C’era una volta Sergio il venduto

Ora che ha bisogno di farsi ricevere da Mattarella – per sottoporre al Quirinale “l’attacco alla democrazia” dei pm che vogliono confiscare i soldi della Lega – Matteo Salvini ha parole dolcissime per l’inquilino del Colle: “Spero di avere il prima possibile la gioia e l’onore di conferire con il mio presidente della Repubblica”. Un tempo non lo definiva con lo stesso affetto; non era il “suo presidente”. Salvini, ormai lo sappiamo, è un artista della mimesi. Ha un vestito per ogni stagione. Quando era all’opposizione scriveva frasi così: “Il presidente Mattarella dice ‘siamo orgogliosi di Mare nostrum’, operazione ‘che non incentivava gli sbarchi’. Ma è il presidente degli italiani o dei clandestini??? Non ho parole” (Facebook, 19 marzo 2015). Oppure così: “Mattarella al Vinitaly: ‘Il destino dell’Italia è legato al superamento delle frontiere e non al loro ripristino’. Come a dire avanti tutti, in Italia può entrare chiunque… Se lo ha detto da sobrio, un solo commento: complice e venduto” (Twitter, 10 aprile 2016). Oppure, ancora, così: “Mattarella paragona gli italiani emigrati (e morti) nel mondo ai clandestini mantenuti in Italia per fare casino? Si vergogni! Mattarella non parla a nome mio” (Facebook, 8 agosto 2017).

Lady Calderoli: “Matteo fa fuori gli oppositori”

C’è una leghista – una! – che non è fedele alla linea. All’unica linea possibile al momento: quella dell’onnipresente, popolarissimo segretario-vicepremier-ministro dell’Interno. Gianna Gancia è presidente del gruppo Lega in regione Piemonte. È anche, incidentalmente, la moglie di Roberto Calderoli (“Ora mi chiamano Lady Calderoli ma faccio politica da 17 anni”). Vanta il record di preferenze alle Regionali del 2009, quando la Lega era in ginocchio (si legga alle voci “Cota” e “mutande verdi”). Ed è soprattutto un rarissimo esemplare di leghista antisalviniana: “Non sono capogruppo del partito di Salvini” – ha scritto in un bigliettino inviato a un consigliere di centrosinistra – “sono capogruppo della Lega Nord”.

Che ormai non esiste quasi più. Da dicembre il suo partito si è sdoppiato: “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” e “Lega per Salvini premier”. La nuova struttura nasce per ragioni politiche o c’entrano i 49 milioni che vuole sequestrare la Procura di Genova?

A naso potrebbe avere senso anche la seconda ipotesi che ha detto lei…

Il partito fondato da Bossi è stato messo in soffitta senza nemmeno un congresso. Un’operazione un po’ brutale?

Lo è stata. Ma diciamo pure che in circostanze particolari (il blocco dei conti, ndr) ci si deve difendere con soluzioni altrettanto particolari. L’anno in cui le inchieste distrussero completamente la Lega e Bossi, sui principali telegiornali le ore dedicate a Umberto e suo figlio furono superate solo da quelle dedicate a Schettino. Fu un bombardamento, ma credo che sarà la storia a dire l’ultima parola.

Lei se la prende con i media, ma pure gli attuali dirigenti non sono stati clementi con chi ha fatto la storia della Lega.

La “notte delle scope” – quelle agitate dai militanti leghisti per chiedere pulizia, ndr – fu uno spettacolo obbrobrioso. Una scena brutta da vedere. Nessun rispetto per chi ha fatto la nostra storia.

Fu un’iniziativa di Maroni.

Ma pure di Salvini e dei Giovani Padani. Ora hanno cambiato nome anche loro.

Le ha fatto male vedere il palco blu di Pontida e il verde scomparso dai colori della Lega?

Non ero a Pontida, ma a un convegno internazionale sull’Iran a Parigi. Ma è chiaro che è cambiato tutto. Mi ha fatto più male vedere il nostro simbolo accostato ai partiti ultranazionalisti come quello della Le Pen.

Salvini ha fatto bene a chiedere l’intervento di Mattarella contro i pm?

Non ho sufficienti argomenti per rispondere sull’inchiesta, certo è che chiamare in causa Mattarella… io avrei fatto diversamente. Ma io non sono Salvini e lui in questo momento è uno degli uomini più popolari d’Italia. Avrà calcolato tutto.

