Abuso d’ufficio o no: la sottile linea rossa

Si fa presto a dire “raccomandazione”. Almeno nel sentimento comune, ma in un’aula di giustizia – si sa – valgono regole molto meno duttili. Bisogna essere ragionevolmente certi che un’accusa regga tre gradi di giudizio. Ed è quello che deve aver pensato il procuratore capo di Matera Pietro Argentino quando, rispondendo alle domande dei giornalisti a margine della conferenza stampa di ieri, ha pubblicamente elogiato il gip Angela Rosa Nettis: “È stata molto brava a distinguere le situazioni”, Parola di procuratore.

Il riferimento, che può sembrare di lana caprina al sentimento comune, è in realtà giuridicamente rilevante e ha a che fare con quel “si fa presto” a dire raccomandazione: “La semplice raccomandazione – chiarisce Argentino – non costituisce di per sé reato. La riforma dei reati contro la Pubblica amministrazione avviata nel 1990 ha cercato di evitare che il delitto di abuso d’ufficio si configurasse nella semplice raccomandazione, che in sé non è reato. Chi riceve la segnalazione non è costretto a fare quello che gli viene chiesto, ma può determinarsi nel modo che ritiene più opportuno. Per il reato è necessario qualcosa in più, a livello materiale o a livello morale. E a livello morale è possibile soltanto attraverso le forme della determinazione e dell’istigazione: c’è determinazione quando si fa sorgere un proposito criminoso prima non esistente, c’è istigazione quando si rafforza un proposito criminoso già esistente. Lo ha spiegato anche la Cassazione”. E infatti l’ordinanza cita la sentenza n. 32035 del 24 luglio 2014 in cui la Suprema Corte ha di fatto stabilito che la semplice raccomandazione non costituisce reato. Il caso si riferiva a un comandante di una locale stazione dei carabinieri intercettato mentre caldeggiava con un assessore comunale l’assegnazione di un buon posto in graduatoria per un posto pubblico alla figlia.

Reato estinto per prescrizione, ma secondo la Cassazione il carabiniere era da considerarsi non colpevole, poiché per configurare un reato la raccomandazione “deve realizzarsi attraverso l’esercizio del potere per scopi diversi da quelli imposti dalla natura dalla funzione attribuita”. In pratica, la segnalazione non era del carabiniere, la cui divisa non aveva alcun peso, ma del padre premuroso. Nessun abuso di potere. Discutibile forse, ma con la Cassazione non si scherza. Meglio “distinguere”, come ben sa il procuratore di Matera.

Da don Mimì a Domenico jr. I Pittellas non finiscono mai

Percorrendo la Basilicata coast to coast all’altezza di Potenza, che ne è il capoluogo, è possibile scegliere. Volgendo a sinistra si giunge da Marcello, classe 1962, esuberante, inquieto e concretista, “tanta bella volontà al servizio della nostra terra” disse di lui il di lui padre Domenico, don Mimì per tutti i lucani. Avanzando verso il cuore della Regione c’è invece Gianni, fratello di Marcello e perno inossidabile della struttura governativa riassunta nel merchandising col logo “Pittellas”.

Marcello è local, Gianni è international. Per anni a Bruxelles dove ha conosciuto, governato e contrastato ogni avversità: ha lottato come un leone, ha stretto alleanze con i compagni tedeschi, si è fatto eleggere presidente del più grande gruppo parlamentare e infine ha domato la lingua inglese, con la quale ha lottato per un intero decennio.

Gianni e Marcello, e prima di loro don Mimì e dopo di loro il giovanissimo Domenico jr. hanno nel cuore la Lucania. In verità Gianni ha “Il Sud nel cuore”, come un memorabile video di promozione elettorale lo lanciava prima della imprevista scoppola subìta alle scorse Politiche nelle quali, pur di far bene alla causa, cioè a lui e quindi al Pd, cioè a Matteo Renzi, è tornato a Potenza da candidato lasciando l’Europa.

I lucani lo hanno sorprendentemente randellato al maggioritario, obbligandolo al recupero proporzionale. Gianni è stato però un gran mangiavoti: 233.466 preferenze alle europee, praticando lo struscio sistemico. Non c’è viuzza di paese che egli non conosca, né prete né medico né imprenditore o spicciafaccende che non sia iscritto nella sua voluminosa agenda telefonica.

Lauria, paesone che segna il tratto più esterno e meridionale della Basilicata, è infatti il centro di gravità permanente del potere pittelliano. Don Mimì è stato senatore socialista, conosciuto alle cronache negli anni di piombo per aver dato ricovero e cure alla latitante brigatista Natalia Lias, perciò inquisito e condannato, riparato per un po’ di tempo all’estero e infine riabilitato dal presidente Ciampi. I Pittella sono stati vicini all’Eni e alle altre compagnie petrolifere nella campagna di progressiva trivellazione della terra. Hanno ottenuto un congruo corrispettivo in royalties distribuite come una pioggerella continua, mai intensa ma insistente. Marcello, ora imprigionato nel salotto di casa per via di presunte raccomandazioni negli ospedali, dette alla radio dell’era Renzi la prova mai udita prima da un governatore, affermando che le sue casse erano piene di quattrini, che la Basilicata era solidale con il governo nazionale al punto di fare da sé e fare per tre. Marcello, e questo ne fa un caso unico, ha lottato a favore delle trivelle e dell’ambiente, degli idrocarburi e dell’acqua pulita.

