Da semplici “facilitatori” a criminali senza pelo sullo stomaco. I trafficanti di esseri umani tra il deserto del Sahara e le sponde del Mediterraneo hanno cambiato pelle, trasformando un canale di immigrazione in un business macchiato di sangue.
Nel passaggio dal periodo pre-rivoluzionario del 2011 ai giorni nostri, la situazione è nettamente cambiata in Libia e sulle sue frontiere, terrestri e marittime. Non esistono solo gli scafisti, ossia chi materialmente mette i migranti sopra barconi insicuri.
La filiera è complessa e parte ai confini con gli Stati subsahariani, Niger e Ciad in particolare, con le carovane dei disperati presi in carico e spostati come pacchi. Le istituzioni internazionali, a partire dall’Onu, dovrebbero monitorare l’intero percorso migratorio e colpire i criminali. Per ora ha stilato una lista di 6 pericolosi trafficanti, quattro libici e 2 eritrei, i quali si occupano di tutto il flusso dal Corno d’Africa. Tra i libici spicca la figura di Ahmed al-Dabbashi, detto “lo zio”, leader della milizia Amu Brigade. Per anni, dal 2015 all’inizio di quest’anno, al-Dabbashi ha intercettato il grosso del traffico di esseri umani dalla sua base di controllo tra Zawiya e Sabratha. Una cinquantina di chilometri scarsi di costa mediterranea occidentale della Libia, epicentro dello scafismo.
Si stima che il 90% delle partenze di africani da sacrificare tra le onde del mare sia partito da questo pezzo di terra. In parte, e ormai non più, anche Daesh ha gestito il traffico di migranti, altra fonte di affari oltre al petrolio. Lo ha fatto nell’area tra Sirte e Ras Lanuf, con volumi nettamente inferiori alle bande libiche, prima di essere ricacciato via soprattutto dall’esercito del generale Khalifa Haftar, leader della Cirenaica.
Al-Dabbashi ha una storia comune ad altri criminali internazionali. Il suo profilo somiglia a quello di Zeljko Raznjiatovic, il capo delle “Tigri di Arkan”, paramilitare serbo attivo nei Balcani. Entrambi venivano dal mondo del crimine comune, prestati poi ai grandi traffici. Da solo al-Dabbashi non avrebbe mai potuto mettere in piedi una simile organizzazione, capace di movimentare la partenza di centinaia di migliaia di migranti africani negli ultimi tre anni. Particolarmente preziosa la collaborazione con Abdelrahman al-Milad, comandante della guardia costiera di Zawiya. Gli altri due ricercati libici sono Musab Abyqrain e Mohamed Keshlaf, vertice della milizia che a lungo ha controllato la raffineria di Zawiya. Analisti internazionali ed esponenti delle autorità locali libiche, hanno sostenuto con forza l’ipotesi di un tentativo di accordo tra il governo italiano e questi “stinchi di santo”. Accordi smentiti dai diretti interessati, sebbene altri ne siano stati presi direttamente dell’allora ministro degli Interni, Marco Minniti, con le 60 tribù del Fezzan.
Siamo nella parte meridionale della Libia, tra Ghat, Awbar e Sabah, pieno deserto, con i confini di Algeria, Niger e Ciad a poca distanza. Era l’aprile del 2017, i migranti arrivavano a frotte dal Nordafrica, quando Minniti prese il toro per le corna e firmò l’accordo con le tribù delle tre etnie più rilevanti, Peul, Tuareg e Awlad Suleiman: sarebbero stati loro i guardiani delle rotte desertiche. Dal primo luglio al 31 dicembre c’è stato un crollo delle partenze, proseguito poi nei primi 6 mesi dell’anno in corso.
Il personaggio-chiave al-Dabbashi ha gestito sul territorio di Sabratha almeno tre campi di raccolta di migranti. Quelli cosiddetti “non ufficiali”, dove le organizzazioni umanitarie non entrano, dove migliaia di uomini, donne e bambini vengono trattati come cani. La reazione della municipalità di Sabratha, con polizia ed esercito libico al seguito, tra la fine del 2017 e l’inizio di quest’anno, ha spinto al-Dabbashi alla fuga, ma la sua influenza non è ancora terminata. Unhcr, Oim e altre Ong internazionali, in appoggio al governo di Fayez al-Sarraj seguono da vicino 8 centri di detenzione disseminati nella parte occidentale della Tripolitania. Per motivi di sicurezza due di questi sono stati chiusi, tra cui, guarda caso, proprio quello di Sabratha.
Mahamat Affaguis Boubacar è nigerino e da cinque anni vive in Italia e lavora come mediatore culturale per una organizzazione non governativa. Prima, dal 2005 al 2013, ha vissuto in Libia, proprio tra Ghat e Tripoli: “Prima era l’accordo tra Gheddafi e Berlusconi a limitare le partenze – racconta –. Gli africani arrivavano in Libia per restare, solo una minima parte cercava la fortuna verso l’Italia e l’Europa. I trafficanti c’erano, ma si trattava di organizzazioni clandestine favorite dall’appoggio di funzionari dello Stato, della polizia e della Guardia costiera. Le cose si sono complicate dopo il marzo 2011 e a quel punto i migranti sono finiti nelle mani di milizie senza scrupoli”.