e nel ventre. L’amore non c’entrava nulla. Lei lo riservava con qualche perplessità al marito, che la credeva al lavoro. Non erano solo amanti: erano complici. Anche nel sesso. Scopavano e bevevano. Bevevano e scopavano fino a stordirsi. Poi per ventuno giorni filati non sentivano il bisogno di parlarsi, vedersi, sfiorarsi. Era sempre stato così, fin dall’inizio, fin da quando lei lo aveva baciato a tradimento. Aveva voglia di un uomo e quello che l’aveva condotta all’altare non era a portata di mano. Ma, soprattutto, aveva smesso di essere un compagno di letto interessante. Lui l’aveva guardata e aveva sorriso. “Sei sicura che sia una buona idea?” aveva chiesto con quell’inconfondibile parlata del confine.

Lei non aveva dato peso alla domanda. Era troppo tardi per fermarsi a riflettere. In fondo era solo un passo in più nella direzione che aveva imboccato, deviando dalla strada maestra senza porsi troppi problemi. Un’esistenza normale, noiosa e insoddisfacente sotto tutti i punti di vista: poi era capitata l’occasione, la tentazione irresistibile, e aveva saltato il fosso scoprendo l’eccesso in ogni sua forma, e la possibilità di trasgredire grazie alla doppia vita che si era creata. Preferiva di gran lunga quella più laterale e nascosta: l’altra la sopportava a fatica ma non lo dava a vedere. Sembrava la brava ragazza di sempre, che aveva imparato a rinunciare ai sogni e ad accontentarsi della mediocrità. Lui non poteva capire. Nessuno poteva. Per questo Anna non aveva risposto e gli aveva appoggiato il palmo della mano sul cavallo dei pantaloni. “Scopi bene, Zeno?” Zeno Degrassi aveva annuito serio, e da bravo maschietto si era dato da fare. Non era per niente male, anche se difettava di quel pizzico di fantasia che le donne sperano, spesso inutilmente, di trovare. In ogni caso, meglio non le sarebbe potuta andare, perché con lui, visti i segreti che condividevano, non correva il rischio che si vantasse in giro di essersi portato a letto Anna Santarossa. Spostò la tenda e sbirciò all’esterno. Nel parcheggio c’erano solo una decina di auto, e l’unico lampione non riusciva a imporsi sul buio dell’inverno. Le montagne erano lì, a due passi, ma non si vedevano. E nemmeno le frontiere: da una parte l’Austria, dall’altra la Slovenia. La statale era deserta a quell’ora, eppure non era così tardi. I pochi viaggiatori si erano già rintanati al caldo negli alberghi dei paesi o nei motel disseminati lungo la strada. Loro si incontravano sempre nella stessa stanza della pensione Mangart: lo stesso nome della cima che si poteva ammirare volgendo lo sguardo verso est. L’aveva scelta lei. Doriana, la proprietaria, le doveva un favore e la ripagava con la discrezione. Il marito giocava, sperperava i soldi in modo patologico e una volta si era infognato con certi strozzini che avevano promesso di spaccargli le ossa. Anna aveva sistemato le cose: in cambio, lei e Zeno potevano prendersi la solita camera quando volevano, senza che i loro dati venissero registrati e comunicati alla polizia. Possedevano entrambi le chiavi dell’albergo, anche quella della porta di servizio. Due fantasmi che sparivano poco prima che venisse servita la colazione. Quella notte Zeno arrivò in anticipo, quando lei non era ancora pronta. Anna indossava l’accappatoio, e non il négligé in pizzo e tulle che aveva acquistato per l’occasione. Lui notò il suo disappunto e si giustificò. “Avevano fretta e ci siamo sbrigati prima. Stavolta era un furgone, sembrava bello carico” disse, prendendo una busta dalla tasca interna del piumino. Era spessa. Diecimila euro in banconote da cinquanta. Li contò e li divise. Anna allungò la mano e mise la sua parte nella borsa mentre l’uomo si liberava della fondina con la pistola e l’appoggiava sul tavolo insieme ai soldi e al distintivo. Continuò a spogliarsi fino a restare nudo. Lei si avvicinò e con gesti sicuri gli iniettò della papaverina nel cazzo. I loro incontri clandestini non ammettevano prestazioni deludenti o cedimenti imbarazzanti. Poi spense la luce. La riaccese più tardi per stappare una bottiglia di rosso. La scolarono fumando e parlando. Zeno aveva una voce bassa, calda, che poco si addiceva ai modi così spicci e rozzi. Scoparono ancora prima di riempirsi i bicchieri con altro vino. Quando suonò la sveglia del cellulare, lui era già sotto la doccia. Avevano dormito meno di due ore, la testa e lo stomaco sembravano due campi di battaglia. Anna si alzò e mandò giù con una lunga sorsata d’acqua le pastiglie che aveva preparato. Era una donna previdente. Calcolava sempre tutto. Tornò a letto e guardò Zeno rivestirsi in silenzio. Poi l’uomo uscì dalla camera assicurandosi che il corridoio fosse vuoto. L’aveva salutata con un mezzo sorriso stanco. Ventuno giorni esatti e si sarebbero rivisti. Più tardi, mentre si truccava con cura per mascherare le occhiaie, Anna pensò a come usare quei soldi. La maggior parte sarebbe servita per il futuro, quando avrebbe detto addio a tutti per trasferirsi all’altro capo del mondo e cominciare una nuova vita che non era ancora riuscita a immaginare: un regalino, però, se lo concedeva sempre. Niente di vistoso, perché la gente nota certi particolari e inizia subito ad arrovellarsi nel tentativo di capire la provenienza del denaro.