Ribaldo sostenitore della campagna antiveleni, è stato a sua insaputa governatore del territorio dell’acqua più avvelenata che ci sia, per via dell’unto nero e chimico che da qualche parte della pancia di questa bella e misteriosa Lucania deve pure andare. Marcello è a favore della cultura, dell’identità territoriale, delle mucche e delle capre. A favore delle industrie, grandi e piccole, del cemento e delle grandi opere. A favore del merito e qualche volta del demerito.

Renzianissimo come il resto della famiglia, fino a quando Renzi è stato al comando, i Pittellas stanno ora vivendo un momento di riflessione e introspezione psicologica.

Gianni, il leader, aveva in mente di spostare Marcello a Strasburgo, in modo che a Potenza potesse andare il suo figliolo Domenico, pieno di passione come tutti i figli e nipoti d’arte.

Chi pensa che per i Pittellas sia tutto finito commette un marchiano errore d’analisi. Tempo qualche settimana e li rivedremo in azione. Marcello col pizzetto e la perenne raucedine, Gianni sbarbato ma strategico nel riposizionamento, il giovane Domenico nell’acquisizione delle virtù familiari.

Don Mimì, il patriarca, è scomparso da poco ma veglia da lassù.

“Mi manda Pittella”: tutti i raccomandati del ras Pd arrestato

“Tutti i raccomandati hanno fatto tutti schifo”. La voce è quella di Maria Benedetto, direttore amministrativo dell’Azienda Sanitaria di Matera e presidente della commissione d’esame di un concorso riservato ai disabili per otto posti di assistente amministrativo. È il 9 maggio 2017 quando le cimici della Guardia di Finanza registrano lo sfogo, il concorso è in corso e i voti dei raccomandati erano già stati ritoccati verso l’alto. Dovevano comunque vincere loro. E i meritevoli? “Inutile zavorra”. Va eliminata. Sono alcune delle intercettazioni che proverebbero, secondo il Gip di Matera Angela Rosa Nettis, una “distorsione istituzionale nella sanità lucana” il cui deus ex machina era il governatore Pd della Basilicata, Marcello Pittella (ora sospeso), da ieri agli arresti domiciliari con accuse di falso e abuso d’ufficio.

 

La “lista verde” con le persone da piazzare

Pittella aveva una “lista verde” di persone da piazzare e l’elenco degli assunti doveva ricevere il suo “suggello”. A questo provvedevano i suoi fedelissimi. La Benedetto, che si recava personalmente a Villa Pittella “per ricevere direttive sulla lista dei vincitori”, oppure Piero Quinto, il manager dell’Asm, pittelliano doc, in grado di parlare con il governatore come e quando voleva. È potente, Quinto. Le indagini lo scovano mentre in prima persona una parte della finanziaria regionale sui tetti di spesa sanitaria.

 

La norma scritta dal manager

Scrive il gip: “Quinto ha dimostrato detenere un’influenza tale da poter condizionare gli organi legislativi locali nella formazione di una norma regionale collegata alla finanziaria che stabilisce i tetti di spesa delle varie prestazioni sanitarie a carico del sistema sanitario. Questa normativa veniva concepita da Quinto e inviata nei palazzi della politica potentina non solo per agevolare i portatori di specifica patologia, ma anche per garantire lauti ritorni economici a soggetti privati a lui vicini”.

Il direttore generale puntava a diventare, scrive il Gip, “l’uomo forte” della sanità lucana, ovvero il Dg dell’Ausl Basilicata, che secondo il piano sanitario approvato dalla giunta (ma il consiglio deve ancora vagliarlo) dovrebbe nascere fondendo le due aziende sanitarie esistenti.

 

I “segnalati” vicini a Emiliano e De Luca

Quinto e Benedetto sono finiti in carcere, il primo, secondo le carte, per soddisfare le sue ambizioni si era messo a fare “il collettore delle raccomandazioni” provenienti dai politici vicini all’area del governatore e di quelli vicini ai presidenti Pd, Michele Emiliano e Vincenzo De Luca (estranei alle indagini).

Ci sono tracce di segnalazioni dell’ex viceministro Filippo Bubbico e del deputato Gaetano Piepoli, del questore e del vescovo. Si presta a intercedere per Quinto l’ex viceministro Vito De Filippo. Raccomandazioni in questi casi prive di rilievo penale. Un concorso viene vinto dall’ex parlamentare dem Lucia Esposito (non indagata), vicina al presidente della Campania De Luca che la nominò a capo di un organismo regionale, il Tavolo permanente del partenariato economico e sociale. Mentre una graduatoria viene alterata per favorire un dirigente Asl di Bari Luigi Fruscio, nel 2009 candidato in “Democratici pugliesi per Emiliano” e poi assessore a Barletta. Il tutto aveva uno scopo preciso: “Ampliare il consenso elettorale” di Pittella.

Il giudice: “Squallido e disarmante spaccato”

Dunque, le misure cautelari sono necessarie perché dopo che il governatore ha annunciato la ricandidatura, il sistema messo in piedi, fatto – secondo il gip – di “spartizione partitocratica” e di “squallido e disarmante spaccato i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità”, rende “il pericolo di reiterazione (dei reati, ndr) quantomai attuale e concreto”.

