Dagostino rimane agli arresti: “Altri falsi”

Resta agli arresti domiciliari Luigi Dagostino, l’imprenditore pugliese ex socio e amico di Tiziano Renzi. Ieri il Tribunale del Riesame di Firenze ha respinto il ricorso presentato dal legale Alessandro Traversi. Il gip Fabio Frangini ha confermato il pericolo di reiterazione di reati fiscali: all’udienza il pm Christine von Borries ha depositato nuovi atti che dimostrano come il 28 maggio scorso Dagostino abbia falsificato, in concorso con la moglie Ilaria Niccolai e altri, un verbale di assemblea della società Nikila Invest per far figurare un avvenuto trasferimento di fondi a un’altra azienda a lui riconducibile – la Syntagma – per acquisire un’importante unità immobiliare: villa Banti. Dagostino è stato arrestato il 13 giugno scorso e durante le perquisizioni nella sua abitazione e nella sede dell’azienda gli inquirenti hanno rinvenuto molto materiale che si è rivelato utile ad aprire nuovi filoni di indagini. Tra queste una, in particolare, che è stata trasferita alla Procura di Lecce, vede indagati per ostacolo alla giustizia e corruzione insieme a Dagostino il magistrato Antonio Savasta e altri. Dalle agende sequestrate all’imprenditore gli inquirenti sono riusciti a ricostruire una fitta rete di relazioni.

È Dagostino, ad esempio, che porta Savasta a una cena romana alla quale partecipa anche il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini. Ed è sempre Dagostino che accompagna sempre Savasta dall’allora sottosegretario Luca Lotti. Solo incontri. Sui quali ora indagano i magistrati pugliesi.

A Firenze rimane qualche rivolo dell’inchiesta principale. Rivoli non di poco conto: il 4 settembre è fissata l’udienza preliminare del processo per fatture false a carico di Laura Bovoli e Tiziano Renzi, madre e padre dell’ex premier e segretario del Pd, Matteo Renzi.

Il procuratore fiorentino Christine von Borries indagando sull’emissione di fatture delle società di Dagostino si è imbattuta in due pagate alle società di famiglia Renzi, Eventi 6 e Party srl. Le fatture per circa 200 mila euro pagate da Dagostino per un presunto studio di fattibilità sull’area del centro commerciale The Mall di Reggello. Studio che secondo gli accertamenti degli inquirenti non sarebbe mai stato realmente svolto. Il perché l’imprenditore pugliese versa quei fondi ai Renzi è ancora oggi da chiarire.

“Dell’Utri rischia di morire”. I giudici lo mandano a casa

“La patologia cardiaca ha subito un recente e significativa o aggravamento rispetto alle pregresse condizioni”, vi è insomma “il rischio di una morte improvvisa per eventi cardiologici acuti”. Con queste motivazioni i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma hanno differito la pena e concesso i domiciliari (con alcune restrizioni, come nelle comunicazioni con l’esterno) a Marcello Dell’Utri.

Dopo oltre quattro anni l’ex senatore di Forza Italia – condannato con sentenza definitiva a 7 anni per concorso esterno in Cosa Nostra – oggi potrà lasciare il carcere di Rebibbia. Dell’Utri finirà di scontare la pena, a questo punto a casa, nell’autunno 2019. Da oltre un anno i suoi avvocati, Simona Filippi e Alessandro De Federicis, si battono affinché sia scarcerato per motivi di salute.

Dopo tre no, ieri la svolta: “C’è una perizia di un cardiologo dell’ospedale di Roma, San Filippo Nero, – spiega l’avvocato Filippi – che ribadisce quanto diciamo da sempre, ossia che il cuore di Dell’Utri è malato, rischia un infarto”. Il Tribunale di sorveglianza ieri ha ribaltato la decisione del 5 dicembre scorso, quando i giudici avevano affermato che per Dell’Utri la terapia poteva essere “effettuata in costanza di detenzione sia in regime ambulatoriale che di ricovero ospedaliero”.

A marzo, infatti, i legali dell’ex senatore avevano segnato un punto: la Cassazione aveva annullato l’ordinanza del 5 dicembre e rinviato gli atti al Tribunale.

