Pubblichiamo un estratto da “Senza sapere quando”, racconto di Massimo Carlotto da “Sbirre”, raccolta di racconti con Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni.
Anna arrivava sempre per prima. Voleva prendersi il tempo di un bagno caldo, per avere la mente libera da pensieri e preoccupazioni, quando lui avrebbe aperto la porta. Una volta ogni tre settimane saltava nel vuoto con quell’uomo che le si era conficcato nella mente e nel ventre. L’amore non c’entrava nulla. Lei lo riservava con qualche perplessità al marito, che la credeva al lavoro. Non erano solo amanti: erano complici. Anche nel sesso. Scopavano e bevevano. Bevevano e scopavano fino a stordirsi. Poi per ventuno giorni filati non sentivano il bisogno di parlarsi, vedersi, sfiorarsi. Era sempre stato così, fin dall’inizio, fin da quando lei lo aveva baciato a tradimento. Aveva voglia di un uomo e quello che l’aveva condotta all’altare non era a portata di mano. Ma, soprattutto, aveva smesso di essere un compagno di letto interessante. Lui l’aveva guardata e aveva sorriso. “Sei sicura che sia una buona idea?” aveva chiesto con quell’inconfondibile parlata del confine.
Lei non aveva dato peso alla domanda. Era troppo tardi per fermarsi a riflettere. In fondo era solo un passo in più nella direzione che aveva imboccato, deviando dalla strada maestra senza porsi troppi problemi. Un’esistenza normale, noiosa e insoddisfacente sotto tutti i punti di vista: poi era capitata l’occasione, la tentazione irresistibile, e aveva saltato il fosso scoprendo l’eccesso in ogni sua forma, e la possibilità di trasgredire grazie alla doppia vita che si era creata. Preferiva di gran lunga quella più laterale e nascosta: l’altra la sopportava a fatica ma non lo dava a vedere. Sembrava la brava ragazza di sempre, che aveva imparato a rinunciare ai sogni e ad accontentarsi della mediocrità. Lui non poteva capire. Nessuno poteva. Per questo Anna non aveva risposto e gli aveva appoggiato il palmo della mano sul cavallo dei pantaloni. “Scopi bene, Zeno?” Zeno Degrassi aveva annuito serio, e da bravo maschietto si era dato da fare. Non era per niente male, anche se difettava di quel pizzico di fantasia che le donne sperano, spesso inutilmente, di trovare. In ogni caso, meglio non le sarebbe potuta andare, perché con lui, visti i segreti che condividevano, non correva il rischio che si vantasse in giro di essersi portato a letto Anna Santarossa. Spostò la tenda e sbirciò all’esterno. Nel parcheggio c’erano solo una decina di auto, e l’unico lampione non riusciva a imporsi sul buio dell’inverno. Le montagne erano lì, a due passi, ma non si vedevano. E nemmeno le frontiere: da una parte l’Austria, dall’altra la Slovenia. La statale era deserta a quell’ora, eppure non era così tardi. I pochi viaggiatori si erano già rintanati al caldo negli alberghi dei paesi o nei motel disseminati lungo la strada. Loro si incontravano sempre nella stessa stanza della pensione Mangart: lo stesso nome della cima che si poteva ammirare volgendo lo sguardo verso est. L’aveva scelta lei. Doriana, la proprietaria, le doveva un favore e la ripagava con la discrezione. Il marito giocava, sperperava i soldi in modo patologico e una volta si era infognato con certi strozzini che avevano promesso di spaccargli le ossa. Anna aveva sistemato le cose: in cambio, lei e Zeno potevano prendersi la solita camera quando volevano, senza che i loro dati venissero registrati e comunicati alla polizia. Possedevano entrambi le chiavi dell’albergo, anche quella della porta di servizio. Due fantasmi che sparivano poco prima che venisse servita la colazione. Quella notte Zeno arrivò in anticipo, quando lei non era ancora pronta. Anna indossava l’accappatoio, e non il négligé in pizzo e tulle che aveva acquistato per l’occasione. Lui notò il suo disappunto e si giustificò. “Avevano fretta e ci siamo sbrigati prima. Stavolta era un furgone, sembrava bello carico” disse, prendendo una busta dalla tasca interna del piumino. Era spessa. Diecimila euro in banconote da cinquanta. Li contò e li divise. Anna allungò la mano e mise la sua parte nella borsa mentre l’uomo si liberava della fondina con la pistola e l’appoggiava sul tavolo insieme ai soldi e al distintivo. Continuò a spogliarsi fino a restare nudo. Lei si avvicinò e con gesti sicuri gli iniettò della papaverina nel cazzo. I loro incontri clandestini non ammettevano prestazioni deludenti o cedimenti imbarazzanti. Poi spense la luce. La riaccese più tardi per stappare una bottiglia di rosso. La scolarono fumando e parlando. Zeno aveva una voce bassa, calda, che poco si addiceva ai modi così spicci e rozzi. Scoparono ancora prima di riempirsi i bicchieri con altro vino. Quando suonò la sveglia del cellulare, lui era già sotto la doccia. Avevano dormito meno di due ore, la testa e lo stomaco sembravano due campi di battaglia. Anna si alzò e mandò giù con una lunga sorsata d’acqua le pastiglie che aveva preparato. Era una donna previdente. Calcolava sempre tutto. Tornò a letto e guardò Zeno rivestirsi in silenzio. Poi l’uomo uscì dalla camera assicurandosi che il corridoio fosse vuoto. L’aveva salutata con un mezzo sorriso stanco. Ventuno giorni esatti e si sarebbero rivisti. Più tardi, mentre si truccava con cura per mascherare le occhiaie, Anna pensò a come usare quei soldi. La maggior parte sarebbe servita per il futuro, quando avrebbe detto addio a tutti per trasferirsi all’altro capo del mondo e cominciare una nuova vita che non era ancora riuscita a immaginare: un regalino, però, se lo concedeva sempre. Niente di vistoso, perché la gente nota certi particolari e inizia subito ad arrovellarsi nel tentativo di capire la provenienza del denaro.
Alla fine optò per una cintura. Quella che indossava ormai si era rovinata a forza di agganciarvi fondina e distintivo.
Pubblicato da Rizzoli, Milano 2018. “Senza sapere quando”: Published by arrangement with S&P Literary – Agenzia Letteraria Sosia&Pistoia