Alla fine optò per una cintura. Quella che indossava ormai si era rovinata a forza di agganciarvi fondina e distintivo.

Pubblicato da Rizzoli, Milano 2018. “Senza sapere quando”: Published by arrangement with S&P Literary – Agenzia Letteraria Sosia&Pistoia

13° giorno in trappola nella grotta: un morto e il flop delle trivelle

Una lunga giornata, la tredicesima, per i 12 ragazzini intrappolati insieme al loro allenatore di calcio nella grotta di Tham Luang, e costellata di cattive notizie. Prima la morte di uno dei soccorritori – ex membro delle truppe speciali thailandesi che si era messo in ferie pur di tentare di liberare i minori – che ha tentato di percorrere il tratto allagato dei cunicoli che portano alla squadra. Poi, in serata, l’annuncio del fallimento del tentativo di trivellare il cunicolo a circa 200 metri dai ragazzi. Le uniche vie d’uscita resterebbero dunque le gallerie, in parte allagate, della grotta. Ma “non sono ancora in grado di immergersi”, ha detto il governatore della regione Chiang Rai, in una conferenza stampa in cui era previsto anche il ministro dell’interno che però ha lasciato il sito delle operazioni. “Vogliamo meno rischi e il miglior piano possibile”, ha aggiunto escludendo un imminente avvio dell’operazione di salvataggio, nonostante il pericolo di nuove piogge.

La Brexit col morto (soltanto politico)

Il giorno della resa dei conti sulla Brexit inizia alle 10 di ieri mattina, con l’intero governo chiuso a Chequers, residenza di campagna dei primi ministri britannici. Luogo idilliaco solo all’apparenza, descritto come gelido d’inverno e torrido d’estate e per questo perfetto per risolvere le crisi più ostiche. La fotografia politica: Theresa May con l’acqua alla gola, il tempo per un accordo con Bruxelles ormai agli sgoccioli, 7 dei 22 ministri pronti alla rivolta. Sul tavolo, la bozza di Downing street per l’accordo commerciale che i negoziatori europei sono stufi di aspettare.

Secondo indiscrezioni, Londra offrirebbe ampie convergenze con gli attuali assetti doganali per lo scambio di beni, riservandosi la possibilità di divergerne nell’ampio settore dei servizi ma continuando a sottostare alla Corte europea di Giustizia in alcuni ambiti.

Proposta che Bruxelles potrebbe rifiutare, aprendo un nuovo fronte di crisi per la May. Ma intanto ieri, a Chequers, l’imperativo era trovare finalmente unità d’intenti. A qualunque costo: fra i parlamentari la giornata era da giorni definita the body bags day, il giorno da cui qualcuno sarebbe uscito – politicamente – cadavere.

Tanto per capire il clima: telefonini sequestrati e, secondo uno scoop di Politico, all’ingresso il biglietto da visita di una società di taxi locale. Come a dire: chi non collabora si scordi l’auto di servizio per tornare a Londra. Già pronta una lista di giovani parlamentari fedeli alla May pronti a prendere il posto di eventuali dimissionari.

In ballo, il fallimento del negoziato con l’Unione europea, che non può più tollerare incertezze: ormai anche il mondo del business, tradizionalmente vicino ai Tories, dà segnali evidentissimi di insofferenza, con multinazionali come Airbus, Bms e Jaguar Land Rover pronte a bloccare investimenti e trasferire sedi in Europa in caso di mancato accordo.

Per la May, quello presentato ieri a Chequers è “il meglio dei due mondi”. Ieri mattina, Boris Johnson lo aveva definito “Il peggiore possibile”.

Oggi si potrebbe capire di chi è davvero il cadavere nel sacco.

Impiccati 23 anni dopo gli adepti-killer del Sarin

Tokyo, 20 marzo 1995. Poco prima delle 8 del mattino, 5 uomini salgono sui vagoni della metro affollata e depositano alcuni sacchetti contenenti un gas letale, il Sarin. Prima di uscire e dileguarsi in superficie, hanno perforato con punte di ombrello i contenitori, che cominciano a diffondere il veleno nell’aria, colpendo agli occhi e ai polmoni centinaia di passeggeri. Il bilancio sarà di 12 morti, le vittime totali arriveranno a oltre 6000: l’apocalisse.