Il procedimento così è ripartito (peraltro con un collegio diverso), con due udienze, a maggio e a fine giugno. Ieri la decisione: “L’attuale stato di salute – è scritto nel nuovo provvedimento – non appare compatibile con la carcerazione per la ricorrenza di gravi ed improvvisi rischi per la vita e la salute, non fronteggiabili con gli strumenti sanitari del circuito penitenziario in considerazione delle preoccupanti condizioni cardiache, del complesso quadro multipalogico, delle precedenti e debilitanti cure radioterapeutiche, dell’età, dello stato ansioso e della necessità di un intervento cardiologico delicato”. “I sanitari – aggiungono i giudici – hanno segnalato il rischio di morte improvvisa per eventi cardiologici acuti e hanno concluso per la non compatibilità col carcere”.

Nella decisione del Tribunale ha pesato anche lo stato psicologico dell’ex senatore che ha rifiutato di sottoporsi alla coronografia programmata al San Filippo Neri, “non ritenendosi in grado di affrontare lo stress psicologico del piantonamento nell’ipotesi del ricovero postoperatorio”.

Le condizioni psicologiche, aggiungono i giudici, “indicano fragilità e sentimenti di sfiducia su cui incidono l’età e la recente conclusione del ricovero ospedaliero con piantonamento, protratto dal 14 febbraio al 18 aprile, che lo ha emotivamente provato”. E così oggi il senatore torna a casa, dopo oltre quattro anni in cella e un’altra sentenza (di primo grado): il 20 aprile è stato condannato a 12 anni nel processo Trattativa per minaccia a corpo politico dello Stato.

La Marmolada torna al Trentino Zaia: “Giù le mani, fa parte del Veneto”

Con tutti i suoi 3.343 metri di altezza, la Marmolada se ne torna in Trentino, passando dal comune veneto di Rocca Pietore a quello di Canazei, che anni fa mosse causa in tal senso. La “sentenza” è arrivata ieri dell’Agenzia del Territorio di Roma che ha posto fine a una disputa di decenni affermando che sui confini provinciali della Regina delle Dolomiti vale quanto stabilito dal decreto del presidente della Repubblica Sandro Pertini promulgato nel 1982 e ribadito anche dal Consiglio di Stato, nel 1998, con una sentenza che fissava il confine sulla linea della cresta che da Punta Rocca scende verso il Passo Fedaia, coincidente con la linea di displuvio del monte. La decisione sconfessa quindi l’accordo del 2002 tra gli allora presidenti della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai, e della Regione Veneto, Giancarlo Galan che, con la cartografia allegata modificava nei fatti i confini a favore del Veneto. La questione non è pacifica. Il presidente del Veneto, il leghista Luca Zaia, non ci sta a vedersi scippare la preziosa montagna, meta di turisti da tutto il mondo. “Giù le mani – dichiara – la difenderemo con le nostre unghie. Difenderemo quel confine, nel senso che riguarda gli impianti di risalita, attività economiche e identitarie che sono del Veneto”. La battaglia legale non si fermerà a breve.

Francia, non è più reato aiutare gli immigrati illegali

Il Consiglio costituzionale francese ieri ha stabilito che l’aiuto disinteressato al “soggiorno irregolare” non “è passibile di conseguenze giuridiche”, in nome del “principio di fratellanza”. L’istanza della magistratura francese era stata sollecitata da Cedric Herrou, un agricoltore diventato il simbolo dell’aiuto ai migranti alla frontiera franco-italiana, il quale chiedeva l’abolizione del “reato di solidarietà”. Lui e un altro attivista erano stati condannati per “aiuto al soggiorno irregolare”. In nome della fraternità, affermano i Saggi del Consiglio costituzionale, si è “liberi di aiutare gli altri, a fini umanitari, senza considerare la regolarità del loro soggiorno sul territorio nazionale”. La sentenza ricorda “il valore costituzionale della salvaguardia dell’ordine pubblico”, che comprende anche il contrasto all’immigrazione clandestina. Tuttavia, se l’ingresso illegale in Francia resta un reato, non lo è più prestare aiuto ai migranti. La decisione dei Saggi boccia dunque gli articoli del codice penale che punivano con pene fino a cinque anni e multe fino a 30 mila euro non solo chi aiutava un clandestino a entrare in Francia, ma anche chi lo aiutava a spostarsi o gli offriva alloggio.