Perché non le piace il suo segretario?

Io sono una federalista. Direi una liberale extraparlamentare (ride). Oggi di liberali non ne vedo più in Parlamento. Non condivido il nazionalismo. Non amo il centralismo. Credo che i dazi siano una sventura. Sono fuori da tutte le dinamiche, vado avanti per la mia strada. Ma Salvini con me si è comportato male.

Cosa le ha fatto?

Ha spostato tre volte il congresso in Piemonte per far vincere il suo uomo (Riccardo Molinari, ndr). Avevo l’80 per cento e l’ha rimandato finché non è riuscito a ribaltare la situazione. Ha una gestione personalistica del partito. Non è detto che sia sbagliata, ma di fatto non sono concepite opposizioni.

In Piemonte chi si opponeva è stato allontanato?

In pratica sono stati espulsi tutti quelli che mi hanno sostenuto al Congresso.

Teme che succederà anche a lei?

Potrebbe succedere. Per ora non è avvenuto (ride). Non sarebbe una sorpresa.

Il Colle si smarca da Salvini, Morrone fa infuriare il Csm

Matteo Salvini ha una strategia per farsi ricevere al Quirinale. L’altro giorno, di fronte alle telecamere, ha detto che vuole un incontro con il presidente Sergio Mattarella per riferire del suo primo mese (abbondante) da ministro dell’Interno. Certo, poi gli potrà sottoporre pure “l’attentato alla democrazia” subìto dalla Lega, ovvero la sentenza che ordina il sequestro di 49 milioni di euro del Carroccio. Sul Colle, però, non sono così ingenui. Il Quirinale fa sapere informalmente di essere pronto a ricevere il ministro Salvini, ma solo ed esclusivamente per conoscere l’attività del Viminale. Non ci potrà esserci riferimento ad alcun altro tema. Insomma: Mattarella non riceverà il ministro per sentir parlare di complotti giudiziari ai danni della Lega.

Dopo gli attacchi alla magistratura dei giorni passati, ieri è stata la giornata di un altro leghista, che non ha un ruolo qualsiasi ma è il sottosegretario alla Giustizia, Jacopo Morrone. È riuscito a provocare la rivolta spontanea di una platea di 300 giovani magistrati che stavano partecipando a un seminario organizzato al Csm.

Morrone, uomo di Salvini, si è augurato “la fine delle correnti di sinistra in magistratura” a un seminario in cui doveva parlare da rappresentante istituzionale. Protesta il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, protestano alcuni consiglieri presenti, l’Anm e i rappresentanti di tutte le correnti, non solo Area, di sinistra. Risultato? Per tutta la giornata il sottosegretario ha cercato di mettere delle toppe che sono peggio del buco. Soprattutto la prima, conseguenza dei fischi degli uditori: “Ho parlato così perché il mio partito ha una questione aperta con questi magistrati”. La sentenza sui soldi, appunto.

Tutto è iniziato poco dopo le 9. Morrone si stava avviando alla conclusione del discorso, pensando forse di strappare un applauso (ignorando che il problema non sono le correnti, ma la “correntocrazia”). “Mi auguro che la magistratura si liberi dalle correnti. Mi auguro in particolare che si liberi di quelle di sinistra”. Alcuni giovani magistrati lasciano la sala, tutti gli altri protestano, tanto che fa fatica a prender la parola il relatore successivo, il Pg Riccardo Fuzio. I dissensi dalla platea coprono la sua voce.

A quel punto riprende la parola Morrone e, incredibilmente, dice di aver detto quelle frasi per i conti in sospeso del suo partito con le toghe. E poi se ne va. Resta sul palco il consigliere del Csm, Nicola Clivio, che è pure di Area, la corrente che secondo Morrone deve sparire. Non se la sente di far finta di niente, anche perché i giovani uditori sono arrabbiati, si sentono strumentalizzati da Morrone che ha parlato da uomo di partito.