C’era del metodo in tutta quella follia? È quanto il Giappone continua a domandarsi a molti anni di distanza, quando la condanna a morte per impiccagione dei responsabili di quell’atto appartenente alla setta Aum Shinrikyo (“Verità suprema”) fa ritornare in superficie almeno per un istante le inquietudini di una società che si era a lungo sentita al sicuro dalle minacce del terrorismo fatto in casa. Tutta l’azione criminale ruotava intorno alla persona di Shoko Asahara, guru millenarista e dalle deliranti quanto distruttive mire di conquista del pianeta.

Ipovedente fin dalla nascita, originario di un piccolo villaggio del sud del Giappone, poco dopo gli studi di Medicina cinese, Asahara intraprende un viaggio di formazione alla volta dell’Himalaya. Frullando insieme elementi di buddismo e induismo, si sente illuminato proprio come Siddartha sotto l’albero della Bodhi. Ma nonostante l’incontro con il Dalai Lama, gli intenti della religione da lui fondata nel lontano 1987 non si rivelano esattamente pacifici. Il principio centrale attorno al quale la predicazione raccoglie i suoi adepti è infatti quello della fine del mondo ormai prossima, anche per il previsto scoppio della Terza guerra mondiale. Solo un gruppo ristretto di persone si sarebbe salvato: i membri della nuova religione. Star della tv sul finire degli anni ’80, il guru raccoglie circa 40 mila seguaci, non solo in Giappone, ma anche in Russia e perfino negli Usa. Dato che lo scopo è quello di creare una razza nuova di super-uomini in grado di affrontare la fine dei tempi, a tutti gli altri sarà data in sorte la morte. Attorno al leader dalla barba fluente e dalle camicie sgargianti, si raduna anche un gruppo di giovani accademici – menti brillanti e annoiate del Giappone di inizio anni 90 all’inizio della stagnazione economica e in piena crisi d’identità.

Fallita la carriera politica (candidato al Parlamento nel ’90), Asahara si blinda nel quartier generale di Aum al piedi del Monte Fuji, dove si dedica a uno scopo preciso: la costruzione di un’arma di distruzione per impadronirsi del mondo. Tenta con la biologia, anche grazie al suo braccio destro Seiichi Endo, definito il ministro della Sanità della setta. Così si sperimentano botulino, antrace, colera e si studia perfino il virus Ebola. Rivelatisi inefficaci i tentativi batteriologici, la chimica porterà a maggiori successi. Un anno prima della strage nella metro, un quartiere di Tokyo viene colpito dalla morte misteriosa di 7 persone. Le autorità giapponesi scopriranno trattarsi di Sarin, potente gas nervino messo a punto per la prima volta dagli scienziati del Terzo Reich negli anni 30, attribuendo poi la responsabilità all’azione di Aum. Il processo al guru e a 11 seguaci si concluderà nel 2004. Si dovranno attendere però ancora 10 anni per la cattura dell’ultimo complice, giustiziato infine con gli altri 12 solo pochi giorni fa. La setta ha cambiato nome (il ramo principale oggi si chiama Aleph), si è spaccata e ha ridotto a non più di 1500 i suoi adepti. Eppure esiste ancora. “Non avranno più il Sarin a disposizione, ma credono negli insegnamenti di Asahara, che ha teorizzato lo sterminio”, ha commentato la giornalista del Japan Times Shoko Egawa, autrice di numerose inchieste sulla setta.

La “pulizia Etica” della nuova scuola che insegna il nulla

Pare incredibile ma sopravvivono ancora, annidate in remote foreste e rovine, sparute tribù di Ingenui, che senza nulla sospettare della modernità e del progresso coltivano idee arcaiche e risibili. Credono che la storia serva a capire la differenza tra fascismo e Resistenza o fra dittature e democrazie; o in che cosa la Rivoluzione francese cambiò il mondo, o fin dove giunse l’Impero Romano. C’è perfino chi ritiene che studiare filosofia significhi leggere Platone o Kant; che la matematica vada intesa come supremo strumento di conoscenza e di analisi del mondo e del pensiero. E così via, di superstizione in superstizione. Credenze da reprimere senza indugio. Per fortuna, è già in corso la pulizia etica, grazie al ministero dell’Istruzione e alla sua Campagna per le Competenze. Tramontato il nozionismo, è tempo di assicurare “l’acquisizione delle competenze chiave che preparino i giovani alla vita adulta anche ai fini della futura vita lavorativa”. Perciò la scuola dovrà organizzare un “unico processo di insegnamento/apprendimento attraverso la reciproca integrazione e interdipendenza tra i saperi e le competenze contenuti negli assi culturali”.