Ma “l’inchiesta va completata” ha precisato il procuratore capo Pietro Argentino. Non finisce qui. Al momento è culminata in 30 misure cautelari, di cui 20 arresti domiciliari e 8 obblighi di dimora. Ha retto l’impianto accusatorio del pm Salvatore Colella, che ha documentato la metodica manipolazione di quattro concorsi “taroccati con precisione” e con “prove costruite su misura” attraverso intercettazioni audio-video nelle quali si vedono i commissari d’esame complottare a bassa voce, passarsi pizzini, distruggere documenti nel tritacarte per falsificare e riscrivere i voti e i verbali dopo aver aperto le buste violando le regole sull’anonimato dei partecipanti.

In alcuni casi i concorrenti venivano a conoscenza di test e domande prima della prova. Concorsi tutti indetti dall’Asm di Quinto, l’interfaccia coi politici da “accontentare”. “Tutti”, secondo le indicazioni del governatore.

Che il sistema facesse ribrezzo, la Benedetto pare fosse consapevole. “Mi sento un verme, non ci dormo la notte”, confida a una collega, aggiungendo che preferirebbe “premiare un poveretto che almeno studia qualcosa e la supera”.

 

La soffiata: Pittella sapeva dell’indagine

Gli investigatori sono convinti che le indagini siano state danneggiate da una soffiata. Sarebbe avvenuta il 29 maggio 2017. Quel giorno, Quinto sarebbe stato avvertito che era ‘attenzionato’ e anche intercettato. E cambia atteggiamento. Per il Gip il presunto informatore è il senatore Salvatore Margiotta (non indagato). Avrebbe incontrato Quinto nel bar “K2” di Potenza. Subito dopo, il manager chiama Maria Benedetto. È agitato. Poi incontra la signora in una stazione ferroviaria. E da quel momento in poi è un crescendo di preoccupazioni per entrambi. Lui “prova a costruire prove a discarico” e per gli inquirenti passa la soffiata anche a Pittella. Lei verrà videoregistrata nei giorni successivi mentre fruga tra scrivanie e mobilio dell’ufficio all’evidente ricerca di qualche microfono che non riesce a trovare: “Io ho paura che anche qua dentro… devi stare attenta a come parli…”.

Peli superflui

Leggo sempre Michele Serra, perché siamo un po’ amici e perché lo trovo intelligente anche quando non lo condivido. Cioè quasi sempre, specialmente nell’ultima fase depresso-bartaliana (è tutto sbagliato, è tutto da rifare). Ieri Serra ha ricordato sul Venerdì qual era la sua posizione, tanto sacrosanta quanto solitaria in casa Repubblica, dopo il 4 marzo: “Il rischio, evidente, di una paradossale alleanza tra Pd e 5S mi sembrava preferibile all’orribile inverarsi dell’alleanza pentaleghista, che raccoglie in un solo fascio alcuni dei peggiori istinti in circolazione, tra l’altro neanche nuovi: dalla renitenza al fisco all’assistenzialismo, dal mito delle maniere forti al disprezzo per ‘la casta’…”. Anche noi, dopo il voto, ci eravamo battuti per un contratto di governo fra un Pd profondamente rinnovato e i 5Stelle. Non tanto perché riteniamo la Lega il ricettacolo di tutti i mali (abbiamo visto persino di peggio, nella Seconda Repubblica, e anche nella Prima), quanto perché il programma M5S ci pareva meno incompatibile con un nuovo centrosinistra che ovviamente non fosse il Pd renziano. Purtroppo il rinnovamento, applicato al Pd, diventa un ossimoro, infatti Renzi ha subito sabotato i primi vagiti di dialogo avviati con l’incarico esplorativo di Mattarella a Fico, mentre chi avrebbe dovuto sedare il Bullo Perditutto – Martina, Orlando, Franceschini, Gentiloni e altre anime morte – pigolava tremebondo frasi senza senso, facendo un passo avanti e tre indietro.

Così divenne inevitabile il governo che Serra definisce “orribile” e che, per ora, è solo molto strano e contraddittorio, con un programma “centrista” (Istituto Cattaneo dixit) che contiene un bel po’ di cose buone e alcune pessime, poi peggiorate dalle sparate quotidiane di Salvini. Quanto ai “peggiori istinti” raccolti dal Salvimaio, avevano già fatto tutto quelli di prima: nemmeno Salvini in overdose da condonismo potrà mai eguagliare i regali fatti agli evasori fiscali da B.&Renzi. E il disprezzo per “la casta” e i suoi privilegi unici al mondo è un sentimento nobile. Così come la voglia di fare qualcosa per 5 milioni di poveri assoluti e 3,5 milioni di lavoratori precari (due record del 2018, dopo 7 anni di Pd al governo). Che non è “assistenzialismo”, ma un Welfare – dal reddito di cittadinanza al salario minimo – previsto in tutta l’Ue fuorché nell’Italia del fu “più grande partito di centrosinistra d’Europa”. Serra prevede che “il governo non durerà” per le troppe differenze fra i due alleati e anche fra i loro elettorati: “Salvini si mangerà metà dell’elettorato grillino, e l’altra metà tornerà in libera uscita”.