“Rappresento il Csm – ha detto Clivio – e certamente non posso rispondere a un discorso che potrebbe essere fatto al bar o a un convegno di partito”. Scatta l’applauso, lunghissimo. Legnini reagisce con un comunicato: “Le parole del sottosegretario Morrone non possono essere né condivise né accettate. La libertà di associazione è riconosciuta dalla Costituzione a tutti i cittadini e ovviamente anche ai magistrati. Telefonerò al ministro Bonafede per chiedere di assumere delle determinazioni”. Il ministro accetta il mea culpa di Morrone che ha specificato, in giornata, di non aver parlato a nome del Guardasigilli, ma non ha ritrattato la sostanza. Bonafede prende atto che “quello di Morrone era un giudizio politico espresso in un luogo in cui non dovrebbero entrare le opinioni personali”. Quanto all’associazionismo “lo ritengo una buona cosa se non porta alle storture del correntismo”.

Il presidente della Camera Roberto Fico, sollecitato dai giornalisti, ha invece commentato gli attacchi di Salvini ai giudici: “Le sentenze vanno rispettate”. L’8 e il 9 luglio si vota per il rinnovo del Csm. Candidati giudici e pm di tutte le correnti.

“Il Pd non ha nessun futuro: si è piegato ai fascio-leghisti”

“Dopo la sconfitta della sinistra alle elezioni del 1948, Vittorio Foa fece una scelta radicale: lui che si era fatto 8 anni di galera fascista, la Resistenza, fu deputato alla Costituente e rinunciò alla carriera politica romana per fare ritorno al lavoro di base tra gli operai di Torino con la Cgil. Pensò che era più giusto impegnarsi nel sociale, nel sindacato, che in un partito. Se mi metto nei panni di un ragazzo di 18 anni che oggi vuole impegnarsi per la giustizia sociale, non me lo vedo che va iscriversi a un partito; ma piuttosto impegnato nell’autogestione di una società di mutuo soccorso, volontario tra gli immigrati, militante di un nuovo sindacato”. Gad Lerner, giornalista, intellettuale “fermamente” di sinistra, parte da qui.

Lei descrive categorie tradizionalmente di sinistra. Esistono ancora?

Le buone pratiche della sinistra sociale in giro ci sono, sopravvivono al divorzio consumatosi ormai da un quarto di secolo tra la sinistra “di governo” e le classi subalterne da cui aveva tratto origine. Per me conta di più il prossimo congresso della Cgil che il tormentone sul congresso del Pd. Un partito, temo, senza futuro, dal quale sono uscito a malincuore un anno fa. Quando Minniti lanciò la campagna contro le Ong che salvano migranti in mare, spalancando la strada al nuovo conformismo reazionario di Salvini e Grillo.

Questa tendenza può cambiare?

Rimettere la giustizia sociale al centro della politica di sinistra implica una lunga ricostruzione dal basso. Mi fa piacere l’innamoramento mediatico per il mio amico sindacalista nero Aboubakar Soumahoro. Ma forse sarebbe meglio chiedersi come mai la “sua” Usb (Unione sindacale di base), ha un radicamento così forte in settori di sfruttamento come la logistica, l’agricoltura e in genere nel lavoro sottopagato a chiamata. Perché i sindacati tradizionali ne sono tagliati fuori? Perché la Legacoop ha sopportato la nascita di tante false cooperative?

Tornando al Pd: può avere ancora un ruolo?

Ce l’avrebbe se fosse verosimile un suo prossimo ritorno al governo, del tutto improbabile. È stato un grave errore sottovalutare il pericolo rappresentato da Salvini e dal fascioleghismo. Non credevano che avrebbe preso più voti di Berlusconi e sarebbe diventato l’uomo politico più potente d’Italia. Renzi ha fatto tutta la gara sui grillini. Pensava che Salvini fosse un estremista marginale, ignorando la spinta dal basso che ha portato al potere questa estrema destra. E anche dopo: un partito che avesse avuto a cuore le classi subalterne del paese avrebbe dovuto fare ogni tentativo per scongiurarla.

Non crede che ci siano anche motivazioni sociali per il ritorno di una destra forte?

Ma certo. Anche il fascismo cavalcò forti motivazioni sociali in origine.

Ora c’è lo stesso fascismo?

No, ma c’è lo stesso malcontento popolare. Come ci si regola quando c’è scarsità di risorse pubbliche? Chi ha diritto a quali prestazioni? Lo slogan più suggestivo di questa destra è: “Prima gli italiani”. Risposta antica, già rivelatasi disastrosa. Vedremo se la politica sociale del governo Conte assumerà questo orientamento pseudo-patriottico. Vedremo se il reddito di cittadinanza sarà riservato agli italiani e agli stranieri lungo-soggiornanti, tagliando fuori gli altri che pagano le tasse e i contributi. La sinistra, invece, è nata internazionalista, pari diritti per tutti quelli che pagano le tasse. Quando si è piegata alla logica del “prima i nostri” ne è uscita sconfitta.