Ed ecco “le otto competenze chiave di cittadinanza: 1. Imparare a imparare. 2. Progettare. 3. Comunicare. 4. Collaborare e partecipare. 5. Agire in modo autonomo e responsabile. 6. Risolvere problemi. 7. Individuale collegamenti e relazioni. 8. Acquisire ed interpretare le informazioni”. Vasto programma, come si vede, al termine del quale la Pedagogia del Vuoto avrà raggiunto il suo fine supremo. Preparare a una Vita Adulta (che sia anche lavorativa è da dimostrare) in cui non si impara nulla, se non la tecnica per imparare qualcosa. Si progetta (ma non si sa che cosa né perché o per chi). Si comunica (checchessia), si collabora e partecipa (non importa se alla Costituente o a un pic-nic), si agisce responsabilmente (non si sa per quali fini e con quali principi), e naturalmente si risolvono problemi (qui almeno il modello non manca, il Mr. Wolf di Pulp Fiction).

Ora farò una confessione personale. Finora l’ho nascosto, ma l’autore di queste righe (lo dico non senza imbarazzo) è egli stesso un Ingenuo. È convinto, ad esempio, che lo straordinario successo all’estero dei nostri ricercatori e studiosi, che l’Italia matrigna respinge dalle proprie università sottofinanziate, sia dovuto in primo luogo alla bontà dei nostri licei, che molti, in America o in Germania, considerano i migliori del mondo. Certo la formazione universitaria, finché non verrà anch’essa travolta dalla cecità dei tagli lineari, è stata e resta importante: ma è il ventaglio delle conoscenze di base del liceo che fa la vera differenza, creando una piattaforma di flessibilità mentale e di curiosità intellettuale che non dipende dalla “competenza” di “imparare a imparare”, bensì da quel che sui banchi di scuola si è veramente imparato, compresi Omero, Virgilio e Dante, o le nozioni (sì, nozioni) basilari di biologia o di fisica. E anche aoristi, tavole periodiche, logaritmi, e quant’altro. Sono anzi convinto che oggi più che mai sia importante non “imparare a imparare”, bensì imparare la storia, quella più antica (per sapere che gli italiani sono un popolo straordinariamente meticcio e non una razza da difendere), e quella più recente (per capire che “fascismo” non vuol dire camicia nera e passo dell’oca, ma violenza contro il diverso, intolleranza, prepotenza, presunzione). Agire responsabilmente non nel vuoto, ma imparando la storia dell’arte, senza di che a proteggere il nostro enorme patrimonio artistico e archeologico a nulla servono soprintendenti e carabinieri.

Il fatto è che la scuola è troppo importante per lasciarla, incaprettata mani e piedi, in mano a “pedagogisti” parolai. Il problema della scuola va ridotto all’essenziale, come ha fatto benissimo Giovanni Floris in un libro prezioso (Ultimo banco. Perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia) perché dice pane al pane e vino al vino con piglio semplice e diretto. Floris ha ragione, “la svalutazione della scuola e il tracollo della politica vanno di pari passo”, ed è nella scuola che si combatte “l’uso povero delle parole”. “Il lavoro dell’insegnante è cambiare il futuro”, trasmettendo concrete conoscenze, non astratte e vuote competenze. Insegnando con la passione e la convinzione che vengono da discipline ricche di contenuti, e non da protocolli procedurali e burocratici travestiti da pedagogia. Perciò bisogna “costruire una scuola da cui escano cittadini migliori”, e non solo “una scuola da cui escano lavoratori”, la cui competenza primaria sia quella voluta da Lorsignori: la competenza di saper servire, meglio se gratis (a questo serve la funesta “alternanza scuola-lavoro”, di cui benissimo ha scritto, sul Fatto del 27 marzo, F.M. Pontani).

Ma chi vuole questa sagra paesana delle competenze, questo stuolo di pseudo-adulti con la testa vuota? Alle origini, c’è una raccomandazione del Parlamento europeo del 2006, prontamente accolta da Confindustria, e tardivamente ma gioiosamente sposata dal ministero della (non più Pubblica) Istruzione. Come ha scritto Anna Angelucci su Roars (18 marzo), si tratta qui di “competenze trasversali, pragmatiche, operative, procedurali, cui vengono subordinate anche quelle disciplinari e interdisciplinari fino a sparire. Finalizzate esclusivamente alle ‘sfide’ della società globale, della trasformazione digitale e delle tecnologie dell’industria 4.0. Un cambiamento di paradigma epocale, in cui l’educazione culturale, intellettuale e morale viene sostituita dalla formazione esclusiva al lavoro, senza psiche e senza téchne”.

Che cosa farà, di fronte questo paesaggio di rovine, il neo-ministro nel governo “del cambiamento” presieduto dal prof. Conte? Nel cosiddetto contratto di governo e nel discorso d’insediamento del presidente del Consiglio, su questo tema non c’era se non qualche paillette retorica. Alla mia lettera aperta pubblicata dal Fatto l’8 giugno, il presidente del Consiglio non ha trovato il tempo di rispondere, ma (ri)tentar non nuoce. Proviamo dunque a chiedergli: il “cambiamento” includerà il ritorno al nome storico “Ministero della Pubblica Istruzione”, ripristinando l’aggettivo “pubblica” cancellato dieci anni fa? O il governo continuerà a privilegiare la scuola privata, sebbene la Costituzione (art. 33) dica che dev’essere “senza oneri per lo Stato”? E in che relazione è lo squallido diktat delle competenze con la piena libertà dell’insegnamento sancita dalla Costituzione? La scuola è fucina del futuro: vogliamo che sia la palestra di cittadinanza voluta dai Costituenti, o un vivaio di servi armati di burocratiche “competenze”?