Bimbi picchiati alle lezioni di Corano: arrestato l’insegnante

Un insegnante privato di Corano è stato arrestato nel quartiere romano di Torpignattara con l’accusa di maltrattamenti su bambini a lui affidati. Si tratta di un 28enne bengalese, accusato di aver offeso ripetutamente, picchiato, anche con un bastone, due minori, minacciandoli anche di morte. L’attività investigativa ha avuto inizio a gennaio scorso dopo la segnalazione arrivata alla polizia di alcuni vicini di casa, allarmati dalle urla dell’uomo durante le lezioni a domicilio di religione islamica da lui tenute tre volte a settimana a due bambini. Le videocamere posizionate dagli inquirenti hanno confermato i metodi usati dall’insegnante che, davanti alle difficoltà di apprendimento dei due minori, li offendeva pesantemente e li minacciava di morte, utilizzando anche il manico di una scopa per intimidirli e picchiarli. L’uomo è stato arrestato martedì scorso. Ai genitori dei minori maltrattati è stata notificata la misura cautelare dell’obbligo di firma, come monito per aver “accettato” i metodi brutali e violenti dell’insegnante di religione, concorrendo, per tale aspetto, ai maltrattamenti.

Giammarinaro e gli altri dell’accoglienza: riecco il sottobosco della Prima Repubblica

Nell’ottobre del 2015 il clima dentro la cooperativa Letizia del deputato Onofrio Fratello è surriscaldato, la coop è stata perquisita un mese prima nell’ambito dell’inchiesta appena avviata e la figlia del prestanome del deputato, Maria La Rocca, va in sede, ad Alcamo, per ritirare alcune carte: “Vidi un soggetto di sesso maschile di circa 65 anni che ci apostrofava in dialetto siciliano – ma non alcamese – in malo modo: ‘a viriri sti sucalori chi vonno cunsumari sti patri di famigghia, picch’ un vinni iti a travagghiari? (vedi questi poppanti che vogliono rovinare i padri di famiglia, perché non andate a lavorare?, ndr’)”.

Chi è quest’uomo? “Ricordo di avergli risposto a tono, dicendogli che era il mio lavoro e invitandolo a farsi i fatti propri – dice la La Rocca – avevo riconosciuto chiaramente il noto Giuseppe Giammarinaro, detto Pino, perché lo avevo notato altre volte presso gli uffici di Alcamo in compagnia di Onofrio Fratello”.

Arrestato lo scorso febbraio per avere violato gli obblighi della sorveglianza speciale, Pino Giammarinaro, originario di Salemi, ex fedelissimo di Giulio Andreotti e Salvo Lima che all’inizio degli Anni 90 vennero a sostenerlo al Palagranata di Trapani, è uno dei politici che compare nella rete di rapporti di Fratello, arrestato ieri dai carabinieri nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dell’accoglienza dei migranti a Trapani.

Già inquisito per mafia, nel 2000 Giammarinaro è stato “salvato” dalla medesima condanna dall’applicazione dei principi introdotti dalla riforma del “giusto processo” e per lui il pm fu costretto a chiedere l’assoluzione; in quell’occasione era fuggito in Croazia dove rimase alcuni mesi per poi presentarsi all’autorità giudiziaria e dichiarare, dopo l’assoluzione: “La politica? È stata una parentesi, non mi interessa più. Adesso voglio dedicarmi soltanto alla famiglia’’.

Le informative di polizia lo indicano invece come il dominus della sanità trapanese, capace di condizionare assunzioni e promozioni di medici come attestano le numerose trascrizioni dei sanitari stessi in attesa dei favori del ras salemitano cui è stata confisata anche una clinica privata.

E se con Fratello, oltre gli incontri, nell’ordinanza è documentata una sola telefonata (“Lo chiamò su una delle due sue utenze – ha detto la La Rocca ai carabinieri – e lui gli disse che non doveva chiamarlo su quel numero”) con Giovanni Lo Sciuto, ex Mpa, già componente della Commissione regionale antimafia nonostante una foto lo ritraesse da giovane insieme a Matteo Messina Denaro, al matrimonio di Lorenzo Cimarosa, cugino del superlatitante, le telefonate documentate sono 62: Lo Sciuto lo chiama “Norino mio” e lui gli propone due strutture da trasformare in centri di accoglienza.

Tra i contatti dell’ex deputato arrestato, nessuno dei quali indagato, c’è anche un poliziotto in pensione, Giuseppe Cordaro, ex consigliere comunale di Marsala, impegnato, insieme ai due figli nella gestione di un centro di accoglienza per migranti.