Renzi era di sinistra?

Renzi ha dimostrato non solo di essere un politico incapace, ma di avere una grande fragilità culturale, con solo un vago riferimento al solidarismo cattolico. Ma nel Pd quelli che dovrebbero rappresentare un’alternativa erano già stati sconfitti prima di lui.

Martina, Calenda, Zingaretti: uno di loro ha qualche chance?

Sono onesti professionisti, non figure decisive. Zingaretti, in più, ha dato prova di essere un amministratore capace. Nella ricerca di nuove leadership conteranno di più altre caratteristiche, un’esperienza maturata nella questione sociale, e solo dopo in tv o nei palazzi romani.

Il decreto Dignità è una misura di sinistra?

Quando Di Maio va al telegiornale e dice “abbiamo inferto un colpo mortale al precariato”, mi sembra di sentire una sparata di Renzi. I 5Stelle andranno messi alla prova su scelte che, per convenienza, non hanno ancora voluto compiere. Il reddito di cittadinanza per chi vale? Gli asili nido, le case popolari valgono solo per gli italiani? Finora Di Maio ha assecondato Salvini. Il decreto Dignità, dunque, mi appare piccola cosa al cospetto della promessa di maxi-condono fiscale. Se davvero lo facessero tra un paio di settimane, asfalta qualsiasi decreto Dignità. Sarebbe come dire alle aziende: “Infischiatevene di mettere la causale ai contratti a termine, tanto se vi multano poi c’è il condono”.

Torno a chiedere: non è che il problema è che la destra oggi sembra avere più risposte ai problemi della gente?

Il poeta Giovanni Pascoli esaltò l’impresa coloniale in Libia con la celebre formula: “La Grande Proletaria si è mossa”. L’Italia si sarebbe risollevata dalla piaga dell’emigrazione grazie alle colonie. Oggi stessa musica, l’Italia sarebbe una Grande Proletaria vittima della finanza, di Soros, dell’Europa cattiva. Una retorica fascistoide cui la sinistra deve opporsi con intransigenza.

Gravidanza, linee guida per Ricciardi

Può darsi che nella sua poliedrica carriera (ci informa Wikipedia: è “medico, accademico, attore e politico”), il dott. Walter Ricciardi abbia avuto poco tempo per approfondire il complesso tema della maternità. Conosce giusto i rudimenti e ieri, intervistato alla radio, ne ha fatto sfoggio sostenendo che “vista la notizia della gravidanza, il ministro Grillo si sarà emozionato citando un dato non esatto”. Nove mesi sono lunghi e chissà quante altre volte, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità si troverà a discutere della gravidanza della titolare della Salute. Così, per non costringerlo a ripetere il refrain della sbadata col pancione, gli suggeriamo altre nozioni base che gli consentiranno di mantenere lo stesso standing: mai passare sotto il muso di una cavalla, altrimenti la gravidanza potrebbe durare 12 mesi; mai piegarsi troppo in avanti, la creatura potrebbe nascere con il naso schiacciato; mai indossare bracciali, il cordone ombelicale potrebbe attorcigliarsi al collo del nascituro. Infine, un simpatico passatempo per far colpo sugli amici nelle serate estive: dott. Ricciardi, butti nell’acqua bollente un’orecchietta e un cavatello. Se viene a galla per prima l’orecchietta, sarà femmina!

I dem eleggeranno Martina, poi (forse) si fa il congresso

Stamattina il Pd ritorna sul luogo del delitto. Ovvero all’Hotel Ergife, dove il 19 maggio, l’Assemblea post 4 marzo si trasformò in una resa dei conti personale di tutti contro tutti, con i delegati in rivolta e un nulla di fatto finale. Oggi i Dem riprovano a darsi una sorta di riorganizzazione dopo il voto, a provare a immaginare un percorso. Se ci riusciranno, è tutto da vedere. Gli ultimi 3 mesi sono stati impiegati più che altro a parlare di data del congresso e alla ricerca di leader più o meno possibili.