L’Editto romano

Ma ciò che rende tali i servizi pubblici europei sono alcune esigenze condivise: la prima è quella che per servizio pubblico non deve intendersi servizio di Stato, e men che meno dei governi e dei partiti, ma servizio alla comunità nazionale…”

(dalla prefazione di Jader Jacobelli a “La Tv in Europa” di Pasquale Rotunno – Rubbettino, 2003 – pag. 8)

Non c’è scritto da nessuna parte che il servizio pubblico debba avere tre reti tv. E dunque, non c’è niente di scandaloso nell’Editto romano con cui Beppe Grillo dal balcone dell’Hotel Forum, poco distante da piazza Venezia, ha annunciato con un megafono che due reti della Rai saranno messe sul mercato e una non avrà pubblicità. Niente di scandaloso, a parte il fatto che l’Elevato – come lui stesso s’è definito, con autoironia mista a una buona dose di autostima – non è né il presidente del Consiglio né il ministro dello Sviluppo economico, a cui compete la delega alle Comunicazioni, e formalmente non è neppure il capo politico del Movimento 5 Stelle.

Sappiamo tutti che la tripartizione delle reti televisive di Stato, senza una mission editoriale distinta e senza un target definito di pubblico, è il frutto avvelenato della vecchia lottizzazione che assegnò di fatto la prima rete alla Democrazia cristiana, la seconda ai partiti laici con il Psi in testa e la terza all’opposizione, trasformando quest’ultima nella “riserva indiana” del Pci. Ma sappiamo anche che oggi, dopo l’introduzione del digitale terrestre, in realtà i canali pubblici si sono moltiplicati fino ad arrivare a un totale di undici, tra cui spicca – si fa per dire – Rai 4, promossa sulla piattaforma satellitare, la più commerciale di tutte, infarcita di film e telefilm americani. E sappiamo, infine, che nel resto d’Europa diversi servizi pubblici – dalla Gran Bretagna alla Germania, dalla Francia alla Spagna – gestiscono più di una rete televisiva.

Nulla impedisce, comunque, che nell’Italia “sovranista” la Rai ne abbia una sola, senza pubblicità, finanziata dall’odiato canone d’abbonamento o direttamente dallo Stato attraverso la fiscalità generale. Si tratterà poi di vedere a chi, come e a quale prezzo potrebbero essere cedute eventualmente le altre due reti generaliste, per le quali si stima di ricavare circa 2,5 miliardi di euro. E poi, decidere di conseguenza che fine faranno gli altri canali digitali del servizio pubblico. Bisognerà evitare, però, che questa vendita si trasformi in una svendita di Stato o in una privatizzazione selvaggia, per accrescere piuttosto la libera concorrenza e non favorire ulteriormente le concentrazioni attuali (Mediaset, Sky, La7), in particolare nella raccolta pubblicitaria.

Il fatto è che la Rai, con i tutti i suoi vizi e difetti, rappresenta al momento la pietra angolare del settore radiotelevisivo italiano ed è l’asse portante di tutto il nostro sistema mediatico. La sua smobilitazione dovrebbe implicare, perciò, un riassetto generale di questo comparto nevralgico per l’informazione e per la vita democratica del Paese: a cominciare da un’equa redistribuzione delle risorse fra la televisione e tutti gli altri media.

Staremo a vedere ora se il “governo del cambiamento” intenderà procedere alla ristrutturazione del servizio pubblico, secondo l’Editto grillino. In ogni caso, c’è da auspicare che i partiti tolgano le mani una volta per tutte dalla Rai e che la tv di Stato, o ciò che ne resterà, corrisponda effettivamente alle aspettative di tutti i cittadini. Non solo degli elettori della maggioranza giallo-verde.

La misura più di sinistra degli ultimi anni

C’era bisogno di un segno – formale e sostanziale – da parte del Movimento 5 Stelle. Un segno di alterità rispetto alla Lega di Salvini e alla destra, ma anche e soprattutto di cambiamento rispetto alle politiche del lavoro degli ultimi anni, votate a una flessibilità che si è trasformata in precarietà e con lo sguardo rivolto più agli imprenditori che ai lavoratori. Un segno che è arrivato con il decreto Dignità.