Ahmed al-Dabbashi e quella sporca (mezza) dozzina

Da semplici “facilitatori” a criminali senza pelo sullo stomaco. I trafficanti di esseri umani tra il deserto del Sahara e le sponde del Mediterraneo hanno cambiato pelle, trasformando un canale di immigrazione in un business macchiato di sangue.

Nel passaggio dal periodo pre-rivoluzionario del 2011 ai giorni nostri, la situazione è nettamente cambiata in Libia e sulle sue frontiere, terrestri e marittime. Non esistono solo gli scafisti, ossia chi materialmente mette i migranti sopra barconi insicuri.

La filiera è complessa e parte ai confini con gli Stati subsahariani, Niger e Ciad in particolare, con le carovane dei disperati presi in carico e spostati come pacchi. Le istituzioni internazionali, a partire dall’Onu, dovrebbero monitorare l’intero percorso migratorio e colpire i criminali. Per ora ha stilato una lista di 6 pericolosi trafficanti, quattro libici e 2 eritrei, i quali si occupano di tutto il flusso dal Corno d’Africa. Tra i libici spicca la figura di Ahmed al-Dabbashi, detto “lo zio”, leader della milizia Amu Brigade. Per anni, dal 2015 all’inizio di quest’anno, al-Dabbashi ha intercettato il grosso del traffico di esseri umani dalla sua base di controllo tra Zawiya e Sabratha. Una cinquantina di chilometri scarsi di costa mediterranea occidentale della Libia, epicentro dello scafismo.

Si stima che il 90% delle partenze di africani da sacrificare tra le onde del mare sia partito da questo pezzo di terra. In parte, e ormai non più, anche Daesh ha gestito il traffico di migranti, altra fonte di affari oltre al petrolio. Lo ha fatto nell’area tra Sirte e Ras Lanuf, con volumi nettamente inferiori alle bande libiche, prima di essere ricacciato via soprattutto dall’esercito del generale Khalifa Haftar, leader della Cirenaica.

Al-Dabbashi ha una storia comune ad altri criminali internazionali. Il suo profilo somiglia a quello di Zeljko Raznjiatovic, il capo delle “Tigri di Arkan”, paramilitare serbo attivo nei Balcani. Entrambi venivano dal mondo del crimine comune, prestati poi ai grandi traffici. Da solo al-Dabbashi non avrebbe mai potuto mettere in piedi una simile organizzazione, capace di movimentare la partenza di centinaia di migliaia di migranti africani negli ultimi tre anni. Particolarmente preziosa la collaborazione con Abdelrahman al-Milad, comandante della guardia costiera di Zawiya. Gli altri due ricercati libici sono Musab Abyqrain e Mohamed Keshlaf, vertice della milizia che a lungo ha controllato la raffineria di Zawiya. Analisti internazionali ed esponenti delle autorità locali libiche, hanno sostenuto con forza l’ipotesi di un tentativo di accordo tra il governo italiano e questi “stinchi di santo”. Accordi smentiti dai diretti interessati, sebbene altri ne siano stati presi direttamente dell’allora ministro degli Interni, Marco Minniti, con le 60 tribù del Fezzan.

Siamo nella parte meridionale della Libia, tra Ghat, Awbar e Sabah, pieno deserto, con i confini di Algeria, Niger e Ciad a poca distanza. Era l’aprile del 2017, i migranti arrivavano a frotte dal Nordafrica, quando Minniti prese il toro per le corna e firmò l’accordo con le tribù delle tre etnie più rilevanti, Peul, Tuareg e Awlad Suleiman: sarebbero stati loro i guardiani delle rotte desertiche. Dal primo luglio al 31 dicembre c’è stato un crollo delle partenze, proseguito poi nei primi 6 mesi dell’anno in corso.

Il personaggio-chiave al-Dabbashi ha gestito sul territorio di Sabratha almeno tre campi di raccolta di migranti. Quelli cosiddetti “non ufficiali”, dove le organizzazioni umanitarie non entrano, dove migliaia di uomini, donne e bambini vengono trattati come cani. La reazione della municipalità di Sabratha, con polizia ed esercito libico al seguito, tra la fine del 2017 e l’inizio di quest’anno, ha spinto al-Dabbashi alla fuga, ma la sua influenza non è ancora terminata. Unhcr, Oim e altre Ong internazionali, in appoggio al governo di Fayez al-Sarraj seguono da vicino 8 centri di detenzione disseminati nella parte occidentale della Tripolitania. Per motivi di sicurezza due di questi sono stati chiusi, tra cui, guarda caso, proprio quello di Sabratha.