Ieri una riunione di tutte le componenti (Maurizio Martina, Lorenzo Guerini e Matteo Orfini per la maggioranza renziana, Luigi Zanda per Franceschini, Gianni Cuperlo per l’area Orlando) avrebbe raggiunto un accordo. Oggi l’Assemblea eleggerà Martina segretario. Poi a ottobre verrà riconvocata per dare il via alla fase congressuale, con primarie che si dovrebbero tenere a febbraio. Prima delle europee. Per arrivare a quell’appuntamento con un partito almeno parzialmente rinnovato.

Tutti i condizionali sono d’obbligo, sia per come effettivamente finirà oggi, sia per il resto del percorso. Si incrociano motivazioni e interessi diversi.

Martina giovedì sera ha incontrato Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, pronto alla corsa congressuale nella prossima primavera. Per dirgli che lui si vuole candidare e che non vuole essere un segretario a scadenza. Posizione che avrebbe ribadito ieri pomeriggio nella riunione preparatoria di oggi, arrivando persino a minacciare la sua indisponibilità a un’elezione a tempo. Cosa che avrebbe fatto saltare il banco e avviato il congresso in autunno. Troppo presto per tutti.

Nel frattempo, la maggioranza renziana è quanto mai divisa: i fedelissimi dell’ex segretario vorrebbero il congresso a fine 2019, per continuare a gestire il Pd. E nel frattempo, stanno cercando un vice di Martina che li garantisca. Doveva essere Luca Lotti, ma pare che questa ipotesi sia tramontata. Ieri è uscito l’ennesimo pezzo, stavolta su Affari italiani, sulla scissione del Pd, con Renzi in uscita. Lui ha fatto smentire. Il progetto resta una possibilità da verificare da qui a ottobre, quando ci sarà la Leopolda. Oggi, tra l’altro, è annunciato un intervento dell’ex segretario: da vedere se alla fine effettivamente parlerà. A ieri sera, l’intenzione era di fare un discorso dedicato al governo.

Se anche oggi tutto dovesse andare liscio, c’è da vedere se da qui a ottobre l’accordo di massima reggerà. O se si troverà un escamotage per non convocare il congresso. Ma per questo, bisognerà vedere prima se Renzi avrà trovato un percorso per lui soddisfacente. Sempre che oggi qualcuno non chieda la verifica del numero legale per far fallire da subito l’accordo.

Trenta sfumature di F-35. Costi e benefici dello stop

Elisabetta Trenta è ministro della Difesa da poco più di un mese. Negli ultimi giorni ha avuto modo di dire la sua su un tema che da sempre scatena polemiche: l’F-35, il cacciabombardiere prodotto dall’americana Lockheed Martin. La prima uscita è stata con una rivista statunitense. Al giornalista Tom Kington ha detto tre cose: 1) è un programma che abbiamo ereditato; 2) lo valuteremo alla luce dei benefici industriali, tecnologici e dell’interesse nazionale; 3) scaglioneremo le consegne anziché tagliare gli ordini che comportano penali e riducono il lavoro (per le nostre aziende, ndr).

Ieri mattina a Omnibus su La7 è tornata sulla questione. E ha risposto allo stesso modo: a) non compreremo altri F-35, stiamo valutando se mantenere o tagliare i contratti in essere; b) se decidessimo di tagliare ci sarebbero delle forti penali da pagare; c) c’è un indotto di natura tecnologica, e un problema occupazionale.

Frasi apparentemente molto diverse dalla linea tenuta in campagna elettorale quando per i 5Stelle l’F-35 era un programma da abbandonare in toto. Ma si sa, le valutazioni cambiano con le responsabilità.

Secondo Milex, osservatorio delle spese militari italiane, ormai sono almeno 26 gli F-35 per i quali l’Italia si è impegnata: 20 della versione a decollo convenzionale e 6 per quella B a decollo corto. Per arrivare ai 90 programmati ne mancherebbero dunque 64. Si possono fermare? In teoria sì, ma ci sono diversi problemi. Ecco quali.