È quel che spera pure Renzi, con la geniale strategia “Aventino&pop-corn”, versione riveduta e corretta del motto cinese: “Siediti sulla riva del fiume e prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. Può darsi che un giorno, davanti a un Renzi gonfio come un tacchino di pop-corn, passi la salma di Luigi Di Maio. Ma può darsi pure che accada l’opposto. Come dice Gigi Proietti, “se vuoi veder passare il cadavere del tuo nemico, prima devi ammazzarlo”. Noi, per dire, non saremmo così sicuri che questo governo duri poco. Perché è vero che Salvini, dal 4 marzo, ha giocato su due tavoli (5Stelle e centrodestra con B.&Meloni) nella certezza di vincere su entrambi e può continuare a farlo anche in futuro: se resta col M5S guadagna voti, se rompe tutto e torna alle urne con quel che resta del centrodestra può guadagnare voti. Ma è pur vero che l’elettorato è liquido e fluido come non mai, e chi ora stravede per Salvini perché sta al governo potrebbe non seguirlo se lo rovesciasse. La tentazione di andare all’incasso, scambiando i sondaggi per voti veri e buttando giù un governo molto popolare per farne un altro ancor più popolare non ha mai portato bene agli autori dell’azzardo: per informazioni, rivolgersi a Chirac, che nel ’97 ci provò nella certezza di stravincere e ci rimise le penne. Siccome però Salvini potrebbe commettere questo errore, un centrosinistra degno di questo nome (quindi non quello di Renzi) dovrebbe prepararsi per tempo.

Come? Incuneandosi nelle crepe della maggioranza per approfittare delle contraddizioni fra 5Stelle e Lega. Pronto anche a votare leggi positive e “progressiste” come il decreto Dignità o eventuali riforme su prescrizione, corruzione, Rai ecc. per far capire a Salvini che, in caso di ritorno al voto, si ritroverebbe contro non i soliti polli di Renzo (anzi di Renzi) da ingoiare in un sol boccone; ma un patto 5Stelle-centrosinistra per sbarrargli la strada di Palazzo Chigi. Il che, nell’immediato, aumenterebbe il potere contrattuale del M5S dentro la maggioranza. Ma, in prospettiva, rimetterebbe in gioco un centrosinistra che, sull’Aventino coi pop-corn, è ormai sparito anche dalla mente dei suoi elettori. Oggi chi teme Salvini non pensa, come salvatore, a Martina o a Gentiloni, e nemmeno a Zingaretti. Spera che Fico e/o Di Maio riescano a frenare le pulsioni leghiste. La dialettica maggioranza-opposizione s’è trasferita tutta nell’alveo del governo, mentre le minoranze sono viste come peli superflui irrilevanti e ininfluenti. Se oggi il Pd indicesse una manifestazione contro questo o quell’atto del governo, non ci andrebbe quasi nessuno. E se un giornale, come Rolling Stone, lancia una petizione contro Salvini, deve reclutare Vip a loro insaputa, sennò la firmano i soliti quattro gatti. Non è un bel segnale per la democrazia, che necessita di una maggioranza al governo e di un’opposizione pronta a subentrarle in qualsiasi momento. Ma è la realtà. Il campo giallo-verde assorbe ormai tutte le attenzioni e le energie della politica italiana. Fuori, non è rimasto nulla. Finché le cose stanno così, perché mai il governo dovrebbe cadere?

“Doppiette olimpiche come oro. Torino impari da Innsbruck”

Non solo Torino, ma anche Milano e Cortina, vogliono ospitare i Giochi Olimpici Invernali 2026. Per avere un’opinione oggettiva sulle loro candidature e sui Giochi Olimpici abbiamo sentito il parere di Jean Loup Chappelet professore di Public Management all’Università di Losanna, che dal 1993 si occupa dell’organizzazione di questi eventi e dei suoi effetti socio-economici.

Perché sempre meno città vogliono ospitare i Giochi?

L’opinione pubblica nei confronti delle Olimpiadi ha un forte pregiudizio negativo e allora i politici preferiscono non organizzarle per chiare ragioni elettorali.

Tutta colpa dei governi?

Non solo, anche il Cio dovrebbe cambiare passo: dovrebbe infatti smetterla di negare la dispendiosità dei Giochi così da risultare più credibile, iniziare a creare e far comprendere una propria visione di cosa sono i Giochi Olimpici e non declassarli a semplici ritrovi sportivi e infine, soprattutto, dichiarare guerra alle fake news che spopolano.

Un esempio?

Si dice sempre che l’organizzazione dei Giochi produce conti in rosso, ma tutte le commissioni organizzative delle Olimpiadi dal 2000 in poi hanno chiuso in positivo. I deficit che vengono poi sbandierati dai giornali non sono dovuti alle Olimpiadi in sé, ma agli interventi che i governi fanno per creare le infrastrutture propedeutiche ai Giochi. Gli eventi sono una grande opportunità economica, ma devono essere gestiti bene altrimenti si fa la fine di Sochi 2014 e Rio 2016.

Lei ha vissuto da direttore tecnico della candidature committee l’edizione di Torino 2006, come giudica quella gestione?

Torino 2006 è stato un successo per l’immagine della città a livello internazionale. Sono aumentati molto a esempio i turisti stranieri. Ovviamente l’organizzazione ha avuto le sue pecche, ma credo che un precedente storico possa insegnare molto.

Quale?

Nel 1976 Innsbruck riospitò, dopo l’edizione del ’64, le Olimpiadi Invernali. Quella seconda edizione fu un successo, anche nel lungo periodo: tutte le infrastrutture costruite per quei giochi sono ancora in uso. Credo che Torino potrebbe replicare la doppietta di Innsbruck.