Mahamat Affaguis Boubacar è nigerino e da cinque anni vive in Italia e lavora come mediatore culturale per una organizzazione non governativa. Prima, dal 2005 al 2013, ha vissuto in Libia, proprio tra Ghat e Tripoli: “Prima era l’accordo tra Gheddafi e Berlusconi a limitare le partenze – racconta –. Gli africani arrivavano in Libia per restare, solo una minima parte cercava la fortuna verso l’Italia e l’Europa. I trafficanti c’erano, ma si trattava di organizzazioni clandestine favorite dall’appoggio di funzionari dello Stato, della polizia e della Guardia costiera. Le cose si sono complicate dopo il marzo 2011 e a quel punto i migranti sono finiti nelle mani di milizie senza scrupoli”.

Salvini spenderà 100 milioni per creare 10 mila irregolari

La stretta ordinata da Matteo Salvini sui permessi umanitari rischia di trasformarsi in un boomerang per il ministro. “Se le commissioni continueranno a lavorare come prima, sulla base del convincimento maturato e delle interviste con i richiedenti protezione, non cambierà nulla. Se invece aderiranno all’impostazione della circolare aumenteranno gli irregolari”, dice l’ex prefetto Mario Morcone, già capo di gabinetto di Marco Minniti quando era al Viminale e oggi alla guida del Cir Onlus (Consiglio italiano dei rifugiati). “E aumenteranno i costi, perché ogni diniego sarà oggetto di ricorso col risultato che gli interessati rimarranno nel circuito dell’accoglienza in attesa della decisione: lo Stato pagherà per quasi tutti loro”, aggiunge Simone Andreotti di “In Migrazione”, che gestisce un centro Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) a Centocelle, nella periferia di Roma.

Facciamo due conti. Ogni migrante nei centri di accoglienza costa in media 35 euro al giorno, Salvini ha promesso di ridurre la spesa ma è una delle tante cose più facili a dirsi che a farsi non foss’altro perché si rischia di moltiplicare centri enormi da 2-300 posti poco graditi sul territorio (specie da chi vota Salvini). Fino alla decisione, il migrante ha il diritto all’accoglienza e i tempi del ricorso non sono brevi, gli specialisti dicono in media otto mesi (ma non tutti i distretti applicano anche alla protezione umanitaria l’eliminazione del giudizio d’appello prevista per l’asilo da uno dei decreti di Minniti): 35 euro per otto mesi (240 giorni) fa 8.400 euro. Bisogna quasi sempre aggiungere altri 800-900 euro del gratuito patrocinio legale (ben pochi superano gli 11 mila euro) che lo Stato liquiderà non prima di un paio d’anni all’avvocato del ricorrente. Così ci avviciniamo ai 10 mila euro a persona. Senza tener conto dei costi di aule di giustizia, giudici, cancellieri, impiegati.

Ora, se prendiamo il 2017, le domande esaminate sono state 81 mila: 47 mila dinieghi (58%), 6.800 riconoscimenti dello status di rifugiato (8%), 6.900 della protezione sussidiaria (8%) e 20 mila della protezione umanitaria (25%). Se Salvini riuscirà nel suo scopo, nel 2018 saranno la metà, gli altri 10 mila costeranno 10 mila euro ciascuno tra spese ulteriori di accoglienza e difesa: 100 milioni di euro. Con quale risultato? Trasformarli in migranti irregolari che, come è noto, non sono facili da rimpatriare. Vedremo poi se i giudici si adegueranno alla stretta del Viminale, il che è piuttosto improbabile: secondo fonti dello stesso ministero dell’Interno, quasi tutti i dinieghi danno luogo a ricorsi che sarebbero accolti addirittura per l’80%. Se l’atteggiamento rimarrà questo la circolare Salvini si rivelerà inutile oltreché costosa: aumenterà il contenzioso e saranno i giudici a riconoscere i permessi negati dalle Commissioni.