Penali. Formalmente l’Italia è già impegnata solo per i contratti firmati. Uscendo dal programma adesso non ci sarebbero penali da pagare come da alcune parti si è lasciato intendere. Lo ha chiarito definitivamente la relazione di alcuni mesi fa della Corte dei conti sul programma. Vanno però pagati gli aerei già ordinati. Ci resterebbero però una ventina di velivoli, buona parte dei quali da modificare radicalmente con un costo notevole, alcune decine di milioni di dollari l’uno, perché non sono a uno standard operativo “maturo”. Proprio il M5S aveva presentato nella scorsa legislatura un’interrogazione in tal senso. Tra l’altro i sei velivoli della versione B a decollo corto e atterraggio verticale sarebbero insufficienti per i bisogni della Marina che ne vuole 15.

Ricadute? Quelle occupazionali sono una mezza bufala. Dei 10 mila posti di lavoro favoleggiati, oggi ne restano 1500-2000 al massimo, anche se dalla Lockheed mandano periodicamente a dire che altri arriveranno. La gran parte degli addetti sono stati spostati da altre linee di produzione. Anche le promesse ricadute tecnologiche sono un mito già sgonfiato. Lo aveva spiegato qualche anno fa alla Camera l’allora ad di Finmeccanica Alessandro Pansa: a noi ci fanno fare poco più che la carpenteria, le lavorazioni importanti le fanno gli americani in una sezione off-limit nello stabilimento di Cameri (Novara) dove vengono assemblati.

Gli effetti. Probabilmente completare il programma sarebbe politicamente troppo costoso e non solo in termini monetari. Possiamo permetterci di spendere quasi 14 miliardi per questi aerei e un’altra quarantina per la loro operatività nei prossimi 30 anni? La domanda sta tutta qui. Milex stima che siano già stati spesi sinora 1,3 miliardi. E probabilmente gli ordini già consolidati ne costano almeno altri tre, forse quattro. Ma certo nella valutazione vanno considerate anche altre questioni di cui il ministro non ha parlato come la perdita di sovranità che comporterebbe per l’Italia. Con l’F-35 in servizio il suo controllo resterebbe saldamente centralizzato nelle mani degli americani, dalla gestione dei piani di missione al sostegno logistico unificato. Qualcosa che, come dice la pubblicità, non ha prezzo.

Carige, l’ex presidente Berneschi condannato Intanto è caos in cda

Otto anni e sette mesi per Giovanni Berneschi, l’ex presidente di Banca Carige imputato nel processo d’appello sulla maxi-truffa ai danni del ramo assicurativo Carige Vita Nuova. Il procuratore generale Valeria Fazio aveva chiesto sei anni e otto mesi. In primo grado l’ex numero uno di Carige era stato condannato a otto anni e due mesi. La truffa perpetrata ai danni dell’istituto di credito, secondo l’accusa, consisteva nel far acquistare dal ramo assicurativo della banca immobili e quote societarie di imprenditori compiacenti a prezzi gonfiati tramite perizie artefatte per reinvestire poi le plusvalenze all’estero.

Intanto continuano gli scossoni ai vertici della banca ligure. Ieri si è dimessa dal cda Francesca Balzani. È il terzo consigliere che lascia in meno di 10 giorni. Il suo passo indietro segue quello del presidente Giuseppe Tesauro e del consigliere Stefano Lunardi, anche lei in contrasto con la gestione giudicata troppo “personalistica” dell’ad Paolo Fiorentino. Come Lunardi anche Balzani è un consigliere indipendente, ma di fatto viene considerata gradita al maggior azionista di dell’istituto genovese, Vittorio Malacalza, da tempo in rotta con l’ad.

“Da Enrico è nata Enrica, ed è una donna fiera di sé”

“Il giorno in cui mi hanno operata al seno per liberarmi di Enrico e diventare Enrica anche nel corpo, mio papà ha dormito nel letto d’ospedale con me”. Enrica Scielzo è un transgender, ha 30 anni, è di Salerno, due anni fa ha deciso di cominciare la transizione per diventare donna. “Ho preso questa decisione tardi, ma era inevitabile. È stato come un parto, io ero incinta, dovevo partorire la donna che cresceva dentro di me…”, mi racconta con l’efficacia e la bellezza delle parole che sceglie sempre con cura e talento. Ha affrontato il suo “parto” con accanto le due sorelle e i genitori ex dipendenti delle Poste, ora pensionati, che sono il cuore di questa storia.