Eppure sono in tanti a Torino a non volerle fare…

Può essere un grave problema: la storia insegna che se non si è politicamente compatti queste sfide si perdono. Consiglierei al sindaco Appendino di fare un referendum come quello di Vancouver e tagliare la testa al toro.

Cosa pensa dell’annuncio dell’Appendino di non voler toccare le casse comunali per i Giochi?

Credo sia irrealistico. Bisognerà sicuramente fare degli interventi alle infrastrutture ed è assurdo pensare che la città che ne beneficerà in futuro non metta soldi.

In generale quale vede favorita fra le italiane?

Torino ha ottima immagine internazionale. Milano è più compatta e rimane una grande città. Vedo più debole Cortina, troppo piccola e ho dubbi possa rispettare i requisiti Cio.

Insomma Torino favorita?

Dal punto di vista tecnico sì, ma queste competizioni sono sportive e non sempre vince il più forte…

Miracolo russo: agenti gentili (soltanto per il Mondiale)

Sono negli stadi, davanti ai monumenti e alle stazioni, a ogni angolo di ogni strada: neanche gli abitanti locali ne avevano mai visti così tanti. Non parlano, osservano, qualche volta intervengono, presenza un po’ inquietante, un po’ rassicurante di questi Mondiali: la polizia russa ha il compito più importante, quello di vigilare mentre tutti intorno fanno festa. E forse un altro ancora più difficile: essere “gentili”, contro natura, per non far fare brutta figura a Putin e alla Russia.

La sicurezza è uno dei pilastri dell’organizzazione, per cui il governo ha messo in piedi un apparato mastodontico. Numeri ufficiali non ce ne sono: nella sola San Pietroburgo, ad esempio, vengono impiegati 11 mila uomini al giorno. Le città periferiche sono state svuotate per trasferire in massa gli agenti in quelle ospitanti. E nella task force è stata coinvolta anche la temibile Rosgvardia, corpi speciali per i grandi eventi, che godono di maggiore libertà d’azione e hanno una formazione paramilitare. “Noi non conosciamo pietà e non ne chiediamo”, il loro motto. Ma non durante il Mondiale, e non con gli stranieri, che per l’occasione sono stati “schedati” e provvisti di una “Fan Id”: il modo più immediato per capire chi non va disturbato (infatti con i russi, o i semplici immigrati, i controlli sono diversi).

Il loro primo istinto resta sempre quello del rifiuto: “Posso passare?”, “Niet”. “Do you speak english?”, “Niet”. “Buona giornata”, “Niet”.

Parlarci per capire come siano organizzati è impossibile: “Ci hanno detto di non rivolgere la parola ai giornalisti”, rispondono. Dopo il primo impatto, però, è evidente lo sforzo di mostrarsi più educati. E soprattutto di trattare con i guanti (e non con i manganelli) i tifosi. Fin qui tutto è filato liscio, e nei pochi frangenti concitati, di assembramenti di supporter ubriachi e su di giri, la polizia è intervenuta in maniera decisa ma rispettosa, senza mai toccarli.

I più stupiti di tutti sono proprio i russi: “Di solito non sono così, non si fanno problemi a usare le mani”. La polizia, in patria non gode di gran reputazione: secondo un sondaggio del Livada Center, il 53% degli abitanti non si fida delle forze dell’ordine; i sentimenti più diffusi sono semplice rispetto (25%), antipatia (17%), paura (12%) o addirittura indignazione (6%).

Il perché è presto detto: “In Russia chiunque entra in contatto con la polizia può avere a che fare con la violenza”, spiega Dmitry Ostryakov, attivista del gruppo pubblico di monitoraggio. “Possono picchiarti perché bevi o fumi in strada, o se ritengono che tu abbia risposto male. Le manifestazioni vengono sgomberate brutalmente e nelle stazioni di polizia succede di tutto”.

Il suo gruppo ha lanciato diverse campagne negli ultimi anni (ottenendo l’obbligo per gli agenti di mostrare il cartellino di identificazione) e continua a raccogliere casi di abusi: “Di solito sono all’ordine del giorno, da due-tre settimane quasi nulla: è in corso una specie di “tregua mondiale”, per il governo è troppo importante trasmettere al resto del mondo l’immagine di un Paese civile e progressista”. Lo conferma Ekaterina Khodzhaeva, sociologa dell’Università di San Pietroburgo: “Non sono cattivi, rispettano gli ordini: decine e decine di regole e prescrizioni, da 3-4 righe ciascuna, che regolano nei minimi dettagli il comportamento, grado per grado. Anche la Coppa del Mondo è organizzata come una ‘campagna’: l’obiettivo è quello di mantenere l’ordine senza trattar male i tifosi. E gli agenti obbediscono, trasformandosi”. L’ennesimo miracolo del pallone, insomma, ma destinato a non durare: “Un mese è troppo poco per cambiare ciò che è radicato nella nostra cultura. Quando finirà il Mondiale la polizia riprenderà la sua routine e tutto tornerà come prima”, conclude Ostryakov. Sperando che non abbiano pure gli arretrati da recuperare.