Non è certo la panacea di tutti i mali, né il “licenziamento del Jobs Act” ventilato, ma è sicuramente un buon inizio, una positiva inversione di tendenza rispetto alla gestione del mercato del lavoro recente, che ci hanno “regalato” gli ultimi dati Istat. Alla faccia dei festeggiamenti renziani, il tasso di disoccupazione italiano a maggio è ancora a 2 cifre – 10,7% – contro un’eurozona all’8,4%, peggio di noi fanno solo la Spagna e la Grecia; l’occupazione in compenso è sempre più precaria: quasi il 95% dei nuovi occupati dell’ultimo anno – 434 mila su 457 mila – è a termine. E questo dopo aver speso decine di miliardi in incentivi per le assunzioni stabili e tolto diritti ai lavoratori (art. 18). Senza pesare sui conti, con il decreto si dà finalmente una stretta salutare ai contratti a termine, ridotti da 5 a 4 rinnovi possibili in 36 mesi, con l’aggiunta di contributi e causali per scoraggiarne l’uso, e si aumenta del 50% l’indennizzo per i licenziamenti illegittimi, che ora può arrivare fino a 36 mesi di stipendio (un anno in più rispetto a oggi per il lavoratore, un deterrente in più per l’imprenditore a licenziare ingiustamente).

Aumenteranno i contenziosi? Beh, allora vuol dire che si dovrà verificare se qualcuno ne ha approfittato, mentre “chi è onesto non tema” come ha detto il premier Conte. Vale la pena ricordare come solo i ripetuti contenziosi (persi) abbiano indotto in passato molte aziende a regolarizzare schiere di precari. E non sono forse giuste le multe salate (fino a 4 volte quanto ricevuto dallo Stato) per le aziende che delocalizzano dopo aver incassato aiuti pubblici? E combattere la ludopatia vietando la pubblicità per gioco d’azzardo e scommesse, come peraltro già si fa per le sigarette? Eh, ma si perderanno un sacco di soldi. Si ha una vaga idea dei costi abnormi – economici, sanitari, sociali – del vizio del gioco, esacerbato dagli anni di crisi? Infine le semplificazioni fiscali, che non saranno le abolizioni promesse di spesometro, redditometro, studi di settore, split payment, perché qualcosa è già stato fatto e di più avrebbe creato problemi di coperture. Ma almeno si prevedono degli slittamenti (spesometro da settembre a febbraio) e il blocco dello split per i professionisti, che daranno un po’ di ossigeno ai contribuenti onesti (sperando che i disonesti non si freghino le mani).

Insomma: un decreto che non è il migliore dei mondi possibili, ed è sicuramente perfettibile, ma altrettanto sicuramente è il provvedimento sul lavoro più di sinistra visto negli ultimi anni. Come dimostrano il plauso di Camusso, Landini, Speranza e i malumori dell’alleato Salvini. Passare dalla parola d’ordine “flessibilità” a “dignità” è un colpo di scena in cui molti non speravano neanche più (sperando ovviamente che il Parlamento non lo cambi in peggio…).

Immigrazione, Il Pd esca dai salotti

Il problema dell’immigrazione, in questi giorni e settimane così al centro del dibattito politico italiano ed europeo, non può essere disgiunto dalla crisi del Pd. È “la questione” da cui dipenderà il futuro dell’attuale maggior partito di opposizione italiano.

Come ha detto giustamente Pif, i migranti non fanno paura a quella parte di popolazione che vive nei centri delle città (che votano Pd), ma agli abitanti delle periferie costretti a misurarsi con il degrado e ad affrontare situazioni estreme dove la legalità è sospesa (di questi giorni gli scontri nel quartiere Aurora a Torino tra pachistani e nigeriani).

Il tema dell’immigrazione per chi ha un lavoro, per chi ha una casa sicura, per chi vive in un quartiere in cui il controllo sociale è garantito e il decoro non è solo una questione di forma, è vissuto come un problema degli altri, non tocca diritti acquisiti. Il borghese che vota Pd può indignarsi per le parole razziste di Salvini, può commuoversi per i bambini lasciati morire in mare mentre va alla spiaggia a fare il bagno, sicuro che lì non arriverà mai un barcone dalla Libia.

L’immigrazione non è una questione solo di ordine pubblico e di sicurezza, e nemmeno una questione meramente numerica (quanti sbarchi quest’anno quanti l’anno scorso), non riguarda solo Pozzallo o Lampedusa ma la società intera, i nostri paradigmi mentali, il mercato del lavoro e i rapporti sociali: nelle periferie, nelle campagne calabresi dove la gente muore per guadagnare due euro all’ora, nei centri storici degradati, là dove ci si contende una casa dove abitare, un lavoro per sopravvivere, un asilo, un posto letto in un ospedale per non morire. Senza i migranti l’Italia si ferma, questo lo sanno tutti. Nei cantieri edili non si sente più parlare italiano, nelle case della borghesia abbienti senza le badanti rumene, ucraine o sudamericane i vecchi sarebbero abbandonati, nel settore manifatturiero sempre di più gli stranieri prendono il posto degli italiani, per non parlare dei lavori più usuranti e faticosi.

Chi viene da fuori è disposto a tutto, anche a essere pagato meno, per questo la Confindustria si oppone al salario minimo ed è grave che la sinistra in tanti anni al governo non sia riuscita a imporlo (ora ci prova Di Maio). I migranti sono una straordinaria riserva di mano d’opera a basso costo, rappresentano un affare straordinario per molti imprenditori. E una sicurezza per le nostre pensioni.