Perché anche Mario e Licia hanno affrontato un mutamento di quelli tosti, e l’hanno affrontato a 71 e 66 anni, in una città del Sud, dopo una vita passata a considerare Enrica il maschio di casa. Per poi ritrovarsi, un giorno, ad aiutarla a comprare le creme da provare per il suo beautyblog (www.enriescielzo.com) con la stessa naturalezza con cui cercavano su Google informazioni sulle terapie ormonali necessarie alla transizione della figlia. La figlia che un tempo si chiamava Enrico e che ieri era amata come oggi.

Enrica, hai sempre saputo che un giorno avresti abbandonato Enrico?

L’ho capito molto presto. Da piccolo io chiedevo le Barbie, volevo essere Sailor Moon, ascoltavo le Spice Girls. A 16 anni rubavo la terra a mia sorella, mettevo gli shorts leopardati. I miei vedevano, certo, ma facevano un po’ finta di non capire…

Che cosa hai studiato?

Ho frequentato il liceo scientifico, sono partita per l’Erasmus, poi mi sono laureata con 110 in Lingue e ho fatto uno stage a Londra. All’epoca ero il classico ragazzo effeminato, possiamo anche dire “una checca”, ma non travestito. Odio questo termine, ha un’accezione legata alla sessualità, visto che ci sono molti uomini che si travestono per avere rapporti sessuali. Io uscivo vestita da donna perché mi sentivo donna, non mi travestivo.

A un certo punto però non ti è più bastato.

Mi mettevo i tacchi, mi truccavo, ma alla fine tornavo a casa, mi struccavo, mi sfilavo il reggiseno e l’immagine che di me rimandava lo specchio era quella di un uomo. Io volevo essere donna anche la mattina, quando mi svegliavo nel mio letto.

Stavi male?

C’è una poesia bellissima che dice “Mi fa male una donna in tutto il corpo…”. Ecco, era come se io fossi stata incinta, come se a un certo punto fossero arrivate le doglie e il parto fosse diventato un’urgenza. Dovevo partorire la donna che in quegli anni era cresciuta dentro di me.

Cosa ti spaventava?

Dirlo ai miei. E non conoscere la donna che sarei diventata. Cambiare sesso è un salto nel buio, non sai come ti trasformeranno gli ormoni, come ti vedrai col seno. Per diventare donna, permettimi la battuta, ci vogliono due palle così. Essere gay è più facile.

Perché?

Perché è qualcosa che ha a che fare col fuori da sé. Sei gay perché ti innamori di un uomo. Essere trans è qualcosa che ha a che fare col “dentro di sé”, è un cambiamento invasivo, radicale.

Quando lo hai comunicato ai tuoi?

Una sera a cena, dal nulla. “Voglio diventare donna”, ho detto. Ci sono stati pianti, sceneggiate, è stata tosta da accettare. Anche le mie sorelle non erano d’accordo, ma capisco, è stato un evento traumatico per tutti. Però non c’è mai stato uno strappo, siamo andati in terapia familiare tutti e cinque insieme.

Per quanto tempo?

Una seduta. La psicologa ha ascoltato il nostro “pollaio” e ci ha detto che eravamo una famiglia bellissima in cui c’era amore. Dovevamo solo venirci incontro.

Così è stato, mi è parso di capire.

Sì. Io stavo in un certo senso “rinnegando me stesso”. In fondo io non ho foto di Enrica da piccola, io ho foto di Enrico da piccolo. E la mia famiglia stava perdendo un figlio, un fratello. Ci siamo presi la mano, io credo che condividere tutto il percorso con loro abbia fatto la differenza.

Raccontami questa storia di bellissima condivisione con i tuoi.

Li ho coinvolti in tutto. Dal decidere il colore dei capelli a che nome scegliere. Quando ho fatto l’operazione al seno i miei genitori e le mie sorelle erano con me nella stanza della clinica. Mio papà ha dormito con me nel lettino. Ed era lo stesso ospedale in cui ero nata, per cui è stato rinascere come Enrica nello stesso luogo in cui era venuto alla luce Enrico.

E le tue sorelle?

Ora siamo unite. È buffo perché loro sono belle ma semplici, non amano i fronzoli, si truccano di rado come mia madre, l’unica donna vanitosa della famiglia sono io.

Oggi come va?

Oggi sono fiera della donna che sono. Io l’essere donna me lo sono guadagnato, non mi è stato regalato. E poi noi trans facciamo la pipì in piedi e non abbiamo la cellulite: siamo le donne perfette!