Maria Dolores dos Santos Aveiro, la madre regina del sovrano Cristiano

Maria Dolores dos Santos Aveiro, classe 1954, madre onnipresente e onnipotente di Cristiano Ronaldo, è astutamente sibillina. Ieri ha postato un messaggio criptico su Instagram, da Gramado, Rio Grande, in Brasile: “Jà quase tudo pronto para amanhà”. Potrebbe voler dire che nella loro villa di vacanza è tutto pronto. Ma anche che ormai è fatta per il trasferimento. In realtà, più che un’interpretazione, parrebbe essere l’auspicio dei tifosi juventini. E di gran parte dei tifosi italiani: con Cr7, la Serie A acquisterebbe più visibilità e caratura. Dovesse andare in porto l’affare, la Juve legittimerebbe la sua presenza nell’élite europea, e obbligherebbe i club a investire di più e meglio.

Ma è solo un sogno o è già realtà il presunto “colpo” bianconero? Molto, infatti, congiura per Ronaldo in Italia. Intanto, i rapporti tesi con Florentino Perez, presidente del Real Madrid. Che ieri ha diffuso la foto di gruppo della squadra per la stagione 2018/2019, senza CR7. Luciano Moggi, nonostante il sulfureo passato, resta uno che “sa”. Ieri ha dichiarato di aver saputo da fonte “certa” “che Cristiano ha già firmato per la Juventus e sta facendo le visite mediche a Monaco di Baviera”. E ancora: il titolo bianconero si è impennato in Borsa, guadagnando più del 10%. I bookmakers danno Ronaldo alla Juve all’1,30 (due giorni fa era a 10). L’incremento esponenziale della produzione di magliette bianconere, rispetto agli scorsi anni, bloccato in fabbrica. In attesa del via.

Già. Mamma Dolores cura il business alberghiero di Cristiano, gli spot, gli investimenti. Il merchandising, invece, lo cura Elma, la sorella. Tutto ciò che è siglato CR7. Il fratello Hugo gestisce il museo Ronaldo a Funchal, ma non fa soldi e questo irrita mamma Dolores. Altro dettaglio significativo, nel linguaggio codificato juventino: la villa torinese che fu magione di Platini, è pronta per accogliere il nuovo ospite. Dulcis in fundo, i titoli e le indiscrezioni dei quotidiani spagnoli e portoghesi, i primi a rivelare la trattativa di Agnelli con Jorge Mendes, il procuratore di Ronaldo. Si capisce, in questo quadro indiziario, anche il caro prezzi delle tessere stagionali per lo Stadium (aumentate del 30%). Tassa per ammirare Ronaldo?

Far venire Cristiano, significa accollarsi l’ingombrante Mamma Dolores, architrave della famiglia negli affetti. E negli affari. Lei è attirata dal made in Italy, Cristiano è già testimonial di Armani. Spostandosi a Torino, potrebbe allargare l’orizzonte del lusso. Mamma Dolores ha conosciuto l’indigenza. Suo marito Dinis, alcolista, è morto di insufficienza renale a soli 51 anni.

Si sente Madre Coraje, come ha raccontato nella sua biografia. Ha tirato su lei i figli. Se Ronaldo è il re del calcio, lei è la madre regina. La narrazione materna è quasi omerica: il destino del suo Achille che va lontano, a Lisbona, a trovar fortuna. Il successo. La gloria. I trofei. I soldi. Una privacy coperta da mamma Dolores, qualche donna dello schermo, anche se la vulgata attribuisce all’Achille del pallone un muscoloso Patroclo marocchino, il lottatore Badr Hari. Un’amicizia interrotta dalla prigione in cui è finito Badr, si premura di ricordare la Famiglia. Cristiano è un ragazzo sensibile, dice mamma Dolores, suo padre era il primo dei fan. “Papà, preferisco essere il calciatore più grande”. Fu corretto da Mamma Dolores: “Sarà meglio essere il più ricco”.

Fu una sfida senza tregua con Leo Messi, il cui nome è bandito a casa di Mamma Dolores. Accostare me a lui, confermò diligente il figlio, “è come paragonare una Ferrari a una Porsche”. Però, i due in comune hanno qualcosa. Gli affari di Ronaldo li gestisce la madre. Quelli di Leo papà Jorge, 60 anni, ex operaio in un’acciaieria di Rosario. Entrambi i campioni hanno avuto guai col Fisco spagnolo. Ronaldo ha sanato il debito (14 milioni) alla vigilia della partita con la Spagna, vendicandosi con tre gol di rabbia. Papà Messi e figlio sono stati condannati a 21 mesi per frode fiscale nel 2016. Ora li incastra di nuovo Panama Papers. Dicono che i due sono come multinazionali. Incassano 200 euro al minuto. Piatto ricco, mi ci ficco, hanno detto alla Juve.

La Ferrari CR7: testimonial per il sogno della Juventus

Ormai sembra una cosa fatta. L’ufficialità manca, i vertici non si sbilanciano troppo neanche con i professionisti dell’entourage, la società si trincera dietro i no comment, ma Cristiano Ronaldo dovrebbe indossare presto la maglia della Juventus.