“Tenga anche conto – rileva Andreotti di In Migrazione – che chi ottiene il permesso umanitario, in molti casi lascia l’Italia per andare a ricongiungersi a familiari e comunità di riferimento in Paesi del Nord Europa”. Fino al 2015 lo facevano passando illegalmente le frontiere, da quando i controlli sono più rigidi lo fanno in genere col permesso italiano in tasca, che vale come passaporto. E tutto questo a tacere degli argomenti propriamente umanitari, ma anche giuridici, che si rilevano nelle prese di posizione critiche della Cgil, della Caritas o dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione). “La circolare del ministro dell’Interno – scrive l’Asgi – è inopportuna perché il ministro è un organo politico che vuole dare indicazioni politiche a un organismo amministrativo”. I giuristi contestano l’uso parziale e strumentale di una sentenza della Cassazione, smentiscono la circolare sul punto che la protezione umanitaria non esisterebbe in altri Paesi Ue e ipotizzano che Salvini voglia dare anche un improprio “avvertimento alla magistratura”.

Il ministro sa benissimo queste cose e infatti la sua intenzione è abolire per legge la protezione umanitaria, che a differenza dell’asilo e della protezione sussidiaria ha fondamento nella Costituzione, ma non nelle Convenzioni internazionali. Vedremo se troverà l’accordo con i 5Stelle.

Intanto Salvini si dedica agli ambulanti stranieri sulle spiagge. Ieri un’altra circolare ha richiesto la convocazione dei comitato per l’ordine pubblico in tutte le Province, si ipotizza anche l’impiego di risorse sequestrate alle mafie per intensificare i controlli largamente affidati alle polizie locali e quindi ai Comuni. Chissà se il Viminale ordinerà di multare i clienti italiani degli ambulanti, come la legge consente.

Torino: Pasquaretta, “pitbull” della sindaca indagato per peculato

Una seconda inchiesta coinvolge il portavoce della sindaca di Torino Chiara Appendino. Il suo “pitbull” Luca Pasquaretta è indagato di peculato con Mario Montalcini, vicepresidente esecutivo della Fondazione per il libro, ente che organizza il Salone internazionale del libro. Ha ottenuto cinquemila euro (poi restituiti) per un incarico di quindici giorni al fianco del presidente del Salone Massimo Bray, ma ci sono dubbi sulla regolarità del lavoro. Giovedì Montalcini ha ricevuto un invito a comparire in cui è menzionato Pasquaretta, che ieri ha dichiarato: “Ho lavorato pancia a terra senza risparmiarmi. Lo dirò al magistrato nella speranza di chiarire la mia posizione”. Il caso era stato sollevato dal capogruppo Pd Stefano Lo Russo e la sindaca aveva difeso il collaboratore affermando che l’incarico era stato autorizzato. Tuttavia molti consiglieri, anche quelli del M5s, lo ritenevano inopportuno, soprattutto perché era stato saldato a differenza di molti dipendenti e creditori della fondazione. La procura vorrebbe inoltre chiarire se Pasquaretta abbia effettivamente lavorato e se lo abbia fatto dopo gli orari d’ufficio.

Parnasi resta in cella Per il Gip ha fornito pochi elementi ai pm

Nessun mutamento delle esigenze cautelari. Nell’interrogatorio durato in totale 11 ore, Luca Parnasi si sarebbe limitato a confermare quanto era già a conoscenza degli inquirenti senza fornire elementi nuovi rispetto all’ordinanza di custodia cautelare del 13 giugno. Questo, in sostanza, il ragionamento fatto dal Gip di Roma, Maria Paola Tomaselli nel provvedimento con cui ha respinto l’istanza di scarcerazione avanzata dai difensori del costruttore romano. Un colpo di scena dopo che la Procura aveva espresso parere favorevole per la concessione dei domiciliari a Parnasi che si trova nel carcere di Rebibbia. Per il giudice, l’imprenditore durante l’interrogatorio si sarebbe limitato a fornire chiarimenti sul suo ruolo all’interno del gruppo ribadendo i collegamenti con il mondo della politica e le dazioni, alcune a suo dire regolari, ai partiti. Per il Gip, Parnasi ha ammesso elementi già noti senza dare segni di ravvedimento. Un quadro che, a detta della Tomaselli, non può portare a un cambiamento della misura cautelare. Per Parnasi la partita ora si sposta in Cassazione: l’11 luglio si discuterà il ricorso con i suoi legali: lamentano la carenza di motivazioni sulle esigenze cautelari e ne chiedono l’annullamento.