Sei sempre stata una commessa. Con i tuoi studi avresti forse potuto fare di più.

Me lo dicono in tanti, ma la verità è che finché sono stata Enrico, a me la mia vita non interessava tanto. Sembra folle, ma era come se stessi vivendo la vita di un’altra persona, non la mia.

La tua cultura ti ha aiutata nel percorso?

Tantissimo. Già avere gli strumenti per raccontare agli altri la mia storia attraverso il blog e la scrittura è fondamentale. I miei mi hanno sempre spinta a leggere, a essere curiosa, è merito loro e della nostra casa piena di libri.

E a proposito di genitori, chiedo a Mario, il papà, se è fiero di sua figlia.

Tanto. Mia figlia ha camminato per anni a testa alta senza vergognarsi della sua diversità, come faccio a non essere orgoglioso di lei?

Si rimprovera qualcosa?

Potevo starle di più accanto quando per strada le facevano brutti commenti. Io le vedevo le risatine, le facce degli stupidi magari quando andavamo al mare ma non capivo fino in fondo la situazione. In fondo anche io prima ero un uomo diverso, non ero informato, ero poco intelligente.

O poco aperto?

Io aperto lo sono sempre stato, ma certo che il buon Dio mi ha messo di fronte a una prova impegnativa eh! (ride) Comunque da questa vicenda ho imparato il senso della parola amore, che non è nulla di “detto”, è qualcosa che bisogna conquistare con i fatti. Amo mia figlia, ho detto addio a mio figlio Enrico per sempre e oggi sono il padre di questa donna meravigliosa, Enrica. Voglio dire ai genitori che vivono queste realtà di accompagnare i figli per mano nel percorso. Io ho 71 anni, è servito tempo per metabolizzare, ma volevo restare il padre di mia figlia.

È vero che le vai a comprare i prodotti di bellezza per il suo blog?

Sì, magari vado ad acquistare un dopobarba, vedo che è uscita un’acqua micellare nuova e gliela prendo! Ormai nelle profumerie mi conoscono tutti!

La mamma di Enrica, Licia, è una donna forte e schiva. Dice che per lei parlare è uno sforzo, ma poi si lascia un po’ andare.

Io sono immensamente fiera di mia figlia. Ammiro il suo coraggio, la sua forza.

Cosa la spaventa?

Tutto quello che c’è fuori dal portone di casa. I genitori hanno paura sempre che possa accadere qualcosa ai figli, figuriamoci a una figlia esposta alla cattiveria del mondo come Enrica.

Quanto è stato difficile comprendere quello che le stava accadendo?

Molto all’inizio, ma io avrei accettato tutto, perché amo i miei figli sopra ogni cosa. Certo, all’inizio c’è stata un po’ di burrasca, ma poi io che sono una donna sobria, sempre in jeans e maglietta, ho camminato fiera accanto a mia figlia anche nella sua fase che chiamerei “più chiassosa” nel trucco, nell’abbigliamento… Magari ero un po’ imbarazzata, ma c’ero. Ci sono stata sempre. È un amore incondizionato.

Alberi di Expo, anche i pm contabili archiviano Sala

La Procuradella Corte dei conti della Lombardia ha deciso di archiviare e l’ipotesi di danno erariale a carico del sindaco di Milano ed ex ad e commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, per la vicenda dei 6mila alberi piantati nel sito di Rho Pero. Si conclude così la vicenda che aveva visto Sala affidare la fornitura di “verde” direttamente alla Mantovani, che si era già aggiudicata la maxi gara per realizzare la Piastra dei Servizi di Expo. Dopo la decisione in sede penale del gup Giovanna Campanile, che a marzo scorso ha cancellato l’ipotesi di abuso d’ufficio a carico di Sala, i pm contabili hanno deciso di archiviare per l’ex ad commissario dell’Esposizione Universale la contestazione per danno erariale. Negli atti, infatti, a loro giudizio non c’è alcun “elemento utile dal quale desumere” la “consapevolezza o la possibilità di conoscenza da parte del dottor Sala della diseconomicità del prezzo della fornitura ” sulle cosiddette “essenze arboree”, mettono nero su bianco i magistrati contabili. Nonostante il lieto fine per il sindaco, la Procura nell’operazione aveva individuato un possibile danno erariale di oltre 2,2 milioni di euro alla società Expo 2015 S.p.A..