La trattativa è in corso da mesi, qualche cronista ben informato aveva lanciato la notizia, rimasta a lungo un’indiscrezione, forse un ballon d’essai. Negli ultimi giorni, però, quella voce si è rafforzata. Torino freme e anche i dieci milioni di tifosi bianconeri in tutta Italia. Romanticamente si ricordano gli applausi dei supporter di casa a Ronaldo dopo la rovesciata che il 3 aprile scorso ha trafitto il capitano Gianluigi Buffon: “La Juventus ha un grande futuro davanti a sé – aveva detto –. Il pubblico che mi ha applaudito è stato un grande momento”. Anche l’economia è in ebollizione. Per dire: nei giorni scorsi il costo degli abbonamenti per l’Allianz Stadium è aumentato del 30% provocando le proteste di tifosi e ultras. A ripensarci adesso, sembra una mossa per ottenere qualche risorsa in più. Il grosso potrebbe arrivare dalla Borsa: a Piazza Affari il titolo della Juventus ha aumentato il suo valore dell’11,19%, miglior aumento della giornata, e secondo gli analisti con i rialzi degli ultimi tre giorni la società avrebbe ottenuto la somma utile per ripagare l’acquisto.

Il club di Andrea Agnelli dovrebbe pagare una cifra intorno ai 100 milioni di euro al Real Madrid per la cessione del cartellino. Sul fronte dello stipendio da versare a CR7, il club avrebbe trovato l’accordo con Jorge Mendes, agente del calciatore, per una cifra sui 30 milioni di euro l’anno a cui contribuirebbe Fca (altra società controllata dalla finanziaria di John Elkann, l’Exor, che possiede il 63,8% della Juventus): CR7 potrebbe diventare un testimonial della Ferrari.

La Juventus nel frattempo ha smentito la partenza dell’ad Giuseppe Marotta e del direttore sportivo Fabio Paratici verso Madrid e smentisce le voci sull’organizzazione della presentazione domani all’Allianz Stadium: “Stiamo soltanto preparando la conferenza stampa per la presentazione di Emre Can”, si apprende. Sotto la Mole, però, la discrezione e l’understatement sembrano essere scomparsi. Mercoledì sera all’aeroporto “Sandro Pertini” alcuni tifosi si sono esaltati alla vista di Cristiano Ronaldo: in realtà era Armando Izzo, nuovo difensore del Torino, scambiato per la stella portoghese. Nel frattempo è scattata la gara giornalistica a chi trova la dimora in cui abiterà il fuoriclasse. Un presunto emissario di Ronaldo oggi visiterà una villa da mille metri quadri con piscina coperta e bagno turco nella collina torinese, zona abitata da imprenditori e da molti altri calciatori.

In alternativa c’è il prestigioso quartiere Crocetta (dove abita Gonzalo Higuain), zona centrale, elegante e tranquilla, ma forse troppo poco riservata per una star del suo calibro. Quello che sembra essere certo al 100 per cento è la rottura tra il portoghese e il club di Florentino Perez con cui ha giocato le ultime nove stagioni. Tra le foto dei calciatori con le nuove maglie della stagione 2018/19 manca quella di CR7, la cui maglia è la più venduta.

Al Forte la Satira Politica è sempre premiata

Erano così stupiti, quelli del Times, da mandare in fretta e furia un inviato per capire come “d’improvviso gli italiani avessero deciso di ridere di se stessi”. Anno 1973: il “fattaccio” di cronaca da documentare era il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi.

Lo sanno tutti però che lo humour non è solo britannico; anzi “satura tota nostra est”, diceva un antenato, mentre oggi un contemporaneo – il sindaco del Forte Bruno Murzi – ricorda che qui “l’umorismo è di casa”, a margine di una delle preview della 46esima edizione del Premio, che verrà consegnato domani, in una serata-show condotta da Serena Dandini.

Al maestro Roberto Benigni va il Premio alla Carriera; l’attrice Paola Minaccioni vince nella categoria “Parodia”, Natalino Balasso spicca per i “Monologhi”, Astutillo Smeriglia per l’“Animazione”, Vincino per il “Libro” e TvBoy per la “Street Art” – lui che è autore del murale con il bacio tra Salvini e Di Maio, prontamente cancellato a Roma, ma riproposto domattina in piazza Garibaldi al Forte.

È da mercoledì che il litorale toscano è in festa, “Aspettando il Premio Satira”: per rilanciarlo, gli organizzatori – ovvero l’Amministrazione Comunale e il Comitato omonimo – hanno deciso di inserirlo in una manifestazione di più giorni, anziché in un solo pomeriggio; di spostarlo in estate, anziché in autunno; di presentare gli spettacoli e gli incontri in tutta la città, anziché in un unico locale, “proprio come era nello spirito delle origini, quando un intero festival gravitava intorno alla premiazione”, prosegue Murzi. “L’obiettivo è far vivere il Premio a tutti, cittadini e turisti, soprattutto in questo momento in cui far satira è sempre più difficile: da un lato, per colpa dei toni aggressivi del dibattito politico; dall’altro, per il dilagare del politically correct, che semplifica e divide il mondo in razzisti e buonisti”.

A ricordare i sempiterni guai degli umoristi c’è pure la mostra fotografica “Don Camillo, Peppone e il crocifisso”, curata da Giorgio Casamatti e Guido Conti e dedicata alla fantasia feconda di Giovannino Guareschi, morto 50 anni fa in quel “mondo piccolo” che era poi l’Italia dei 50-60. All’epoca nessun regista o produttore volle impelagarsi nel film per non urtare i comunisti; si prestò così un francese, Julien Duvivier, e furono girate due pellicole: una per la distribuzione Oltralpe e una per quella interna, molto più prudente, manco a dirlo. Da noi la censura non ha fatto mai difetto, espungendo, in quel caso, ad esempio, la pedata nel didietro che Don Camillo assestava a Peppone, piamente inginocchiato in preghiera.