Il tema dell’immigrazione rivela tutta l’incapacità del Pd di leggere la realtà vera che non è quella addomesticata dei salotti e nemmeno quella fredda delle statistiche. Chi si confronta tutti i giorni con gente che ha problemi di sopravvivenza e quindi ha una diversa scala di priorità, se ne frega dei numeri esibiti da chi con atteggiamento spocchioso ricorda che non c’è nessuna emergenza immigrazione, che i furti sono calati e gli omicidi pure, come se l’allarme sociale fosse un’invenzione dei populisti “razzisti e xenofobi”.

Non essendo più presente nelle periferie (a parte lodevoli eccezioni), l’ex partito del movimento operaio, non ha gli strumenti per elaborare un’analisi politica e nemmeno una proposta, se non quella emergenziale, di ridurre il numero degli sbarchi. Esattamente come la destra. Cambia solo l’intonazione degli aggettivi, la postura culturale (no al razzismo) ma la sostanza è la stessa, anche la strategia (“aiutiamoli a casa loro”), quando è evidente che non siamo solo di fronte a una questione emergenziale ma a un problema strutturale che mette in discussione il nostro modo di produrre e di relazionarci con il sud del mondo.

C’è qualcuno del Pd che fa questi discorsi? Lo avete mai sentito? Eppure il futuro del partito sta tutto qui, nella capacità di ripensare questo sistema economico ingiusto e “insostenibile” che causa guerre, carestie, crisi climatiche e quindi ondate di migrazioni, e che ci sta portando a uno scontro sociale dagli esiti imprevedibili. Anche in Italia.

Il Pd riparta da un progetto più ampio di alternativa ascoltando umilmente le reali esigenze dei cittadini altrimenti nessun discorso e iniziativa contro l’attuale deriva xenofoba, peraltro necessari, risulteranno credibili, e comunque non saranno in grado di conquistare il cuore e la mente di chi oggi non vota e soprattutto dei giovani. Se non ora quando?

Mail box

 

Il ricordo di Aldo Moro non si limiti al 9 maggio

Quasi due mesi fa, ormai come una tradizione, il 9 maggio si è celebrata la morte (oltre a quella di Peppino Impastato) del segretario, ex presidente del Consiglio, Aldo Moro. Il suo messaggio di mediazione viene ripreso ogni anno, viene riletto, e viene apprezzato. Ma poi, dopo la fatidica giornata dedicata a questo grande uomo, i suoi messaggi e il suo operato sembrano affievolirsi a causa del tiranno chiamato “Tempo”.

Ma esso, nonostante le dicerie, invece non fa altro che istruirci, donando il giusto tempo a tutto ciò che la vita ci concede e anche a degli spazi celebrativi che ci ricordano sempre qualcosa. Come diceva il giudice Giovanni Falcone, “gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Il Compromesso storico è stato un momento di mediazione assoluta, nel quale è venuta fuori la parte più sostanziosa della personalità politica di Moro, che ha dimostrato profondamente la sua intelligenza politica. Bisognerebbe ricordarsi ogni giorno di ciò che le azioni politiche di Moro hanno voluto veicolare e quanto sia importante, soprattutto al giorno d’oggi, la possibilità di avere un nuovo compromesso storico tra due principi che non riescono più a elevarsi nel mondo politico: giustizia e cooperazione.

Matteo Morici

 

Ai dem non basta Zingaretti, ci vuole un vero commissario

Per arrestare l’emorragia di voti che ha colpito il Pd, più che uno Zingaretti servirebbe un commissario, consiglierei Montalbano che in estate è sempre molto attivo.

Enzo Bernasconi

 

Il gioco d’azzardo è una piaga e bisogna combatterla

Ritengo giusta l’idea di Di Maio di contrastare il gioco d’azzardo, limitandone la pubblicità. E alle aziende del settore che protestano paventando una diminuzione di posti di lavoro nel settore ludico; bisognerebbe rispondere che se prendessimo per buono questo ragionamento, dovremmo sperare che nessuno cerchi di stroncare l’uso e lo spaccio di sostanze stupefacenti, in quanto anche questo settore occupa parecchia manodopera, tutta in nero, e muove un colossale giro d’affari che contribuisce ad alzare il Pil del Paese. Concludendo: ci sarebbe bisogno di più onestà intellettuale: se il gioco d’azzardo è (come senza dubbio è) una “piaga sociale” è un preciso dovere di chi ci governa combatterla, senza dar retta ai piagnistei di tutti i pescecani che s’ingrassano sulla pelle di chi si rovina.

Mauro Chiostri

 

Omosessuali e Chiesa, l’apertura passa da Verona

La notizia del matrimonio gay del sacerdote veronese Giuliano Costalunga con il compagno Pablo è rimbalzata a livello nazionale. A destare scandalo non è stato l’ordinario matrimonio tra due uomini, ma l’arrabbiatura del vescovo Zenti che non era stato avvisato dal suo prete dei confetti in arrivo e di non aver presentato istanza di riduzione allo stato laicale.