Ospiti delle serate d’anteprima sono stati molti ex Premi Satira, come Geppi Cucciari, con l’esilarante monologo scritto da Mattia Torre, Perfetta, e Il Terzo Segreto di Satira col film Si muore tutti democristiani. Stasera tocca invece a Guido Catalano e Dente, diretti da Lodo dello Stato Sociale nella performance Contemporaneamente insieme anche d’estate.

Da sconosciuti a (reali) star: “La Casa di Carta” ora è d’oro

Úrsula Corberó, Álvaro Morte, Pedro Alonso, Itziar Ituño Martínez… nomi che dicono poco o nulla alla maggioranza di noi. Ma se scriviamo Tokyo, Professore, Berlino, Raquel Murillo, il discorso cambia. La Casa di Carta, la serie spagnola che sta spopolando in tutto il mondo grazie a Netflix, ha reso più che familiari, voci e volti di attori fino a poco tempo fa noti solo al pubblico spagnolo, avendo tutti lavorato in film e produzioni televisive non molto conosciuti fuori dai loro confini, tranne pochissime eccezioni peraltro non particolarmente entusiasmanti.

Ora che è diventata la serie di Netflix più vista al mondo non in lingua inglese, tutti i maschietti sono pazzi per Ursula (Tokyo), le femminucce affascinate da Álvaro (il Professore), tutti abbiamo tifato per la detective Raquel, amato e detestato il rapinatore coi giorni contati a causa di una malattia incurabile, Berlino; in poche parole, abbiamo sperimentato quell’empatia che si viene a creare tra un cast ben assemblato e il suo pubblico.

L’alchimia tra gli attori è da sempre fondamentale per la riuscita di un film o, come in questo caso, di una serie tv e come è noto la storia è piena di scelte o di rifiuti illustri dell’ultim’ora che hanno cambiato il destino di carriere e di trionfi al botteghino o sul piccolo schermo.

Tale è stato il successo internazionale de La casa de Papel, che dissuadendo dai suoi piani originari il suo creatore, Alex Pina, Netflix ha deciso di produrre integralmente la terza stagione, dopo aver acquistato le prime due prodotte dal canale televisivo spagnolo Antena 3. “Produrremo nuovi episodi che saranno trasmessi esclusivamente su Netflix”, ha dichiarato Erik Barmack, VP International Originals della società, Ma i fan dovranno avere pazienza, le riprese non sono ancora iniziate, sarà quindi difficile vedere il seguito del racconto prima del maggio o giugno 2019. Il cast, in compenso, a parte i personaggi che hanno perso la vita fin qui, sarà quasi interamente confermato.

It’s the singer, not the song, è il cantante, non la canzone, cantavano i Rolling Stones, ma in questo caso, si potrebbe dire che è il coro. Eppure anche il cast meglio assortito nulla potrebbe se non fosse sostenuto da una trama e dei dialoghi convincenti: non era certo così intrigante e fascinoso, Álvaro Morte quando interpretava Lucas Moliner ne Il Segreto, la telenovela spagnola grande successo anche da noi, su Canale 5. D’altra parte le tanto bistrattate (quasi sempre a ragion veduta) soap-opera, sono state spesso importanti e faticose palestre per giovani attori e non sono poche le star che hanno iniziato così la loro carriera, da Julianne Moore a Brad Pitt, da Demi Moore a Meg Ryan.

Il grande racconto popolare rappresentato dalla vastissima produzione di serie televisive, che ormai siamo abituati a vedere dove, come e quando vogliamo, ha portato alla ribalta un impressionante numero di ottimi attori spesso al livello dei colleghi angloamericani: i russi che recitano nella loro lingua in The Americans o McMafia, gli arabi e israeliani di Fauda e Hostages e poi scandinavi, tedeschi, francesi e vivaddio, anche italiani. Anche noi possiamo finalmente vantare prodotti di alta qualità e di successo internazionale (Gomorra su tutti) e possiamo dire che figure come l’attrice cagna deliziosamente interpretata da Carolina Crescentini in Boris, anche se non sono certo sparite dall’orizzonte, non fanno più parte imprescindibile delle fiction di casa nostra.

È la capacità di registi e sceneggiatori sparsi ormai in tutto il mondo, che da anni si abbeverano alla fonte inesauribile della produzione americana, ad aver reso la narrazione globale, spingendo tutti a creare produzioni coraggiose e innovative. Grazie a questi racconti, con un clic non visitiamo soltanto New York e Los Angeles, ma ci troviamo tra i narcos sudamericani, nei territori occupati della Cisgiordania, tra le strade di Parigi e nelle vie della finanza corrotta che da Londra, passa per Mosca fino a Tel Aviv. Tra le Vele di Scampia. Le lingue si mescolano, gli stili di scrittura e di recitazione si incrociano e si influenzano a vicenda: La Casa di Carta è intrisa di citazionismo, e non esisterebbe Fauda senza Homeland, che a sua volta nasce da una serie israeliana; e sempre più curate e affascinanti sono le serie storiche che mescolano period drama a thriller e fantasy. E al centro di ogni storia ci sono i volti di attori di cui spesso facciamo fatica a ricordare i nomi, ma che riescono immancabilmente a trovare un posto nel nostro cuore.