Per tacitare lo sconforto e la rabbia dei parrocchiani di Selva di Progno (la parrocchia servita da don Giuliano) il vescovo di Verona ha tenuto una sorta di sermone collettivo. Chi si aspettava che Zenti lanciasse strali o scomuniche all’indirizzo del novello sposo, è rimasto deluso. Dopo alcune precisazione di carattere canonico, si è rivolto a don Giuliano con toni affettuosi: “Non ho il diritto di giudicare. Sono felice che tu sia qui e ti considero ancora mio prete”. L’incontro è infine terminato con un clamoroso e inaspettato reciproco abbraccio fraterno. Non era mai accaduto, nemmeno all’estero che un vescovo abbracciasse in chiesa un sacerdote maritato con una persona dello stesso sesso.

A Verona è indubbiamente andata in scena una prima assoluta! Seguendo le direttive dottrinali di Bergoglio, “chi sono io per giudicare un gay”, sarà riuscito Mons. Zenti a sfatare la nomea di Verona città fascista e omofoba?

Gianni Toffali

 

Ronaldo alla Juventus è uno schiaffo all’etica

Ronaldo alla Juventus. Che dilemma per chi non arriva a fine mese, per i nuovi poveri, circa 3 milioni, che non ce la fanno a sopravvivere e, come se non bastasse, devono subire l’umiliazione di vedere un soggetto che per i prossimi 4 anni guadagnerà 32 euro al minuto. Si tralascia inoltre il danno pedagogico che si arreca alle nuove generazioni, sciami di bambini si illuderanno di diventare come lui, guadagnare come lui e sposare una velina. Gli effetti di questa strategia sono sotto gli occhi di tutti e coincidono con la non qualificazione ai mondiali della Nazionale.

Un personaggio del genere con addosso quella maglia si traduce in una blindatura di quel ruolo per almeno i prossimi 4 anni, non ci sarà spazio per nessun talento emergente nazionale e in grado di fare la differenza quanto si tratta di vestire la maglia azzurra. Tutto questo per avere qualche chance di sollevare la coppa con le orecchie? Se il prezzo da pagare per raggiungere questo traguardo comporta la distruzione dei talenti emergenti, allora tanto vale tornare alle leghe dilettantistiche dove non sono più i milioni che contano, ma lo spirito decoubertiniano.

Nando Centelli

Meno propaganda da entrambi i lati aiuterebbe a fare più chiarezza

Almeno una cosa avevano promesso che avrebbero fatto subito: l’abolizione dei vitalizi. E invece anche questa volta sembra che la vogliano rimandare all’infinito. È così difficile tagliare i privilegi ai politici?

Federico Medio

Gentile lettore, non è così difficile: i vitalizi veri e propri sono stati aboliti alla fine del 2011 dal governo Monti. Dalla passata legislatura gli assegni di deputati e senatori sono calcolati col metodo contributivo. Gli onorevoli conservano qualche significativo vantaggio: hanno diritto alla pensione già dopo il primo mandato, se hanno compiuto 65 anni (oppure addirittura 60 anni se hanno alle spalle due legislature). Ma l’assegno di chi va in pensione con un solo mandato alle spalle non supera i mille euro netti. Quelli che ha promesso di abolire il Movimento 5 Stelle, invece, sono i vitalizi degli ex parlamentari. Sono assegni maturati con il vecchio calcolo retributivo. E sono cifre piuttosto impressionanti rispetto alle prospettive di chi lavora oggi (e spesso considera la pensione pura utopia). Alla Camera, il presidente Roberto Fico ha già presentato la delibera per ricalcolare tutti i vecchi vitalizi con il contributivo. La sua proposta dovrebbe consentire un risparmio di 40 milioni di euro all’anno. Sarà discussa e votata nei prossimi giorni. Il problema è al Senato: il Consiglio di Presidenza di Palazzo Madama è in evidente ritardo. La presidente Casellati ha già manifestato i suoi dubbi sulla validità costituzionale della norma. Al Senato non solo non è stata ancora scritta nessuna delibera per il taglio, ma si continua a prendere tempo. Prima sono stati riacquisiti i pareri di diversi giuristi critici, a cui era stato chiesta una valutazione durante la scorsa legislatura. Ora la Presidenza vuole acquisire anche il parere del Consiglio di Stato. Perché questa differenza tra le due Camere? Il taglio dei vitalizi è chiaramente una priorità politica del Movimento 5 Stelle, che sulla promessa dell’abolizione si gioca una fetta della sua credibilità. Gli altri partiti – sebbene nessuno si opponga apertamente – sono molto meno interessati. Tra le variabili che incidono sul tema c’è anche l’ultima disperata resistenza, legittima, degli ex parlamentari. Ma non è solo quello: intervenire retroattivamente sui diritti acquisiti – la pensione degli ex parlamentari – è un’operazione complessa e delicata, al limite della costituzionalità. Un po’ meno di propaganda, su entrambi i lati della barricata, aiuterebbe tutti ad avere idee più chiare.

Marco Franchi